D’Alema scarica Vendola e l’assemblea si svuota. Ma la vera partita riguarda acqua
Puglia, tornano le manovre del leader Maximo. Orfano della poltrona di mister Pesc, l’ex segretario del Pds si getta a capofitto nel «cortile di casa nostra», come ama chiamarlo lui stesso. Stavolta l’obiettivo è affossare la ricandidatura del Governatore uscente, sgradito all’Udc - l’alleanza con il quale è il must dalemiano a questo giro, per le Regionali ma soprattutto in chiave nazionale - e sostituirla con quella del più ecumenico Emiliano. E, soprattutto, potere procedere con il progetto di privatizzazione dell’acquedotto pugliese che lui stesso aveva avviato da presidente del Consiglio nel 2000, e che la Giunta Vendola osteggia senza sconti. Il quadro si complica (ma quanto importa?) per le dichiarazioni di appoggio al leader di Sinistra e libertà da parte dello stesso Emiliano, al punto che il sindaco di Bari si era reso disponibile a fargli da coordinatore della campagna elettorale, e anche per una vecchia assicurazione a Vendola da parte di Bersani, che però ha le mani legate. Ciò che conta, a maggior ragione in Puglia, si sa, è ciò che pensa Massimo D’Alema. Il servizio di Carosella.
Nella foto, Massimo D’Alema si stropiccia la faccia
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diFrancesco CAROSELLA
Massimo D’Alema chiude l’assemblea regionale del Pd a Bari, chiamata a pronunciarsi sulla candidatura di Nichi Vendola alle elezioni regionali del prossimo aprile. Il clima è teso e quando D’Alema prospetta l’ipotesi dell’eutanasia di Nichi Vendola, molte persone lasciano la sala lasciandolo a parlare ad una platea semivuota. “Abbiamo dato mandato al segretario regionale, Sergio Blasi - spiegherà poi D’Alema - perchè riprenda il dialogo con le forze politiche con le quali riteniamo di voler governare la Puglia. Naturalmente bisognerà discutere con tutti i partiti - aggiunge - facendo riferimento in particolare all’Udc e all’Italia dei Valori che in Puglia non vogliono sostenere la ricandidatura di Vendola”.
Una situazione oggettivamente complicata. Da un lato l’auto-ricandidatura di Vendola, dall’altro la necessità di trovare un candidato che sia in grado di riunire intorno a sé non solo le forze di maggioranza ma anche le l’Udc di Casini in Puglia. In chiave regionale, certo, ma non solo. D’Alema teme che si ricostituisca un blocco moderato intorno ad un’alleanza tra il Pdl di Raffaele Fitto e l’Udc, ricordando che le elezioni pugliesi devono tener conto del quadro nazionale. “Nel Paese si aggrava una crisi democratica - affresca D’Alema - che si accavalla a una questione sociale. La maggioranza vive contraddizioni profonde e la tentazione del suo leader di un appello al popolo è fortissima. Berlusconi vorrà fare delle regionali un referendum sul destino politico del Paese. Il berlusconismo è in crisi ma è arrogantemente proteso a sfidare il Paese a partire dalla sua stessa maggioranza, per questo serve un’alleanza con un insieme di forze politiche e della società civile”.
Blasi aveva già avuto occasione di prendere le difese del Governatore uscente quando si era prospettata la candidatura dell’attuale sindaco di Bari Michele Emiliano, gradito allo Scudocrociato, spaccando il Pd pugliese.
Già due giorni fa, alla vigilia della direzione pugliese del Pd, D’Alema si era dovuto difendere: “Sono stupito ed addolorato che si costruisca uno scenario di scontro personale tra Vendola e me quando, invece, sono stato chiamato per affrontare una situazione estremamente difficile creata da Vendola”.
Nel luglio scorso il progetto di un’alleanza del Mezzogiorno con Casini stava già dando i primi risultati a Brindisi, e l’ala dalemiana dei democratici pretendeva già un candidato in grado di muoversi agevolmente tra i moderati.
“Io sono l’espressione di una formidabile volontà’ popolare: uccidere questa volontà popolare è davvero il modo per far vincere Fitto” dice Vendola al termine dell’assemblea. “Rifletta bene il segretario del Pd, Blasi, riflettano gli amici e i compagni che hanno la responsabilità di sciogliere nelle prossime ore questo nodo. Io non solo vado avanti malgrado tutto e tutti ma vado avanti perché tutto e tutti mi spingono ad andare avanti” conclude il governatore della Puglia.
Secondo autorevoli osservatori la partita sarebbe in realtà un’altra, ovvero quella per la privatizzazione dell’acqua in Puglia, che Vendola ha sempre osteggiato. D’Alema fu l’autore della bozza di privatizzazione del 2000, che non riuscì mai concretamente a realizzare, anche se in quell’occasione fu proprio Fitto a impedire sia al governo D’Alema sia a quello Amato di vendere la Acquedotto Pugliese SpA (allora nelle mani del Tesoro) all’Enel. Lo scorso maggio Repubblica e il Foglio parlarono del “Patto della crostata”, con l’entrata del dalemiano Andrea Perutzy nel Cda dell’Acea, la potentissima azienda romana che ogni anno gestisce circa un miliardo e mezzo di euro nella costruzione di acquedotti, reti elettriche e depuratori, il cui controllo “stabilisce chi a Roma comanda e chi non lo fa” mettendo in luce un collegamento tra il sindaco di Roma Alemanno, il più importante imprenditore romano Francesco Gaeatano Caltagirone, vero dominus dell’Acea, vice presidente di Monte dei Paschi di Siena e suocero di Casini, Cesare Geronzi, numero uno di MedioBanca e, appunto, Perutzy, direttore esecutivo e tesoriere di ItalianiEuropei, quindi di D’Alema.
La presa di posizione dalemiana avrebbe in un primo momento spiazzato anche Bersani, impegnato a dialogare con tutti i partiti d’opposizione, a cominciare da Sinistra e libertà, e che aveva assicurato pieno appoggio a Vendola subito dopo le primarie. Ma in un successivo colloquio con D’Alema il neosegretario si è trovato costretto a garantire il proprio appoggio all’ipotesi di alleanza con i centristi.
In questo post riporto un mio commento ad una nota di Giovanna Casagrande, membro della direzione del PD sardo, nella quale si denunciano rigidità e ostruzionismo della nuova segreteria sul discorso primarie e apertura del partito, emersi durante la direzione della scorsa settimana che ha sancito voto per i soli tesserati per le cariche interne e primarie aperte per la scelta dei candidati alle prossime amministrative.
Io credo che sia necessario che tutti ci rendiamo conto che il congresso è stato vinto dalla parte di partito che non ha in simpatia (eufemismo) le primarie. Questo inevitabilmente si ripercuoterà nella vita futura del Partito Democratico, a tutti i livelli. Sul perché poi ci sia una parte di partito che osteggia l'impianto delle primarie rimarrà per sempre un mistero, specie alla luce del fatto che quando questa "filosofia" venne posta come fondamento del PD, nessuno ha avuto nulla da dire. Delle due l'una: o fino ad ora si è scherzato, nel senso che si trattava di vezzi di scena e non di sostanza politica convinta; oppure molto più semplicemente non ci si aspettava una risposta così coinvolta e coinvolgente dei non iscritti - una cosa che sfugge da ogni controllo e che fa paura, perché produce dibattito, approfondimento, conoscenza, critica. Delle due l'una, o forse no, probabilmente entrambe. La vittoria di Bersani al nazionale e di Lai al regionale, è da considerare come colpo di coda di una politica vecchia che è destinata a scomparire, e con lei la distinzione oramai del tutto artificiosa tra militante (o tesserato) e semplice elettore. E di questo ne sono consapevoli tutti, Bersani & Co. in primis, altrimenti non si spiegherebbe come mai nonostante le primarie abbiano confermato il voto dei circoli, ancora si temano come un gatto nero per strada. Se è vero che oggi ancora questa distinzione tra tesserati e non, è visibile (solamente) nel numero di ore che il tesserato dedica alla vita del partito, domani - grazie alla prospettiva che i Circoli si sono dati - anche questo parametro per riconoscere a vista un tesserato da un simpatizzante, sfumerà sempre di più. Il che sarà un bene, perché ci porterà a diventare quel partito veramente popolare e moderno insieme, capace di creare il clima di appartenenza al progetto democratico fondamentale per il riscatto di questo Paese. Sarà un bene perché finalmente ci si potrà serenamente e senza paura - e sottolineo senza paura - confrontare quotidianamente con il corpo elettorale democratico, attraverso lo strumento delle doparie - punto di arrivo inevitabile per il pieno coinvolgimento, informato, maturo e consapevole dei cittadini. Sottolineo senza paura perché non esiste altro motivo, veramente non ne esiste un altro proprio, per cui non si debba aprire ogni decisione a tutto il PD, che oggi è composto da tesserati e c.d. popolo delle primarie. Non esistono motivi concreti e veri di natura economica, organizzativa, temporale. E' pura e semplice paura: paura che un qualcosa di incontrollabile appunto, si insinui tra la trame che con tanta fatica vengono tessute per non far disequilibrare troppo la bilancia e non, sia chiaro, nell'interesse collettivo (come qualcuno in modo spericolato ogni volta prova a far passare, non ultima la vicenda del numero delle liste pro-Lai per le primarie), ma ad uso e consumo di meri equilibri fra correnti. Che si traducono in voti certo, quasi sempre e sempre meno, in verità - ma non si traducono in trasparenza e governabilità del partito, fattori che determinano la mancanza di prospettiva politica ovviamente. Che fare allora? Tenere ferma e dritta la barra, continuando ad alimentare il cambiamento con le azioni quotidiane. Accettare compromessi comunque non pessimi come quello raggiunto in questa circostanza, e con la forza delle idee costringere questo partito a cambiare. Non è utopia, oggi meno che mai. Si può fare, e Civati con la questione delle 1000 piazze, e la base tutta, con la faccenda del 5 dicembre ce lo hanno dimostrato. http://massimomarini.blogspot.com/2009/11/palla-lunga-e-pedalare-il-pd-aperto.html
Primarie arrivederci
Con un commento di prima pagina e una cronaca ben documentata Europa ha informato un’opinione pubblica attenta a questioni forse più importanti che il Partito democratico ha detto addio alle cosiddette primarie. Non si tratta ancora di una decisione statutaria ma di una prassi, un comportamento che stratifica la costituzione materiale quanto meno della stagione bersaniana.
Spesso su queste colonne si è argomentato sul fatto che le primarie siano una componente fondativa e differenziante del Pd e che sia quindi molto difficile immaginare un partito che si definisce democratico senza questa spinta ad aprirsi, a spostare dall’interno del partito alla società il baricentro dei processi di legittimazione delle leadership, delle candidature e delle scelte più qualificanti.
Certo l’assenza di regole elettorali esplicitamente maggioritarie non ha aiutato il processo. Ma ha confermato proprio il ruolo chiave della riforma della legge elettorale. Riforma che invece dal nuovo segretario (ma fu così anche per Franceschini) viene ancora rinviata a non si sa quando rifugiandosi nella molto generica intenzione di voler ridare agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti al parlamento. L’argomento sul quale è opportuno richiamare l’attenzione è però lo stretto legame tra questo spostamento del centro di legittimazione della politica dal partito alla società (le primarie) e l’edificazione di una nuova autorevolezza della politica nel suo complesso.
I partiti politici hanno perso autorevolezza nella società; i leader e i gruppi dirigenti la hanno persa all’interno delle loro organizzazioni.
Non è un processo iniziato né con tangentopoli né con Berlusconi.
È più antico. È strettamente legato ai cambiamenti sociali e culturali della fine del secolo scorso.
Lì si fonda la crisi dei partiti di massa.
I sistemi di determinazione dell’autorità sono messi sotto sforzo dalla secolarizzazione e dall’avvento della società mediatizzata dominata dalla tv. Anche nel campo politico. Bassolino non segue l’invito del segretario del suo partito proprio come Galan. Renzi vince anche grazie alla sua resistenza verso il diktat del partito che impone un cambiamento di regole a partita già iniziata. Le discussioni su Bresso e Vendola a molti (soprattutto agli interessati) sembrano arbitrarie e i media ne parlano come manovre di vertice.
Solo Bossi sembra resistere ma il suo gruppo dirigente si è formato con lui e l’organizzazione non ha ancora vissuto l’avvento di una seconda generazione.
Nel Pd, una direzione che per statuto era prevista di un certo numero quasi si raddoppia e i venti nomi che dovevano servire a rappresentare la società civile servono a rattoppare strappi determinati dalla mancanza di autorevolezza della massima istituzione: il congresso.
I gruppi dirigenti diventano luoghi di rappresentanza e non di decisione. Non ci sarà un uomo solo al comando ma ci sono una pletora di segretari (scelti non per eseguire – necessità operative – ma per garantire) e tanti responsabili di forum. Un forum sull’Ict, uno sulla riforma della Rai, una dichiarazione al Riformista di un segretario senza incarico preciso: ma la posizione del Pd sulle nomine Rai dove è stata assunta, da chi? La decisione diventa meno trasparente più lontana.
Non è semplice individuare una governance efficace per un partito politico ma bisogna costruirla su un principio fondativo che ispira e plasma tutta la cultura e la prassi dell’organizzazione.
Cominciando a trovare un equilibrio tra gli eletti nelle istituzioni e le strutture organizzative.
E prendendo anche atto del fallimento del governo ombra e dell’inconcludenza della breve stagione veltroniana.
Questa era la sfida delle cosiddette primarie, termine che ha creato molta confusione ma si è affermato come valore simbolico. Cioè la ricerca sistematica della massima apertura “possibile” per stringere un nuovo patto di fiducia di affidabilità e controllo con la società. Un patto basato sulla scelta di non piegare le istituzioni alle esigenze dei partiti ma viceversa portare i partiti ad essere pienamente funzionali alla vita delle istituzioni.
E pensare che solo pochi mesi fa proprio su questo giornale si poteva ipotizzare un Pd capace di metabolizzare anche le sensibilità dei radicali di Pannella e Bonino accettando il nucleo delle loro critiche alla partitocrazia. Invece, come si evince dalle discussioni sulle candidature e dai regolamenti approvati per i prossimi congressi provinciali, le primarie, il ricorso al coinvolgimento degli elettori, viene visto come ultima ratio. Come patologia non fisiologia.
Se ci si mette d’accordo niente primarie. Se non ci si accorda, confronto aperto. Sarà facile parlare di intese di potere e spartizioni.
È veramente un’ironia della sorte che chi ha vinto con le primarie la prima decisione che prende è quella di depotenziarle.
Le “primarie” quindi sono intese solo come modalità di soluzione di contrasti insanabili nei gruppi dirigenti e non come sollecitazione di una generazione di politici nuovi, formati nel clima del confronto esplicito e della contendibilità in presa diretta con i cittadini.
È una sconfitta prima di tutto culturale perché fondata sull’incomprensione del clima d’opinione che caratterizza una stagione in cui le ingiustizie del mercato vengono preferite all’arbitrio dei politici. Un clima di opinione nel quale continuano a ottenere maggior consenso personalità, che anche dopo tanti anni, riescono ad essere percepite come capaci di non “vivere” di sola politica, estranee all’establishment del Palazzo.
Lo spostamento della sovranità fuori dagli apparati di partito per radicarla profondamente nella società continua però ad essere l’unica strada per ridare legittimità e autorità alle leadership e conseguentemente alla politica. E sarà un nodo da sciogliere per tutte le forze e anche chi voglia dare a questo martoriato sistema politico regole efficaci e durature. Per questo l’addio alle primarie non può che essere un arrivederci.
Mario Rodriguez http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/114945/primarie_arrivederci
Vendola ad Affaritaliani.it: "O la mia riconferma o le primarie"
Il Governatore della Puglia Nichi Vendola sceglie Affaritaliani.it per fare il punto della situazione nel Centrosinistra in vista delle elezioni regionali del prossimo anno
Nichi Vendola
Il Governatore della Puglia Nichi Vendola sceglie Affaritaliani.it per fare il punto della situazione nel Centrosinistra in vista delle elezioni regionali del prossimo anno. "La mia posizione è la seguente: in Puglia si può scegliere tra due strade. O la riconferma della mia persona, alla luce di un giudizio positivo dell'esperienza di governo, o ricorrere al metodo delle primarie, anche perché io sono stato presidente per volontà popolare e non per volontà delle segreterie dei partiti. E quindi non ho alcun problema ad accettare di confrontarmi nel recinto delle primarie. Non c'è una terza via rispetto a queste due possibilità".
Si sente "scaricato" da Massimo D'Alema, che sembra aver scelto il sindaco di Bari Michele Emiliano per giungere a un accordo con l'Udc? "Non mi sento scaricato. Mi sento caricato da un consenso popolare e formidabile che in questi giorni e in queste ore si esprime ovunque e in tanti modi. Se vado a presentare un libro, come mi è successo in un piccolo paese del Salento domenica sera, trovo duemila persone con cartelli e con cori di affetto. Insomma, chi viene in Puglia si può rendere conto di quale sia la realtà".http://www.affaritaliani.it/politica/vendola-puglia-primarie301109.html
Da qualche giorno è ripreso il tormentone dell'estate: «Perché non ti candidi?». A luglio me lo chiedevano per la segreteria nazionale, oggi per la presidenza della Regione. L'unico posto a cui non sono stato candidato era quello di Mr. Pesc (me l'avevano sconsigliato...). Ora, vale la pena di chiarire alcuni elementi. Fin dall'inizio della campagna congressuale, con uno sparuto gruppo di ingenui, chiediamo di far coincidere le primarie per il segretario con quelle del presidente della Regione, proponendo a tutti e tre i candidati di indicare il nome che preferiscono. I rappresentanti della mozione Bersani e della mozione Franceschini dicono che è meglio di no. Ci sono le alleanze da fare e il segretario sostiene che ci vogliono le primarie di coalizione, da fare dopo, tra dicembre e gennaio, perché «non bisogna farsi prendere dalla frenesia» e il Pd non può decidere da solo (l'esatto contrario di quello che era stato affermato, un anno fa, con un contributo dal titolo: «Dirompenti come in Lombardia. Non soli, ma liberi», quando era di moda la vocazione maggioritaria e, personalmente, esprimevo più di una perplessità). Poi si è iniziato a parlare dei candidati: il più gettonato è sempre stato Filippo Penati, numero due di Bersani, che però non scioglie la riserva. Poi si è parlato a lungo di un candidato moderato, nella speranza che arrivasse l'Udc, ma l'Udc non è arrivata, anzi: pare vada con Formigoni (era data 100 a 1, ma nessuno lo poteva prevedere...). Ora ci ritroviamo con un'alleanza stretta: Pd, Idv, SL e 'rotti' (rispetto al rinnegatissimo schema della vocazione maggioritaria, insomma, "in più" c'è solo un partito). In compenso non abbiamo ancora il candidato presidente, esattamente come nel 2005, quando fu trovato il 23 dicembre. Possiamo migliorare il record. E qualcuno inizia a dire: è troppo tardi per fare le primarie. Già. Insomma: abbiamo un'alleanza stretta, senza candidato e, se tanto mi dà tanto, anche senza primarie. Quanto al nome del candidato, secondo gli analisti più sofisticati. potrebbe essere lo stesso segretario regionale. In questo contesto, il nome del vostro affezionatissimo circola da settimane: ne hanno parlato i giornali e la risposta, da parte mia, è sempre stata: «se il partito ne è entusiasta, sono a disposizione». La mia non è una formula di cortesia, ma una precisa richiesta: chi si candida in Lombardia, ha bisogno che tutti lo sostengano. La risposta, da parte della 'base' è stata di incoraggiamento, da parte dei dirigenti del Pd non è stata né positiva, né negativa: non c'è proprio stata. Zero carbonella. Nessuno mi ha nemmeno telefonato. Probabilmente, nel Pd della Lombardia, la mia candidatura è presa come una provocazione. Ed è giusto che sia così. E a chi mi dice: «Fai come Renzi!», gli rispondo che Renzi stava a Firenze, faceva il presidente della Provincia, e le primarie si sono svolte un anno prima delle elezioni. Una bella differenza. Ora, chiedo a voi, con il sistema dei CivaPolls, che cosa fareste al posto mio.
P.S.: nel frattempo, in Lombardia ne stanno succedendo di tutti i colori (vedi alla voce bonifiche). Ma non fa niente...http://www.civati.splinder.com/
Era prevedibile che l'idv diventasse il partito degli anti primarie,così come La Rete ,passò dopo le elezioni ,a sostenere il sestema elettorale proporzionale ,mentre i suoi candidati al parlamento si erano presentati come pattisti e quindi sostenitori del maggioritario , come coloro che al casinò hanno avuto una vincita inaspettata credono allo stesso tempo che sia meritata ,hanno vinto grazie al loro "intuito", e temono di perderla giocando da ora in poi in difesa .L'illusione è credere che l'idv sia la risposta alla domanda di cambiamento e non un suo tramite ,ed ecco i giochi delle tre carte Vendola si Vendola no ,ma senza primarie un presidente di regione creato dalle primarie e non portato dalla cicogna dei partiti non si cambia , a meno che il giudizio morale sia definitivo ,ma se questo non è abbattere Vendola oggi per far vedere che si ha un potere di blocco è miope e ,alla fine ,non porterà nessun voto poichè troppo simile alla vecchia politica dei vecchi partiti ,troppo simile alla politica alla Bersani-D'alema ,che prima cerca la coalizione dando un fortissimo potere all'UDC che neanche Turigliatto e forse dopo trova il candidato ,mentre Casini pratica bellamente la politica dei due forni. http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/11/23/la_vista_corta_dellidv.html
- Per Nichi la corsa più difficile: «Il popolo è il mio partito. Pronto a primarie»
Vendola sfida il Pd in Puglia
CENTROSINISTRA Acqua pubblica, no al nucleare, stabilizzazione dei precari e pulizia nella sanità. Vendola rompe gli indugi e chiede ai partiti di « fare chiarezza» sul suo nome: «Non è in gioco la mia carriera ma l'intera politica del laboratorio pugliese». Dipietristi e democratici non escludono una rottura. Silenzio del sindaco di Bari Emiliano, da lui forse la sorpresa «Mi ricandido con lo stesso entusiasmo del 2005». Idv tiepida
«Oggi io mi candido a nome del 'pdl', il popolo della legalità, il mio partito sono i pugliesi». La voce di Nichi Vendola arriva soffocata al telefono dalle voci dei duecento volontari della «Fabbrica» barese. Il suo comitato elettorale si è riempito subito, appena finita la conferenza stampa improvvisa con cui ha annunciato la sua ricandidatura alla guida della Puglia. «Sono veramente carico e finalmente felice dopo un periodo difficilissimo, in cui mi è sembrato di assistere a una seduta spiritica in cui il morto sarei stato io. E invece era il morto della vecchia politica che vuole afferrare il vivo e buttarlo giù».
Chi è la vecchia politica?
In questi giorni sui giornali si leggono tanti nomi di possibili candidati. Nicola De Bartolomeo, il presidente della Confindustria pugliese, si è preso un po' di tempo per riflettere sull'offerta del centrodestra ma potrebbe essere anche il candidato del centrosinistra. E' una politica vecchia, che cede il passo alle lobby e ai potentati economici. Una politica che non parla più dei problemi e delle scelte di governo per affrontarli.
Nel risiko pugliese la parola d'ordine degli alleati è «discontinuità».
Idv e Udc chiedono discontinuità ma nel merito non dicono nulla. Da oggi tutti sono obbligati a giocare a carte scoperte. Non c'è in gioco la mia carriera ma la qualità di una politica.
L'on. Pierfelice Zazzera, il coordinatore regionale dell'Idv, stamattina (ieri, ndr) ha chiesto un tuo passo indietro o l'Idv andrà da sola.
Nel giorno in cui il parlamento ha approvato una legge criminale contro l'acqua pubblica e dai banchi della destra tutti criticavano la Puglia, l'Idv ha annunciato un referendum contro quella legge. Noi quella legge non l'applicheremo. Chiedo all'Idv se non è discontinuità questa. Qui in Puglia stiamo facendo la più grande operazione di stabilizzazione dei precari d'Italia, vogliamo internalizzare tutti i lavoratori della sanità. Per noi discontinuità è il rifiuto del nucleare, l'acqua pubblica, la soluzione al problema delle raffinerie e del rigassificatore. Parliamo di cose concrete, sanità, rifiuti, scuola, lavoro.
Hai avuto contatti con i leader nazionali su questa tua scelta?
Ho parlato con tutti tranne che con Di Pietro. Ho visto che quando è venuto in Puglia mi ha definito «una persona dalle mani pulite». Chi mi conosce sa che da trent'anni lotto per la legalità, la giustizia e la verità. Se l'Idv mi chiede di difendere la legalità sappia che starò sempre dalla loro parte.
Eppure problemi con la magistratura ce ne sono stati in questi anni di governo pugliese.
Ma la giunta degli arresti era quella della destra di Fitto. Nella mia giunta c'è stato solo un avviso di garanzia e ho cambiato subito cinque assessori, aprendo al centro con Stefàno all'agricoltura e portando al governo della regione uno dei migliori intellettuali «meridionalisti» come Viesti. Accanto a me ci sono 5 donne su 15 assessori. In tutto il consiglio le donne sono 2 su 70. Non è un segnale discontinuità anche questo?
L'Udc pare che non ti sosterrà.
Anche qui, quando ho aperto al centro la giunta qualcuno mi ha accusato di voler svendere l'acquedotto pugliese a Caltagirone. Ora invece mi si dice che dovrei fare un passo indietro proprio perché non sono in grado di portare l'Udc nella coalizione. Si tratta solo di veti personali. A tutti dico che se si diventa alleati si possono costruire le regole per stare dentro l'alleanza. Ma non si possono esercitare veti personali.
Anche il Pd però ha accolto gelidamente la tua decisione.
Dal Pd ho sempre avuto pieno sostegno, anche con Bersani. Il Pd ha sempre espresso un giudizio positivo sul governo della regione e sul «laboratorio politico pugliese. L'unico elemento comune a tutte le mozioni congressuali (Blasi, Emiliano e Minervini, ndr) era il sostegno alla mia candidatura.
Il sindaco di Bari Michele Emiliano non ha ancora commentato la tua scelta. Cosa ne pensi?
Qualche tempo fa si era offerto di coordinare la mia campagna elettorale. Spero che quel proposito si realizzi veramente.
E' la tua corsa più difficile. Come pensi di farcela?
Farò come nel 2005. Sono pronto anche alle primarie. Ma senza primarie deve essere chiaro che correrò e correrò per vincere. Anche quattro anni fa si diceva che la mia era una corsa impossibile. So di avere contro poteri giganteschi ma sento attorno a me lo stesso entusiasmo di allora. In tantissimi mi dicono di non mollare. Farò politica come mi ha insegnato mia nonna giocando a scopone. «Spariglio» contro tutte le furbizie e i tatticismi. Il valzer dei partiti è finito. La mia ricandidatura è un atto di igiene politica, di cambiamento e di chiarezza. http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20091121/pagina/05/pezzo/265236/
Popolazione indigena scoperta dall’esploratore Romano Prodi nel 2005.
I “Primaridi” o “Homo Votans”, come li definisce il vocabolario etnografico Ceccanti-Vassallo, discendono dalla specie dei Compagnus Inscriptus, che già abitava in epoche antiche l’Emilia Romagna, l’Umbria e la Toscana. Da lì si sono poi diffusi in tutto lo Stivale.
Creature miti, portate al dialogo, i Primaridi, sono attirati da tutte le forme di democrazia diretta, dalla selezioni del candidato Premier a quelle per l’amministratore di condominio. Perfino in ambito famigliare, i Primaridi praticano elementari ma democratiche forme di votazione per stabilire chi deve portare fuori il cane o nonna dal dottore.
Ma è nei giorni delle cosiddette Primarie, che questo popolo offre il meglio di sé. Trattasi di giganteschi happening collettivi, in cui i Primaridi, abbandonata la tranquillità delle loro dimore, si riversano a milioni in strada, per scegliere il loro capo. Di solito, si assembrano a frotte in circoli, bocciofile e gazebo, ma anche una cabina telefonica in disuso, basta al Primaride pur d’esprimere la sua genuina, debordante, incontinenza elettorale. Caso unico al mondo, infatti, il Primaride è disposto a pagare uno o due euro, pur di esercitare questa sua peculiare attività.
Al termine di questi appuntamenti di festa, il popolo tende compostamente a rientrare nelle proprie abitazioni, fino al successivo appuntamento elettorale. Cosa facciano fra una elezione e l’altra i Primaridi è un mistero che gli antropologi non hanno ancora chiarito. Così, spesso, nascono voci di una presunta estinzione della specie, regolarmente smentite dalle Primarie successive.
La verità è che nel mondo contemporaneo, l’entusiasmo di questo popolo, così fiducioso nelle sue ingenue credenze – quali il rispetto della costituzione, la democrazia partecipata, il confronto delle idee – mette a dura prova il disincanto dei cinici. Perché che piova o tiri vento, che sia il 15 agosto o il 25 dicembre, per quante delusioni i capi gli diano, il Primaride non si arrende mai. Egli torna a votare, perché, come canta il poeta: “libertà è partecipazione”
Nel giorno della Direzione Nazionale del Partito Democratico che ha ufficializzato l'elezione a segretario di Pierluigi Bersani, pubblichiamo la prima delle nostre mappe sulle primarie del 25 ottobre.
Cominciamo dalla mappa dell'affluenza: in questo grafico possiamo vedere la variazione dell'affluenza nelle varie regioni confrontandola con le scorse primarie, che nel 2007 elessero Walter Veltroni e costituirono l'atto fondativo del PD.
L'analisi: Rispetto a due anni fa, l'affluenza delle primarie per l'elezione del Segretario del PD scende generalmente del 10%, passando dai 3 milioni 400 mila votanti dell'ottobre 2007 ai poco più degli attuali 3 milioni 60 mila.
A fronte di questo dato bisogna però notare che, al contrario di due anni fa, quando si era verificata un'esplosione dell'affluenza al sud e nelle isole, stavolta si è verificato un fenomeno sostanzialmente opposto. A parte la Sicilia, notiamo che nel Mezzogiorno l'affluenza cala con punte anche estremamente consistenti (in particolare Puglia, Calabria e Sardegna), mentre al Nord mostra incoraggianti segnali di tenuta (in questo senso, particolarmente interessante è il dato della Lombardia, considerando soprattutto l'enorme peso demografico che la regione riveste). Una diminuzione dell'affluenza in linea o generalmente superiore al dato nazionale interessa invece anche le regioni "rosse".
In definitiva, si può notare come rispetto a due anni fa si sia parzialmente ridotto lo squilibrio tra i voti provenienti dalle regioni meno popolose rispetto a quelle demograficamente più rilevanti. Anche se bisogna comunque notare che, in proporzione, il contributo del Mezzogiorno continua ad essere decisamente superiore rispetto all'apporto delle regioni settentrionali. Di certo l'immagine che queste primarie ci offrono dell'Italia è decisamente meno "deformata" rispetto a quella di due anni fa.http://www.termometropolitico.it/index.php/Elezioni/termomappe-primarie-pd-1-affluenza-confronto-2007-2009.html
Collegi uninominali o ritorno alle preferenze di lista?
di Claudio Croci,
Le due più antiche e solide democrazie del mondo USA e Regno Unito sono governate da un sistema elettorale uninominale secco( o priority : chi arriva primo vince), la Repubblica francese,patria della democrazia repubblicana, dispone di un uninominale maggioritario a doppio turno. L’Italia unitaria, nella sua storia,ha adottato il sistema uninominale a doppio turno , con suffragio ristretto per censo, per poi passare al proporzionale a suffragio diffuso nel 1922 e dopo il ventennio fascista e la nascita della Repubblica,adottare il proporzionale, con pluripreferenza di lista , a suffragio universale fino al 1994 , anno in cui ha adottato il maggioritario uninominale secco ad un turno con correzione proporzionale per un 25 % dei seggi, sistema che è rimasto fino al 2005 , anno in cui siamo tornati ad un proporzionale corretto a liste bloccate.
La teoria e la realtà si sono congiunte sui risultati economici , infatti l’Italia del maggioritario ha sempre visto tendenzialmente una diminuzione del debito pubblico , mentre l’Italia del proporzionale una sua espansione. Anche l’ultimo sistema , quello del proporzionale corretto , dopo il biennio Prodi, di relativa stabilità , ha visto crescere il debito pubblico. Ora , a parte , le dovute eccezione,si asserisce che il sistema proporzionale favorendo coalizioni e governi poco omogenei determina continui compromessi che poco si conciliano con il rigore finanziario . E’ una logica non senza fondamenti. Sta di fatto che realtà complesse multirazziali , plurietniche per disciplinare i molteplici punti di vista adottano sistemi semplici di elezione che spingono a concentrare l’elettore su poche chiare scelte e consentono un puntuale controllo sull’operato dell’eletto, che non solo rappresenta il partito,in quel collegio , ma anche sé stesso. La soluzione proporzionale porta carenza di direzione nel governo e di conseguenza all’avvento di un potere forte e unico , come è accaduto nell’Italia del primo dopoguerra , alla Francia della quarta Repubblica ed alla repubblica di Weimar . E’ di contro vero che il collegio uninominale , in democrazia censitarie o a suffragio ristretto, portano ad una sorta di oligarchia di minoranze ricche e bloccano la circolazione delle nuove idee , generando spesso rivoluzioni sociali.
Una cosa è certa : il metodo elettorale adottato coinvolge un pensiero di governo che travalica il mero tecnicismo elettorale per coinvolgere la politica finanziaria ed istituzionale di una nazione e ne determina la storia . Ritenere che il metodo di scelta sia poco influente sullo sviluppo della democrazia è una deficienza notevole , essendo per chi crede nelle democrazia liberale spesso l’essenza stessa delle democrazia e non già una sovrastruttura formale . Su questo aspetto esiste la massima distanza tra il socialismo e la democrazia liberale . Comunque la si voglia guardare la forma di scelta nella democrazia coincide con scelte epocali nella vita di qualsiasi paese. Nell’Italia del 1992 , l’avvento del maggioritario coincise con l’intervento della magistratura a danno di un ceto politico corrotto e questa coincidenza non fu solo tale , ma una delle cause stesse. La sconfitta del referendum sull’estensione del maggioritario coincise con la fine della “rivoluzione” della nuova politica , voluta dai magistrati e dal nuovo ceto ulivista , il primo esperimento ulivista terminò esattamente in quegli anni. Il ritorno delle liste bloccate e di un proporzionale su nomina, coincise con la crisi del berlusconismo e il ritorno del centrosinistra al potere:il berlusconismo calante lasciò , come si suol dire,i pozzi avvelenati contro la possibile longevità di un governo della sinistra. La mancata cancellazione del “ porcellum” nel 2007 fu una delle cause della fine del secondo tentativo di Prodi. La scelta , oggi , verso il ritorno al proporzionalismo coincide con una forte complessiva insofferenza verso la magistratura e la sua invadenza , l’esplosione del debito pubblico , l’autoritarismo imperante , l’incapacità della sinistra a costruire una credibile alternativa , il berlusconismo sempre più declinante inconcludente unito al ritorno al passato sistema elettorale può coincidere con pesanti cambiamenti istituzionale del Paese. La sensazione è che chi proponga il ritorno a quel sistema , alle preferenze , ai governi “ parlamentari “ non si renda conto del devastante effetto destabilizzante che quel sistema può causare. Un paese , l’Italia , invasa da un forte individualismo , priva, oggi, di un senso civico diffuso, incanalata verso una comunità pluriraziale contestata, divisa tra nord e sud, sta diventando una polveriera sociale che può scivolare , come sta scivolando,verso un sistema autoritario . L’introduzione del proporzionalismo può essere l’ultimo anello di un processo che può legittimare interventi costrittivi del sistema costituzionale generati proprio dall’incapacità di dare senso ad un sistema democratico. L’effetto devastante che il proporzionale può avere su tutta la sinistra è quello di spingere tutti a trovare una soluzione pro-domo sua ,generando la fine delle ragioni dello stare insieme. L’uscita quindi o meno di Rutelli , non è affatto il problema anzi è del tutto marginale ,sostanziale è capire che d’ora in poi chiunque, in un sistema proporzionale,ha teoricamente più vantaggi nel costruire una sua piccola “ patria “ . Il sasso è lanciato , il sasso può divenire valanga. http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=20749&sid=22
Renzi: “Rutelli sta sbagliando, non lo seguirò ma Pier Luigi deve evitare accordicchi”
Fonte La Repubblica
L’intervista Il sindaco di Firenze Renzi boccia la svolta dell’ex capo della Margherita e chiede al neosegretario di uscire dalla “realtà virtuale”
Basta sinistra radicale L’Ulivo? Vorrei qualcosa di nuovo. Ma per ora mi accontenterei di non ripetere il disastro dell’Unione Rischio socialismo Veltroni si intende di socialismo molto più di me. Ma non vedo il rischio di un ritorno indietro
FIRENZE - «Francesco sta sbagliando». Il sindaco di Firenze Matteo Renzi non seguirà Rutelli. Lo ha seguito più volte, nella sua fulminante carriera politica che lo ha portato sulla poltrona più alta di Firenze a soli 34 anni, dopo aver sorpreso tutti vincendo le primarie. Questa volta, però, non lo farà. Resterà con Bersani. Anche se, confessa, «non l’ho votato».
Sindaco Renzi, turbato dalla scelta di Rutelli? «Mi spiace che Francesco se ne vada. Mi spiace personalmente e politicamente. Capisco il suo stato d’animo ma credo stia sbagliando. Dice che il Pd non è mai nato e ha ragione se guardo il dibattito attuale dei dirigenti: si fanno quotidianamente le pulci, a colpi di agenzia, l’un contro l’altro. Ma tra la gente il Pd c’è, c’è molto di più di quanto noi pensiamoe non sono solo le primarie a costituirlo. È l’idea che si possa uscire dal berlusconismo, non per una vicenda giudiziaria ma per una scelta politica e culturale».
Lei, però, non ha votato Bersani. «Io non l’ho votato ma adesso è il mio segretario. Spero che accolga la sfida del coraggio. E prenda atto che una stagioneè finita». Si riconosce nel suo progetto? «Spero che abbia il coraggio di non accontentare tutti. E che esca dal corto circuito dei politici che vivono una realtà virtuale.
Non prendiamoci in giro: grazie agli accordicchi tra correnti, abbiamo parlamentari che sono stati nominati. Ma le pare possibile che il Pd, il partito che ha fatto le doppie primarie per il segretario, quando si è trattato di scegliere i parlamentari si è inventato la scusa del “non abbiamo tempo”? Le pare possibile che ci sia gente in Parlamento che non riuscirebbe a farsi eleggere neppure nel consiglio della bocciofila? È ovvio poi che sul territorio ci siano solo gli amministratori… « Veltroni teme un ritorno al socialismo. «Veltroni s’intende di socialismo molto più di me. Ma non vedo questo rischio. Bisogna capire se Bersani ha voglia o no di scommettere su un gruppo dirigente dove ci sia spazio per chi vuole rivendicare il futuro e non solo rimpiangere il passato. C’è un sacco di gente in giro per l’Italia che aspetta di essere coinvolta». Lei fra queste? «No. Io faccio il Sindaco di Firenze. Che per me è la cosa più bella del mondo».
E quale partito si aspetta dal nuovo segretario? «Un partito che pensi al vertice sul clima di Copenaghen come alla più grande sfida del 2009. Che provi a migliorare la qualità della pubblica amministrazione senza bisogno di farsi dettare la linea e l’agenda dal compagno Brunetta. Che parli di lavoro senza i soliti schermi di un sindacato spesso autoreferenziale.
Che pensi un po’ meno a concertare e incroci le persone vere, quelle in carne e ossa. Quelle che non si iscrivono più ai partiti e ai sindacati ma hanno voglia di dare una mano lo stesso».
Teme che con Bersani i cattolici abbiano poco spazio? «Sono cattolico e penso che essere credente sia un valore, non un handicap. Ma bisogna farla finita di chiamare i cattolici solo quando c’è una storia scabrosa di sesso o quando si tratta di discutere dell’eutanasia o della procreazione assistita».
Anche lei vuole tornare all’Ulivo? «Più che tornare, vorrei andare verso qualcosa di nuovo. Ma per ora mi accontenterei di non ripetere il disastro dell’Unione.
Bene fare gli accordi, ma non dimentichiamo che oggi dovevamo essere nel quarto anno del Governo Prodi: se alla guida del Paese ci sono Berlusconi e soci, il meritoè tutto dei nostri litigi. Noi a Firenze abbiamo rinunciato alla sinistra radicale: siamo andati al ballottaggio, ma adesso governiamo senza ricatti. La fase in cui i veti contavano più dei voti è finita. Sono certo che Bersani non vorrà riniziare da dove abbiamo fallito».
E’ finita la tournée congressuale, dove ci siamo impegnati per la mozione Marino. Lo abbiamo fatto senza grandi aspettative. Ritenevamo il PD irriformabile, poi è arrivato Marino con la sua mozione che parlava di modernità prospettando una rigenerazione del PD in senso “liberlal”, quasi un’iniezione di cultura politica in stile anglossasone.
Lo statuto del partito disegna un partito diverso rispetto ai vecchi partiti solo per quanto riguarda il metodo di elezioni del segretario, appunto primarie aperte agli elettori. Per questo la novità di proposta della Mozione Marino e la possibilità degli elettori di intervenire in modo diretto sono stati i due elementi che ci hanno indotto a buttarci nell’impresa. E ora eccoci qui a valutare il risultato di quest’ardita operazione. Al momento non ci sono ancora i dati definitivi (sic!) ma il risultato è delineato. Vince Bersani e Marino si attesta attorno al 12%.
Nel 2007 il popolo delle primarie (tremilioni e mezzo di votanti) scelse con forza il progetto costituente del PD racchiuso e definito nel discorso di Veltroni al Lingotto che era sostenuto (apparentemente) anche dall’intero gruppo dirigente. Vale la pena ricordare solo alcuni elementi caratterizzanti del PD veltroniano: il PD come logica conclusione dell’esperienza dell’Ulivo, quindi un partito “aperto” che va oltre gli steccati delle vecchie culture politiche ;“aperto” e fatto di iscritti ed elettori. Il PD come partito della semplificazione del quadro politico e che punta al bipolarismo attraverso una legge elettorale maggioritaria e di conseguenza che fa delle primarie lo strumento su cui si deve basare la partecipazione del cittadino alla politica. In questo contesto il PD come un partito riformista e di governo che supera le logiche proporzionaliste, spartitorie a favore della chiarezza e della trasparenza: in altre parole una nuova politica per un nuovo sistema politico.
A ottobre 2009 il popolo delle primarie (forse tre milioni votanti) ci consegna un PD fatto d’iscritti, (Bersani è stato molto chiaro sulla necessità di tornare al potere di scelta da parte degli iscritti) con una chiara identità di organizzazione, un PD che, consapevole che non sarà mai maggioranza, punta in modo deciso alla ricerca di alleanze per arrivare al governo del paese; un PD che, dentro un sistema politico bipolare riconosce, comunque, l’articolazione politica presente nel nostro paese che una legge elettorale di tipo proporzionale può consentire al centro sinistra di trovare la forza per battere le destre. Certo, Bersani ha sostenuto che le primarie, pur in quadro di questo tipo, vanno mantenute per le candidature monocratiche che, però, dovranno essere di coalizione, ma non ha mai spiegato come conciliare le primarie con la necessità di dare rappresentanza anche agli altri partiti della coalizione.
Da ultimo il congresso ci consegna un PD che, da un lato, riprende il percorso dell’Ulivo e, dall’altro, un partito che si fa casa comune di tutti i riformismi: quello di tradizione socialista, quello dell’ecologismo verde, quello del cattolicesimo popolare.
Nulla di nuovo sotto il sole. Anzi, come nel gioco dell’oca, siamo tornati alla casella del 1998. quando il PDS, sotto la direzione di D’Alema (sempre lui!), si trasformò nei DS per portare a conclusione il processo della Cosa 2, cioè l’unione nei DS dei vari riformismi. Dunque un partito che torna all’origine, quasi che gli anni e la storia non fossero passati.
Il popolo delle primarie ha scelto in modo deciso. Le proposte di modernità di Marino sono riuscite a superare gli ostacoli statutari, ma il risultato non è sufficiente per guardare al futuro con ottimismo.
Il popolo delle primarie si è affidato a una leadership rassicurante, che ha fatto intravvedere la possibilità di rimettere in gioco prassi politiche e idee che un tempo lontano furuno vincenti. Nessun spazio per il “coraggio” dell’innovsazione, nessuna possibilità per un “nuovo” personale politico che non sia “sperimentabile perché già sperimentato”. Ecco, questo slogan vincente di Bersani dice quanto il paese sia scivolato sul piano inclinato del declino. Un paese che ha paura. Una base elettorale di un partito progressista che ha paura. Paura di vedere messi in discussione le certezze a cui siamo aggrappati. Modernità, merito, riforma del welfare, partito contendibile sono i punti forti della mozione Marino ma sono anche obiettivi che se realizzati costringerebbero quella stessa base a uscire dal recinto protettivo di una società bloccata.
Dunque quello stretto varco in cui abbiamo tentato di infilarci ha finito per strittolarci. Abbiamo raccolto un risicato 12% di consensi e ora il PD è profondamente diverso da quello che avevamo immaginato. Siamo tornati indietro. A nulla sono valse le battaglie fatte in questo decennio. A lungo si è discusso sul dualismo tra società civile e politica, sulla presunta arretratezza della politica rispetto ad una società civile più virtuosa: nulla di più sbagliato.
E alla fine arrivò il 26 Ottobre, il day after del cammino congressuale del PD. Circatre milioni di votanti, che sono sempre una buona notizia in un Paese dove la partecipazione attiva è scoraggiata e dove la democrazia interna ai partiti è ridotta al minimo. E dove si dava per spacciato un progetto nel quale, invece, molte persone continuano a credere.
Ma mi perdonerete se i commenti positivi si fermano qui e non mi unisco al coro unanime e persino un po' ipocrita che alberga in queste ore all'interno dei democrats (mmm... troppo "americano" come termine per il "nuovo corso" bersaniano?), dopo essersele giustamente date di santa ragione fino al giorno prima nel marcare le reciproche differenze. Come saprete non sono stato un sostenitore di Bersani, anzi, e quindi almeno per me con il voto di ieri si aprono molti dubbi sul futuro del Partito che ho sostenuto fin dalla sua nascita. E di certo non sono l'unico.
C'è tutta una serie di elettori del PD, infatti, che si sono avvicinati a questo progetto con entusiasmo, al momento della sua nascita e durante la campagna elettorale del 2008. Scegliendo magari per la prima volta nella vita di impegnarsi attivamente per il progetto, perchè si pensava di poter finalmente lavorare per un Partito che rappresentasse una novità rispetto ai precedenti quattordici anni di un centrosinistra e soprattutto di suoi dirigenti che con le loro scelte, non-scelte e divisioni avevano depresso il morale dei loro elettori. Cos'è successo dopo, lo sappiamo tutti, ma per questi elettori comunque le segreterie Veltroni e Franceschini, con tutti i loro difetti,hanno rappresentato qualcosa in cui rispecchiarsi almeno nelle chiacchiere, se non nei fatti (dove comunque qualcosa di innovativo è stato fatto, eccome). Ora, invece, queste persone temono di perdere anche la possibilità di poter credere nelle chiacchiere, perchè potrebbero mancare anche quelle nella segreteria Bersani.
In questo cammino congressuale, infatti, benchè ci sia stata molta più attenzione sugli schieramenti di nomi e nomenclature che sui contenuti, qualcosa è stato detto, anche dalla mozione Bersani, nonostante le sue vaghezze e contraddizioni. Nel "nuovo vecchio corso" le Primarie continueranno ad essere utilizzate nelle scelte che si sono sempre fatto al chiuso delle segreterie dei partiti, o comunque nella forma più controllabile delle tessere? Casi come quelli di Villari continueranno ad essere puniti o verranno ridimensionati in nome del dialogo istituzionale? Il pizzino di Latorre sarà uno sbaglio irripetibile o casi del genere continueranno ad essere ignorati, in nome dell'antidipietrismo? La pulizia nel partito e il contrasto al clientelismo e ai capibastone saranno una priorità oppure si sarà meno inflessibili per non fare troppo i moralisti? Il conflitto d'interessi, le vicende giudiziarie e tutti i problemi connessi al berlusconismo continueranno ad essere uno strumento di lotta politica o verranno ridimensionati in nome dell'anti-antiberlusconismo? Le alleanze fatte per vincere sostitueranno quelle per poter ben governare, poi se non si vince pazienza? Le classi dirigenti meridionali cambieranno o si continueranno a riciclare i Bassolino e i Loiero e a cercare le alleanze dei De Mita e dei Mastella perchè "portano voti"? Si cercherà di avere coraggio innovativo nella proposta politica o si continuerà ancora di più a farsi frenare dai vari poteri forti di questo Paese, siano essi grande imprenditoria, grande finanza, Vaticano o persino opinione pubblica contraria?
Come comprenderete, non sono cose di poco conto. Sono cose che fanno la differenza tra ciò che hanno sempre rappresentato i partiti di centrosinistra dal '94 in poi e ciò che negli ultimi due anni è stato prospettato (perlopiù a chiacchiere, ma comunque prospettato) dal PD. E per tanti elettori, dopo aver "assaggiato" questo tipo di PD, tornare all'antico potrebbe essere così demoralizzante da indurli a seguire quei quattro milioni di elettori che si sono già rifugiati non verso altri lidi, ma addirittura nell'astensionismo. Facendo fare al PD un po' la fine del PS francese che, dopo l'innovatorismo della Royal (Veltroni) ha avuto un ritorno all'antico della Aubry (Bersani) seguito dal disastro elettorale delle Europee (Regionali?). E, quel che è peggio, la demoralizzazione potrebbe in ogni caso portare in tanti a rinunciare alla politica attiva. Lasciando ancora più spazio a tutte le peggiori espressioni di questo partito che certo hanno temuto questa voglia di partecipare della gente, della "società civile" in questi due anni, e che se hanno in massa aderito alla mozione Bersani ci sarà un motivo.
Insomma, c'è un popolo di "democratici col dubbio", che temono di restare senza cittadinanza politica. A Bersani l'onere di farli sentire ancora a casa propria.
Stefano Cappellini su Il Riformista aveva pronosticato la scomparsa del popolo delle primarie. 3 milioni di persone lo hanno smentito.http://pdobama.wordpress.com/
Quel patrimonio di tre milioni
di Ilvo Diamanti, Repubblica -
A primarie concluse, la prima reazione è di sollievo. E' finita. Questa lunga, estenuante, complessa maratona congressuale. E al di là di valutazioni di merito, è finita bene.
Senza contraddizioni sostanziali fra il voto degli iscritti e quello degli elettori, alle (cosiddette) primarie. Senza bisogno di ricorrere al ballottaggio. Oggi, finalmente, il Pd ha un segretario, Pierluigi Bersani. Ma soprattutto ha scoperto che può ancora contare su una base enorme. Quasi tre milioni di elettori e simpatizzanti. Che domenica hanno partecipato alle primarie. Nonostante tutto. Molti, rientrati dall'esilio, per una volta ancora.
Bersani, con il 54% dei voti validi, ha distanziato gli altri due candidati. Che, pure, hanno riscosso un buon risultato. Franceschini ha raccolto un terzo dei voti. Marino ha ottenuto il 12%, il 4% in più rispetto al voto degli iscritti. Il dibattito congressuale non ha prodotto grandi emozioni. Identità chiare. Parole-chiave. Spendibili sul mercato politico, come slogan, dall'intero Pd. Tuttavia, alla fine, resta l'immagine di questa grande partecipazione. Un investimento sulla fiducia. Che sarebbe irresponsabile dissipare (ancora).
Sugli elettori delle primarie vorremmo proporre alcune considerazioni. Provvisorie, come i dati forniti dal Pd. (Ieri sera alle 18: poco più di 2 milioni, circa tre quarti del totale, incompleti soprattutto per il Sud).
1. La prima riguarda la partecipazione complessiva stimata dal Pd. Circa 2 milioni e 800 mila elettori - anche calcolando la presenza di giovani oltre i 16 anni e gli immigrati regolari - sono tanti. Circa il 35% degli elettori alle europee. Più di un elettore su tre. Nonostante la delusione verso un partito disorientato. Un'opposizione incerta. Una leadership indefinita.
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Le ragioni di una partecipazione così ampia sono diverse. (a) Anzitutto, per la prima volta, si è trattato di una competizione vera. Non era mai avvenuto prima. Nel 2005 le primarie erano servite a legittimare l'investitura dell'unico possibile candidato premier. Romano Prodi. Ma anche nel 2007 si sono trasformate in un plebiscito per Veltroni, visto che l'unico vero sfidante, Bersani stesso, dopo un primo momento, rinunciò. Stavolta, invece, i candidati si sono affrontati in modo serio e aspro. (b) Un secondo incentivo alla partecipazione è riconducibile alla lunga fase congressuale. Per alcuni versi, defatigante. Ha tuttavia costruito una rete di tifosi e sostenitori organizzata e diffusa in tutto il paese. (c) Il terzo motivo è che gli elettori di centrosinistra sono pronti a mobilitarsi, se si forniscono loro occasioni serie e ragionevoli ragioni. Come hanno fatto anche stavolta. Quasi per riflesso condizionato. Alcuni - più di quanti si pensi - per disperazione. Come estremo atto di fiducia. Per non lasciare nulla di intentato.
2. La seconda considerazione riguarda la distribuzione territoriale della partecipazione alle primarie. Il cui dato è condizionato dall'andamento dello spoglio, incompleto e lungo. Soprattutto in alcune aree. Calcolata sul voto alle europee dello scorso giugno, raggiunge il massimo nelle zone rosse e nel Nordest. La partecipazione appare rilevante anche al Sud (dove, tuttavia, lo spoglio procede a rilento). Mentre è più ridotta nel Nordovest e nelle regioni centromeridionali: Lazio, Abruzzo e Molise. Le regioni del Nord sono quelle dove la partecipazione alle primarie appare più ampia rispetto agli iscritti. Soprattutto il Nordest. Mentre la partecipazione nelle zone rosse è coerente con la media nazionale (superiore di circa due volte e mezza agli iscritti). Infine, è più bassa nel Centro-Sud e nel Sud e nelle Isole. Questi indici suggeriscono diversi tipi di orientamento politico. Nelle regioni del Nord, in particolare, sottolineano l'importanza del voto di opinione. Espresso da elettori disposti a sostenere il Pd, ma senza atti di fede. Nelle regioni rosse, invece, la partecipazione alle primarie si è appoggiata, anche in questa occasione, alle tradizionali reti di appartenenza partitica. Nel Sud e nel Centrosud, infine, sembrano aver pesato maggiormente i meccanismi del voto personale e delle lobbies localiste. Mentre la mobilitazione sollecitata da motivi di identità e d'opinione appare meno propulsiva che altrove.
3. La terza osservazione riguarda il voto ai candidati. La base elettorale più caratterizzata è certamente quella di Marino. Che ha ottenuto i livelli più elevati nelle regioni del Nord e nelle province metropolitane (sempre oltre il 15%). Bersani, il vincitore, ha raggiunto il 60% nelle regioni del Sud (oltre il 70% in Calabria) e delle Isole. Ma ha conseguito un buon risultato anche nel Nordovest e nelle zone rosse. Ha peraltro vinto in quasi tutte le regioni. Il che ne legittima ulteriormente il successo. Franceschini, infine, appare il più "trasversale", dal punto di vista della distribuzione territoriale dei consensi. In grado di intercettare circa un terzo dei voti dovunque.
Mancano, per ora, dati sulla composizione sociale e anagrafica degli elettori. Ci fidiamo dell'esperienza diretta - nostra e dei nostri "testimoni privilegiati". Raccontano di una base adulta e anziana, ma con un'ampia presenza femminile. I giovani si sono visti di meno. Ma abbiamo l'impressione che si tratti di un problema più ampio. Demografico oltre che culturale. Si vedono poco perché sono pochi.
Finita questa infinita maratona congressuale, il maggiore partito di opposizione potrà finalmente fare opposizione. Se ne sarà capace. Oggi ha un segretario, legittimato dal voto degli iscritti e degli elettori. Ma soprattutto: le primarie gli hanno restituito una base ampia. Milioni di persone. Vere. Pronte a uscire di casa e a cercare un seggio provvisorio, presidiato da militanti. Per votare. Dopo aver pagato una somma, per quanto piccola.
->Un'indicazione importante - sorprendente - al tempo della democrazia del pubblico. Dove è convinzione condivisa, anche nel centrosinistra, che lo spazio politico coincida con quello mediatico. In particolare con la televisione. La partecipazione alle primarie rammenta che la politica si può (vorremmo dire: si deve) fare anche sul territorio. Anche nella società. Per il PD, un'avvertenza utile. Forse l'ultima.
Non solo il terzo risultato, il terzo posto. Piuttosto, l’identificarsi di una voce «liberal» all’interno del voto del centrosinistra di domenica.
Supercittadina, giovane, professionale, nordica. Insomma, un voto tipico del settore della modernità. Non dissimile da quello che in Usa è chiamato urban radical, che anche in elezioni sfortunate come quelle del 2004 ha costituito la roccaforte del consenso democratico, e che nel 2008 è stata una delle basi su cui si è innestato il consenso a Obama. Né lontano da quello della classe media dei nuovi professionisti il cui protagonismo negli Anni Novanta decretò il primo successo di Tony Blair.
Sono, mi rendo conto, affermazioni un po’ audaci, e forse affrettate. Ma in questo caso scomodiamo i «sacri» nomi di Obama e Blair non per incoronare un nuovo leader, ma per cercare di trovare termini di paragone per capire nuove tendenze. E se qualcosa di nuovo è emerso nelle primarie, è proprio il voto per Marino, che non appare affatto come un voto residuale, cioè di chi è finito in coda alla lista dei contendenti, bensì un voto «terzo», come ben appare dalle analisi possibili già ieri sera, su 2 milioni e poco più di schede scrutinate, pari a 7176 sezioni su un totale di circa diecimila.
Bersani ha avuto 1.081.532 preferenze, Franceschini tocca quota 697.759 (34,4%), Marino arriva a 249.784 voti (12,3%). Le schede bianche e nulle sono state 33.807 (1,6%). Bersani supera il 50% in tutte le regioni tranne Friuli, Toscana, Lazio, Sicilia e Valle d’Aosta. In nessuna, comunque, Franceschini risulta vincitore. Solo in Puglia supera di poco il 40%. La lista Marino che poi, forse, alla fine dello spoglio si assesterà - dicono gli analisti - intorno all’11 per cento nazionale, non solo ottiene più del previsto, ma in alcuni luoghi fa dei veri e propri exploit , quali il 16,55% in Liguria, il 17,88 in Piemonte e il 18,28 in Lazio.
La localizzazione, cioè il dove si è aggregato, è la prima chiave di identità di questo voto. Su «Termometropolitico.it», un sito molto stimato fatto da giovani studiosi di trend elettorali, era possibile ieri guardare sia in numeri che in immagini l’Italia che esce dalle primarie. A differenza degli altri due candidati il cui voto è molto più a macchia di leopardo (in particolare questo vale per Franceschini), il consenso dato a Marino va dal Nord al Sud in perfetta discesa. Insieme alle citate Piemonte e Liguria, il Trentino dà a Marino il 14,52%, il Veneto il 16,78, la Val d’Aosta il 16,80, la Lombardia il 15,74, la Toscana il 13,11% e il Lazio il 18,28 per cento. Da lì il consenso a Marino va giù seguendo la curva del Sud - toccando in Campania il 5,30, in Calabria il 4,30, in Puglia il 7,62. Alcuni di questi risultati al Sud si spiegano con la solidità con cui (nel bene e nel male) gli ex Ds o ex popolari ancora oggi fanno blocco nelle regioni del Sud. Ma non è del tutto vero: se si guarda ad esempio alle città, si vede come Bersani e Marino convivono perfettamente.
Ad esempio proprio a Milano, a Roma, e a Torino, il voto di Bersani che è ampio in tutte le periferie industriali delle città, tende poi a cedere spazio al voto di Marino mano mano che ci si avvicina ai centri storici.
Questo intreccio si ritrova ben rispecchiato nella disamina del voto sulla base dell’età. Scrive «Termometropolitico.it»: «Marino raggiunge o sfiora il 20% tra i giovanissimi, cioè dai 16 ai 24, per poi diminuire fino al 10 per cento scarso ottenuto tra gli elettori di mezza età e gli anziani. Franceschini è forte nell’elettorato giovanile ma debole nelle fasce centrali, per poi risalire leggermente tra gli ultra 65enni. Viceversa, Bersani soffre tra i votanti sotto i 25 anni, dove è scavalcato da Franceschini, e tocca il suo massimo tra i 45 e i 64 anni, cioè una fascia molto rappresentativa per l’elettorato democratico medio; una sua leggera flessione, invece, si registra nei più anziani».
Mettendo insieme tutti questi dati, è dunque evidente che quello di Marino è un elettorato molto diverso da quello che si raccoglie attorno a Bersani, e al quale dunque non sembra aver sottratto granché di consenso. Molte invece le sovrapposizioni, più o meno marginali, con la base di Franceschini, come abbiamo visto nella città e fra i giovanissimi.
Se la piattaforma dei due può spiegare il risultato finale, è evidente che la competizione che è avvenuta fra i due si è giocata sul ricambio, vigorosamente sostenuto da entrambi, e sui temi della laicità, sui quali invece i due si sono distanziati nettamente. Dovendo indicare lo spartiacque fra loro, possiamo con sicurezza indicarlo nel testamento biologico. Uno dei più controversi temi dei mesi recenti, di cui uno, Marino, è diventato il campione, e su cui l’altro, Franceschini, si è trovato a fare il mediatore fra le varie anime cattoliche.
Nel corso delle primarie, l’identità «laica» di Marino si è accentuata con lo scorrere della cronaca. Dalle unioni civili, all’adozione da parte dei single, fino alla battaglia contro l’omofobia, la sua si è definita come la più netta delle posizioni fra le tre in campo, sui temi dei diritti individuali.
Non pare dunque sbagliato dire che la mozione Marino ha aggregato il mondo delle identità e dell’intellighentia giovanile, femminile, urbana. Un mondo «liberal», come si diceva, che pur già essendo dentro il Pd non ha mai visto ben riflesso il proprio atteggiamento nelle tradizioni ex Ds e ex Popolari che vi sono rappresentate.
Non sappiamo - perché non ci sono gli strumenti di analisi - se questo voto ha allargato o no i confini della partecipazione, come sostengono i mariniani. E’ però credibile dire che questo consenso porta dentro il Pd un nuovo pezzo di piattaforma politica quale finora non era mai così distintamente emersa.
Se volete, vi dico che sono contento per la grande folla delle primarie: un esercizio di democrazia che gli altri partiti nemmeno si sognano, eccetera eccetera. Se volete, vi aggiungo che Pierluigi Bersani è un’ottima persona, una delle migliori in giro, e che gli lascerei i miei bambini per una settimana o due, senza paura che me li mangi. Infine, potrei scrivere una quarantina di righe (o anche di più) in equilibrio, girando intorno al concetto che il partito ha dimostrato di essere plurale, di avere più anime, e che la vittoria di una non significherà necessariamente la morte delle altre. Potrei cavarmela dignitosamente, insomma, senza dire mezza-bugia-mezza e tenendomi buoni i vincitori, perché nella vita non si sa mai. Invece no, io sono triste, che non so come si dica in politichese ma in italiano si dice triste, per lo stesso motivo per cui tutti gli altri partiti stanno facendo festa: dal Pdl all’Udc, dalla Lega all’Idv, dall’Mpa ai resti della sinistra radicale, la giostra dei commenti è monocorde. Non ce n’è uno che dica: peccato, il Pd ha perso un’occasione d’oro. No, parlano tutti di identità – la dichiarazione più diabolica è quella di Cossiga, che augura a Bersani di ricostruire “un grande partito socialista, che sani le fratture delle scissioni di Firenze e poi del partito di Rifondazione comunista, dei Comunisti italiani e della stessa sinistra radicale, un partito che a pieno titolo faccia parte del Partito Socialista Europeo” – e non vedono l’ora che il Partito democratico ritorni, per dirla con gli slogan di chi ha vinto, “in mani sicure”. Perché è lì, nelle mani di papà, che si sta più al caldo. Perché è lì, nelle mani di papà, che non ti vengono strani grilli per la testa, tipo quello di unire le forze riformiste senza trattini e di semplificare il panorama politico italiano, spingendolo verso un bipolarismo dell’alternanza. Forse può capirmi solo chi ha fatto il progetto Erasmus, come me, o chi ha passato un paio d’anni fuori di casa per altri motivi: quando torni, le stesse mani di papà – che prima, nonostante tutto, ti davano certezze – oggi ti sembrano un abbraccio mortale. Perché nel frattempo, tra uno sbaglio e l’altro, sei diventato uomo, o almeno ci hai provato.http://andreasarubbi.wordpress.com/2009/10/26/bersani-segretario-pd-centro-sinistra-dalema/#comments
La sfida delle primarie si è svolta sull'asse innovazione contro conservazione ,con la vittoria della bocciofila, esattamente come la sfida delle politiche si era svolta sulla stessa asse. La proposta di Marino è stata troppo innovativa per un elettorato impaurito così come la proposta di Veltroni conteneva troppa innovazione rispetto alla proposta di Berlusconi .Il paradosso è che domani la proposta di D'alema ,ehmm, Bersani, sarà sempre troppo avanzata rispetto al nano e troppo conservativa rispetto alle innovazioni ,manifeste ed in incubazione , necessarie ed ormai ,anche se ancora minoritarie, presenti nel campo del centrosinistra ,con il risultato di perdere voti a destra e a manca. http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/10/26/conservazione_versus_innovazio.html
Mi chiedo: ma perché non abbiamo utilizzato le primarie di ieri per scegliere anche il candidato del Pd alla presidenza della Regione Lombardia? Troppo facile, vero, coinvolgere gli elettori quando erano già coinvolti e informati? Troppo facile, vero, seguire il consiglio di chi lo sostiene da luglio e che ora registra che in Lombardia ci sia una grande richiesta di politica, a sinistra? Peccato, speriamo sia l'ultima delle nostre occasioni perdute.http://www.civati.splinder.com/
Oltre al documento di identità ed ai 2 euro, ricordatevi di portare con voi anche la tessera elettorale, perché pare che serva anche quella: un ulteriore piccolo inciampo in quell’autentico percorso di guerra che è stato il regolamento per eleggere il nuovo segretario del PD, all’insegna del “primarie sì, ma senza esagerare e senza rischio di scossoni”.
Ma soprattutto portate con voi il malessere che avete avvertito nei confronti del degrado che ci circonda nella politica, nella società, nella vita di tutti i giorni.
Portatevi intatta l’insoddisfazione maturata nel tempo per come è stato gestito, finora, il principale partito di opposizione.
Portatevi dentro, ben stampato nella memoria, il chi, il dove, il come e il quando che – al di là delle belle parole spese nelle ultime tornate congressuali e televisive – vi ha procurato le più cocenti delusioni, quelle che vengono da chi ci si aspetterebbe che fosse parte del nostro essere e, invece, …
E regolatevi quindi di conseguenza, portandovi anche i figli, i genitori, il nonno e anche la zia, ed andando ad ingrossare l’onda di coloro che già sostengono il candidato che non ci doveva essere, l’intruso (secondo Scalfari): Ignazio Marino.
Fino a farla diventare un’onda anomala, in grado di travolgere gli equilibri decisi a tavolino, di ridurre al rango di comparse i protagonisti degli ultimi 20 anni, di portare alla ribalta una nuova generazione.
Se le primarie non serviranno a questo, a cosa serviranno?
A fare da coreografia all’incoronazione plebiscitaria dell’erede designato di Veltroni?
No, grazie: per questo abbiamo già dato.
Adesso è ora di cambiare davvero.
Ci siamo, domenica si vota.
Oltre al documento di identità ed ai 2 euro, ricordatevi di portare con voi anche la tessera elettorale, perché pare che serva anche quella: un ulteriore piccolo inciampo in quell’autentico percorso di guerra che è stato il regolamento per eleggere il nuovo segretario del PD, all’insegna del “primarie sì, ma senza esagerare e senza rischio di scossoni”.
Ma soprattutto portate con voi il malessere che avete avvertito nei confronti del degrado che ci circonda nella politica, nella società, nella vita di tutti i giorni.
Portatevi intatta l’insoddisfazione maturata nel tempo per come è stato gestito, finora, il principale partito di opposizione.
Portatevi dentro, ben stampato nella memoria, il chi, il dove, il come e il quando che – al di là delle belle parole spese nelle ultime tornate congressuali e televisive – vi ha procurato le più cocenti delusioni, quelle che vengono da chi ci si aspetterebbe che fosse parte del nostro essere e, invece, …
E regolatevi quindi di conseguenza, portandovi anche i figli, i genitori, il nonno e anche la zia, ed andando ad ingrossare l’onda di coloro che già sostengono il candidato che non ci doveva essere, l’intruso (secondo Scalfari): Ignazio Marino.
Fino a farla diventare un’onda anomala, in grado di travolgere gli equilibri decisi a tavolino, di ridurre al rango di comparse i protagonisti degli ultimi 20 anni, di portare alla ribalta una nuova generazione.
Se le primarie non serviranno a questo, a cosa serviranno?
A fare da coreografia all’incoronazione plebiscitaria dell’erede designato di Veltroni?
No, grazie: per questo abbiamo già dato.
Adesso è ora di cambiare davvero.http://www.imille.org/2009/10/londa-anomala/#more-3135
Leggo dal sito ecoalfabeta un interessante raffronto fra le politiche ambientali dei tre candidati che si contendono le primarie del PD: Franceschini, Bersani, Marino. Il tema è interessante poiché, a dispetto di quanto si potrebbe pensare (visto l'andazzo del passato), forse per la prima volta nel partito si fanno davvero delle primarie vere, e le differenze fra i tre candidati si sentono eccome!
Allego la tabella di riepilogo:
Franceschini
Bersani
Marino
Nucleare
NO chiaro
non ne parla
NO chiaro
Energie rinnovabili
ne parla in generale
ne parla in generale
ne parla in dettaglio (1)
Mobilità sostenibile
la definisce meno soffocata dal trasporto su strada
ne parla senza spiegare cosa sia (2)
la definisce passaggio dalla gomma al ferro
Consumo di territorio
NO chiaro
non ne parla
NO sfumato
Sostenibilità
Compare 4 volte
Compare 5 volte, tra cui crescita sostenibile (3)
Compare 7 volte
Inceneritori
non ne parla
non ne parla (4)
parla di ridurre al massimo la parte residua da incenerire
Rifiuti
sistemi moderni di smaltimento
non ne parla
riusare, riciclare, obiettivo rifiuti zero
Reati ambientali
Inserire nel codice penale
non ne parla
non ne parla
La mia personale opinione è che Ignazio Marino vinca a mani basse dal punto di vista del solo programma ambientale.
Sembra l'unico che capisce la maggiore sostenibilità del trasporto su rotaia, che si espone sul dilemma degli inceneritori, che ha in mente l'obiettivo rifiuti zero, che parla del KiteGen e di energie alternative rinnovabili destinate a sostituire gradualmente il petrolio, che ha quindi in ultima analisi una qualche visionedell'enorme problema dato dalla riduzione della disponibilità di risorse naturali che ci aspetta nell'immediato futuro. E' quindi nel complesso Marino molto bene informato e meritevole di attenzione.
Legenda tabella:
(1) Marino è l'unico che parla di eolico di alta quota (cioè il KiteGen) solare a concentrazione, biomasse e geotermico di terza generazione.
(2) A ben guardare, si parla di cura del ferro per le città, senza virgolette e senza però spiegare cosa sia. Sarebbe la diffusione del tram su rotaie di ferro. Non si poteva essere un po' più espliciti? E fuori città?
(3) Il filosofo Bersani non si preoccupa dell'ossimoro "crescita sostenibile, anzi, ci regala questa perla: «Non crediamo che sviluppo e ambiente siano fra loro alternativi: al contrario, l’ambiente è una risorsa essenziale per la crescita sostenibile, per l’innovazione e il ripensamento dei modelli di consumo.»
(4) Non ne parla, ma è noto che da ministro ha avuto un discutibile atteggiamento repressivo nei confronti dll'ordine dei medici dell'Emilia Romagna che ha denunciato i pericoli per la salute dati dagli inceneritori.http://mizcesena.blogspot.com/2009/10/le-primarie-del-pd-e-la-questione.html
sono incerta se votare alle primarie del Pd; da un parte li detesto per quel che hanno fatto e soprattutto per quel che non hanno fatto in tutti questi anni, li considero corresponsabili dell’attuale sfascio; dall’altra so che è l’unico partito un po’ organizzato di (almeno formale) opposizione. Tolto quello, che rimane? Decido domani. Tu che dici?
Alessia
Risposta
Cara Alessia
sono incerto anch’io, più o meno per le tue stesse motivazioni. Il Pd non merita il nostro voto eppure oggi ci tocca essere più responsabili di certi piccoli oligarchi che da mesi non fanno più politica, presi come sono dalla loro vera priorità: il controllo del partito. Inoltre, quando c’è la possibilità di esprimere una pur minima scelta è sempre meglio utilizzarla, se non altro per dare un segnale (brogli permettendo), anche se i giochi sembrano fatti: sostenuto dal corpaccione clientelare e affaristico del partito (vedi la gestione delle tessere, in particolare al sud) vincerà Bersani e dunque D’alema, cioé un personaggio che - come ripetiamo sempre - dovrebbe essere definitivamente fuori scena dopo quindici anni di compromessi e sconfitte. Insomma, probabilmente andrò al seggio e voterò per Ignazio Marino. http://www.pieroricca.org/
Che Pierlugi Bersani tenda ad apparire piuttosto (troppo) moderato nei confronti della Lega, già lo sapevamo. Che addirittura arrivi ad ipotizzare, con la Lega, futuri accordi ed alleanze (qualora il Carroccio dovesse ripulirsi, per incanto, da certa retorica e da certi proponimenti), già sapevamo –ahinoi- anche questo (vista da sinistra, una Lega passata per l’Arno potrebbe al massimo ambire ad una piena legittimità politica, continuando, però, a rappresentare un’opposta visione del mondo, da contestare nei suoi stessi fondamenti). Ma che Pierluigi Bersani sia in passato andato "a mangiare e a bere" ad alcune feste della Lega Nord, ecco, questo è davvero troppo:
(clicca per ascoltare un estratto di Radio Padania)
Chissà chi era il comiziante di turno mentre il Nostro banchettava con le gagliarde camicie verdi: Borghezio, che inveiva contro le "palandrane islamiche del cazzo"? O forse Gentilini, che chiamava tutti a raccolta per andare a distruggere le moschee? Oppure Matteo Salvini, che più sottilmente dissertava su come sia "più facile scacciare i topi che non i rom"?
Il Partito democratico ha bisogno di saper dire di no alla Lega in maniera netta, senza se e senza ma. Il Partito democratico non ha bisogno di Pierluigi Bersani segretario.
1. «Perchè non sono del Pd». Neanch’io, anzi alle europee ho votato altrove. Ma se vogliamo mandare a casa la cricca del Cavaliere, serve anche un forte partito d’opposizione come il Pd. E andare a votare alle primarie – scegliendo uno dei tre candidati o al limite lasciando la scheda bianca – è un modo per dire al premier che un forte partito d’opposizione in questo paese esiste, è forte ed è radicato (o sta radicandosi).
2. «Perché il Pd fa schifo». Giudizio drastico, ma diffuso tra quelli che vorrebbero un partito vero e non un ectoplasma. Tuttavia un basso numero di votanti alle primarie lo renderebbe ancora più ectoplasmatico e debole, mentre un successo delle stesse sarebbe una discreta iniezione di vitamine (trattandosi di un neonato malaticcio, ne ha parecchio bisogno) e, allo stesso tempo, il segno di un controllo da vicino da parte dell’elettorato. Statene certi, con pochi votanti alle primarie il Pd farebbe ancora più schifo, e i suoi apparati ne farebbero carne di porco.
3. «Perché è meglio Di Pietro». Parere lecito, ma l’Idv da sola non costituirà mai un’alternativa a Berlusconi: che si può immaginare invece solo con un Pd robusto. E la futura robustezza di un’alleanza alternativa a Berlusconi dipende anche da quanta gente andrà a votare alle primarie del Pd (sotto la stessa voce: «Perché è meglio Grillo», «perché è meglio Ferrero» etc).
4. «Perché tanto non serve a niente». Può darsi, ma allora rinunciamo a tutto, però: anche a sperare di consegnare ai nostri figli un’Italia migliore dell’autocrazia peronista del Cav. Insomma, d’accordo, non è detto che serva a qualcosa, ma nella vita bisogna sempre provarci, sennò si è morti dentro.
5. «Perché non mi piace nessuno dei tre candidati». Anch’io penso che tutti e tre abbiano dei difetti. Ma penso anche che uno qualunque dei tre a Palazzo Chigi andrebbe meglio di Berlusconi. E, visto che difficilmente a Palazzo Chigi posso mandare il mio avatar e dato che il Pd è invece la maggiore forza d’opposizione, spero che uno dei tre (o un altro del Pd) mandi a casa il Cavaliere.
6 . «Perché sono tutti stronzi (quelli del Pd)». Dissento, ci sono stronzi e non stronzi, come in tutte o quasi le organizzazioni. Credo che quindi si possa individuare quello che ci pare meno stronzo e votarlo. Se poi tutti e tre ci sembrano invotabili, ricordiamoci che probabilmente è il Pd nel suo complesso a essere meno stronzo del Pdl, e quindi andiamo lo stesso ai seggi.
7. «Perché il Pd non dà alcun fastidio a Berlusconi». In effetti, finora, il Pd non ha dato granché fastidio a Berlusconi. Ma secondo voi domenica sera Berlusconi è più contento se vanno a votare alle primarie 300 mila cittadini o se ci andiamo in tre milioni? Dopodichè, chiunque venga eletto, gli si starà con il fiato sul collo perché non ripeta le penose esperienze del passato.
8. «Perché tanto vince D’Alema che è un inciucione, e queste primarie sono una farsa». Intanto non è detto, ci sono due candidati che sfidano quello di D’Alema. Dopodiché, anche se vincesse Bersani, tanto maggiore sarà il risultato degli altri due candidati tanto più difficile sarà per D’Alema ritentare vecchi inciuci. Quanto alla farsa, no, non è vero: il Pd è l’unico partito in Italia che fa scegliere il suo leader agli elettori: quindi far vedere che tanta gente partecipa è uno monito a non seppellire questo grande strumento democratico ed è un modello per gli altri partiti – non solo di destra – che col cazzo che aprono democraticamente alle primarie.
9. «Perché il Pd non ha fatto la legge sul conflitto d’interesse». Vero, ma non è che se il Pd domani non c’è più – o è ridotto all’osso – qualcun altro la farà. Inoltre, a forza di rompergli le scatole, tutti e tre i candidati del Pd hanno messo il conflitto d’interessi nelle loro intenzioni: poi bisognerà stargli dietro, se mai tornassero al governo, perché la facciano davvero.
10. Perché quelli del Pd sono deboli e assenteisti. Vero, molto vero. Deboli lo sono stati dalla nascita, con l’infausta politica del “dialogo” con il Cavaliere. Assenteisti lo sono stati spesso, e in questo blog non si è mancato di farlo notare. Ma credo che non partecipare al maggior evento democratico del maggior partito d’opposizione significhi indebolire ancora di più l’opposizione, oltre che far sentire il Pd meno controllato dal suo elettorato. E poi potremo stimolarlo, frustarlo e incazzarci con il Pd solo se diamo l’impressione di esserci, come base.
Se scompariamo tutti, è finita, e il Cavaliere brinda.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/10/22/perche-non-voterai-alle-primarie/#comments
Questo articolo è uscito su “Vanity Fair”.
Voterò anch’io, domenica 25 ottobre 2009, alle primarie del Partito Democratico. E mi auguro che siano tanti i cittadini italiani che lo faranno, contraddicendo così un’altra volta i pronostici scettici della vigilia. Non dimentico che in passato gli osservatori sottovalutavano la possibilità di “elezioni inventate” con milioni di persone coinvolte. Un fenomeno di cittadinanza attiva che ora viene studiato con interesse nel resto d’Europa.
A favore di una vasta partecipazione alle elezioni primarie del 2009 gioca il fatto che la competizione fra il favorito Pierluigi Bersani e l’inseguitore Dario Franceschini (con Ignazio Marino nel ruolo di terzo incomodo) rimane ancora aperta. L’esito non è scontato come nelle primarie del 2005 (Prodi) e del 2007 (Veltroni).
Gioca invece a sfavore di una vasta partecipazione alle primarie del 2009 la diffusa sensazione che il Pd non rappresenti un’alternativa immediata alla destra che governa l’Italia. Se anche Berlusconi dovesse inciampare anzitempo nelle sue difficoltà, è improbabile che sia destinato a Palazzo Chigi il vincitore del 25 ottobre democratico. Perché l’Italia rimarrebbe comunque a destra. Certo, non è indifferente sapere se a destra con Gianni Letta, Giulio Tremonti o Gianfranco Fini. Ma comunque sempre in un orizzonte conservatore.
Questa percezione di una destra vincente come dato culturale ineluttabile, connaturato al popolo italiano, è anche il risultato di una precisa scelta di marketing. La propaganda governativa insiste ossessivamente sull’equazione: sinistra=faziosità.
Poco importa che negli ultimi quindici anni abbia governato più la destra che la sinistra. Tutto ciò che non va è “di sinistra”. Compresi i giudici, le banche che parlano inglese, la Corte Costituzionale e il “Corriere della Sera”.
Mi domando se tale insistenza non provocherà un giramento di scatole tra gli elettori del Partito Democratico. Bene o male, demoralizzati e pure in calo, nel giugno scorso furono pur sempre 8 milioni di persone, mica bazzecole. Puta caso che un quarto di costoro decidesse di manifestare il suo scontento recandosi ai seggi delle primarie, magari accompagnati da altri “sinistri” elettori di Di Pietro o dei vari partitini comunisti, ma comunque vogliosi di dare un segnale antiberlusconiano. Se ciò accadesse, scopriremmo di nuovo l’acqua calda: cioè l’esistenza di una vasta porzione di cittadinanza che avverte un deficit di democrazia partecipativa e desidera essere consultata. Tanto più da un partito che anche nel nome si pretende democratico. Un partito che ha teorizzato perfino di assegnare la sua sovranità al cittadino elettore. Roba forte, più facile a dirsi che a farsi. Tanto è vero che i vecchi notabili del Pd, da Massimo D’Alema a Franco Marini, sopravvissuti a numerose sconfitte, continuano a vivere le primarie come un fastidio e restano convinti che il leader del partito debba essere scelto dagli iscritti (pazienza se ci sono un mucchio di tessere fasulle).
La mia speranza che domenica 25 ottobre andiamo a votare in tanti si fonda sulla convinzione che non vi siano contenitori politici più adatti del Partito Democratico ove possa collocarsi una specie tutt’altro che in via d’estinzione: gli italiani aspiranti a un governo di sinistra. Ma soprattutto credo che in un paese sempre più viziato dall’autoritarismo, dove tutto ci cala in testa dall’alto, partecipare a delle “vere” elezioni primarie per scegliere un segretario di partito rappresenti un vero esercizio di democrazia. http://www.gadlerner.it/2009/10/21/perche-e-giusto-votare-alle-primarie-pd.html
Questo blog esce dal letargo per qualche commento sulle primarie del PD. Comincio col dire che, a parte un quantitativamente modesto sostegno alla mozione Marino, ho seguito la campagna poco e di traverso, tra mille altre cose. Sono impressioni soprattutto, più che una ponderata analisi, che svolgo nell’ordine dei candidati.
Bersani è il candidato dell’apparato e del radicamento. La mia formazione politica è stata tutta nei territori e nell’apparato, quindi lungi da me usare queste parole in senso dispregiativo. Ciò che la candidatura di Bersani ha fatto emergere in maniera chiara è la fallacia di uno dei luoghi comuni più abusati a partire dalla fine degli anni ottanta, quello dello “scollamento della politica (o della sinistra, a piacere) dalla gente.” La candidatura Bersani dimostra che non è vero, che in una parte consistente del paese non c’è affatto lo scollamento. In Toscana, in Emilia, nelle Marche, in Campania, in Calabria, in Puglia, il centrosinistra è incollatissimo al territorio, e non si può liquidare questo fatto come semplice adesione ai modelli culturali che si trovano – diversissimi – nelle regioni citate. Si tratta della convinzione che la politica deve avere come primo punto di riferimento l’onda della società, là dove si trova la società nel presente. In parte, è politica come amministrazione, ottima o pessima amministrazione a seconda del capitale umano a disposizione. Ma è anche una profonda consapevolezza della stabilità dei sistemi sociali, che non sono solo sistemi di potere, ma in essi si coagulano. Nella sua verisone migliore, questo argomento suggerisce che il cambiamento deve avvenire senza scosse eccessive, perchè altrimenti risulta evanescente. Nella versione peggiore, questo argomento impedisce in nuce qualsiasi cambiamento. Bersani incarna la parte migliore, naturalmente. Il leader di un progetto non è un dettaglio, ma informa il progetto stesso. Bersani si propone senza slanci, dunque, ma con grande fermezza. A me ha colpito molto quando, dalle Iene, ha descritto uno dei suoi competitori come troppo ambizioso, più ambizioso di se stesso. La mia opinione è che l’eccesso di ambizione sia uno di quei difetti che diventano pregi se ad averli è un politico. Immaginate Sarkozy, Blair, Obama, Putin, o Berlusconi riconoscere che qualcun’altro sia più ambizioso di loro stessi? In fondo, l’ambizione quasi irrazionale era una delle caratteristiche personali che hanno alimentato il fascino pubblico sia di D’Alema che di Veltroni. Avere un leader non ambizioso, o ragionevolmente ambizioso, è una scelta di difesa, e Bersani stesso mi sembra consapevole di ciò quando, ad una domanda sul futuro, si è augurato che il prossimo Presidente del Consiglio sia il leader di una coalizione alternativa al centrodestra. Un leader, non sé medesimo.
La lettura di Franceschini come eterno vice di una stagione sconfitta, e quindi leader improbabile, è propagandistica e come tale va trattata. La candidatura di Franceschini senza dubbio è in continuità con il disegno politico che era stato espresso non solo da Veltroni, ma dalla nutrita schiera di politici e intellettuali che avevano contribuito a costruire la fondazione del PD, che, ricordiamolo, prese un 33 per cento che a tutti oggi pare utopistico. Nella campagna sta dimostrando una inaspettata grinta, una buonissima capacità comunicativa, ed anche la capacità di seguire disciplinatamente il suo staff, mentre troppo spesso in Italia lo staff passa il tempo a rattoppare buche aperte dal leader di turno. In questo è molto moderno, ed affianca alla sua modernità la solidità mista a spregiudicatezza degli esponenti di punta della sua mozione. La Serracchiani è stata criticata come esempio negativo di un rinnovamento simbolico ed evanescente, salvo che in Friuli non ha solo preso una caterva di voti tra gli elettori, ma anche nel corpo degli iscritti. La tensione alla modernità, e il modo in cui Franceschini affronta di petto temi controversi e decisivi, il rischio positivo nell’usare strumenti comunicativi con audacia, si scontra tuttavia con lo stesso limite che espresse Veltroni: manca la sostanza, e mancano i protagonisti. Nel momento in cui il rinnovamento è solo cooptato, se serve sempre il timbro di affidabilità di clan per rappresentare il nuovo, la cosiddetta vocazione maggioritaria diventa una chimera, oltre che una locuzione incomprensibile a tutte le persone in buona fede. Si tratta appunto di una locuzione roboante ma non impegnativa al tempo stesso, e quindi incapace di allargare il consenso di un partito. Significativo a questo proposito l’impegno di Franceschini, durante il confronto su Youdem, di selezionare “una parte” dei dirigenti di partito sulla base delle competenze e dei curriculum. Questo suggerisce che il modo in cui finora si è proceduto prescindeva completamente da competenze e curriculum, principalmente perchè, come dimostrò abbondantemente il caso Tinagli, delle competenze non si sapeva, veramente, cosa farne. La seconda cosa che suggerisce quella frase è una concezione astratta dell’importanza delle competenze e del merito, che non necessariamente sono la stessa cosa, e che non si possono applicare alla politica in maniera meccanica. Le competenze, come ogni caratteristica professionale positiva (impegno, dedizione, serietà, lealtà), dovrebbero entrare in politica in maniera naturale, trovando il contrappeso nel prezzo pagato da leader che le ignorassero a vantaggio della pura fedeltà al capo. Su questo punto nodale, nè Franceschini nè Bersani possono o vogliono dir niente. Anzi, la fretta con la quale erano disposti a cambiar le regole per l’elezione del segretario, con una telefonata a tre facilitata da Scalfari, spiega bene che la loro idea di uomini politici rimane slegata da qualsiasi responsabilità personale sui risultati, in linea con la tradizione italiana di cui sono espressione.
Marino è il terzo candidato, a cui è andato il mio modesto sostegno, mi auguro tuttavia che questo non sia sufficente ad offuscare le mie capacità critiche. Penso che la sua candidatura sia stata importante per aggiungere credibilità al partito democratico, per offrire un veicolo di partecipazione – che non fosse di sola testimonianza – a chi volesse partecipare. La sua mozione è stata la prima importante palestra in cui si sono misurate migliaia di persone che avevano voglia, appunto, di imparare come si fa a far politica: si tratta di uno straordinario investimento sul futuro, oltre che il frutto della necessità immediata per un buon risultato. Rispetto agli altri due candidati, le basi della campagna di Marino sono piuttosto eterogenee, legate sia a politici di lungo corso come Bettini e Meta, che alla nuova generazione dei Civati – giovani politici con l’ambizione di farcela con le loro gambe, senza padrinati pesanti, ma anche con ragionevolezza e serietà. Questa combinazione ha dato molto fiato alla candidatura, e ai temi che ha proposto: chiari, netti, radicali, molto più comprensibili del passato per strati della popolazione che il centrosinsitra fatica a conquistare: il nord, i giovani, le professioni moderne. La candidatura Marino ha avuto due limiti principali, uno strettamente politico, l’altro anche di impostazione comunicativa. Il primo è stato quello di non riuscire a dialogare in profondità con individui che sarebbero dovuti esser della partita, e questo sia per limiti di leadership, che a causa della tipica diffidenza italiana (e della sinistra) per persone nuove – ancorchè credibili. Il fatto che esista un movimento di non-allineati come Renzi, Chiamparino e Cacciari è soprattutto una sconfitta per Marino. Il secondo limite riguarda l’impostazione della campagna alla segreteria. Dopo il round nei circoli, si è aperta la partita sulle primarie che, verosimilmente, si può discostare significativamente dal risultato nei circoli, ma non ribaltarlo completamente. Marino ha limitato la parte “negativa” della sua campagna, di attacco agli altri candidati, e questo è stato sensato dato che il sistema italiano prevederà comunque un lavoro comune nei prossimi anni. Marino non poteva attaccare troppo, ma comunque è stato presentato dalla stampa come “terzo” uomo, non in corsa per una realistica vittoria, ma possibile ago della bilancia, ed ha finito per subire questa nomea e non controllarla più. In altre parole, il dominio del “voto utile” penso sarà ancora una caratteristica di queste primarie in cui molti non voteranno Marino proprio per le sue scarse possibilità di vittoria. L’obiettivo di “ago della bilancia”, invece, andava esplicitato. Sia per una questione di sostanza, che di trasparenza, e poteva esser fatto rafforzando sia la credibilità del candidato, che la forza del partito. In Italia esistono dei temi che sono rappresentati da una minoranza di persone, che non sono in pensione, che non sono parte di circoli consolidati, che spesso sono di generazioni più giovani e che, in larga misura, costituiscono l’ossatura del sistema produttivo e creativo del paese. La mozione Marino, nel veicolare questa idea di futuro nel PD, avrebbe potuto avere una maggiore ambizione egemonica. Dare a quelle idee una forza più che proporzionale rispetto agli attuali rapporti di forza politico sociali, poteva essere una missione esplicitata con maggior forza da Marino, il che avrebbe aumentato le sue potenzialità, ed anche accresciuto la sua statura di leader.
Nel complesso è difficile non scorgere complementarietà tra questi tre candidati, e non osservare ancora una volta come, a differenza del centrodestra, il centrosinistra ha una grande difficoltà a trovare una sintesi tra le differenze territoriali e sociali che compongono l’Italia. Il nostro è un pase nel quale la globalizzazione, con i sui effetti di frammentazione, è intervenuta in un sostrato già molto diviso. Senza una narrativa nazionale molto forte, unificante, è impossibile vincere le elezioni e diventare maggioranza. Allo stato dei fatti, sembra molto improbabile che tale narrativa possa venire dal Partito democratico che subisce le tante differenze dell’Italia, senza governarle.
Questo blog esce dal letargo per qualche commento sulle primarie del PD. Comincio col dire che, a parte un quantitativamente modesto sostegno alla mozione Marino, ho seguito la campagna poco e di traverso, tra mille altre cose. Sono impressioni soprattutto, più che una ponderata analisi, che svolgo nell’ordine dei candidati.
Bersani è il candidato dell’apparato e del radicamento. La mia formazione politica è stata tutta nei territori e nell’apparato, quindi lungi da me usare queste parole in senso dispregiativo. Ciò che la candidatura di Bersani ha fatto emergere in maniera chiara è la fallacia di uno dei luoghi comuni più abusati a partire dalla fine degli anni ottanta, quello dello “scollamento della politica (o della sinistra, a piacere) dalla gente.” La candidatura Bersani dimostra che non è vero, che in una parte consistente del paese non c’è affatto lo scollamento. In Toscana, in Emilia, nelle Marche, in Campania, in Calabria, in Puglia, il centrosinistra è incollatissimo al territorio, e non si può liquidare questo fatto come semplice adesione ai modelli culturali che si trovano – diversissimi – nelle regioni citate. Si tratta della convinzione che la politica deve avere come primo punto di riferimento l’onda della società, là dove si trova la società nel presente.
In parte, è politica come amministrazione, ottima o pessima amministrazione a seconda del capitale umano a disposizione. Ma è anche una profonda consapevolezza della stabilità dei sistemi sociali, che non sono solo sistemi di potere, ma in essi si coagulano. Nella sua verisone migliore, questo argomento suggerisce che il cambiamento deve avvenire senza scosse eccessive, perchè altrimenti risulta evanescente. Nella versione peggiore, questo argomento impedisce in nuce qualsiasi cambiamento. Bersani incarna la parte migliore, naturalmente. Il leader di un progetto non è un dettaglio, ma informa il progetto stesso. Bersani si propone senza slanci, dunque, ma con grande fermezza. A me ha colpito molto quando, dalle Iene, ha descritto uno dei suoi competitori come troppo ambizioso, più ambizioso di se stesso. La mia opinione è che l’eccesso di ambizione sia uno di quei difetti che diventano pregi se ad averli è un politico. Immaginate Sarkozy, Blair, Obama, Putin, o Berlusconi riconoscere che qualcun’altro sia più ambizioso di loro stessi? In fondo, l’ambizione quasi irrazionale era una delle caratteristiche personali che hanno alimentato il fascino pubblico sia di D’Alema che di Veltroni. Avere un leader non ambizioso, o ragionevolmente ambizioso, è una scelta di difesa, e Bersani stesso mi sembra consapevole di ciò quando, ad una domanda sul futuro, si è augurato che il prossimo Presidente del Consiglio sia il leader di una coalizione alternativa al centrodestra. Un leader, non sé medesimo.
La lettura di Franceschini come eterno vice di una stagione sconfitta, e quindi leader improbabile, è propagandistica e come tale va trattata. La candidatura di Franceschini senza dubbio è in continuità con il disegno politico che era stato espresso non solo da Veltroni, ma dalla nutrita schiera di politici e intellettuali che avevano contribuito a costruire la fondazione del PD, che, ricordiamolo, prese un 33 per cento che a tutti oggi pare utopistico. Nella campagna sta dimostrando una inaspettata grinta, una buonissima capacità comunicativa, ed anche la capacità di seguire disciplinatamente il suo staff, mentre troppo spesso in Italia lo staff passa il tempo a rattoppare buche aperte dal leader di turno. In questo è molto moderno, ed affianca alla sua modernità la solidità mista a spregiudicatezza degli esponenti di punta della sua mozione. La Serracchiani è stata criticata come esempio negativo di un rinnovamento simbolico ed evanescente, salvo che in Friuli non ha solo preso una caterva di voti tra gli elettori, ma anche nel corpo degli iscritti. La tensione alla modernità, e il modo in cui Franceschini affronta di petto temi controversi e decisivi, il rischio positivo nell’usare strumenti comunicativi con audacia, si scontra tuttavia con lo stesso limite che espresse Veltroni: manca la sostanza, e mancano i protagonisti. Nel momento in cui il rinnovamento è solo cooptato, se serve sempre il timbro di affidabilità di clan per rappresentare il nuovo, la cosiddetta vocazione maggioritaria diventa una chimera, oltre che una locuzione incomprensibile a tutte le persone in buona fede. Si tratta appunto di una locuzione roboante ma non impegnativa al tempo stesso, e quindi incapace di allargare il consenso di un partito. Significativo a questo proposito l’impegno di Franceschini, durante il confronto su Youdem, di selezionare “una parte” dei dirigenti di partito sulla base delle competenze e dei curriculum. Questo suggerisce che il modo in cui finora si è proceduto prescindeva completamente da competenze e curriculum, principalmente perchè, come dimostrò abbondantemente il caso Tinagli, delle competenze non si sapeva, veramente, cosa farne. La seconda cosa che suggerisce quella frase è una concezione astratta dell’importanza delle competenze e del merito, che non necessariamente sono la stessa cosa, e che non si possono applicare alla politica in maniera meccanica. Le competenze, come ogni caratteristica professionale positiva (impegno, dedizione, serietà, lealtà), dovrebbero entrare in politica in maniera naturale, trovando il contrappeso nel prezzo pagato da leader che le ignorassero a vantaggio della pura fedeltà al capo. Su questo punto nodale, nè Franceschini nè Bersani possono o vogliono dir niente. Anzi, la fretta con la quale erano disposti a cambiar le regole per l’elezione del segretario, con una telefonata a tre facilitata da Scalfari, spiega bene che la loro idea di uomini politici rimane slegata da qualsiasi responsabilità personale sui risultati, in linea con la tradizione italiana di cui sono espressione.
Marino è il terzo candidato, a cui è andato il mio modesto sostegno, mi auguro tuttavia che questo non sia sufficente ad offuscare le mie capacità critiche. Penso che la sua candidatura sia stata importante per aggiungere credibilità al partito democratico, per offrire un veicolo di partecipazione – che non fosse di sola testimonianza – a chi volesse partecipare. La sua mozione è stata la prima importante palestra in cui si sono misurate migliaia di persone che avevano voglia, appunto, di imparare come si fa a far politica: si tratta di uno straordinario investimento sul futuro, oltre che il frutto della necessità immediata per un buon risultato. Rispetto agli altri due candidati, le basi della campagna di Marino sono piuttosto eterogenee, legate sia a politici di lungo corso come Bettini e Meta, che alla nuova generazione dei Civati – giovani politici con l’ambizione di farcela con le loro gambe, senza padrinati pesanti, ma anche con ragionevolezza e serietà. Questa combinazione ha dato molto fiato alla candidatura, e ai temi che ha proposto: chiari, netti, radicali, molto più comprensibili del passato per strati della popolazione che il centrosinsitra fatica a conquistare: il nord, i giovani, le professioni moderne. La candidatura Marino ha avuto due limiti principali, uno strettamente politico, l’altro anche di impostazione comunicativa. Il primo è stato quello di non riuscire a dialogare in profondità con individui che sarebbero dovuti esser della partita, e questo sia per limiti di leadership, che a causa della tipica diffidenza italiana (e della sinistra) per persone nuove – ancorchè credibili. Il fatto che esista un movimento di non-allineati come Renzi, Chiamparino e Cacciari è soprattutto una sconfitta per Marino. Il secondo limite riguarda l’impostazione della campagna alla segreteria. Dopo il round nei circoli, si è aperta la partita sulle primarie che, verosimilmente, si può discostare significativamente dal risultato nei circoli, ma non ribaltarlo completamente. Marino ha limitato la parte “negativa” della sua campagna, di attacco agli altri candidati, e questo è stato sensato dato che il sistema italiano prevederà comunque un lavoro comune nei prossimi anni. Marino non poteva attaccare troppo, ma comunque è stato presentato dalla stampa come “terzo” uomo, non in corsa per una realistica vittoria, ma possibile ago della bilancia, ed ha finito per subire questa nomea e non controllarla più. In altre parole, il dominio del “voto utile” penso sarà ancora una caratteristica di queste primarie in cui molti non voteranno Marino proprio per le sue scarse possibilità di vittoria. L’obiettivo di “ago della bilancia”, invece, andava esplicitato. Sia per una questione di sostanza, che di trasparenza, e poteva esser fatto rafforzando sia la credibilità del candidato, che la forza del partito. In Italia esistono dei temi che sono rappresentati da una minoranza di persone, che non sono in pensione, che non sono parte di circoli consolidati, che spesso sono di generazioni più giovani e che, in larga misura, costituiscono l’ossatura del sistema produttivo e creativo del paese. La mozione Marino, nel veicolare questa idea di futuro nel PD, avrebbe potuto avere una maggiore ambizione egemonica. Dare a quelle idee una forza più che proporzionale rispetto agli attuali rapporti di forza politico sociali, poteva essere una missione esplicitata con maggior forza da Marino, il che avrebbe aumentato le sue potenzialità, ed anche accresciuto la sua statura di leader.
Nel complesso è difficile non scorgere complementarietà tra questi tre candidati, e non osservare ancora una volta come, a differenza del centrodestra, il centrosinistra ha una grande difficoltà a trovare una sintesi tra le differenze territoriali e sociali che compongono l’Italia. Il nostro è un pase nel quale la globalizzazione, con i sui effetti di frammentazione, è intervenuta in un sostrato già molto diviso. Senza una narrativa nazionale molto forte, unificante, è impossibile vincere le elezioni e diventare maggioranza. Allo stato dei fatti, sembra molto improbabile che tale narrativa possa venire dal Partito democratico che subisce le tante differenze dell’Italia, senza governarle.http://www.imille.org/2009/10/le-primarie-del-pd-un-post-quasi-quartista/#more-3112
Quelli che si sono pronunciati contro le primarie sono tutti bersaniani, che al loro interno così si dividono: il 72% dice no alle primarie, mentre il 28% è a favore.
di Ornella Sangiovanni
Osservatorio Iraq,
I sadristi fanno le primarie. Proprio così, il movimento che raggruppa i sostenitori del leader sciita iracheno Muqtada al Sadr ha deciso di ricorrere alla consultazione di base per scegliere i propri candidati alle elezioni parlamentari previste per metà gennaio.
E lo fa aprendo appositi centri, presso i propri uffici, in tutto l'Iraq, dove i cittadini che lo vorranno, e non solo chi fa parte del movimento, potranno votare i nomi fra cui poi verranno scelti i candidati che saranno inseriti nelle liste – quelle della Iraqi National Alliance, la coalizione sciita in veste rinnovata, di cui i sadristi sono una delle componenti principali.
Per l'Iraq si tratta di una scelta senza precedenti.
Ali al Mayali, uno dei leader del movimento, spiega [in arabo] al quotidiano al Hayat come funziona il meccanismo: verrà eletto un "organo generale" che poi sceglierà al proprio interno i candidati, sulla base di regole e condizioni specifiche, stabilite da una apposito comitato politico presso l'ufficio centrale di Najaf.
Può registrarsi per votare chi ha più di 15 anni: "la porta è aperta a tutti i cittadini iracheni", sottolinea Mayali, che dice al giornale pararabo pubblicato a Londra che l'obiettivo è "aprire l'opportunità di entrare in Parlamento ai movimenti minori".
L'esponente sadrista precisa che ognuna delle 18 province irachene verrà considerata un collegio, e i candidati saranno distribuiti sulla base della percentuale di popolazione di ciascuna provincia.
Le elezioni interne – aggiunge – rispetteranno la quota relativa alla presenza femminile nelle liste elettorali prevista dalla Costituzione: ovvero circa il 25% dei candidati saranno donne.
Quali requisiti deve avere chi vuole essere candidato? Bisogna che sia competente e abbia esperienza politica, appartenga ai notabili della sua zona, non sia attualmente legato a un partito specifico, e non sia stato membro del partito Ba'ath.
Quanto ai 'sadristi' che siedono già in Parlamento, Mayali dice che "non sono inclusi nelle elezioni interne": a decidere chi di loro verrà ricandidato sarà lo stesso Muqtada al Sadr.
Secondo informazioni che è riuscito ad avere al Hayat, l' "organo generale" sarebbe composto da 859 candidati. Il numero finale di quelli che saranno inseriti nelle liste per le elezioni di gennaio verrà invece stabilito una volta concluse le trattative sulle quote che spettano ai diversi partiti e blocchi che fanno parte dell' Iraqi National Alliance.
Asmaa al Musawi, uno dei membri del Political Bureau del movimento di Sadr, dice al giornale che i preparativi per le primarie continuano: a Baghdad i centri elettorali saranno due – Karkh e Rusafa. Le registrazioni delle candidature sono iniziate dalla settimana scorsa, e c'è tempo un'altra settimana.
La data fissata per il voto è il 16 ottobre.
Fonte: al Hayat
Iraq, I sadristi lanciano le primarie per le elezioni parlamentari
E’ terminato il primo confronto diretto tra i candidati alla segreteria del Partito Democratico, evento trasmesso da Youdem, la televisione del partito. Dodici domande, due minuti per rispondere, niente interruzioni, due giornalisti come moderatori. Regole rigide, una scenografia moderna da Tg e un pubblico solo in sottofondo; un contesto ideale per assaporare le diverse anime politiche rappresentate dai tre candidati. Da subito si ha la sensazione che i tre candidati appartengano realmente allo stesso partito. Non una banalita’ in tempi in cui le binetti e i rutelli imperversano e un incoraggiamento per il cantiere identitario del Pd. Forse il progetto organico preciso del Pd ancora non c’e’ ma almeno, anche a livello di gruppo dirigente, emerge con chiarezza un percorso di massima condiviso. L’Italia e’ poi in uno stato di emergenza democratica per colpa della deriva berlusconiana, e va datto atto al Pd di aver dato vita ad un esercizio democratico senza precedenti in Europa e in un momento cosi delicato. Finalmente un’innovazione politica italiana, e pazienza se i reggenti di precendenti ne abbiano eccome.
Cosa sia il progetto Bersani lo dice lui stesso quando viene punzecchiato sulla candidatura Bassolino a capolista della sua mozione in Campania “Io e Bassolino abbiamo parlato di rinnovamento”. Gia’, hanno parlato, ed evidentemente la meritocrazia politica per i sostenitori della mozione Bersani sono solo parole. Contano le tessere che il capobastone campano ancora riesce a raccogliere, e antichi patti e amicizie che ruotano intorno alla corrente D’Alema. Bersani, nonostante la parlata spesso banalizzata da espressioni giovanilistiche mal digerite e da un accento piacentino che gli rimane in bocca, rappresenta il mondo ex Ds nostalgico di un partito strutturato burocraticamente. Sulla Binetti, ad esempio, Bersani non dice quello che avrebbe fatto lui, dice che lui vuole un partito in cui vi sia una disciplina e una commissione interna che prenda decisioni. Bersani non vuole il partito dell’uomo solo al comando, lo dice sempre, ma l’impressione e’ che non voglia nemmeno quello del popolo, per la visione Bersani al centro c’e’ il partito, la sua struttura, il suo sapore da caro e vecchio Pc.
Franceschini, stile Gianni Morandi, invece, sa molto del filone che il buon Veltroni rappresentava pienamente. Quello di un mondo che fa politica da quando rubava la marmellata alla nonna, ma che in nome di un progetto nobile in cui crede si e’ caricato sulle spalle il fardello del nuovo senza esserlo. Giovanilismo, non nuovismo. Franceschini si e’ mostrato conciliante come il ruolo da segretario gli impone, e ha dimostrato la sua volonta’ di correre verso il nuovo nonostante la zavorra del passato che gli incatenata le caviglie. Il dubbio rimane, foss’anche solo per ragioni di curriculum, che magari non correrebbe neanche se non avesse le catene, ma sta di fatto che Franceschini puo’ vantarsi da segretario di avere fatto qualcosa per il cambiamento. Come aver nominato amministratori locali tra la direzione del partito e aver rifiutato, anche se un po’ timidamente, le vecchie logiche correntistiche. Franceschini rappresenta una sorta di mite riformismo interno al Pd. Bisognera’ vedere quanti elettori credono che la via moderata e dei piccoli passi lanciata da Veltroni possa giovare al futuro del Pd.
Poi c’e’ Marino, un medico, un uomo di rigore, un professionista che ha il pregio di essere emerso in un sistema meritocratico come quello statunitense. In un altro mestiere ma meglio di niente. Negli USA le cose positive da copiare vanno selezionate con cura, ma tra queste c’e’ certamente la meritocrazia che Marino sostiene in modo credibile. Un background che rende Marino forse troppo anglosassone, troppo secco e rigido per certi moti emozionali della politica italiana, ma credibile nelle sue convinzioni di laicita’, green economy, digitalizzazione, rinnovamento del partito e del Paese. Franceschini lo accusa di salire su un piedistallo quando parla, il segretario non ha accettato il rfiuto di cambiare le regole delle elezioni in corsa ed eleggere chiunque prenda la maggioranza il 25 ottobre. Comprensibile, il chirurgo si vuole giocare le sue carte fino in fondo. Il confronto tra candidati arriva all’annuncio finale agli elettori, Bersani non sa cosa dire, Franceschini mostra il petto, Marino recita a memoria, si chiude il sipario. Un evento democratico di tutto rispetto che spicca in tempi di misero populismo. Forse il momento del vero cambiamento nel Pd e nel centrosinistra italiano ancora non e’ ancora arrivato, ma almeno da queste parti nessuno ha perso il gusto per la democrazia. Anzi.
Utilizziamo la Binetti non come un problema ,ma come una opportunità. Uno degli errori del Veltronismo è stato credere che una volta separato il proprio destino da quello degli alleati litigiosi ,non ci sarebbero più state divisione ,liti ,differenti visioni del mondo ,come è ovvio invece prima o poi differenti valutazioni ,analisi incompatibili ,strategie differenti si ripresentano dando l'impressione di un partito spaccato ,addirittura allo sbando . Nel linguaggio politologico si distingue fra partiti responsabili e partiti costituenti. I primi hanno una weltanschauung ,una visione del mondo,compatta ,unitaria ,la direzione da prendere è già risolta ,come è ovvio siccome nella realtà le contraddizioni si accumolano prima o poi i nodi devono essere sciolti o li sciolgono gli elettori a modo loro ,questo spiega anche le difficoltà delle varie socialdemocrazie Europee che postulano una unità di programma ,di gruppi dirigenti , di modalità politiche in realtà impossibili da rendere omogenee, i secondi ,i partiti costuituenti sul modello dei partiti U.S.A. , postulano che ci possa essere divisione e l'accordo avviene sulle modalità stesse di risoluzione delle divisioni ,in poche parole sulle regole di ingaggio. Per esemplificare utilizziamo l'inconsapevole Binetti , con tutte le sue posizioni teocom si candida alle primarie per un collegio uninominale per il prossimo parlamento , qualcun 'altro si candidera contro di lei forse più di uno ed a questo punto possono succedere due cose ,la Binetti vince con almeno il 50% più uno dei voti ,il sistema elettorale Australiano c'è per questo , ed allora è lei la candidata in quel collegio o vince qualcun'altro . A questo punto se ha vinto la Binetti ,ha vinto in quel preciso collegio in quel preciso momento , la volta successiva potrà perdere e comunque non c'è nessuna opa sulla linea politica del partito ,in un altro collegio potrà vincere tutta altra linea ,oppure perde e a quel punto la Binetti o chi per lei può decidere ,se vuole ,di ritentare ad libitum ,le possibilità di rivincità sono sempre presenti e non si chiede ai dirigenti di risolvere questioni di linea politica che devono essere invece risolte dall'elettorato ,che solo può e deve scegliere i suoi confini i suoi valori ,la propria identità ,ma che la sceglie sempre hic et nunc ,non per tutti non per sempre .Naturalmente uno che si trova regolarmente a forte distanza dai valori dello schieramento per cui si presenta deve chiedersi se ha sbagliato schieramento ,ma il problema è suo e può decidere di rimanere finchè non convince sufficienti elettori ,e d'altra parte chi vince rimette ogni volta in gioco la vittoria ,ogni volta si ricomincia da capo . http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/10/16/opportunita_binetti.html
L’intervista che ho fatto a Ignazio Marino, per L’espresso in edicola domani
Ventisette euro. Per andare da Roma a Genova - dove ha incassato il sostegno di don Andrea Gallo - Ignazio Marino ha scartabellato in Rete fino a trovare un biglietto low cost. «Non ho mica i soldi di Ugo Sposetti io», ridacchia il chirurgo candidato riferendosi all’ex tesoriere dei Ds. Ed è solo il primo dei tanti colpi di bisturi rifilati ai due più quotati competitor, Bersani e Franceschini.
Eppure potrebbe essere proprio Marino, l’outsider, a diventare decisivo dopo il 25 ottobre, se nessuno degli aspiranti leader raggiungesse il 51 per cento alle primarie e quindi il segretario dovesse essere scelto al ballottaggio dai mille e passa componenti dell’Assemblea nazionale Pd.
Marino, com’è la vita da terzo incomodo?
«E chi l’ha detto che arriverò terzo? Finora si è espresso l’apparato del partito, le primarie saranno tutta un’altra cosa. Anzi, l’ostacolo più grande l’abbiamo già superato».
In che senso?
«Non le nascondo che durante il voto degli iscritti ero preoccupato. In Italia ci sono ancora i capibastone che mandano la gente a votare in cambio di qualcosa. E in alcune regioni - quelle in cui le condizioni sociali sono più difficili, come Puglia, Calabria e Sicilia - è successo proprio così. Un po’ strano che nel centro di Milano la mia mozione abbia superato il 30 per cento e nel centro di Catanzaro abbia preso lo zero virgola, non le pare? Ma ripeto: alle primarie sarà un’altra cosa».
Cioè?
«Se votano tre o quattro milioni di persone - e questa è la mia previsione - può cambiare tutto. Non a caso D’Alema e Bersani sperano che vadano a votare in pochi. Così vincono loro. Preferiscono un flop del Pd - perché mezzo milione di votanti sarebbe un fallimento per tutto il partito - al rischio di perdere le primarie».
Facciamo finta lo stesso che lei arrivi terzo e si vada al ballottaggio tra gli altri due. Per chi votano i suoi?
«Per chi accetterà il nostro programma. Stenderemo sette-otto punti base, per dare un’identità forte al partito. Molto semplici, chiari: dei sì e dei no sui temi più importanti. Non solo laicità, ma anche economia, merito, ambiente, ricerca. Staremo con chi li sottoscrive tutti. Pubblicamente, senza accordi di corridoio».
D’accordo, ma chi è meglio per lei: Bersani o Franceschini?
«Bersani è un comunista, in senso tattico. Ha una visione del Pd che è all’opposto della mia. Pensa a un partito che non aspira a diventare maggioranza, ma resta sempre minoritario, facendo accordi con altre forze minoritarie. Non a caso ha tre grandi sostenitori: la Lega Nord, Comunione e liberazione e Giuliano Ferrara, che rappresenta la parte dialogante del Pdl. Lo appoggiano perché sanno che con lui è facile tornare ad accordi da prima Repubblica, come quello sull’immunità parlamentare».
Fuori uno. E Franceschini?
«Franceschini è un vero democristiano, di quelli che dicono una cosa e poi ne fanno un’altra. Aveva detto che non si sarebbe ricandidato alla segreteria, ed eccolo qui. Aveva detto che gli europarlamentari dovevano lavorare solo a Strasburgo, poi ha dato incarichi sul territorio a Cofferati e Serracchiani. Nelle ultime settimane ha visto come tira il vento e si è messo a plagiare il mio programma: si è schierato contro il nucleare, mentre la sua mozione dice l’opposto; si è messo a fare il laico sulla bioetica, e nella sua mozione ci sono i Fioroni e i Rutelli. È una fotocopia che dice bugie. Quindi poco credibile».
Non mi pare che ci siano le premesse perché lei appoggi uno dei due.
«Infatti se si dovesse arrivare al ballotaggio, è probabile che trovino un accordo tra loro. Ha mai visto dei democristiani e dei comunisti che non si mettono d’accordo?».
Lei non è né comunista né democristiano?
«No, io sono un laico di sinistra».
Che cosa votava prima del Pd?
«In Italia votavo Berlinguer, poi Pds, tranne una volta che ho votato Lista Bonino. Negli Stati Uniti ho sempre votato democratico».
E, tornato dagli Usa, è entrato in politica come senatore Ds. Ma poi chi gliel’ha fatto fare di candidarsi alla segreteria del Pd?
«È quello che mi hanno chiesto una dozzina di maggiorenti del partito appena ho annunciato la candidatura. Ma il “chi te l’ha fatto fare” è la filosofia più lontana dal mio modo di vedere l’esistenza e la politica. Se uno ragiona così, rinuncia a tutte le sfide che la vita gli propone».
Sì, ma me lo dica lo stesso: chi glielo ha fatto fare?
«Primavera di quest’anno, campagna elettorale per le Europee. La faccio anche se non sono candidato e incontro tanti elettori. Quando finisco di parlare, iniziano a dirmi: perché non lo fa lei il leader del Pd? All’inizio lo prendo come uno scherzo. Poi sempre meno. Quindi cominciano a chiamarmi un po’ di parlamentari ed esponenti del Pd: Felice Casson, Giuseppe Civati, Sandro Gozi, Ivan Scalfarotto, Goffredo Bettini, Paola Concia e altri. Allora ci penso e telefono a Bersani e Franceschini».
Perché?
«Per capire che identità vogliono dare al partito. Vado da Franceschini, poi da Bersani, quindi di nuovo da Franceschini. Volevo solo dei sì e dei no molto chiari: sul testamento biologico, sul merito, sul nucleare, sulle energie rinnovabili, sulla ricerca, sul precariato…».
E loro?
«Franceschini molto vago. Né dei sì né dei no. Continuava a ripetere che lui era l’innovazione e Bersani il vecchio apparato. Sui contenuti zero».
Bersani?
«A modo suo fu onesto. Mi disse che sui temi che gli proponevo avrebbe deciso a maggioranza il partito. Certo, va benissimo che il partito voti, ma uno se vuol fare il segretario dovrebbe anche avere un’idea sua, non le sembra? Invece niente. Allora mi sono candidato io».
Che si occupa di trapianti e di bioetica: un po’ poco per la leadership di un grande partito.
«Sciocchezze. Abbiamo messo insieme una squadra di persone validissime con cui si sono elaborate idee molto approfondite su tanti temi. Pensi solo al programma economico, alle nostre proposte su precariato e pensioni: ci hanno lavorato studiosi come Ichino, Garibaldi, Tinagli e Taddei, consultandosi con economisti come Paul Krugman e Olivier Blanchard. Mentre Bersani e Franceschini sono ancora lì con le ricette del secolo scorso».
E uno dei due probabilmente diventerà segretario. Dopo, che cosa succederà?
«La cosa più importante è che il Pd si dia un’identità. Finora è stato un partito incerto e lacerato, in preda alle correnti. Come una squadra di calcio in cui ciascuno gioca dove e come gli pare: è difficile vincere così. Ci vuole un leader che abbia il coraggio di prendere posizioni forti».
Tipo Di Pietro nell’Idv.
«Su gran parte dei contenuti politici Di Pietro e io ci troviamo d’accordo. Poi non è un segreto che io non amo i toni aggressivi e tribunizi, preferisco il ragionamento e il confronto».
Dice D’Alema che lei perderà e tornerà a fare il chirurgo.
«Io almeno, se dovessi smettere di fare politica, un mestiere ce l’ho. Di D’Alema non si può dire altrettanto. E nemmeno di Bersani e Franceschini».http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/10/15/nel-pd-serve-un-bel-bisturi/#more-4640
Forse non molti sanno che le prime primarie furono tenute a battesimo da Altiero Spinelli ,in Italia ed in Europa. L 'autore del Manifesto di Ventotene passa come un politico scomodo ,visionario ,invece di essere considerato un grandissimo realista che ha anticipato la necessità dell'Unione Europea e ,più in piccolo, le nuove modalità della politica. D'Alema,il"potatore" delle primarie, ,invece, passa in certi ambienti del centrosinistra ,ed anche fra alcuni elettori, come politico intelligente e realista ,eppure sempre la realtà l'ha colto di sorpresa smentendo le sue teorie ,fra chi ,nel guardare al futuro ,propone il passato , e chi per il futuro propone il futuro ,il vero realista è il secondo. http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/10/14/spinelli_e_dalema.html
Tra 10 giorni il più grande partito d’opposizione del nostro Paese sceglierà il suo leader. Dopo la consultazione degli iscritti, una sorta di primo turno, il ballottaggio prevede che tutti i simpatizzanti e gli elettori del PD votino nei gazebo e nelle sezioni, allestiti dai militanti del partito, per decidere il terzo segretario in soli 2 anni. Questa fase è chiamata “primarie”, ma il nome dato non ha nulla a che fare con le elezioni che si definiscono come tali, che si svolgono solo negli Stati Uniti. Il nome “primary election” significa, anche senza essere cultori dell’ermeneutica o di Shakespeare, consultazioni che vengono prima rispetto alle secondarie, ovvero le elezioni generali , che col gergo veltroniano potremmo chiamare le “verarie”. Le primarie sono nate negli Stati Uniti circa un secolo fa, per democratizzare il processo di selezione dei candidati alla Camera dei Rappresentanti o alle assemblee legislative intermedie.
Fu un’importante riforma del movimento progressista, che mirava a sottrarre ai boss dei due partiti il controllo delle candidature, che spesso significava automaticamente elezione certa in una parte cospicua degli Stati Uniti . Una simile richiesta portò all’introduzione del XVII Emendamento, che permise ai cittadini di votare direttamente i Senatori, che fino ad allora erano nominati dalle assemblee legislative degli Stati. Ai partiti fu sottratta la fase organizzativa della consultazione, e la competenza fu assunta dai poteri pubblici locali. Questa è una prima, sostanziale differenza con le consultazioni organizzate dal PD. Il ruolo dei partiti nelle primarie americane è minimo, e consiste sostanzialmente nell’eventuale appoggio dei candidati, oppure a riconoscere il valore o meno di queste consultazioni. Un’altra sostanziale differenza è che le primarie sono indette per selezionare la quasi totalità dei candidati alle cariche monocratiche. Al seggio gli elettori americani possono determinare chi sarà il candidato del loro partito di riferimento per la carica di presidente, senatore, deputato, governatore, e via dicendo fino ai membri dei consigli scolastici, ovvero tutte quelle cariche per i quali è prevista un’elezione diretta, basata sull’uninominale maggioritario, nei mesi successivi. L’intero sistema istituzionale statunitense è modellato su questo principio: si vota la singola persona, collegata ad uno dei due partiti che esistono da ormai 150 anni.
Un’altra enorme divergenza legata al diverso quadro istituzionale è che le primarie sono indette nei singoli Stati in maniera autonoma, con molti mesi tra le une e le altre, pur essendo novembre il mese delle votazioni negli Usa. Il maggioritario uninominale e il federalismo sono dunque due pilastri indispensabili di queste consultazioni, elementi che mancano in Italia e determinano quell’incongruenza palesata più volte dal PD italiano. Negli Stati Uniti sarebbe totalmente inconcepibile poter votare per il candidato presidente ma non per il deputato o per il sindaco, cosa regolarmente fatta in Italia per le politiche 2008 e per le comunali di Roma, tanto per citare i casi più noti. Al contrario, la tradizione federalista del Paese ha sempre dato più rilevanza alle consultazioni territoriali, e l’ultima carica istituzionale per la quale sono state previste le primarie è proprio la Presidenza, in totale controtendenza rispetto a quanto avvenuto in Italia.
Fino agli anni ‘60 e ’70 la maggior parte dei delegati per la Convention nazionale erano decise dai partiti statali in modo autonomo, tanto che le primarie per gli altri incarichi determinavano le candidature,mentre il voto sul presidente era ritenuto inutile, un semplice concorso di bellezza. L’aspetto ancora più interessante deriva da un fatto spesso ignorato dai più, ovvero che ancor oggi una minoranza di Stati votano via Congresso – i citati ma mai compresi caucus – e non tramite primarie durante la fase di nomination. Lo stesso Barack Obama ha perso le primarie propriamente dette, ma è arrivato alla candidatura grazie al trionfo nei caucus, colpevolmente ignorati dalla campagna della Clinton. Una vittoria di apparato mai compresa dai suoi fan italiani. Alcuni critici hanno sostenuto che in America possono votare alle primarie solo gli elettori registrati ai partiti, ma questo è vero solo in parte, e denota la classica incomprensione del modello partito americano, che è una coalizione di 50 forze politiche, una per singola Stato, autonome e con proprie regole di funzionamento. 21 Stati non prevedono l’indicazione al partito per l’enrollment nelle liste elettorali, e tra i 29 che hanno la registrazione partitica ci sono primarie aperte o semi aperte che permettono anche agli elettori indipendenti o repubblicani di votare per i candidati democratici, o viceversa.
Ma il punto più incomprensibile per un cittadino statunitense è l’elezione del segretario, carica presente nei partiti americani ma di norma selezionata tramite i congressi, un incarico che raramente si traduce in una candidatura istituzionale successiva mentre nei Democratici italiani assume un ruolo (semi)padronale sul partito. Le uniche primarie a livello nazionale concepibili, molto vagamente, come tali furono quelle organizzate dall’Unione nell’autunno del 2005, benché il vincitore, Romano Prodi, fosse scontato. Una caratteristica che in realtà si ritrova anche negli Usa, perché quando gli incumbent – dal presidente in giù – corrono alle primarie per ottenere un mandato successivo spesso non ci sono candidati credibili a loro opposti. Le primarie del PD, che selezionano il proprio leader, sono un’altra cosa, e assomigliano ad un plebiscito – tutto il potere ad un solo uomo – che cristallizza la predominanza del potere centrale, che da 15 anni (almeno) ha distrutto la politica e la sua rappresentanza nei livelli territoriali.
Rappresentano l’inversione del processo di legittimazione che dalla base arrivava al vertice, tipica dei Congressi e anche del modello americano di selezione della nomination presidenziale. Assomiglia al vecchio popolo dei fax riesumato al gazebo, con il gruppo L’Espresso al posto delle televisioni di Berlusconi. Un esperimento che solo quando si è avvicinato al modello originario, come per le primarie di una carica elettiva e locale come quella del sindaco di Firenze, ha avuto successo. E se mai vi chiedete ancora a cosa servono le primarie presidenziali negli Stati Uniti, guardate che ruolo hanno avuto McCain, Kerry o Al Gore dopo averle vinte.
Il discorso di ieri di Bersani presenta le consuete incongruenze logiche : un candidato che vuole diventare segretario del partito ,non necessariamente candidato premier , invece di indicarci come vuole costruire il partito ,concretamente ,visto che questa forma partito non gli piace e anzi si propone di abolire le primarie ,per oggi quelle per il segretario, presenta un programma .Ora un programma presentato dall'opposizione ha sempre qualcosa di irreale ,ma è ancora più paradossale se quel programma è solo una indicazione di massima visto che dovrà essere discusso con tanti alleati ,magari dopo una riforma elettorale Tedesca in salsa Italiana, anche negli interventi degli altri due candidati è presente in qualche forma questo mito del programma che tanti danni ha fatto e ancora minaccia di farne ,ma comunque in forma attenuata. Altre considerazioni vanno fatte sulle nostalgie di D'Alema , è del tutto evidente che ha tirato fuori dal cassetto soluzioni ,socialdemocrazia ,sistema Tedesco, che potevano avere una parvenza di logica 10 anni or sono ,quando era lui Presidente del Consiglio , ma che oggi sono assolutamente surreali vista in prima luogo la crisi della socialdemocrazia Europea, tutto ciò evidentemente ci illumina sulle reali motivazioni di D'Alema-Bersani ,il Prodismo prima,con il suo ulivismo maggioritario, il Veltronismo ,pur con i suoi numerosissimi limiti ed errori dopo ,hanno cominciato ,appena cominciato ,a scavare nella nomenklatura da parastato del centrosinistra ,provocando terrore ,come le varie primarie locali si sono incaricate di dimostrare, a Firenze il candidato dalemiano ad esempio ha ottenuto un risultato disastroso , provocando il rimbalzo all'indietro della nomenklatura che capito che oggi le primarie sono per il sindaco ,domani per tutto e senza paracadute ,chi perde va a casa . Il D'Alema-Bersani è insomma frutto di disperazione perchè con le primarie nessuno è garantito in anticipo ,meglio invece un bel proporzionale interno al partito ed esterno come sistema elettorale che ritaglia comunque una posizione a tutti ,che così il centrosinistra starà all'opposizione i prossimi 35 anni è solo un effetto collaterale. http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/10/12/pasticcio_bersani.html
FIRENZE. Avrà luogo oggi dalle 17.30 alle 22, presso il circolo Arci di via Senese a Firenze, il "Party electronic meeting" organizzato dai sostenitori di Agostino Fragai, candidato per la mozione Franceschini alle primarie del Pd del 25 ottobre e attuale assessore alla Partecipazione della regione Toscana. All'evento parteciperanno anche Ermete Realacci, responsabile nazionale Ambiente del Pd, il sociologo Dario Ramella e, in video collegamento, lo stesso segretario Pd Franceschini.
Il Town meeting, nella sua accezione originale, è di diretta importazione americana, e deriva dalle pratiche di governo partecipato della comunità attuate già in epoca coloniale nei paesi della costa orientale degli Stati uniti. Dal punto di vista operativo si tratta di un incontro corale in cui i partecipanti, riuniti intorno a tavoli in gruppi di 10-15 persone, discutono con tecnici, esperti e decisori politici su argomenti vari, in maniera parzialmente spontanea e parzialmente guidata.
L'esperienza non è nuova in Toscana: tra le altre iniziative attuate ricordiamo che già nel 2006, a Carrara, circa 500 stakeholders si confrontarono in un Town meeting per dare vita a quella che poi è diventata la legge 69/2007, prima legge regionale organicamente dedicata alla partecipazione civica e amministrativa ad essere approvata in Italia.
L'electronic Town meeting (cui si ispira il processo che avrà luogo oggi) consiste in una evoluzione della metodologia in questione, e grazie ad esso è possibile coniugare la partecipazione fisica del pubblico con le tecnologie per estendere il confronto ai navigatori della rete. Carattere tipico dell'iniziativa è che l'agenda del dibattito ha una impostazione progressiva, cioè gli argomenti di discussione sono solo parzialmente predisposti, ed è la discussione stessa nei vari tavoli a determinare poi, tramite votazioni corali, come essa debba proseguire.
Di nuovo c'è che è la prima volta, in Toscana, che un'iniziativa di questo tipo viene dedicata espressamente alle prospettive per un partito politico, e cioè ovviamente al Pd, in direzione delle Primarie del 25 ottobre. Ed è proprio questo l'aspetto che merita un maggiore approfondimento.
Già più volte in passato, infatti (vedi link in fondo all'articolo), greenreport ha espresso perplessità sull'impostazione data alle Primarie del partito Democratico, e in particolare ha destato forti dubbi la prospettiva di considerare le primarie stesse non solo come una forma di consultazione dell'elettorato, ma proprio come espressione di democrazia partecipativa.
E' infatti ovvio come il percorso delle Primarie abbia reale senso politico e democratico solo se in esso vengono attuate quelle pratiche che caratterizzano tipicamente un percorso di partecipazione civica: e, pur nella svariata letteratura che sussiste sul tema, è indubbio che due elementi in particolare sono da considerarsi indicatori condivisi e fondamentali, a questo riguardo. Gli indicatori in questione, elaborati nella loro accezione attuale da Ann Van Herzele del dipartimento di Ecologia umana dell'università di Bruxelles (uno degli esperti europei più accreditati in materia, specialmente per quanto attiene alla partecipazione del verde urbano e peri-urbano), consistono nella verifica della presenza, all'interno del percorso partecipativo, di un processo di "educazione reciproca e permanente" tra cittadini, tecnici e decisori politici, e di una metodologia finalizzata all'implementazione del "senso di proprietà" (sense of ownership) da parte dei cittadini nei confronti dell'oggetto del percorso di partecipazione, che solitamente è un'area urbana fisicamente esistente, ma in questo caso è il partito stesso.
In poche parole, se un processo partecipativo non è caratterizzato da un percorso di crescita culturale reciproca (sia "dall'alto in basso", sia "dal basso verso l'alto", cioè) che si attivi tra gli stakeholder, e se esso non porta il cittadino (e perché no, anche il tecnico e/o il decisore politico) a percepire come "più suo" l'oggetto della partecipazione rispetto a quanto avveniva prima dell'iniziativa, allora il processo in questione non può essere definito "partecipativo".
E questa non è certo solo una questione semantica: la partecipazione è considerata da vari esperti non solo come elemento di equità, ma anche come fattore di maggiore efficienza della macchina amministrativa, per vari motivi tra cui spicca (per quanto riguarda il settore urbanistico) il fatto che essa intercetta il Nimby molto più "a monte" rispetto ad un processo decisionale tradizionale. Ed è proprio in questo che essa si distingue da normali processi "consultivi" (pensiamo ad un sondaggio, ad esempio), che non condividono con i processi "partecipativi" propriamente intesi il contenuto di informazione che caratterizza questi ultimi e che li rende effettivi strumenti (e non vuoti simulacri) di una reale democrazia partecipativa.
O le Primarie godono di strumenti accessori (ma determinanti) come il Town meeting, quindi, o esse si riducono a semplici elezioni interne, in cui non viene ricercato un consenso informato ma un consenso fine a sé stesso, fattore che non solo svilisce lo strumento delle Primarie, ma che ne vanifica anche l'efficacia politica, che è invece massimizzata nel caso in cui non solo venga scelto il miglior candidato possibile com'è ovvio, ma soprattutto in cui si abbia un maggiore avvicinamento (rispetto al "prima dell'iniziativa") della popolazione al funzionamento della vita del partito e in generale dell'agorà politico.
Lo strumento del Town meeting è quindi da sostenersi con forza, ed è auspicabile che esso (insieme alle altre pratiche di democrazia partecipativa, come ad esempio il deliberative polling) non si limiti ad un evento puntuale organizzato da una singola componente di un singolo partito, ma che diventi d'ora in poi forma di governo del Pd e delle altre formazioni politiche che in futuro dovessero scegliere la strada delle Primarie.http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=1396&mod=greentoscana
Si legge che , “ anche “ , Franceschini oltre ovviamente al già dichiarato Bersani hanno abbandonato l’infausta vocazione “ maggioritaria “ scaturita dall’altrettanto mitico convegno del “ Lingotto “.
Questo punto è fonte di moltissimi equivoci e fraintendimenti e sul quale la “ passionaria “ Rosy Bindi sta impostando la sua campagna elettorale delle primarie : “l’antilingottismo “.
Chi non condivideva le idee di Veltroni e del “ suo appello del Lingotto “ , aveva in mente ben altri equivoci , presenti in quel programma e non la cosiddetta vocazione maggioritaria che era la fine di un discorso e non il principio.
La candidatura Veltroni si basava su un primo grande equivoco che anche oggi , a due anni di distanza , si tende a ripetere : la definizione di una chiara proposta politica su cui improntare la linea del partito. Non è “ centralismo democratico “ confrontare una linea , chiedere il parere degli elettori alle proposte e poi , sulla base del risultato , ovviamente a maggioranza, definire un’ inequivocabile linea sulla quale “ tutti” gli iscritti si adeguano , anche se ovviamente , alcuni , in via personale , restano delle proprie idee e lavorano per farle divenire maggioranza. Ma dal punto della linea , una è , una la classe dirigente che la sostiene e una è la scelta a cui tutti sono tenuti. Appunto Veltroni questo non fece , e si limitò ad incassare un voto basato su tre liste delle quali una era in contraddizione con l’altra. Il voto quindi fu dato alla persona “ Veltroni “ e non alla sua linea portandosi quindi dietro mille contraddizioni ( fu definita appunto “ maanchismo “) volendo riassumere il tutto ed il contrario di tutto . La lista democratici-davvero ,rappresentò esattamente l’antitesi logica a quel pensiero : una lista , un leader , una classe dirigente , una chiara proposta : un partito aperto .
Nella scelta del Lingotto non si può tacere la posizione dell’allora ministro Bersani , che era il possibile candidato alternativo , il quale all’epoca rifiutò la candidatura adducendo la possibilità di “ divisone “ del partito , fatto fisiologico ,che oggi tranquillamente si ripete dopo due anni , ma che affrontato allora poteva portare ad un chiarimento anticipato di ciò che oggi si sta discutendo . Il fatto che Veltroni e Bersani ieri , Franceschini e Bersani oggi rappresentano due visioni del partito diverse è un dato di fatto sul quale si deve fare chiarezza ed operare una scelta , le primarie di adesso , comunque le si voglia giudicare,rappresentano un chiarissimo confronto su due modi di vedere il PD. L’errore di Veltroni è stato proprio quello di accettare sulla sua persona l’una e l’altra versione pur sapendo che Veltroni storicamente e culturalmente era per la cosiddetta visione “ aperta “ del partito . Franceschini ha il merito, oggi, di farla totalmente sua e di affrontare il confronto , cosa che se fosse stata decisa due anni fa da Veltroni avrebbe sicuramente annullato la ragione d’essere della lista democratici-davvero che sarebbe tranquillamente annulata nella linea di Veltroni .
In questo contesto la vocazione maggioritaria era ed è una delle “ radici “ dell’ulivismo , in quanto vocazione ad un partito coalizionale “ aperto “ strutturato in maniera radicalmente innovativa , aperto ai territori ,alla partecipazione dal basso , basato su collegi elettorali uninominali in cui gli elettori attraverso primarie scelgono i candidati di quella coalizione-partito. L’asserzione di una fine della vocazione maggioritaria coincide con la fine dell’ulivismo e della concezione che: da una parte c’è una proposta ed in antitesi un’altra sulla quale gli elettori si confrontano e decidono , loro e non i loro eletti , ma in primis loro. La scelta, poi, di un governo che non solo vinca sulla parte avversa , ma che governi spinge a tessere una forza politica coesa che rappresenti non solo la contestazione , ma la scelta e la decisione di fare , questo impegno è ben più gravoso e difficile di quello di enunciare i mali ed è, appunto, quello di risolverli. Questa concezione è l’ulivismo e la sua vocazione maggioritaria è proprio questa , Veltroni scindendo sinistra radicale da quella riformista o presunte tali ha contraddetto proprio questa vocazione nella presunzione che i tempi erano maturi per una scissione di responsabilità e qui sta un altro tragico errore.
Franceschini ribadendo un centrosinistra senza trattino ci riporta alla “ vera “ visione originale dell’ulivo : la formazione di una forza politica nuova , interprete di tutto il centrosinistra votato al governo del paese. http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=20318&sid=22
La Corte Costituzionale ha dimostrato l’importanza, per un Paese, di avere buone regole: lo Stato di diritto ha retto la prova del lodo Alfano. Ma le regole non bastano: ci vogliono uomini e donne integri, capaci di applicarle. E la Consulta ne ha dato prova.
Il PD ha molto da imparare da questo: ogni volta che è in difficoltà dice che mancano i contenuti. Vero, Ma questa è la conseguenza, non la causa, del problema. Prima ancora mancano le regole. Per la verità, alcune regole buone il PD se le è date, come quelle contenute nel Codice Etico: peccato che rimangano sulla carta. E perchè? Perchè mancano uomini e donne nuovi.
Del resto, molte regole, nel PD, sono state finalizzate a blindare la classe dirigente, e allora che contenuti possono venire fuori senza regole e dirigenti nuovi?
Dalla Consulta, insomma, non deve imparare solo berlusconi, ma anche il PD che si avvia alla fine del suo Congresso.http://paolacaporossi.net/
Verso le primarie: analisi del voto ai congressi di circolo
Oggi il Pd ha diffuso i risultati (praticamente definitivi) dei congressi di circolo.
Avendo appena consegnato un lavoro e godendo quindi di un paio di giorni un po’ più tranquilli in ufficio, ne ho approfittato per cercare di capire cosa ci dicono i numeri emersi dai congressi. Quanto è rilevante e significativo, il 56% di Bersani? Quali sono le prospettive per Marino per le primarie?
1) Ai congressi di circolo hanno votato 380.000 persone. La differenza tra Bersani e Marino è di 185.000 voti. La differenza tra Franceschini e Marino è di 100.000 voti. Alle primarie del 2007 i votanti sono stati 3,4 milioni: 3 milioni in più rispetto a coloro che hanno votato, in questo mese, ai circoli. Recuperare 180.000 voti, su 3 milioni di potenziali nuovi votanti, non è affatto impossibile. Ricordo inoltre che gli elettori Pd alla Camera – ossia le persone teoricamente interessate al nostro progetto –sono 12 milioni!
2) Ho confrontato la ripartizione percentuale dei voti espressi DAGLI ISCRITTI e dagli ELETTORI. Si può così comprendere quali sono le regioni sovra-rappresentate in questa prima fase, quelle ossia in cui gli iscritti hanno un’incidenza molto superiore rispetto a quella complessiva degli elettori Pd. Le regioni maggiormente sovra-rappresentate sono la Campania, la Sicilia e la Calabria. In ognuna gli iscritti hanno un’incidenza di 3 punti percentuali maggiore rispetto agli elettori. Queste 3 regioni sfalsano quindi notevolmente il risultato complessivo.
3) Le regioni maggiormente SOTTO-RAPPRESENTATE sono, invece, la Lombardia, il Veneto, il Piemonte e il Lazio. Nella prima vi è una differenza che arriva addirittura a 7 punti percentuali tra iscritti ed elettori, a favore ovviamente di questi ultimi (7,4% contro 14,3%).
4) Caso strano, Piemonte, Lombardia, Veneto e Lazio, oltre a Trentino e Friuli, sono le regioni in cui tra gli iscritti Marino ha ottenuto i migliori risultati, con percentuali che vanno dal 12% al 16%. Questo fa molto ben sperare in vista del voto alle primarie. Marino ha, infatti, molto appeal su quella fascia enorme della popolazione che fa riferimento al Pd, ma non si riconosce nelle strutture tradizionali della militanza di Partito, che non crede in un’appartenenza identitaria, che non si iscrive, ma che giustamente vuole essere tenuta in considerazione nella scelta delle leadership del partito che voterà alle elezioni.
5) Le regioni eccessivamente sovra-rappresentate, al contrario, sono quelle in cui Bersani è trionfatore con percentuali del 68%,69%, 73% - tranne la Sicilia dove Franceschini vince un appassionante testa a testa.
6) Un’ultima cosa: nella fase di riscaldamento appena conclusasi, i delegati venivano assegnati sulla base degli iscritti ai circoli, non dei votanti ai congressi. Emilia Romagna e Campania – con rispettivamente 120.000 e 86.000 iscritti – sono le regioni che in Italia hanno il peso maggiore (si pensi che Lazio e Lombardia superano di poco i 45.000 iscritti ciascuna). Vale la pena sottolineare, tuttavia, che quella di due dei tre candidati alla segreteria e quella di Bassolino sono le regioni in cui ha votato la minor quota di aventi diritto: rispettivamente il 36,5% e il 48,8%.
7) Al tempo stesso, è necessario fare i complimenti al Pd in Sicilia, in Molise e in Basilicata: le tre regioni che sono riuscite a portare al voto i ¾ dei tesserati! Regioni, comunque, in cui tradizionalmente si avverte un desiderio di partecipazione molto intenso!!!
La vocazione presidenziale del segretario del Pd
di Claudio Croci,
Bersani afferma “ segretario non è automatico candidato premier”. Questa affermazione è degna di alcune spiegazioni in quanto apparentemente contraddittoria.
In primo luogo chi sceglie il candidato premier ? Se sono i partiti attraverso i propri organi decisionali siamo in presenza del ritorno al partitismo pre-rifome del 1994, in cui appunto le segreterie dei partiti sceglievano il potenziale presidente e lo proponevano dopo lunghi conciliaboli al Presidente della Repubblica e non già agli elettori. Se invece si intende un’intesa tra i partiti che porta alla presentazione di un candidato da sottoporre agli elettori , si torna alla fase pre-primarie del 2005 , inaugurate da Romano Prodi , in cui la candidatura comunque elaborata veniva sottoposta, in concorrenza con altre ,al voto degli elettori della coalizione .
Se infine , come emerge dal programma di Bersani , il candidato premier è frutto di una scelta attraverso le cosiddette primarie di coalizione ,si rende necessario approfondire le modalità di questa scelta. In primo luogo quale coalizione e secondo quali candidature. Bersani , sempre leggendo le sue posizioni , propone un candidato per ogni partito coalizzato , ma non precisa affatto i vincoli di coalizione cioè quali sono i “ paletti “ per cui i partiti decidono di stare insieme. Se tali vincoli sono labili si ritorna a esperienze del passato per cui la scelta viene contraddetta dopo due anni e quindi il premier viene sostituito . Se invece i vincoli sono forti si passa da una semplice coalizione ad un vero e proprio “ partito “ coalizionale , ma pur sempre “ partito “ da cui inevitabilmente si arriva ad un sottinteso bipartitismo che però è negato da Bersani. La scelta poi di un candidato per ogni partito coalizzato porta inevitabilmente alla vittoria del partito più forte cioè il PD da cui ne deriva che la scelta delle primarie di coalizione è un espediente non decisionale , ma semplicemente confermativo : non esiste confronto ,ma una semplice accettazione della proposta del partito più forte. Ancora un volta si ritorna ad un velato bipartitismo in quanto il PD vincerebbe sempre le primarie . E in questo caso chi sceglierebbe il candidato unico del PD , la direzione del PD , i capicorrente , la base. Se fosse la base è evidente che il candidato verrebbe scelto attraverso o il voto degli iscritti o primarie. Nel primo caso sarebbe un candidato scelto dal partito , al suo interno , per una carica istituzionale al quale al 99% si dovrebbero adeguare tutti gli elettori della coalizione. Ma Bersani sostiene che le cariche istituzionali devono essere decise attraverso le primarie e questo non sarebbe. Se invece la scelta spettasse anche agli elettori si avrebbe un candidato destinato al 99% a divenire candidato Premier votato dagli elettori che si porrebbe in rapporto col Segretario Nazionale votato dai soli iscritti , come richiede la proposta Bersani. Se infine poi la votazione desse esito minoritario per il candidato del PD significherebbe che il partito di Bersani viaggia su un consenso elettorale del 18 % al massimo , e credo che a questo punto il 26 % di Franceschini sarebbe sicuramente auspicabile.
Comunque la si osservi la proposta di Bersani di sciogliere il legame Segretario-Presidente o è una vera sciocchezza oppure è un modo elegante per riportarci ai buoni tempi antichi in cui alla fine i capi corrente dei vari partiti dopo vari conciliaboli , bilanci e bilancini sceglievano il candidato più debole ( forse Casini ??? ) e poi negoziavano le varie altre posizioni ministeriali , in un processo di scatole cinesi molto simile a quello che nella finanza italiana è il palcoscenico delle nostre compagini di comando delle aziende nazionali, in cui a comandare sono sempre gli stessi e le uniche dimissioni sono quelle imposte dal buon dio. http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=20201&sid=22
Bersani -D'Alema dice che il vincitore delle primarie non deve essere necessariamente il candidato premier , insomma sarebbe come che gli elettori votano Obama ,ma il candidato lo sceglie l'UDC. http://www.giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/
Niente dibattito in tv?
Il dibattito per le primarie? I bersaniani non vogliono più farlo in televisione, su Facebook invece hanno tanta voglia di menar le mani. E così il confronto si sposta sul più popolare dei social network dove sono attivissimi Gianni Pittella, del coordinamento della mozione dell’ex ministro, e altri sostenitori come Fabrizio Rondolino, che ieri ha scatenato il dibattito scrivendo sul suo status che Bersani è già segretario.
Pittella scrive sul social network
Scrive Pittella in una nota per Facebook: «La straordinaria partecipazione democratica del sud al Congresso del Pd è un patrimonio di tutto il partito che non può essere liquidato criminalizzandolo con la sociologia d’accatto di Mario Adinolfi e della senatrice Pinotti. La mozione Franceschini si afferma solo in tre regioni, tra cui la Sicilia: dovremmo forse concludere per questo che è sostenuto dal governatore Lombardo e da Totò Riina? Gli ottantamila voti che dividono in valore assoluto le due mozioni, secondo la brillante analisi di Adinolfi e Pinotti, verrebbero tutte dal “tesseramento forzato” manovrato da Bassolino e Loiero, allora se queste forze oscure e i loro accoliti si stanno impossessando del Pd suggerirei a Adinolfi di battersi con il suo blog per far votare alle primarie solo i residenti da Grosseto in su, tanto per stare tranquilli: non vorrei che il 25 ottobre se ne materializzassero altre centinaia di migliaia».
Gli spot di Hillary
Analoghi i toni di Fabrizio Rondolino, che usa lo status per inneggiare ai tesseramenti numerosi del meridione e per dare per conclusa la corsa alla segreteria nazionale. La cosa divertente è che nel dibattito “reale”, quello sulle agenzie di stampa, m’è piombata addosso l’accusa di aver esacerbato i toni e, per carità, la cosa non mi agita: sono convinto che gli strumenti della democrazia diretta come le primarie siano appassionanti proprio perché scorre un po’ di sangue, inevitabilmente. Avete presente gli spot di Hillary contro Obama? Erano spot televisivi, mica dichiarazioncine di seconde file.
Obama come Pittella?
Però bisogna mettersi d’accordo. Non si può aggredire e poi gridare all’aggressione. Facciamo un patto, che valga su Facebook e anche sugli altri terreni della comunicazione: per quattro settimane ce le diamo di santa ragione, come è ovvio nelle elezioni primarie, tra sostenitori dell’uno e dell’altro candidato. Nessuno fa la vittima. Si accettano i confronti televisivi senza tentare la strada delle giustificazioni puerili. Poi, il 26 ottobre, tutti uniti dietro a chi ha vinto. Come accade in America. Non è il peggiore dei sistemi e lì la rete ha deciso lo scontro a favore di Barack Obama, che ha usato sapientemente i social network. Chissà che non capiti la stessa cosa a Pittella. www.marioadinolfi.ilcannocchiale.it
Sì alle primarie aperte a tutta la sinistra per designare il candidato socialista nel 2012 e sì a regole più rigide contro l’accumulo dei mandati (molti deputati e senatori di questa Francia centralizzata, hanno anche un mandato locale). Al voto ieri, 92 mila militanti socialisti sui 203 mila potenziali, (pochi secondo “Le Monde“) hanno aperto la via al rinnovamento del partito voluto a La Rochelle dal segretario Martine Aubry.
I socialisti francesi si trovano oggi confrontati alla concorrenza dei Verdi di Europe Ecologie di Daniel Cohn-Bendit e del Fronte di sinistra del dissidente Jean-Luc Melanchon. Due sondaggi pubblicati oggi mostrano degli ecologisti forti che rincorrono dei socialisti deboli. Se domenica si votasse per le regionali (che saranno nel marzo prossimo) i verdi rincorrerebbero il PS a tre punti di distanza: 16% contro 19%.
Ma, secondo Libération, il PS e i Verdi potrebbero sorprendere domenica consegnando la vittoria, nel feudo di Serge Dassault editore del quotidiano conservatore francese, al candidato comunista Michel Nouaille.
Come Jean-Pierre Bechter, il candidato di Dassault a Corbeil che ha raggiunto al primo turno di domenica scorsa il 30,75% dei voti, anche l’UMP (sondaggio Le Figaro), alle prossime regionali potrebbe arrivare prima con il 32% dei voti, ma entrambi sarebbero sprovvisti di riserve di voti a destra.
Prudenza nel dire che questo sia il germe della rinascita della gauche plurielle…http://leso.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/10/02/ps-si-a-primarie-e-rinnovamento/
Niente. Ci hanno provato a trattenersi, ma alla fine non ce l’hanno fatta. Non hanno resistito. Dopo un anno passato ad avvelenare i pozzi, a fare il controcanto a Veltroni, a rispondere in modo ambiguo e sibillino a ogni sua dichiarazione, a minare continuamente il suo già traballante operato con mezzi più o meno ortodossi, dai pizzini in su, verrebbe da pensare che i dalemiani possano oggi finalmente godersi la loro vittoria. Smetterla coi mezzucci e passare all’incasso, a testa alta, magari facendo pure bella mostra di sé e gestendo la vittoria con correttezza e fair play. Non ce l’hanno fatta. Il richiamo delle vecchie abitudini è stato più forte e alla fine ha avuto la meglio. A congresso vinto, in rampa di lancio verso la conquista della segreteria del partito, Filippo Penati, coordinatore nazionale della mozione Bersani, ha deciso di fare il bullo. “Franceschini di fatto non è più il segretario perché non ha ottenuto il consenso da parte di due terzi del partito che sta gestendo”. Bùm.
Oltre a essere una scemenza nei termini, perché chi è o non è “di fatto” il segretario sarà deciso dalle primarie del 25 ottobre, e fino a quel giorno il segretario “di fatto” si chiama Dario Franceschini, le parole di Penati lasciano immaginare quale sarà l’andazzo del Pd a gestione bersaniana. La conquista della segreteria non cambierà il loro modo di, ehm, fare politica: cannonate sugli avversari, dichiarazioni ambigue, minacce seguite da rapide smentite. Anche quando sono assolutamente superflue, come in questo caso. Uno dice, e spera: magari è semplicemente sbroccato Penati. Interpellati sull’argomento, però, Bersani e D’Alema hanno fatto i finti tonti, dichiarando che “il ruolo di Franceschini non è in discussione” ma evitando di censurare le parole dell’ex presidente della provincia di Milano. Che è un po’ come quando l’anno scorso D’Alema diceva che secondo lui Veltroni non doveva dimettersi. E certo: chi prendeva a pugni, poi?
Il bullismo di Penati risponde anche a un’altra esigenza, che è quella di galvanizzare l’ala più nostalgica e veterorosicona del proprio schieramento scagliandosi contro le primarie per la scelta del segretario. Benché Bersani non lo dica, se non con sfinenti giri di parole, per tutti i suoi sostenitori non è un segreto: occorre abolire le primarie per eleggere il segretario. Un lunghissimo salto all’indietro nel tempo con l’effetto esilarante e controproducente di apprestarsi a una campagna elettorale durante la quale il povero Bersani dovrà chiedere agli elettori delle primarie (quindi quelli a cui le primarie interessano, quelli che ci tengono) di votare per lui, così che lui possa non farli votare mai più, dato che li considera nel migliore dei casi degli estranei, nel peggiore dei casi degli inetti che sfuggono alla pratica iniziatica della vita di sezione e che magari vogliono inquinare i risultati delle urne.
Intanto, giusto per non farsi mancare niente, gli stessi bersaniani che non mancano occasione per lanciare i propri strali contro la lottizzazione e la politica che mette le mani nella Rai, gli stessi che andranno alla manifestazione per la libertà di stampa, hanno piazzato Bianca Berlinguer alla direzione del Tg3, come da accordi di spartizione fatti a tavolino col centrodestra. Evidentemente la lottizzazione fa schifo solo quando la fanno gli altri. Subito dopo le primarie, poi, partiranno le grandi manovre di corteggiamento nei confronti dell’Udc, in vista delle regionali e non solo. Casini non vuole rinunciare ad avere le mani libere, quindi un accordo nazionale è altamente improbabile: quello che succederà, realisticamente, è che l’Udc sceglierà regione per regione tra centrodestra e centrosinistra sulla base di chi ha le maggiori possibilità di vittoria. E quando vorrà accettare l’alleanza “innaturale” col Pd, lo farà in cambio importanti contropartite, come la poltrona di candidato a governatore o le teste di personaggi come Vendola o Marrazzo. D’altra parte, quando al tavolo delle trattative sono seduti un partito disperato e rachitico che ha solo da perdere, cioè il Pd, e uno che si diverte a fare l’ago della bilancia e può permettersi di giocare a chi offre di più, cioè l’Udc, il copione è in buona parte già scritto. Spiegatelo a Bersani.
penso che sia veramente da decerebrati continuare a dibattere su "Primarie sì, primarie no". Le primarie per eleggere il segretario si fanno, punto. Sono fissate da tempo, sono uno strumento di cui il PD si è dotato da subito, quindi sono un FATTO COMPIUTO, non un tema di discussione a meno di un mese dal loro svolgimento.
le primarie ci sono e sono aperte, e potrebbero stravolgere i giudizi degli iscritti. Vorrebbe dire che gli iscritti non sono in sintonia col Paese, sai che novità. E vuol dire, comunque, che la politica non si fa più come negli anni 60: a quasi 50 anni di distanza, possiamo dire una buona volta, porcaccia miseria, che la politica non si fa più unicamente iscrivendosi a un partito, ma tramite una pluralità di soggetti politici, e una rete di istanze politiche, e che tutto questo è raggiungibile solo se i partiti si aprono anche ai non iscritti? E' così difficile da capire?
quelli che si sono svolti nei circoli NON ERANO CONGRESSI, basta aver fatto la prima elementare, e aver imparato a leggere, per vedere il Regolamento e trovare la definizione "Riunioni di circolo". Non congressi. Quindi gli iscritti non hanno fatto un congresso, hanno fatto una riunione in cui hanno dato un'indicazione.
è fondamentale che il segretario del PD sia anche candidato premier. Perché così garantiamo l'ambizione maggioritaria del PD e la capacità del partito di guidare un'eventuale coalizione al Governo, per non vederci più coinvolti in una sciagura come quella dell'Unione. Il PD è nato per questo.
ancora stiamo a parlare di Margherita, parrocchietta etc.??? Ancora stiamo a ragionare secondo vecchi schemi??? Ma se Bersani è sostenuto da Letta e dalla Bindi, Franceschini da Fassino e Morassut, suvvia.... siamo seri....
ma perché, guarda caso, c'è tutto questo malumore per le primarie adesso che agli pseudo-congressi ha vinto Bersani?
l'intervento è proprio degno di un post-comunista: appena arriva una competizione congressuale vera, in cui non si sa a priori chi sarà il vincitore, l'alter ego del vignettista inizia a farsela sotto. Che tristezza.http://roma2011.blogosfere.it/
Mi serve Radio Radicale
Mi serve Massimo Bordin. Il conduttore della rassegna stampa di Radio radicale, commentando con la consueta punta d’acidità la formula con cui si arriverà all’elezione del segretario nazionale del Pd, ha pensato bene di affermare: «Se il candidato che ha preso più voti tra gli iscritti fosse battuto dal voto di non si sa chi nelle primarie, come farebbe a non considerarsi il segretario di quel partito? C’entra la democrazia diretta? No, evidentemente non c’entra niente. C’entra il parallelo con qualche altro paese? Non c’entra, in nessun paese al mondo un partito elegge il proprio segretario con le primarie». Mi serve Massimo Bordin, per spiegare che quel candidato sarebbe stato battuto democraticamente.
Che, sì, c’entra la democrazia diretta. E che, sì, c’entra proprio il parallelo con qualche altro paese. In più, c’entra internet.
Il ragionamento dei novecenteschi
Bordin è utile. È un bravo giornalista, serio, preparato. Non sopporta chi pensa che il web sia qualcosa di più di un mezzo di comunicazione, considera Beppe Grillo poco più di un cialtrone, i blogger tendenzialmente la stessa pappa. Bordin è un ottimo esempio di innamorato del modello novecentesco, anche sulla forma partito: ci sono degli iscritti che pagano la tessera, gli iscritti votano, il più votato è il leader. Abituato al Partito radicale, ha vissuto poco le modalità di inquinamento dei tesseramenti propri dei partiti novecenteschi e così ripropone il suo ragionamento. Non si chiede perché gli iscritti al Pd abbiano avuto un’impennata solo sotto congresso, perché le sezioni (oggi si chiamano circoli) siano sempre desolantemente vuote tranne il giorno del congresso, perché gli individui chiedano una dimensione diretta della partecipazione.
Il modello del web
Il problema è che il direttore di Radio radicale non percepisce il modello della rete, che ha staccato il ventunesimo dal ventesimo secolo. Scommetto che se Bordin deve prenotare un viaggio, va dall’agente di viaggio, se deve comprare azioni in borsa si reca dal promotore finanziario, se gli viene in mente di cercare un mobile a buon prezzo va al mercatino dell’usato, se ha bisogno di una linea politica si affida a Pannella. Il modello della rete prevede che si acquisti direttamente il viaggio online, si faccia direttamente trading per le azioni, si frequenti eBay per le aste sull’usato. Saltano tutte le mediazioni. E così, in politica, l’espressione dell’individuo vuole essere diretta e direttamente trasformarsi in decisione, senza mediazione partitocratica.
In un altro paese Così si fa in un altro paese del mondo. Sono gli Usa, dove si adoperano i meccanismi della democrazia diretta (le primarie) per selezionare i leader dei partiti che sono conseguentemente candidati alla presidenza o alle altre cariche elettive.
È un sistema che funziona, genera le classi dirigenti migliori: funziona in America con Obama e in Italia dove sindaci come Matteo Renzi sono stati “inventati” da questi metodi direttisti figli della rete. Il Pd avrebbe potuto fare perfettamente a meno del voto degli iscritti. Per compromesso si è scelto di affidare loro una prima fase ed è stato un errore, lo statuto andrà cambiato. Il 25 ottobre il popolo del Pd, simpatizzanti ed elettori a cui non si deve più chiedere di pagare una tessera, sceglierà il suo segretario. Voteranno certamente più persone che nei congressi di circolo. A Bordin non sfuggirà che il segretario eletto da più persone è maggiormente legittimato di quello eletto da meno persone.
A questo risultato il 25 ottobre ci sarà poco da aggiungere.
Sarà una vittoria del primo partito italiano fondato sui meccanismi della democrazia diretta: il Pd, appunto. Un partito adeguato ai tempi.
Le due anime di un Pd scosso
di Michele Salvati, Corriere della Sera -
Circolo dopo circolo, si stanno concludendo le votazioni tra gli iscritti del Partito Democratico e il 25 ottobre i tre candidati — Bersani, Franceschini e Marino — saranno presentati al voto degli elettori e dei simpatizzanti: in pratica di chiunque manifesti l'interesse a influire sulla scelta delle cariche direttive del partito. Gia in quella data, o al più un paio di settimane più tardi se sarà necessario un ballottaggio, sapremo chi è il nuovo segretario del Pd. Prima di discutere del significato di questa scelta, tre commenti di natura generale.
Il primo è che hanno partecipato al voto, sinora, circa 350.000 persone, più della metà degli iscritti: non una piccola prova di democrazia, in un momento in cui gran parte dei commentatori danno per spacciato, e con buone ragioni, il ruolo democratico dei partiti. E a questa occorrerà aggiungere la consultazione del 25 ottobre. Il secondo commento è che laddove il partito è maggiormente radicato, nelle regioni rosse e nelle grandi città, nell'ambito dei circoli si è svolto un dibattito serio tra i sostenitori delle diverse candidature: questa volta, a differenza di precedenti investiture pilotate dall'alto, prima del voto gli esiti erano realmente incerti. Oggi il risultato è noto: Bersani ha ottenuto circa il 56%, Franceschini circa il 36 e Marino il restante 8. Ma l'incertezza permane per il voto degli elettori, il 25 ottobre, perché gli iscritti e i simpatizzanti generici sono due popolazioni abbastanza diverse. Il terzo commento è che la linea di divisione tra le posizioni politiche espresse dalle tre candidature non è più quella delle diverse provenienze partitiche, gli ex Ds ed ex Dl: per ognuna di esse il sostegno è molto misto, e segnala un processo di osmosi piuttosto avanzato. Se la linea di divisione non è questa, qual è?
E' abbastanza facile dirlo per Marino, il vero outsider di questo congresso. Egli è portatore di un messaggio fortemente critico nei confronti delle ambiguità del Pd, che imputa in parte ad un'analisi sbagliata del fenomeno Berlusconi — … come se si trattasse di un avversario politico normale — in parte ad una eccessiva tolleranza per le posizioni clericali o integralistiche che ogni tanto emergono tra gli esponenti cattolici del partito. Questa è l'analisi ribadita ogni giorno dai giornali più letti dal popolo della sinistra e non meraviglia il buon successo della mozione nelle grandi città, tra i giovani e le persone istruite. Insistendo su queste critiche, proclamando una politica della decisione e della nettezza, del 'Sì-sì' 'No-no' di evangelica memoria, Marino si stacca nettamente dagli altri due candidati e si avvicina alla posizione dell'Idv di Di Pietro, una permanente tentazione per il Partito Democratico.
Più difficile distinguere le altre due mozioni, quelle degli insider, di Bersani e Franceschini, e non è di grande aiuto leggere attentamente i testi, sottolineare frasi più o meno felici, reticenze o silenzi più o meno sapienti: entrambe dicono cose simili, generiche e gradite al popolo di centrosinistra chiamate a votarle. La mozione di Bersani è sicuramente la più critica nei confronti della breve storia del Pd di Veltroni.
Critiche alla segreteria Veltroni implicitamente le muove anche Dario Franceschini, ma il dubbio che suscita la posizione di Bersani è che le critiche non riguardino solo le scelte tattiche del recente passato, ma lo stesso disegno strategico, lo stesso impianto culturale sul quale l’Ulivo prima e il Pd poi sono stati costruiti. In altre parole: il dubbio è che un Pd guidato da Bersani — per ora costretto in un contesto bipolare dalla legge elettorale voluta dal centrodestra — sarebbe ben disposto a mutarlo qualora se ne presentasse l’occasione. In questo caso il senso della storia di cui parla Bersani, il suo possibile esito, sarebbe un ritorno al proporzionale, dove un Pd più nettamente «laico» e «di sinistra » lascia il compito di conquistare gli elettori più moderati a un rinnovato partito centrista, neo-democristiano, confidando poi in una alleanza di governo.
Si tratta di una posizione politica più che legittima, ma è l’esatto opposto della scommessa da cui era partito l’Ulivo e sulla quale si è formato il Partito democratico: quella di un partito di ispirazione democratico-liberale, che nutre l’ambizione di governare il Paese a capo di una coalizione di cui è la componente maggiore e politicamente egemone. Un partito che non vuole nascondersi dietro una forza politica e a un presidente del Consiglio centristi, e rifiuta come scoraggiante e sbagliata l’idea che un partito di centrosinistra non riuscirà mai, in un contesto bipolare, a governare un Paese «organicamente» di centrodestra. Credo che spetti a Bersani chiarire, di fronte a ragionevoli dubbi, se la sua critica al progetto originario del Pd è così radicale. Se lo è, il confronto con Franceschini acquisterebbe un senso molto più chiaro di quello che è possibile desumere dalla lettura delle due mozioni.
Ho votato la mozione marino e voterò Ignazio Marino alle primarie del PD, ma i sostenitori di Marino ,i cosiddetti circolisti,mi devono spiegare come possono definirsi portatori di una posizione ,quella dei circoli, che palesemente riserva ai sostenitori di Marino un consenso minimo ,se si vincono le primarie o ,comunque, si ottiene un buon risultato sarà per l'elettorato generale non certo per i "militonti". Come tutta questa campagna precongressuale dimostra o il PD diventa il partito delle primarie e porta tutto al robivecchi ,compresi i circoli, o farà la fine "delle grandi forze riformatrici europee" per dirla alla D'Alema. http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/10/01/il_partito_dei_circoli.html
1) Cuius regio, eius religio
Questa espressione latina sintetizza, di fatto, il concetto di religione di stato. Ebbe grande rilevanza ai tempi della riforma protestante: vuol dire in sintesi che il popolo doveva avere la stessa religione del signore locale.
E che c’entra con il Pd, il congresso e via dicenda. C’entra perché siamo un partito organizzato in questo modo. E lo dico senza dare un giudizio di merito, di valore. E’ un dato di fatto. E questo succede sia nei circoli veri che in quelli finti. Il posizionamento di questo o quell’esponente che all’interno di un circolo viene ritenuto autorevole condiziona il comportamento di una parte considerevole degli iscritti. Si tratta di quegli esponenti capaci di produrre consenso.
Questa non è la degenerazione, è la regola nel Pd. Le persone che sono state convinte dai dibattiti congressuali si contano sulla punta delle dita. Abbiamo perso il gusto e la capacità di confrontarci pubblicamente. Questa è la mia esperienza, limitata a pochi circoli. Ma non credo che sia così differente in generale. Certo, ci sono circoli più “condizionati” e circoli più “liberi”, ma si tratta soltanto di gradi differenti del medesimo fenomeno.
La conseguenza è che ormai i congressi, si tratta di una tendenza che viene da lontano, non sono altro che scontri fra eserciti organizzati. E non vince chi è più convincente ma chi ha l’esercito meglio organizzato. Sono semplici fenomeni di conta.
In questo periodo, tutto questo, è andato verso la degenerazione del modello basato sul consenso personale. Lo abbiamo visto in Calabria, a Napoli, e anche a Roma. Quello a cui ho assistito personalmente a Osteria del Curato e che mi hanno raccontato tanti compagni attendibili in varie zone di Roma è vergognoso. E chi vota omaggiando il capobastone locale non è una persona libera. E’ un servo. Vi potrete scandalizzare per la durezza del tema, ma, come si dice, nun me ne po’ frega’ di meno. I benpensanti che fanno i giornalisti seguendo solo le conferenze stampa dei big farebbero bene a immergersi nella “fanga” come la chiama Zoro, che in questo caso assume le caratteristiche ben più inquietanti dell’escremento umano rispetto a quelle del semplice fango.
Ieri 13 persone volevano votare pur non risultando iscritte in quel circolo (si tratta del 5 per cento del totale dei votanti, non di bazzecole). Uno di questi mi ha fatto vedere la tessera e risultava iscritto a Dragona, Ostia. Una ventina di chilometri più in là. Non sapeva neanche dove fosse, Dragona. E dire che, a termini di regolamento, avrebbe dovuto andare al circolo a iscriversi. Ho visto un dipendente dell’ufficio tecnico del X Municipio premurarsi di controllare chi avesse votato. Ho visto il coordinatore del circolo andare a verificare di persona come stessero votando alcuni iscritti. Ho visto un anziano signore che non riusciva a camminare, a parlare, non era in condizione davvero di esprimere liberamente il proprio voto. L’hanno portato a braccia nella stanza dove si votava e hanno fatto la croce sulle schede al suo posto. Ho visto un circolo fra i più piccoli d’Italia (cinque sezioni elettorali) in cui gli iscritti sono diventati 362 e all’ultimo giorno prima del congresso ne sono stati aggiunti altri 90 arrivando addirittura a 453. Hanno spedito qua tutta la monnezza avanzata a Roma, è evidente.
Ho visto troppe cose che mi fanno vergognare di essere iscritto a questo partito. Mi fermo qui non senza aver detto che autorevoli consiglieri regionali presenti, autorevoli giornalisti rai altrettanto presenti, non hanno sentito la stessa vergogna. Mi vergogno un po’ anche per loro.
Io non credo che questa sia la regola, questa è la degenerazione di un sistema di gestione del potere. Un sistema che a me non sta bene.
2) Il respiro delle primarie
Perché abbiamo deciso di far eleggere il nostro segretario con le primarie? Perché era l’unico modo di scardinare questo sistema. Penati, persona stimabilissima, coordinatore della mozione Bersani, ieri ha detto, in sostanza che Dario Franceschini si dovrebbe dimettere. Perché i due terzi degli iscritti al partito di cui è segretario non l’hanno votato. E’ un ragionamento che merita attenzione, si badi bene e che non trovo giusto liquidare con semplici battute. Perché prefigura una conclusione che la mozione Bersani, con grande sagacia sta cercando di introdurre nel dibattito già da tempo. Più o meno suona così: visto che uno dei tre sfidanti (molto probabilmente aggiungo io per rispetto di quelli che devono ancora votare oggi) ha raggiunto la maggioranza assoluta del voto fra gli iscritti, a che servono le primarie? E se i risultati fossero diversi da quelli dei congressi si tradurrebbero in una umiliazione degli iscritti.
E’ un ragionamento insidioso perché tende a svuotare di significato le primarie stesse e a far diminuire la partecipazione. Se si diffondesse questo messaggio, infatti, gli elettori potrebbero dire: ma se hanno già deciso che c’andiamo a fare il 25 ottobre?
Io credo che questo tentativo sia pericoloso, ma sia arginabile per due ordini di motivi.
Il primo: gli iscritti sapevano benissimo che non votavano il segretario, ma selezionavano i candidati che poi sarebbero stati votati dagli elettori tutti. Questo sta scritto nello statuto del Pd, votato da tutti, Bersani e Penati compresi. Non altro.
Il secondo: se il risultato delle primarie fosse radicalmente diverso da quello dei congressi, come è del tutto legittimo, di chi sarebbe il problema? Degli elettori che non c’hanno capito nulla o di un sistema di gestione del consenso che è andato in crisi?
Mi spiego meglio: io sono convinto che il Pd, i Ds prima, abbia perso il tradizionale rapporto con il suo popolo. Un tempo parlavamo solo a un pezzo di società, quando eravamo il Pci avevamo un blocco sociale di riferimento, ben definito. E c’era un’identità forte fra partito e blocco sociale. Perché il partito era presente nelle scuole, nelle fabbriche. Per cui le indicazioni date dal partito, ad esempio sulle preferenze alle elezioni, erano legge. Qualcuno dei più anziani si ricorderà il significato della parola “bloccato” riferito alle elezioni. Chi era bloccato, cioè sostenuto in un certo numero di sezione di partito era sicuro al 95 per cento dell’elezione. E quando questo non succedeva, non era di certo causale, ma era sintomo di lotta politica.
Poi, l’evoluzione della società ecc. ecc., non a rifare tutta la storia, ha portato ad avere un partito che ha basato sempre più il consenso sulla catena di comando delle correnti. Un sistema di gestione del consenso basato sul favore, sulla clientela, sull’occupazione sistematica di tutte le poltrone, poltroncine, strapuntini. Un sistema che dalle aule parlamentari si dirama nei consigli regionali, poi arriva nei comuni, nei municipi, nei consigli di amministrazione delle società dipendenti dalla pubblica amministrazione, si rafforzano con i posti di lavoro assegnati ai clienti, con i favori fatti ai fedeli. Altro che diritti, in Italia le cose le ottieni solo per favore.
Ma questo sistema, questo è quello che già Enrico Berlinguer e Aldo Moro avevano intuito negli anni ’70, non è sintomo di forza della politica. Tutt’altro. E’ il sintomo più evidente di una crisi profonda dei partiti che non sono più i blocchi ideologici di una volta, e che non riescono più ad orientare il consenso con la proposta, con le idee. E’ un sistema debole perché genera preferenze per questo o quel candidato ma non genera voti.
Quando potrà incidere sulle primarie e quanto incideranno, invece, tutti quelli che contestano questo sistema. Io credo sia questa la domanda a cui avremo una risposta il 25 ottobre. Se, come spero, i risultati delle primarie saranno differenti, anche magari non in maniera radicale, da quelli dei congressi, questo non vorrà dire mettere in discussione il voto degli iscritti, ma, al contrario, vorrà dire che il nostro partito e quel sistema di gestione del consenso, è sempre più distaccato dalla società italiana che ha voglia di contare, di dire la propria, non accetta più di essere parte di un castelletto feudale, quel castelletto che ci sta portando al disastro. Per questo dico: le primarie, finalmente.http://www.primariesempre.org/blog/
Sempre più spesso mi capita di leggere commentatori politici, diciamo di appartenenza di area di sinistra affermare, affermare che il congresso del PD non sta dicendo nulla di significativo. Nulla, cioè, che faccia pensare che dal congresso possa uscire un PD capace di avere una proposta politica credibile per il governo del paese e, quindi, rientrare in gioco. L’ultimo in ordine di tempo è Curzio Maltese che sul venerdì di Repubblica di ieri parla delle “immense praterie che il PD non sa vedere”. La metafora per affermare che un partito di sinistra dovrebbe avere una “ricetta che riduca le ingiustizie sociali”, per esempio il divario tra le retribuzioni dei dirigenti d’azienda e quello degli operai (aumentato in venti anni di dieci volte ) o l’assenza di un piano di edilizia sociale: questioni mai affrontate seriamente dalla sinistra di governo. Lo scontento dei centi popolari non è, quindi, visto come una grande prateria da percorrere con scelte “radicali”. Scrive Maltese che nessuno dei tre candidati lo fa, salvo Marino per il tema della laicità. Insomma Maltese chiama i tre candidati al “corraggio” di scelte radicali e forti che affrontino i temi sentiti dai ceti popolari.
Rimango stupito a questa lettura. Stupito perché basta aver letto le mozioni per scoprire che le cose non stanno come dice Maltese. Non stanno così perché la Mozione fa esattamente quello che lui dice, cioè mette in campo una nuova cultura politica e proposte nette e chiare.
Edilizia pubblica scrive Maltese: ecco come affronta il tema la mozione. La casa prima di tutto
Rifondare la politica abitativa: riforma del mercato degli affitti, piano per l’edilizia sociale e rilancio di un programma di rigenerazione urbana delle periferie.
Modificare la L. 431/98, introducendo canoni di affitto accessibili, con adeguati incentivi fiscali, e promuovendo agenzie immobiliari sociali pubbliche.
Rilanciare l’edilizia sociale con un nuovo piano per l’edilizia pubblica ispirato a criteri federalisti, per rispondere ai diversi bisogni espressi da città metropolitane, piccoli e grandi municipi.
Un altro tema concreto e di attualità è il lavoro la mozione afferma:
Restituire dignità e valore al lavoro, valorizzando meriti e talenti e realizzando politiche di piena e buona occupazione, che superino le differenze tra nord e sud e di genere.
Dare maggiori garanzie ai lavoratori, abbassare i costi contrattuali delle imprese, fare ricorso alla flessibilità intesa non come precarietà, ma come possibilità di arricchimento personale e professionale, in un percorso di vita che consenta tanto l’investimento sulla propria professionalità che la garanzia di una protezione nei momenti di debolezza e di rischio.
Affermare il principio della flexsecurity: salario minimo, garanzie di reddito per chi perde il lavoro.
Istituire un contratto individuale di lavoro unico, a tempo indeterminato (salvo specifiche eccezioni, legate per esempio alla stagionalità di taluni mestieri), con salario minimo garantito e garanzie di reddito a protezione delle fasi di disoccupazione tra un contratto e l’altro.
Riorganizzare il welfare: innalzamento dell’età pensionabile, revisione dei meccanismi di selezione delle agenzie di formazione e reinserimento, eliminazione degli sprechi.
Trasformare la formazione continua – la cui erogazione va incentivata e supportata attraverso specifiche agevolazioni – in vero e proprio diritto della persona e del lavoratore.
Destinare il risparmio generato dall’innalzamento dell’età pensionabile per le donne imposto dall’Unione Europea ad interventi che ci aiutino a sostenere il percorso delle donne verso la parità con gli uomini nel lavoro: sgravi fiscali, telelavoro, part-time verticale, ingressi flessibili, job sharing. Introdurre il congedo dopo parto diviso obbligatoriamente alla pari tra il padre e la madre. Congedi parentali per i nonni.
Costruire un mondo del lavoro più aperto e meno corporativo, agevolare l’accesso alle professioni, migliorando la competitività e la trasparenza delle tariffe, riformando il funzionamento degli ordini professionali.
Casa e lavoro: proposte chiare, precise e concrete attese da molto tempo da questo paese. Questi sono solo due esempi ma tutta la mozione di Marino è impostata per dare finalmente, con chiarezza, al PD una nuova identità di sinistra. Appunto, partito di sinistra che sceglie, che sa dire “si si no no” che si schiera dalla parte dei più deboli in nome dei valori che appartengono alla storia del “progressismo” di sinistra. L’immagine di Marino che parla solo di laicità è dunque falsa e viene da pensare male quando intelettuali come Maltese sostengono tesi così vistosamente sfasate rispetto ai fatti.
La domanda più ovvia è: ma ha letto le mozioni congrssuali? Dal come scrive pare proprio di no, ma allora le ipotesi sono due:
o è ignorante –e sarebbe grave- o è in malafede. Lascio ad ognuno quale ipotesi sacegliere. Rimane il fatto che l’”intellighentija” di sinistra che vede solo Franceschini e Bersani si schiera, di fatto, per la conservazione.http://viagiordanobruno17.wordpress.com/
Primarie di coalizione
di Claudio Croci,
Con notevole clamore , recentemente , i tre candidati alla Segreteria del PD si sono trovati d’accordo a modificare lo Statuto dopo l’elezione del nuovo Segretario in un punto importante e cioè quello delle Primarie di coalizione volendo significare che l’elezione del Segretario Nazionale non significherà automaticamente candidatura alla Presidenza del Consiglio.
D’altra parte non si tratta di alcuna novità . Infatti nel 2008 la candidatura di Veltroni alla Presidenza non è affatto scaturita dalla elezione a Segretario del PD , peraltro maturata quando alla Presidenza del Consiglio vi era già un Presidente della stessa formazione politica , ma da un accordo tra PD ed IdV ad indicare Veltroni ,quale Presidente designato , indicazione che emerge necessaria dall’attuale legge elettorale . La designazione del Segretario era quindi frutto di un accordo politico. Lo Statuto del Partito prese atto di un dato di fatto e propose in una logica più propagandistica che istituzionale che la figura del Segretario del Partito fosse anche il candidato naturale alla guida del Governo.
Questa norma statutaria fu proposta ed accettata in un clima elettorale poco opportuno a riflessioni di lungo periodo , difatti Parisi mise subito l’accento su questo punto come su altri dello Statuto che dovevano essere riviste alla luce dell’effettive prime esperienze del PD , ma come noto l’Assemblea del Giugno 2008, unica convocata dopo le elezioni , fu tutto fuorché una riflessione democratica sull’essenza profonda delle regole interne del PD.
Oggi la questione è stata riproposta dai tre candidati e si è preso atto che siano necessarie primarie di coalizione per designare l’eventuale candidato alla Presidenza del Consiglio. Ora questo non significa affatto un necessario ritorno alla logica dalemiana che vede le due cariche distinte , ma semplicemente potrebbe anche significare , e alcuni ulivisti la intendono in questo modo , accentuare l’uso delle primarie anche alla individuazione del Premier oltre a quelle del Segretario Nazionale.
Ma oltre a questo vi sono ulteriori implicazioni che ribaltano nettamente l’impostazione dalemiana . Se infatti i partiti coalizzati decidono di indire le Primarie è naturale che si dettino delle regole sul rispetto dell’esito delle primarie stesse ; ad esempio che il candidato eletto avrà il compito lui e non i partiti di scegliere i Ministri e che inoltre possegga una sorta di veto a su candidature che non garantiscano pienamente la fedeltà di maggioranza, in definitiva le primarie eleggono una figura decisonale per tutta la coalizione che enfatizzi l’uso delle primarie stesse , altrimenti per quale motivo chiamare a raccolta tutti gli elettori anche al fine di impedire il ritorno a comportamenti tipo Rossi o Turigliatto o Mastella che determinarono la caduta del governo Prodi . Ma se le primarie impongono questi vincoli alla coalizione non si ritorna alla concezione , mai realizzata, peraltro , di quell’Ulivo originario che vedeva la nascita di un soggetto estraniante la vecchia concezione partitica tesa a dare all’elettore la possibilità di scelta di un soggetto deciso prima delle elezioni e determinato dagli elettori ? Ma se è così allora questa è una forma nuova di bipolarismo e cioè quel bipolarismo vincolante che vede nei due poli aggregazioni più stretti di una semplice coalizione : nascono due soggetti politici di cui i due leader , scelti da tutta la coalizione, saranno destinati ad assumere la Presidenza del Governo. Ma è lo stesso principio dell’Ulivo . Ma allora la posizione dalemiana va a coincidere con questa proposta ? Penso affatto che no . Difatti l’UdC di cui i dalemiani reclamano l’alleanza come decisiva , non accetterà mai elezioni primarie di coalizione vincolate a meno che a essere eletto non sia Casini , ma in tal caso più che primarie di coalizione , si tratterebbero di primarie a candidato unico . Per cui nell’accordo a ben guardare è stato il fronte ulivista pro-Franceschini ad avere partita , in teoria , vinta.
PD: MARINO, SI GUARDA AD OBAMA MA SI RIFIUTANO PRIMARIE USA...
"Il Partito democratico guarda ad Obama, ma poi se proponi le primarie all'americana, con un confronto diretto sui programmi dei candidati, Franceschini rimanda a dopo i congressi dei circoli e Bersani tace. Queste sono le primarie all'italiana". Cosi' il candidato alla segreteria del PD Ignazio Marino, a margine di un incontro con i cittadini di Cesena, torna sull'ipotesi di un confronto a tre con Franceschini e Bersani. "Ma che senso ha la proposta di Franceschini di realizzarlo dopo i congressi dei circoli, peraltro a distanza, con tre discorsi distinti?", si chiede Marino. "E' questo - aggiunge - il rispetto che il segretario del piu' grande partito d'opposizione italiano ha per i suoi iscritti? Io credo che la proposta di Pippo Civati, di realizzare il confronto il 20 settembre a Firenze, ospiti nella citta' governata da Matteo Renzi, vada accolta senza timori".
Le differenze tra Bersani, Franceschini e Marino. La battuta verrebbe facile: Europa, quotidiano non proprio amico del senatore Marino e che ogni giorno in Italia viene letto quasi da tutto il gruppo parlamentare del PD, apre cosi’ un articolo oggi:
Franceschiniani all’attacco sul nuovismo e sul laicismo, bersaniani contro la chiusura all’Udc. Il day after dell’intervento genovese del terzo candidato alla segreteria, Ignazio Marino, è più caldo del previsto.
Quindi Franceschini e’ contro il nuovo e laicita’, Bersani vuole l’apertura all’UdC, Marino invece e’ per il nuovo, la laicita’ e la chiusura all’UdC.
Al di la’ delle battute mentre il tema del nuovismo e’ stucchevole in quanto e’ prepolitico, quello su laicita’ e alleanze e’ molto corposo in quanto affonda le radici nelle convinzioni e nei valori di chi si dice di sinistra (e anche di chi non lo dice).
La differenza piu’ grande, a mio modo di vedere, e’ il modus operandi. Bersani e Franceschini hanno costruito la loro compagine muovendosi come negli anni ’90 con l’Ulivo: alleando i diversi, D’Alema con Bindi, Rutelli con Letta, Fioroni con Serracchiani. Inoltre anche sulle alleanze ragionano esattamente come negli ultimi 20 anni: per vincere bisogna allargare al centro e quindi alleanza con l’UdC. Se gli ultimi 20 anni fossero costellati di successi come in Gran Bretagna o Germania qualche ragione la riconoscerei. Invece ricordo due grossi fiaschi con il fallimento dei due governi Prodi incapaci di far niente di piu’ che vincere le elezioni al prezzo pero’ di penalizzare il cuore riformista dell’alleanza.
In questo senso l’idea maggioritaria di Veltroni era ed e’ imprescindibile: non si possono piu’ fare alleanze che si fondino sull’umiliazione del cuore dell’alleanza a favore degli alleati. Questo schema sta logorando Berlusconi che ne ha 1 solo di alleato, figuriamoci il PD che ne avrebbe almeno 4.
Bersani e Franceschini dunque portano in questa contesa congressuale il loro percorso negli anni ’90. Fanno percio’ fatica ad identificarsi in qualcosa di nuovo, semmai rispolverano formule vecchie precedenti alla loro esperienza, ma aggiornate. Il loro essere nuovi e’, passatemi il termine, una formula PCI o DC 2.0. Il problema e’ che, cosi’ come nel caso delle alleanza anni ’90, il modello di partito anni ’70-’80 (aggiornato) e’ perdente.
E qui arrivo a Marino. La novita’ di Marino non sta nel fatto che e’ da poco che fa politica. Sarebbe sconfortante. Dipende dal fatto che ha adottato schemi e percorsi completamente diversi dai due contendenti e da quanto fatto finoro dall’Ulivo/Pd. Spingere sull’acceleratore del partito aperto, contendibile, che discute e decide (e quindi vota). Un partito non solo formalmente democratico e burocratico, ma realmente democratico con poche regole certe e capaci di produrre tutti quei virtuosismi che a parole tutti chiedono: ricambio generazionale, parita’ di genere, competenza, etc. Un partito come lo propone Marino e’ storicamente una novita’ in Italia, ma non e’ un modello campato per aria: si ispira a esperienze a noi vicine, ma poco percorse. Stesso discorso sulle alleanze: dire non possiamo fare un’alleanza con l’UdC perche’ la legalita’ per noi e’ un valore base sul quale fare alleanze, e’ molto diverso da dire con il 5% dell’UdC arriviamo al 31%. E’ quasi rivoluzionario. Costruire le alleanze sulla base dei programmi e dei valori e non delle opportunita’ elettorali. Come si diceva prima: non alleanze per vincere elezioni e gestire il potere fino al collasso della coalizione, ma alleanze programmatiche che riconoscono la centralita’ del motore democratico. Poi e’ ovvio che con l’UdC, in qualche regione si potra’ trovare un accordo di questo genere, ma certo non dappertutto e non pensando di farci un asse a livello nazionale. Sarebbe una strada gia’ percorsa a suo tempo (ricordate Rocco Buttiglione e Lamberto Dini?).
Infine la laicita’: e’ assolutamente ovvio che chi ha costruito la sua corsa alla segreteria come una somma di diversi reinterpretando percorsi gia’ fatti anche sulla lacita’ non puo’ allontanarsi mollto da quanto detto e fatto nel recente passato. Molto poco. La laicita’ in Italia e’ misconosciuta, persino derisa, si inventano parole che non esistono come laicismo per nascondere il fatto che molti a sinistra non sono affatto laici. Si cerca di inventare un concetto laico tipo il centro in politica per giustificare papocchi incoerenti che servono solo a fare compromessi.
La novita’ piu’ grande di Marino e’ che la sua mozione esce dalla logica del compromesso come alternativa migliore da percorrere sempre quando possibile.http://stefanominguzzi.com/?p=1974
Ho votato idv in un'ottica simil Enrico Mattei," i partiti sono come i taxi gli do l'indirizzo e poi pago", senza pagare naturalmente ,ma in una ottica fredda e razionale ,in particolare ho dato la mia preferenza fra gli altri a De Magistris ,finchè il PD non capirà che per una parte maggioritaria del suo elettorato la questione morale è centrale ,non escludo repliche ,ma il voto all'idv era ed è un voto dato a ragion veduta con aspettative razionali e quindi minime .Non mi sorprende ,perciò, che De Magistris sia contro le primarie calabresi, era nelle attese possibili ed il messaggio di legalità l'ho mandato lo stesso ed in caso di sordità ripetuta non escludo il bis ,ma mi diverte nonostante tutto il replicarsi in tempi diversi con personaggi diversi degli stessi schemi ,pensate alla Rete eletta fra i pattisti nella prima repubblica ,cioè fra coloro che volevano un sistema maggioritario , e poi passata contro il referendum Segni ed a favore del proporzionale . Sembra quasi che persone elette per supplire una mancanza una volta elette ritengano la mancanza superata grazie alla propria persona che diventa indispensabile tanto da portare ad accantonare le mancanze democratiche per cui si era stati eletti . Perciò ,invece , di percepire la propria elezione come una casualità apertasi nello spazio temporale di breve termine e durata da far fruttare il più possibile cercando di aprire lo spazio politico a coloro che stanno fuori ci si culla in una sorta di eternità ingannevole ,suscitata sicuramente dal fatto che dopo aver conosciuto i politici ai più alti livelli si può concordare con Popper "nessuno è più stupido di un politico",ma non scusata dal fatto che "l'eletto" non capisce quanto anche casuale sia la sua elezione e quanto improbabile e quanto poco tempo gli rimanga a disposizione .Il ripetersi in anni diversi con persone diverse degli stessi schemi indica che il problema non riguarda singole persone ,uno al posto dell'altro è lo stesso ,ma le regole ecco perchè le primarie nonostante De Magistris sono vieppiù necessarie. http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/09/02/ci_si_puo_contare_che_non_ci_s.html
Inosservato da D'alema -Bersani in tutta europa qui,qui e qui avanza il partito delle primarie aperte ,un esigenza a cui nel nostro paese siamo stati chiamati per primi a rispondere ,vista la gravità della nostra crisi politica ,ma a cui ormai devono far fronte anche altri paesi .Le primarie aperte sono un "gioiello" regalato alla partitocrazia ed alla nomenklatura italiane ,una innovazione nata fuori dai partiti ,che oggi coerentemente le vorrebero soffocare in culla ,ma che è impossibile distruggere e ormai contagiano altre realtà , finirà che saremo costretti per l'ennesima volta ad importare ciò che avevamo gia creato. http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/08/28/innovazione_e_provincialismo_d.html
Se i socialisti francesi imitano il Pd sulle primarie, difese dalla mozione Franceschini
L'inizio della campagna congressuale del Pd a luglio era stato caratterizzato da varie critiche ed ironie di esponenti autorevolissimi della mozione Bersani sull'uso delle primarie in sé o, in subordine, sulle modalità troppo facili di partecipazione alle stesse, sia per l'elettorato attivo che passivo, che avrebbero costituito un'anomalia rispetto ai partiti conosciuti.
La notizia di oggi è che il Partito Socialista francese (attraverso la segretaria Martine Aubry in un aricolo su "Le Monde", per uscire dalla sua crisi) propone un rilancio attraverso lo strumento di primarie aperte ai propri elettori, con bassa quota di partecipazione e con maggiore facilità di presentare candidature.
L'apertura segue a uno studio della fondazione Terra Nova che si ispira esplicitamente per molti aspetti all'esperienza del Pd e che la ritiene meritevole di apportare risultati migliori rispetto a quella che incoronò Segolene Royal.
Bene ha fatto quindi la mozione Franceschini a difendere con intransigenza sin dall'inizio queste modalità più allargate di partecipazione che possono certo essere sempre migliorate, ma dentro una visione di partito estroverso a vocazione maggioritaria, non certo di un partito che per le proprie forme organizzative dovrebbe riprendere Gramsci (come sostenuto nei giorni scorsi da un altro autorevole sostenitore della mozione Bersani) e che dovrebbe poi fatalmente appaltare ad altri possibili alleati la conquista dell'elettorato non tradizionale.
Francia - In vista dell'università estiva De La Rochelle fa discutere la proposta per il 2012 lanciata da Peillon, leader di "La speranza a sinistra"
Unire gauche, verdi e centro: qualcuno ci prova, ma il Ps pensa alle primarie
Un’alleanza tra tutte le anime della sinistra e i Verdi? Perché no, sempre meglio che quella con il centristi del Mo- Dem di Bayrou. Così la vedono – secondo quanto recita un sondaggio Viavoice, pubblicato ieri da Libération – i francesi che rispondono alla proposta avanzata dal socialista Vincent Peillon a Marsiglia nel fine settimana (e che, per Le monde, ha trasformato la convention in un evento «mediatico politico»). Peillon, che è leader della corrente L’éspoir à gauche (“la speranza a sinistra”) interna al Partito socialista, ha riunito in un inedito appuntamento di fine estate anime diverse del partito ma anche esterne alla formazione, figure di spicco come la MoDem Marielle de Sarnez, applauditissima, il comunista Robert Hue e il verde Daniel Cohn-Bendit, e ha lanciato, in un «momento storico nella storia della sinistra francese», l’ipotesi di costruire un rassemblement «socialista e democratico» in vista delle elezioni presidenziali del 2012. Questione delle più discusse e non solo tra i socialisti: dal partito della sinistra anticapitalista (Npa) fondato da Olivier Besancenot, è subito stato lanciato l’allarme contro questa «specie di unione», ora che le «grandi manovre» iniziano, e si è ribadita la necessità di mantenere liste indipendenti alle regionali del 2010, rinviando la questione di eventuali alleanze all’autunno.
Ma il clima è stato più che altro di freddezza all’interno del Ps, dove la questione delle alleanze, sia in vista delle regionali del 2010 che delle presidenziali del 2012, è strettamente connessa con la vicenda “primarie sì o no”, sulla quale a Reims si erano create spaccature profonde. Nel weekend, sempre nell’ambito di un appuntamento socialista, si è aperto il secondo fronte di discussione che anima la gauche: dalla Festa della rosa Arnaud Montebourg, leader emergente e segretario per il rinnovamento, ha già messo il freno all’ipotesi unitaria di Peillon, si è detto «stupito» che si parli di alleanze con il centro prima di aver deciso altro, ovvero prima di aver davvero discusso di come «unire la sinistra».
Montebourg ritiene da sempre decisiva la questione delle primarie e per questo ha anche minacciato di «lasciare il partito».
Proprio in questa settimana presenta un libro, scritto con Olivier Ferrand della fondazione Terra Nova, intitolato Primarie, come salvare la sinistra (Seuil), unitamente ad una raccolta di firme che il think tank inizia a promuovere. Montebourg peraltro non è solo in questa battaglia. Ci sono figure di spicco in linea con la corrente maggioritaria dall’interno del Ps come Bertrand Delanoë (che già ha annunciato che firmerà la petizione) e Benoît Hamon (portavoce del Ps), che ha precisato che la stessa Martine Aubry «potrebbe esprimersi» in prima persona sull’argomento proprio nel fine settimana a La Rochelle. Tra venerdì e domenica è infatti lì che si svolgerà, come la tradizione vuole, l’università estiva – sorta di “festa” del partito – del Ps e proprio le questioni, entrambe molto spinose, delle alleanze per le regionali e delle primarie, sono destinate a creare nuovo scompiglio: lo stesso Montebourg, tra l’altro, sarà il coordinatore di un dibattito sul tema. Le divisioni tra le diverse anime socialiste del resto esplodono soprattutto quando si discute di due aspetti cruciali: se le primarie debbano o no essere aperte anche a chi non è militante e, quindi, se debbano avere come scopo quello di individuare l’eventuale leader della coalizione o il leader del partito.
Non è però certo di nuove divisioni che il partito ha bisogno, anche perché non esce rafforzato da un’altro sondaggio Ifop, pubblicato domenica da Ouest-France, che descrive un Ps la cui immagine è in via di deterioramento. Non solo la classifica delle personalità preferite vede ancora Martine Aubry al quarto posto, continuando ad essere preferita, nell’ordine, a Dominique Strauss-Kahn, Ségolène Royale e Delanoë; ma il 41 per cento degli interpellati ritiene anche che, in questi sei mesi, la principale formazione della sinistra non sia abbastanza vicina alle preoccupazioni dei francesi. Magra consolazione: tra i militanti la percentuale di gradimento del partito e dei suoi leader sale, ma solo di un punto.
Valentina Longo http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/112676/unire_gauche_verdi_e_centro_qualcuno_ci_prova_ma_il_ps_pensa_alle_primarie
Lo strumento delle primarie ha perso di slancio nel dibattito pubblico negli ultimi due anni ed è singolare, quindi, trovarsi davanti ad una delibera di legge regionale (http://www.consiglioregionale.calabria.it/DEL8/355.pdf) datata 6 agosto 2009 (una giornata con 25 punti all’ordine del giorno), soprattutto perché questa viene dalla Calabria, regione legata nel senso comune più ad all’idea di malaffare che a quella di novità ed apertura.
Tali ragioni hanno attirato le critiche rumorose di IdV (http://www.libero-news.it/adnkronos/view/172074) ed in particolare di De Magistris (http://www.giuseppeveltri.it/blog/?p=1278).
Tali critiche si basano su pochi punti:
1- Obbligatorietà delle primarie: ogni coalizione deve presentare una lista di candidati presidenti regionali e, nel caso non rispetti il mandato dell’elettorato, perderà l’accesso a determinati rimborsi previsti dalla legge
2- Costi aggiuntivi sulle spalle dei cittadini calabresi (stimati sui 600′000€)
3- “legge truffa che aiuterà la mafia”
4- Illegittimità: una legge ordinaria va ad intervenire su materie di competenza dello Statuto.
5- Mancata segretezza del voto: la scelta della scheda della coalizione si fa “alla luce del sole”
Prima di tutto vediamo cosa prevede la legge:
- Le primarie si svolgono prima della data di presentazione delle candidature alle Regionali. In caso di scioglimento anticipato, entro 15 giorni dallo scioglimento. Le primarie vengono largamente pubblicizzate.
- Ogni coalizione presenta una lista di candidati Presidenti, sottoscritta da almeno lo 0,16% dell’elettorato (tremila firme) e diecimila euro di cauzione.
- Le sezioni sono diverse e più grandi di quelle delle elezioni ordinarie, riducendone il numero secondo determinati criteri. Le sedi vanno scelte “avendo cura di non intralciare le normali attività che in esse si svolgono” (art 8, comma 2 sezione b), quindi si escludono le chiusure delle scuole.
- Si vota prendendo la scheda relativa alla coalizione (una ed una sola) per cui si è intenzionati a votare e si scrive il nome di uno dei candidati a Presidente in quella coalizione. (No, niente write-in candidate, quella è roba da americani)
- Chi vince all’interno di una coalizione dovrà essere candidato presidente da quella coalizione, pena la perdita dei rimborsi pari a 0,50€ per ogni scheda votata per la propria coalizione. Il totale dei costi è stimato sui 600′000€.
Senza dubbio l’istituzione delle primarie è un fatto positivo per il cittadino calabrese: potrà scegliere all’interno della propria coalizione, riducendo il peso degli accordi a livello nazionale e legittimando un candidato altrimenti debole. Ma cosa c’è di vero nelle critiche di IdV? Vediamo.
1- Obbligatorietà delle primarie:
L’articolo 4 dice “Ciascuno dei soggetti [..] presenta una lista contenente uno o più candidati” dunque è lasciata libertà alla coalizione contraria all’esercizio di tale diritto da parte del suo elettorato, perché ritenuto troppo influenzabile o troppo poco “adulto” per meritare questo potere, di presentare una lista di un solo candidato.
In altre parole l’effettivo valore e la selezione delle candidature è a carico della coalizione stessa, augurandosi che il popolo calabrese noti la differenza fra liste di un solo nome e liste vere.
2- Costi
Come ha fatto notare il Presidente del Consiglio Regionale:
“Ho ricordato, poco fa, che gli articoli 10 e 11 dello Statuto prevedono referendum consultivi in cui i cittadini votano. Non ha efficacia… cioè una sorta di consultazione. E basta, per fare quel referendum, che lo decidano il 40 per cento dei consiglieri o due province.
Alla fine non c’è efficacia. Costa 10 milioni di euro fare quel referendum. Nessuno è venuto in Aula a dire che quello è un di più, è uno sperpero.
Quindi siamo gli stessi che abbiamo approvato quell’articolato. C’è qualcosa che non funziona, cari colleghi. Sono troppi 600 mila euro perché i cittadini scelgano chi vogliono come candidato al Presidente della Giunta e 10 milioni di euro non sono poi tanti? Certo, che ci sono opinioni differenti ma questa è la democrazia.”
Inoltre i 600′000 euro sono spalmati sui cinque anni sono 10′000€ al mese. Non una quantità eccessiva.
3- Legge truffa - Mafia
Sul perché questa possa essere una legge truffa non abbiamo risposta. L’unica possibile è la naturale ostilità di IdV (come insegna il caso Abruzzo) per le primarie, preferendo gli accordi decisi sia a livello locale sia a livello nazionale (in stile PDL-UDC: “tu mi dai il Piemonte, io ti sostengo nel resto d’Italia o PDL-Lega, vedi alla voce Veneto).
Sul discorso delle possibile influenze mafiose è difficile credere che la possibilità di aumentare la democrazia nelle scelte importanti possa avere un rischio d’infiltrazione mafiosa più alto di lasciare tali decisioni alle segreterie, che comunque continuerebbero ad avere un peso notevole.
Infine il voto, valendo 0,50€ in contributi, dovrebbe essere acquistato a cifre talmente basse da non valere nemmeno un bicchiere d’acqua di rubinetto.
4- Illegittimità
La decisione delle primarie non è vincolante (si perdono i contributi) e dunque non crea un ostacolo al diritto di elettorato passivo.
5- Mancata segretezza del voto
Questo è un falso problema. Il voto alle primarie non influenza assolutamente il voto alle regionali: si può cambiare scelta e si può saltare le prime. Ma è abbastanza scontato che, per votare il candidato di una coalizione, bisogni almeno fare una scelta di campo.
Inoltre è vietata ogni trascrizione di chi ha votato che coalizione.
Conclusioni
Questa legge è un interessante e sorprendente passo in avanti, inaspettato ma che rischia di finire incompiuto. Come è stato detto in Consiglio Regionale, è un inizio ed è interessante che sia stata firmata dal Presidente, impegnandosi quindi di fatto alle primarie.
C’è la possibilità che finisca per essere un mero spreco di denaro, con liste di un solo nome. Sta all’unico movimento che ha al suo interno la vocazione delle primarie, il Partito Democratico, dare l’esempio fin da subito stabilendo per regolamento come verrà fatta tale lista, lasciando perdere i deliri di chi si nasconde dietro al giustizialismo per evitare il confronto elettorale all’interno della coalizone: non tutto ciò che è calabrese deve essere malaffare.
Questa legge non è troppo (legge-truffa, spreco, blabla) è troppo poco. Ma è un inizio ed un segnale di felice controtendenza in un contesto ostile al passaggio delle decisioni dalle stanze chiuse al confronto aperto, augurandosi che il popolo calabrese premi l’apertura sull’imposizione aritmetica (otto regioni a me e due a te). http://www.primariesempre.org/2009/08/25/le-primarie-per-legge-il-caso-calabria/
In realtà trovo il dibattito precongressuale del Pd molto noioso, nessuno che spieghi perché Bersani sta cercando di abbattere Franceschini dalla segreteria del Pd, utilizzando tutti i mezzi e anche qualche mezzuccio. Io invece sul tema ho le idee chiare e provo a dirle senza troppi giri di parole, perché alle primarie è così che si fa, la democrazia diretta è roba tosta e chiunque abbia esperienza di primarie americane ne sa qualcosa.
Io sostengo la candidatura di Dario Franceschini alla segreteria del partito per una serie di motivi che ho elencato in una conferenza stampa di cui, se volete, è disponibile il video. A quel che ho detto lì non ho nulla da aggiungere. Voglio aggiungere invece qualcosa sul perché non voto Bersani e sul perché credo che il popolo del Partito democratico debba bocciare la sua ambizione di scalzare il segretario. Non uso cattiveria, non ne sono capace, di Bersani sul piano personale ho stima. Faccio una valutazione politica e la condivido con voi.
1. Pierluigi Bersani è il candidato preferito dalla destra: ha incassato endorsement espliciti da Umberto Bossi, Gianni Alemanno, Francesco Storace, la Compagnia delle Opere, Clemente Mastella e Comunione e Liberazione. Berlusconi stesso vede Franceschini come il fumo agli occhi, lo teme e i suoi lo attaccano spesso duramente. Il Cavaliere preferisce un ex comunista dell'Emilia Romagna come rivale perché sa che un ex comunista non vincerà mai le elezioni in questo paese.
2, Pierluigi Bersani è sostenuto da Massimo D'Alema e con lui prefigura un disegno politico di un partito a forte identità postcomunista, spostato a sinistra per lasciare libero lo spazio al centro per la nascita di un nuovo soggetto politico neodemocristiano a cui delegare il compito di intercettare voti moderati per costruire successivamente un'alleanza di centro-sinistra con il trattino. Questo schema politico, adatto al contesto dei primi Anni Novanta, è stato superato dall'intuizione prodiana dell'Ulivo prima e dall'idea del Partito democratico dopo. Tornare indietro sarebbe un grave errore oltre che un suicidio politico che consegnerebbe al soggetto centrista un potere enorme e non condizionabile, che probabilmente sarebbe utilizzato non per costruire alleanze a sinistra, anzi.
3. Pierluigi Bersani per rendere possibile il succitato scenario politico con Massimo D'Alema punta a una riforma elettorale sul modello tedesco, che schiaccerebbe il Pd nel ruolo che fu del Pds e, soprattutto, toglierebbe agli elettori il diritto di scegliere da quale maggioranza essere governati, schiudendo le porte alla Grosse Koalition per cui quell'area politica si batte da anni, secondo lo stile dei pizzini di Nicola Latorre in continuità con la Bicamerale dalemiana. Riconsegnare ai giochi di palazzo la scelta dei governi sarebbe un pesantissimo passo indietro per l'Itala.
4. Pierluigi Bersani non crede al partito delle primarie, vuole un "partito-bocciofila" dove pesino soprattutto gli iscritti e di conseguenza i signori delle tessere, che non a caso sono in prima fila a sostenerlo, a partire dai detentori di decennali sistemi di potere nel meridione d'Italia come Antonio Bassolino e Agazio Loiero. Le primarie verrebbero depotenziate con la costruzione del cosiddetto "albo degli elettori", che altro non sarebbe che un sistema di tesseramento. L'intuizione del Pd è stata il consegnarsi alla democrazia diretta, al popolo delle primarie, che dove è stato possibile ha innovato la classe dirigente usando questa leva (non a caso l'apparato osteggiava Matteo Renzi a Firenze, Roberto Balzani a Forlì e tutti gli outsider che a decine hanno vinto primarie locali in questi due anni di vita del Pd).
5. Pierluigi Bersani vuole rompere i rapporti con Antonio Di Pietro, mentre io credo che l'unità delle opposizioni sia assolutamente necessaria e l'Italia dei Valori è un alleato da rispettare.
Non aggiungo nulla sul fatto che l'idea dalemiana di partito è novecentesca (non a caso i rinnovatori come Serracchiani, Sassoli, Barracciu e mettiamoci pure Adinolfi sono con Dario), che il metodo di puntare tutto sull'identità diessina è un errore strategico, che la vocazione maggioritaria è stata l'intuizione più efficace del Pd e ha portato a uno snellimento positivo della politica italiana, che il mescolamento di culture è il meglio che possiamo offrire al paese.
Io credo molto a un partito che va dalla Binetti a Cofferati, perché solo con un partito così si può tornare a governare l'Italia.
Il partito-bocciofila serve per rinchiudersi con i vecchi a guardare al tempo che fu, per provare a dare un senso a quella storia, anche se quella storia un senso non ce l'ha e l'unica cosa seria da fare è costruire il futuro. http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it/
Oggi il Riformista diretto dall'ex senatore del Pd Antonio Polito apre con un sondaggio un po' confuso e un editoriale sbagliato. Il sondaggio è firmato Ipr Marketing, non cita né data di realizzazione né composizione del campione, "svela" che Bersani avrebbe 19 punti di vantaggio su Franceschini (tra chi? Tra gli iscritti al partito? Tra gli elettori del Pd? Tra gli elettori italiani) e che "il popolo delle primarie non c'è più".
Tutto preoccupato sono andato a pagina tre del Rifo a leggere i dati del sondaggio. Scopro che alla domanda: "Lei pensa di andare a votare per le elezioni primarie interne del Partito democratico?", il 22% risponde "sicuramente sì" e il 34% "probabilmente sì". Mi viene da chiedere al mio amico Stefano Cappellini che firma l'editoriale sul popolo delle primarie che non c'è più: sai quanti voti ha preso il Pd alle ultime elezioni europee? Un po' più di otto milioni. Se il 56% degli elettori andasse a votare avremmo un'affluenza ai gazebo di quattro milioni e mezzo di persone. Ma se anche fossero solo il 22% che risponde "sicuramente sì", cioè un milione ottocentomila persone, sarebbe una sconfitta per chi crede che il Pd debba essere un partito imperniato sulla partecipazione democratica diretta dei cittadini alle scelte fondamentali?
Al Riformista oggi hanno voluto pubblicare dei numeri per sostenere una tesi: dire che Bersani è vincitore sicuro (puntando a spostare a suo favore equilibri che si stanno formando sul territorio) e che il partito delle primarie deve essere messo in soffitta. Operazione legittima. Ma poteva poggiarsi su un sondaggio trasparente o almeno costruito per bene. Con cifre sparate un po' a casaccio senza indicare nulla sul campione, si rischia di alimentare più di un sospetto.
Io, ad esempio, sono convinto che il popolo delle primarie ci sia ancora, eccome. Lo vedremo il 25 ottobre. E, comunque, lo conferma persino il sondaggio "riformista" di Ipr Marketing. Cari amici del Rifo, attenti a quel che scrivete: Bersani gode della simpatia esplicita di molti elettori di destra, avete intervistato Storace e ha detto proprio a voi che lo voterà provando a inquinare le primarie. Non è che i diciannove punti di vantaggio su Franceschini li lucra proprio poggiandosi su quell'elettorato? E quello è un elettorato che il 25 ottobre non voterà.
Ecco, questa insistenza che mettete per affondare i metodi della democrazia diretta e riconsegnare il Pd ai giochi dei signori delle tessere un po' infastidisce. Capisco la tesi, è comunque sbagliata, ma sostenetela senza ricorrere a trucchi. http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it/
Due dei tanti partiti "partecipativi" che abbiamo il privilegio di avere in Italia dichiarano qui e qui,che non sono favorevoli alle primarie per legge approvate in calabria,in particolare "Si realizza in Calabria una democrazia autoritaria, presidenzialista e populista, che ammantata da una falsa ed inesistente partecipazione, annulla la democrazia dal basso", ci dobbiamo essere distratti ,infatti, questi 2 partiti ,favorevoli alle primarie ,ma solo su base "volontaria", insieme a tutti gli altri ci hanno fatto "partecipare" alla scelta dei candidati a Montecitorio e a Bruxelles, e ci faranno certamente "partecipare" alla scelta per i prossimi candidati alle comunali ,provinciali ,regionali, volontariamente ,si capisce.
PS a proposito D'alema-Bersani sostiene le primarie di coalizione ,ma sempre su base "volontaria" e con l'approvazione degli altri partiti ,se il buongiorno si vede dal mattino auguri. http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/08/10/che_teneri.html
Beppe Grillo dovrebbe farsi sostenitore di Ignazio Marino. L’iniziativa di creare un partito, il Movimento di Liberazione Nazionale, con un’impronta molto prossima a quella di una lista civica, quindi un partito formato da persone provenienti dalla società civile, non politici di professione, avente come programma i cosiddetti 5 punti o 5 stelle enunciati a Firenze e condensati nella cosiddetta Carta di Firenze, è pur una buona idea ma potrebbe non condurre a quel cambiamento a cui Grillo stesso allude. Perché il MLN non è un partito radicato nel territorio, sebbene lui dica il contrario portando a testimonianza l’esperienza dei meet up e dei V-day. Per cambiare bisogna avere i numeri, a livello nazionale e a livello locale. Il MLN, ora come ora, non sarebbe altro che l’ennesimo partito d’opposizione.
Ma esiste un modo, un modo più veloce per poter applicare il programma di Grillo. Ed è quello di fare campagna alle primarie PD per Ignazio Marino. La proposta blasfema che lancio da queste colonne è di quelle da fantapolitica. Ma Marino ha bisogno di consenso popolare, che ora non ha, o non ha al 51%, quota di voti che serve a vincere le primarie e quindi a vincere il Congresso.
Se Grillo sostenesse Marino, la cui politica non è affatto lontana dalle proposte di Grillo – si è spesso pronunciato favorevole a norme che rendano ineleggibili al parlamento personalità aventi guai con la giustizia, sia semplici indagati che condannati in via definitiva, ed è l’unico fra i tre contendenti alla segreteria PD ad avere una proposta in tema energetico chiara e particolareggiata (con l’enfasi posta sulle tecnologie delle energie rinnovabili altamente sperimentali come il solare a concentrazione), l’unico ad avanzare in tema di rifiuti il concetto del “rifiuto zero” passando per le fasi del riuso e del riciclo- Grillo avrebbe nel Pd un possibile alleato di governo.
Grillo ha oggi un grande potere: quello di influenzare il risultato delle primarie. Pronunciandosi a favore di Marino. Marino ha una carriera professionale e politica quasi immacolata (qualcuno ha evocato il voto favorevole all’indulto made in Mastella, ma allora prevalse nella sua scelta la logica di fedeltà al partito e alla coalizione di governo, nonché un minimo di inesperienza essendo alla sua prima elezione al Senato).
Con Marino alla segreteria PD, il MLN di Grillo può avere tutto il tempo di crescere e affermarsi, sia localmente che in parlamento, e quindi ipotizzare alleanze di governo con il PD stesso ed avere qualche probabilità di cambiare l’agenda della politica italiana.http://yespolitical.wordpress.com/2009/08/05/perche-beppe-grillo-deve-sostenere-ignazio-marino/
Se chi propone il sistema elettorale tedesco vuole davvero essere coerente è meglio che ammetta checosì il PD cesserà di esistere.In primo luogo è difficile immaginare per il premier ,chiamarlo cancelliere a questo punto sarebbe più preciso, primarie, i partiti andrebbero inevitabilmente con le mani libere ed un PD che anche facesse le primarie si esporrebbe alla delusione ed allo scorno dei suoi elettori per forza di cose delusi e costretti a constatare la contraddizione fra un programma "sigillato" dalla volontà delle primarie e le trattative post elezioni affidate ai partiti che "stracciano" o "stirano" quel programma .Presto o tardi le regole profonde di un sistema si farebbero sentire a cui va aggiunto che ,mentre nell"'originale" ,il sistema Tedesco, il cancellierato va sempre al partito più grande della coalizione ,niente fa credere che nel Tedesco all'Italiana certe pretese non vengano fuori e i più piccoli non ricattino i più grandi specialmente se possono utilizzare la teoria dei due forni .Inoltre primarie per i parlamentari si o no, difficili da realizzare una volta che la nomenklatura si sia assicurata con il proporzionale ,niente altro è il sistema Tedesco, l'elisir di lunga vita, non ci sarebbe nessun vincolo maggioritario ne interesse per i "perdenti" nel PD nel rimanere ,prima o poi verrebbero fatti fuori del tutto o con le primarie nel caso aleatorio si tenessero, o più probabilmente con i congressi a botte di tessere ,tangentopoli evidentemente non ha insegnato niente, molto più comodo allora tentare la fortuna nelle elezioni generali potendo comunque contare su un gruzzolo di voti per provare a superare lo sbarramento .Ricordiamo a tal proposito che nel sistema tedesco propriamente detto lo sbarramento è solo nominalnamente del 5% ,infatti basta vincere almeno tre collegi uninominali per aggirare la soglia e partecipare alla divisione nel proporzionale , quanto tutto ciò possa accendere la fantasia e l'inventiva dei nostri politici è facile da immaginare . A questo punto anche solo per scissioni continue ,una volta a destra un'altra a sinistra ,il PD non esisterebbe più poichè esso vive o muore con il maggioritario http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/08/03/chi_ama_il_tedesco_odia_il_pd.html
Con Pannella e Bertinotti
L’ipotesi avanzata sulle colonne di Europa qualche settimana fa di un Partito democratico capace di dare sostanza a uno dei poli di un sistema politico bipolare, se non compiutamente maggioritario, sta prendendo quota e aggiunge stimoli al dibattito precongressuale. Pannella, Bertinotti, ma anche Sergio Romano. Si allarga il fronte di coloro che, consapevoli della necessità di una nuova prassi politica, guardano con rispetto e interesse al tentativo di definire una nuova identità politica da parte dei dem.
Il sarcasmo sul nuovismo non si spegne ma almeno si addolcisce. È chiaro – a molti se non proprio a tutti – che nessun nuovo problema si risolve con ricette del passato (con gli occhi dell’oggi sembra che fossero vincenti ma forse, visto in che condizioni siamo, non lo erano neanche allora).
In una visione bipolare e maggioritaria delle regole democratiche i partiti non possono essere che contenitori ampi di culture, visioni, tradizioni tenuti insieme dalla volontà e dalla necessità di convivere accomunati da alcuni valori di fondo che ispirano la ricerca delle soluzioni pratiche ai problemi che si pongono ai diversi livelli di governo. Queste forme politiche organizzate non possono che essere post ideologiche, che non significa – sembra strano doverlo ripetere – assenza di valori ma assenza di modelli prestabiliti di soluzioni da imporre alla realtà (città future, utopie, mondi nuovi, eccetera) significa riconoscimento della complessità, cioè della esistenza di diverse soluzioni possibili, tutte altrettanto valide, che solo l’esperienza dimostrerà quanto giuste, o meglio, adeguate allo scorrere degli eventi e al cambiamento costante del contesto (sempre meno prevedibile).
I valori sono gli ordinatori della ricerca delle soluzioni. Le persone che si ispirano agli stessi valori possono legittimamente ritenere appropriate diverse soluzioni. E a un certo punto si dovrà scegliere, decidere. Che non significa “fare sintesi”, perché le opinioni rimarranno diverse.
Tesi e antitesi non diventano sintesi nella società complessa che si riconosce immanentemente conflittuale. Si troveranno delle convergenze, parziali, temporanee, si sperimenteranno soluzioni, si verificherà se le soluzioni adottate avranno prodotto i risultati attesi e si tornerà a proporre interventi di nuovo, ispirandosi ai valori guida nella consapevolezza di spostare un po’ avanti il punto di conflitto ma non di risolverlo una volta per sempre. E di nuovo dividendosi e sperimentando.
Un partito nel quale a pieno diritto possono ritrovarsi persone che si ispirano agli stessi valori guida di solidarietà umana, di libertà individuale e di eguaglianza delle opportunità di autorealizzazione – pur declinati nelle tradizioni cristiana, liberale o socialista – deve essere organizzato in forme democratiche riconosciute valide e funzionanti da tutti coloro che vi aderiscono. E non può che essere organizzato attraverso procedure di decisione che garantiscano a tutti uguali possibilità di esprimersi e di contare.
Per questo la questione delle regole e della forma partito non è questione da azzeccagarbugli ma questione di fondo dell’identità del Pd. Un partito di questa natura non cerca la sintesi ma la convivenza di opinioni diverse finalizzate a obiettivi comuni. Non propone il “centralismo” omologatore ma l’efficacia! Il principio di maggioranza applicato all’assemblea degli iscritti di per sé non garantisce le diverse componenti e diventa ostacolo a qualsiasi forma di convivenza. È vero che esistono tante modalità di regolazione delle assemblee capaci di riconoscere e far sopravvivere dignitosamente le minoranze.
Ma è cruciale riconoscere un principio ordinatore dirimente quando la decisione si inceppa: questo non può che risiedere nel riconoscere il valore “supremo” dell’opinione espressa dagli elettori.
Sono loro gli azionisti, quelli che garantiscono in tutti i sensi le risorse.
Quella sovranità degli elettori che in queste ore appare messa in discussione da quasi tutti i candidati alla segreteria sotto l’incalzare della necessità di conquistare più la maggioranza dei (relativamente pochi) iscritti che non quella dei (relativamente tanti) elettori.
Se verrà mantenuta la scelta del bipolarismo, anche se “dolce e temperato”, si dovrà necessariamente riprendere la strada della costruzione di un partito che si propone di avere i voti (e le alleanze) necessari per governare e non solo per testimoniare, orgoglioso di avere con sé non solo Rutelli e D’Alema, ma anche Bonino, Bertinotti e Vendola. E la soluzione non potrà che essere cercata in un contatto il più aperto possibile con gli elettori.
Una postilla.
A quel punto però non si lascino le soluzioni organizzative ai filosofi e ai giuristi ma si coinvolgano gli “scienziati” dell’organizzazione e i manager. Un partito politico è comunque una forma organizzativa che deve produrre diversi output, decisioni di governo e di opposizione a diversi livelli, iniziative culturali e sociali, elaborazioni e discussioni, attraverso la “organizzazione” di persone che vanno motivate, formate, coordinate, verificate e selezionate.
Mario Rodriguez http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/112266/con_pannella_e_bertinotti
Lunedì scorso ho preso la tessera del Pd, a Roma, circolo Porta san Giovanni (rispettando il principio di territorialità). L’ho fatto per poter partecipare al congresso e sostenere la candidatura di Ignazio Marino.
Entrambe le cose senza illusione alcuna. Per amore del sillogismo.
Eccolo.
Con questi dirigenti non vinceremo mai. La frase fu pronunciata sette anni fa da Nanni Moretti, era vera al 101%, ci siamo invece comportati in questi anni come se fosse una esagerazione polemica. A questo punto è stata comprovata sistematicamente, insistentemente, al di là di ogni ragionevole dubbio. Bisogna perciò trarne la conseguenza: se vogliamo che l’opposizione torni a vincere, se vogliamo cacciare Berlusconi, bisogna cacciare questi dirigenti, con cui non vinceremo mai. Cacciarli tutti.
Il regolamento del congresso Pd offre una chance per farlo. Prevede che a votare siano i cittadini nelle primarie del 25 ottobre, e tra i candidati c’è una personalità estranea alla nomenklatura, che viene dalla società civile. Ignazio Marino. Se vince, la possibilità di cacciare tutti i “dirigenti con cui non vinceremo mai” diventa concreta.
Il regolamento congressuale prevede che ogni candidato possa essere appoggiato da più liste di sostenitori (Veltroni, ad esempio, era sostenuto da tre liste diverse). Riuscire a organizzare una lista per Marino con esplicite caratteristiche “girotondine”, anti-casta e anti-inciucio, una lista intransigente “giustizia e libertà”, è possibile, e aumenta le chance di cacciare tutti i “dirigenti con cui non vinceremo mai” (sarebbe anzi utile che tutti gli iscritti al Pd che condividono questa prospettiva comincino a mandare la loro disponibilità).
Se a conclusione del processo che va da qui al 25 ottobre queste intenzioni fossero sconfitte, ci avremmo rimesso solo qualche euro e qualche mezzora di tempo. Francamente non è molto, il gioco vale assolutamente la candela. Continueremmo il nostro impegno in tutti i luoghi e le situazioni (di partiti, di movimenti, di giornali ed editoria, di siti internet) che via via si presentino. Perché se non ci si impegna mai non si ha neppure il diritto di lamentarsi.http://temi.repubblica.it/micromega-online/que-se-vayan-todos/
«Se vince Bersani bipolarismo a rischio»
Aldo Cazzullo
Corriere della Sera
«Dal congresso del Pd e dal suo esito non passa soltanto il futuro del partito, che pure è una cosa importante. Passa anche il futuro assetto della politica italiana dopo Berlusconi; e quindi la questione riguarda tutti. Sento il dovere di pensare cosa succederà dopo la chiusura di un’epoca, che può essere o fisiologica, con la fine della legislatura, o traumatica. Abbiamo il dovere di pensare che dopo Berlusconi non venga azzerato l’orologio e non si ricominci tutto da capo; come se il bipolarismo e l’alternanza di governo non fossero una conquista di tutti, che ha reso più moderno e più semplice il paese, ma fossero legati solo all’esistenza di Berlusconi come leader o come avversario. Il che sarebbe un dramma ».
Segretario Franceschini, sta dicendo che se vince Bersani si torna indietro, alla Prima Repubblica?
«In questi anni di transizione dal ’94 a oggi, con tutti gli scontri e i limiti che abbiamo visto, due cose sono state condivise dai due campi: la nascita di uno schema bipolare, centrodestra e centrosinistra che si alternano al governo; e la nascita del Pd prima e del Pdl poi. Si è passati da un bipolarismo fondato su coalizioni eterogenee, frammentate, litigiose, a un bipolarismo più europeo, con due grandi partiti alternativi e alcune forze intermedie. Ma non dobbiamo credere che questo sistema sia acquisito per sempre, come se fosse consolidato da decenni. Dobbiamo pensare che questo sistema vada salvaguardato; perché non riguarda solo la politica, ma anche le istituzioni, l’economia, la competitività, l’aggancio all’Europa».
Il bipolarismo è davvero in pericolo secondo lei?
«Io prendo un impegno: garantire che questo schema sopravviva a Berlusconi. Invece a volte ho l’impressione che, se questo schema non si consolida, possa scattare un meccanismo per cui, finito Berlusconi, la politica italiana si rimette in moto su binari antichi e, attraverso cambi di legge elettorali o attraverso scelte politiche, torni uno schema in cui le maggioranze e i governi non sono più decisi dagli elettori ma sono variabili e mobili. Il bipolarismo italiano e il campo riformista non sono nati in funzione anti-Berlusconi; corrispondono a un assetto globale, tipico delle democrazie di tutto il mondo. Ma se noi sbagliamo rischiamo di perdere questa conquista».
Lei ne parla come se il Cavaliere non avesse ancora un lungo mandato davanti a sé.
«Del dopo-Berlusconi dobbiamo cominciare a occuparci. Nessun uomo di buonsenso può pensare che si ricandidi a fine legislatura; è una scadenza inevitabile. Ma ci sono tutti gli ingredienti per una fine traumatica anticipata. L’autunno sarà il momento di massimo impatto della crisi: piccole e medie imprese che non riaprono perché hanno finito credito e liquidità, lavoratori dipendenti o autonomi con redditi ormai totalmente insufficienti, decine di migliaia di lavoratori dipendenti o autonomi che perdono il lavoro e si trovano a zero euro senza ammortizzatori. Una situazione che si prospetta esplosiva dal punto di vista sociale, con deficit, spesa pubblica, debito pubblico in aumento...».
Berlusconi le replicherà che lei fa del pessimismo ai limiti del disfattismo.
«Non è pessimismo; è realismo. Inutile pensare di risolvere il problema nascondendolo. A fronte di una crisi gravissima, c’è un presidente del Consiglio profondamente indebolito sia rispetto alla sua credibilità nel Paese, sia rispetto alla sua forza nella coalizione. Quando cominciano i processi di indebolimento, non si fermano più. E noi dobbiamo ragionare affinché ciò che abbiamo raggiunto nella stabilizzazione dell’assetto politico del paese non finisca con Berlusconi ».
Quale può essere lo scenario, se al congresso e alle primarie le sue idee non prevarranno?
«Tutto potrebbe tornare a essere elastico e possibile, con alleanze non dichiarate agli elettori che le scelgono ma frutto di accordi parlamentari, cui potranno essere dati nomi nobili — governo di convergenza, grande coalizione — ma che di fatto smontano una conquista. Perché bipolarismo e alternanza non sono garantiti, come qualcuno pensa, da una legge elettorale, per quanta influenza abbia. Il bipolarismo sopravvive a qualsiasi legge se ci sono due grandi partiti alternativi. Se invece — consapevolmente o inconsapevolmente— scomponi questi grandi partiti e torni a un sistema centro-sinistra e centro-destra, con il famoso trattino, tutto torna in movimento; non ci sono più due grandi partiti avversari, ma prevale il vecchio schema con la sinistra da una parte e il centro del centrosinistra dall’altra ».
Sta dicendo che teme per l’integrità e la tenuta del partito?
«Tenuta in quanto contenitore no. Penso però che il Pd, per essere se stesso, debba coltivare le proprie diversità, viverle come una ricchezza e non come un limite. Per questo credo non debba esserci in nessun modo una parte che prevale sull’altra. L’arcipelago di posizioni che sostengono la mia ricandidatura, laici e cattolici, persone che provengono da storie diverse, aree più moderate e aree più a sinistra, è la garanzia che il Pd continui a essere un grande partito».
Bersani rivendica di poter parlare di partito di sinistra.
«Io sarei cauto nell’uso delle parole. Sinistra è una parola e una storia nobilissima, cui io sono anche legato. Da ragazzo ero nella sinistra Dc con Zaccagnini, e ricordo convegni in cui si discuteva se considerarci sinistra della Dc o sinistra nella Dc. Conosco la forza, l’orgoglio della parola sinistra. Ma so pure che c’è una parte degli elettori e dei gruppi dirigenti del Pd che non si riconosce solo in quella parola. O il partito resta la casa di tutti, liberal, cattolici, laici, ambientalisti, oppure diventa un’altra cosa ».
Anche Bersani ha con sé cattolici come Letta e Bindi.
«Ma non c’è dubbio che nello schieramento che lo sostiene ci sia un’identità organizzativamente e politicamente prevalente. Proviamo a rovesciare il ragionamento: se per assurdo un’identità di centro esercitasse una egemonia sulle altre, chi si sente di sinistra rimarrebbe volentieri?».
Una scissione?
«Non necessariamente. Se si lascia aperto uno spazio, il vuoto sarà riempito. Io non escludo una futura alleanza con l’Udc. Ma voglio un Partito democratico che non rinuncia a competere direttamente con il Pdl, che non ha bisogno di appaltare a qualcuno la funzione di parlare con i mondi produttivi, di conquistare il voto mobile. Voglio un Pd che rappresenti l’elettorato di sinistra ma competa al centro. L’esito del nostro congresso peserà sull’intera politica italiana: se consolidiamo il Pd, reggerà anche il Pdl dopo Berlusconi; se il Pd si scomponesse, anche il Pdl scomparirebbe e tutto ricomincerebbe da capo».
Sistema tedesco, cioè smantellamento del bipolarismo
Estratto dal position paper della fondazione di scuola politica
a cura di Augusto Barbera
Sistema elettorale
Una premessa metodologica. Nell’attuale contesto pare inutile
e defatigante discutere a vuoto di modelli elettorali. Se ne registrano
circa 400, ma le loro virtù o i loro difetti sono strettamente
legati al tipo di
sistema politico-istituzionale che si intende
contribuire a costruire. Non si possono porre sullo stesso
piano – come spesso avviene – modelli fra loro diversi, ad
esempio il sistema tedesco o i sistemi francese o spagnolo.
2Chi vuole il sistema tedesco, che è un sistema proporzionale,
sa bene che esso non consentirebbe a nessun partito, o a nessuna
delle coalizioni oggi sulla scena politica, di raggiungere la
maggioranza (50% +1) dei seggi necessaria per dare vita a un
governo. Con una legge di tipo tedesco il sistema «bipolare»
verrebbe sostituito da un sistema «tripolare» che farebbe perno
su un centro immobile, in grado di portare al governo ora l’uno,
ora l’altro, dei due poli, ma cui verrebbe assicurata un’ininterrotta
permanenza al governo; oppure, in caso di maggiore
frammentazione e di più centri «opportunistici», a una grande
coalizione tra le maggiori forze politiche. Mentre il sistema bipolare
– comunque strutturato e comunque raggiunto – ha consentito
al corpo elettorale (nel 1996, nel 2001, nel 2006, nel 2008)
di scegliere, di fatto, i programmi e i governi, assicurando l’alternanza,
invece, in un sistema tripolare tale scelta passerebbe
al partito o ai partiti che vanno a comporre il terzo polo, con effetti
dubbi sulla stabilità e incisività dei governi.
Sembra comprensibile il ragionamento che sta alla base, nei
più consapevoli fautori nel centrosinistra di tale sistema: poiché
il Partito democratico (o una coalizione di centrosinistra) avrebbe
Una discussione
preliminare su una
possibile «agenda delle
riforme» e alcune linee
guida: un’opzione
sul sistema elettorale
per il dopo referendum;
indirizzi generali sulla
riforma dei regolamenti
parlamentari, una
posizione non equivoca
sul bicameralismo
e su modifiche mirate
alla forma di governo
2 Sistema elettorale, regolamenti parlamentari, bicameralismo
difficoltà a vincere in una competizione con il centrodestra, si
dovrebbe realizzare un sistema in cui nessuno vinca e nessuno
perda sul campo, ma a tutti sia data la possibilità di «manovrare
» in parlamento, dopo il risultato elettorale. Una posizione
«sconfittista», peraltro smentita dalle alternanze regolari praticate
dal 1994, in cui si mescolano il vecchio pessimismo di una
certa cultura comunista e il non meno vecchio gusto democristiano
per la mediazione assembleare. È chiaro – sia detto tra
parentesi – che con il sistema tedesco il Partito democratico rischierebbe
di esplodere, con alcune schegge attratte verso il centro
e altre verso una neo-formazione della sinistra tradizionalista.
Fino a quando il Congresso del Partito democratico non avrà
detto una parola chiave sul modello di sistema politico da perseguire
trovo improduttivo discutere di sistema elettorale, anche
perché, stanti i risultati del referendum, una modifica del
sistema elettorale non appare attuabile almeno per questa legislatura.
Quale che sia il sistema elettorale che sarà prescelto (proporzionale
o maggioritario) un punto va tenuto fermo. La mancata
possibilità per gli elettori di scegliere i candidati e il potere di
ristrette oligarchie partitiche di determinare, in pratica, l’intera
composizione delle due camere è causa di una notevole sofferenza
democratica. La politica è stata sradicata dal territorio e
ha costretto gli elettori a trovarsi nella grigia condizione di spettatori
delle prestazioni televisive dei propri leader. Tre le strade
possibili: a) ritorno ai collegi uninominali (siano essi o maggioritari,
o inseriti all’interno di un sistema proporzionale con
premio di maggioranza o meno); b) liste bloccate ma in collegi
ristretti, pressoché corrispondenti alle attuali province, o a multipli
o sottomultipli della stesse (come in Spagna ove i collegi
esprimono 3-4 candidati, tranne Madrid e Barcellona); c) ritorno
al voto di preferenza (unico o plurimo).
Quest’ultimo è un ritorno da non auspicare per il bene del
nostro paese e per l’immagine della politica. Va tenuto presente,
infatti, che il sistema delle preferenze ha dato cattiva prova
per due motivi: in quanto richiede ai candidati la disponibilità
di risorse finanziarie ingenti, la cui ricerca è stata causa non ultima
di Tangentopoli; perché introduce elementi di ulteriore
frantumazione correntizia all’interno dei partiti, che si aggiungono
a quelli derivanti dalla frantumazione del sistema politico.
Non a caso è un sistema ormai da tempo abbandonato pressoché
da tutti paesi avanzati.
Se si vogliono evitare le preferenze non basta il ritorno ai collegi
uninominali o la previsione di circoscrizioni piccole se non
accompagnato dalla previsione di elezioni primarie per la scelta
dei candidati.http://www.landino.it/articoli.php?id=523
Congresso Pd: 4 domande e 4 risposte su regole del Pd e regole delle istituzioni
1. Contro una leggenda metropolitana: non vincerà in seggi il Segretario che avrà meno voti
Domanda. Il Regolamento del Pd ha scelto di non collegare tra di loro le liste che sostengono il medesimo segretario. C'è il rischio che chi vince in voti perda in seggi, analogamente al caso Bush contro Gore?
Risposta. Premesso che sarebbe stata più logica la scelta opposta, non c'è nessun problema, è una leggenda metropolitana, il sistema è perfettamente proporzionale, quindi chi vince in voti vince anche in seggi. In America succede alcune volte perché la formula è maggioritaria secca. Qualche rischio di spreco di voti c'è solo nelle 3-4 Regioni più piccole, che pesano comunque molto poco. Sarà sufficiente che solo in quei casi i candidati evitino di presentare troppe liste.
2. L'albo degli elettori esiste già e non avrebbe senso chiudere le iscrizioni prima, sarebbe un confuso ritorno di fatto al partito dei soli iscritti
Domanda. Il candidato Bersani ha proposto di "istituire" l'Albo degli elettori, vincolando il voto a una previa iscrizione in esso. Non è una buona idea? Non è quello che accade negli Usa, come da molti si sente dire?
Risposta. L'Albo degli elettori esiste già nello statuto. Per votare bisogna iscriversi in esso. L'idea di chiudere le iscrizioni all'Albo qualche giorno prima farebbe perdere senso alla distinzione con gli iscritti. Le primarie si rivolgono infatti a persone che non hanno un'attitudine a occuparsi costantemente di politica e ad identificarsi rigidamente nel partito: avvertirebbero quella procedura come una sorta di prolungamento delle iscrizioni "normali". Se chiudessimo ad esempio le iscrizioni anche solo 3-4 giorni prima è facile immaginare che ai possibili 600.000 mila iscritti si aggiungerebbero non più di 100.000 persone, quelle che in realtà non avevano fatto in tempo ad iscriversi. A quel punto che senso avrebbe fare votare prima 600.000 iscritti e poi prevedere un secondo turno con 100.000 persone in più che non cambierebbero il risultato? Chi propone queste soluzioni vuole tornare a un tradizionale partito degli iscritti, anche se ha timore di dirlo, le alternative però sono solo quelle due. Sarebbe però più coerente se lo proponesse limpidamente. Quanto agli Usa la legislazione è diversa Stato da Stato: in una ristretta minoranza, 15 su 50, la registrazione deve essere preventiva; in 11 Stati funziona sostanzialmente come da noi; i restanti sono ancora più flessibili. Infatti in altri 12 possono votare anche elettori che vengono a votare dichiarandosi elettori "indipendenti"; in 9 Stati si decide nel segreto dell'urna la primaria del partito per cui si vuol votare; in altri 4 si possono addirittura votare candidati di partiti diversi.
3. Nelle coalizioni parlamentari normali è il primo partito a esprimere la guida del Governo
Domanda. La coincidenza tra segretario e candidato alla guida del Governo non è tipica del presidenzialismo? E come si fa con le coalizioni, non si finisce col renderle impossibili?
Risposta. E' vero il contrario. E' la regola delle grandi democrazie parlamentari, anche di quelle multipolari. Dove c'è il presidenzialismo il presidente è anche il Capo dello Stato e quindi non può per definizione essere il capo formale del partito, anche se esercita una leadership di fatto ed è selezionato dal partito (con primarie aperte negli Usa, col voto di tutti gli iscritti nei partiti francesi). E' giusto che se c'è una coalizione possa essere richiesta da alcuni alleati una primaria di coalizione, ma in tal caso un partito serio e che non ha complessi presenta il proprio candidato e lo sostiene, come prevede lo Statuto del Pd. Evocare la coalizione come impedimento significa avere la riserva mentale di cedere a un altro partito, anche più piccolo, la guida della coalizione, violando il legame tra consenso, potere e responsabilità e creando le premesse perché elettori e quadri vadano allora direttamente in quel partito, visto che diventa quello decisivo della coalizione.
4. Il cittadino deve poter scegliere il Governo e questo non è bipartitismo
Domanda. Perché Franceschini ha sottolineato con tanta forza che grazie al sistema elettorale il cittadino deve anche scegliere il governo? Non c'è il rischio di una forzatura bipartitica come sottolinea Bersani? Non sarebbe preferibile per evitare quella forzatura adottare il sistema tedesco, come ha proposto in ultimo anche Follini, sostenitore di Bersani, dando così, come lui sostiene, un argomento decisivo all'Udc per scegliere noi?
Risposta. La vera alternativa non è tra bipartitismo e bipolarismo, ma tra bipolarismo e multipolarismo, che comporta una delega in bianco del cittadino al partito votato sulla scelta del Governo. Infatti nei comuni, nelle Province e nelle Regioni c'è una scelta diretta di chi deve governare, ma non c'è affatto bipartitismo, anzi c'è persino troppa frammentazione. Nelle grandi democrazie non c'è un'elezione formalmente diretta dell'esecutivo, ma si adottano vari sistemi che consentono a chi arriva primo in voti di poter governare con un significativo bonus di seggi, in genere col collegio uninominale (Inghilterra, Francia, capitava in Italia col Mattarellum), ma anche con sistemi proporzionali fortemente corretti che selezionano grandi partiti nazionali a vocazione maggioritaria e piccoli alleati regionalisti che si aggregano intorno al primo (Spagna) scoraggiando drasticamente partitipi piccoli e medi di carattere nazionale. Non si vede perché dovremmo invece imitare l'unico sistema in difficoltà, quello tedesco, dove i due partiti più grandi sono stati costretti a realizzare una Grande Coalizione perché il sistema non produce un vincitore. A meno che non si speri di rientrare al governo con una Grande coalizione o ingraziandosi l'Udc, promettendogli un sistema in cui può decidere con chi allearsi dopo il voto degli elettori, magari ottenendo un potere sproporzionato ai voti. Le alleanze vanno benissimo, ma il sistema deve renderle chiare e nette prima del voto. Altrimenti usciamo dal bipolarismo e rientriamo nel multipolarismo sperimentato nella prima fase della Repubblica a livello locale e regionale, che non si espandeva a livello nazionale solo a causa delle fratture internazionali. Non a caso, man mano che i partiti piccoli e medi diventarono più spregiudicati, Roberto Ruffilli propose nuovi sistemi che rendessero il cittadino un arbitro della politica, senza più deleghe in bianco per il Governo.http://www.ceccanti.ilcannocchiale.it/
Gira e rigira, nonostante gli sforzi di portare il dibattito sui contenuti programmatici si torna sempre lì: le primarie.
Non è che ci sarà una logica in tutto questo? Non è che, alla fine dei conti, il problema della selezione dei gruppi dirigenti e dei candidati sia davvero il cuore del rapporto tra un’organizzazione politica e la società che vuole rappresentare? Non è che avranno ragione quelli che credono che la forma partito sia il punto di partenza di ogni proposta politica al paese? Se prendiamo per buono questo assunto, il confronto tra i candidati alla guida del Partito democratico sta entrando nel vivo proprio perché propone al paese due modi di vivere il rapporto tra forme organizzate della politica e forme della rappresentanza preposte al funzionamento delle istituzioni democratiche.
È un confronto vero, serio, utile al paese e da vivere senza alcun senso di colpa: non sono beghe interne, non si tratta di come spartirsi il potere, si tratta di come interpretare le domande che pone la società e si tratta di trovare le forme migliori per garantire qualità alla democrazia. E almeno di questo il Pd può essere fiero.
Il Pdl nasconde i problemi dietro la leadership “carismatica” che forse è più padronale che altro. Ma prima o poi avrà le sue scelte da compiere.
Le primarie, dunque. Una quasi ossessione. Ma ripetiamolo: quelle che si faranno a ottobre sono una forma originale di elezione del leader di un partito attraverso il coinvolgimento ampio e diretto degli elettori che si riconoscono in quel partito. Chiamarle “primarie” ha solo un valore evocativo di altre esperienze e di altre culture e forse fa solo pasticcio.
Il meccanismo scelto (e certamente migliorabile) sottintende una forma di partito “società” sostanzialmente diverso dal partito “stato” (che si fa stato) che ha plasmato in vario modo la cultura politica del novecento italiano nelle sue diverse interpretazioni, da quella comunista a quella fascista per passare alla versione fanfaniana della dc.
Pierluigi Bersani, anche se difende le primarie per la selezione dei candidati di coalizione a cariche monocratiche (queste sì primarie), è orientato a dare ai soli iscritti il potere di selezione dei gruppi dirigenti. Franceschini lascia maggiori spiragli verso il partito aperto e difende l’elezione diretta del segretario attraverso il coinvolgimento dei non iscritti.
Tutti e due però parlano dei militanti solo come diffusori di volantini, animatori di gazebo e organizzatori di feste, solo quindi di funzioni esecutive, trasmissive verso la società. Non riconoscono alla presenza sul territorio il compito di dare voce in modo strutturato al territorio. Tutti e due interpretano al ribasso quella che è stata la maggiore novità della nascita del Pd: l’apertura alla verifica dei cittadini elettori non solo nei momenti elettorali, ma anche nelle fasi cruciali della propria vita. Un partito che avesse al proprio interno gli anticorpi contro quella malattia, che possiamo definire “casta” e che è uno dei sentimenti che maggiormente caratterizza il clima di opinione presente nel nostro paese – e quindi influisce sul comportamento di voto. Ma come non vedere nel successo di Berlusconi da un lato e di Di Pietro dall’altro (per non parlare del coriaceo persistere del pensiero radicale) anche gli effetti di una profonda insoddisfazione nei confronti di quanto il sistema dei partiti ha prodotto in Italia? Come non prendere atto della necessità di ristabilire un clima di fiducia tra società civile e forme della rappresentanza? Come non riconoscere che le forme di organizzazione politica della prima repubblica sono state permeate da clientelismo, familismo, affarismo? E che questo non è stato solo frutto della malevolenza di singoli individui ma conseguenza di “meccanismi” organizzativi e istituzionali? Come non riconoscere che questa tendenza è fortemente in atto e che richiede soluzioni forti e discontinuità coraggiose proprie con quelle forme di organizzazione che non sono riuscite a impedire che questo accadesse? Il Partito democratico si è presentato come una forma organizzativa aperta, verificabile, scalabile da chi ritiene di poter meglio rappresentare la sua ragion d’essere.
Un partito che vuole interpretare la società, darle risposte ispirandosi a valori, ma non imporle una propria idea di “città futura”.
Un partito che nel rapporto diretto con l’elettorato individua un bilanciamento alla propensione oligarchica e autoreferenziale tipica di tutte le forme di organizzazione basata sulla cooptazione. E che in questo modo risponde al malessere diffuso verso la “casta”, cioè verso l’arbitrio e l’approfittarsi delle posizioni di potere conquistate.
Certo questa idea di partito è strettamente connessa ad una visione maggioritaria delle regole elettorali (e proprio per questo le differenze sono vere e non di facciata).
È sostenuta dalla convinzione che solo la necessità di confrontarsi con il volere della maggioranza spinga la sinistra a superare la sua congenita vocazione minoritaria impastata di presunta superiorità culturale e condannata alla ricorrente autocritica di non avere capito la società.
La società si capisce se ci si lascia invadere dai suoi flussi. E chi ha valori che rappresentano ancoraggi forti non ha paura di essere travolto.
Nessuna visibilità per Marino nella campagna per le primarie.
A parte le apparizioni d’élite fra ex girotondini, piombini, blogger, ed un dibattito aperto nella rete fra i soliti noti, letteralmente sconosciuti ai più, Marino non ha ancora fatto la sua comparsa nei media di più amplia diffusione, mantenendo così una figura, fino ad ora di nicchia per pochi intenditori, e per i volonterosi che lo avvicinano negli incontri come quello in spiaggia a Marina. Una simile attività elettorale, nelle scorse primarie ha fruttato a Scalfarotto 26.912 voti, lo 0,6%.
Non sarà certamente in questo modo che Marino potrà garantirsi il necessario consenso per vincere le primarie e dare corso all’unico programma in grado di assicurare il futuro del partito all’insegna di un vero rinnovamento culturale e politico.
E’ necessario che Marino, senza perdere altro tempo, si imponga attaccando pubblicamente sui media tutte le vecchie alleanze interne al partito dettate da Veltroni o da D’Alema e stringa invece un’alleanza con gli elettori dando piena voce al proprio programma ed anche denunciando il “conflitto di interessi” di RAI 3, che fino ad ora, con stile “mediaset”, sta dedicando in maniera esclusiva a Franceschini e Bersani lo spazio nei TG riservato per le primarie, con buona pace della “rivoluzionaria” Seracchiani.
Che allora Marino passi all’attacco dell’apparato e si conquisti la propria visibilità di massa, con il coltello fra i denti, a caccia di elettori, e senza esclusione di colpi trovi il proprio spazio di comunicazione là dove gli verrà offerto.
Per la pace politica, per l’unità del partito e per l’eventuale dovuto riconoscimento della leadership al vincitore, ci sarà tempo dopo le primarie, con un buon pacchetto di voti in tasca.
La mia impressione è che Marino stia affrontando la cosa troppo da persona “perbene”, con un atteggiamento contrario allo spirito delle primarie e sintomo, quantomeno percepito, di pavidità ed insicurezza sulle proprie capacità.
Le primarie che mi immagino io sono confronto, scontro, contrapposizione di programmi, delle priorità. Marino è l’unico che lo può fare, e bisogna che cominci da subito, sulla piazza della TV, con una sfida al giorno fino alla fine della campagna.
Dovremmo ringraziare comunque Beppe Grillo, qualunque opinione si abbia su di lui, per la trovata della richiesta di partecipazione alle primarie del PD. Naturalmente e prevedibilmente bocciata. Proprio per quello che dice il modo e il nocciolo di tale bocciatura. La risposta e le motivazioni in punta di regolamento interno fanno pensare infatti alla indimenticabile scena de “Gli intoccabili”, di quando Al Capone/De Niro ripete al poliziotto che lo arresta “Sei solo chiacchiere e distintivo, chiacchiere e distintivo”. Il punto non è chi sia Al Capone tra Grillo e Bersani, o Franceschini, o il vertice del PD, bensì quelle “chiacchiere e distintivo” adoperate contro Grillo e a questo punto contro chiunque. Certamente anche contro di me, per esempio, che scrivo questa nota, se intendessi candidarmi alle primarie. La risposta a Grillo, nella forma e quindi nella sostanza, ci sta dicendo con chiarezza ciò che temo in molti pensiamo.
“Non vogliamo mollare, siamo qui da troppo tempo per non attendere da posizioni di potere il crollo di Berlusconi o anche solo convivere con lui e i suoi come azionisti di minoranza, senza fastidi di qualunque sorta da parte della società civile o incivile che sia, della Serracchiani, di Marino, di Grillo, della base sempre più ristretta di militanti/tesserati/ elettori. Sì, in realtà sappiamo bene che l’Azienda Italia, il sistema-paese del cui Consiglio di Amministrazione facciamo parte in differenti posizioni ormai da una generazione, è un’Azienda in bancarotta. Ma meglio essere nel CdA comunque, con tutti i privilegi che ne derivano, che lottare per la vita e la vita del Paese come fanno quasi tutti gli altri. Quindi non molleremo, né creeremo le condizioni per un ricambio del vertice se non in qualità di prestanome nostri. In fondo ce lo siamo meritato, veniamo da lontano, abbiamo letto Gramsci, abbiamo lottato e poi oggi rivalutato Craxi ecc. Altro che Grillo!Firmato: il vertice del PD”. Chiacchiere e distintivo, mentre il livello della palude sale.
Fatte le ovvie proporzioni (ho detto: fatte le ovvie proporzioni), la fascinazione di una generazione e la nostalgia di un’altra per una leadership del PD Dalemian-Bersaniana si devono allo stesso meccanismo che ha fatto tornare in auge i partiti comunisti nei Paesi dell’Est nello scorso decennio, quando le cose non sono state il paradiso di cui ci si era illusi, i riferimenti si perdevano e la crisi economica colpiva.
In tempi pessimi – quali sono questi – vanno forte il si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio, il conservatorismo, l’oblìo dell’anacronismo e fallimento di certi metodi e sistemi, e la voglia dell’omino forte e delle regole solide e riconoscibili, persino se si sono contestate quelle regole fino a quando c’erano. Desiderio d’ordine, e capi. Niente di male, dico sul serio: basta non nasconderselo.http://www.wittgenstein.it/
O se ne vanno questa volta o mai piu’. O meglio, se resistono, bisognera’ attendere che i corpi seguano il decesso politico, in modo naturale ovviamente. Tempi lunghi. La medicina oggi fa miracoli e col tempo si rischia che il Pd se lo portano nella tomba. Del resto che senso ha l’esistere di un partito che si definisce riformista ed e’ incapace perfino di riformare se stesso? In una democrazia qualunque partito si rinnova spontaneamente, quello riformista italiano nemmeno quando tutto il mondo intorno glielo chiede da anni a squarciagola. Piu’ che al Pd qui siamo al Pc nel senso di Partito Conservatore, e di se stesso in primis.
Ai notabili non piace sentirlo dire, ma il confronto che si profila al congresso non e’ altro che uno scontro tra generazioni, tra vecchio e nuovo. Da una parte una classe dirigente conservatrice nel senso che vuole preservare l’esistente e per cui il loro futuro e’ l’oggi, sconfitte incluse. Dall’altra nuove generazioni che chiedono disperatamente il cambiamento mischiati con vecchi pentiti. Il fronte conservatore puo’ essere ridotto al gruppo D’Alema e al Bersani di turno, quello riformatore ha invece diverse sfumature, moderati e radicali.
I moderati sono guidati da Franceschini e benedetti da Veltroni. E’ un gruppo che punta al cambiamento graduale. Convinti che l’ingresso di nuove facce come la Serracchiani sia compatibile con la presenza nell’ombra di gente come Marini. E’ un gruppo convinto che il cambiamento possa avvenire intorno al tavolo. Come se la politica, e quindi il rinnovamento, potesse sorgere dentro l’apparato, discutendo nel Palazzo. Una strategia fallimentare da anni ma che tiene alle elezioni: i vecchi comandano nell’ombra, i nuovi beccano voti.
In altre parole, i conservatori del Pd si tengono i capelli bianchi, quelli moderati se li tingono. Poi c’e’ Marino, un outsider dignitoso che lancia una mozione disposta ad accettare una dose di vecchio come pegno. Un uomo nuovo per il grande pubblico, ma gia’ senatore, e quindi un uomo che propone un compromesso forse piu’ alto ma sempre partendo da Roma. Poi ci potrebbe essere il nuovo vero, quello che nasce nella societa’, in provincia, fuori dagli schemi dell’apparato, e come tale portatore di un progetto di cambiamento autentico. L’unico che avrebbe la forza di spazzare via il vecchio e aprire una pagina storica coerente col futuro.
Sbaglierò, ma al di fuori degli ambienti ufficiali non eravamo in molti ai tempi del Vaffa Day a storcere il naso per l’impronta personalistica di Beppe Grillo, e per quella mescola di empiti libertari ed ecologisti uniti a impulsi questurini da “Law and order”.
La situazione sembra ora rovesciata. Al di là delle complicazioni statutarie e regolamentari, a me appare del tutto evidente che la candidatura di Grillo alle primarie del PD sarebbe stato un salutare macigno nello stagno di un partito senz’anima e in putrefazione. Col vantaggio aggiuntivo di una buona copertura mediatica su temi di grande importanza di cui altrimenti non parlerebbe nessuno.
E invece no. Adesso prevalgono le critiche a Grillo, magari da parte di tanti zelatori del Vaffa Day, accortisi con amarezza che i demiurghi dei nuovi equilibri politici, armati solo della loro parola, non esistono. Ci sono molti più palati raffinati in giro.
Ma a me pare che le nuove posizioni – quelle dei vecchi ammiratori oggi divenuti critici – non siano migliori delle passate. Questa retorica delle “cose serie”, di cui occuparsi lontano dai personaggi in vista in cerca di pubblicità, è come minimo ingenua.
Mi ricorda per certi aspetti la polemica di Socrate e Platone contro i sofisti, in nome della verità contro l’opinione, e della ragione dialettica contro l’oratoria politica.
La ragione dialettica – in Socrate e Platone – era associata a idee politiche fortemente autoritarie ed oligarchiche. I lunghi procedimenti analitico-discorsivi (filosoficamente brillanti) erano visti come strumenti di decisione all’interno di cerchie oligarchiche che, quando avevano raggiunto una conclusione, potevano imporla con la forza alla stragrande maggioranza dei cittadini.
Ma la storia insegna che la dimensione sofistica del discorso (con la sua predilezione per la propaganda e la demagogia) è inseparabile dalla democrazia. E’ il prezzo che dobbiamo pagare quando si vuole che al procedimento decisionale partecipino quante più persone possibile.
Mi diverte lo sconcerto di molte persone di fronte al conformismo filisteo di Marco Travaglio sulle questioni internazionali. Queste persone hanno una specie di transfert verso gli opinion leader più in vista. Li vedono come figure paterne che devono conformarsi a un ideale umano superiore. E quando si accorgono che non è così (ovviamente) rimangono scioccati, passando al rifiuto incondizionato.
Prendete dalle persone quello che possono darvi di buono, rifiutate tutto il resto. Soprattutto non mettetevi a fare i Torquemada dei poveri, passando tutto il tempo a emettere condannhttp://subecumene.wordpress.com/e e assoluzioni, perché diventate ridicoli.
“Usiamo i partiti per i nostri valori”. Una prima risposta a obiezioni e critiche
Paolo Flores d’Arcais
Provo a dare una prima risposta alle principali obiezioni che sono state rivolte alla proposta che ho avanzato. Mi scuso in anticipo se non risponderò a tutti gli interventi, come sarebbe giusto. Non risponderò a chi appoggia la risposta, benché anche in questi interventi vi siano suggerimenti da tener presente. E riassumerò i vari interventi, non citandone alcuni in cui si ripetono argomenti già utilizzati da altri.
Sostanzialmente le obiezioni sono di due ordini. I “no” netti, che si dividono a loro volta tra quanti giudicano il Pd ormai perduto in tutti i dirigenti e in tutta la loro attuale base e quanti riconoscono che la prospettiva di conquistare il Pd è affascinante e magari anche possibile, ma trovano ripugnante dover intanto iscriversi. E i “sarebbe bello, ma…”, che ritengono che la proposta sia irrealizzabile perché troppo intellettuale e inadatta per le masse.
Del primo tipo di “no” sono esempi ogm44 con il suo “non voglio più quella gente fra le scatole”, excarla che esclama “Dovrei pure pagarli, iscrivendomi??? ENNO'!!! “ o daniele128 che conclude “hai sbagliato partito. Mollali!”.
Il mio ragionamento, tuttavia, partiva da un presupposto di fatto: per una serie di circostanze - divisioni interne, intrinseca debolezza e credibilità a precipizio dei suoi gruppi dirigenti - il Partito democratico ha dovuto decidere un congresso in due tempi che si concluderà con primarie aperte a tutti i cittadini. Questo significa che alla fine parteciperanno alcuni milioni di persone, che gli attuali dirigenti non potranno in alcun modo controllare. Questi milioni di cittadini saranno esattamente nella condizione di mandare a casa “quella gente” (ogm44). Il Pd, insomma, è – per usare un termine finanziario – “scalabile”, cioè una massa di cittadini se ne può impadronire. E una massa del genere andrà comunque a votare alle primarie. E’ solo da vedere se ci sarà per quella data un candidato anti-nomenklatura con il quale mandare a casa “quella gente”. Se ci sarà, sono (quasi) certo che vincerà, e allora daniele128 non dovrà più dire “hai sbagliato partito. Mollali!” perchè con Ignazio Marino (o con Beppe Grillo, anche se io personalmente appoggerò Marino) sarà un altro partito, in cui potrà perfino riconoscersi.
Tutto questo non è utopia. E’ possibile, anche se difficile, perché implica impegno da parte di tanti. Un impegno, tuttavia, non così gravoso: alcuni euro per la tessera, alcune ore per iscriversi oggi e votare il 25 ottobre, e poi la mobilitazione degli amici nelle conversazioni che comunque si farebbero, nelle occasioni conviviali e sociali a cui comunque si parteciperebbe. Per cittadini così appassionati alle vicende civili, che regolarmente frequentano siti internet e intervengono, non credo davvero sia un peso improbo.
Ma è sempre daniele128 che mi muove un’altra obiezione: “ribalterei il ragionamento di Flores. Facciamo in modo che tutte le persona valide ESCANO dal PD e vadano, ad esempio, in IDV, per rinnovarlo e renderlo democratico al proprio interno”. Perché mai non si può partecipare ad entrambi i processi? Eppure il mio articolo partiva proprio dalla considerazione che non dobbiamo più considerare i partiti come i Soggetti, e noi quelli che al massimo possono seguirne uno o l’altro. I Soggetti, con la maiuscola, siamo noi, lo dice l’articolo 49 della Costituzione. Trattiamo i partiti con lo spirito della Costituzione: nostri strumenti. Oggi partecipiamo a congresso e primarie del Pd, per trasformarlo, domani alla vita dell’Idv, e così via. E se i partiti cercheranno di impedirci questo protagonismo dei cittadini, faremo anche di questa prepotenza anticostituzionale un terreno di scontro democratico.
Ecco perché sbaglia marsilius a ritenere la mia proposta “vecchio ‘entrismo’. Sempre fallito”. E’ una cosa completamente diversa. Proprio perché ha alle spalle il protagonismo autonomo che milioni di cittadini democratici hanno sperimentato e vissuto realizzando movimenti.
Piroga riconosce che l’ipotesi è “affascinante. Sarebbe meraviglioso se fosse anche possibile” ma poi conclude: “No, gentile Flores, non ci credo! I dirigenti l'attuale centro-sinistra non sanno affatto (NESSUNO DI LORO) pensare ad altro che al loro piccolo e sporco interesse”. Ma non si tratta di convincere questa nomenklatura, cosa che anche io ritengo impossibile, si tratta di sconfiggerla alle primarie. E questo è possibile eccome.
Insorto mi gratifica con un “diagnosi azzeccata in pieno” ma poi rovescia completamente il giudizio: “La terapia però è senza senso alcuno: per tornare a sentirmi rappresentato dovrei entrare in un contenitore industrial-clericale a dir poco bizzarro, a fianco di Binetti, Rutelli, Calearo e Colaninno? Dico ma scherzi, vero?!?”. Non scherzo affatto, perché non si tratta di entrare in nessun contenitore. Si tratta di farcelo a nostra immagine e somiglianza il 25 ottobre alle primarie, e già ora iscrivendoci per poter contare due volte (anche nella scelta dei candidati). Il Pd non è proprietà dei signori che citi. Il progetto del Pd lo decideranno il 25 ottobre alcuni milioni di cittadini come te e me, caro Insorto.
“La proposta mi sembra troppo spregiudicata e strumentale. L’adesione a un partito deve condividerne i programmi e le idee” insiste massimo52. Ma proprio questo, non lo ripeterò mai abbastanza, mi sembra un residuo di sudditanza psicologica a quello che i partiti sono diventati di fatto, nomenklature autoreferenziali, anziché insiemi di cittadini che decidono il loro progetto, e non si limitano a subirlo già confezionato dai loro dirigenti.
Motiv sostiene che si tratta di “una battaglia troppo defatigante, e dall'esito molto incerto e, con molta probabilità, negativo” per cui preferirebbe “tentare un approccio serio e fruttuoso … con il gruppo Vendola ed SD” mentre woah non voterebbe “PD col dubbio di dare il voto ad uno degli orrendi personaggi che attualmente lo popolano, continuerei a votare Di Pietro”. Anche io ho votato Italia dei valori, e oggi come oggi lo rifarei. Ma se il 25 ottobre ci fosse un Pd col progetto e i valori che nel mio articolo ho rapidamente richiamati, credo che si aprirebbe una stagione di intensissima collaborazione e probabilmente unificazione tra i due partiti, e credo che anche tanti elettori dei due partitini di sinistra che non hanno raggiunto il quorum a quel punto ritroverebbe una “casa comune” in questo processo di generale rinnovamento.
Certo, bisognerà essere “abbastanza forti, scaltri e astuti”, come scrive piersky76, ma con tutta la modestia necessaria (per me, per piersky76 e per tutti i visitatori di questo sito) non credo sia impossibile essere all’altezza dei Franceschini e Bersani.
“L’idea in se non è peregrina ma troppo intellettualistica, non adatta alle masse” è l’obiezione di giulrick. Ma chi sono le masse? Sette anni fa, in quattro gatti (anche se uno di noi, Nanni Moretti, aveva un fortissimo impatto mediatico) portarono in piazza (san Giovanni, a Roma) oltre un milione di persone. In realtà non fummo noi a “portarli”, noi facemmo solo da catalizzatori. C’era una volontà estrema di opposizione e di rinnovamento, c’era un mare di cittadini che cercava solo le occasioni per esprimere tangibilmente questo stato d’animo, questa passione civile. Credo che queste masse siano nel frattempo cresciute. E il 25 ottobre, almeno in parte, andranno comunque alle primarie. E se noi proviamo fin da ora a fare da catalizzatori, il processo si allargherà.
Uno Statuto che garantisce il Pd
O forse è meglio il congresso Pdl?
di SALVATORE VASSALLO*
Dario Franceschini
Ho letto con il consueto interesse la stroncatura di Ilvo Diamanti al partito democratico e alle sue regole interne. Sono d'accordo con l'argomento di fondo. Nel Pd non è mai veramente maturata una convinzione univoca sul modello di partito da adottare, tanto che dopo qualche (documentabile) ipocrisia, chi era contrario al "modello delle primarie" torna a dirlo apertamente. Non sono invece d'accordo sulla conclusione tranciante che Diamanti trae in merito allo specifico contenuto dello Statuto attualmente in vigore. Credo che, in questo, si accodi ad una vulgata fuorviante.
Chi non sopporta le primarie dice che il processo congressuale disegnato dallo statuto è interminabile, che lo Statuto del PD è complicato, macchinoso, da cambiare se non da cancellare. Non che non siano necessari aggiustamenti. Ma tanti, proprio tanti, lo dicono senza averlo nemmeno letto, lo Statuto, e per un'unica ragione. A controprova, mi capita spesso di fare da un paio di mesi questo esperimento, con dirigenti nazionali o locali di partito. Chiedo innanzitutto se i congressi dei Ds o della Margherita prendevano meno tempo dei due mesi e mezzo (al netto di agosto) che impiegheremo a iniziare e chiudere la procedura congressuale 2009. Non ho mai ricevuto, come è ovvio, una risposta diversa. I congressi dei vecchi partiti duravano di più.
Procedendo nel test, chiedo allora di indicare tre degli aspetti che secondo loro vanno cambiati, per rendere il processo più semplice. Fino ad oggi non sono riuscito a ottenere nessuna risposta precisa. In un terzo dei casi mi vengono indicate come modifiche assolutamente necessarie cose che nello statuto sono già esattamente come si dice dovrebbero essere. In un altro terzo ottengo risposte generiche. In un altro terzo si ricade nella vera questione: se a determinare la scelta del segretario e gli equilibri interni deve essere il voto dei soli iscritti (purtroppo sempre di meno, sempre più anziani, sempre più coincidenti con chi fa o vuole fare politica) o anche di tutte le persone che dichiarano d'essere elettori del PD e sono disposte a versare un contributo minimo; se sia giusto che il gruppo dirigente del Pd si faccia giudicare dall'intera platea dei suoi elettori oppure se i cittadini che votano alle primarie siano degli "invasori".
Pierluigi Bersani
Proprio così, invasori, li ha chiamati D'Alema alla festa del PD a Roma: "le primarie per l'elezione del segretario sono una regola assurda, figlia di una concezione che ha portato la società civile a invadere, occupare il partito" (ANSA, Roma 5 luglio). Bersani aveva già espresso un'opinione simile e ora a catena i dirigenti territoriali che lo sostengono hanno perso ogni residua reticenza.
La contrarietà verso le primarie di D'Alema e della dorsale organizzativa pro-Bersani non mi stupisce. Registro purtroppo che anche nella Bussola di Diamanti acquista ingiustamente credito (a mio avviso) all'idea che il meccanismo congressuale sia contorto o insensato, che sia frutto di una costruzione contraddittoria e sgangerata. Cerco di dire perché secondo me non è vero.
In base allo statuto le (cosiddette) primarie, che si terranno il 25 ottobre 2009 per eleggere gli organismi nazionali e regionali, saranno precedute da una consultazione tra i soli iscritti. Nel mese di settembre i circoli si riuniranno per discutere le candidature a segretario e le connesse mozioni. Votando per una o l'altra mozione, gli iscritti nomineranno anche i loro delegati alla Convenzione nazionale che si terrà l'11 ottobre e i delegati per le Convenzioni regionali che si terranno qualche giorno prima.
Questa prima fase ha tre funzioni: a) verificare che le potenziali candidature a segretario (nazionale e regionali) siano dotate di un minimo consenso tra gli iscritti, scremando le candidature credibili da quelle fittizie o inadeguate; b) consentire ai candidati a segretario e ai sostenitori delle diverse mozioni di presentare le loro proposte e confrontarle di fronte a una platea qualificata di delegati (la "convention" nazionale dell'11 ottobre e quelle regionali); c) dare modo ai sostenitori delle diverse mozioni di coordinarsi e formare le liste per le assemblee nazionale e regionali in maniera meno verticistica di quanto accadde, per forza di cose, in assenza di una base organizzativa comune, nel 2007.
Alla elezione vera e propria, quella che si svolge il 25 ottobre, saranno ammessi tutti i candidati che hanno ottenuto almeno il 15% dei voti tra gli iscritti e comunque i primi tre, purché abbiano ottenuto almeno il 5% nella consultazione preliminare interna. Esattamente come nel 2007, il 25 ottobre, su una prima scheda si vota per liste di candidati all'Assemblea nazionale collegate alle candidature a segretario nazionale.
Su una scheda distinta, si vota per le liste di candidati all'Assemblea regionale collegate alle candidature a segretario regionale.
È davvero così complicato? Non mi pare. Anche se, certo, è stato più semplice lo svolgimento del congresso fondativo del PdL! C'è tutttavia un aspetto che può legittimamente generare qualche dubbio, che Diamanti rimarca nella sua Bussola. Siccome potranno accedere alle "primarie" più di due candidati alla segreteria, è possibile che nessuno di loro ottenga la maggioranza asssoluta dei delegati nell'Assemblea (il discorso vale ovviamente sia per il livello regionale che per quello nazionale). In teoria, potrebbe succedere che tre candidati ottengano ciascuno circa un terzo dei seggi. Che si fa a quel punto? Non sarebbe meglio allora limitare l'accesso all'elezione finale solo ai primi due più votati dagli iscritti?
Sono dubbi che ci si è posti in fase di redazione dello Statuto. Limitando l'accesso alle "primarie" solo ai due più votati tra gli iscritti sarebbe stato escluso dalla competizione qualsiasi outsider, comprese personalità molto popolari. In ogni caso, in fase di elaborazione dello statuto i "bindiani" posero come condizione per loro irrinunciabile che fosse lasciata una chance di partecipare anche ad una terza candidatura di nicchia.
Avendo accolto questa richiesta, c'erano tre alternative per chiudere il cerchio, ciascuna con un suo difetto. Una prima, apparentemente semplice, sarebbe stata quella di considerare in ogni caso eletto il candidato più votato, con il rischio di avere un segretario sostenuto da poco più di un terzo dell'Assemblea o addirittura portatore di una linea invisa ad una larga maggioranza del "parlamento" del PD. Una seconda alternativa poteva consistere nel chiamare di nuovo a votare tutti i simpatizzanti per un secondo turno di ballottaggio, ma era troppo costosa organizzativamente. Si è previsto quindi che, in caso non emerga un chiaro vincitore, ci sia un ballottaggio tra i primi due in Assemblea. Naturalmente l'Assemblea chiamata eventualmente a scegliere tra i primi due non è la "convention" eletta dagli iscritti, ma quella eletta dai simpatizzanti il 25 ottobre, in collegamento con i candidati a segretario e alle relative mozioni.
Anche in caso di ballottaggio, quindi, il voto del 25 ottobre non verrà vanificato, soprattutto se i rappresentanti eletti in collegamento con il candidato arrivato terzo voteranno per quello tra i primi due con la "piattaforma" più simile alla loro.
Considerando la professione accademica che condivido con Diamanti, mi permetto una chiosa finale. Anche nell'eventuale passaggio tra l'elezione del 25 ottobre e l'eventuale ballottaggio in Assemblea, per le ragioni che ho esposto, non ci sono in realtà contraddizioni tra diversi principi rappresentativi così stridenti come a prima vista potrebbe sembrare.
Ad esempio in Bolivia si usa un metodo simile per l'elezione del Presidente: in assenza di un chiaro vincitore tra gli elettori (esito possibile perché al contrario che negli Usa lì non c'è un sistema bipartitico) è il "congresso" a scegliere tra i primi tre candidati più votati. Aggiungo che ci sarebbe stata una contraddizione più stridente tra principi rappresentativi se, come ad un certo punto è parso possibile nelle primarie democratiche americane, per scegliere tra Obama e la Clinton fossero risultati decisivi i superdelegati di diritto alla convention di Denver NON eletti attraverso le primarie.
Ciò detto, concordo pienamente, ripeto, sull'argomento di fondo. Nel Pd ci sono idee diverse in merito al modello di partito. Io confido che nel corso della fase congressuale si parli soprattutto di altri argomenti che interessano di più gli italiani, ma credo che il nodo debba essere sciolto. Del resto i principali candidati hanno già preso una posizione abbastanza chiara e distinta sul punto. La pratica ci dirà poi ancora meglio cosa può essere migliorato. Per quello che mi riguarda, spero che nel frattempo non vinca chi vuole tornare al partito introverso ... liberandosi degli "invasori".
* L'autore dell'articolo è deputato del Pd, presidente della commissione per lo Statuto e professore di Scienza Politica e Politica Comparata all'Università di Bologna.
------------ Salvatore Vassallo difende le procedure adottate dal PD per eleggere il segretario e gli organismi nazionali (e locali). Lo fa con passione e con argomenti tecnici ragionevoli. La sua tesi di fondo è che i diversi passaggi del percorso congressuale si tengano e possano, anzi, rispondere alla pluralità di componenti che si riferiscono al PD. Io, per quanto mi riguarda, resto dell'idea espressa nella Bussola pubblicata venerdì scorso. In modo forse aspro, ma non livoroso.
Nelle Bussole, destinate all'edizione on line, uso un linguaggio più diretto. Servono a discutere e far discutere, più che a definire e a spiegare. Però ribadisco: il tracciato congressuale mi pare la somma di modelli di partito difficilmente conciliabili.
Il risultato di compromessi - come riconosce lo stesso Vassallo - fra idee diverse e contrastanti di quel che il PD dovrebbe essere e diventare. Il partito di massa, neo-socialdemocratico, a cui ha sempre guardato D'Alema. Il modello americano, evocato da Veltroni. In mezzo, l'Ulivo di Prodi: anch'esso "americano", maggioritario e personalizzato. Ma "inclusivo", largo come la Dc di un tempo e l'Unione di ieri. Inoltre: non "esclusivo" come quello immaginato da Veltroni. L'insieme di questi modelli a me pare, francamente, inconciliabile. Come il confronto fra i due principali candidati, che hanno in mente modelli di partito e di strategie agli antipodi.
Tuttavia, la critica espressa nella mia Bussola di qualche giorno fa non è metodologica, ma politica. Riguarda il modo in cui pare svolgersi il confronto tra i leader. Nella scelta del segretario. Di nuovo: ho l'impressione di un conflitto senza contenuti. Centrato sulle persone. Non solo quelle scese in campo, ma ancor più fra gli altri leader, che stanno dietro. Poche idee, poche parole. Il nuovo-in-sé, la "questione morale" (evocata in riferimento a un presunto "stupratore democratico". Roba da matti).
Vorrei, insieme a molti altri, sentir parlare d'altro. Anzitutto: di come fare opposizione a una maggioranza di destra che ha un'identità chiara, centrata su valori e messaggi chiari. E non condivisi da molti cittadini (me compreso). Come affrontare il tema della sicurezza senza fare il verso alla Lega? (Sempre meglio l'originale). Come affrontare il tema della crisi economica senza fingere che non esista e senza usarla come uno spot? Come costruire un partito che non solo permetta, ma favorisca la selezione e il ricambio dei leader? Per gli altri, in effetti, il problema non esiste, perché sono talmente personalizzati da essere personali. Creati e riprodotti da una persona. Gruppi dirigenti compresi. Per il PD non è così. Per fortuna. Ma a condizione che riesca a porvi rimedio.
Questo congresso, per le ragioni che ho indicato, mi lascia molto dubbioso (e qui uso un linguaggio fin troppo prudente). Però - e sono convinto di quanto affermo - non ce ne sarà un altro se non produrrà almeno alcuni dei risultati che ho suggerito. In particolare: un leader legittimato e autorevole, gruppi dirigenti e militanti locali rappresentativi e ascoltati. Idee. Un linguaggio democratico. Non ce ne saranno altri di congressi di un partito che in 3 anni ha cambiato 3 leader, due nomi, tre quattro modalità di organizzazione ed elezione della leadership. E ha perso un bel po' di elezioni e di elettori. Questo mi interessava sottolineare. E ribadire oggi. Non per rispondere a Vassallo (io non sono un leader democratico). Ma perché anch'io, come lui, sono interessato a che in questo paese e in questa democrazia opaca si formi un'opposizione vera. Per ora non c'è.
INSRITTI, VOLONTARI, DELEGATI E GIOCATORI DI BOCCIE.
Bersani sostiene che il PD deve essere organizzato come l'Avis o la Bocciofila... A parte l'accostamento veramente ingeneroso, credo che Avis sia più importante ed utile della Bocciofila, il confronto con il partito e sbagliato. Le Associazioni, tutte, dalle benefiche alle ricreative, sono prettamente apolitiche (e questo è un bene), anche in Emilia, ma, siccome vivono grazie a pochi volontari, di grande valore, spesso non hanno una vita interna che si esplica in modo "democratico", forse, non ne hanno, nemmeno, bisogno, in quanto il loro ruolo è finalizzato ad iniziative concrete. Un partito (almeno di centro sinistra), in quanto istituzione costituzionale non può prescindere dalla partecipazione, dal dibattito, dalla decisione (presa anche a maggioranza), cioè da DEMOCRAZIA attiva. Più persone partecipano, più discutono, più decidono meglio è . Non vi pare? Questo lo sapevano già ai tempi del PCI, del PSI e della DC. Ma non sarà che si ha paura di questo? Siccome "la politica" non è più quella prevista dalla Costituzione e anche "noi" abbiamo contribuito a declassarla, non ci rendiamo conto che la gente chiede proprio il ritorno a quel tipo di politica e ... noi.. addirittura, proponiamo di "confondere" il PD con la bocciofila. A quando le ronde a guardia dei bocciodromi o alle sale delle tombole? Le idee di Bersani sulla forma partito sono assolutamente contraddittorie. Per questo mi stupisco e non mi fido. Ma come, chiede alla gente di andare a votarlo alle primarie del 25/10, affinché possa, se eletto, cancellare, questo diritto? Primarie di coalizione ? E se qualche alleato di strada non è d’accordo??
Noi chiamiamo centinaia di migliaia (milioni) di persone a decidere ciò che è più importante per il partito cioè: leader, piattaforma politico programmatica, assemblea nazionale e organismi dirigenti regionali, ma questi vengono considerati meno importanti degli inscritti. Ma come?
Propongo di ribaltare la questione con questo messaggio: Il PD C’E’. Se lo voti lo migliori.
Cioè tutti coloro che votano alle primarie sono automaticamente inscritti e possono, con tutti i diritti e doveri sanciti dallo statuto, partecipare alla vita del partito a partire dal circolo di appartenenza, attraverso varie forme : quelle tradizionali ma anche innovative come iniziative tematiche, comunicazione, referendum, questionari, utilizzo dei sistemi informatici. A questo punto le primarie diventano veramente un grande evento democratico di partecipazione, decisione e, naturalmente, iniziativa politica e possono dare continuità alla vita democratica del PD.
Va da se che se in due anni (come è successo finora) nessuno chiede a queste persone di partecipare e di continuare a contare, oppure viene castrato il progetto che hanno fatto nascere.. col cavolo che voteranno la prossima volta e, attenzione, non lo faranno (come è già successo alle europee di quest’anno) nemmeno alle elezioni.
Servono, però, regole nuove per evitare errori ( le primarie non sono un obiettivo ma un mezzo di partecipazione democratica), inopportunità o casi di lotte personali sfruttando, ad esempio, il voto aperto agli Extracomunitari. Bisogna chiaramente saper garantire trasparenza e democrazia.
Mi fa ridere l’idea (minaccia) di chi sostiene che le primarie provochino l’occupazione del partito del nemico o della società civile. Magari, ci fosse la fila davanti alla porta della sede del circolo.
Alle primarie si pagano 10 € , successivamente, all’atto del ritiro o consegna della tessera si può aumentare volontariamente la quota associativa. La tessera vale da congresso a congresso (tre anni) e viene riconfermata ogni anno. La non riconferma determina la perdita dei diritti statutari. L’ aumento volontario della quota associativa può essere finalizzato ad una iniziativa benefica, anche di carattere locale, decisa dal circolo.
Claudio Sala - Moglia (MN)
PS. Per favore Grillo NO! - Ho ancora qualche speranza che il PD sia una cosa seria. http://www.splinder.com/myblog/comment/list/20947303
Ben scavato vecchia boccia
Difficile pensare ad una forma più leggera di organizzazione delle bocciofile o delle sezioni Avis (l’associazione per la donazione del sangue non quella dell’affitto auto).
Difficile pensare ad una forma organizzativa più lontana dall’deal tipo piramidale e ispirato alla tradizione militare che ha plasmato la grande esperienza giacobino leninista del dei partiti politici.
Affascina constatare che fare riferimento a queste forme così leggere costituisca una rassicurazione, una risposta “forte” al bisogno di appartenenza, al timore di smarrirsi nella società liquida.
Intriga pensare che invece parlare di rete, di organizzazione aperta, non dia altrettante rassicurazioni, anzi spaventi, appaia sinonimo di mancanza di radicamento nel territorio. Qualcosa sfugge. In realtà non ci si confronta ancora su modelli organizzativi ma su parole e concetti che assumono valori simbolici, che diventano catalizzatori di pre giudizi.
Allora è necessario chiedere qualche sforzo di precisazione in più. Mantenendo la analogia con le bocciofile (è tutto sommato un paragone stimolante) proviamo ad approfondire il nodo del problema: di che vivono i circoli, che compiti hanno, che senso ha iscriversi, quale esperienza vivono le persone che si iscrivono o che frequentano? Primo: i circoli sono punti di aggregazione sociale che organizzano le persone che sono interessate ad un gioco tutto particolare che si chiama politica. Vivono e si organizzano puntando più sulle ragioni dello stare insieme che sulla qualità del gioco o il tipo di gioco che uno preferisce.
Sono soprattutto un modo per dare senso al tempo libero.
Uscendo dall’analogia e tornando alla politica potremmo dire che diventano più importanti le ragioni dello stare insieme che quelle dell’avere la stessa “linea”, più il desiderio di confrontarsi che quello di convincersi.
In questo senso assomigliano più alle “case del popolo” che non alla “sezione” di partito.
E le case del popolo dell’epoca della comunicazione si organizzano più attorno a internet che al tre sette, senza escluderlo, ovviamente.
Secondo: nelle bocciofile si fanno partite, si organizzano tornei. E qui l’analogia si fa intrigante. Conosciamo molti circoli che tendono ad escludere piuttosto che includere.
Tendono al numero chiuso anche le bocciofile, dopo un po’ preferiscono giocare tra loro e se poi ci sono incontri fuori città o addirittura trasferte internazionali può scattare il desiderio di non avere altri giocatori che ti possano fregare il posto. La tendenza all’aureferenzialità è tipica di ogni forma organizzativa non appena si burocratizza.
Allora anche nella bocciofila si pone il problema di quanto ci si apre all’esterno, di quale sia davvero la ragione d’essere dell’associazione: fare giocare gli iscritti, garantirgli che nelle ore fresche i campi migliori siano a loro disposizione o fare in modo che il maggior numero possibile di persone sia introdotto all’arte delle bocce, che si stimolino giovani talenti a qualificare i campionati, a inventare nuovi approcci all’accosto o alla bocciata? Che si reclutino i talenti migliori per vincere i tornei più importanti? Tutto qui. Il nodo del problema non è la diffusione della presenza, la capillarità, la modernità degli strumenti a disposizione. Questa scelta è stata compiuta una volta che si è deciso che la presenza sul territorio è non solo necessaria ma anzi il tratto distintivo rispetto a chi punta tutto sulla leadership carismatica e sulla comunicazione televisiva. Il nodo, gli approfondimenti da fare, le risposte che i candidati dovranno dare nelle prossime settimane, sono sul ruolo, sui compiti, sui poteri di chi si associa alla bocciofila.
Personalmente mi auguro che le regole che il Pd si darà siano sistematicamente contrarie al consolidamento di oligarchie autoriferite, introducano bilanciamenti al potere di “quelli che c’erano da prima” in modo che questi si sentano sempre sotto esame e siano chiamati a rendere conto del proprio operato, che quelli che vogliono provare a giocare a bocce anche se ovviamente non lo sapranno ancora fare bene come “quelli che c’erano prima” possano provare e possano “scalare” e conquistare i posti di responsabilità.
Mi auguro che si riesca a caricare di valore e di entusiasmo il fatto che organizzare i tornei molto competitivi perché aperti, dai quali possono uscire i campioni del futuro sia più importante che partecipare a tornei chiusi dove la probabilità che vincano gli iscritti è maggiore.
Bocciofili di tutto il mondo uniamoci o ben scavato vecchia boccia. http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/111756/ben_scavato_vecchia_boccia
La domanda di Prodi sulla crisi di rappresentanza dei partiti (Messaggero, 30 Giugno) meriterebbe ben altra risposta da parte del Segretario del PD, che la replica evasiva (Messaggero, 1 Luglio), in cui parla di tutto salvo che della democrazia morente nel suo partito. Eppure il tema non può restare una questione per “addetti ai lavori”: si tratta del grande nodo che soffoca il paese.
Nel dopoguerra, grazie alla mancata applicazione dell’Art. 49 Cost. – che garantisce ad ognuno di poter “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” – i partiti sottrassero ai cittadini la facoltà di selezionare la classe politica. Il meccanismo utilizzato fu quello dell’“ordine di lista”, che dominava le “preferenze” espresse dai cittadini (peraltro condizionate dai finanziamenti pubblici in mano alle segreterie).
In quei tempi, ciò non parve un “vulnus democratico” intollerabile perché la guerra fredda rendeva meno importante la scelta degli Uomini rispetto all’ideologia di appartenenza. I partiti, inoltre, non avevano ancora occupato le istituzioni in maniera capillare.
Negli anni novanta, con la fine della guerra fredda, gli italiani – come altri popoli – chiesero una apertura del sistema politico (e maggiore “governabilità”). L’elettorato progressista si concentrò sulla richiesta di un Partito Democratico di tipo “nuovo”, costruito – sul modello americano – intorno alle primarie “aperte” (tutti i cittadini orientati verso il centro-sinistra sono chiamati a concorrere con metodo democratico alla selezione dei candidati alla guida del paese).
Per tredici anni, i dirigenti dei partiti riformisti hanno resistito all’idea del PD partito “aperto” (eufemismo che sta per “democratico”), e alla pressione dei propri elettori, spesso organizzati in movimenti di base. Due uomini – in particolare – rappresentarono le istanze dei cittadini: Romano Prodi, e Pietro Scoppola, il grande storico cattolico scomparso nel 2007.
Finalmente nel 2007 si giunse a un compromesso: il PD sarebbe nato apparentemente con le “primarie” aperte. Ma in realtà – almeno per questa volta - le candidature sarebbero state decise dalle nomenklature dei DS e della Margherita. I candidati espressi dai cittadini furono sì ammessi, ma in meno del 15% dei 475 distretti elettorali: erano dunque inelegibili “foglie di fico”.
Nel Giugno 2007 – dopo la riunione del Comitato del PD che decise le regole delle “primarie manipolate” - un Pietro Scoppola sconfortato chiese un parere agli amici dell’Associazione “2 Aprile”: dimettersi e denunciare la finzione sulla quale il PD stava nascendo, o far finta di nulla? Pietro scelse di non rovinare la festa. Primarie, sì, anche finte, pur di stabilire un precedente. La resa dei conti fra cittadini e apparati era solo rinviata.
Il “vizio di origine” del PD – la democrazia finta - si è insinuato nel suo DNA. Il “Comitato dei Garanti” – la magistratura interna - è nominato dai dirigenti del partito (è come se in Italia Berlusconi nominasse i giudici). Le elezioni interne si fanno con le “liste bloccate” (senza possibilità per i votanti di esprimere preferenze: esattamente il “porcellum” che il PD critica nel paese). Nel mio circolo “Aurelio”, ad es., dei 560 accorsi nel 2007 per chiedere la tessera del PD ne sono rimasti meno di 150: se ne sono andati quando hanno visto che non contavano, che le regole, gli statuti, le magistrature, non servivano a garantire la partecipazione democratica, ma a soffocarla.
Il modo in cui un partito si organizza riflette anche il tipo di società che vuole promuovere. Il PD non ha risposto alla domanda di una svolta democratica nel paese, pagando anche per questo con una serie di sconfitte elettorali, e lasciando a Di Pietro ampi spazi.
Lo Statuto che il PD si è dato risolve la ventennale “questione” fra elettori e apparati a favore di questi ultimi. Nel 2009 i candidati alle primarie li scelgono – anche formalmente – i signori delle tessere. Gli elettori delle primarie potranno votare solo candidati selezionati dal partito. Agli americani questa modalità pare un simulacro di democrazia. Ai polacchi, invece, ricorda il sistema in vigore fino al 1989: “Il partito sceglieva i candidati; alle elezioni la scelta era sempre fra comunisti”, mi spiega Pawel D. “Solo in qualche distretto consentivano al Partito dei Contadini di presentarsi, per dare l’impressione del pluralismo”. Poi “nel 1989 Solidarnosz ottenne che alla Camera poteva candidarsi chiunque raccogliesse 5000 firme. Quell’anno fu eletto un solo parlamentare indicato dal partito su 256! Così noi ritrovammo la libertà, sei mesi prima della caduta del muro di Berlino”.
In Italia non c’è dittatura. Il che non vuol dire che ci sia democrazia: ci sono tanti altri sistemi di governo… Ma quando gli elettori perdono il potere di scegliere se sostituire la propria classe dirigente, la democrazia non c’è più. E così, con il controllo dei cittadini ridotto al minimo, la politica si fa per interesse privato. E così Franceschini nel 2008 non ha esitato a nominare parlamentari la sua segretaria e il suo portaborse. (Merito? Davvero l’Italia non ha di meglio?). E tiene lontane dalla politica le grandi competenze. Questo è il nodo che soffoca il paese.
Un Obama, da noi, non può emergere: per regolamento! Non ci resta che sperare in un Gorbaciov: che sia Ignazio Marino? Oppure, provare ancora una volta a cambiare dal basso lo Statuto del PD: come si sta tentanto al sito www.apriamoilpd.com . La salvezza non sta nel ridare fiducia a quelli che cavalcano le istanze della base per meglio tradirle. Abbiamo già dato.http://www.piergiorgiogawronski.com/non-rinunceremo-alla-democrazia-nei-partiti-gawronski/
“Io non voglio il Pci, ma un'associazione che funzioni. Voglio fare l'Avis o una bocciofila in cui ci sono delle regole e non è che puoi fare come vuoi». Geniale!! Qui siamo di fronte ad una svolta politica epocale, ad un passaggio storico destinato a stravolgere per sempre il centrosinistra italiano. E oggi, finalmente, abbiamo la certezza che sia Pierluigi Bersani dalla provincia di Piacenza l’uomo destinato a guidare tale devastante rinnovamento. Manco Obama si è spinto tanto in alto, nemmeno lui ha osato immaginare scenari cosi drammaticamente innovativi.
No al ritorno al Partito Comunista, dunque, e si metta l’anima in pace chi avesse tenuto nel cassetto tale ambizione. No al Pc ma dritti verso il modello bocciofila e in alternativa modello AVIS (nel senso dell’associazione dei donatori di sangue e non quella che noleggia le auto, ovviamente, quel modello è vecchio e non funziona). Ma i milioni di elettori del nuovo Pd impareranno tali ovvietá col tempo. Il Pd del futuro sará un’associazione seria, solida. Basta le fluiditá, si torna alle tessere di piombo.
Solo chi passerà gli esami del sangue e dimostrato buon polso potrà vantarsi di avere la rinomata affiliazione al Pd. Una scelta di vita più che politica. Perché una volta ottenuta l’agoniata tessera si procede tutti in riga! Dal direttorio romanocentrico arrivaranno le direttive e i tesserati, pochi ma buoni, dovranno adeguarsi senza esitazioni. Il pensiero sarà delegato all’immensa fronte di Bersani e al baffo di D’Alema quando serve, alle truppe spetterà abbondonarsi con fiducia ai generali gloriosi che da anni guidano il centrosinistra italiano.
Caro Beppe,
cosa pensano realmente gli elettori del Pd? Cosa pensa il cosiddetto popolo delle primarie? Esiste qualcosa di più stucchevole di una sfida Franceschini-Bersani? Per quanto tempo piglieranno per i fondelli gli italiani parlando di novità e rinnovamento? Gettiamo le maschere, e, elettori del Pd, alzate la testa. Da 15 anni vivacchiate vegetando tra l'elegante D'Alema, il concreto Fassino, il fascinoso Rutelli e l'ecumenico Prodi, con pochi risultati concreti. La sinistra riformista italiana è autorevole quanto la stampa nord-coreana. Parliamo della prima incensata, poi bistrattata, Serracchiani: affermando che D'Alema è l'archetipo di un apparato obsoleto da cui il Pd deve affrancarsi, la friulana non intercetta forse le idee di tanti elettori del Pd? E non interpreta i pensieri di tanti altri che voterebbero "democratico" senza i plenipotenziari che tiranneggiano la segreteria nazionale? Come fidarsi delle primarie del Pd se chi prende più voti di Berlusconi nella sua circoscrizione, la ribelle Debora, è esposto al pubblico ludibrio? Il problema non è il solito e confuso progetto sui "giovani"; gli elettori del Pd vogliono gente nuova perché la generazione emersa da "Mani Pulite" è politicamente morta. Bersani è nuovo? Bersani è una persona degna di rispetto, ma è impelagato nelle solite beghe di partito, nei giochini di potere e nelle chiacchere "alla Minzolini". Beppe, mesi fa hai splendidamente descritto il metodo chirurgico con cui il Pd liquida i leader; con cui liquida i nuovi leader che rischiano di intaccare l'orticello dei D'Alema, Rutelli, Fassino, Finocchiaro, Latorre, Parisi, Marini, Bindi... tutti piccoli signorotti feudali interessati solo al proprio orticello. Mi rivolgo a voi, esponenti di spicco del Pd; sono un vostro elettore e vi esorto ad andare in pensione perché avete fallito. Questo partito non è più vostro, e più rimanete più lo disintegrate. Non rovinate l'unica vera buona idea che avete avuto negli ultimi anni.
Io sono decisamente una che, al contrario di Debora, e’ cresciuta nelle sezioni. Mi sono iscritta ad un partito a 16 anni, ho fatto per 10 anni la funzionaria di partito. Vero, ho fatto anche altro nella vita – ma credo che anche il piu’ grigio e devoto dei burocrati coltivi una passione, un interesse, degli affetti, una vita. Quindi, credo di potermi definire una “donna di partito”. Ma proprio perche’ sono cresciuta dentro un partito, vedo che c’e’ una profonda differenza tra “militanza” ed “apparato”. Tra valorizzazione della vita dei circoli, del lavoro della “base” sui territori, dell’apertura e della partecipazione, ed invece quell’idea di “far politica” un po’ autoreferenziale che traccia una linea netta tra “addetti ai lavori” e “cittadini” – come se la politica fosse appannaggio di qualcuno, e non impegno libero di tanti, di tutti (magari in forme diverse, con tempi diversi). Da “donna di partito”, dico che il PD che ci serve e’ aperto e di tutti. E che, oggi, a lavorare per quel tipo di partito e’ Dario Franceschini.
Tanti, dei miei amici con i quali ho fatto politica in questi anni, hanno deciso di sostenere la candidatura di Bersani. E tanti hanno motivato questa scelta con una sorta di “orgoglio d’apparato”: la storia, la militanza, l’identita’. Tanti di loro, dopo le parole di Debora, si sono sentiti offesi. Alcuni, tra loro, hanno reagito offendendola a loro volta. Con una tale violenza da far riflettere - tanto nervosismo non si addice a chi ha alle spalle anni di esperienza politica: si possono condividere o meno i suoi pensieri e le parole che ha usato per esprimerli, ma la fretta con la quale ci si e’ sperticati a dire “l’avevo detto! E’ inconsistente! E’ solo una ragazzina stupida!” fa pensare che le dichiarazioni fossero gia’ pronte, in attesa solo del primo titolo di giornale discutibile.
Io probabilmente non avrei usato le stesse parole che Debora ha usato. Non credo che mi sarebbe venuto in mente di dire “sostengo Dario perche’ e’ piu’ simpatico” – ma quante volte ho pensato che i nostri leader avrebbero tratto solo beneficio (e noi con loro) a mostrarsi (ad essere?) piu’ “umani”, “normali”, “simpatici” anche? Chiaro, e’ una categoria pre-politica. Soggettiva. Ed ovviamente non dice niente di dove vuoi portare il partito e come intendi farlo. Ma dice una cosa banale, o meglio che dovrebbe essere banale (e purtroppo non lo e’): che la politica, anche la politica, e’ fatta da persone in carne ed ossa, con i loro caratteri e le loro personalita’, le loro alchimie e le loro storie. Che forse non c’e’ bisogno di iscriversi al “club del dirigente di partito” per avere credibilita’ e consenso – anzi, forse e’ sempre piu’ vero il contrario. Che ci si puo’ mostrare per quel che si e’, che il conformismo del secolo scorso forse e’ alle nostre spalle.
Non avrei detto “di qua c’e’ il PD, di la’ D’Alema”. Perche’ pur pensandola spesso in modo diverso da lui, sono convinta che il PD sia anche suo. Purche’ smetta di giocare a fare quello che passa di la’ per caso, e soprattutto purche’ non pensi che sia o debba essere solo suo.
Qualche giorno fa, un settimanale riportava una frase, attribuita a Reichlin (in una presunta conversazione con D’Alema) che diceva: “Dovremmo lasciare il partito alle Serracchiani e alle Mogherini?”. Non so se l’abbia mai detta, ma non faccio fatica a immaginare che il senso di quella frase possa appartenergli: “Dovremmo lasciare il partito a chi non e’ come noi?”. Dove il “noi” rischia di essere una categoria dello spirito – perche’ nessuna di noi due e’ una velina (purtroppo?), nessuna di noi due e’ una ex democristiana (ma sono certa che la “provenienza” non sarebbe percepita come un problema – piuttosto, forse, la non “appartenenza”). Una valutazione “pre-politica”, antropologica. Ragazzine.
Ora, se un illustre ottantenne dice che non si puo’ lasciare il partito a due “ragazzine” (che viene da piangere, perche’ fra un po’ siamo in menopausa) va bene, e se una delle “ragazzine” dice che non si puo’ lasciare il partito agli ottantenni e’ un attentato alla democrazia? Mi sfugge la logica dei due pesi, delle due misure.
Io e Debora a quella frase non reagimmo. Sarebbe stato bello se chi si e’ sentito offeso dalle parole di Debora lo avesse fatto sapere con un po’ di discrezione. Perche’ siamo tutti nello stesso partito. Condividiamo dei valori, degli obiettivi, un cammino futuro. Io ho, e continuo ad avere, tantissime cose in comune con gli amici che stanno in questi giorni scegliendo di sostenere Bersani. Non e’ una guerra di religione, non c’e’ nessun nemico da abbattere e nessun clandestino da espellere. E’ un congresso – un confronto democratico tra idee. Alcune di queste idee sono diverse, altre no. Restiamo una comunita’ di persone, un partito. Restiamo, innanzitutto, amici, compagni di strada. Non c’e’ niente di apocalittico, niente di drammatico, e soprattutto niente di personale. C’e’, invece, un confronto tra progetti che inizia a farsi chiaro.
Il giorno che e’ uscita l’intervista di Debora ero alla Camera, in Aula. Le reazioni di chi mi circondava erano a dir poco critiche, le eccezioni si contavano sulle dita di mezza mano. La sera, ho parlato con amici che non fanno politica. Elettori del PD, o meglio persone che sono alla costante ricerca di validi motivi per votare PD – e non sempre ne trovano, cosa che li fa arrabbiare non poco. Mi dicevano che forse la frase sulla simpatia di Dario non era granche’, ma che si capiva che era una battuta. E che, per il resto, si ritrovavano pienamente in quelle parole. Che trovavano vergognoso il fuoco di fila che si e’ scatenato contro la poveretta. E mi hanno chiesto come si fa, a partecipare al congresso. Oggi vanno a fare la tessera.
Racconto questo per due motivi.
Innanzitutto, perche’ dice di quanto sia labile e teorica la distinzione – che invece alcuni vorrebbero netta – tra iscritti ed elettori. Il PD e’ partito aperto, con una “base” permeabile, o di proprieta’ esclusiva degli iscritti (poi, oggi significherebbe di Bassolino…)? I circoli servono a fare tessere o ad interagire con la vita delle persone (penso ad un circolo vicino casa mia, che organizza i gruppi di acquisto solidale ed ospita un Caf)? Chi sono gli “azionisti” del PD: i cittadini che lo votano (o vorrebbero votarlo, se ne trovassero ragioni), o gli eletti locali? Il PD e’ partito di eletti, o sono piuttosto gli eletti “del partito” - ovvero attraverso il partito chiamati a rendere conto ai cittadini che li hanno votati?
Poi, ho raccontato questa storia perche’ la distanza tra la reazione che ho visto “dentro” e quella che ho visto “fuori” mi ha impressionato. E temo dia il senso della distanza tra la nostra classe dirigente ed il nostro (a volte solo potenziale) elettorato. Tanto e’ ampia quella distanza, tanta e’ la strada da fare per colmarla. Ma si deve cominciare a camminare nella direzione giusta.
E secondo me la direzione giusta non e’ la retromarcia. Ho ascoltato con attenzione le parole di Bersani. Il partito che descrive, lo conosco gia’. Ci ho vissuto per diversi anni. Era un grande partito, con grandi limiti. Capisco che se ne possa avere nostalgia. E’ legittimo. E’ altrettanto legittimo provare a costruire quel partito diverso che abbiamo pensato e non abbiamo realizzato. Per me, piu’ che legittimo e’ doveroso – se non altro per tutti quegli italiani a cui l’abbiamo raccontato, che lo hanno voluto insieme a noi, che lo hanno votato.
Chi teme che la scelta sia tra due persone, e non tra due idee, sbaglia: c’e’ chi pensa che il progetto debba essere cambiato, e chi pensa che vada realizzato. http://blogmog.ilcannocchiale.it/
1. Debora ha fatto una scelta: ha deciso di sostenere uno dei due attuali candidati segretario perché crede nelle sue promesse di cambiamento. Forse pecca d’ingenuità ma da qui a parlare di “segreti accordi di palazzo”, beh.
2. Debora ha lanciato una stoccata a Bersani e tutta l’area Dalemiana: se Franceschini può giustamente non convincere come speranza di cambiamento, Bersani portano dietro la restaurazione. Chi può negare che Bersani vuole ridurre quando non eliminare le primarie aperte? Chi può negare che Bersani vuole spostare l’asse del partito a sinistra, con il significato rozzo ed italico di sinistra? Chi può negare che Bersani vuole eliminare la vocazione maggioritaria?
3. Debora non si è candidata. Ha deciso di non seguire l’eredità di Adinolfi e Giulia Innocenzi, ovvero del candidato che si candida puntando su una mezza idea un po’ confusa, perde, accusa di brogli, si dimette, quando nessuno caga le sue dimissioni ritorna.
4. Debora sostiene Franceschini “Non sto con Dario per simpatia, ma perché vuole creare una nuova classe dirigente”. Se è questa la promessa, se con questo vuole coinvolgere veramente Debora ed altri, magari i Piombini, beh, è comprensibile il suo sostegno.
5. Lei è/è stata il caso mediatico favorevole al PD. Il, perché singolare. E, giustamente, va distrutto. Prima dai cinici di professione, poi dai soliti noti del “la politica lasciatela ai professionisti”. Forse Debora non ha scelto l’amico giusto, ma i nemici giusti ce li ha.
6. La stiamo distruggendo perché ha fatto una scelta. E non è la nostra scelta. There’s nothing wrong in liberalism.
7. A me Franceschini ha deluso. Non può essere il nostro candidato al 2013. Ma finché i Piombini non fanno nulla (potrebbero decidere di aspettare un giro, ormai, si sono mossi tardi per presentare una candidatura ma non troppo per farsi notare ed iniziare un dibattito), la sua promessa di classe dirigente futura è l’unica cosa che c’è rimasta.
Perché non si può tornare indietro. Non possiamo ritornare a l’Unione, comunque la si voglia chiamare. Se c’è un’esigenza è quella di fare più primarie, giuste ed utili, perché se hai un candidato che verrà trombato lo sai con tre mesi d’anticipo e ne va su un altro che magari non verrà trombato, non farne meno e chiuderle solo agli iscritti.
Se il PD ha peccato di qualcosa, ha peccato di timidezza. Troppo poche primarie, non troppe come dice Bersani. Troppo poco “da soli”, non troppo. Troppo poco aperti, non troppo.
E troppe poche decisioni. Francé ha dato un esempio di cambio di passo sul referendum: si è votato in direzione nazionale e si è scelta una linea. Se avessimo un partito che rispetta le linee sarebbe meglio, ma tant’è.
Francé forse è troppo timido, ma è nella direzione giusta. E non possiamo lapidare Debora per avergli dato fiducia. O forse sì: siamo pur sempre “sinistra” e Italia.http://eggsofwar.wordpress.com/2009/07/01/spezzo-una-lancia/
La solita questione del leader
Secondo la definizione del politologo americano Joseph Nye, “leadership” significa mobilitare gli altri per uno scopo, ovviamente condiviso.
Non v’è dubbio che nella politica contemporanea l’identificazione del leader sia la premessa, o addirittura la sostanza, di una politica, cioè del potenziale successo di un partito. La destra lo ha capito bene. La sinistra no. I leader della destra “mobilitano gli altri” (Nye), quella della sinistra no.
Da tre lustri infatti quest’ultima si affanna con il medesimo problema, dalla sconfitta dei progressisti nel ’94 – dinanzi al nuovo leader della destra Berlusconi – fino al prossimo congresso del Pd che non a caso verterà esattamente su questo problema, quale leader. Nel senso – almeno si spera – di porsi la questione “come convincere gli altri”.
Ha scritto Alessandra Sardoni nel suo recentissimo saggio che fila via proprio su questo crinale (Il fantasma del leader – Marsilio ) : «Presidenti del consiglio, candidati premier o aspiranti tali si sono presentati e continuano a presentarsi agli elettori logorati da lotte intestine, dalla pratica indefessa della “teoria del contenimento” per usare una categoria della guerra fredda (anche se qui si parla di grandi debolezze non di superpotenze): indebolire il leader, contenerne il potere evitando sempre e comunque di “andare ai materassi” come avrebbe consigliato il protagonista del Padrino ovvero un capo. Mai arrivare alla battaglia finale che lascia in piedi uno e manda a casa l’altro (o gli altri) ».
La vicenda di questi tre lustri è sostanzialmente questa: «Per quindici anni l’obiettivo non è stato far vincere il migliore o il più forte, ma restare membri del consiglio di amministrazione qualunque cosa accada ». La giornalista di La7 è impietosa: «Congressi, primarie, nuovi partiti, fondazioni, a guardare bene, sono serviti a travestire da competizioni compromessi e cooptazioni e a poter strizzare l’occhio a elettori e militanti come a voler dire: “attenti, lui non è il vero capo”. Perché per essere contenute le leadership devono essere delegittimate».
Da questo punto di vista, le primarie erano state concepite come l’antidoto allo strapotere del “consiglio d’amministrazione”. Ma il problema è stato quello di non riuscire a creare un fecondo, reciproco rapporto fra primarie e partito, ma solo dicotomie e contraddizioni. Così si arriva al congresso del Pd di ottobre: in un clima di vecchi rancori e di ricerca (ancora) di ricette valide che risolvano il rebus: quale leader?http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/111521/la_solita_questione_del_leader
Il dibattito congressuale del Partito democratico è subito molto acceso.
Non poteva che essere così. Ma affinché rappresenti una pietra miliare del percorso della nuova formazione politica vi sono alcune condizioni che devono essere garantite da chi vi prenderà parte. Una di queste è quella di non scivolare nel nominalismo, nel fare diventare parole o concetti dei simboli che tracciano solchi, che delimitano territori. Un dibattito costruttivo si sviluppa se ci si legittima reciprocamente e quindi si cerca di mettere in luce i nuclei di verità che contengono anche le opinioni che non si condividono.
Il discorso politico invece, negli ultimi anni, fortemente influenzato dai tempi e dai ritmi della tv, tende alla frase a effetto, al sound bite, frasi brevi, taglienti, polemiche che presto diventano slogan che vivono di vita propria.
Uno dei concetti che si espone maggiormente al rischio di diventare un valore simbolico su cui schierare amici e avversari è quello della “vocazione maggioritaria”. E questo perché è uno dei concetti più ricchi di implicazioni: allude alla legge elettorale, a come si concepiscono le necessarie alleanze e in ultima istanza al tipo di organizzazione che si intende far vivere nella società (tessere, selezione della leadership, formazione delle candidature e primarie).
Bisogna dare a questa riflessione spazio e tempi appropriati. Il Pd si trova quindi a una scelta che tiene insieme legge elettorale e regole della vita interna. È un nodo da sciogliere perché da esso dipende l’efficacia stessa dei suoi comportamenti organizzativi a tutti i livelli.
Un’ipotesi di riforma elettorale maggioritaria implica una visione bipolare se non addirittura bipartitica, mentre una visione proporzionalista riconosce un’articolazione ampia delle forze politiche seppur con qualche correttivo che garantisca una certa stabilità del governo che esce dalle elezioni.
Nell’ipotesi maggioritaria il governo, l’esecutivo, è scelto inevitabilmente dagli elettori, in quella proporzionalista può essere data maggiore o minore autonomia alle forze politiche presenti in parlamento per contribuire alla formazione dell’esecutivo.
Nell’ipotesi maggioritaria il comportamento che la forza politica intende assumere deve essere dichiarato e il consenso non può che essere esplicito e diretto. La leadership (empatica e relazionale) tende a essere molto popolare, a rischio di populismo. In quella proporzionale può svilupparsi un’organizzazione con un’identità molto autoreferenziale.
Possono convivere obiettivi strategici palingenetici e tattiche molto agili se non spregiudicate.
La leadership è eroica e le alleanze diventano necessità tattica.
Se si ragiona in un’ottica proporzionale la maggioranza si raggiunge con accordi con altri partiti. Si pensa a dividersi campi di influenza. Un consenso elettorale attorno al 20, 25 per cento è più che sufficiente. Le alleanze diventano più importanti della costruzione di una nuova cultura politica. Da qui discende anche una ben determinata forma di partito, un modello organizzativo caratterizzato dalla tessera e dall’affiliazione esclusiva, con una struttura piramidale basata sulla cooptazione, sulla vocazione “identitaria”, su gruppi dirigenti che cercano la propria affermazione nella relazione “interna” all’organizzazione.
Su leader eroici e carismatici.
Se si ragiona in un’ottica maggioritaria diventa essenziale ambire a rappresentare la maggioranza. Non c’è solo il problema delle alleanze tra diversi ma soprattutto lo sforzo di sviluppare un’identità nuova orientata al futuro, caratterizzata dalla ricerca di soluzioni nuove. Si ritiene che avere tra le proprie fila storie diverse desiderose di stare insieme e capaci di darsi regole di convivenza organizzata sia un’opportunità non una minaccia per la propria identità. Si pensa a una forma organizzativa centrata sulla capacità di dare voce alla società (gli elettori) non solo della propria parte (gli iscritti, i militanti), di elaborare soluzioni valide per la maggioranza non per chi condivide la propria visione delle cose, di reclutare le risorse dalla società civile e incanalarle nelle istituzioni indipendentemente dalle loro scelte ideologiche. Si mette a punto in maniera più efficace il metodo di selezione dei candidati e dei gruppi dirigenti migliorando e non abbandonando l’esperienza delle primarie. Si costruisce un’organizzazione nuova, casomai “piatta”, a rete, leggera se si vuole usare questo termine, ma non assenza di organizzazione.
È leadership relazionale e non eroica o carismatica ma è leadership! Qualcuno sostiene che siccome in Italia la sinistra non avrà mai la possibilità di essere maggioranza, la scelta maggioritaria rappresenta una condanna all’opposizione a vita.
Meglio dividersi i compiti tra centro e sinistra (sinistre) e lavorare per intese in un contesto proporzionale anche se con premi e incentivi per garantire la stabilità dell’esecutivo.
Altri pensano che proprio la “costrizione” a ragionare in termini di capacità di rappresentare la maggioranza faccia diventare adulta la sinistra italiana. Non accetta il destino cinico e baro o metafore genetiche sul dna degli italiani che impedirebbero alla sinistra di essere forza di governo. Dà una lettura post ideologica della funzione dei partiti cioè centrata sulle politiche pubbliche piuttosto che sulle “visioni del mondo”.
Pensa che se la sinistra non ha mai avuto la maggioranza è più una sua responsabilità che non una colpa degli italiani.
È la sfida a interpretare e rappresentare la maggioranza della popolazione che spinge la sinistra a essere all’altezza delle risposte che il paese chiede. Pensiamo al Nord, dove il Pd è sulla soglia dell’inconsistenza politica (il 20%). Solo se ci si pone l’obiettivo di tornare a superare il 30% cioè a conquistare almeno un terzo degli elettori del centrodestra si potrà aspirare a governare. Altrimenti la giustificazione che il destino ha fatto vivere in un periodo in cui vince la destra spingerà ad accontentarsi di un partito anche con un buon numero di tessere ma funzionale solo a mantenere quote di potere locale ed eventualmente a stringere accordi subalterni con uno dei giocatori dell’altro campo politico ai livelli istituzionali più alti.
«Nessun rimpianto, ma ancora tanta voglia di cambiare veramente»
Ascoli Piceno | Dopo la sconfitta alle elezioni provinciali l'ex Presidente Massimo Rossi tenta di analizzare a freddo le cause di quanto è avvenuto, i motivi delle scelte compiute e le ragioni per cui andare avanti.
Massimo Rossi
«Ad una settimana dall'esito finale delle elezioni provinciali, ho cercato di fornire a coloro che avranno la pazienza di leggere una serie di elementi oggettivi utili ad una corretta valutazione di quanto avvenuto. Scusatemi per la lunghezza del testo ma era difficile condensare meglio fatti, circostanze e considerazioni senza le quali le mie affermazioni apparirebbero campate in aria». Così l'ex Presidente della Provincia Massimo Rossipresenta la notache di seguito pubblichiamo integralmente:
Al di là del successo personale che molti hanno sottolineato, nessuno più di me può rammaricarsi per la traumatica interruzione dell'esperienza amministrativa avviata in Provincia cinque anni or sono sulla scia di un consenso elettorale senza precedenti.
Ma nonostante il rammarico, analizzando a freddo le ragioni di questa sconfitta, ripercorrendo i fatti che l'hanno determinata ed osservando la realtà politica del nostro territorio, ritengo di non avere nulla da rimproverarmi in quanto nulla avrei potuto fare oltre quello che ho fatto per evitarla.
La vittoria del centro destra è infatti il risultato di una precisa strategia politica messa in atto dal gruppo dirigente del PD piceno che, assolutamente disinteressato alla qualità del lavoro compiuto dall'amministrazione provinciale, ai contenuti, ai risultati raggiunti, al consenso riscosso nell'ambito della comunità locale e nazionale, ha ritenuto di interrompere con "la forza dei muscoli" tale percorso al solo scopo di assumere in proprio, pienamente, la guida dell'Ente.
Per evitare che qualcuno possa inquadrare queste mie affermazioni, inconfutabili, nel solito scaricabarile che caratterizza la ricerca delle responsabilità di ogni sconfitta elettorale restituisco l'analisi documentata dei nodi cruciali dell'intera strategia.
Dalla cronaca: un progetto di rottura lucidamente premeditato ed attuato
Tempi e modi della strategia di rottura dell'unità del centrosinistra sono facilmente ricostruibili; basta ripercorre la rassegna stampa e gli atti del consiglio dell'ultimo anno.
Per ragioni di spazio presento solo un piccolo estratto:
6 Gennaio 2008 (Corriere Adriatico, edizione di Ascoli Piceno): Luciano Agostini, all'epoca vice presidente della Giunta Regionale, rispondendo ad una polemica sollevata da Amedeo Ciccanti afferma testualmente: "Forse al Senatore Ciccanti sfuggono due cose fondamentali, la prima è che il PD sostiene lealmente l'Amministrazione Provinciale ed il suo Presidente, dando un giudizio positivo del suo operato e traducendo questa convinzione non votando mai contro né in Consiglio, né in Giunta..."
29 Giugno 2008 (Corriere Adriatico, pagina regionale): la giornalista Lolita Falconi scrive: "Agostini lancia di fatto un pesante siluro in direzione di Massimo Rossi.. accompagnato da termini neppure troppo ecumenici". "Se debbo dare un giudizio che però è del tutto personale sull'operato del presidente - dice Agostini - non posso che esprimermi in maniera negativa e molto molto critica".
Cos'era successo nel frattempo!?!
12 Marzo 2008 (Seduta consiliare per l'approvazione del Bilancio di previsione 2008): il Consigliere PD del collegio Ripatransone-Offida, Remo Bruni, intervenendo a nome del partito afferma: "queste relazioni mostrano la grande mole di lavoro che questa Giunta e che questa maggioranza hanno portato avanti. Non solo, anche la chiarezza delle idee, dei programmi che vuole seguire per il futuro sviluppo del nostro territorio. Una visione di insieme molto ampia e nello stesso tempo molto concreta che scende nei particolari senza perdere una visione generale...Questa Amministrazione ha fatto e continua a fare delle scelte strategiche per il nostro territorio in particolare sui temi dei trasporti, la viabilità, l'edilizia scolastica, e la cultura... Scelte fondamentali che delineano il futuro del nuovo Piceno".
16 Febbraio 2009 (Seduta consigliare per l'approvazione del Bilancio di Previsione 2009): dopo un'estenuante maratona durata tre sedute, lo strumento finanziario viene approvato senza il voto favorevole del PD che presenta ben 18 emendamenti con i quali chiede tra l'altro soldi per progettare un inceneritore di rifiuti e studiare l'arretramento dell'autostrada, allo scopo di rimarcare, enfatizzando le differenze strategiche, una diversa visione politica rispetto al Presidente ed al resto della maggioranza.
Cos'era successo nel frattempo!?!
Nulla di sostanziale, se non le elezioni politiche del 13 aprile 2008. La rottura dell'unità del centro sinistra, come dimostra quanto ho sopra riportato e molti altri documenti che per brevità non è possibile citare, è stata infatti una scelta precisa, assunta lucidamente e perseguita pervicacemente con ripetute prese di posizione ed iniziative destabilizzanti proprio a partire da quella consultazione elettorale ritenendo il PD che il 40% dei voti ottenuti (oggi dimezzatisi!) lo legittimasse pienamente a rivendicare la presidenza della Provincia. In una becera ottica di potere, la presenza alla guida dell'amministrazione provinciale di un esponente politico non appartenete a quel partito, più o meno adeguato al compito assegnato, appariva assolutamente intollerabile.
Lo squallido pretesto della divisione della Provincia
Non si venga a dire che il problema sono stati i criteri della divisione del patrimonio della Provincia! Anche qui, basta rileggere la stampa e gli atti per ripercorrere la squallida strumentalizzazione della vicenda.
Il Messaggero del 23 Luglio 2008, pag. 36. Sotto il titolo "La Maggioranza si ricompatta. Rossi: spero che anche la minoranza aderisca", il direttore Franco De Marco scrive: "Alla fine, dopo 5 ore di intensa discussione nella quale si sono intrecciate ragioneria e politica, la fumata bianca c'è stata. La maggioranza di centro sinistra, con gli ascolani più sorridenti ed i fermani consapevoli di aver eliminato forse l'ultimo ostacolo, ha raggiunto l'accordo sulla divisione degli immobili...". "Non nasconde la sua soddisfazione il segretario del PD Gionni: abbiamo dimostrato di essere una forza responsabile e di aver difeso gli interessi della collettività ascolana". "...Il documento votato all'unanimità dall'assemblea -commenta il segretario comunale PDAnna Casini- è stato determinante per ottenere la giusta valutazione di immobili come l'Hotel Marche e la scuola di Via Cagliari che erano stati sopravvalutati..".
La settimana successiva, nella seduta del 31 Luglio 2008, la delibera di indirizzo frutto di quell'intesa veniva approvata dal Consiglio Provinciale con 19 voti favorevoli (tutti i voti dei consiglieri di maggioranza presenti più uno di minoranza) e varie astensioni della stessa opposizione.
La faccenda era chiusa! ...a parte gli attacchi dell'On. Agostini (..ancora lui!) che il giorno successivo (2 Agosto 2008) dalle pagine de Il Messaggero affermava sarcasticamente che il sottoscritto aveva "svolto un gran lavoro a favore di Fermo". ...Salvo poi rimettere tutto in discussione, rimangiandosi parole date e scritture, senza cura neppure per la propria dignità, all'unico scopo di giustificare comunque la rottura e l'aggressione strumentale.
Un po' come in quella fiaba in cui un lupo (ogni riferimento a pseudonimi o appellativi è puramente casuale) pur di giustificare l'aggressione nei confronti dell'agnello lo accusa di sporcare l'acqua del ruscello dove lui stesso sta bevendo, sebbene il malcapitato si stesse dissetando più a valle.
Un altro squallido pretesto: le primarie
Alla luce di tutto ciò e di ben altro ancora, che tralascio per ragioni di brevità, va inquadrata e valutata la proposta, che definirei ridicola, delle primarie di coalizione.
Proposta ridicola ed offensiva per l'intelligenza dei cittadini, perché non ha senso contrapporre, alla fine di un mandato, un presidente della Provincia ed il suo vice.
Su cosa ci saremmo dovuti misurare e contrapporre, io ed il mio vice presidente, dato che avevamo collaborato per 4 anni? ..forse su chi è più bello o più simpatico?
Che senso avrebbero avuto le primarie di un presidente alla fine del primo mandato, eletto peraltro con il 55% dei consensi di cui 12.000 personali (altro che primarie!)?
A meno che non si cercasse un rinnovamento alla fine del primo mandato; in tal prospettiva, la prima cosa che ragionevolmente andava fatta (ma a me è stata negata!) era valutare il lavoro svolto; e allora, delle due l'una: o, in caso di valutazione positiva del percorso fatto, la squadra e il presidente non andavano cambiati (almeno questo detta il famoso "buon senso"... di cui il PD, paradossalmente, ha fatto lo slogan della propria campagna elettorale) o, in caso di valutazione negativa, il presidente uscente non poteva essere ricandidato e, dunque, per insufficienza di risultati doveva essere escluso anche dalle primarie.
Solo in quest'ultimo caso si sarebbe posta la necessità di individuare, fra più possibili nuove candidature (esclusa dunque la mia), la migliore da sottoporre poi al consenso dell'intero corpo elettorale.
Ma non sarà stato, invece, che le primarie a tutti i costi dovevano essere un'ennesima, inutile prova di muscoli tra gli aderenti ai vari partiti della coalizione?
Ed aggiungo, a coloro che ancora si rammaricano per il mio rifiuto di partecipare alle primarie, questo quesito: "Se, come probabile, avessi vinto le primarie, in caso di vittoria elettorale come avrei potuto successivamente affrontare un nuovo mandato amministrativo con la spada di Damocle del giudizio negativo e la sfiducia del partito di maggioranza relativa?"
Avrei dovuto accettare, legittimandone la perversa logica etico-politica, un "calvario" simile a quello vissuto nell'ultimo anno di amministrazione provinciale? Un calvario sopportato solo per senso di responsabilità e senso del dovere dal sottoscritto e da quanti hanno continuato a sostenermi allo scopo di non lasciare l'Istituzione nel caos, con una divisone incompiuta e con l'abbandono a metà del guado, solo per fare qualche esempio, di progetti come quello della Sgl Carbon, della progettazione dei fondi europei con i bandi in scadenza, della stabilizzazione dei precari...
Il rifiuto di quella farsa non è stato quindi la conseguenza di un colpo di testa, di un atto di superbia, del timore di perdere (che francamente, senza presunzione, non ho mai avuto) o ancora, della sicurezza di superare il primo turno. Si è trattato invece di una decisione ragionata e condivisa tra quanti hanno partecipato a quella che ritengo una straordinaria esperienza amministrativa.
In realtà l'unica cosa che avrei potuto fare per evitare la divisione era togliermi di mezzo.
Come molti ricorderanno non ho escluso neppure questa ipotesi, sottoponendola persino ad una valutazione collettiva, attraverso una lettera aperta ai cittadini. Cittadini attivi, attori socio economici coinvolti nei numerosi progetti dell'amministrazione, operatori della cultura e dell'istruzione, ragazze e ragazzi che in gran numero mi hanno chiesto di continuare il percorso per non disperdere la progettualità avviata.
L'astensione al ballottaggio: l'unità che paga è quella volta a costruire.
Sebbene abbia già avuto modo di motivare ampiamente l'indicazione di "voto secondo coscienza", diffusa dalla mia coalizione, e la personale scelta dell'astensione al ballottaggio, ritengo opportuno sgombrare il campo, anche in questa occasione, da letture fuorvianti che parlano ancora di risentimenti e vendette personali.
Personalmente ho riflettuto a lungo e mi sono ampiamente confrontato sull'accettare o meno l'invito a garantire "l'unità del centro sinistra per non far vincere la destra".
Abbiamo ragionato in tanti sulla relazione fra tale scelta, in questa situazione, e la necessaria crescita di una moderna cittadinanza attiva e responsabile. Ci siamo chiesti se il cittadino attivo e responsabile, di cui c'è bisogno per un cambiamento, sia quello che vota comunque e chiunque, a prescindere dai comportamenti, purché appartenga alla propria squadra.
Se è quello che vota comunque e chiunque, purché il suo voto serva a far perdere qualcuno (in questo caso Celani, in altri Berlusconi) anche nei casi in cui chi vince è simile, uguale o per certi versi peggiore di chi perde.
Se non avessimo discusso e deciso in base a tutto ciò, avremmo dovuto ammettere che in fondo, fino a quel momento avevamo solo giocato; avremmo fatto intendere che sono solo facili parole le speranze che abbiamo seminato e coltivato in una politica per la quale i comportamenti hanno un peso fondamentale nell'attivare la fiducia della gente; che in fondo ....non era vero nulla.
Per noi, invece, essere cittadino consapevole significa sentirsi corresponsabile delle scelte di chi si indica a rappresentarci. Che chi si sceglie non deve portare indosso solo la mia casacca, ma dev'essere capace di tradurre in operato coerente, possibilmente alto e nobile, il sistema di valori a cui mi riferisco.
Ed allora, fermo restando che non avrei potuto votare Celani per la distanza che mi separa dai suoi programmi e dal suo stile di lavoro, come avrei potuto votare comunque chi, come Mandozzi, non mi rappresenta perchè nei comportamenti nega consapevolmente e costantemente ciò che predica, compresa l'unità del centrosinistra?
Come avrei potuto sostenere col mio voto quel partito e quei i dirigenti che localmente hanno messo in campo azioni di una spregiudicatezza, disinteresse del bene comune, menefreghismo dell'unità della sinistra, indifferenza rispetto agli interessi del territorio, spregio dell'intelligenza dell'elettore che qui sommariamente ho provato a tratteggiare?
Non ci sto quindi a sentirmi accomunare, da chi si disinteressa ai fatti o non li conosce, al resto di questa sinistra, considerata tutta colpevole senza distinzione perché si divide e da' un brutto spettacolo di sè! E' ora che gli spettatori si chiedano: chi è che sbaglia? quale sinistra? e davanti a questo che si deve fare? Votare sempre e comunque in massa ai ballottaggi "per sconfiggere la destra", che invece si rafforza proprio per questa assenza di qualità e coerenza?
Personalmente penso che questo pessimo spettacolo continuerà fino a quando ci saranno cittadini ed elettori pronti sempre e comunque a guardarlo ed a "pagare il biglietto", con il proprio voto.
A meno che si provi a ragionare... e se necessario anche a "fermarsi per un giro", come io ho fatto questa volta, per poi tentare irriducibilmente di ricostruire.
Le ragioni di un nuovo inizio investendo il patrimonio accumulato
Quindi nessun rimpianto ma ancora tanta voglia di cambiare veramente. "Piceno al Massimo" è già sul campo per sostenere questo percorso di rinnovamento che dovrà coinvolgere società e partiti e a cui lavorerò umilmente insieme a tanti altri.
Mi impegnerò senza secondi fini di tipo personale; al solo scopo di non disperdere il grande e prezioso patrimonio di passioni, competenze, buona politica e speranza, cresciuto in questi anni di lavoro. Per investirlo in un nuovo progetto che dal basso vuole costruire un territorio ed una comunità giusta, vivace, bella e moderna.http://www.ilquotidiano.it/articoli/2009/06/28/98713/nessun-rimpianto-ma-ancora-tanta-voglia-di-cambiare-veramente
Non avevo mai scritto un discorso perché durasse appena cinque minuti e devo dire che non si tratta di una cosa semplicissima, specie se si vuole tentare di evitare di parlare per slogan. Spero di esserci riuscito, anche se comunque sono andato un po’ lungo. Peccato, perché la parte che ho dovuto saltare per arrivare alle rimaneggiate conclusioni era quella più ficcante nei confronti di Franceschini e Bersani, che erano lì in prima fila e avevano parlato poco prima di me (da qui l’inserimento improvvisato del passo iniziale sul parlar bene e razzolare male). O forse meglio così, dato che la platea era molto indisciplinata e in alcuni tratti forse un po’ indulgente con qualche sparata cerca applausi – ma qui torna la cosa dei cinque minuti, e comunque l’argomento va approfondito. A voi trovare il brano di cui parlo nel testo integrale del discorso, che segue.
Più avanti – domani, diciamo – alcune riflessioni a freddo sulla giornata di ieri e su quelle che verranno, dopo.
“Se questo partito, infatti, dovesse iniziare il cammino con i difetti della politica preesistente, con i gruppi e le correnti chiuse e in conflitto, sarebbe quanto di più lontano dallo spirito che in queste ore sento attorno a noi, dalla nuova fiducia per una possibilità che si apre”.
Con queste parole, due anni fa, Walter Veltroni descrisse le difficoltà sulle quali si sarebbe potuto incagliare il cammino del Partito Democratico. Non possiamo dire di non essere stati avvisati per tempo.
In questi due anni abbiamo assistito a un pessimo spettacolo, celebrato sul palco di un progetto che era stato annunciato come epocale e straordinario. Il Pd ha camminato a ritroso, portando con sé non solo tutti i difetti dei partiti che lo hanno costruito, ma molti altri completamente inediti.
Ho ascoltato le analisi di chi sostiene che il problema di questo partito sia stata la presunzione della sua “vocazione maggioritaria”, gli eccessi delle primarie e il suo scarno “radicamento sul territorio”, insomma, il suo non essere abbastanza come i partiti che avevamo prima. Peccato che i partiti che avevamo prima non andavano poi benissimo: il partito solido, ancorato a sinistra, radicato e con le tessere lo abbiamo già avuto, si chiamava Democratici di Sinistra e il suo massimo risultato fu il 17%. No, grazie.
Il Partito Democratico non è nato per tutelare le identità e i modelli dei partiti del passato, meno che mai è nato per replicarne lo stile e i comportamenti. In questo senso, però, nemmeno la cosiddetta “stagione veltroniana” è il modello a cui guardare, anzi. Pochi mesi dopo il discorso del Lingotto, le liste per le primarie lasciavano già presagire quello che avremmo visto. In barba alla chiarezza delle posizioni politiche abbiamo visto “Binetti per Veltroni” e “Odifreddi per Veltroni”. “Livia Turco per Veltroni” e “Rutelli per Veltroni”. Abbiamo visto persino “D’Alema per Veltroni” e “Bersani per Veltroni”. Noi abbiamo detto più volte, e ci crediamo, che la diversità delle opinioni è una ricchezza per un grande partito. Ma nessun grande partito può pensare di elaborare la propria visione del paese attraverso la ricerca di un costante unanimismo, attraverso accordi e alleanze che non hanno nulla di politico.
Nell’evidente mancanza di un progetto, abbiamo fatto tre cose: abbiamo litigato sulle alleanze, perché è chiaro che quando ci si rende conto di essere incapaci a convincere gli elettori a votare per noi, non ti rimane che tentare di annettere direttamente il loro partito. Abbiamo fatto un’opposizione annacquata, litigando sulla questione dell’essere più o meno populisti di Di Pietro. E abbiamo scimmiottato la destra. Abbiamo detto cose becere sugli omosessuali. Abbiamo proposto le ronde democratiche. Abbiamo propugnato idee violente sul testamento biologico. Abbiamo sostenuto la pratica barbara dei respingimenti degli immigrati. Non è così che si vincono le elezioni e, anche se lo fosse, sarebbe una vittoria di cui avrebbe poco senso gioire. Ci serve invece un partito capace di sostenere posizioni di avanguardia: che non si vergogni a parlare di aumento dell’età pensionabile, di matrimoni gay, di abolizione degli ordini professionali, di apertura delle frontiere. Un partito che abbia il coraggio di sostenere con convinzione delle idee giuste.
Abbiamo tradito noi stessi per cercare di guadagnare qualche voto, e abbiamo finito per perdere sia noi stessi che i voti. Spacciare il nostro tracollo elettorale per il risultato di un partito che “ha tenuto” è ridicolo. E’ vero, le aspettative erano ben peggiori, ma non è che quelle aspettative fossero dovute a un’invasione di cavallette. Quelle aspettative si dovevano al comportamento irresponsabile di un intero gruppo dirigente, che per due anni ha giocato al “tanto peggio, tanto meglio” sulla pelle del paese. Noi non ci siamo dimenticati dell’anno appena trascorso, di come si è ridotto a brandelli questo partito. Se anche il prossimo segretario dovesse essere così bravo da recuperare quattro milioni di voti, mica bruscolini, arriveremmo a quanto abbiamo ottenuto alle elezioni perse del 2008. Altro che “abbiamo tenuto”, queste elezioni sono state l’ultimo passo prima del baratro.
La partita congressuale si è aperta in anticipo, perché mentre i militanti del Pd erano ancora in giro per le città a fare campagna elettorale per i ballottaggi, alcuni dirigenti di questo partito hanno deciso che non potevano più aspettare, che gli scappava di litigare subito. Se D’Alema e Letta hanno appoggiato Bersani dalle pagine dei quotidiani, dall’altra parte non sono rimasti con le mani in mano. Veltroni è uscito dal silenzio per sostenere la candidatura di Franceschini e qui la cosa ha preso i contorni del comico, dato che Franceschini all’epoca non solo non era candidato, ma anzi ripeteva di non avere alcuna intenzione di candidarsi. Io penso che Franceschini sia riuscito a limitare i danni, in questa campagna elettorale, ma non credo che questa sia la migliore presentazione per chiedere la fiducia degli iscritti del partito, meno che mai degli italiani.
La politica non si fa così. Non si fa dicendo la frase che è più comodo dire, per poi a contraddirsi pochi minuti dopo. Lo dico anche perché quando si parla di “ricambio della classe dirigente” poi arriva sempre qualcuno a dire che i nuovi, peggio ancora se giovani, non avrebbero l’esperienza necessaria a guidare questo partito, non avrebbero la credibilità, il senso di responsabilità. Davanti allo spettacolo offerto da questa classe dirigente, non possiamo non chiederci di quale “esperienza”, di quale “credibilità” e soprattutto di quale “responsabilità” si stia parlando.
Badate, non abbiamo altre occasioni. Non ci sono elementi di innovazione e discontinuità per pensare che Bersani o Franceschini possano portare il Partito Democratico a fare cose diverse da quelle fatte finora e non siamo nelle condizioni di sprecare tempo. Non lo siamo noi, perché un’altra sconfitta vorrebbe dire la morte di questo partito, con tutte le sue conseguenze. Non lo è il paese, che è in agonia, strozzato dalla crisi economica e dalla sua cronica immobilità.
Questo è il momento di essere coraggiosi, di prendersi delle responsabilità e lanciare una sfida concreta, non di testimonianza, al congresso di ottobre. Dobbiamo essere coraggiosi noi, e devono essere coraggiosi gli iscritti e i militanti di questo partito, che spesso in passato non sono riusciti a liberarsi dai vincoli di obbedienza a questa classe dirigente inadeguata. Dobbiamo chiedere a noi e a loro di avere coraggio, non solo perché non c’è niente da perdere – quello che poteva essere perso è già stato perso – bensì perché non ci saranno altre opportunità. Se abbiamo qualcosa da dire a questo paese, se abbiamo qualcosa da fare per questo paese, il momento è adesso. Perderemo, forse, e in quel caso le cose continueranno ad andare più o meno come vanno ora, cioè male. Se vinceremo, però, sarà tutta un’altra storia.http://www.francescocosta.net/2009/06/28/un-altra-storia/#more-3936
Il Pdl è, come sappiamo, un partito del leader, è il partito di Silvio Berlusconi. Nel Pdl è lui che comanda, che decide tutto. Lui ad esempio decide i parlamentari ed i coordinatori regionali, a sua volta i coordinatori regionali nominano quelli provinciali ed i provinciali quelli comunali, ecc.
E’ una scelta tra l’altro, condivisa dalla base che si riconosce nel leader.
Il P.D. era nato diversamente, in questo caso antagonista al Pdl, mettendo al centro la partecipazione, di fatto, eliminando o riducendo le differenze tra iscritti e votanti. In questo consisteva l’essenza della sua novità.
Agli elettori, tendenzialmente era demandata la scelta dei dirigenti, dei candidati politici ai diversi livelli…più o meno attuata.
Oggi in Direzione PD si proporrà, pare, che per quanto riguarda le primarie per l’elezione del nuovo segretario del P.D., possano partecipare solo gli iscritti.
Non mi interessa neppure discutere se è una scelta giusta o sbagliata, rilevo semplicemente che, se così fosse, il P.D. resterebbe un partito tradizionale e non innovativo. AMEN.http://ottopassi.splinder.com/post/20841594/La+fine+del+P.D.+come+partito+
Su Repubblica Bologna è uscito oggi questo commento, col titolo «Ha perso l’immagine di una città inquietante»:
Per chi lavora nella comunicazione, commentare l’esito delle elezioni bolognesi è fin troppo facile: sono andati al ballottaggio i due candidati che hanno comunicato «di più»; ha vinto chi ha comunicato «meglio».
Nessuna sorpresa, anzi: una conferma ulteriore – se mai ce ne fosse bisogno – che la comunicazione gioca un ruolo imprescindibile anche nella politica locale, come in quella nazionale e internazionale; che oggi le campagne elettorali servono soprattutto a costruire un’immagine credibile dei candidati, e meno a discutere i programmi; una conferma, infine, che alla maggior parte dei cittadini sta bene così, perché il tempo (e la voglia) di approfondire i programmi non ce l’hanno, neppure se si tratta del quartiere in cui vivono.
Ma vediamo in che senso «di più» e «meglio». Spiegare il «di più» è quasi banale: chiunque, girando per Bologna nei mesi scorsi, ha notato che le affissioni, le sedi, le attività a sostegno di Delbono e Cazzola erano molto più numerose di quelle degli altri candidati. Nella comunicazione la quantità conta moltissimo, e d’altra parte è ovvio: se nessuno o pochi ti conoscono, puoi anche avere buone idee e persino una buona immagine, ma non hai speranza.
Riassumere il «meglio» comunicativo per cui ha vinto Delbono non è facile in poco spazio. Dirò solo tre cose. Dopo una falsa partenza, con manifesti non memorabili e discorsi freddi e professorali, Delbono si è affidato a uno dei migliori professionisti di Bologna, Miguel Sal. Anche Cazzola e altri candidati hanno coinvolto bravi professionisti, ma la differenza di Sal è stata netta.
Innanzi tutto era azzeccato lo slogan. Su «C’è Delbono a Bologna» alcuni hanno storto il naso, considerandolo un giochetto, un’invenzione poco originale. In realtà – come ho già commentato su queste pagine [QUI anche sul blog] – era l’unico slogan non trasferibile ad altri, perché costruito sul cognome del candidato. Inoltre si adattava con poco sforzo alle più svariate situazioni – il buon senso, il buon vivere, le buone relazioni – e si prestava a entrare nei commenti da bar e nelle battute ironiche, a favore o contro che fossero. Entrava in testa, insomma.
Ma l’idea migliore della campagna di Delbono è stata mettere in secondo piano, da un certo momento in poi, il candidato, per proporre ai bolognesi gli stereotipi positivi e nostalgici in cui più amano riconoscersi: la sfoglina, la Ducati, i bravi ragazzi che si laureano, la nonna con la nipotina, l’aperitivo in centro. Una Bologna ricca e paciosa, a cui nessun bolognese più crede, ma che tutti vogliono sentirsi raccontare. Un gioco di specchi vincente per dormire sonni tranquilli.
È un po’ questa la chiave per capire come mai l’attacco personale che Cazzola ha sferrato a Delbono, una settimana prima del ballottaggio, ha danneggiato più l’attaccante che l’attaccato. Non lo dico col senno di poi: i numeri di una vittoria possono essere variamente interpretati, e difatti in questi giorni le interpretazioni si sprecano.
Lo dico perché la vittoria di Delbono era già chiara mesi fa, e lo è stata a maggior ragione dopo il primo turno, se pensiamo al gioco di specchi che la sua campagna ha costruito. Cazzola ha raccontato una Bologna inquietante, fatta di invettive, cazzotti e veleni fra ex fidanzati; Delbono ha raccontato il buon senso e la buona amministrazione, rassicurando i più: come potevano esserci dubbi?
E poi si sa: ai bolognesi piace parlar male della città, ma guai se qualcuno gliela tocca. Cazzola lo ha fatto e mal gliene ha incolto.
Perché preferisco Franceschini, perché le differenze ci sono
Sulla Voce Repubblicana di oggi una mia intervista in cui spiego perché preferisco Franceschini
Per chi poi ritiene che le differenze non siano chiare, basti leggere questo ping-pong Bersani-Vassallo
PD: BERSANI CRITICO SU STATUTO, QUANDO LO DISSI MI DIEDERO DEL 'VECCHIO' =
PER QUESTO PARLAI DI PARTITO SOLIDO - ORMAI REGOLE SONO QUESTE, MA AL CONGRESSO ANDRANNO RIDISCUSSE
Roma, 24 giu. (Adnkronos) - "Io l'ho denunciato in tempi non sospetti. Quando dissi che quello Statuto non andava bene e parlai di partito solido, mi accusarano di rappresentare il 'vecchio'". Pier Luigi Bersani parla cosi', in cortile a Montecitorio, dello Statuto del Pd e del complicato iter congressuale che attende il partito. Un iter che vede di fatto annullata la prima parte del congresso, quella 'interna' riservata agli iscritti, dal risultato delle primarie.
Gli stessi delegati che verranno eletti al congresso, si riuniranno una volta per la selezione della candidature da sottoporre alle primarie, e poi fine dei giochi. Gli organismi del partito, infatti, verranno decisi dalle primarie, compresa la platea dell'assemblea nazionale che non sara' composta dagli iscritti al Pd eletti nei congressi territoriali, ma sara' formata dagli eletti delle liste, collegate ai candidati a segretario, delle primarie.
"Lo scoprite adesso che e' cosi'? Io lo dico da mesi. Ma -spiega Bersani- le regole sono queste e ce le teniamo. Per cambiarle, bisognerebbe modificare lo Statuto e per farlo andrebbe convocata l'assemblea nazionale. Non si puo' fare". Nemmeno alla Direzione di venerdi', che dovra' votare il regolamento congressuale, si potranno fare modifiche? chiedono i cronisti: "No, non si puo'. Perche' il regolamento si fa in base allo Statuto . Discuteremo anche di questo al congresso. Le regole vanno ridiscusse".
PD. BERSANI: NON PARLERO' MAI 'CONTRO' MA 'PER'
(DIRE) Roma, 24 giu. - I cronisti lo stringono d'assedio a Montecitorio ma Pier Luigi Bersani non commenta la candidatura alla segreteria di Dario Franceschini. "Io l'ho sempre detto, non parlero' mai 'contro' ma 'per'" dice Bersani, che poi pero' si ferma ad ascoltare quanti parlano del meccanismo infernale fissato dallo Statuto per la scelta del nuovo segretario. Statuto che stabilisce questo: si scelgono i delegati per il congresso e questo alla fine sceglie la griglia di partenza. Finito il congresso i delegati vanno a casa e a quel punto scende in campo il popolo delle primarie che, in teoria, puo' ribaltare l'indicazione uscita dal congresso. La domanda che sorge spontanea e': ma allora perche' uno si deve iscrivere al partito, fare militanza, sacrifici se poi, alla fine, il leader lo decide il passante delle primarie? Bersani, a questo punto, commenta: "Quando lo dicevo io in tempi non sospetti, attenzione, facciamo un partito solido... niente, adesso si va al congresso con questo Statuto e li' certo bisognera' discutere di questo".
E al cronista che fa notare come la partita politica nazionale si stia concentrando in Emilia-Romagna, con Bersani di Piacenza, Franceschini di Ferrara, Casini, Fini e Prodi di Bologna...
l'esponente del Pd osserva: "Berlusconi non lo e', non e' perfetto".
PD: VASSALLO, BERSANI E' CONTRO PRIMARIE =
Roma, 24 giu. (Adnkronos) - "Bersani e' contrario alle primarie.
Preferisce che il segretario sia scelto dagli iscritti. E considera gli iscritti gente cosi' poco appassionata da prendere la tessera (o farsi tesserare) solo se serve per votare al congresso. Ritiene anche preferibile che i candidati alle cariche di governo (a cominciare dai sindaci) siano selezionati dalle segreterie. Gli sono personalmente grato della schiettezza perche' ora confido che anche Franceschini e gli altri eventuali candidati vorranno dire con la medesima chiarezza cosa ne pensano". Lo afferma in una nota Salvatore Vassallo del Pd.
"Personalmente credo che alla domanda su come possa emergere una nuova classe dirigente, innovativa, rappresentativa, non cooptata, Bersani dia una risposta oggi inefficace. Piu' che essere preoccupato di una competizione senza rete di fronte agli elettori, sono preoccupato del numero di tessere comprate (a Napoli, in Calabria e non solo) quando forse ancora non si era capito che il 'congresso' si sarebbe tenuto con le regole fortunatamente scritte nello Statuto", concldue Vassallo.http://www.landino.it/articoli.php?id=489
Boselli: "No a Primarie del P.D per i soli tesserati"
Capaci di aggiudicarsi il Governo di 6 delle 7 grandi città della provincia e di invertire decisamente la tendenza alla caduta (libera) di consensi del Partito Democratico, gli amministratori di centrosinistra guardano già all’appuntamento di ottobre per l’elezione del nuovo segretario nazionale. Per Giancarlo Boselli, Vicesindaco di Cuneo, che nei risultati del ballottaggio individua “la dimostrazione dell’apprezzamento degli elettori per la nostra classe dirigente”, prima di pensare alle Primarie, è necessario però sgombrare il campo da limitazioni riguardanti l’accesso al voto dei cittadini e simpatizzanti. “A quanto pare – spiega – sembra che si voglia destinare la facoltà di esprimersi per scegliere il nuovo segretario nazionale del P.D soltanto agli iscritti. Penso però che in un partito moderno debba poter scegliere chi si registra ai seggi con la carta d’identità e non solo chi è provvisto di tessera. Il rischio è di riesumare il sistema in voga ai tempi della DC, del PSI e del PCI, dando vita ad una corsa al tesseramento che non sempre si dimostra trasparente. Soprattutto in questa fase, al P.D serve un sistema di partecipazione aperto. In caso contrario, poche centinaia di iscritti diventano determinanti per fare scelte molto influenti per il futuro del partito."
A chi giova restringere l’accesso alle Primarie?
E’ molto difficile rispondere a queste domanda. Viene il sospetto che ci sia la volontà di ‘chiudere’ decisioni importanti all’interno del partito. In questo fase migliaia di dirigenti ed amministratori locali del P.D stanno probabilmente facendo le mie stesse affermazioni, richiamando con forza gli organi centrali di fronte a questa posizione di chiusura. Ritengo poi che le consultazioni di ottobre, con cui si sceglierà il leader nazionale, dovranno essere l’occasione anche per eleggere i nuovi dirigenti regionali e provinciali.
A proposito di dirigenti locali. Dopo le elezioni politiche del 2008 anche le recenti Europee sono state contraddistinte dallo scarsa considerazione riservata ai cuneesi. I risultati delle amministrative cambieranno qualcosa?
Dal centrodestra dobbiamo prendere in prestito proprio la capacità di rappresentare il territorio in parlamento e nelle più alte sedi di Governo. Nelle ultime elezioni politiche, pur con liste bloccate, i partiti di centrodestra hanno espresso 6 parlamentari cuneesi. Cesare Damiano, Livia Turco ed Emma Bonino sono di Cuneo, ma non possono essere considerati in tutto e per tutto rappresentanti delle istanze del nostro territorio. Il centrosinistra cuneese deve disporre almeno di un senatore o di un deputato. Sabato a Cuneo ci sarà un importante incontro con dirigenti regionali e nazionali del P.D e spero si parlerà anche di questo. Come ha dimostrato il confronto tra il voto per le Provinciali e quello per i Comuni il Partito Democratico deve riuscire ad ottenere una presenza nelle campagne e sul territorio in genere pari a quello che dimostra di avere nelle città.
Pare che qualcuno stia pensando di limitare le primarie di ottobre ai soli iscritti. Si tratta dell'ennesimo caso di follia che sta colpendo il Pd. Le cose sono già abbastanza assurde e complicate per pensare che domani la direzione possa decidere di cambiare le regole congressuali (tra l'altro, la direzione non ha titolo per farlo), riuscendo a peggiorare un quadro già ampiamente compromesso. La frittata l'hanno fatta tempo fa. Girarla (perché di questo si tratta, di un giramento di frittate, e non solo) non avrebbe senso. Spero che prevalga il buon senso. http://www.civati.splinder.com/
↑ Non è più il tempo dei sorrisi tra Massimo Rossi (a sinistra) e i vertici provinciali del Partito Democratico: al fianco di Rossi, il sindaco di San Benedetto Giovanni Gaspari, il vicepresidente regionale Luciano Agostini, il sindaco di Offida Lucio D'Angelo
In una intervista pubblicata dal quotidiano comunista, a pagina 15 (intitolata "Marche double face"), il presidente della Provincia uscente torna sulla disfatta elettorale del centrosinistra: «Le primarie? Una pagliacciata. Se non si fanno proposte diverse, finiremo sempre più in basso».
ASCOLI PICENO – Massimo Rossi intervistato dal quotidiano comunista “il Manifesto”, che a pagina 15 riporta, con il titolo di “Marche double face”, la diversa situazione del centrosinistra marchigiano, vittorioso ad Ancona nonostante gli scandali giudiziari e a Fermo con il verde Fabrizio Cesetti, e sconfitto, invece, nella Provincia di Ascoli, complice la rivalità fratricida tra il presidente uscente Massimo Rossi e il suo ex vicepresidente Emidio Mandozzi. Riportiamo l’intervista di Rossi, riservandoci, successivamente, una valutazione complessiva su tutto il centrosinistra piceno.
«C’è stato un disegno a tavolino del gruppo dirigente del Pd del Piceno. Ha deciso che, alla luce delle politiche dell’anno scorso, c’era la possibilità di recuperare lo spazio di potere che aveva dovuto cedere nelle precedenti elezioni. La qualità del lavoro svolto, il consenso, erano insignificanti. A mio parere, poi, l’onorevole Agostini ha cercato di condizionare questa scelta con l’intento di sgomberare il campo da figure che potevano mettere in crisi la sua leadership. Il fatto che l’amministrazione avesse un consenso ampio, fino a Confindustria, perché metteva in campo la partecipazione di più attori, non contava nulla. C’erano stati un metodo di lavoro e contenuti che avevano coinvolto l’intero tessuto socioeconomico e questo metteva in ombra leader locali che vedono la politica come qualcosa che controlla, dispone e da cui dipende tutto il resto. C’era la volontà di soffocare questa esperienza che aveva dimostrato che si può governare in modo diverso, in cui si può dare spazio alle idee migliori, invece che andare alla ricerca del consenso facile. Le motivazioni della divisione furono pretestuose. Siccome la provincia si stava dividendo da Fermo, non si poteva riproporre il vecchio presidente. Addirittura avevano paura che una mia ricandidatura poi aprisse ad un terzo mandato. Si proposero le primarie. Si è palesata l’idea che forse poi, accettando le primarie, io avrei potuto vincerle e sarei stato lo stesso candidato. Ma sarebbe stata una pagliacciata, perché tra un presidente e un vice-presidente, dopo aver condiviso 4 anni e mezzo di lavoro comune, sarebbero state viste come un gioco di potere e avrebbero portato ancora più in basso l’idea della politica».
In cosa siete diversi dal Pd?«Ad un certo punto è stata chiara la divaricazione tra il nostro modo di intendere la politica e il loro. Io sto riflettendo su chi dice che dobbiamo essere uniti. Penso che l’unità sia importante, ma che prima bisogna trovare le ragioni dell’unità. Capire con chi dobbiamo essere uniti e per che cosa. Se ci si rende conto che chi fa un percorso con te in realtà ha una visione diversa della politica, non accetta la partecipazione e intende il governo del territorio come la gestione del potere; e ha una idea diversa del futuro, parlando di infrastrutture come motore di sviluppo e di territorio come di qualcosa di cui si può disporre a piacimento, senza condividere le scelte. A quel punto si capisce che bisogna ricostruirlo, questo centrosinistra. E dividere chi ha ragioni diverse, per presentarsi ai cittadini con proposte riconoscibili e attrarre chi vota Lega o Forza Italia. Sennò è inutile che ci stupiamo. Se non siamo in grado di fare proposte diverse, finiremo sempre più in basso. Questi richiami all’unità non hanno ragione di esistere».
Per questo non avete appoggiato il Pd al ballottaggio?«Certo. I nostri voti non sono pacchetti che si spostano per accordi e scambi: sono voti consapevoli. Noi abbiamo consigliato al candidato del Pd di chiarire quali sarebbero stati gli assessori e di rendere noti ai cittadini anche i suoi progetti in merito di infrastrutture. Ma non ci ha ascoltato. Io, personalmente, ho detto che non mi sarei recato alle urne del ballottaggio. Non era una indicazione di voto. Sarebbe stato premiare un atteggiamento di rottura. Un atteggiamento arrogante che avrebbe avvallato in futuro comportamenti analoghi».
Analizzando anche la situazione italiana, secondo la sua esperienza di bilancio partecipativo, qual è il punto su cui la sinistra deve far leva per ripartire?
«Ripartire da una idea di politica che coinvolge e cerca le idee, non i consensi in base alle proposte più popolari in quel momento. E bisogna chiamare anche i cittadini che hanno visioni inquietanti. Perché anche con lo scontro si arriva ad una crescita, ad una evoluzione. Non è una questione di vittoria elettorale. Non bisogna subordinare la vittoria al progetto. Se non ci si riesce bisogna tenere duro su quel progetto e creare il consenso. Questo è quello che è successo in questo paese». http://www.sambenedettoggi.it/2009/06/24/75184/rossi-al-manifesto-%C2%ABagostini-aveva-paura-di-me%C2%BB/
Ora serve coraggio
Il presidente uscente ha combattuto con coraggio la sua battaglia. Quello che ora si richiede al suo partito per affrontare le prossime sfide
di Roberto Rho
Penati ha perso, onore a Penati. Perché ha combattuto una campagna elettorale di razza, spendendosi da solo nelle piazze, nei mercati rionali, nei teatri dei comuni dell’hinterland. Perché si è battuto con generosità, praticamente senza l’aiuto dei partiti che lo hanno sostenuto, contro uno spiegamento di ministri che mai si era visto (e mai più si vedrà), a Milano e dintorni. Contro un sindaco, Letizia Moratti, che ha versato nel piatto della campagna elettorale sorprendenti dosi di bile, che ha danzato sul filo della correttezza istituzionale (superando disinvoltamente quello dell’e leganza) con la lettera-appello al voto della vigilia, e che pure ha perso la sua partita personale, perché a Milano città Penati ha vinto, e perché, checché ne dica il sindaco rimaneggiando fantasiosamente i numeri, il Pdl a Milano è in caduta libera, rispetto alle Comunali del 2006, e la sua maggioranza di centrodestra difende le posizioni solo grazie all’avanzata impetuosa della Lega, che è la componente più critica nell’a mministrazione Moratti.
Filippo Penati ha perso, alla fine, per una manciata di voti, rimontando dieci punti percentuali su Guido Podestà rispetto al primo turno.
Per questo merita l’onore delle armi. Ha dimostrato a se stesso, a Milano e soprattutto al Pd, che è il suo partito, che la partita la si può giocare anche sui campi più disagevoli, con la fatica quotidiana della buona amministrazione e del dialogo con i cittadini. Ciò detto, con la conquista della Provincia di Milano il centrodestra è praticamente padrone della Lombardia. E il Pd è, con altrettanta approssimazione, spazzato via dalle amministrazioni locali della regione più ricca, produttiva e popolosa d’I talia.
Sarà bene che i vertici nazionali e quelli locali del Partito democratico elaborino il dato rapidamente e con spietata franchezza, dismettendo quelle forme di auto-assoluzione vagamente comiche («in fondo a Milano non è andata male…») che ancora all’i ndomani del 7 giugno si sono sentite spendere. Adesso servono dosi massicce di coraggio. Molto più di quello che hanno avuto i vertici nazionali del Pd nella compilazione delle liste per le Europee (Milano deve ancora digerire l’indigeribile candidatura di Cofferati capolista), più di quello che ha fin qui dimostrato il pur giovane segretario regionale Maurizio Martina. Serve coraggio per fare piazza pulita di una generazione di dirigenti politici che hanno perso tutto quello che c’era da perdere, litigando tra una tornata elettorale e l’altra praticamente su tutto.
Serve coraggio per costruirne una nuova, che nasca dal territorio e provi a risvegliare l’entusiasmo che aveva accompagnato la nascita del Pd e le primarie per Veltroni. Serve coraggio per distinguere il profilo, i metodi di selezione dei nuovi dirigenti e dei candidati alle prossime elezioni, perfino le posizioni politiche da quelli del Pd romano, da qui in avanti prevedibilmente dilaniato dalla battaglia congressuale. Serve coraggio per imporre a Roma, subito, un percorso che consenta di individuare prima del congresso (perché dopo significherebbe con ogni probabilità aspettare fino a Natale, se non all’anno nuovo) la candidatura per le Regionali del 2010. E l’unico percorso possibile — che metta Milano al riparo della possibilità che chiunque sia il prossimo segretario del Pd nazionale paracaduti nella campagna elettorale per il Pirellone un capobastone della propria consorteria o perfino di quella avversa, se ciò fosse utile a salvaguardare gli equilibri interni — è quello delle primarie.
Le Regionali 2010 sono, è chiaro a tutti, una partita impossibile, nella Lombardia di Berlusconi, Formigoni e dello strapotere leghista. Ma paradossalmente proprio la quasi certezza della sconfitta può costituire la base su cui costruire un “metodo”, un percorso utile per ripartire dal territorio, da Milano, dalla Lombardia, dai cittadini, dagli elettori e simpatizzanti del Pd. E per testare questo percorso in vista della partita che già oggi (più per l’inadeguatezza di questa amministrazione che per l’e fficacia dell’opposizione) appare alla portata: quella, nel 2011, per il nuovo sindaco di Milano. http://milano.repubblica.it/dettaglio/ora-serve-coraggio/1657984
Non è ancora calata la sera che ad Orvieto si è consumato il dramma del centro-sinistra. La città del Duomo ha un nuovo sindaco, Antonio Concina, che ha vinto ampiamente con il 55,80%. I più partigiani della sinistra commentano seccamente “che botta!”. Altri dicono, “ecco che succede quando la sinistra decide di farsi male da sola”.
I sostenitori del neo-sindaco festeggiano, sfilano, espongono bandiere dal Comune e iniziano a pensare a domani, al futuro, che si presenta irto di difficoltà con un consiglio comunale che ha le lancette ancora spostate a sinistra, di pochissimo. L’ago della bilancia vero è Carlo Tonelli capro espiatorio della sconfitta. Nove sono gli eletti del Pd, uno di Sinistra e Libertà e uno del Pdci e già iniziano a circolare le voci di passaggi, incertezze, malumori. Nelle segrete stanze dei partiti iniziano anche le analisi sul voto. Ma cosa è successo?
Andando a scorrere i voti espressi nei vari seggi sembra molto chiaro anche ai meno avvezzi alla politica. Non hanno retto i fortini della sinistra e del Pd in particolare, Sferracavallo, Ciconia, Orvieto Scalo, Corbara, Morrano e altri. Ma la strada della sconfitta è iniziata molto prima, dall’annuncio delle primarie per la precisione. Quando Loriana Stella ha scelto la sfida interna al Pd tutti gli equilibri si sono rotti. Il partito è diventato una sorta di Fort Apache con attacchi e colpi bassi che non si sono visti neanche durante la campagna elettorale ultima. Le primarie hanno scosso le certezze di quello zoccolo duro che ieri si è rivelato molle.
E’ troppo facile, ora, addossare la colpa a quella parte del partito che è risultato sconfitto alle primarie. Le cause vanno cercate altrove. Innanzitutto bisogna guardare in casa Pdci dove una famiglia ha fatto tutto, ha scelto, ha combattuto, ha tolto risorse e linfa a tutto il centro-sinistra, ha determinato il ballottaggio e poi ha continuato in un atteggiamento a dir poco strano. Il Pdci ha vissuto quella situazione stra che è stata della Stella alle primarie, con tutto il partito schierato in maniera diversa a livello provinciale e regionale e Piccini-Tonelli, duri e puri, a tenere alta la bandiera dell’autonomia dal nemico.
La storia non si fa con i se e con i ma, questo è vero, ma il il 6% circa (abbiamo fatto la tara della lista civica di appoggio) di Tonelli sarebbe bastato a far vincere il centro-sinistra addirittura al primo turno. Un secondo capitolo dell’analisi della sconfitta deve essere assolutamente dedicato al Pd. Loriana Stella ha vinto le primarie per la grande voglia di rinnovamento che si respirava in città. Al momento della compilazione delle liste, però, il rinnovamento è apparso azzoppato e gli eletti, nell’intera coalizione, sono risultati, in gran parte, i soliti noti. Critiche sono piovute anche per il pezzo di squadra presentato in una conferenza stampa. Bruno Pecchi, ex-direttore della CRO, è risultato indigesto ai piccoli e medi imprenditori e, vox populi, ai dipendenti stessi della banca che hanno scioperato un’unica volta nella loro storia, proprio contro l’uomo del bilancio.
Il partito non ha raccolto l’istanza di rinnovamento chiesto non tanto sommessamente dalla base e dagli oltre 6mila cittadini orvietani che si sono recati a votare per le primarie. La macchina ha lavorato, preferenze alla mano, per alcuni e non per altri.
L’ultima causa interna al centro-sinistra è da ricercare negli appelli fuori tempo massimo. Le voci che si sono rincorse in queste ore sono troppe per non risultare in parte vere. Alcuni personaggi posti fuori dal seggio ricordavano ai votanti tutto il bene fatto, la reazione è stata immediata. Non ci sono prove, ma su facebook in molti hanno confessato di non aver gradito queste presenze e le telefonate fatte a ridosso del 21 giugno.
La seconda parte di questa analisi a caldo deve essere riservata al centro-destra e al candidato Concina. Il centro-destra non ha vinto le elezioni, Concina ha vinto il ballottaggio. E’ certo che può cantare vittoria Orvieto Libera, una lista civica e politica che in pochi mesi, un po’ come Forza Italia nel ‘94, ha convinto persone note e meno note, ha imposto il candidato sindaco della coalizione e ha preso tanti. tantissimi voti. Toni Concina ha parlato per tutta la campagna di rinnovamento e metodo e poi ha aggiunto partecipazione e coinvolgimento di tutti. Ora la palla passa proprio al rinnovamento e al metodo perchè le scelte difficili sono dietro l’angolo, quelle che potrebbero far cambiare le maggioranze in consiglio, per il bene della città. Ci sono tante partite da giocare, la Piave, l’assestamento di bilancio, il futuro dei pendolari, il collegamento con Viterbo, la manutenzione delle strade, il Centro Studi, la TeMa, e tante altre questioni da vedere. I banchi di prova da qui al 30 settembre sono tanti e pericolosi per la mancanza della maggioranza in consiglio. E’ vero, forse, che mai come questa volta, servono le competenze e non le appartenenze politiche; servono le esperienze per gestire alcuni passaggi difficili delle partecipate e Concina dovrà lavorare di cesello soprattutto per calmare i sacrosanti bollori interni al Pdl, in particolare.http://orvieto.blogolandia.it/2009/06/23/orvieto-la-sinistra-ha-fatto-sboom-e-lascia-la-citta-al-centro-destra/
Franco Cotta*, Dibattito Tutti i dirigenti del Pd vogliano offrire una sponda progressista, solida ed incoraggiante, a tutti coloro che hanno votato i partiti che non sono entrati nel parlamento italiano né in quello europeo. La sponda deve essere attraente, ma chi vuole raggiungerla deve nuotare, almeno un poco. Nelle prime bracciate deve liberarsi da tutti i residui ideologici che ha ancora in mente
Sfruttando quei pochi giorni rimasti prima dei ballottaggi amministrativi, estremamente adatti alla riflessione ed a questa riservati dai dirigenti del Pd, intendo anticipare i risultati della mia riflessione per porre alla valutazione collettiva tutta una serie di considerazioni su come rilanciare il partito, che ho già in parte esposto, sia nella sede nazionale del partito democratico, sia in articoli diffusi da Aprile on line.
Anzitutto, dai risultati delle elezioni europee emerge chiaramente che tutto l'entusiasmo degli elettori del centro-sinistra si è riversato sull' Italia Dei Valori e su qualche nome nuovo del Pd (vale la pena di citare David Sassoli) che ha portato equilibrio, freschezza di linguaggio e novità ad un dibattito politico disastrosamente legato al passato. Infatti, la storia della sinistra italiana è diventata un fardello talmente pesante che affoga chiunque la porti in mente, in continuazione. Si guardi alla pietosa fine dei due gruppi nei quali si erano rifugiati i numerosi partiti di sinistra esclusi dal parlamento italiano alle ultime politiche. Esclusi, adesso, anche dal parlamento Europeo, pensano di riunirsi in un partito unico della sinistra che, se effettivamente costituito, sarà ben disposto per cadere nel baratro delle prossime elezioni politiche (non superando lo sbarramento del 4%) perché sostenuto da un elettorato in costante diminuzione. Che Bertinotti voglia piantare una bandiera e guardarla, finché non rimane da solo, è comprensibile, ma che lo vogliano fare anche altri non è realisticamente credibile.
Pertanto, credo che tutti i dirigenti del Pd vogliano offrire una sponda progressista, solida ed incoraggiante, a tutti coloro che hanno votato i partiti che non sono entrati nel parlamento italiano né in quello europeo. A mio avviso, la sponda deve essere attraente, ma chi vuole raggiungerla deve nuotare, almeno un poco. Nelle prime bracciate deve liberarsi da tutti i residui ideologici che ha ancora in mente, dai meccanismi di funzionamento "del partito" derivati dal Pcus, quali il centralismo (poi, in Italia, diventato democratico), dall'idea che l'Italia sia divisa in "classi" e che i diritti umani siano collettivi (mentre sono esclusivamente individuali). In altre parole deve essere pronto a difendere gli interessi dei suoi elettori, come da loro espressi, singolarmente ed individualmente, con la massima libertà e, naturalmente, attraverso il voto.
Il voto, poi, non può essere dato ad un collettivo (il partito) ma deve essere dato ad un individuo, che è responsabile di dare il seguito richiesto dal votante. Proprio per costruire questo rapporto fiduciario ed individuale tra elettore ed eletto il Pd deve rinnovare le proprie modalità di funzionamento. Anzitutto, nelle elezioni primarie devono essere poste al bando liste elettorali pre-costituite dalla struttura del partito. Le liste elettorali dovranno essere formate da tutti coloro che vorranno iscriversi, senza nessuna limitazione (tranne la condanna penale, anche non definitiva). La campagna elettorale primaria si svolgerà per un lungo periodo (almeno due mesi), interamente finanziata dai singoli candidati che si vorranno far conoscere da tutti mediante Internet, i numerosissimi incontri personali e la partecipazione ad ogni possibile riunione. Al termine, vi saranno le votazioni che eleggeranno il Segretario del partito e le altre cariche sociali, a maggioranza assoluta, o, dopo una settimana, in votazione di ballottaggio tra i primi tre che hanno conseguito il maggior numero di voti senza raggiungere la maggioranza assoluta. La settimana successiva si terrà il Congresso del partito che prenderà atto dei risultati delle elezioni primarie, approverà il programma del partito e nominerà i membri del governo ombra, tenendo conto dei risultati elettorali conseguiti nelle primarie.
Questa procedura per le elezioni primarie, finalmente democratica, è l'unica che può consentire al Pd di essere preso sul serio (quale promotore, in casa, della democrazia, che propone al paese) e di essere sostenuto, appassionatamente, dagli elettori, il cui interesse alla politica è stato acceso dal dibattito, anche esasperato, che ha messo in luce i vari candidati alle primarie. Invece di tacitare tutti, come si fa adesso, le lunghe primarie illumineranno tutte le differenze, consentendo ai votanti di scegliere tra le realtà emerse quali verità fondate e chiarite, permettendo ai candidati di esprimersi liberamente, così come si fa in democrazia.
La passione e l'interesse per il processo politico primario dovrebbe assomigliare, nel piccolo, agli uguali sentimenti che sono risvegliati negli Stati Uniti dalle elezioni primarie, ove la lunga battaglia aperta ed anche rissosa consente a tutti di votare informati. Facile, no? Ma questa strada maestra sarà solamente presa se gli attuali dirigenti del partito avranno l'intelligenza di comprendere che questa è l'unica strada adatta a costruire un futuro vincente per il Pd ed il senso di responsabilità di mettersi tutti in gioco, da Franceschini a Veltroni, da D'Alema a Fassino etc. etc. per dare a tutti l'opportunità di scegliere, liberamente, tra le numerose e valide alternative. In altre parole, parlate tutti, dite la verità in continuazione e battetevi a lungo per consentire a noi di scegliere intelligentemente.
Rimesso così, auspicabilmente, in corsa il Pd rimane da raggiungere la maggioranza. Impresa meno difficile di quanto non sembri. Il raddoppio ad ogni elezione dei voti dell'Idv dimostra che un crescente numero di italiani crede nei valori difesi disperatamente dalla magistratura italiana e dai loro esponenti, passati opportunamente alla politica. Essi difendono i nostri valori, che sono a fondamento della democrazia, di una vita sociale giusta ed ordinata, di rapporti personali trasparenti ed onesti. Battiamoci anche noi, insieme a loro, per questi valori civili e strutturiamo un rapporto di collaborazione tra i due partiti che ci porti, insieme, a superare il quaranta per cento, poi si vedrà.
I valori non appartengono solamente al lato civile della società, ma anche alla sua componente religiosa. Il Pd dovrà battersi anche per i valori sostenuti dalla religione cattolica e condivisi dalla maggioranza dei suoi adepti. Il diritto a credere in Dio deve essere sostenuto anche da chi non vi crede. Il sacrificio per gli altri, deve essere un valore sostenuto da tutti, non solamente dai cristiani. Il Pd dovrà porsi quale unico partito in Italia che rappresenta il perseguimento e l'attuazione di tutti i valori civili e cristiani in un percorso politico progressista. L'Udc ambisce adesso ad un ruolo simile, ma solamente perché si barcamena tra destra e sinistra sperando di diventare il nuovo centro democristiano. In realtà, non interpreta né rappresenta valori religiosi in maniera credibile. Tale ruolo potrà invece essere svolto dal Pd se saprà rinnovare i propri dirigenti e guadagnarsi la fiducia di tutti i cattolici progressisti, che non aspettano altro. Tale tendenza non è incongruente con la possibilità di fare accordi di governo, centrale o amministrativi, con l'Udc purchè la concorrenza con tale partito a conseguire la fiducia e il voto dei cattolici continui con forte determinazione.
Se, infatti, il Pd diverrà, in esclusiva, il partito che rappresenta, con successo, i valori civili e cristiani che sostengono il progresso non avrà alternativa in Italia, se non quella di crescere con il crescere dell'educazione e della presa di coscienza degli italiani. Berlusconi sparirà, con il fortunato diminuire degli italiani che sono, come lui, capaci di tutto. Questa è la battaglia che abbiamo di fronte e chi non lo capisce si tolga di mezzo, per cortesia.
*Franco Cotta è un esperto di politica estera che ha vissuto a lungo negli Stati Uniti
Le primarie in Virginia e New Jersey hanno deciso i candidati che si sfideranno a novembre. I risultati delle sfide per il vertice dei due Stati saranno guardati con attenzione anche dagli schermi della Casa Bianca.
Nelle ultime due settimane si sono svolte le primarie nei due Stati che a novembre sceglieranno il loro Governatore. In New Jersey il miliardario Jon Corzine, attualmente alla guida dello Stato ed ex senatore democratico anti Bush, se la vedrà con il moderato Steven Lonegan. In Virginia si replicherà invece, in modo abbastanza curioso, la sfida tra Creigh Deeds e Bob McDonnell, che nel novembre del 2005 si fronteggiarono per il ruolo di Attorney General dello Stato. Uno scontro al fotofinish vinto dal secondo, esponente del Gop, per soli 300 voti. New Jersey e soprattutto Virginia sono due Swing States molto importanti per la strategia di una campagna presidenziale, e le elezioni daranno indicazioni utili per il 2012. Nel 2005 la vittoria di Tim Kaine in Virginia fece da modello per il successo inaspettato di Jim Webb al Senato del 2006 e soprattutto ispirò la campagna di Obama, che puntò sull’Old Dominion nonostante la sua fama repubblicana, strappandolo per la prima volta dal 1964 dalla colonna repubblicana.
INSIDIE A NORD EST - Il New Jersey è la periferia borghese di due metropoli ,New York City e Philadelphia, ed è stato una roccaforte repubblicana quando il Gop si ispirava più a Rockefeller che a Goldwater. La svolta conservatrice ha permesso ai Democratici di inanellare una lunga serie di vittorie in uno Stato moderato e abitato da persone affluenti. Il New Jersey è diventato inespugnabile per i repubblicani anche alla luce del cambiamento demografico dello Stato, sempre più popolato da persone di origine ispanica ed asiatica. All’interno del Garden State convivono molti ebrei con la seconda comunità islamica per popolazione degli Stati Uniti, e proprio un ragazzo del New Jersey di fede musulmana, morto in Iraq a soli 20 anni, fu citato da Colin Powell nel suo endorsement a Barack Obama. La variegata demografia dello Stato ha reso molto difficile la ricezione del messaggio repubblicano, tipicamente anglosassone, e negli ultimi 20 anni sono state abbastanza rare le vittorie a livello statale in uno Stato simbolo del Rockefeller Republicanism. Benché vicino al mare liberal del New England, la forte componente suburbana e l’elevato reddito medio – è il secondo Stato americano per ricchezza –rendono il New Jersey contendibile. Alle primarie repubblicane gli elettori del Gop hanno scelto il candidato, Chris Christie, con le maggiori chance di vittoria contro il governatore in carica Jon Corzine, che ha invece ottenuto una sbiadita riconferma in una primaria svoltasi sostanzialmente senza avversari. Lo scontro in casa repubblicana è stato interessante perché ha mostrato una competizione su due modi diversi di vedere il Gop. Christie, un ex procuratore federale, ha puntato tutto sulla sua eleggibilità, proponendosi come un moderato e rimarcando la sua lotta alla corruzione, tema sempre molto sentito a livello statale. Il suo avversario, Steve Lonegan, aveva invece proposto una linea più conservatrice, basata sul classico messaggio anti government di marca Gingrichiana. La vittoria di Christie, abbastanza netta, rende più difficoltosa la rielezione del democratico Jon Corzine, che prima della politica è diventato miliardario dirigendo, insieme all’ex Ministro del Tesoro Paulson, la merchant bank Goldman Sachs. Corzine è stato uno dei 21 senatori democratici a votare contro la guerra in Iraq, e la sua vittoria nel 2005 fu uno dei primi segnali dell’impopolarità elettorale del conflitto iracheno. Nonostante la rinuncia allo stipendio di governatore Corzine è rimasto intrappolato nella crisi economica e sconta un tasso di approvazione abbastanza negativo, così da rendere molto equilibrato il confronto con Christie.
LA NUOVA VIRGINIA - Dopo l’approvazione del Civil Rights Act e la conseguente migrazione verso i lidi repubblicani dell’elettorato sudista, la Virginia è rimasta un bastione del Gop dal 1968 fino al 2008. La progressiva estensione dell’area metropolitana di Washington Dc, che si ramifica nell’area settentrionale dello Stato, ha attratto una marea di immigrati, anglosassoni o appartenenti alle minoranze etniche, che hanno ridisegnato la mappa politica della Virginia. Dal 2001 a oggi i democratici hanno sempre vinto, con l’eccezione della vittoria di Bush nel 2004, quando la campagna di Kerry però non investì neanche un dollaro. L’attuale governatore della Virginia, Tim Kaine, è stato uno dei primi big democratici ad appoggiare Obama, che l’ha ricompensato con la nomina al vertice del DNC, il vertice nazionale del partito. Kaine, obbligato dalla Costituzione della Virginia ad un unico mandato, sarà sostituito da Creigh Deeds, senatore statale che ha strappato una convincente vittoria alle primarie di martedì 9 giugno. Il favorito della competizione, almeno fino ad un mese fa, era il miliardario Terry McAuliffe, ex responsabile del DNC in quota Bill e top advisor della campagna presidenziale di Hillary Clinton. Nonostante il netto vantaggio finanziario, McCauliffe e i suoi spot non sono riusciti a convincere l’elettorato democratico della Virginia. La gara è rimasta molto equilibrata – i sondaggi rilevavano McAuliffe, Deeds e il terzo candidato, il liberal Moran, tutti vicino a quota 30 – fino all’endorsement del Washington Post a favore del candidato uscito poi vittorioso dalle urne.
Deeds, che contava sul favore delle zone rurali, le più conservatrici, è riuscito così a superare il muro di diffidenza dell’elettorato liberal della Northern Virginia, dove ha acquisito un margine tale da vincere le primarie con il 50%. Il suo sfidante sarà Bob McDonnell, Attorney General dello Stato ed esponente conservatore del Gop. Il partito repubblicano si è unito nei mesi passati sul nome di McDonnell, che in questi mesi ha potuto godere del suo tasso di approvazione come AG per diventare il frontrunner della corsa, almeno a livello demoscopico. Il primo sondaggio di Rasmussen, effettuato dopo la vittoria di Deeds, ha però registrato il sorpasso del candidato democratico. La competizione si annuncia equilibrata, anche se forse sarà meno incerta della sfida che ha già avuto come protagonisti McDonnell e Deeds. Nel 2005 i due si sfidarono per l’incarico di Attorney General, e il repubblicano vinse di poco più di 300 voti.
INFLUENZA GENERALE - Nel 2005 le vittorie in New Jersey e soprattutto in Virginia rivitalizzarono i democratici, abbattuti dalla riconferma di Bush. La vittoria di Kaine fu il primo squillo di uno spostamento dell’elettorato poi cristallizzatosi nel trionfo di Obama. La posta è particolarmente alta per i repubblicani, che potrebbero strappare una doppietta grazie di un probabile calo della popolarità del presidente, da non escludere visto il perdurare della congiuntura economica negativa, e la forza dei loro candidati locali attualmente rilevata dai sondaggi. Una vittoria del Gop avrebbe un’eco molto forte, perché certificherebbe la ritrovata competitività del partito nelle aree multietniche del Paese, nelle quali le abituali maggioranze nel voto bianco della Middle America non bastano più per mietere successi come negli anni ’80 e ’90 , dato certificato dai tracolli delle ultime due tornate elettorali. Il candidato repubblicano che uscirà vittorioso dalle competizioni in Virginia e/o New Jersey potrà dare indicazioni anche su quale futuro il partito deciderà di intraprendere. Il moderato Christie o il conservatore McDonnell propongono due modelli diversi di Gop, e la coalizione sociale che avrà successo sarà osservata con grande attenzione all’interno dell’establishment repubblicano. Uno sguardo attento all’exit poll di novembre 2009, alle voci indipendenti e minoranze etniche, sarà gettato anche dalla Casa Bianca.
Franceschini sceglie di candidarsi "Basta liti e vecchi giochetti"
di Umberto Rosso, Repubblica -
ROMA - «Ho deciso. Resto in campo, e al congresso mi ricandido a guidare il Pd. Punto a continuare l´operazione di rinnovamento del partito che, a questo punto, rischia di finire affossata dai soliti capicorrente tornati all´assalto». Dario Franceschini l´ha spiegato così, ai suoi più stretti collaboratori, che ad ottobre in pista lui ci sarà. Niente passo indietro, come invece era annunciato. L´ha anticipato alla cerchia dei fedelissimi ma non ai mandarini del partito, da D´Alema fino a Marini, perché proprio «i vecchi giochetti, le liti, gli scontri interni ricominciati come prima e più di prima» lo hanno convinto a non gettare la spugna. Amareggiato e deluso ma spinto, giusto da questa molla, a non lasciare il partito nelle mani di qualcuno che «non mi pare sarà un Obama». Non lascia, allora, semmai raddoppia. Lancia la sua sfida al vecchio che c´è ancora nel Pd.
Una decisione presa in queste ore, ma maturata negli ultimi giorni. Dall´indomani del voto europeo, il segretario assiste sconsolato alla bagarre che si è riaccesa sul congresso. Un´escalation di candidature, interventi, polemiche, interviste. Una quarantina di dichiarazioni di dirigenti noti e meno noti in pochi giorni, conteggiano nel suo staff. Troppo. Ma come - è stata la reazione di Franceschini - io ci ho messo la faccia nella campagna elettorale, ho recuperato tanti elettori astensionisti o tentati da Di Pietro, che hanno creduto alle mie promesse, alla fine dei litigi, e adesso i soliti nomi ricominciano da capo? Avevamo decretato il silenzio almeno fino ai ballottaggi, e io non l´ho mai rotto, e non hanno aspettato nemmeno che fosse conclusa questa difficilissima tornata elettorale per il nostro partito? Conclusione, sconfortata: «Sono rimasti buoni per tre mesi, e poi via come sempre, come a dire che lo stop alla rissa lo considerano solo una parentesi, eccoci punto e a capo con gli stessi meccanismi, gli stessi protagonisti da 20 anni a questa parte».
Due giorni fa il colpo finale, l´ultima goccia. Berlusconi ha appena denunciato le manovre "eversive", attaccando anche personalmente Franceschini. Il segretario si aspetta solidarietà, che il Pd faccia quadrato. Invece, nello stesso giorno, legge di Letta che annuncia il suo appoggio a Bersani, dei quarantenni che vorrebbero Zingaretti leader, di D´Alema che solo come extrema ratio si immagina al vertice del partito. E mentre sale la febbre delle candidature, raccontano al Nazareno, i computer del partito si intasano di mail di proteste di elettori e cittadini, per la serie: Franceschini ci hai preso in giro, i signori delle tessere hanno ripreso il controllo delle operazioni. «Io ci ho messo la faccia, e adesso non la voglio perdere». Scatta la decisione: mi ricandido.
E adesso? Una corsa in solitaria, contro tutti i big, con quale rete di sostegno? «Con tutti quelli che ci vogliamo stare». Lo schema che il segretario ha in mente è il seguente: non faccio accordi di vertice, farò appello alla base stessa del partito, «in modo assolutamente trasversale, lasciandoci per sempre alle spalle ex Ds ed ex Margherita». La spina dorsale della volata per il congresso saranno segretari regionali, quadri, la classe dirigente emergente che Franceschini vede consacrata dalle preferenze alle europee. Nomi come David Sassoli, Rita Borsellino, il sindaco di Gela Rosario Crocetta, Francesca Barracciu in Sardegna, Debora Serracchiani. E dopo il congresso, che scremerà le candidature, quando ci sarà da affrontare il giudizio dal basso, il segretario punta tutto sul popolo delle primarie per una riconferma fuori dalle logiche di corrente. Anche perché pensa che in questo senso possa giocare a suo favore l´elezione aperta a tutti, e non solo agli iscritti al partito. «Di certo - insiste - non farò patti con i capicorrente». E con questo, sembra anche calare il sipario su tutte le ipotesi di inciucione Ds-Margherita, l´accordone fra il segretario e Massimo D´Alema. «I corteggiamenti ci sono stati, eccome, ma io vorrei finalmente fare nel Pd qualcosa di diverso».
Pisa, 12 Giugno 2009
Dopo le amministrative Fontanelli fa le sue considerazioni:
1)Nelle zone tradizionalmente di sinistra si perdono voti
2)In Val di Cecina stanno succedendo da tempo delle cose che non capiamo
3)Le primarie non sono la soluzione a questi problemi
Aggiungerei che le primarie non sono neanche la soluzione alla fame nel mondo, e neppure per far ripartire la crescita economica. Questo vuol dire che sono il problema?
Sgomberando il campo dagli artifici retorici, bisogna che si discuta una volta per tutte di che tipo di partito pensiamo sia più adatto alla nostra società. Per fortuna andiamo incontro ad una convenzione in cui ci sarà spazio per parlarne senza essere pungolati da una scadenza elettorale, quindi calma e gesso.
A chi pensa che la soluzione sia costruire un partito più rigidamente disciplinato, più chiaramente di sinistra e senza tante primarie faccio notare una cosa: quel partito c'era, veniva da una storia gloriosa, e si chiamava (P)DS. Ha preso il 20,3% alle politiche del 1994, il 21,1% nel 1996 e il 16,6% nel 2001. E' passato attraverso sconfitte storiche senza riuscire a cambiare classe dirigente, e non è riuscito a dare stabilità ai governi di cui ha fatto parte.
Costruiamolo come ci pare questo PD, ma non ci dimentichiamo del perché l'abbiamo fatto.http://ilprimocerchio.blogspot.com/
I sondaggi degli ultimi giorni sono stati pienamente confermati e il favorito della vigilia, Creigh Deeds, ha vinto in modo netto con quasi il 50% dei voti. Deeds, democratico moderato con posizioni abbastanza conservatrici sui social issues, ha ottenuto un'ottima prestazione nell'area liberal dello Stato, la Northern Virginia, vincendo sia nell'ottavo che nell'undicesimo CD. McAuliffe è riuscito a strappare solo il terzo distretto congressuale, dove è maggioritaria la popolazione nera, mentre nella parte rurale dello Stato Deeds ha ampiamente superato il 50%.
A Novembre si ripeterà la sfida tra Creigh Deeds e il repubblicano McDonnell già verificatasi 4 anni fa per l'incarico di Attorney General della Virginia. Allora vinse McDonnell per 360 voti su quasi 2 milioni di schede valide. http://andreamollica.blogspot.com/
Oggi si svolgono le primarie democratiche della Virginia. Da questa consultazione uscirà lo sfidante del repubblicano Bob McDonnell, attuale Attorney General dello Stato per la carica di Governatore. Le indagini di PPP e SurveyUsa indicano una crescita netta di Creigh Deeds, senatore statale e democratico moderato, sopratutto nella parte più progressista dello Stato, la Northern Virginia, e nell'elettorato afro-americano. Il primo dato è contestato da Jerome Armstrong, padre della blogosfera liberal americana e tra i reponsabili della campagna di Brian Moran, il più progressista dei tre candidati. Le osservazioni di Jerome sono state contestate da Blumenthal e Tom Jensen. Il favorito della vigilia, il clintoniano Terry McCauliffe, ex presidente del DNC, incarico attualmente ricoperto dal Governatore della Virgina Tim Kaine, ha visto invece sparire l'iniziale vantaggio creato grazie ai superiori mezzi economici a sua disposione.
Ieri si sono svolte le primarie in New Jersey. Il governatore democratico Jon Corzine ha ottenuto il 78% in una competizione sostanzialmente chiusa. Un risultato che mostra la scarsa popolarità del suo operato. Sul fronte repubblicano la nomination è stata strappata dal moderato Chris Christie. La sfida sarà molto aperta, con il candidato del Gop attualmente favorito sul governatore in carica.
Martedì 9 giugno si vota invece per le primarie democratiche in Virginia. L'ex chairman del DNC, il clintoniano Terry McAuliffe, sembra aver perso il ruolo di front-runner. PPP rileva una situazione equilibratissima nella sfida a tre tra Moran, Deeds e McAuliffe. Un sondaggio interno della campagna di Moran rileva il committente in testa, con un quadro molto incerto.Più consolante per Moran è l'indagine di SurveyUsa sulla Northern Virginia, l'area metropolitana di DC ormai diventata una roccaforte democratica. Moran guida con buon distacco nella più popolosa zona dello Stato. http://andreamollica.blogspot.com/
L'ex vicesegretario Psi Spini incognita a sinistra
Firenze, doppio ostacolo per il Bimbo
l'anima rossa e i signori del mattone
di ALBERTO STATERA
Matteo Renzi
IL REPORTAGE/ Matteo Renzi favorito contro Galli
FIRENZE - "Ah, ecco l'ultima spina!" esclamava alzando gli occhi al cielo Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze, quando incontrava Valdo Spini giovanetto insieme al padre Giorgio, grande storico protestante. Passato mezzo secolo, la piccola spina valdese è tornata fastidiosamente a infilarsi sotto il tallone di Matteo Renzi, poco più che trentenne cattolico rampante, ex boy scout di Rignano sull'Arno e adoratore del mito lapiriano. Tra pochi giorni il giovane presidente uscente della Provincia dovrebbe essere eletto sindaco della non più proprio rossa Firenze al primo turno contro l'ex calciatore della Fiorentina e del Milan, il pidiellino Giovanni Galli, esangue e tarda scelta berlusconiana. Se non ci fosse l'intralcio pungente di Valdo.
Parlamentare da una vita, antico vicesegretario socialista, ministro col governo Ciampi, a sessant'anni più che suonati, Spini, attorniato da una nobile corte che espone un Rosselli e una Frescobaldi, ha deciso di dimostrare che ci può essere "un Partito democratico all'americana e non alla vaticana, come quello incarnato da un democristiano di ultima generazione". Così, dopo lo psicodramma delle primarie fiorentine, quell'orrendo "mischiume" nel quale non lo vollero, che vide tutti contro tutti in una faida maledetta dall'affare speculativo di Salvatore Ligresti sull'area di Castello, si è candidato con l'appoggio di sette liste, compresi i verdi, i repubblicani della Sbarbati e Rifondazione. Accreditato almeno al 10% minaccia così di rovinare la festa dell'elezione al primo turno al candidato nomato "bimbo". Da cui il calembour che va alla grande tra i vecchi del Pci fiorentino: "Prima i comunisti mangiavano i bambini, ora sono i bambini che mangiano i comunisti".
"A me non mi ha scelto Papi, ma le primarie!", grida Renzi, belloccio sì, pur se lievemente pingue a differenza di Noemi, al Circolo Vie Nuove, cuore rosso e accaldato di Firenze, dopo essersi paragonato nientemeno che a Farinata degli Uberti. E Massimo D'Alema, trattenendo il celebre sorrisino di scherno sotto il baffo, è venuto a dargli il suo assist: "Matteo è come un ciclista che pedala un'ora davanti al gruppo, l'unico interrogativo non è se vince, ma se batte o no tutti i record". E pensare che soltanto qualche settimana fa il boy scout lapiriano diceva che Massimo sì l'aveva chiamato dopo le primarie, ma che lui aveva il telefonino distante e non era proprio riuscito a rispondergli. Lo stesso trattamento riservato a Walter Veltroni e, poi, a Dario Franceschini, che il candidato democrat di lingua sciolta ha bollato come "il vicedisastro".
Onore comunque di D'Alema a Valdo Spini: "E' un vecchio compagno, troveremo il modo di lavorare insieme. La ricchezza del partito sono le diverse radici, per cui al vecchio compagno dico: serriamo le fila". Per carità, non sia mai detto: "Vietato strumentalizzare le parole di Massimo su Valdo", minaccia il segretario del Pd Giacomo Billi. E anche quelle dalemiane sul sindaco uscente Leonardo Domenici che "merita sostegno alle europee", in vista di "un partito ritrovato che dopo le elezioni sarà più solido".
Chimera dalemiana preelettorale il partito più solido e unito, mentre la guerriglia intestina divampa qui quasi in bocca alle urne. Lapo Pistelli, candidato cattolico sconfitto alle primarie fiorentine, ma responsabile Esteri del Pd, non firma armistizi rispetto al guanto lanciato: "Per concorrere a una posizione di responsabilità occorrono sia amore per la funzione per la quale ci si candida, sia empatia con gli elettori ai quali si chiede una delega a rappresentarli: entrambe precondizioni che non vedo realizzate in Leonardo Domenici". E Sergio Staino, candidato alle europee di Sinistra e libertà: "Pistelli ha ragione". Smaliziati i commenti a D'Alema nella platea rossa nel forno del Circolo Vie Nuove: "L'è sempre il migliore Max. Il capo l'è lui. Tu vuoi vedè che il 7 giugno fa il sù partito?!". Domenici non c'è in questi giorni a Firenze, colpito un po' dalla sindrome Cofferati, la disaffezione della città che lo esaltò. Si vede poco, impegnato com'è nella campagna elettorale per Strasburgo. Ha un po' metabolizzato le amarezze di uno che si sente vilipeso, nonostante sia quello che "più a lungo ha governato Firenze dalla fine del Settecento", come garantisce. E con buoni risultati. Primi fra tutti il nuovo palazzo di giustizia e la linea 1 del tram. Sfiorato ma non toccato dallo scandalo Castello - l'area su cui al posto di una "cacata" di giardino, come egli stesso la chiamò, si voleva realizzare lo stadio della Fiorentina all'insaputa dei fiorentini - che ha coinvolto il suo vice Graziano Cioni, l'anima cittadina naif, si è sentito incompreso da un "partito romanizzato che ha dato l'idea di voler tagliare i rami fronzuti su cui era seduto". Lo confessa: "Ho sofferto con Walter. Io ho ancora la visione ottocentesca di un partito pesante, strutturato, con gli iscritti, con le sezioni, che non rinunci al suo ruolo di direzione politica, non un partito liquido, ectoplasmatico". Quanto a Renzi gli aveva "consigliato" di non candidarsi in una città nella quale per essere eletti servono 105 mila voti.
Su 37 mila votanti alle primarie, il bimbo ne ha presi 16 mila. Ce la farà a diventare sindaco, ma a che prezzo? "Posto che la piazza di Firenze è piazza della Signoria, cioè una piazza laica e non religiosa, Matteo è bravo e disinvolto. E sono certo che per le primarie non ha fatto accordi con poteri e poterini". Ma poi? Che cosa non dice Domenici? Il fatto è che di quei 16 mila voti alle primarie la leggenda metropolitana vuole che più di 3 mila siano venuti da destra, dalle truppe cammellate di Denis Verdini, cui pare che Renzi sindaco stia benissimo e che proprio per questo ha scelto un avversario debole come Galli, nonostante potesse disporre di un nome migliore come quello di Gabriele Toccafondi. Il leader della destra locale, per di più coordinatore nazionale del Pdl, king maker del sindaco del Pd. Possibile? "Certo", conferma pro domo sua Valdo Spini, che avverte: "Non mettete il Pd nelle mani di Matteo Renzi, sarebbe un grave indebolimento delle prospettive future di tutto il partito". Ma come? Non era il piccolo Obama di Firenze? L'alito di Denis, magnifico clone di Adolfo Celi in "Amici miei", soffia nella Firenze massonica e non. Non c'è solo la maledizione di Castello, che già vent'anni fa ad opera di Achille Occhetto costò la testa a un'intera classe dirigente comunista, su cui Ligresti vuole fare un'operazione da un miliardo e Della Valle la Cittadella Viola con lo stadio della Fiorentina. Ci sono le cooperative e soprattutto la BTP, acronimo che designa Baldassini, Tognotti e Pontello, i regnanti immobiliari della città. La loro banca è il Credito cooperativo, di cui è presidente e signore Verdini. Accusato anni fa di aver violentato una sua avvenente correntista, fu assolto dall'accusa di violenza sessuale, ma rinviato a giudizio per rivelazione di segreto bancario, violazione della privacy e diffamazione, perché rivelò notizie sull'esposizione della signora, di suo marito e dei loro amici.
Poi c'è la Fingen ("fashion, retail e real estate") dei fratelli Corrado e Marcello Fratini, soci della cordata berlusconiana dell'Alitalia, che detiene oltre 600 mila metri quadri, tra cui quelli di Sesto Fiorentino, che potrebbero essere l'alternativa a Castello per lo stadio e la Cittadella viola. Ne è presidente Jacopo Mazzei, cugino di Lorenzo Bini Smaghi della Banca centrale europea, ma soprattutto figlio di Lapo Mazzei, straordinario produttore di Chianti e grande capo dell'Opus Dei.
Ex democristiani ed ex comunisti, massoni e legionari di Cristo.
In fondo che differenza fa? La città è scossa dalla prospettiva delle linee 2 e 3 della tramvia, che liscia i monumenti, e dall'esercito di quasi mille vigili urbani, vecchio feudo di Graziano Cioni, lo sceriffo che tanti guai ha procurato a Domenici e al Pd fiorentino, i quali impazzano con cascate di multe.
Ma la partita vera, forse meno evidente ai fiorentini, è quella urbanistica: "Firenze ha toccato il fondo - garantisce l'urbanista Vezio De Lucia - si è omologata al peggio nazionale: la rendita fondiaria comanda sul futuro della città". E comanderà sempre di più se il bimbo che non è stato scelto da Papi non glielo impedirà.
Ecco l’ennesima follia in casa Pd: il candidato boicottato dal partito
RomaLe primarie sono uguali per tutti, ma per qualcuno sono meno uguali che per altri. Così succede che a Segni, cittadina laziale ricca di storia che vanta come fondatore il settimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, il candidato sindaco Pd scelto dalle primarie venga osteggiato dal suo stesso partito. E succede che il segretario regionale del Pd, Roberto Morassut, vada a fare campagna elettorale per il concorrente del candidato del Pd.
Segni è una roccaforte del centrosinistra, che la governa da lustri. Era del Pd il sindaco uscente, Renato Cacciotti. E sarà del Pd, probabilmente, anche quello che verrà eletto il 7 giugno prossimo. Già, ma di quale Pd? Le primarie del 5 aprile infatti hanno aperto una faida sanguinosa nel partito di maggioranza locale. È accaduto infatti che nel direttivo cittadino del Pd non si riuscisse a trovare l’accordo sul nome del candidato. E così, statuto alla mano, si sono indette le primarie. Si sono candidati in due: il favorito, il vicesindaco Piero Cascioli appoggiato dall’apparato locale, e un outsider, il trentottenne Cesare Rinaldi, ingegnere e insegnante nelle scuole superiori di Segni. Rinaldi è entrato a far parte del direttivo Pd un anno fa, candidandosi e risultando primo degli eletti. E nell’aprile scorso ha deciso di concorrere anche alle primarie.
Nessuno gli dava due lire. E invece, a sorpresa, ha vinto lui, battendo di 60 voti l’avversario vicesindaco. È finita 691 a 644, con un livello di partecipazione notevole: 1.300 elettori su 6.000 che ne conta Segni. La commissione di garanzia che vigilava sullo svolgimento del voto non ha potuto sollevare alcun dubbio: tutto regolare. Il segretario romano del Pd, Riccardo Milana, e quello provinciale Carlo Lucherini hanno dovuto, volenti o nolenti, ufficializzare la candidatura di Rinaldi.
Ma di lì a poco è scoppiata la bufera. I fedeli del sindaco e del suo vice, successore designato, si sono dimessi dal direttivo del Pd. Hanno fondato una nuova lista, «Centrosinistra per Segni», e scelto un nuovo candidato sindaco, Luigi Vari. E ieri Roberto Morassut, segretario del Pd del Lazio e parlamentare molto vicino all’ex segretario Walter Veltroni, si è recato a Segni a sostenere la lista dei fuoriusciti dal Pd, sconfessando apertamente il candidato sindaco scelto nelle primarie.
Rinaldi racconta come sia partita, subito dopo le primarie, una campagna di delegittimazione nei suoi confronti. Nonostante la vittoria alle primarie, gli è stato impedito l’utilizzo del simbolo Pd: nessuno gliel’ha ufficialmente negato, ma le sue richieste di autorizzazione al partito provinciale sono restate senza risposta. Il sindaco uscente ha chiesto di annullare il risultato: «Vanno invalidate perché non possiamo consentire al centrodestra di scegliere il candidato del centrosinistra», ha dichiarato ai giornali locali Cacciotti. Rinaldi denuncia: «Hanno fatto trapelare notizie secondo le quali il voto per me è stato pilotato e inquinato dal Pdl locale, che avrebbe mandato i suoi alle primarie. Peccato che, quando ho chiesto di limitare la partecipazione alle primarie ai soli iscritti del Pd, in modo da evitare qualsiasi inquinamento, siano stati loro a rispondermi che non se ne parlava e che il voto doveva essere aperto a tutti. Io di certo non ho organizzato trappole con il Pdl: sono entrato nel Pd proprio perché mi sembrava un partito aperto al rinnovamento e alla partecipazione diretta dei cittadini». Salvo quando i cittadini sbagliano candidato. http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=353663
Forlì, elezioni. Carnaccini (Apriti Forlì): "Rondoni e la sua ora d'aria"
A Forlì è calata una "cappa" da quando, a metà degli anni 90', il gruppo dirigente della maggioranza della città si è unito al gruppo dirigente dell'opposizione.
Questo "status quo" ha consentito a pochi una gestione del potere e per molto tempo, come ha detto Balzani nel suo discorso al teatro Fabbri "...20 persone che al chiuso di una stanza decidevano le sorti di Forlì...".
Il meccanismo delle primarie ha permesso, in momento di forte crisi economica e di calo del consenso del centro sinistra, di far vincere chi, all'interno di un'area progressista, da tempo chiedeva un cambiamento della classe dirigente ormai al potere da più di 15 anni.
Un vero e proprio miracolo, il Davide/Balzani ha sconfitto il Golia/Masini sostenuta da tutto, o quasi, "l'apparato" del PD.
Una competizione che ha lasciato dietro di se morti e feriti ma che VERA GARA E' STATA!
La lista civica apartitica APRITI FORLI' è nata proprio per salvaguardare quello spirito critico e lo slancio emotivo e partecipativo che hannogenerato le primarie nelle donne e negli uomini liberi di Forlì al di fuori dei partiti.
Invece, cosa vediamo venire dal centrodestra ? IL SOLITO TEATRINO, dove le segreterie di partito la fanno da padroni e trattano fino all'esasperazione per ottenere il vicesindaco o un assessorato in più.
Questo è un film già visto In tutti i comunicati stampa si parla, infatti, di "accordo fra segreterie" per appoggiare Rondoni e mai di Rondoni e del "suo" programma.
Un centro destra che non si è dotato di nessun strumento democratico interno per definire la sua leadership (vedi il meccanismo delle primarie) certamente non rappresenta una evoluzione per la civilissima città di Forlì.
La foto che ritrae Alessandro Rondoni, esibito come un trofeo di caccia, attorniato dai "notabili" dei vari partiti (anche loro al potere da svariati anni), all'indomani dell'accordo raggiunto con la Lega, è la migliore immagine di quello che ci aspetta in caso di una sua vittoria.
Alessandro goditi la tua "ora d'aria"fin che puoi.
Lettera aperta all’ex presidente del IV Municipio Alessandro Cardente, passato dal centro-sinistra ai Cristiano Sociali, alleati con la Pdl
Egregio Alessandro Cardente,
abbiamo dovuto attendere il 31 ottobre del 2008 per poter finalmente dare un giudizio sulla Sua esperienza politica in IV Municipio. Scegliamo di scriverLe una lettera pubblica che possa sintetizzare le perplessità e le storture che hanno caratterizzato questi due anni e mezzo di vita politica del nostro territorio, da quando il 24 aprile del 2006 siamo venuti a conoscenza che Lei, classe ’67, responsabile regionale della Cgil Roma, coordinatore nazionale delle Politiche per il welfare e il lavoro dei Verdi, sarebbe stato il candidato alla presidenza del IV Municipio.
Una scelta decisa al tavolo centrale delle trattative, attraverso una divisione delle presidenze dei municipi fra i partiti politici della allora coalizione dell’Unione. Una decisione presa senza tenere in alcun conto le esigenze provenienti dal territorio. Una scelta che ha penalizzato l’allora presidente del IV Municipio Benvenuto Salducco che pur non riconfermato per il secondo mandato ha continuato a lavorare per la vittoria dell’Unione.
Scegliamo di pubblicare queste riflessioni dopo aver appreso dalle agenzie di stampa del Suo passaggio nella formazione politica dei Cristiano Popolari dell’On. Mario Baccini, alleata con il Popolo della Libertà, quindi con i neo eletti Sindaco di Roma Gianni Alemanno e Presidente del IV Municipio Cristiano Bonelli. Per commentare la sua nuova scelta di campo Lei ha dichiarato: “penso che l’adesione ai Cristiano Popolari sia un’opportunità per portare avanti questa politica scevra dai radicalismi”.
Vogliamo scriverLe perché per dare un giudizio complessivo sulla vicenda che l’ha vista protagonista nel nostro IV Municipio, ci sembra necessario ripercorrere le tappe più significative di questi ultimi due anni e mezzo di amministrazione municipale. Questo affinché le forze politiche cittadine che hanno espresso per ben due volte la Sua candidatura a presidente del IV Municipio, prendano finalmente atto di aver preso un abbaglio. Di aver commesso un errore di valutazione politica che si sarebbe potuto evitare, se si fossero ascoltate le tante voci provenienti dal territorio e dalle forze politiche della coalizione dell’allora Unione. E soprattutto perché sentiamo il dovere di spiegare cosa sia accaduto alle decine di migliaia di cittadini che l’hanno votata per ben due volte.
Il 31 ottobre scorso si è finalmente conclusa l’esperienza politica dell’amministrazione Cardente in IV Municipio. Oggi, a nostro avviso, si apre una nuova fase della vita politica del nostro territorio. Una fase in cui nessuno potrà più accettare l’imposizione di una candidatura a Presidente del IV Municipio che non abbia una reale rappresentatività nel territorio e che non venga concordata con tutte le forze politiche, civiche, sociali, culturali e sportive che operano nel nostro municipio.
Tornando a quel 24 aprile del 2006, la Sua figura di persona sensibile ai Nuovi Diritti, è stata immediatamente accettata da un territorio composto da forze sociali, culturali e politiche dotate di uno straordinario senso di responsabilità. Migliaia di donne e di uomini del IV Municipio si sono spesi per la campagna elettorale del 2006, la seconda del Sindaco Walter Veltroni, per farLa sentire a casa Sua, credendo fortemente nel cambiamento che la Sua immagine pubblica sembrava incarnare. In un territorio incancrenito da decenni di lotte politiche intestine, sferzato dalle inchieste della Procura della Repubblica e della Corte dei Conti, ancora in corso, Lei rappresentava davvero una ventata d’aria fresca. Era davvero grande la speranza che la Sua scarsa conoscenza della storia del nostro territorio e delle vicissitudini personali dei soggetti politici, potesse rappresentare una virtù e non un limite. Cosa che non Le sarà di certo sfuggita anche in quei giorni di aprile del 2006, vista la calorosa accoglienza che la “Lista Nuovo Municipio”, lista civica nata proprio con l’obiettivo di rinnovare la politica locale, Le aveva riservato, siglando per prima con Lei l’apparentamento elettorale.
A due anni e mezzo di distanza Lei avrà certamente compreso come la campagna elettorale amministrativa del 2006 si sia giocata esclusivamente sulla riconferma di Walter Veltroni a Sindaco di Roma. Tutti i municipi della capitale usufruirono di quello straordinario risultato elettorale e politico, frutto di un momento storico veramente positivo per l’Unione cittadina ed anticipatorio della leadership personale del futuro segretario del Pd Walter Veltroni. Quel gigantesco risultato elettorale rappresentava il raccolto della prima giunta Veltroni ed il IV Municipio superò la soglia del 60 per cento dei voti, quindi, non esclusivamente per merito del candidato presidente del municipio o dei candidati consiglieri delle varie liste elettorali dell’Unione.
Per farLe comprendere l’amore che si può provare per il nostro territorio, vogliamo soltanto ricordarLe una delle prime lettere che avrà avuto modo di leggere dopo il Suo insediamento nella sede di via Monte Rocchetta. Quella di commiato del 6 giugno 2006, a firma dell’ex presidente del municipio Benvenuto Salducco, che lasciando gli uffici che aveva presieduto dal 2001 al 2006 chiedeva a tutto il personale il massimo impegno a favore del suo successore, definito “persona seria, preparata, e fortemente collaborativa verso tutti”. Era il commiato di un presidente che nessuno di noi aveva avuto nemmeno il tempo di ringraziare e salutare come avrebbe meritato per il lavoro svolto in quegli anni.
Di quei giorni vorremo ricordarLe la Sua prima dichiarazione politica del 16 giugno 2006 dove polemizzava con lo stesso tavolo centrale che aveva scelto ed imposto la Sua candidatura, «apprezzo gli sforzi del tavolo centrale nell’individuare come suddividere tra i vari partiti dell’Unione gli assessori nei 18 municipi della Capitale, ma la squadra che si sta delineando per il quarto municipio rischia di non rappresentare pienamente le indicazioni dell’elettorato che ha sostenuto la mia coalizione e la mia elezione». La discussione riguardava la scelta degli assessori municipali con particolare tensione riguardo a quelli espressi dall’allora Ulivo. Il 7 luglio dello stesso anno, Lei Alessandro Cardente, il Presidente che avrebbe dovuto incarnare il cambiamento per il IV Municipio, pubblicava un’agenzia di stampa in cui proclamava soltanto tre assessori, polemizzando per l’ennesima volta con i partiti della sua coalizione «la giunta al momento non è stata completata perché gli accordi definiti dal tavolo centrale, riguardanti il numero di assessori municipali assegnati ad ogni partito, non sono stati rispettati in alcuni municipi, e ciò ha provocato uno squilibrio che mi costringe a congelare uno degli assessori dell’Ulivo a carico della Margherita». Questa Sua decisione, in linea con i peggiori costumi della Prima Repubblica, creava di fatto la prima spaccatura all’interno della maggioranza. Ed anche, purtroppo, all’interno della stessa compagine dell’Ulivo, un gruppo politico nato da pochi mesi dall’unione dei Democratici di Sinistra e della Margherita. Una rottura strettamente politica fra i Verdi e la Margherita a danno ovviamente dei cittadini e dell’azione di governo della maggioranza che Lei avrebbe dovuto rappresentare.
Invece di rappresentare il Presidente del IV Municipio, sintesi di tutte le forze dell’Unione che l’aveva eletta, dopo appena un mese Lei si presentava come un dirigente del partito dei Verdi.
Dopo questo atto di guerra nei confronti della Sua stessa maggioranza, le conseguenze non potevano farsi attendere. I consiglieri eletti nell’Ulivo espressione della Margherita, come di certo ricorderà, lasciarono l’aula durante la discussione delle linee programmatiche, peraltro non concordate con i consiglieri eletti, per rientrarvi soltanto dopo la nomina dell’Assessore Alessandro Venturieri, avvenuta il 20 luglio 2006. Oramai, però, il danno era stato provocato.
Il 2 agosto 2006, nonostante la Sua maggioranza potesse contare su sedici consiglieri contro i nove dell’opposizione, la commissione Personale e Bilancio eleggeva come Presidente il consigliere dell’UdC Fernando Di Giamberardino, grazie al voto determinante di due consiglieri dell’Unione, definiti da alcuni partiti della coalizione “franchi tiratori”. Non giova a questa discussione ricordare gli autori dell’attacco politico sferrato ai danni del candidato di Rifondazione Comunista Mario Campagnano, designato a presiedere quella commissione. Quello che ci preme sottolineare e ricordare è il Suo assordante silenzio su quel episodio che letteralmente frantumò la maggioranza, già ferita a morte dalla Sua scelta di non nominare contestualmente tutti i componenti della giunta municipale.
Questo ennesimo atto di slealtà politica rappresentava il secondo grave episodio della Sua gestione, a soli tre mesi dall’insediamento. Non le riporteremo integralmente il durissimo comunicato del Partito della Rifondazione Comunista dell’epoca che può comunque andarsi a rileggere. Di quel comunicato ci preme riportare una sintetica frase che lo riassume: “(…) un comportamento trasformistico ma sopratutto vergognoso e ignobile: un segnale chiaro e di stampo mafioso diretto al Presidente Cardente e alla sua maggioranza (…)”.
Dopo appena tre mesi la Sua maggioranza era così divisa in due tronconi: coloro che Le chiedevano costantemente di votare nuovamente la delibera delle commissioni consiliari così da ripristinare i rapporti interni alla maggioranza, eleggendo a presidente della commissione Bilancio il collega Campagnano e coloro che, invece, La esortavano ad andare avanti verso la Sua futura carriera da Parlamentare. La storia ci ha consegnato la Sua scelta, ma non le Sue motivazioni. Nonostante le decine di comunicati stampa da Lei pubblicati, su questa vicenda non ha mai assunto una posizione politica chiara. Da questa Sua ambiguità si sono moltiplicati i problemi quotidiani, dai Suoi “alleati” sapientemente alimentati. Molti degli atti presentati dai consiglieri di maggioranza sono stati bocciati. Molti persino da Lei Alessandro Cardente.
Vede Alessandro Cardente, ci sono stati consiglieri della maggioranza che in questi due anni e mezzo si sono battuti con tenacia per sconfiggere questo modo di fare politica. Una politica di basso profilo, priva di ideologia, ricca soltanto di sotterfugi e compromessi sempre rivolti al beneficio personale e mai al benessere della nostra comunità. Quante volte abbiamo provato a discutere, a riportare l’azione politica della maggioranza nell’alveo delle linee programmatiche approvate dal consiglio. Quante volte Le abbiamo ricordato le idee ed i progetti che sempre ci divideranno dalla destra. In verità dopo la Sua scelta di oggi, tutta la cittadinanza del IV Municipio ha potuto constatare quello che noi abbiamo ripetuto con forza in questi due anni e mezzo. Il tempo è galantuomo e mai come questa volta ha dato ragione a chi in questi anni ha tentato in ogni modo di contrastare con trasparenza, lealtà ed onestà le logiche che troppe volte hanno prevalso sotto la Sua presidenza.
Gli unici atti deliberati dal consiglio municipale erano quelli presentati dai consiglieri della destra che trovavano complicità in alcuni consiglieri della Sua “personale” maggioranza, quelli ovviamente che avevano condiviso la scelta di eleggere a Presidente della Commissione Bilancio il consigliere Fernando Di Giamberardino, il quale, particolare oggi davvero inquietante, è diventato Suo nuovo compagno di partito!!!
E mentre tutte le forze politiche della coalizione le chiedevano di “ascoltare i cittadini e non singoli consiglieri isolati”, Lei continuava per la Sua strada, fra l’installazione di un videocitofono all’esterno del proprio ufficio e la presentazione di atti deflagranti quali quello sulle Unioni Civili, in seguito alla non approvazione del quale ci appare ancor oggi inspiegabile e puerile la reazione che – anziché essere politica – fu di pura rivalsa personale, con il ritiro della delega all’Associazionismo ed al Volontariato alla collega Federica Rampini.
Vede consigliere Cardente, la delega all’associazionismo e al volontariato era una delega importante in un territorio come il nostro, ricco di realtà associative e di volontariato. Toglierla per colpire personalmente un consigliere di maggioranza e non assegnarla nuovamente, è parso un atto incomprensibile per le decine di associazioni culturali, no profit e parrocchie che per la prima volta avevano trovato un interlocutore politico con cui confrontarsi.
Il segno tangibile della Sua quantomeno inaffidabilità politica l’ha probabilmente dimostrato in occasione dell’approvazione del primo bilancio municipale della consiliatura, nel gennaio 2007. Una delibera che non si è neanche sentito in dovere di venire in aula a presentare, discutere e votare, in rispetto del mandato che tanti cittadini le avevano affidato In quella occasione, come in molte altre, era assente impegnato altrove. In questa Sua esperienza come Presidente del IV Municipio ha sempre anteposto il ruolo politico a quello istituzionale per il quale aveva ottenuto il consenso dei nostri concittadini. Per questa ragione, dunque, la Sua scelta odierna di cambiare partito ed addirittura schieramento, ci ha addolorato, ma non colto di sorpresa.
Il febbraio e il marzo 2007 sono stati i mesi più turbolenti della Sua esperienza di governo. Sono stati i mesi dedicati alla preparazione della delibera sulle Unioni Civili. Delibera mai concordata in maggioranza e che ha avuto come unico risultato quello di dividere le forze politiche che l’avevano sostenuta in campagna elettorale. Di fronte alle divisioni interne alla maggioranza di cui Lei è sempre stato il primo responsabile, soleva rispondere tramite comunicato stampa come il 21 marzo 2007: «di problemi all’interno della maggioranza in consiglio municipale ne abbiamo sempre avuti sin dall’insediamento, del resto già prima delle elezioni mi era nota l’atavica litigiosità interna all’assise municipale. (…) Le divisioni, comunque sono all’interno del Consiglio, nelle dinamiche interne ai gruppi consiliari e non nella maggioranza politica che è attiva e mi sostiene». La maggioranza politica, per la cronaca, continuava a chiedere verifiche di maggioranza. Verifica istituzionale che Lei non ha mai voluto davvero, per evitare di dover spiegare le Sue stravaganti posizioni politiche, soprattutto nei confronti di quei consiglieri che si sono sempre battuti per difendere l’onestà della buona politica.
Assordante il suo silenzio quando l’8 aprile del 2007 tutte le forze politiche dell’Unione erano impegnate a difendere il Presidente del consiglio municipale Maria Teresa Ellul, che veniva vilipesa da una “becera” mozione presentata dalle allora opposizioni che ne chiedevano le dimissioni, arrivandone a mettere in dubbio “lucidità, equilibrio e neutralità”. Lei dov’era Alessandro Cardente quando il Presidente d’aula della Sua maggioranza veniva attaccato quotidianamente in aula? Lei era assente, gettando le basi per la futura campagna elettorale del centro destra che per ottenere consensi e credibilità ha solo dovuto riportare sui manifesti i numeri delle Sue assenze.
Il 20 aprile 2007 sulla Sua maggioranza si abbatteva come un tzunami l’inchiesta sui gettoni di presenza avviata dalla Corte dei Conti. Ventuno consiglieri di maggioranza ed opposizione venivano accusati di presunte irregolarità legate alla presenza alle sedute delle commissioni consiliari che avrebbe permesso loro di ottenere indebitamente gettoni di presenza e rimborsi dai datori di lavoro. I reati ipotizzati dal Pm erano di falso e truffa. La prima udienza è stata fissata per il 10 novembre prossimo. Anche su questo episodio Lei ha glissato perdendo per sempre l’occasione di schierarsi, con un richiamo forte e chiaro, dalla parte della legalità e di quei consiglieri che ne avevano fatto orami una bandiera. Ha preferito precisare che si trattava di fatti risalenti a prima del Suo arrivo. Cosa certamente rispondente al vero. Quello che invece ha omesso nel suo intervento alla trasmissione nazionale “Matrix” in onda su Canale 5, è stata la circostanza che erano almeno sei mesi che nella Sua maggioranza si discuteva di questa vicenda, con una parte dei consiglieri di centro-sinistra intenti nel far invertire la rotta al consiglio del IV Municipio. Anche su questa battaglia, invece, Lei decise di schierarsi con chi non voleva cambiare le cose. Nel miglior spirito conservatore che l’ha contraddistinta in questi due anni e mezzo.
Nel giugno del 2007, poi, sono iniziate le occupazioni in IV Municipio, in numero tale da far pensare che sul nostro territorio fosse plausibile auspicare una certa impunità o, unica alternativa, una incapacità politica ed amministrativa. Dai locali privati dell’Horus Club di Piazza Sempione, ai locali di Vigne Nuove interessati dall’art. 11 Fidene Val Melaina, dall’ex commissariato di Viale Gottardo sino alla folle occupazione, in piena campagna elettorale, delle abitazioni private di Casale Nei. Occupazioni che, in mancanza di una presa di posizione forte e chiara in difesa della legalità e degli interessi sociali, hanno portato via voti e credibilità all’amministrazione che Lei presiedeva.
Il 1 luglio del 2007 è stato il giorno della verità. Dopo aver riportato in aula, per la seconda volta, la delibera sulle unioni civili, malgrado i dissensi interni alla maggioranza, questa veniva bocciata. Soltanto sei i voti favorevoli, assenti i Verdi, la Lista Civica, l’Italia di Mezzo e la Margherita. Dieci quelli contrari, l’opposizione e i due consiglieri dell’Udeur. Una debacle politica capace di disintegrare la maggioranza. Per giunta su un atto privo di valore effettivo, poiché come Lei ha sempre saputo il municipio non è competente in materia. Qual è stata la Sua risposta a questo “pasticcio” fatto in casa. L’ennesimo comunicato stampa, quello appunto del 1 luglio 2007: "questa bocciatura mette in discussione giunta e consiglieri". E ancora "Apprendo con grande rammarico che l’Ulivo non ha mantenuto il patto concordato e votato dai loro stessi rappresentanti in giunta. E’ evidente che il rapporto di fiducia reciproca è ormai logorato. Mi sorge il dubbio, inoltre, che quanto avvenuto sia frutto di un pregiudizio ideologico chiaramente omofobico".
In sostanza dopo aver taciuto per un anno intero su tutte le questioni di maggior importanza per la tenuta politica della sua maggioranza. Dopo aver consentito assalti politici, attacchi strumentali e personali nei confronti di singoli consiglieri dell’Unione, votazioni contrarie su atti presentati dalla maggioranza, l’elezione di un componente del centro-destra a presidente della Commissione Bilancio. Dopo aver ritardato la composizione della giunta, aver tolto la delega all’Associazionismo e al Volontariato alla consigliera Federica Rampini, aver accettato senza battere ciglio la restituzione dell’importante delega alla scuola da parte della consigliera Silvia Di Stefano, mai messa nelle condizioni per poterla agire correttamente, non aver detto nemmeno una parola sullo schiaffo ricevuto da un consigliere dell’Ulivo in aula consiliare dall’attuale Presidente del municipio Cristiano Bonelli, allora capogruppo di Alleanza Nazionale. Dopo tutto questo. Lei ha avuto il coraggio di “mettere in discussione giunta e consiglieri” dopo che una delibera, già bocciata nelle tante riunioni di maggioranza in cui era stata adeguatamente discussa, aveva ottenuto soltanto sei voti in aula consiliare.
Ovviamente fra quei sei voti mancava anche il Suo, caro Alessandro Cardente. Un capolavoro di assoluto labirintismo politico.
Lei non ha soltanto fatto a pezzi la sua maggioranza d’aula. Ha anche messo in discussione la credibilità dell’intera Unione. Le vogliamo ricordare un episodio su tutti, quello segnalato dall’allora capogruppo dell’Ulivo Federica Rampini: "L’aver inviato dalla segreteria della presidenza a tutti i quotidiani e le agenzie di stampa un comunicato di promozione per un iniziativa privata organizzata da Villa Tiberia s.p.a., tra l’altro ancora in contenzioso legale con il Comune di Roma e con il IV Municipio per le note vicende di Piazza Sergio Corazzini, rappresenta l’ennesimo atto con cui il Presidente sconfessa le linee programmatiche della propria maggioranza e i cittadini che gli hanno dato la propria fiducia". Le ricordiamo soltanto per cronaca che in queste ultime settimane il Consiglio di Stato ha dato ragione al nostro Ufficio Tecnico e ai tenaci cittadini del comitato di quartiere Piazza Corazzini e che anche in questa battaglia una parte della Sua maggioranza si trovava dalla parte giusta: quella dei cittadini.
Il 31 ottobre di un anno fa teneva banco la delibera sul cambio di destinazione d’uso alla Bufalotta. Proposta che voleva trasformare un milione di metri cubi già previsti in IV Municipio, da costruzioni destinate ad insediamenti produttivi in residenziali. Su quella proposta erano previsti anche 4,5 milioni di euro per l’eventuale acquisto dell’Horus Club. Era una delibera che divideva tutta la maggioranza poiché Rifondazione Comunista, Sinistra Democratici e Verdi erano contrari al cambio di destinazione d’uso, mentre l’Udeur non voleva sentir parlare dell’acquisto dell’Horus Club. Il Partito Democratico, invece, sosteneva in larga maggioranza la delibera dopo averla emendata facendo ricadere, sotto forma di opere pubbliche per il IV Municipio, gli oneri concessori derivanti dal cambio di destinazione d’uso. Incapace di costruire una sintesi fra le diverse posizioni politiche, il Suo intervento lasciato ai posteri in un comunicato stampa chiosava: «sull’eventuale acquisto dell’Horus Club, però, sono pronto ad andare avanti rischiando anche di scontrarmi con la mia maggioranza Non è infatti accettabile ipotizzare che in un Municipio assolutamente sprovvisto di luoghi culturali e aggregativi, la maggioranza non sia coesa nel provare a far diventare l’Horus uno spazio aggregativo e culturale a disposizione di tutta la sua cittadinanza». Anche su un tema così importante per il nostro territorio e per la città, Lei decideva di non comportarsi da uomo delle Istituzioni e principale responsabile di tutta l’Unione, modificando di volta in volta la sua posizione politica, a secondo se si trovasse in riunione di maggioranza, in riunione con il suo partito, in riunione con gli assessori comunali, in aula consiliare.
Giova ricordare che alla fine, il Suo voto sulla delibera fu lo stesso di quello dei consiglieri di destra con i quali oggi ha deciso di allearsi.
Il 5 dicembre 2007 si discuteva il secondo bilancio della Sua amministrazione. Stavolta Lei c’era e minacciava addirittura le dimissioni se fossero stati confermati i tagli ai municipi. Peccato per i cittadini che Lei si riferisse alla riduzione delle indennità dei presidenti dei municipi, ridotta del 30 per cento senza il versamento dei contributi previdenziali come previsto dalla Finanziaria. Lei dichiarava alla stampa: «con questi tagli, fare politica sarà una prerogativa solo delle persone che hanno un forte sostegno economico. A me spiace, ma non essendo uno di queste non potrò più permettermi di proseguire questa meravigliosa esperienza. A questo punto a cosa servono più i municipi? Eliminiamoli del tutto». Ovviamente sono stati i cittadini a decidere che non fosse il caso di farLe proseguire “la meravigliosa esperienza” che all’opposizione, edidentemente, non deve esserLe sembrata tale, viste le Sue scelte attuali.
Per darLe il senso di quanto Lei avesse perso la bussola vorremmo rammentarle un suo comunicato del 5 marzo del 2008 in cui infastidito dichiarava: "non capisco le ripetute voci infondate e strumentali che mettono in dubbio la mia candidatura a presidente del IV Municipio. Come ho già detto più volte ho dato la mia disponibilità a ricandidarmi, i Verdi sono favorevoli, la Sinistra Arcobaleno è d’accordo, gli altri alleati non hanno mostrato alcuna perplessità". Soltanto due giorni dopo il Partito Democratico su una possibile “staffetta” fra Lei e la stimata Marina D’Ortensio, per bocca dell’allora vicepresidente del Pd Marco Palumbo, commentava “sono logiche di corrente interne ai Verdi, inaccettabili per il Partito Democratico”. Un vero balletto.
E’ il 10 marzo quando a pagina due della cronaca di Roma del Corriere della Sera, compare una Sua intervista che non possiamo non riportare "Mi hanno avvisato solo per telefono. Mi hanno detto che dovevo andare in Provincia. Vorrei avere una risposta politica della scelta che il partito ha fatto. A me la Provincia non interessa. Primo: perchè la scelta andrebbe discussa con il diretto interessato. Secondo: dopo diciotto mesi di mandato si è creato un rapporto importante col territorio, con tante cose che devono essere portate a termine. Al momento attendo ancora una risposta soprattutto per sapere se è vero, come mi ha detto il mio segretario Riccardo Mastrolillo, che è stato messo un veto del PD sul mio nome. Oppure se è vera l’altra ipotesi che mi hanno detto: perchè sono andato a salutare Veltroni al Palalottomatica, contrariamente a quello che hanno fatto gli altri esponenti del mio partito. Non accetterò altri incarichi: la mia dignità non la si compra nè con un consiglio, nè con un collegio sicuro". Glissando sulle facili allusioni, oggi più che plausibili, sulla parte finale dell’intervista, vorremmo soffermarci sulle due ipotesi da Lei tirate in ballo per spiegare una Sua eventuale non ricandidatura a Presidente del IV Municipio. A poche settimane dalle elezioni Lei accusava indistintamente o il Partito Democratico, o qualcuno all’interno del Suo stesso partito che non aveva digerito il suo avvicinamento al Partito Democratico. Non c’è che dire. Evidentemente, come sempre, Lei aveva davvero le idee chiare.
In quei giorni molto confusi Lei ha chiamato in Suo soccorso molte associazioni, comitati di quartiere, cooperative sociali, l’Arcigay, la Cgil, cittadini comuni che l’avevano conosciuta. E tutti non si sono tirati indietro. Nonostante i problemi irrisolti, nonostante le divisioni interne alla maggioranza, nonostante la Sua incapacità a gestire l’Unione che l’aveva eletta, tutti si sono prodigati per difenderLa. Persino il vicepresidente del municipio, esponente del Pd, è sceso in campo per difendere la sua candidatura. E lo hanno fatto perché tutti avevano a cuore il bene del IV Municipio e non soltanto il futuro politico dell’allora Presidente Alessandro Cardente. Persino qualcuno particolarmente “interessato” decise di difenderla in quei giorni, si trattava del candidato del Pdl Cristiano Bonelli che auspicava "anche io voglio unirmi al coro di chi spera nella ricandidatura di Cardente alla presidenza del Municipio. Anche io, come da lui dichiarato, auspico che si possa sottoporre al giudizio degli elettori, così da poter dimostrare che l’ex presidente del Municipio in due anni non è riuscito a sanare il degrado e a risolvere i tanti problemi del territorio". Poi la campagna elettorale su cui non vogliamo soffermarci, ma che ha palesato in modo chiaro e definitivo la Sua incapacità politica. Molti di quelli che conoscono la nostra attività politica sono a conoscenza dell’impegno profuso per farla rieleggere, nonostante i forti dubbi sulla Sua capacità politica e sul Suo reale interesse per i problemi dei cittadini del IV Municipio. Eppure, caro Cardente, quelli che amano questo territorio si sono prodigati per farLa rieleggere, per dare al centro-sinistra un’altra occasione per amministrare il nostro territorio, quello dove molti di noi vivono e lavorano da sempre.
Tutti conosciamo il risultato elettorale. Siamo a conoscenza di come, per una manciata di voti, non si sia riusciti a vincere al primo turno come è accaduto in altri municipi della capitale. Poi al ballottaggio, venuto meno il traino dei candidati nelle varie liste che La sostenevano e venuta meno la fiducia per la grave sconfitta elettorale subita a livello nazionale, la lotta fra Lei e il “candidato del territorio” Bonelli ci ha visto sconfitti, dopo quindici anni di amministrazioni di centro-sinistra. Dopo quindici anni il centro sinistra in IV Municipio è stato sconfitto, dopo quindici anni il centro destra, anzi la destra, è arrivata al governo del IV Municipio e di tutto questo dobbiamo ringraziare soprattutto Lei, caro Cardente, oggi uomo dei Cristiano Popolari.
E’ ovvio, lo vogliamo sottolineare, che le colpe della sconfitta non sono state soltanto Sue, così come le ragioni della vittoria nel 2006. La campagna elettorale è stata difficile, imprevista e viziata da un gran numero di errori commessi dai partiti della coalizione dell’Unione che non hanno compreso, nonostante il segnale delle primarie, l’importanza di candidature davvero espressione dei territori locali. E qui sta il punto della discussione.
Abbiamo voluto scrivere questa lettera perché dopo il 31 ottobre si è finalmente conclusa l’esperienza politica dell’amministrazione Cardente in IV Municipio. E contestualmente si deve chiudere l’esperienza di candidature calate dall’alto, senza che queste siano espressione del territorio che dovranno governare e senza che siano discusse da chi in questo territorio ci vive e fa politica da sempre.
Si deve aprire una nuova fase della vita politica del nostro municipio. Una fase in cui nessuno potrà più accettare l’imposizione di una candidatura a Presidente del IV Municipio che non abbia una reale rappresentatività nel territorio e che non venga concordata con tutte le forze politiche, civiche, sociali, culturali e sportive che operano nel nostro municipio.
Per questa ragione vogliamo chiedere, a tutti coloro che hanno vissuto insieme con noi questi ultimi due anni e mezzo di vita politica del IV Municipio, di sottoscrivere questa lettera e di trasformarla in una petizione popolare da indirizzare a tutte le forze politiche che nel 2013 dovranno scegliere e sostenere un candidato democratico alla presidenza del IV Municipio.
Quale è il senso di Muzi con i comunisti italiani e di Lombardozzi a sostegno della Stella?
di Dante Freddi
In questi giorni di avvio della campagna elettorale la vocazione suicida di una parte del centrosinistra, centro o sinistra sinistra o destra sinistra, si manifesta nelle sue migliori espressioni.
Abbiamo deciso che da lunedì scorso non avremmo pubblicato comunicati e programmi e affermazioni e risposte perché altrimenti avremmo perduto la bussola, noi e i lettori.
Facciamo un’eccezione, e magari ce ne saranno altre, perché volgiamo capire e suggerire una riflessione. Non abbiamo capito, per esempio, che ci fa una lista con Andrea Muzi e Attilio Attioli candidati a sostegno di un sindaco dei comunisti italiani, quelli con ancora la falce ed il martello. E cosa fa Pacioni, uomo con una sua idea di partito così partito da somigliare al vecchio PCI, lui tanto diverso dal PD, lui che non ha mai detto o scritto o espresso una parola a favore dell’Amministrazione Mocio, in una lista a sostegno di Tonelli e Piccini, che più mociani neppure Menfi.
Sono strategie così incomprensibili che si possono immaginare tutte le ipotesi, come in effetti ciascuno fa. Ma una ragione logica, di quelle che hanno un prima e un poi, di quelle giustificate da azioni e pensiero almeno prevedibili, nessuna traccia.
E non è certo più coerente la candidatura nel centrosinistra di Angelo Lombardozzi, quello di Orvieto Provincia del 2004. Cosa si è modificato nel quadro politico orvietano per questa illuminazione? la luce della Stella?
Cambiare certamente si può, anzi si deve, è una virtù, ma prendere gli elettori per i fondelli deve avere necessariamente conseguenze per chi lo fa, altrimenti ci giochiamo la democrazia, il significato del voto, la speranza che ci possa essere una politica “bella”.
Seguono i comunicati a cui abbiamo accennato. Unico beneficiario Toni Còncina.
Il duro attacco delle liste che sostengono Carlo Tonelli sindaco ai sostenitiri di Loriana Stella.
"Lunedì 11 maggio il candidato a sindaco Carlo Tonelli, sostenuto dai Comunisti Italiani e dalla lista civica “Uniti Per Cambiare”, si è incontrato con i candidati delle due liste.
Ne è scaturito un confronto ricco di argomentazioni e vivacità propositiva che sottolinea la determinazione con la quale le due liste sosterranno il proprio candidato. Dal canto suo Tonelli, con la calma e l’autorevolezza che gli sono congeniali ha illustrato i punti salienti del suo programma.
Carlo Tonelli ha voluto sottolineare che la diversità del proprio programma da quello degli altri candidati a sindaco deriva soprattutto da diversi presupposti di partenza: “Il nostro programma è conseguente ha un giudizio positivo della consiliatura precedente guidata dal sindaco uscente Stefano Mocio, mentre gli altri programmi, secondo dichiarazioni rese alla stampa si iscrivono dentro giudizi negativi. Perciò a diversi approcci non possono corrispondere analoghe soluzioni e credibilità.
Tonelli ha poi commentato con pacata fermezza le dichiarazioni pronunciate dalla candidata del Partito Democratico che vorrebbe addossare al PdCI le responsabilità della rottura dell’unità del centro sinistra.
“Se c’è qualcuno che porta pesanti responsabilità della rottura del centro sinistra è proprio Loriana Stella per aver voluto imporre lo svolgimento delle primarie. A nessuno può sfuggire che il tutto è stato generato dall’essere entrata a gamba tesa nell’agorà della politica orvietana sfidando il sindaco uscente al primo mandato, al quale gli organismi dirigenti del suo stesso partito avevano dato giudizio positivo e proposto come candidato ufficiale del Partito Democratico”. Inoltre, ha proseguito poi Tonelli “sulla possibilità di un apparentamento per un eventuale ballottaggio anch’io penso che tutto da vedere. Noi corriamo per vincere, abbiamo un credito acquisito per il lavoro fatto durante la consiliatura e le giuste argomentazioni per offrire alla Città un gruppo dirigente nuovo nei fatti e non nelle dichiarazioni.”
Firmato Le due liste “Partito dei Comunisti Italiani” e “Uniti Per Cambiare”
A questo intervento delle liste a sostegno di Tonelli hanno risposto i dirigenti del PD con altrettanta asprezza.
"L’unità del centrosinistra si è rotta quando qualcuno, seguendo un proprio disegno, se ne è tirato volontariamente fuori. E fa specie essere rimbrottati da chi, pur di mettere insieme sommersi e scontenti, organizza un fronte dall’incertissimo e ambiguo profilo politico e programmatico.
Questa è la migliore risposta alle accuse di Carlo Tonelli il quale, tra l’altro dimentica di ricordare ai lettori la scelta di Stefano Mocio di candidarsi, con il PD, alle provinciali 2009, e di restare con i piedi ben piantati dentro il Partito Democratico.
Le primarie, scritte a fuoco sullo statuto del nostro partito, hanno democraticamente stabilito il candidato sindaco del PD e portato al voto oltre 6mila persone. Non era neppure obbligatorio parteciparvi. Anche il Sindaco uscente, Stefano Mocio, sul cui operato il PD aveva unanimemente espresso un giudizio positivo, non si è voluto sottrarre al confronto, rimettendosi al giudizio degli elettori.
Detto ciò, ci pare urgente avvertire Tonelli che le primarie si sono concluse da un pezzo e che non vale la pena imitare il melanconico destino del famoso soldato giapponese nell’isola deserta. Piuttosto, il tentativo del PdCI di alimentare rancori e malanimi non fa che ripetere, in forma neppure troppo nobile, il vecchio vizio divisionista e separatista, che ammorba da anni il centrosinistra e la politica tutta.
Davvero Carlo Tonelli crede che il suo avversario sia il centrosinistra che sostiene Loriana Stella? Non è forse lo stesso Tonelli vittima di un errore di prospettiva quando, forse dimentico dei valori della sinistra, sceglie di far la guerra alla parte sbagliata? Vogliamo davvero credere ad un errore, ad un cattivo consiglio del risentimento. Perché, qualora perseverasse, dovremmo dire che di quella sinistra non c’è rimasto che un confuso simulacro e che quel disegno politico altro non sogni che offrire al centrodestra la città di Orvieto".
Scrivo questo post, per condividere le domande che da un po' di tempo a questa parte mi pongo riguardo questo fantomatico ed incomprensibile soggetto politico: il PD.
Ho letto nelle scorse settimane che il presidente della provincia uscente, si sarebbe ritirato dalle primarie, perchè posticipate di qualche giorno, una notizia, che così letta induce a pensare che Sergio Iritale quasi per capriccio abbia trovato un pretesto per non fare le primarie. Ma purtroppo quando mi suggeriscono la risposta, mi sorgono dei dubbi:
1)in primo luogo non capisco perchè abbiano modificato lo statuto cittadino per obbligare il presidente uscente a raccogliere le firme per la candidatura alle primarie, posto che a livello nazionale è previsto che il candidato uscente non debba raccogliere alcuna firma...
2)non capisco poi, perchè solo a kr abbiano previsto di aumentare il numero percentuale di firme minime rispetto al nazionale, e mi viene il dubbio che tale operazione sia stata orchestrata da quella parte di partito che avendo vinto la segreteria provinciale, volesse impedire ad un candidato scomodo, di poter partecipare come suo diritto ,da statuto, alle primarie..
3)Ma adesso arriva la chicca... Tradendo lo spirito delle primarie, strumento non già di partito, bensì di coalizione, ovvero volto a condividere la scelta della leadership con i partiti piu' piccoli della coalizione, sia stato imposto dalla segreteria provinciale, che potevano votare solo gli iscritti e gli aderenti che avevano votato l'8 febbraio alle elezioni della segreteria provinciale, elezioni che come noto sono state vinte ( facendo votare gente che con la politica ha poco a che fare)dalla fazione aversa al presidente uscente...
Scusate se è poco, ma a mio avviso quando il pdl vincerà le prossime elezioni, qualcuno dovrà recitare il mea culpa!!!
E il mio pensiero và a chi imparzialmente dovrebbe garantire gli interessi del partito. A meno che, forse, non si voglia cantare:"Per fortuna che Silvio c'è"..... http://www.crotone1.net/option,com_kunena/Itemid,203/func,view/catid,10/id,182021.html
Pepe Mujica (nella foto) è in grande vantaggio per le primarie del 28 giugno prossimo e per le elezioni presidenziali del prossimo novembre.
Mujica, 75 anni, ex dirigente della guerriglia dei Tupamaros, attiva in Uruguay tra la fine degli anni ‘60 e la metà degli anni ‘70, e quindi per 13 anni ostaggio della dittatura militare fondomonetarista (1973-1985) 75 anni, è stato Ministro dell’Agricoltura e dell’Allevamento dal 2005 al 2008.
Mujica è stato designato come candidato ufficiale per la coalizione di centro-sinistra del Frente Amplio lo scorso anno ed è in testa nell’ultimo sondaggio per le primarie con il 52% dei voti contro il 29% del Ministro dell’Economia Danilo Astori.
A novembre il suo più probabile oppositore sarà l’ex presidente del Partito Nazionale, Luís Alberto Lacalle, che nelle primarie nazionaliste è in vantaggio su Jorge Larrañaga 55 a 38%.
Nelle intenzioni di voto per novembre il Frente Amplio ha il 44% di voti (più alto di quanto avesse prima dell’elezione di Tabaré Vázquez nel 2004) il Partito Nazionale si ferma al 35% mentre il Partito Colorado si ferma all’8% e i voti a indecisi e partiti minori sommano il 13%.http://www.gennarocarotenuto.it/7737-un-tupamaro-presidente-cresce-il-vantaggio-del-pepe-mujica-per-le-elezioni-uruguayane/#more-7737
Pd, sinistra o no? Meglio Ulivo
di Franco Monaco, 29 Aprile 2009
La discussione aperta da Rutelli circa il rapporto tra il PD e la sigla “sinistra” può essere derubricata a disputa nominalistica intorno a un interrogativo cui si può dare risposta immediata, facile, sicura: il PD è stato pensato e proposto come partito di centrosinistra; la migliore tradizione, democratica e riformatrice, della sinistra italiana, non gli è estranea, anzi ne è parte essenziale e qualificante; tale tradizione tuttavia non esaurisce l’identità del PD, né sotto il profilo della rappresentanza, né sotto quello della cultura politica del PD stesso che palesemente coltiva l’ambizione di integrare e arricchire i paradigmi della sinistra italiana. La questione si potrebbe chiudere qui. Ma, a ben riflettere, è il non detto che fa problema e merita un approfondimento. Ci dovremmo chiedere perché mai Rutelli abbia sentito l’esigenza di aprire la discussione con la sua messa a punto su una questione a prima vista nominalistica e perché, a seguire, Bersani abbia ritenuto di replicare. Si va così al cuore del problema dell’identità politica del PD. Problema non risolto dalle sue carte fondative, problema rimosso dentro le primarie-plebiscito, problema acuito dalla retorica e dal sincretismo della segreteria Veltroni, problema, speriamo, finalmente al centro dell’annunciato congresso di ottobre. Se si farà, se ne avremo il tempo, se esso non sarà di nuovo differito.
Vorrei suggerire una posizione terza (ma non equidistante), rispetto alle due solo accennate da Rutelli e Bersani. Una posizione che, dopo il deragliamento veltroniano, rimetta il PD sui binari dell’Ulivo. Cioè di un soggetto e di un progetto di centrosinistra, audacemente riformatore (più che riformista, parola decisamente ambigua in quanto logorata dall’uso), nitidamente alternativo al PDL, nel quadro di un maturo e stabile bipolarismo. Un partito contrassegnato da una marcata novità rispetto al passato: nella cultura politica e nella classe dirigente, perché soprattutto qui, nella pervicace chiusura oligarchica di un ceto politico erede di un passato… che è passato, si misura la sconfitta (temporanea?) dell’ambizioso progetto originario dell’Ulivo. Il PD è a tutt’oggi retto da un personale politico che ne ha contrastato a lungo il parto. Facendolo nascere tardi e male.
A Rutelli farei la seguente obiezione. Se “democratico” è parola che aspira a passare da aggettivo che genericamente connota la conformità alle regole della democrazia ad aggettivo che specificamente definisce un preciso partito, è d’obbligo svolgerne il significato e le implicazioni “di parte”, che sono oggetto di scelte (sottolineo: scelte) di valore. Nel caso del PD, si deve declinare la nozione di democratico nella direzione (di sinistra, secondo Bobbio) della lotta alle disuguaglianze. Sia perché la nostra opzione riformatrice – pena risolversi nel moderatismo – si concreta nell’ambizione di cambiare i rapporti sociali nel senso di un di più di giustizia; sia perché oggi, in concreto, in Italia, si pone eccome un problema di insostenibili disuguaglianze; sia per differenza-opposizione rispetto ai nostri avversari per i quali l’uguaglianza non sta certo al vertice della gerarchia dei valori. Se così non fosse, come potremmo replicare alla facile obiezione di chi giustamente ci contesterebbe la pretesa secondo la quale democratici saremmo solo noi? e che, per definire un partito, la nozione di democratico è, insieme, troppo e troppo poco qualificante?
Ancora, a Rutelli, che non da oggi occhieggia a posizioni centriste esposte a derive terzoforziste, farei osservare che esse sono in aperto contrasto con quel bipolarismo nel quale da sempre si inscrive il progetto dell’Ulivo. Un progetto che, per una stagione, lo ha visto protagonista e addirittura leader.
Per converso, a Bersani muoverei due rilievi. Il primo, già accennato, verte sull’esigenza di discontinuità inscritta nel PD. Nella cultura politica, nella forma partito, nella base di rappresentanza. Evocare la tradizione della sinistra italiana, vellicarne la nostalgia e l’orgoglio può bastare per vincere una battaglia congressuale, ma non per dare un futuro al PD. Ci sospingerebbe indietro verso un partito identitario e ripiegato sul passato. Limiterebbe le chance di rappresentanza e di governo del PD. Metterebbe le premesse per tensioni interne sino al rischio di scissioni al centro. Il secondo rilievo verte sulla contraddizione tra tale posizionamento di Bersani e la sua meritata fama di politico pragmatico “padre” delle liberalizzazioni. Il palese contrasto suggerisce l’impressione che, dentro il PD, il gioco tattico dei posizionamenti e le vecchie appartenenze facciano premio sulla politica. Solo la politica, infatti, può produrre quel sano rimescolamento di posizioni coerenti e riconoscibili che finalmente taglierebbe di traverso le appartenenze pregresse e farebbe segnare l’effettivo avvio di un partito nuovo, contendibile e democratico non solo nel nome. Un partito nel quale io, per esempio, di formazione cattolica e di estrazione Margherita, sento il bisogno di una vera anima di sinistra interna. Ma di una sinistra declinata in termini nuovi e su base politica, non ideologica.
A Rutelli e a Bersani, insieme, muoverei infine un’obiezione circa la politica delle alleanze. Entrambi, pur da fronti interni opposti, scommettono su un asse privilegiato con l’UDC, quasi consegnando le chance di successo della strategia del PD alla disponibilità sommamente incerta di Casini. Con il quale non escludo alleanze, ma senza esorcizzare i problemi che egli ci pone: sia in quanto dichiaratamente coltiva una visione terzoforzista del sistema politico, sia perché pratica una furbesca politica dei due forni neppure equidistante, sia a motivo dello stridente contrasto tra il proclamato profilo liberale e riformatore dell’UDC e le sue derive integraliste e clericali (a Buttiglione si è aggiunto l’estremismo di Magdi Allam). Per tacere dei problemi etico-legalitari connessi a uomini di peso dentro l’UDC come Cuffaro.
Qui sta la sola anima di verità della scommessa veltroniana. Egli commise il grave, letale errore di comportarsi come se il bipartitismo fosse un traguardo già acquisito, con la conseguente velleità dell’autosufficienza del PD, ma aveva ragione nel nutrire fiducia sulle potenzialità espansive del partito e, per converso, nel dubitare dell’affidabilità della sponda di un centro autonomo, per di più interpretato da un politico mobile e disinvolto come Casini. Il quale, non lo si dimentichi, è il vero padre del “porcellum”, che ha impresso una dinamica involutiva nella democrazia italiana di cui ancora stiamo pagando il prezzo.
Dunque mi riconosco in una terza via, quella ulivista, tra il continuismo (PC-PDS-DS-PD) di Bersani e il centrismo di Rutelli, che mi auguro qualcuno possa e sappia interpretare. Forse Franceschini? E che direzione prenderà l’annunciato, nuovo protagonismo di D’Alema?
Il testo è pubblicato anche su Europa del 29 aprile 2009
Arlen Specter è passato dal gruppo repubblicano al gruppo democratico. Con il riconoscimento della vittoria di Al Franken, i democratici avranno 60 senatori, la supermaggioranza necessaria per evitare l'ostruzionismo, e spesso lo stop dei progetti di legge più sensibili. E' una buona notizia?
Sì e no. Specter avrebbe con ogni probabilità perso le primarie del Gop, e nella sfida per il Senato la tendenza progressista della PA avrebbe determinato la vittoria del candidato democratico. Sembra che Specter abbia ottenuto l'assenza di uno sfidante alle primarie democratiche. Il cambio di partito del senatore repubblicano, che ha 79 anni e correrà per ottenere un mandato che scadrà quando ne avrà 86, rafforza i moderati del caucus, come Bayh o Nelson. E' una notizia discreta per Obama, mentre è confermata la svolta a destra del Gop. http://andreamollica.blogspot.com/
Davide Corritore (Pd), ecco l'uomo che ha messo in ginocchio le banche straniere sui derivati
Il cellulare ha fatto bip bip ieri sera, lunedì 27aprile, alle 21:29:47, mentre guardavo alla tele Crozza, in attesa dell'imperdibile episodio settimanale della fiction filosofica Lost e delle gesta di David Hume, l'omonimo e omologo del grande epistemologo inglese. Era un messaggio sms di Davide Corritore, il vicepresidente del Consiglio comunale di Milano con cui avevo sfilato al corteo del 25 aprile e che avevo appena sentito per l'intervista rilasciata ad Affaritaliani.it sul futuro della sinistra. Lasciandoci, il pomeriggio prima in piazza Duomo, Corritore me l'aveva preannunciato: "State in campana sui derivati, potrebbero essere in arrivo novità clamorose dalla Procura di Milano". E infatti... ecco il suo sms con la rivelazione. Dice testualmente "Procura accettato mia richiesta di sequestro imponente alle banche per vicenda derivati. Domani se ne parlerà parecchio perché prima volta nel mondo le banche sono le sequestrate anziché le sequestratrici. Molto contento perché da domani sarà più vicino l'obiettivo di liberare i bilanci del Comune da centinaia di milioni di commissioni occulte. A presto Davide".
Non credo, pubblicando questo sms, di violare la privacy. Lo faccio per spiegare che in questo annuncio serale e in queste parole tecniche sobrie ma appassionate, c'è tutto Davide Corritore, cinquantenne milanese sposato e padre di due figli. Un uomo politico nuovo, una risorsa per Milano e per la sinistra italiana. Laureato in Bocconi con una tesi in storia economica, manager finanziario (ha lavorato per Citibank e per il gruppo tedesco Deutsche Bank, dove ha ricoperto, dal 1993 al 1998, la carica di amministratore delegato della società di gestione dei fondi) ma anche esperto di opinione pubblica (dal 2001 fino alla candidatura alle Amministrative 2006 è stato amministratore delegato di SWG, Istituto specializzato nell'analisi dell'opinione pubblica e politica.), tra i sostenitori sin dalle origini del primo Prodi e dell'Ulivo, poi (1998-99) consigliere della Presidenza del Consiglio dei Ministri sulle tematiche dell'economia e dell'innovazione. Un tecnico, dunque, ma con una grande passione per la politica, nata negli anni scolastici con la militanza nei giovani del PCI che ha sempre convissuto con gli impegni lavorativi e proseguita fino alla nascitadel Pd all'interno dell'ala di Enrico Letta e dei teorici della sinistra di governo, delle primarie vere, del rinnovamento delle persone e del bagaglio culturale e ideologico e programmatico.
L'epilogo clamoroso dell'inchiesta sui derivati è unsuccesso personale di questo politico un po' atipico, che corre in Usa per studiare la campagna di Obama, predica il verbo delle primarie sempre come strumento di rinnovamento e di ridimensionamento delle nomenclature e ha fatto dell'Internet per tutti e della Milano cablata i capisaldi della sua campagna elettorale. E' stato Corritore infatti a denunciare l'esistenza di questi raggiri e di questa finanza spericolata nelle amministrazioni di Palazzo Marino e non solo. Ed è stato lui, secondo le indiscrezioni degli ambienti giudiziari, a lavorare al fianco della Guardia di finanza, nello stesso team che ha indagato su Parmalat, illuminandone il percorso dentro i meandri delle tecnicalità, alla ricerca molto difficile delle prove, evidentemente ora trovate. Lui, secondo qualche rumors dal Palazzo di giustizia, sarebbe addirittura stato un prezioso consulente dei magistrati e in particolare del pm segugio Robledo. Lui ci ha messo la faccia nelle conferenze stampa a palazzo Marino tenendo desta l'attenzione della politica e dell'opinione pubblica su una pista e su un tema ostico e che più volte è parso inconsistente.
Ma oggi la sua soddisfazione si materializza nell'espressione: "Molto contento perché da domani sarà più vicino l'obiettivo di liberare i bilanci del comune da centinaia di milioni di commissioni occulte". Un esempio di passione civile e impegno, morale e politico. Di persone così, competenti, serie, portatrici di culture nuove e di visioni inedite hanno bisogno il Pd e la politica per riconciliarsi con la gente. Da oggi, possiamo dirlo, a sinistra è nata una stella. La stella di Davide.http://www.affaritaliani.it/milano/davide_corritore_pd_ecco_uomo_che_ha_messo_in_ginocchio_banche_straniere_sui_derivati280409.html
ci è ormai chiaro che nel Pd viterbese vi sia un diritto statutario a spararla grossa.
Pare di essere nella parodia della Casa della Libertà dei fratelli Guzzanti e, con la sola eccezione del consigliere comunale Fersini, ognuno è legittimato a dire impunemente qualunque cosa.
La nostra associazione si fregia del titolo di fondatrice del partito e non intende perciò sottrarsi a tale nobile arte, contribuendo così alla causa comune.
Ha aperto le danze la splendida proposta di liquidare in via anticipata e sommaria le primarie regionali.
L'assunto è che la popolarità di Marrazzo è alle stelle, che manco Totti e Zarate se la sognano.
E allora, quando è così, la democrazia diventa burocrazia o peggio disfattismo al servizio delle potenze nemiche.
Squadra che vince non si cambia, chi è dentro è dentro chi è fuori è fuori.
E via con l'accordo dei pochi, l'approvazione per alzata di mano dei molti e la pratica si metta in archivio.
Poi si è proseguito anche meglio e si è proposto di liquidare pure le primarie di Tuscania, già peraltro svolte.
Si tratta di una prospettiva che ci illumina di immenso e quindi fattivamente suggeriamo:
a) Ai 1100 elettori democratici che sono andati alle urne possiamo dire: “avete votato, vi siete divertiti, ma adesso levatevi dai cabasisi.”
b) Ai due candidati, Pallottini e Potestio, daremo una pacca sulla spalla e diremo che i due ragazzi si faranno, anche se hanno le spalle strette.
c) Al circolo del Pd ricorderemo che anche a Gasperino il Carbonaro, per qualche giorno, hanno fatto credere di essere marchese, ma dopo è tornato a spalare il carbone senza tante storie.
Poi bisogna passare alla parte propositiva del discorso, perché noi siamo una forza di governo e faremo a tutti gli elettori tuscanesi una proposta concreta: Regino Brachetti.
E sì perché in realtà loro mica lo conoscono e senza il nostro contributo politico non ci sarebbero mai arrivati.
In fondo il nostro, negli ultimi cinquant'anni, non è che abbia fatto un granché per farsi conoscere dalla gente di Tuscania, a parte il chirichetto, il consigliere comunale (di destra, di centro, di centrosinistra e civico), l'assessore, il sindaco, l'amministratore provinciale, l'assessore regionale, l'amministratore di società pubbliche, il dirigente politico nazionale, il candidato alla Camera dei Deputati, l'organizzatore della Festa del Campanile ed il padellaro alla sagra della frittella col broccolo il giorno di S.Antonio.
Le strategie del Pd, così dipanate in campo regionale e provinciale, porteranno diffusi tremori tra i dirigenti della destra, mentre masse di elettori plaudenti si raduneranno sotto i balconi di via Cardarelli al grido di “evviva il Partito Nuovo”.
Nell'attesa che maturino tali sorti progressive (ma non magnifiche) la salutiamo cordialmente.
Reggio: nota del segretario provinciale del PDStrangio
Dichiarazione del segretario provinciale del Partito Democratico, avv. Giuseppe Strangio.
Mi dispiace molto per le oltre mille persone che hanno affollato il seggio al Convento dei Minimi lo scorso 19 aprile. Esse credevano di partecipare per la prima volta nella storia di Roccella alle elezioni primarie per il nuovo candidato a sindaco della città.
Dalla folla che ha votato quel giorno, mi pare chiaro che i cittadini di Roccella ci avessero creduto per davvero e che addirittura l’esperimento fosse loro piaciuto. Avevano evidentemente pensato che la monarchia assoluta fosse finita e che ci si trovasse di colpo in un sistema democratico in cui è il popolo che, attraverso il voto, esercita la sovranità.
Scoprono, invece, dalle parole di Demetrio Naccari Carlizzi, che si è trattato solo di una finzione, di un bluff, o meglio di un “reality”, come quelli in onda in TV. A sentire Naccari, ci mancava solo che qualcuno da dietro le quinte, nel mentre la gente si apprestava al voto, comunicasse loro che si trovavano tutti su “Scherzi a parte”. D’altro canto, si dice, tutte le decisioni, quelle vere ovviamente, erano state già prese altrove. Così che mentre “una fazione del PD” lavorava alacremente per celebrare le primarie di coalizione - che proprio il Sindaco uscente aveva benedetto -, quest’ultimo si trovava dal suo grafico di fiducia per tracciare il simbolo di una nuova lista da contrapporre alla “fazione del PD” ed al resto della coalizione.
Ma non scherziamo. Io non so che film abbia visto Demetrio Naccari Carlizzi. Ma, francamente, la verità è ben altra.
Il fatto è che a Roccella c’è, ed è forte, una grande voglia di cambiamento. E per assecondarla stiamo lavorando per mettere in campo una nuova squadra, capeggiata da Pino Mazzaferro, che ha legittimamente vinto le primarie, dimostrando una grande popolarità che affianca ad una notevole competenza amministrativa.
Un nuovo progetto politico, più forte e più largo della giunta attualmente in carica, che si alimenta di quel civismo democratico che le primarie hanno esaltato. Su questo stesso spirito, d’altro canto, si fonda il Partito Democratico che, per statuto, intende praticare sistematicamente il metodo delle primarie per la selezione della classe dirigente.
Un partito che è certamente largo e plurale, ma nel quale, tuttavia, non c’è spazio per l’autoreferenzialità e per gli egoismi. Un partito che non ammette la doppia tessera, dove non si può essere del PD a Roma, a Reggio o a Catanzaro, e del PZi (si legga “Partito di Zito”) a Roccella. Tutto questo non ha niente a che vedere con l’evocata “logica proprietaria”, si chiama coerenza.
Il matrimonio fra questo nuovo soggetto politico e Roccella s’ha da fare e sono fiducioso che lo sanciranno i cittadini con il voto. D’altro canto, questa città è rimasta fin troppo tempo “Zitella”. E’ una bella signorina ed è ora che si sposi e metta su famiglia. Una famiglia più larga e più grande nella quale chiunque lo voglia vi trovi posto, da cittadino e non da suddito. Se questo è, allora comunque vada ne sarà valsa la pena.http://www.strill.it/index.php?option=com_content&view=article&id=37488:reggio-nota-del-segretario-provinciale-del-pdstrangio&catid=40:reggio&Itemid=86
- Caro onorevole Ugo Sposetti,
mi rivolgo a lei, quale illustrissimo e carismatico esponente del Partito democratico viterbese, per rivolgerle una semplicissima domanda, alla luce degli ultimi eventi che hanno caratterizzato la vita politica nazionale e della Tuscia: per qualche motivo (ammesso che ce ne sia almeno uno) alle prossime elezioni europee dovrei votare per il Pd?
Glielo chiedo perché mi sto interrogando da un pezzo e non riesco a trovare, nonostante mi sforzi di farlo, un input che mi faccia propendere per questa scelta.
Anzi, man mano che gli eventi si susseguono, aumentano il mio senso di delusione e – mi consenta – di profonda amarezza per un progetto (quello del Pd, appunto) nel quale io, come tanti altri, avevo creduto e che vedo dissolversi tra polemiche e interessi di parte.
Quando invece per me la politica continua a incarnarsi nel porsi al servizio degli altri e nella nobile arte di perseguire il bene comune.
Oggi fosche nubi si addensano sul futuro di questo partito, nonostante esista una base che avrebbe tanta voglia di riscattare le sconfitte più o meno recenti.
Se ne è avuta prova lo scorso ottobre, quando alla manifestazione di Roma centinaia di migliaia di persone hanno testimoniato la loro voglia di esserci, di partecipare, di sentirsi vivi, di fronte a un governo che non piace perché, al di là dei proclami – cosa nella quale Silvio Berlusconi, bisogna ammetterlo, è bravissimo – è molto attento a curare gli interessi di pochi, a danno di molti.
Si dice che il centrodestra abbia un padrone e non un leader (e questo è reale), mentre il modello proposto dal Pd sia profondamente diverso e nasca dalla partecipazione degli elettori e dei simpatizzanti. Ma è veramente così? O siamo all’ennesima puntata di “Scherzi a parte”?
Prendiamo due episodi avvenuti a Viterbo negli ultimi giorni: la defenestrazione dell’assessore provinciale Renzo Trappolini e le elezioni primarie a Tuscania. La prima è frutto di un’esigenza elettorale (non politica, badi bene) del solito partito dell’uno per cento, che detta le sue condizioni con la minaccia di mandare a casa l’esecutivo.
Esigenza che è diventata prioritaria anche se Trappolini – a detta di molti – è stato uno dei migliori assessori della giunta Mazzoli (mi riconsenta: tra l’altro giudico vergognoso dal punto di vista umano il fatto che la cosa gli sia stata comunicata ufficialmente solo dopo tre giorni che la notizia era uscita – e non smentita – su tutta la stampa locale).
E tutto questo si è verificato al termine di uno dei tanti balletti (legga: rimpasti) che hanno caratterizzato l’amministrazione di centrosinistra a palazzo Gentili.
Un’amministrazione che non ha certo brillato per efficienza, ma di cui si è parlato soprattutto per i suoi giochi di palazzo. Dico questo a lei, e non al presidente della Provincia, perché lei considera Mazzoli come un suo figlio e quindi ipotizzo che nei suoi confronti sia prodigo di consigli e suggerimenti dall’alto della sua esperienza e del suo carisma. Non mi sembra però, che questo suo interessamento abbia portato a risultati positivi. Anzi.
Ma il meglio di sé – mi ri-ricosenta – lei lo ha dato nell’ultimo week-end, quando ha bollato (alla faccia della sincerità) come estemporanea l’iniziativa delle primarie nel Pd di Tuscania, alla quale hanno partecipato oltre mille persone. Affermando, con la sicumera che le è propria, che il candidato comunque dovrà essere un altro.
Caro onorevole Sposetti, alla luce di tutto ciò, mi dica con estrema franchezza: perché dovrei continuare a votare per il Pd?
Ps: Sicuramente anche lei avrà avuto modo di vedere che nella Tuscia l’agone politico si è spostato, con toni molto sopra le righe, anche sui media locali, alcuni dei quali fanno un vero e proprio “tifo da stadio” nei confronti della propria parte politica a danno degli avversari. Uno sport che non mi piace, ma che alla fine mi lascia indifferente. Però ho notato che lei, non solo riesce a salvarsi dalle aspre critiche che vengono dedicate ad altri esponenti dei Pd, ma viene spesso lodato se non addirittura osannato. Come mai?
COMUNALI A CASARANO: TUTTO ALL’INSEGNA DEL CAMBIAMENTO
Il candidato a sindaco di Casarano Ivan De Masi
La campagna elettorale a Casarano si prepara ad essere una delle più interessanti tra le prossime amministrative di giugno. E non solo o semplicemente per il valore numerico che la città ha di elettori (al punto da poter risultare tra i centri strategici in vista anche della corsa per Palazzo dei Celestini), ma soprattutto per la connotazione che la politica locale sta assumendo nelle ultime ore, a colpi di ribaltoni e sorprese. A Casarano, insomma, si sta realizzando l’impensabile e sembra farla da padrone il cambiamento. Tutto è partito solo qualche mese fa, quando il Pd locale aveva raggiunto un accordo sulla candidatura del consigliere provinciale, Claudio Casciaro: poi, l’improvvisa discesa in campo dell’imprenditore locale, Ivan De Masi (http://www.ivandemasi.info/), con la sua disponibilità a correre per la poltrona, lasciata vuota dal sindaco uscente Remigio Venuti, ha messo tutto in discussione.
Nel Pd, i candidati sul tavolo diventano due e si prospetta l’ipotesi delle primarie interne, per la designazione del candidato sindaco: il già prescelto e spodestato, Claudio Casciaro non ci sta e sceglie di ballare da solo, maturando l’idea di una candidatura sostenuta da civiche trasversali e con l’appoggio degli scontenti del Pd. Ma è solo un intermezzo, perché, proprio mentre alla provincia si discute della clamorosa ipotesi di candidare a Palazzo dei Celestini per il Pdl il deputato Pd (ora ex) Lorenzo Ria, a Casarano matura l’ipotesi di candidare lo stesso Casciaro per il centrodestra cittadino.
Un colpo, che getta nuovo scompiglio sulla tormentata evoluzione politica cittadina, che ridisegna in poco tempo la geografia delle forze in campo. Due salti della quaglia imprevisti in poco tempo: il primo, quello di un partito, il Pd, che trova inopportune e fuori tempo le primarie per la designazione del candidato alla presidenza provinciale, salvo trovarle giuste a Casarano un mese più tardi e dopo aver già individuato il proprio candidato; il secondo, quello dello stesso Casciaro, che, sulla scia del deputato di Taviano Ria compie un’acrobazia inattesa e degna di quella scuola, che, un tempo veniva indicata come “trasformismo”.
Fatto sta che l’ex esponente Pd (perché nel frattempo anch’egli, come molti altri, è diventato ex) riesce a spuntarla per un posto da candidato sindaco su Francesca Fersino, bancaria locale, coordinatrice cittadina Pdl, che peraltro aveva raccolto il gradimento quasi unanime di tutte le forze politiche di area. E qui, nasce l’ennesimo “caso”: se, infatti, nel caso di Casciaro, molti (nello stesso Pd) avevano fatto notare che il trattamento umano riservato al consigliere provinciale fosse stato pessimo, visto che quest’ultimo era prima stato osannato e poi sacrificato inaspettatamente, lo stesso dovrebbe dirsi, dall’altra parte, per la Fersino, alla quale gli alleati avevano da tempo riconosciuto le doti adatte per rappresentare il centrodestra alle comunali. Paradossale, tra l’altro, è apparso ad esponenti locali del centrodestra che si offrisse la candidatura ad un esponente proveniente dal centrosinistra e che, fino a circa un mese fa, era il candidato in pectore del Pd.
Per convincere la Fersino ad accettare la scelta di Casciaro per il Pdl, secondo alcune indiscrezione, le sarebbe stato offerto dai vertici salentini del partito una candidatura a Palazzo dei Celestini, con la possibilità di assumere un ruolo di assessore nella giunta provinciale. Un’offerta, che non avrebbe cancellato l’amarezza della bancaria, che pare ormai propensa a competere da sola, con una coalizione civica, alternativa agli schieramenti già in campo.
E con lei, il Popolo della libertà inizia a perdere alcuni pezzi: alcuni dissidenti ex An e di Azione Giovani, delusi dalla bocciatura del Pdl nei confronti di Francesca Fersino, sono passati nelle fila di “Io sud”, il movimento di Adriana Poli Bortone, che a Casarano sostiene De Masi.
Intanto, una importante precisazione arriva dalla Sinistra Unita di Casarano, che sottolinea come “la vera espressione del centrosinistra a Casarano” sia Enrico Fattizzo, sostenuto da Pdci, Prc, Mps e da Città Democratica civica di centro, e non Ivan De Masi, a sua volta “supportato dal Pd passando per l’Udc fino ad arrivare ad An ed Azione Giovani”.
E di fatti, Enrico Fattizzo è l’ultimo in ordine di tempo dei candidati sindaci per il comune di Casarano: già assessore dimissionario nella prima giunta Venuti, Fattizzo si propone come alternativa politica ai big già in gioco, ma soprattutto come nome all’insegna della “coerenza”, in un contesto di grandi mutazioni generali. Chi fra tutti avrà la meglio? E soprattutto… saranno finite qui le sorprese? http://www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=14037
Lunedì 27, nel pomeriggio ci sarà un interessante incontro al tempo di Adriano, in piazza di Pietra, a cui parteciperanno Michele Meta, Goffredo Bettini, Paola Concia, Ignazio Marino, Enrico Gasbarra, Roberto Morassut. Purtroppo, o per fortuna a seconda dei punti di vista, a quell’ora sarò a Viareggio, a godermi qualche giorno di meritatissima (me lo dico da solo) vacanza.
Mi dispiace perché avrei avuto qualcosa da dire, anche dopo una lunga chiacchierata con Enzo Puro, la mia guida spirituale. E allora provo a farlo qui, non c’è Bettini, ma tanto i messaggi a lui arrivano sempre.
1) Non ero d’accordo con la sua candidatura alle Europee proprio per le ragioni che lui stesso ha scritto la settimana scorsa sul Messaggero. Una persona che in questi due anni si è spesa con tutte le sue energie per il rinnovamento della politica, per un partito che non fosse una somma di correnti, non poteva guidare una lista dove l’unico criterio è proprio quello della conta fra correnti. Se noi “bettiniani” non ci consideriamo una corrente, perché partecipare a questo rito? Ha senso contarsi su una persona, sia pur autorevole come Bettini? Oppure ha senso confrontarsi e contarsi su un progetto di partito e, ancora di più di società?
Io avrei visto bene, anzi di più, Bettini capolista di una “covata” di giovani intelligenze. Ce ne sono anche a Roma, malgrado gli ultimi due anni abbiano messo in mostra, troppo spesso, il lato peggiore del Pd: quello dei cooptati, dei potenti boss delle preferenze che piazzano uomini di loro fiducia in ogni dove. Potrei fare decine di nomi, ma la mia esperienza è parziale e quindi ne escluderei altrettanti.
La lista che si sta profilando al contrario assomiglia a una rimpatriata di vecchie glorie di un’altra epoca, condita da qualche starlette del tipo David Sassoli e Alessandra Sensini (sarà dalemiana? Essendo campionessa di windsurf il sospetto è più che fondato). Se questo è il Pd, viene forte la tentazione di restarsene a casa, visto anche il restante panorama politico della sinistra, a dir poco desolante.
Credo che alla fine, la soluzione migliore sia quella di fare una bella croce sul simbolo. Ci si conta anche così, e forse è questo il modo migliore per far pesare la nostra insoddisfazione su questa che non è una lista ma solo un elenco di persone. Quanto erano belle le campagne elettorali in cui l’unica preoccupazione era il consenso al partito, in cui i nemici erano gli altri e non i candidati della tua stessa lista!
2) Io credo che, più che alle europee, dovremmo cominciare a porci il problema di quello che succederà dopo. Io sono uno di quelli che non crede, almeno dal 1989, che siano sufficienti gli aggettivi e le qualificazioni “geografiche” per creare una forza in grado di cambiare il futuro del nostro Paese. Non basta definirsi di sinistra, comunisti, socialisti, riformisti, per esserlo davvero. Bisogna praticare davvero l’innovazione per essere innovativi, cercare soluzioni nuove ai nuovi problemi che abbiamo di fronte se vogliamo uscire, una volta per tutte, dalle categorie del ‘900.
Credo che il terreno di azione sia quello indicato da Eugenio Scalfari nel suo editoriale di domenica 19 su Repubblica: quale rapporto e quale equilibrio nuovo trovare tra le grandi “tradizionali” parole d’ordine del campo progressista: eguaglianza, libertà, fraternità. Su queste coordinate, che tradotte nel mondo di oggi vogliono dire diritti civili, diritto all’informazione, società delle culture, società delle opportunità, si può ricostruire un progetto democratico che non può che avere l’ambizione e la necessità al tempo stesso dei tempi lunghi.
Ma i tempi lunghi richiedono pensieri altrettanto lunghi, uno sforzo intellettuale che non sia legato a questo o a quell’appuntamento elettorale. Quello che in altri tempi si sarebbe definito un “progetto di società”. In poche parole una “ideologia democratica”. Solo così si esce dal dilemma se questo partito debba essere più di centro, più di centrosinistra o più di sinistra. Solo se definiamo un nostro progetto usciamo dalle secche in cui ci troviamo dalla fine del secolo scorso.
Io non so se sia di sinistra dire dobbiamo mettere in campo una grande stagione dei diritti, in tutti i campi, ma credo che questa sia l’esigenza prioritaria. Io non so se sia di sinistra o di centro dire che in questo Paese serve una sterzata brusca, perché bisogna passare dal paese dei furbetti al paese del merito e della valorizzazione delle competenze. Non mi interessa una definizione geografica novecentesca del mio agire politico. Mi interessa il progetto, l’elaborazione.
3) Se questo è quello che vogliamo provare a fare, a costruire, non serve una corrente che dispensi posti di lavoro e cariche e incarichi e poltrone e sgabelli. Serve un luogo, una rete di luoghi, dove avviare il confronto, dove riprendere un lavoro di formazione della classe dirigente. Il resto, la selezione, le nuove leve da mettere in campo e anche il consenso necessario a metterle in campo, verrà di conseguenza. E verrà naturale e spontaneo quando smetteremo di chiedere a ogni persona che incontriamo “con chi stai” e proveremo al contrario a domandargli “dove andiamo”. Il luogo, i luoghi, dove fare questo vanno creati. E devono essere luoghi e metodi che tengano conto della rete, dello scambio globale che questa permette, ma devono anche essere luoghi “fisici”. Io credo che guidare questo processo sia la funzione che può e deve svolgere Goffredo Bettini e provo a spiegare per quale motivo e con quale compito.
4) Bettini è stato, non da solo, il creatore del cosiddetto “modello Roma”. Per i detrattori è stato un mero sistema di gestione di potere. Gente che applica agli altri categorie che è solito usare. Sia chiaro il modello Roma è anche un sistema di gestione del potere, la politica senza potere diventa un esercizio di stile. Ma il modello Roma è stato innanzitutto uno schema di interpretazione per governare una città altrimenti difficilmente comprensibile. Attorno a questo nucleo forte di analisi e idee si sono costruiti gli strumenti per portarli avanti. Provo a ricordare: Roma città dell’integrazione e della solidarietà, Roma al centro di una sorta di nuovo patto sociale per lo sviluppo, Roma città della cultura e del turismo. Sono soltanto titoli. Ma è il metodo che mi interessa. Il metodo che ci ha permesso di costruire una città in cui fenomeni come la balie parigina in fiamme non erano nemmeno pensabili e che adesso invece si avvicinano pericolosamente.
Negli anni scorsi abbiamo pensato e scandagliato a fondo questa città, abbiamo costruito le prospettive per farla tornare ad essere una grande metropoli europea, poi abbiamo cercato le sinergie necessarie per mettere in pratica tutto questo. In pratica, abbiamo applicato quello che dicevo sulla “necessità del pensiero lungo” su scala cittadina, ci siamo riusciti meno in ambito regionale, ma, come dire, gli uomini non sono indipendenti dal processo.
Alla fine della giostra ci siamo accorti, che molte delle questioni non erano risolvibili se non su scala più ampia, neanche solo nazionale se vogliamo dirla tutta. Penso alla gestione dell’immigrazione o allo sviluppo delle infrastrutture, ma solo a titolo di esempio.
E abbiamo provato con Veltroni segretario del Pd, ad avviare un processo analogo su scala nazionale. Questa era la vocazione maggioritaria del Partito democratico, altro che storie. Vocazione maggioritaria vuole dire avere l’ambizione non di governare da soli (chi pensa questo sono gli stessi abituati a confondere con inquietante facilità strategia e tattica), ma di essere egemoni culturalmente, di proporre un autonomo progetto e su questo cercare poi le sinergie e alleanze per governare, finalmente, questo Paese. Dico governare finalmente perché, a mio avviso, tranne la parentesi del primo governo Prodi, noi non abbiamo governato mai davvero. Anche in questo caso: la gestione del potere non come esercizio fine a se stesso, ma come strumento necessario per modificare i processi reali.
5) Detto ciò, qualcosa non ha funzionato, è evidente a tutti. Confusione, indecisione di Veltroni, pratica correntizia esasperata ed esasperante, mancanza di coraggio nel rinnovamento, strenua opposizione del vecchio (e che vecchio!) che si è organizzato grazie a risorse finanziarie “insospettate” e, alla fine, ha preso per le gambe il nuovo e l’ha tirato giù.
Probabilmente Veltroni non era adatto a fare il segretario, probabilmente esprime le sue indubbie capacità meglio, molto meglio, in ruoli istituzionali piuttosto che in ruoli di partito. Ma il punto nodale è che ci siamo fatti trovare impreparati, non credevamo che dopo l’ondata purificatrice delle Primarie avremmo trovato tante resistenze. Fra i nostri errori, di cui è responsabile anche Bettini, ma non solo lui, ci metto le liste per le primarie fatte di tante stelle ma poca innovazione vera, così come quelle per il Parlamento, ci metto Rutelli candidato sindaco. E quanto pesa quella sconfitta.
Ci metto soprattutto un certo nostro “arretramento” culturale e di metodo per cui anche noi, abbiamo ceduto alla tentazione di privilegiare la fedeltà rispetto al merito, l’essere dei signorsì rispetto alle capacità. Ci siamo seduti e siamo entrati in un gioco di piccole clientele, segreterie, assegnazione di posti di lavoro politici. Un gioco che, scrivevo tempo fa, potrà anche garantire il potere al capobastone di turno, ma indebolisce, a lungo andare, la forza e la qualità della classe politica nel suo complesso.
6) Io credo che Bettini sia stato, nei mesi scorsi, la persona che con più lucidità abbia descritto questo fenomeno. E’ stato quello che per primo, ad alti livelli, ha dato voce a quanti, a dire il vero da tempo, avevano descritto, parzialmente e in maniera frammentaria, questa degenerazione profonda della politica e del nostro partito in particolare. Quanti speravano che il Pd fosse lo strumento per invertire questa tendenza hanno avuto una scioccante delusione. Ci siamo accorti che la degenerazione che tanti anni fa Berlinguer denunciava nei suoi scritti e nelle sue interviste sulla “questione morale” ormai dilagava in casa nostra. Molti hanno mollato e hanno ricominciato a occuparsi di altro.
Ma non tutti sono tornati a casa. Sono ancora lì. Bisogna creare però le condizioni per dargli spazio e voce, per farli tornare a essere protagonisti. Bisogna proteggere e valorizzare le menti libere non metterli alla berlina. Bisogna ricominciare a studiare, innanzitutto.
7) Non sarà facile invertire una tendenza che attraversa l’intera società italiana. Io credo che il problema non sia semplicemente Berlusconi e neanche il berlusconismo, inteso come modello sociale. Il tema vero è questa cappa opprimente che avvolge il nostro Paese, fatta di mediocrità e conformismo, di stuoli di signorsì che avanzano e ci affossano con la loro incapacità di qualsiasi attività che abbia a che fare con il pensiero.
Serve una guida autorevole e allo stesso tempo non ingombrante, non opprimente. Io ne vedo poche in giro, se non i cosiddetti grandi vecchi come Alfredo Reichlin.
E’ una di quelle partite che si giocano sapendo che le possibilità di vincere non sono molte perché hai di fronte uno squadra di tutto rispetto e, allo stesso tempo, un bel pezzo della tua squadra pare occupata a cercare un accordo per il pareggio. Ma è anche una di quelle partite che vanno giocate per forza, con il cuore e con il cervello, con la passione e con le gambe. Ecco io credo che Goffredo Bettini sia una delle poche persone in grado di fare l’allenatore di questa squadra, di dare spazio a quello che in gergo calcistico viene definito il vivaio. Di guidare questo percorso senza renderlo rigido. Perché ha un cervello in grado di vedere oltre, una capacità che gli deriva dalle frequentazioni ingraiane, e ha anche la capacità di “fare rete”, individuando le soluzioni e le persone giuste. Certo poi dovremo trovare, e dobbiamo farlo in tempi brevi, un candidato alla segreteria nazionale in grado di riassumere queste necessità. Dovremo opporci al tentativo, già in atto, di cambiare le regole rinviando il congresso del Pd e magari cancellando quelle primarie che tanto stanno sulle scatole a chi è abituato a contare le tessere e le preferenze e non le idee e le persone che le esprimono. Sulla prima questione, ho già avuto modo di dirlo, io credo che l’unica persona in grado di guidarci nella partita congressuale sia Nicola Zingaretti. Non vi incazzate, le prudenze e i giochetti non servono più. Dovete, voi che ne avete la possibilità, “costringerlo” a scendere in campo. Con decisione e senza paura. Questo è il momento di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Sulla seconda questione, quella del tentativo di stravolgere la natura stessa del Pd, servirà una battaglia politica. Ma in questa saremo più forti se avremo ricominciato a produrre pensieri, formazione, idee e iniziative.
8) Questo avrei voluto dire, se ce ne fosse stata la possibilità, il 27 aprile. Da parte mia, sono disposto, come sempre a lottare, a mettere in campo le mie poche capacità: so mandare le mail, fare manifesti, andarli ad attaccare, aggiornare un sito internet. Poco altro. Ma quello che so fare lo metto a disposizione. Purché ci sia un’idea chiara. E possibilmente anche condivisa in maniera democratica.http://blog.libero.it/votattilio/6923742.html
Sposetti azzera le primarie e boccia Serena Pallottini
Io so' io e voi nun sete un...
Dopo la pioggia di voti, per Serena Pallottini una doccia fredda.
Eletta candidato sindaco a Tuscania con un plebiscito di voti (1.039) alle primarie Pd, potrebbe essere dichiarata sconfitta a tavolino.
Dal suo stesso partito.
Se il circolo locale ha deciso per le primarie, da Viterbo Ugo Sposetti fa sapere che la scelta giusta per il partito, è sostenere Regino Brachetti (Rosa per l'Italia).
“E' assurdo – dice Sposetti – che a Civita Castellana o Orte si vada alle elezioni con il centro sinistra compatto e a Tuscania, dove c'è il centro vero, no. Da sempre porto avanti questa tesi. E' falso quando mi si è attribuito che io non volessi l'alleanza con l'Udc in Provincia.
Il Pd a Tuscania deve sostenere Regino Brachetti”.
Perché le primarie, allora? “Serena Pallottini – continua – è una persona che conosco e stimo. Per lei potrà esserci un posto di responsabilità nella futura amministrazione. Mi fa piacere che abbia avuto successo.
Le primarie sono un grande esercizio di democrazia, a Tuscania è stato un successo vista la partecipazione”.
In questo caso, un esercizio inutile, se il Pd dovesse appoggiare Brachetti.
Torniamo a ragionare dentro il Coordinamento Comunale per assumere politicamente il risultato delle primarie di domenica 5 aprile e, soprattutto, per avviare un percorso politico che dovrà condurci a vincere le elezioni amministrative di giugno: perché quello è il nostro obiettivo e non quello di stabilizzare il clima antagonistico della contesa tra i candidati sindaco.
Il difficile comincia ora: dalla fatica del costruire, del ricomporre i tasselli, dal mettere ordine in quelle tante energie pur feconde che siamo riusciti a smuovere.
Questo è, più che mai, il tempo della responsabilità. Abbiamo smosso un'intera città e ora la città si interroga e ci interroga su ciò che sarà e ciò che saremo. È ragionevole conservare il linguaggio della divisione o forse è meglio, mi chiedo, intraprendere senza indugi la via della politica, la strada che porta alla coesione, all'unità del progetto?
Come avevo preannunciato, rimetto a questa Assemblea il mio mandato da coordinatore comunale del Partito Democratico. Lo faccio non perché abbia individuato in me una qualche colpa inemendabile. Il motivo è altro e ha a che fare con il recupero della ragione politica e perché vorrei che questo gesto segnasse, simbolicamente, un passaggio di fase. Nel rimettere all'assemblea il mio mandato voglio mettere tutto il partito nelle condizioni di ripartire. E voglio provare, nuovamente, io stesso ad interpretare e farmi carico di questa ri-partenza, che deve avvenire sotto il segno della ragione e della politica. Sapendo però di dover fare riferimento costante al consenso di questo coordinamento.
Proviamo allora a riflettere su quello che è accaduto domenica 5 aprile.
6186. E' questo il numero degli elettori delle primarie. Un numero impressionante. Anzitutto un ringraziamento a quel centinaio di volontari che hanno assicurato lo svolgimento delle primarie. Un grazie al comitato e all'organizzazione che, pur nella tensione e nella difficoltà, hanno saputo svolgere i loro compiti con passione e generosità. Siamo un grande partito e questa sana passione democratica è un valore per l'Italia e per Orvieto. Dobbiamo di questo esserne orgogliosi.
Abbiamo portato a votare, alle nostre primarie, il 30% dell'intera popolazione orvietana, quella che va da 0 a cento anni. A Marsciano, un comune di quasi 18mila abitanti con una tradizione di forte partecipazione politica, alle primarie di febbraio presero parte il 18,42% di tutti i residenti.
Non condivido quanti hanno scritto che le nostre primarie siano state una "brutta pagina di storia della nostra città".
Può darsi che l'emotività abbia mosso in malo modo la penna di chi scriveva. Ma noi siamo chiamati non all'esercizio delle emozioni bensì, sin dove è possibile, della ragione e dell'analisi, e ritengo politicamente che quel giudizio sia sbagliato. Sbagliato anche nel congetturare quantità che avrebbero deformato i risultati mentre, alla conta reale, risultano affatto modeste. Sto facendo riferimento al numero degli stranieri (circa 200 persone) e dei giovani da 16 a 18 anni (una cinquantina) recatisi al voto.
Bisogna allora saper leggere le primarie in maniera differente ed evitare quella curiosa sindrome, tipicamente sudamericana, per cui se il partito al potere perde o teme di perdere le elezioni allora si eliminano le elezioni. Queste primarie sono le nostre primarie perché le abbiamo volute noi con trasparenza, perché sono scritte - permettetemi di dirlo - "a fuoco" nelle carte costitutive del Partito Democratico. Sicuramente è uno strumento che deve essere rivisitato, probabilmente organizzato secondo un'idea di partito più solida. Ma eventuali modifiche o emendamenti saranno decise al congresso di ottobre. Là potremmo cimentarci con più pacatezza.
Abbiamo fatto le primarie perché sono nelle nostre regole. E, per quel che mi risulta, non c'è stato alcun documento politico pubblico a sostegno di ipotesi diverse. Vero è che alcuni, rispetto alla consultazione, hanno espresso la loro contrarietà. È una posizione politica soggettiva, non condivisibile e che è stata sonoramente smentita dai fatti. Ma avere idee diverse non può essere un marchio d'infamia. Dobbiamo saper convivere con il conflitto - e su questo dovrò ritornarci - e con posizioni differenti.
Torniamo a ragionare, allora.
In democrazia, si dice, la quantità è qualità. Alle primarie del 14 ottobre 2007 parteciparono al voto 2550 persone. Lo considerammo allora, un formidabile successo.
Oggi ci troviamo con oltre 6mila votanti. Praticamente, si è mossa un'intera città. Da comprendere è il senso di questo "movimento", il "moto di popolo" che siamo riusciti a sollecitare. E questo oltre il risultato, oltre la dimensione antagonistica che qualcuno vorrebbe rendere permanente. In questo "moto di popolo" noi abbiamo ridestato - non so con quanta consapevolezza - la sorgente del politico che è la dimensione dell'antagonismo che si ritiene costitutiva delle società umane . Per muovere al voto 6mila persone devi mobilitare la dimensione affettiva, devi scuotere le passioni. Quelle 6mila persone sono, politicamente, un "popolo". Perché è la politica che contribuisce alla costituzione di un "popolo", è la politica che mette in forma la società.
Ora dobbiamo saper gestire politicamente questa nuova realtà, questo inedito scenario. Lo dobbiamo fare con un pensiero e un'analisi all'altezza del momento, senza con questo voler dissimulare il risultato della consultazione.
Dobbiamo anzitutto evitare le semplificazioni di quanti ancora rappresentano queste primarie con il linguaggio bellicista. Non sto suggerendo una "facile riconciliazione" che rimette tutti a posto e riporta la pace. Non è questo il punto. Il punto vero è che noi con queste primarie abbiamo determinato una realtà che è andata ben oltre le nostre aspettative e le nostre previsioni. Quando ho detto che le primarie hanno riaperto le sorgenti del politico, vale a dire del momento antagonistico costitutivo della società, ho posto un problema che ci impone una riflessione. Perché il "politico", questa dimensione antagonistica, non può sussistere così com'è, ma va governato attraverso pratiche che ristabiliscono l'ordine e le coesistenze. Questo si chiama politica. E noi dobbiamo fare la politica, trasformare cioè l'antagonismo in agonismo e cogliere in questo l'occasione per muoverci verso il meglio, mettendo in competizione le idee e le proposte. E vincere il centrodestra.
Dicendo questo voglio suggerirvi un pensiero che si pone ben oltre le primarie e quindi la competizione. Ben oltre i rancori. Ma se vogliamo parlare il linguaggio della politica, non possiamo attardarci a organizzare le truppe per la guerriglia. Bisogna procedere oltre valorizzando però le energie che abbiamo saputo smuovere.
Presi come siamo a proseguire nelle schermaglie post-primarie, ignoriamo il fatto di esser diventati, almeno sotto il profilo politico, il "l'anima della città", il partito a cui gli orvietani hanno riconosciuto, partecipando in massa alle primarie, un "primato" politico e culturale. Non mi pare poca cosa. Su questo fatto noi dovremmo concentrare il nostro pensiero e la nostra creatività politica. Sì, ho utilizzato consapevolmente il termine "creatività" perché dinanzi ad uno scenario inedito servono soluzioni politiche non presenti nella cassetta degli attrezzi che conosciamo: serve rigore e saggezza. L'essere diventati il "partito-città" vuol dire una cosa semplice: che a vincere le primarie è stato il Partito Democratico di Orvieto insieme ai suoi candidati.
C'è ora un problema: come dare a questo risultato, a questo essere "partito-città" la consistenza per reggere nel tempo? Come far coesistere la "liquidità" della mobilitazione delle primarie con lo stato solido di forme politiche seppur inedite e da inventare? Questa è la sfida politica vera, questo è il terreno sul quale dovremo misurarci come classe dirigente. Tutta.
Tutta perché non c'è, oggi, n'è c'è mai stato, un Partito Democratico dei buoni e un Partito Democratico dei cattivi. Queste rappresentazioni dicotomiche, manichee non ci tornano affatto utili perché parlano una lingua unilaterale mentre noi abbiamo bisogno del linguaggio della reciprocità pur sapendo che ci possono e ci potranno essere posizioni differenziate. Ma se non vogliamo rievocare lo spettro di un centralismo poco democratico, non possiamo nascondere il conflitto - che è salutare.
Non c'è quindi un Partito Democratico dei buoni e dei cattivi. Così come non mi pare foriero di futuro il voler conservare, a tutti i costi, lo spirito antagonistico delle primarie perché così conserviamo anche noi stessi mentre stiliamo liste di prescrizione oppure compiliamo elenchi risarcitori . Non è in questo modo che rispondiamo alla sfida che è essenzialmente politica.
Ecco. Abbiamo voluto fare le primarie secondo le regole scritte negli statuti e nei regolamenti per chiedere ai nostri elettori di indicare il candidato sindaco. A correre, due autorevoli esponenti del Partito Democratico: il Sindaco di Orvieto Stefano Mocio e la Vicepresidente della Provincia Loriana Stella. Abbiamo voluto noi queste primarie perché scritte nelle nostre carte costitutive. Insisto su questo punto perché dobbiamo sentircele nostre, al di là di un risultato che ha prodotto contenti e scontenti (vincitori e vinti). Il Partito Democratico di Orvieto ha individuato un percorso che è stato condotto fino alla fine in maniera trasparente e coerente; e che prevedeva (secondo le regole) le primarie qualora fossero emersi altri candidati oltre al sindaco uscente. Ciò è accaduto e le primarie sono state fatte e lo stesso sindaco in carica non si è affatto sottratto dal confronto. Di questo bisogna rendergliene atto.
Guardiamoci però bene dal considerare esse come una cosa di una sola parte giacché sono patrimonio di tutto il Partito Democratico che è oggi anche fatto da quei 6186 elettori. Si dice che al voto hanno partecipato un pezzo di destra e un pezzo di sinistra, suggerendo così una sorta di contraffazione. La questione vera non è quella di contare i voti di destra o sinistra per Mocio o per Stella ma chiedersi: siamo in grado di dare una forma stabile a questo "moto di popolo", alla richiesta di "politica" che è venuta con prepotenza affermandosi con queste primarie?
Lasciata alla casualità, alla peristalsi delle emozioni, la partecipazione può degenerare nel populismo e della demagogia. Situazioni di reviviscenza non radicate, pure manifestazioni di effimera emotività, non promettono nulla di buono. I cittadini, mobilitati ed eccitati sono chiamati ad agire come eserciti schierati su fronti opposti che combattono per sopraffarsi, al seguito di parole d'ordine e contrapposizioni elementari e spesso totalmente vuote: vecchio-nuovo, bene-male, amore-odio, verità-errore, cose che - come dice Gustavo Zagrebelsky - "imbroglioni della politica spacciano come la rivincita dei valori sul relativismo della democrazia".
Siamo all'altezza di questo compito? Oppure tutto questo è servito per muovere, gattopardescamente, pedine senza cambiare nulla? La città non ci perdonerebbe questo affronto. Le primarie segnano, oltre le previsioni di chiunque, un mutamento di paradigma che dobbiamo saper cogliere in profondità.
Mi chiedo: ma dobbiamo per forza dilaniarci le carni se siamo lo stesso partito che, pur al governo della città, ha saputo organizzare forum civici ai quali hanno contribuito decine e decine di persone? Ma per forza ci dev'essere un rapporto di mutua esclusione tra differenti modalità di fare politica? Certamente, dobbiamo essere capaci di gestire la conflittualità, che è del politico, dentro nuove forme della politica. Cioè di impedire che energie politicamente importanti vengano dissipate in una contesa tra persone della quale non si comprendono bene le ragioni e gli obiettivi. Sicuramente, dobbiamo evitare di schierare un pezzo di partito contro un altro pezzo di partito con il risultato di moltiplicare i pezzi irrimediabilmente compromessi.
Dai nostri errori dobbiamo trarre conoscenze preziose. E di errori ne abbiamo fatti. Uno in particolare: quello di non aver saputo far emergere un antagonismo che avrebbe potuto intossicare tutto il partito.
Però dobbiamo essere capaci di distinguere le cose e riconoscere che parte della responsabilità è da attribuire agli strumenti di confronto politico del tutto inadeguati, la cui insufficienza non può essere imputata a questa classe dirigente. Torna il problema delle "forme di rappresentanza della pluralità" che, in un partito come il nostro, risultano essere centrali. La risposta politica che sapremmo dare alle dinamiche innescate dalle primarie dovrà rappresentare un punto più avanzato. Ma se noi vogliamo fare un partito pluralista, non dogmatico, aperto alla società, non è pensabile proseguire con questo tipo di organizzazione. C'è, infatti, una disarticolazione tra il momento della partecipazione e il momento della decisione. Bisogna riallinearli e bisogna pure immaginare una classe dirigente capace di gestire i conflitti e le contraddizioni.
Spero di aver sottolineato con la giusta evidenza il compito che ci attende e che, insisto, non può trovare adeguato svolgimento né conservando lo spirito antagonistico della contesa elettorale né recuperando il vecchio armamentario dei pesi, contrappesi e bilancini. Non funziona e non sono disposto ad accompagnare questo percorso che sarebbe fallimentare.
Perché insisto sulla questione delle "forme della rappresentazione politica del dissenso, della pluralità e del conflitto"? Perché è lì che dobbiamo misurare la nostra capacità di trovare nuove soluzioni e quindi di superare l'antagonismo. Non abbiamo bisogno di fare una finta pace ma una vera politica: misurare le idee in uno spazio realmente pubblico. Battaglia delle idee, anche veemente, ma tra idee non certame di truppe in nome del re o della regina. A noi serve il conflitto ma schierando idee chiare e distinte sul futuro della città, del territorio, del Partito Democratico. E non c'è nulla di anomalo nel considerare il Partito Democratico anche come spazio di contesa tra visioni differenti e tuttavia riconducibili ad una visione generale di società.
Vediamo allora come possiamo dare esistenza a queste "forme" necessarie di una politica nuova tenendo conto di un nostro originale percorso che, seppur tra le difficoltà del nuovo inizio, ha avuto il merito non solo di aver anticipato temi oggi di potente attualità ma di aver coerentemente sostenuto le primarie come strumento chiamato a dirimere la scelta del candidato. Infatti, è bene ricordarlo, con le primarie noi abbiamo scelto il candidato sindaco del Partito Democratico.
Abbiamo, è vero, in questi mesi discusso molto, talora dividendoci. Però sulle questioni di indirizzo e giudizio politico abbiamo registrato sempre una condivisione unanime. Abbiamo votato all'unanimità il giudizio positivo e equilibrato sull'operato dell'amministrazione comunale e abbiamo votato la relazione del 27 marzo contenente il "patto" tra i candidati. Ripartire da quei documenti perché lì abbiamo stabilito un punto forte di coesione senza il quale oggi non saremmo qui a discutere tutti insieme. Quei voti unanimi non ci hanno impedito di mettere a confronto i due candidati e, ciononostante, si ergono a garanzia di una comune responsabilità. Dobbiamo quindi rispondere del nostro comportamento non ad una parte ma alle persone che credono nella missione civilizzatrice, culturale e morale del Partito Democratico. Non ad una parte ma a tutti gli elettori del PD, ai tanti volontari e militantiche partecipano e contribuiscono alle nostre iniziative.
Ripartiamo quindi dal positivo lavoro di questa amministrazione, consapevoli delle difficoltà con le quali si è dovuta confrontare. È però necessario, oggi, un cambiamento e non per via delle primarie, il che sarebbe davvero risibile. Il cambiamento è urgente per via del nuovo scenario economico nazionale e mondiale e perché si sta affermando una cultura del vivere e del produrre destinata a mutare in profondità ciò che siamo e ciò che pensiamo. Spetta a noi decidere di subirla, questa cultura, oppure di coglierne le opportunità. Ripartiamo dal positivo lavoro svolto dall'Amministrazione guidata da Stefano Mocio anche perché abbiamo finalmente posto le condizioni per affrontare la partita della "stabilizzazione" del bilancio cominciando da una fondamentale opera di risanamento.
Questa esperienza amministrativa ha forgiato una classe dirigente che non ha mai scantonato dalle responsabilità né dall'impegno. Dobbiamo quindi saper riconoscere a questi nostri amici e compagni il giusto apprezzamento e una leale riconoscenza, sapendo dare giusta visibilità a quelle esperienze che, in giunta e in consiglio, hanno saputo avviare percorsi di reale innovazione.
Per quel che mi riguarda, non ho fatto mai mancare il mio sostegno a questa amministrazione, ottemperando, con ciò, al mio dovere di dirigente politico e di amministratore. Ho seguito le regole del Partito Democratico perché questo era mio dovere. Le regole votate dai nostri rappresentanti che abbiamo democraticamente eletto.
La sfida elettorale di giugno sarà particolarmente impegnativa. Oltre all'appuntamento amministrativo - sul quale ritornerò - è bene predisporre il partito ad un lavoro formidabile per quel che concerne le europee. Mai come in questa fase queste elezioni assumono un significato politico. Dal loro esito, il centrodestra trarrà indicazioni importanti per accelerare o meno quel progetto di cui discorrevamo la volta scorsa, teso ad affermare un'egemonia culturale e politica che spingerà l'Italia indietro nel tempo. Noi dobbiamo dare un segnale diverso e dobbiamo dire che esiste un Paese non disponibile all'ammaestramento. Non dobbiamo sottovalutare questo appuntamento elettorale chiudendoci in una prospettiva tutta localistica. Sarebbe letale.
La sfida è enorme e ne va dello stesso Partito Democratico. Ci sono segnali incoraggianti che dobbiamo sapere cogliere e sarebbe del tutto inopportuno, specie di questi tempi, offrire una rappresentazione rissosa del nostro partito.
Quest'anno la sfida con il centrodestra avviene su un registro diverso dalle altre volte. Anzitutto per la qualità del candidato che, ripeto, non parte sconfitto e sta lanciando messaggi verso un elettorato che non è tradizionalmente di centrodestra. Inoltre, fa leva sul tema delle competenze rispetto al quale non possiamo sottrarci. Anzi, dobbiamo essere noi a rilanciarlo, siglando un patto tra generazioni per cui l'ampliamento delle opportunità dei più giovani è garanzia del benessere degli anziani. L'idea è quella di una città unita sotto il segno di un Partito, il nostro, che non lascia indietro nessuno.
Vengo ora alla parte che intendo mettere in votazione e che costituisce il documento politico attraverso il quale intendo portare, con il vostro consenso, il partito sino alle elezioni del 7 e dell'8 giugno. Ovviamente per vincerle.
Ripongo il mio mandato a questa assemblea su un percorso coerente con quanto stabilito dai documenti approvati all'unanimità e dal "patto" sottoscritto tra i candidati.
Per predisporre il Partito Democratico ad affrontare la campagna elettorale nel migliore dei modi, è mia intenzione procedere ad una veloce consultazione di tutti i membri - per quel che è possibile - del coordinamento comunale per comporre una segreteria rappresentativa del pluralismo interno. Con l'obiettivo di avere un partito unito, autorevole e forte, capace di governare il Partito Democratico in una fase che si annuncia difficile, anche in previsione di uno scontro elettorale che chiamerà tutti ad uno sforzo supplementare. Attorno alla capacità politica e progettuale del Partito Democratico deve ricomporsi l'interesse generale della città e l'unità di tutto il centrosinistra.
Tre quindi i temi che segnalo all'attenzione dell'Assemblea
Il programma, le alleanze e il profilo dei candidati.
Per quel che concerne il programma il Partito Democratico, in vista del confronto con la coalizione di centrosinistra, porterà a sintesi il lavoro già intrapreso dall'amministrazione comunale con i punti fondamentali esplicitati in occasione della conferenza programmatica di novembre e integrati dai contributi del candidato sindaco. In particolare, saranno fondamentali i temi dello sviluppo locale sostenibile e dei beni comuni; del centro storico e dell'ambiente come assi strategici della crescita; della cultura come elemento di competitività della città, dei giovani e dell'identità di territorio; delle nuove forme di democrazia e partecipazione pubblica; del welfare municipale; della qualità della vita connessa a servizi innovativi capaci di promuovere libertà e uguaglianza; della comunicazione. Un programma che fa riferimento sia ai documenti fondamentali della programmazione regionale (Disegno Strategico Regionale) sia provinciale sia al nuovo posizionamento di Orvieto in seguito alla realizzazione di importanti infrastrutture viarie.
Il programma, infine, dovrà affrontare il tema degli strumenti attraverso i quali restituire ad Orvieto una centralità e un protagonismo territoriale e di comprensorio, fattori questi essenziali al fine di governare con politiche coerenti il territorio di area vasta.
Relativamente alle questioni delle alleanze si ribadisce la volontà di proseguire nel confronto con tutte le forze politiche del centrosinistra in accordo con i documenti d'intesa regionali e provinciali. A partire dall'attuale maggioranza che regge il Comune di Orvieto, il Partito Democratico intende quindi ampliare la coalizione al fine di dare adeguata rappresentanza alle differenti sensibilità politiche presenti in città sulla base di una chiara condivisione programmatica.
Infine, sul profilo dei candidati, è opportuno proseguire nella valorizzazione delle risorse e delle risorse che in questi anni sono cresciute. Segnatamente, sarà nostro obiettivo quello di individuare e valorizzare i criteri dell'innovazione, della competenza e della trasparenza.
Sulla base di queste sommarie linee, che sarà mia cura esplicitare nel prossimo incontro, chiedo al coordinamento comunale di rinnovarmi la fiducia per restituire al partito una direzione unitaria da sottoporre, al voto dell'assemblea che convochiamo per venerdì 17 aprile, presso questa stessa sede, alle ore 21.00.
Noi dobbiamo vincere le elezioni comunali di giugno e guadagnare consensi importanti alle provinciali e alle europee. Naturalmente lo dobbiamo fare tutti insieme con la stessa passione che abbiamo saputo dimostrare nelle altre occasioni dove abbiamo affermato i nostri valori. Chiedo a tutti un impegno supplementare perché nello sforzo congiunto, nell'allegria delle passioni politiche possiamo trovare meglio quello che ci unisce in un vincolo di speranza e di utopia. E chiedo a te, infine, Loriana, di dedicarti con la generosità che ti è propria a far vincere questo partito e a dare forza, energia e passione ai tanti volontari, militanti ed elettori; alle donne e agli uomini che fanno grande questa nostra comunità. Perché se la democrazia fa bella la città, la nostra vittoria dovrà farla anche felice.http://www.orvietonews.it/index.php?page=notizie&id=20463
San Benedetto del Tronto | Dopo aver segnalato il caso delle primarie gestite dalla "clancrazia", per la scelta dei candidati provinciali, mi sono convinto di raddoppiare. E quindi propongo: "Primarie" e, in più, il progetto "Doparie". Vi spiego di cosa si tratta...
di Tonino Armata
Tonino Armata
Per evitare equivoci, premetto che sono un fiero sostenitore delle "Primarie". Vivo da quasi 30 anni in questa città e, da cittadino, ho visto la sua lenta decadenza politica, pertanto non posso non chiedermene le ragioni.
Altri, più partecipi di me alla quotidianità sambenedettese, dicono che l'indole conservatrice della popolazione, gli interessi di categoria che prevalgono su quelli generali, l'impossibilità di introdurre elementi nuovi nella gestione politica hanno generato negli anni appiattimento e connivenze.
Non so se questo sia vero, ma c'è una convinzione diffusa che le decisioni che contano siano prese da un gruppo ristretto di persone, sempre le stesse, che sono ostaggio di corporazioni e impedisce alla popolazione la scelta dei propri rappresentanti in Comune di San Benedetto è per tradizione una città di sinistra. Epperò, la sinistra, non sa parlare alla gente, crede che la gente abbia sentimenti antipolitici e non sa guardare al futuro. Per provare a cambiare un meccanismo che produce sfiducia e indifferenza, il PD è stato il primo partito a teorizzare le primarie come metodo di elezione di un candidato.
Ma se i candidati che concorrono alla poltrona di Presidente della provincia di Ascoli Piceno sono scelti dai delegati del partito, è solo finzione, poiché è lecito pensare che ancora una volta si mettano d'accordo fra loro sul nome che deve vincere e quello che deve perdere. Le primarie rappresentano un'idea forte di democrazia e una discontinuità effettiva rispetto alla vecchia politica. Un tentativo di cambiamento, di vera "Democrazia Partecipata". Per creare finalmente una politica felice, noi dobbiamo decidere di dargli vita. Impedire che i soliti noti se la cantino da soli e decidono per tutti.
E' sempre più evidente lo scollamento tra l'elettorato del PD della nostra città e della nostra provincia e chi dovrebbe rappresentarlo. Prevale nella cosiddetta base l'impressione di non contare nulla, premessa di un assenteismo punitivo nelle prossime elezioni provinciali. Eppure è paradossale che il fenomeno del distacco avvenga in un'epoca caratterizzata, come non mai, dalla possibilità ampiamente realizzata da milioni d'individui, di scambio di massa tra le persone singole e tra queste ed ogni tipo d'istituzione.
E vero, non esistono quasi più o sono semi deserti i circoli territoriali, ma quanti milioni di collegamenti si realizzano in rete e si articolano in blog, facebook, fogli d'informazione trasmessi via e-mail e altri accessi in Internet? Il PD nostrano, anchilosato dai suoi vecchi marpioni e nei riti ormai disseccati, sembra non accorgersi del cambiamento imposto dall'avvento dell'era informatica e ricalcitra di fronte all'idea di farlo proprio. Non si tratta, però, di un'idiosincrasia tecnica ma di una resistenza politica.
Non si vuole l'irrompere nel gioco interno della nomenklatura di una base messa in grado di manifestare a maggioranza una volontà propria, di sostenere l'emergere di nuovi personaggi, di mandare a casa chi non riscuota più la sua fiducia. Una conferma viene dal riemergere di una sorda ostilità verso le primarie. Vedi ad esempio nella riunione per la scelta dei candidati alle elezioni provinciali, l'affermazione di alcuni esponenti del Pd cittadino, l'ex sindaco Paolo Perazzoli e l'ex deputato Paolo Menzietti, secondo i quali "le primarie rispondono a un'idea presidenziale, e che non appartengono alla cultura politica italiana ed europea".
La pulsione a riproporre il vecchio copione, per cui i soliti noti se la cantano e se la suonano, non rispondono mai dei loro errori, si autoassolvono di fronte ai militanti e cercano di condizionare con tutte le loro forze il partito verso il futuro, mi ha spinto a prestare attenzione a chi invece è molto intenzionato a far crescere il PD e spingerlo a un migliore futuro. Per questo dopo aver segnalato il caso delle primarie gestite dalla clancrazia, per la scelta dei candidati provinciali, mi sono convinto di raddoppiare.
E quindi propongo: "Primarie" e in più il progetto "Doparie". Non starò a riassumere i dettagli tecnici e mi limiterò a dire che le "Doparie" dovrebbero svolgersi nei periodi post elettorali (non servono quindi per scegliere candidati) per prendere decisioni con procedura simile alle primarie su alternative di scelta affidate alla democrazia partecipativa degli elettori: (alimentazione forzata sì o no? Tav sì o no? ritorno al nucleare sì o no? Città dei bambini sì o no? Torre dell'Agraria sì o no? ecc.).
Secondo il progetto le "Doparie" nazionali e/o locali dovrebbero svolgersi una o due volta l'anno in seggi predisposti dai Movimenti, dai partiti o coalizioni dove si recherebbero gli iscritti (e gli elettori simpatizzanti). In tal modo le decisioni più controverse uscirebbero dalle compromissioni verticistiche e rifletterebbero la volontà maggioritaria dei votanti. Sul fine vita, ad esempio, quanti "cattolici adulti" potrebbero far sentire una voce ben più forte di quella di quattro teodem? Detto questo aggiungo che le votazioni sarebbero più agevoli se si svolgessero anche col sistema informatico.
Anche questo è un nodo politico. Il nuovo statuto del Pd, infatti, prevede, all'art. 28, referendum interni informatici. Non è un caso se quell'articolo sia stato subito dimenticato e Veltroni sia giunto a dimettersi senza che nessuno abbia chiesto un parere ai tre milioni e più che lo avevano eletto.
DOPARIE
Le doparie non sono state immaginate come referendum aperti alla partecipazione di tutti i cittadini italiani, bensì come consultazioni tra partiti e quella parte di cittadini che si riconoscono come loro elettori. Come nel caso delle primarie, i risultati delle doparie non hanno valore vincolante, ma servono principalmente a riannodare il legame allentato e sfilacciato tra partiti e loro elettori, che sono un fattore centrale della crisi delle odierne democrazie rappresentative.
Viviamo nel nostro Paese una fase politica molto difficile. Abbiamo di fronte una democrazia seriamente ammalata in cui esplodono a raffica difficoltà e tensioni sociali, e in cui è profondamente intaccato il rapporto di lealtà tra cittadini e politici. C'è ancora qualcosa che si può fare per fermare il declino e invertire la rotta?
Studi scientifici sulle emozioni dimostrano che gli istituti di democrazia diretta incrementano la felicità personale: i cittadini svizzeri sono più soddisfatti nei cantoni, dove possono influenzare maggiormente le decisioni politiche. Ci vorrebbe nel nostro Paese un nuovo strumento di partecipazione democratica allargata, che riavvicini gli elettori alla politica e che consenta loro di provare nuovamente fiducia nei confronti dei politici, senza più considerarli come appartenenti ad una casta privilegiata e intoccabile. Lo strumento per rispondere validamente alla crisi della politica e alle denunce dell'antipolitica sono le DOPARIE, ossia, le "primarie" svolte dopo le elezioni e vertenti su questioni e decisioni di governo.
Il termine "doparie" ha un significato duplice: si collega al termine primarie: mentre le primarie si fanno prima delle elezioni, le doparie si fanno dopo elezioni, quando è maggiore lo scollamento tra politica e problemi dei cittadini; fa venire in mente il fenomeno del doping, però in questo caso si tratta di doping positivo: come il movimento del corpo fa bene al cervello, così i movimenti della società civile e la partecipazione democratica possono aiutare i partiti a governare.
Attraverso una doparia, il partito o le coalizioni al potere potrebbero consultare i propri elettori a proposito di questioni non previste al momento della redazione del programma di governo, oppure riguardo a questioni previste dal programma ma che spaccano la coalizione. Si veda, ad esempio, la tassazione al 20% delle rendite finanziarie, che era presente nel programma dell'Unione ma che ha spaccato la coalizione di governo.
Una doparia consultiva su questo tema avrebbe degli effetti sicuramente positivi: gli elettori si sentirebbero spinti a interessarsi delle questioni pubbliche e si sentirebbero finalmente coinvolti e ascoltati dai politici per le decisioni più importanti; i politici stessi riacquisterebbero una parte della fiducia degli elettori; il governo avrebbe la forza e il consenso per prendere decisioni difficili. Ma le doparie oltre a essere consultive, potrebbero anche essere propositive. Qualora i cittadini si accorgessero di un problema sociale per loro importante ma assente dall'agenda politica, essi potrebbero spingere la propria coalizione di governo a indire una doparia.
Un esempio? Il doppio cartellino dei prezzi in euro e in lire. Se ci fossero state le doparie nel 2002, quando dopo il cambio lire-euro è iniziata la speculazione sui prezzi dei beni al consumo, i cittadini avrebbero potuto costringere i politici a rendere obbligatorio il doppio cartellino, con un chiaro effetto deterrente contro l'aumento sconsiderato dei prezzi.
Altri esempi? L'istituzione di un salario di disoccupazione. La Tav in Val di Susa. L'innalzamento dei fondi per la ricerca scientifica e per la cultura...Questo strumento di democrazia partecipativa nelle mani dei cittadini costituirebbe una continuazione ideale di movimenti e processi associativi della società civile, che sono nati, sono cresciuti dal punto di vista mediatico e poi sono sfioriti proprio per l'assenza di strumenti di partecipazione.http://www.ilquotidiano.it/articoli/2009/04/13/96817/partito-democratico-tra-primarie-e-doparie
Predappio: vince a sorpresa Frassineti
Lo hanno scelto 365 elettori, contro 296 che hanno votato Villiam Flamigni. Frassineti ha vinto in tutte le sezioni, tranne a San Savino e Tontola
- Giorgio Frassineti, 44 anni, è il candidato a sindaco del Pd per le elezioni amministrative di giugno a Predappio. Lo hanno scelto 365 elettori alle primarie di ieri, contro 296 che hanno votato Villiam Flamigni. Frassineti ha vinto in tutte le sezioni, tranne a San Savino e Tontola, dove Flamigni si è piazzato primo con 107 voti contro 37.
Commenta a caldo il vincitore: "Questa vittoria contiene una nota amara, la morte in queste ore di mia nonna. Faccio i complimenti a Flamigni per la correttezza e l’onestà. Lavoreremo insieme". Risponde lo sconfitto: "Gli faccio tanti\ auguri. Oltre che più giovane, è da meno anni in politica. Il mio futuro? Lo decideremo nel partito".
L’affluenza alle urne è stata tranquilla, ma i 672 votanti (661 schede valide) hanno battuto i 500 dell’anno scorso per scegliere Veltroni. Nel seggio di Predappio, come raccontano i responsabili Luigi Lolli e Giordano Mercatali, ha votato anche una decina di immigrati extracomunitari.
La maggioranza dei votanti è formata di adulti e anziani, ma non sono mancati diversi giovani, come la sedicenne Agnese Dossi. Per i primi parla Livia Moretti, 83 anni, ex consigliere comunale di sinistra: "Ho sempre votato nello stesso modo". Aggiunge sibillino Francesco Casadei'"
Rossi, 70 anni, imprenditore edile: "Ho votato perché Predappio resti com’è nata. Anzi, funzioni meglio". Per i giovani parla Silvia Leoni, 18 anni, studentessa al liceo scientifico di Forlì: "E’ la prima volta che voto e la partecipazione alla vita pubblica del paese m’interessa".
Aggiunge la mamma, Patrizia Incerti, commerciante: "In famiglia riteniamo che sia un dovere scegliere il candidato a sindaco".
I genitori e le due figlie sono orientati sullo stesso nome. Anche la famiglia di Elena Mengozzi, 46 anni, impiegata, si è recata al voto al completo. Ma i due genitori e la figlia 21enne non concordano sul candidato. "Siamo l’espressione — sorride la signora — del nuovo Pd: genitori da provenienze diverse, la giovane figlia simbolo del nuovo partito". Sono molti i non iscritti al partito, come Dumer Michelacci, 40 anni, libero professionista, sposato e con due figli, per il quale "è indispensabile la partecipazione attiva dei cittadini".
Condivide l’idea anche la francese sposata a Predappio Marie Line Zucchiatti, 44 anni, insegnante alla Scuola per interpreti di Forlì. Clima sereno anche nei seggi delle frazioni, specialmente a Fiumana, con tanto di torte, bibite, caffè e frappe rosse. "A Fiumana — racconta l’ex sindaco Ivo Marcelli — il seggio è stato animato anche da diversi giovani, fra cui una decina di sportivi, che hanno votato al termine della partita di calcio".
Primarie vere salvavita per il Pd
Mario Pirani
la Repubblica
Con l´aria che tira il Pd non dovrebbe trascurare qualche segnale di speranza, specie quando perviene dalla società civile, che altro non è se non quella parte di opinione pubblica democratica che riesce a farsi sentire al di fuori delle sclerotiche strutture di partito. L´esempio mi è fornito dall´ultimo numero dell´interessante mensile forlivese Una città (n. 161, gennaio 2009). Fra il materiale raccolto anche questa volta dalla rete, in gran parte volontaria, cui fa capo, spicca un forum sulle primarie svoltesi recentemente a Forlì e a Bologna, in vista delle amministrative del 6-7 giugno, cui hanno partecipato Salvatore Vassallo della direzione del Pd, costituzionalista assai vicino a Veltroni, Roberto Balzani, candidato sindaco di Forlì, uscito vincente sul sindaco in carica, Matteo Lepore, coordinatore del gruppo che a Bologna appoggiava l´assessore all´urbanistica, Virginio Merola, fedele cofferatiano, che pur con 5300 voti è stato battuto dal candidato della maggioranza, Flavio Del Buono, vincente col 49% dei voti e, infine, Roberto Fasoli, consigliere del Pd a Verona, estremamente critico verso il gruppo dirigente del suo partito.
L´esperienza delle primarie forlivesi rappresenta il punto focale della discussione. Hanno votato 8000 cittadini (circa il 70% di quanti avevano scelto Veltroni come segretario) e Balzani ha prevalso per 44 voti sul sindaco uscente, Nadia Masini per la quale si erano schierati tutti i dirigenti dei Ds e Margherita, sia locali che nazionali (erano venuti a parlare in suo appoggio, rispettivamente, sia Bersani che Pinza). La motivazione degli sfidanti all´inizio era incerta, come si evince dal forum di cui cito qualche frase, cominciando con Balzani, 47 anni, docente dell´Ateneo bolognese, aderente al Pd ma di provenienza repubblicana, discepolo di Spadolini: «Perché è nata questa sfida? Dopo le elezioni del 2008 molti di noi si sono chiesti se aveva ancora senso partecipare a una politica fatta così... Un gruppo di noi un po´ delusi ci siamo chiesti: cosa facciamo? Ci proviamo o ognuno torna a fare il suo mestiere? Ci siamo detti che c´era un modo di fare un´ultima verifica sulla fattibilità del progetto del Partito democratico, innanzi tutto delle primarie vere. Di vincere non avevamo l´idea, anzi pensavamo fosse altamente improbabile, però speravamo di resuscitare lo spirito iniziale. Accolta con malcelato fastidio la nostra candidatura ha, però, raccolto il 30% dell´Unione comunale (assemblea di tutti i quadri locali, ndr), senza la quale non avremmo potuto neppure formalizzarla... Abbiamo messo assieme persone molto eterogenee, più della metà donne e una quota altissima di giovani. Ci siamo messi a fare una campagna dal basso, con un linguaggio e forme di aggregazione diverse rispetto a quelle del partito. Alla prima riunione per il lancio della candidatura avevamo scelto una sala molto grande, perché ci eravamo detti: se sono pochi, meno di 400, chiudiamo il giorno dopo e tanti saluti. Un ragionamento opposto a quello dei politici che prendono la sala piccola per far stare in piedi le persone. Ebbene da noi la gente era in piedi e molti non riuscivano ad entrare. Allora siamo andati avanti, anche se il partito si è schierato monoliticamente per l´altro candidato. Ora resta l´interrogativo su un gruppo dirigente che continua a non capire assolutamente quello che è successo (gli ex ds e margherita stanno cercando di ingabbiare il candidato eletto in uno schema programmatico e di scelta degli uomini di loro fiducia, ndr). Ma noi lo abbiamo detto fin dalle prime battute, quel che ci interessa è dimostrare che il Pd può essere un elemento di rinnovamento della politica. Il sindaco a tutti i costi non lo voglio fare, perché tengo molto di più alla mia onestà intellettuale. Mi auguro che le pressioni non supereranno un certo limite, altrimenti noi non andremo fino in fondo».
Lepore: «A Bologna l´esito è stato differente da quello di Forlì. Però per la prima volta un candidato non ha preso il 90% ma il 49% e questo non è un elemento di debolezza ma di democrazia». Vassallo: «Queste sono le prime primarie in cui diventa plausibile una vera competizione. Finora c´erano state varie occasioni, chiamate impropriamente primarie... dall´esito largamente scontato in anticipo (ad eccezione della Puglia)». Fasoli: «Preferisco pensare che il Pd non sia ancora nato, perché se dovessi darlo per nato così, lo darei per morto. Se vogliamo che esca da questo stato le esperienze di Forlì e Bologna, devono diventare pratica concreta».
Dunque, le primarie vere come terapia salvavita.
Il caso Soru: perché il PD avrà comunque un leader fuori dal PD
Non vivo in Sardegna, non conosco la qualità dell’ultima amministrazione regionale e dunque non saprei se Renato Soru merita di essere rieletto governatore dell’isola. So però che la grande attenzione nazionale che si è subito prodotta intorno al “caso Soru”, come possibile leader del PD, racconta una storia che non ha niente a che fare con la Sardegna. Più chiaramente di qualunque analisi politica, quell’attenzione trasmette una convinzione che è ormai senso comune: il prossimo contendente di Berlusconi non sarà Veltroni né nessun altro esponente dell’attuale gruppo dirigente del PD.
È sufficiente che faccia capolino sulla scena nazionale un outsider capace di vantare un buon grado di lontananza dal gruppo dirigente democratico, associato come nel caso di Soru ad un rispettabile curriculum professionale e amministrativo, perché gli occhi e le riflessioni di tutti vi vedano subito una possibile soluzione al pantano dell’opposizione. Non importa quali siano le sue convinzioni più autentiche né se vi sia una reale innovazione di contenuti. La centralità del programma? Non scherziamo. La soluzione che il centrosinistra sta cercando è nella capacità di leadership, perché il suo problema è nell’assenza di leadership.
Evidentemente, come dimostra il caso Soru, nessuno lo dice ma tutti lo pensano. Perché per tutti, anche al di fuori dei circoli professionali della politica, il prossimo giro elettorale vedrà la guida del centrosinistra affidata a qualcuno che sia l’incarnazione quindici anni dopo di quello che fu Romano Prodi per il primo Ulivo. Una personalità che sia in grado di federare soggetti politici incapaci, ciascuno nella sua dimensione piccola o grande, di esprimere una leadership unificante e competitiva. Nel 1996 quella personalità fu espressione (forse l’ultima) della cultura politica della sinistra democristiana e di una precisa tradizione di managerialità pubblica. Nessuno al momento può sapere da quale tradizione culturale, civile o imprenditoriale sarà prodotto il prossimo federatore del centrosinistra, nel 2010 o quando ci troveremo nuovamente a votare per il Parlamento. Quel che è certo è che non sarà uno di loro, non sarà un qualunque esponente di quel vasto gruppo dirigente post-comunista e post-popolare che ha insediato Veltroni alla guida del PD ritenendolo l’unico spendibile sul mercato politico del 2008. Non sarà evidentemente Veltroni ma nemmeno D’Alema o chi possa contare sul suo mandato come Bersani. Non sarà Rutelli, se ancora farà parte del PD, né un altro esponente di quell’area “né PCI né DC” che non è riuscita a trovare nel partito democratico le forme per la propria rigenerazione. Quel prossimo leader che cercherà di entrare a Palazzo Chigi per il centrosinistra sarà una qualche variante dell’ipotesi Soru: forse proprio lui, se riuscirà intanto a vincere le prossime elezioni sarde, o comunque qualcuno che ne riproduca il modello di outsider chiamato in soccorso dai professionisti della politica.
Sarà un bene o un male ricorrere ancora una volta alla soluzione del federatore esterno? Sicuramente sarà una nuova manifestazione dell’eccezionalismo italiano, in virtù del quale la politica è costretta a cercare al di fuori dai propri confini il leader competitivo. Ma questa volta, davvero, sarà inutile prendersela con le tare storiche del nostro paese o con la subdola malevolenza di “poteri forti” nuovamente intenzionati a condizionare dall’esterno la politica democratica. Questa volta la colpa dell’ennesima manifestazione di particolarismo non potrà che essere attribuita a coloro che in questi anni hanno disposto del pallino del centrosinistra, godendo della piena e incondizionata facoltà di fondare nuovi partiti e definire i meccanismi di selezione e promozione dei gruppi dirigenti.
Se ancora una volta si torna a guardare fuori dal confine tradizionale dei partiti alla ricerca di un “cavaliere bianco”. è perché gli effetti di un controllo così totale sui destini del centrosinistra sono quelli che abbiamo di fronte agli occhi. Niente avrebbe impedito ai vari protagonisti di questo quindicennio di storia della sinistra italiana di essere loro stessi a determinare il proprio futuro, perché mai nella storia repubblicana si era avuto una tale debolezza delle tradizioni politiche e una così vasta disponibilità di spazi da riempire. Ma quel destino tornerà ad essere determinato dall’esterno dei partiti politici così come essi sono concretamente nell’Italia del 2009.
E allora dovremmo dirci che sarà un bene. Perché esistono nel paese disponibilità civili e morali, competenze intellettuali e professionali, capacità progettuali e di militanza che non possono andare perdute solo perché non si identificano con il berlusconismo e né riescono a farsi rappresentare da un Partito democratico che oggi è soltanto la scatola nella quale si sono rifugiate oligarchie residuali. Che sia Soru o un qualunque altro esponente di una parte del paese che vuole sottrarsi al declino politico, ben venga dunque chi costringerà quelle scatole vuote a tornare a darsi una funzione e una rappresentanza vitale. http://www.andrearomano.ilcannocchiale.it/
«Basta imitare il Cavaliere Un errore far cadere Romano»
Quando ha letto che Renato Soru si rifaceva all'esperienza dell'Ulivo, ha rotto gli indugi. E, cosa che fa raramente, s'è lasciata andare a un commento: «Finalmente uno che riconosce le nostre ragioni». Sandra Zampa è stata l'ombra di Romano Prodi, responsabile dell'ufficio stampa di Palazzo Chigi.Home Politica
Oggi è deputata del Pd. Guarda e assiste. Parla poco, di solito.
Onorevole, è in corso una vera e propria rivalutazione di Prodi. Secondo lei, perché oggi? Appena sette mese fa, nel centrosinistra, non era possibile neanche citarlo.
«Ci vuole tempo».
Tempo per cosa?
«Tempo per capire le cose che Prodi affermava. Per esempio, parlava già apertamente di crisi economica, della crisi che sarebbe arrivata di lì a breve: lo diceva quando ancora era al governo. Parlava dei rischi che correvamo e delle cose da fare».
E che cosa capiranno, nel prossimo futuro, nel centrosinistra, a proposito del Professore?
«Si capirà che errore enorme è stato far cadere il governo Prodi, quale ferita epocale si sia aperta nel centrosinistra e quanto tempo ci vorrà prima che si possa rimarginare».
Ma perché lo considera un errore così grande? Quanto poteva durare ancora quell'esecutivo, in quelle condizioni?
«Aspetti, una domanda per volta. Intanto ricordiamo qual era la situazione. Berlusconi era politicamente morto. Si ricorda il predellino? Accadde dopo l'ultimo, sfrenato tentativo di far cascare il governo. Tentativo che era fallito. E allora Berlusconi tirò fuori una sortita disperata e finale, i suoi alleati l'avevano mollato, Casini ormai non lo seguiva più, con Fini se le dicevano di tutti i colori. E invece l'hanno resuscitato, l'hanno fatto resuscitare».
D'accordo, ma il governo è caduto dopo un'inchiesta che portò all'arresto della moglie del ministro della Giustizia di allora, Clemente Mastella. Fu quell'evento a provocare la rottura?
«Non è così. Ce ne fu uno prima. O meglio, una serie di fatti».
Cominciamo dal primo.
«Il Pd cominciò ad avviare una trattativa con il centrodestra per arrivare alla riforma elettorale. Poco dopo, ci fu l'annuncio, sempre da parte del Pd, dell'intenzione, comunque, di correre da solo alle successive elezioni».
E allora?
«Allora quel messaggio ne conteneva un altro intrinseco».
Quale?
«Che si era arrivati a un passo dal chiudere un accordo sulla nuova legge elettorale».
Legge che avrebbe comunque spazzato via i partitini.
«Esatto. Di sicuro Mastella intese quel messaggio in quel modo. Sarebbe stata la sua fine e sicuramente non sarebbe rimasto lì a farsi cucinare a fuoco lento».
Per lui e gli altri partiti era meglio andare a votare con la vecchia legge, quella in vigore: sarebbero sopravvissuti. Vuol dire questo?
«Almeno questo loro credevano sarebbe successo. E invece tutti quelli che hanno provato a chiudere intese con Berlusconi sono rimasti fregati. Si ricorda di quell'organismo che si chiamava Bicamerale?».
D'accordo, se non fosse stato Mastella sarebbe stato Dini. C'avrebbe pensato lui a far cadere il governo.
«Guardi, si era creato un clima ostile al governo, questo è chiaro. Clima reso difficile da un'intervista di Bertinotti che dichiarava di fatto chiusa quell'esperienza. La caduta ha più responsabili. Ma Dini non ne avrebbe avuto il coraggio. Sono d'accordo con chi la pensa così».
Chi, scusi?
«Niente, mi riferisco a colloqui privati. Dini non avrebbe fatto cadere il governo. Mastella è stato invece lo strumento della situazione, Berlusconi l'ha lusingato con mille promesse che poi regolarmente non ha mantenuto».
Eppure, in quel momento il govenro sembrava aver superato la fase critica, o no?
«Era esattamente quello che pensava Prodi. Fatto il protocollo sul welfare, approvata una Finanziaria di altissimo livello, la coalizione sembrava aver superato la fase più delicata, sembrava essere uscita dall'emergenza».
Va bene, onorevole. Il passato è passato. La scorsa campagna elettorale il Pd l'ha fatta marcando la differenza con l'Unione. Oggi Soru si candida a recuperare l'Ulivo. Che cos'è? Una rivisitazione storica?
«Reclutare Soru tra gli ulivisti sarebbe quanto meno una forzatura, ma almeno ha riconosciuto le nostre ragioni e non ha mai ripudiato quell'esperienza. Dal Pd non si torna indietro, quello che c'è da recuperare è lo spirito dell'Ulivo. Il presidente della Sardegna sa infatti benissimo che non solo Prodi è e resta l'unico ad aver battuto Berlusconi e ad aver vinto le elezioni, ma l'unico ad aver governato facendo riforme».
Ma come c'è riuscito?
«Perché Prodi non ha mai imitato Berlusconi. Al contrario, l'ha sempre criticato, s'è sempre presentato come qualcosa di diverso, alle volte anche l'opposto. La gente l'ha capito. E non l'ha dimenticato».
E Veltroni?
«Veltroni è il segretario del Pd, un soggetto in cui credo fortemente».
D'accordo, è innegabile però che abbia commesso errori clamorosi.
«Questo lo dice lei».
Perché? Non ne ha commessi?
«Se non abbiamo vinto le elezioni, se si sperava in una vittoria o almeno in una sconfitta di misura, bene allora errori ce ne sono stati».
Quali?
«No, non me la sento».
Me ne indichi tre.
«No, non partecipo a questo giochino».
Allora gli dia un consiglio.
«Raddoppi, triplichi la democrazia interna. Assieme a lui i cittadini hanno eletto un'assemblea costituente, che è il luogo della democrazia del Pd: abbia il coraggio di aprire un confronto vero. Venga e dica: ora parliamo. Farebbe il bene suo e del partito».
F. d. O.http://iltempo.ilsole24ore.com/politica/2009/01/12/975295-basta_imitare_cavaliere_errore_cadere_romano.shtml
Renato, l'ulivista sulle orme di Prodi
che Silvio vuol «soffocare nella culla»
L'obiettivo del Cavaliere: evitare cambi di scenario nell'opposizione
E' vero che Romano Prodi non ha più parlato di politica interna, da quando ha lasciato Palazzo Chigi. Ma ciò non vuol dire che abbia smesso di interessarsene. C'è traccia dei suoi recenti colloqui riservati con Renato Soru nell'intervista che il governatore della Sardegna ha concesso all'Espresso.
Su Soru la profezia di Francesco Cossiga risale a un mese fa, quando si disse «sicuro che il mio amico Renato punta a sbarcare a Roma». Ma ciò che l'ex capo dello Stato racconta oggi è se possibile ancor più interessante, perché, confermando recenti «contatti diretti» tra il governatore dimissionario e Romano Prodi, svela i contorni della sfida all'interno del Pd: «Sia chiaro, Soru gioca in proprio — dice Cossiga — ma non solo è appoggiato da Arturo Parisi. Il gioco politico, tutto incentrato sull'ulivismo, interessa anche Massimo D'Alema». Lo scenario è suggestivo. E gli indizi nell'intervista all'Espresso lo alimentano. Quel riferimento di Soru al modo in cui andò in crisi il governo Prodi riporta a un battuta che il Professore fece al segretario del Pri, Francesco Nucara: «Non è stato Clemente Mastella a farmi cadere ». Proprio quanto ieri il prodiano Barbi ha esplicitato: «Quando Walter Veltroni, da leader del Pd, parlò di una nuova stagione politica, diede una spinta determinante alla fine del governo di Romano».
LA DC O L'ULIVO - Ma c'è di più. L'esaltazione dell'Ulivo fatta da Soru evoca una confidenza che Prodi affidò poco prima della crisi a un altro esponente dello schieramento avverso, l'attuale ministro Gianfranco Rotondi. Allora Rotondi criticò il premier, ormai vicino alla caduta: «Hai commesso un errore, Romano. Tu dovevi rifare la Dc». E Prodi — secondo il racconto del dirigente di centrodestra — gli rispose: «Questo tema fu motivo delle mie incomprensioni con il cardinal Ruini. Anche Kohl mi suggerì la stessa cosa: "Va tutto bene, ma devi rifare la Dc". Così mi disse: "Devi rifare la Dc, costruire un nuovo Chi è centro che poi si allei con la sinistra". Tutti reputavano dovessi fare una cosa in cui non credevo ». Prodi puntava invece «sull'Ulivo », proprio come oggi fa Soru. Lo schema è simile a quello del Professore, al punto che è stata riesumata la bandiera dell'antiberlusconismo.
SOTTO OSSERVAZIONE - Il governatore sardo sapeva che il Cavaliere l'aveva messo sotto osservazione, arrivando a testarne le potenzialità di leader nazionale con sondaggi riservati. E se la scorsa settimana il premier aveva deciso di sfidarlo apertamente è perché — come ha riferito un autorevole ministro forzista — «Silvio vuole politicamente soffocarlo nella culla». Insomma, vorrebbe evitare un cambio di scenario in corsa: preferirebbe tenere gli attuali equilibri nel rapporto maggioranza-opposizione. Il punto è se davvero il Cavaliere — come ha annunciato giorni fa — passerà «tutti i prossimi fine settimana a far campagna elettorale» per le elezioni sarde. È «sorpreso» Cossiga: «Si tratta di una mossa azzardata». Certo, nell'isola, alle Politiche di quest'anno, la coalizione di centrodestra (senza l'Udc) ha battuto l'alleanza guidata da Veltroni: 43% contro 40%. Ma alle Regionali del 2004 Soru vinse con dieci punti di vantaggio, e ancora oggi nei sondaggi ha il più alto indice di gradimento tra i sardi, mentre lo sfidante Ugo Cappellacci è poco conosciuto. Ci sarà un motivo quindi se Berlusconi in Sardegna — al contrario di quanto decise per l'Abruzzo — ha accettato l'intesa con Pier Ferdinando Casini senza chiedergli di entrare nel Pdl... «Se mi impegno io, vinciamo », assicurava nei giorni scorsi il Cavaliere. Ma nei test riservati che ha preso ad analizzare, i «venti punti di vantaggio» su Soru — annunciati ieri — per ora non si tradurrebbero elettoralmente a favore del suo runner. La grande sfida si deciderà nei piccoli numeri, con le liste locali. In Sardegna il territorio è per gran parte controllato dal centrosinistra, sebbene Soru abbia «un problema» secondo Cossiga: «Prodiano di complemento, Renato è sostenuto da pezzi della Dc d'antan. Ma da giovane credo votasse socialista, certamente non sardista. Per questo il Psd'az si è schierato dall'altra parte». Psd'az e Udc insieme fanno sette punti percentuali, al fixing delle Politiche 2008. Un buon bottino di partenza per il premier, che tuttavia non sembra più del tutto convinto di gettarsi personalmente nella mischia. E comunque, «Berlusconi versus Soru» — alla luce dei contatti tra il governatore uscente e Prodi — richiama alla mente i duelli tra il Cavaliere e il Professore. Il modo in cui Soru ha attaccato ieri il premier («i problemi dei giovani non si risolvono con le barzellette») ha ricordato le stilettate del fondatore dell'Ulivo. «Ci sarebbe voluta una sala più grande», ha replicato Berlusconi giungendo alla convention di Cagliari: «Serviva una sala più grande per una Sardegna che vuole tornare a ridere ». Perché questo è il difetto di Soru, secondo il Cavaliere: «È sempre cupo, scostante», ha detto a Giuseppe Cossiga. E il sottosegretario alla Difesa, sardo come Soru, ha risposto: «Presidente, qui sono sardi, mica brianzoli».
Il Sole 24Ore: "L'ipotesi Soru è il segno che nel Pd qualcosa sta già cambiando"
Redazione
domenica 11 gennaio 2009 - ore 16:21
L'articolo di Stefano Folli pubblicato sabato 10 gennaio dal quotidiano Il Sole 24Ore
Non sappiamo se Renato Soru diventerà prima o poi il leader del Partito Democratico. Forse si, forse no. Dipende dalle infinite circostanze della politica più che dalle pressioni mediatiche. E anche, è evidente, dal risultato delle imminenti elezioni regionali in Sardegna. Quello che colpisce, è la ferma determinazione dell’uomo: testimoniata dall’importante intervista all’”Espresso” in edicola. C’è in lui l’ambizione di porsi come concorrente diretto di Berlusconi, ignorando o quasi la presenza di una figura minore come Ugo Cappellacci, il candidato del centrodestra sull’isola.
Ma è soprattutto nel linguaggio e nell’approccio alla battaglia politica che Soru si offre come un innovatore. Si sente che il fondatore di Tiscali non è uscito da una burocrazia di partito e non si attarda in nostalgie (magari inconsce) di un mondo anacronistico. Al tempo stesso non disprezza i partiti, non amoreggia – a differenza di Berlusconi – con l’anti-politica: quel suo cenno, in polemica indiretta con Veltroni, all’esigenza di un nuovo Ulivo, più vicino alla visione originaria di Prodi, dimostra rispetto per la storia recente del centrosinistra.
Soru finisce così per incarnare i tratti del leader moderno, post-ideologico in senso compiuto. Uno che non ha bisogno di nascondere o mascherare il suo passato di uomo di partito, proprio perché ha un altro passato, essendo stato un imprenditore di successo e un pubblico amministratore. Uno che anche nella sfida rivolta alle strutture ingessate del Pd sardo dimostra di non aver paura di spezzare certe incrostazioni. Sarà lui l’uomo del futuro? Non si sa. Tuttavia dell’uomo del futuro ha alcune caratteristiche fondamentali. È più credibile di altri (più credibile soprattutto degli attuali reggitori del Pd), nel rappresentare una sintesi politica capace di sedurre l’elettorato. È chiaro che si tratta di una storia ancora tutta da scrivere. Ma è facile, ad esempio, immaginare una sintonia naturale fra Soru (o un altro come lui) e i sindaci del Nord impegnati e recuperare consensi sul territorio. Non è poco, considerando invece le difficoltà di comprensione che esistono tra i vari Chiamparino e i vertici del Pd romano.
La critica che si sente nell’aria è ovvia: Soru porterebbe con se un’impronta “berlusconiana”. Il ricco imprenditore che entra in politica e ne stravolge gli schemi. Ma la realtà è un po’ diversa. Innanzitutto perché il Pd non sembra essere in grado di trovare da solo la via della rivincita. In troppi casi viene percepito, a torto o a ragione, come il mantello che copre un vecchio ceto politico (erede del Pci, sottolinea malizioso Rutelli). Quindi, una svolta o una rottura sono indispensabili per uscire dalla paralisi. Ed è necessario individuare un personaggio capace di interpretare questa urgenza nel sistema bipolarer.
Prodi è riuscito due volte nell’impresa di battere la destra: nel ’96 e dieci anni dopo. Ma poi non è riuscito a governare, sfiancato dalle mediazioni. Forse ha pesato in questo la sua cultura di cattolico di sinistra figlio di un’altra epoca. Veltroni ha tentato un’operazione spericolata che non è riuscita. Il prossimo leader non dovrà essere, è logico, un Berlusconi di sinistra. Ma dovrà apparire un riformatore plausibile, con una visione concreta del Paese. Dovrà ricostruire un’alleanza stile Ulivo, ma con un profilo più smagliante e una reale vocazione realizzatrice. Può darsi che sia Soru l’uomo adatto, ma di certo Soru, Chiamparino, Cacciari hanno già mostrato quanto sia obsoleta l’attuale dirigenza del Pd.
Saltando a piedi pare tutti gli articoli sulla neve, parto dalla Gazzetta che dà conto dell’incontro ieri a Bologna del segretario regionale del PD Salvatore Caronna e dei duellanti fidentini del PD: “Pd, dietrofront sulle primarie: si va verso una soluzione politica”. “Sarà la segreteria regionale a scegliere il nome del candidato?”. L’articolo è di Gianluigi Negri: «Queste primarie non s’hanno da fare». Non avrà pronunciato una frase così a effetto, ma il senso è esattamente quello: Salvatore Caronna, segretario regionale del Pd, «stoppa», di fatto, le primarie nel Partito democratico fidentino.
Nell’incontro tenutosi ieri a Bologna con il sindaco Cerri, con il vicesindaco (e sfidante) Antonini e con il segretario del Pd borghigiano Gabriella Bussandri, Caronna avrebbe dato ancora un paio di giorni di tempo ad Antonini per trovare il modo di «ritirarsi» dalla competizione che egli stesso aveva aperto, annunciando la sua sfida a Cerri lo scorso 16 dicembre. Una competizione che era già programmata, secondo il regolamento, i prossimi 31 gennaio e 1° febbraio.
Quale sarà la decisione di Antonini? Andrà fino in fondo, onorando l’impegno preso con chi lo voleva a tutti i costi candidato e farà ugualmente le primarie? Se così fosse, Cerri non parteciperebbe. E allora Caronna, per far «ravvedere» Antonini, potrebbe anche decidere di conferirgli un incarico politico nel partito (probabilmente a livello regionale) pur di tenere unito il Pd fidentino, altrimenti destinato a spaccarsi ufficialmente.
Di fatto, dunque, la candidatura di Antonini verrebbe respinta dal «numero uno» regionale del Partito democratico: con un vicesindaco che sfida il proprio sindaco dopo quattro anni e mezzo di governo fianco a fianco (e con le spaccature insanabili tra ex Ds ed ex Margherita), le primarie fidentine, da «festa», si stavano trasformando in un vero e proprio «incubo».
Nell’incontro bolognese di ieri si è rafforzata ancor di più la posizione del sindaco Giuseppe Cerri. A lui sarebbe andato l’appoggio del segretario regionale. Ora Cerri ha la possibilità di confermare la propria candidatura, ma probabilmente si opterà per una «terza via»: la decisione sul nome dovrebbe essere «politica » e venir presa dai vertici provinciali e regionali.
Si attende, così, l’annuncio di un nuovo candidato di area ex Margherita (o di chiara collocazione centrista) che possa essere sostenuto anche dagli ex Ds. Cerri potrebbe quindi non essere più il candidato del Pd, vista l’imbarazzante «guerra» che gli ex Democratici di sinistra gli hanno fatto fino ad oggi. Ma rimarrebbe in «prima linea», magari con una lista civica che vada a sostegno del nuovo candidato del Pd. Un candidato che non uscirà dalle primarie fidentine che non si faranno, a meno che gli ex Ds non vogliano andare contro la volontà della propria segreteria regionale ma sarà l’espressione di una scelta politica presa a Bologna”. E così il PD è arrivato al massimo della sua contraddizione: si è presentato come il partito che doveva favorire la partecipazione e fare scegliere la sua classe dirigente direttamente dalla gente, e invece quelli che sceglieranno non saranno neppure i vertici locali ma quelli regionali. Va bè…
Polis, oltre che delle primarie di Fidenza, riferisce anche delle decisioni prese ieri da Caronna: “Via libera alle primarie per gli altri comuni: “ Se Fidenza rappresenta per Caronna una spina nel fianco considerevole, per gli altri Comuni del parmense dove il Pd è particolarmente rissoso non ci sono veti di sorta: se primarie devono essere, avanti tutta.
Si tratta di una affermazione di principio netta, giunta a poche ore dal termine del 10 gennaio, data entro la quale chi intende andare alle primarie per conquistare la candidatura a sindaco del Pd dovrà presentare le firme necessarie. Quello del segretario regionale è insomma una sorta di tana libera tutti che consente di tirare la volata a Ivan Paletti – a Fornovo si scontrerà quasi certamente col primo cittadino in carica Fiorenzo Bergamaschi – e a Roberto Ollari, ex assessore all’Urbanistica di Fontevivo, pronto al big match con l’uscente Massimiliano Grassi. Tutto questo aspettando di sapere il verdetto a Fidenza: nel Borgo si faranno le primarie? E se sì, saranno in differita?”. La differenza di principio per la quale a Fidenza le primarie non si possono fare mentre a Fornovo e Fontevivo sì rimane un mistero.http://www.parmadaily.it/Notizie/Dettaglio.aspx?pda=RST&pdi=18082
Boeri: «Il Parlamento? Oggi è un luogo dove coltivare i propri interessi»
di Claudia Fusani
Un Parlamento che sembra diventato «terreno dove coltivare gli interessi della propria impresa». Una corruzione, «di favori e non di bustarelle», fenomeno «sommerso» e difficile da pesare anche nella nostra economia. E il Pd che deve «assolutamente cercare un nuova identità nella «capacità di ricambio della propria classe politica». Il viaggio nell’ Italia dei favori continua con il professor Tito Boeri, economista, docente della Bocconi e fondatore della Voce.info.
Che tipo di corruzione è quella raccontata dalle inchieste di Firenze, Napoli, Pescara, Potenza?
«Sembra più un fenomeno legato agli scambi, siamo quasi nel campo del baratto, voti in cambio di una gara d’appalto confezionata su misura, di un incarico prestigioso o di una nomina. Più difficile anche da perseguire da un punto di vista giudiziario».
L’Ocse ci mette al 41° posto, la Banca Mondiale al 70° nella percezione del malaffare, lontanissimi dalle democrazie occidentali. Quanto pesa la corruzione sulla capacità di attrarre patrimoni e investimenti?
«In Italia gli investimenti esteri sono molto bassi per le inefficienze del sistema legale e la poca trasparenza nelle regole. La corruzione pesa sul nostro sviluppo perchè evita la concorrenza».
Stato “estraneo” rispetto al popolo, classe dirigente “barricata” a difesa dei suoi privilegi. In questi giorni giornalisti e sociologi indicano i responsabili di questo paese che sembra condannato alla corruzione.
Come continua?
«Con la Fondazione studi Rodolfo Debenedetti abbiamo individuato due problemi. Il primo attiene ai meccanismi di selezione della classe dirigente in Italia. Il secondo a quella che definiamo sanzione sociale contro la corruzione».
Quello che un tempo era il senso civico...
«Entrambi funzionano molto male. Sui meccanismi di selezione della classe politica, ad esempio. Una volta avevamo i partiti di massa che facevano scuola di politica e selezionavano i funzionari e li valutavano sul campo. Ora i partiti di massa non ci sono più, la selezione viene fatta dal segretario del partito, da vertici molto ristretti che hanno accentrato il potere anche grazie al finanziamento pubblico. Da ultimo è arrivata la ciliegina della legge elettorale senza preferenza. Di fatto oggi un segretario sceglie il candidato con meccanismi di cooptazione».
Il risultato?
«Abbiamo analizzato le coorti di ingresso in Parlamento dal dopoguerra a oggi. E abbiamo notato due cose: invecchiamento e abbassamento del livello di istruzione dei parlamentarii e calo di quelli con esperienze amministrative».
L’identikit del nostro parlamentare?
«Il 25% dei nuovi ingressi vengono dalle imprese. È la quota di manager più alta dal dopoguerra a oggi. Il risultato è che stanno in Parlamento una o al massimo due legislature. Restano però in contatto con il mondo della politica e diventano dei perfetti lobbisti. E il Parlamento è diventato il terreno dove si coltivano i propri interessi».
Lobbismo non vuol dire corruzione.
«No. Però è più facile perdere di vista il confine tra lecito e illecito quando la distinzione tra politica e affari non è netta. Sei stato in Parlamento per una legislatura, ti sei creato il tuo sistema di networking che poi utilizzi anche quando torni in azienda».
Leggendo le intercettazioni delle ultime inchieste, che idea si è fatto di questa nuova ipotetica classe di corruttori e corrotti?
«È una classe politica con un turn over molto elevato tra i parlamentari e zero ricambio tra i dirigenti del partito che si sentono garantiti nei loro incarichi anche se perdono e vanno all’opposizione».
Perchè il Pd boccheggia sotto l’onda della questione morale?
«Perchè avere una classe dirigente onesta è uno dei valori identitari del partito. Se quella classe viene travolta, perchè ha tradito quei principi, assistiamo agli effetti devastanti che abbiamo visto. Serve una segnale di rottura e riacquistare una nuova identità».
Come?
«C’è solo un modo: le primarie. Primarie vere, dal basso e senza cooptazioni dall’alto, far piazza pulita dei capibastone e selezionare persone nuove che siano responsabili di quello che fanno. Invece di rivendicare una unicità non più credibile, come quella di non essere corrotti, serve trovarne una nuova»http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=74883
Il gioco dell'Italia dei Valori ormai è chiaro e scoperto.
Le dichiarazioni rese da Antonio Di Pietro in questi giorni hanno fatto capire, in tutte le salse, che l'IdV è pronta a correre da sola se gli alleati non accetteranno il candidato sindaco dipietrista. "Non ci interessano né i tavoli né i tavolini", ha detto Di Pietro. Ed ha annunciato che il suo partito non si siederà a nessuno di questi tavoli. E nemmeno ha alcuna intenzione di partecipare a "primarie, secondarie e terziarie". Di Pietro ha in mente il "modello Abruzzo", nel quale l'Italia dei Valori ha imposto agli alleati il suo candidato presidente della Regione. Che ha perso, ma ha consentito al partito di Di Pietro di guadagnare consensi e di togliere il terreno dai piedi proprio del PD. In Abruzzo il Partito Democratico era indebolito dalle vicende giudiziarie che hanno coinvolto alcuni suoi esponenti, partendo dal presidente della Regione Del Turco. Ma certamente il PD abruzzese era ed è più forte di quello molisano. Per cui Di Pietro ha fatto i suoi conti ed ha fissato le regole. E per dare il colpo di grazia alle idee e ai piani del PD molisano ha anche bocciato, senza possibilità di tornare indietro, i due candidati che hanno in mente i vertici del PD, vale a dire Augusto Massa e GIuseppe Di Fabio. "NOn accetteremo mai - ha detto Di Pietro - vecchie facce della politica, di chi ha già ricoperto incarichi istituzionali anche ad altri livelli. Ci vuole rinnovamento, facce nuove, giovani". Le parole del leader dell'Italia dei Valori sono risuonate come un "de profundis" per Augusto Massa più che per Di Fabio. Infatti il nome di Di Fabio è stato messo sul tavolo dai vertici del PD più per provare a scompaginare i giochi altrui che con la convinzione di riproporre effettivamente il sindaco uscente. Insomma, per i vertici del PD Di Fabio è già "bruciato". Il suo nome si sarebbe potuto spendere soltanto se tutti gli alleati fossero stati d'accordo. Ma il principale alleato, l'IdV, ha già detto di no. E su Di Fabio non è d'accordo nemmeno la cosiddetta "sinistra radicale", che seppure frantumata e malridotta, è unita nel giudizio negativo della conduzione amministrativa di Di Fabio soprattutto per quanto riguarda la politica urbanistica. Nessuno ha condiviso le scelte del sindaco, per esempio, sulla realizzazione della nuova sede della Regione. GLi ambientalisti, i Comunisti Italiani, anche Rifondazione su questo argomento hanno espresso critiche durissime. E non è un caso che nel comitato "Città Sveglia!", costituitosi di recente ed impegnato proprio contro il progetto della coppia Iorio-Di Fabio di cementificare il vecchio Romagnoli, vi siano personaggi che militano nei partiti della sinistra: Verdi, Comunisti Italiani, Rifondazione Comunista. Dunque Di Fabio - lo sanno bene i vertici del PD - è un nome che non ha nessuna possibilità di aggregare le forze del centrosinistra. I dirigenti del Partito Democratico lo hanno messo sul tavolo anche con un altro obiettivo: quello di mettere in difficoltà i "dissidenti" del PD che fanno capo al presidente della Provincia, Nicola D'Ascanio. Un gruppo che dovrebbe sostenere, in linea teorica, Di Fabio, il quale è intervenuto proprio a sostegno di D'Ascanio durante la crisi alla Provincia. Ma è noto che il cosiddetto "gruppo D'Ascanio" ha uno stretto rapporto con l'Italia dei Valori e con Di Pietro. E tra il candidato di Di Pietro e Di Fabio, questi esponenti del PD si sarebbero trovati in grande difficoltà. Insomma Macchiarola e compagni avrebbero voluto che fossero anche D'Ascanio e i suoi ad "affossare" Di Fabio. Che, a quel punto, si sarebbe trovato fuori gioco in quanto ha già dichiarato che lui non parteciperà mai ad eventuali primarie. "Bruciato" Di Fabio, i vertici del PD avevano pronto il cosiddetto "piano B", vale a dire lanciare le primarie e candidare Augusto Massa, che avrebbe avuto anche il sostegno della sinistra "radicale". Ma Di Pietro non solo ha tolto le castagne dal fuoco a tutti, con il suo "no" a Di Fabio, ma ha anche annullato il "piano B" dei vertici del PD, perché il suo "no" lo ha esteso, in modo ancora più chiaro, ad Augusto Massa. Senza l'Italia dei Valori, tra l'altro, le primarie non avrebbero più senso e forse lo stesso Massa, qualora i dipietristi decidessero di correre da soli, magari supportati da una parte del PD e da espressioni della società civile, potrebbe scegliere di non candidarsi, per evitare una eventuale sconfitta. La situazione si è ulteriormente complicata dopo gli sviluppi che ci sono stati in casa PRC. I vertici del partito, che è orfano di alcuni esponenti passati nell'associazione "La Sinistra", hanno detto che, visto come si sono messe le cose, non parteciperanno, per il momento, a tavoli di trattative. Il PD, dunque, di fronte alla posizione netta di Di Pietro, è in grande difficoltà. L'ex pm ha fatto capire che se non passa la sua linea è pronto a correre con il suo candidato sindaco Massimo Romano da solo o "con chi ci sta". E così facendo ha lasciato aperte tutte le porte. Rigettando la "bomba ad orologeria" in casa del PD. Infatti è probabile che una parte del Partito Democratico, quella che fa capo proprio al gruppo di D'Ascanio, possa chiedere ai vertici di accettare che sia il candidato di Di Pietro a guidare la coalizione di centrosinistra, che a questo punto potrebbe contare sul sostegno anche di associazioni civiche ma rischia di perdere però una parte della sinistra radicale. Il PD potrebbe "trattare", in caso di vittoria, una maggiore visibilità nella giunta. Se invece i vertici del Partito Democratico dovessero decidere di correre in contrapposizione a Di Pietro, gli scenari potrebbero mutare. A quel punto Di Pietro si sentirebbe autorizzato ad allearsi con "chiunque". E torna alla mente il "modello Venafro", dove l'Italia dei Valori si è alleata con Forza Italia ed An sotto le mentite spoglie di una lista civica. Ma potrebbe anche accadere che il centrodestra resti compatto e il centrosinistra scenda in campo con un candidato dell'Italia dei Valori ed uno del PD. Una situazione che potrebbe avere come effetto il ballottaggio tra il candidato del PDL e quello che prenderà un voto in più tra quello di Di Pietro e quello del PD. In un duello del genere è il PD che ha tutto da perdere. La Macchiarola proverà nei prossimi giorni a riproporre una riunione dei segretari del centrosinistra. Ma all'appello dovrebbero mancare i dipietristi e Rifondazione. Un tavolo "zoppo" che rischia, a quel punto, di perdere altri pezzi. E nemmeno il segretario regionale del PD può aspettarsi un "aiuto" dalla minoranza interna. Visto che ha deciso di escluderla dalla gestione del partito, questa "minoranza" starà alla finestra, pronta ad indicare i suoi candidati in una lista di partito oppure a regolarsi secondo l'evolversi degli eventi. Che a questo punto sembrano davvero imprevedibili. Nè è ipotizzabile un intervento romano. Di Pietro ha già chiara la sua strada, e non sentirà nessuna ragione. Nemmeno se a telefonargli fosse Veltroni. E' chiaro che la partita si gioca su Campobasso, dove esiste la possibilità di vittoria. Alla Provincia di Isernia, dove tutti sono convinti che si perderà e anche male, Di Pietro è pronto anche a cedere la guida della "disfatta" al PD. Che però, in questo caso, non ha nomi da spendere. La candidatura di Candido Paglione, dopo il passaggio del sindaco di Capracotta, Monaco nell'Idv, è fortemente compromessa. Carlo Veneziale, il cui nome pure era circolato in un primo momento, non sembra intenzionato a fare la "vittima sacrificale". L'unico che potrebbe essere interessato a giocare la partita, ad oggi, sembra il venafrano Franco Valente, che però è acerrimo avversario dei vertici regionali e provinciali del PD. Ma al leader isernino del PD, Danilo Leva, potrebbe non rimanere altra scelta che accettare la candidatura di Valente oppure chiedere il "sacrificio" al neosegretario provinciale del PD, Marco Amendola. Anche per saggiarne il gradimento e la forza in termini elettorali. Oppure scendere in campo lui direttamente. Più ampia la rosa di nomi a disposizione di Di Pietro: c'è il consigliere regionale Ottaviano, ci sono i coniugi Nicola Di Ronza e ROssana Di Pilla, c'è l'attuale coordinatore regionale del partito Giuseppe Caterina. Certo, sono nomi che non sono proprio in linea con il principio del "rinnovamento" che Di Pietro va predicando a Campobasso. Ma con una buona "verniciata" si può sempre spacciare per "usato sicuro".http://www.altromolise.it/notizia.php?argomento=politica&articolo=36059
Le riforme e il complesso di Penelope
Propaganda e presidenzialismo
di Stefano Ceccanti
I problemi istituzionali esistono, ma vanno affrontati con criteri rigorosi. Primo: niente complesso di Penelope, che ricomincia sempre daccapo a tessere. Nella scorsa legislatura i due schieramenti avevano condiviso la bozza Violante che prevedeva tra l'altro un rafforzamento del Presidente del Consiglio secondo standard delle democrazie parlamentari europee. Si riparte da lì, anche per emendarla, ma non da zero, altrimenti è propaganda inutile. Secondo, sempre sul metodo: niente presenzialismo del Governo, la materia costituzionale è tipica di intese tra i parlamentari, non schiacciamo anche quella sulla logica maggioranza-opposizione perché altrimenti le divisioni sul Governo si rovesciano anche lì. Conviene a tutti, anche ai parlamentari della maggioranza che sulla legislazione ordinaria hanno spazi minori di protagonismo. Il Governo sia un facilitatore, come Prodi, ma eviti eccessi, come parlarne in conferenze stampa sulla sua attività, per rimpinguare il magro bilancio reale con fuochi pirotecnici. Terzo: quando una transizione è iniziata, quando non si costruisce da zero, il diritto deve nascere dal fatto, non da schemi astratti. Il nostro fatto è dato da due elementi: una scelta sostanzialmente diretta del Presidente del Consiglio attraverso la sua maggioranza, da regolare bene con qualche dose di flessibilità ma non di trasformismi durante la legislatura; un Presidente della Repubblica in cui possano riconoscersi tutti. A questi elementi vanno aggiunti nuovi contropoteri. Non si vede perché dovremmo trasformare il Capo dello Stato in capo della maggioranza sopprimendo il Presidente del Consiglio o trasformandolo nel proprio principale collaboratore, riducendo una delle poche garanzie che già abbiamo. Quarto: niente clonazioni , niente modelli da prendere chiavi in mano. Il collegio uninominale a doppio turno è ottimo a prescindere dalla forma di governo; collega bene eletti ed elettori evitando preferenze e liste bloccate, il primo turno può anche funzionare da primaria, porta naturalmente alla scelta di una maggioranza. Lo proponeva don Sturzo per l'Italia parlamentare dei primi anni '50 contro lo status quo della proporzionale pura e contro il premio di maggioranza. Allora l'elezione diretta del Presidente in Francia non c 'era e quando arrivò, nel 1962, trovò già il collegio uninominale introdotto dal 1958, dopo aver sperimentato sia la proporzionale pura sia il premio. Ripartiamo dal Parlamento e non dalle conferenze stampa del Governo, dalla bozza Violante e dalla riflessione profetica di Sturzo. Con Penelope si fa propaganda, così invece si serve il Paese. http://www.ceccanti.ilcannocchiale.it/
La sera del 4 novembre, a Chicago, Barack Obama ha ringraziato i suoi elettori con uno dei suoi consueti e formidabili discorsi, pronunciati con la cadenza, il ritmo e la circolarità tipica di un sermone domenicale, come nella migliore tradizione oratoria del reverendo Martin Luther King, come in una canzone di James Brown. Una frase di quel discorso, in particolare, l’indomani è stata ripresa da tutti i giornali ed è comparsa sulle copertine dei settimanali: “It’s been a long time coming, but tonight, change has come to America”, c’è voluto molto tempo, ma stasera, in America è arrivato il cambiamento.
Un passo indietro. La straordinaria avventura di Obama è cominciata undici mesi prima, la notte del caucus dell’Iowa, con una vittoria clamorosa su Hillary Clinton e John Edwards al primo appuntamento della lunga corsa alla nomination presidenziale del Partito democratico. In quell’occasione, a Des Moines, Obama ha centrato il discorso della vittoria su un punto: “Our time for change has come”, è arrivato il nostro momento per il cambiamento. Ancora una volta lo stesso stile gospel, con l’interazione tra il predicatore e i suoi fedeli, con Obama in piedi su un palco-pulpito, circondato da ragazzi che sottolineavano con “yeah” di commozione le frasi più ispirate del discorso. Di nuovo la stessa frase sul “change” che sarebbe arrivato dopo un lungo e faticoso cammino. Il 20 gennaio è il giorno in cui Obama diventerà il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti e, sul palco della cerimonia, a festeggiarlo ci sarà la cantante soul Aretha Franklin. Nel suo secondo disco, “I never loved a man the way I love you”, anno 1967, Aretha canta una canzone che si intitola “A change is gonna come”.
C’è qualcosa che unisce – da quella prima sera a Des Moines, fino al trionfo di Chicago del 4 novembre e al nuovo inizio del 20 gennaio – il primo presidente afroamericano al verso di una canzone di quarantaquattro anni fa che si intitola, appunto, “A change is gonna come”. Non è soltanto una canzonetta, Obama e il suo speechwriter Jon Favreau non hanno citato a caso quel verso e quella storia. L’autore della canzone è Sam Cooke, il gigante della musica soul e uno dei principali interpreti, con la sua canzone, della lotta per la desegregazione razzista degli anni Sessanta.
Scritta in risposta al quesito di Bob Dylan in “Blowin’ in the wind” – quanti anni devono trascorrere perché a un popolo sia concesso di essere libero? – e perché voleva scendere in un albergo della Louisiana riservato ai bianchi, “A change is gonna come” è diventata l’inno del movimento dei diritti civili e il manifesto poetico dell’inevitabilità del cambiamento. Il verso citato da Obama dice: “I was born by the river in a little tent, oh and just like a river I’ve been running ever since, it’s been a long time comin’, but I know a change gonna come, o yes it will” (sono nato in una piccola capanna sulla riva del fiume, oh e proprio come un fiume da allora non ho fatto altro che correre, ma ci vuole molto tempo per arrivare, ma so che il cambiamento arriverà, oh, sì che arriverà”).
La canzone di Sam Cooke è del 1963, pubblicata l’anno successivo, quando Obama aveva tre anni e sua madre (bianca) aveva appena sfidato le convenzioni dell’epoca, sposandosi e facendo un figlio con un studento nero e africano. “A change is gonna come” è una delle testimonianze più importanti di un’era e di un genere musicale strettamente legati alle lotte per i diritti civili della popolazione nera. Ci sono poche cose più americane del soul, grazie al suo impasto di sogni, politica, religione e dollari. Allo stesso modo ci sono poche cose più tipicamente made in Usa della storia di Obama.
La soul music è una particolare espressione della musica nera, un derivato del rhythm ‘n blues nato a Memphis, in Tennessee, e nel delta del Mississippi, un fenomeno musicale caratterizzato da un forte legame con la fede e la musica religiosa gospel, e arricchito dall’incontro con la tradizione rurale bianca, come l’hillbilly e il country, prodotti dell’altra grande città musicale del Tennessee, Nashville.
Quasi tutte le più grandi personalità del soul sono stati leader religiosi, in alcuni casi veri predicatori come Salomon Burke e Al Green. Uno come James Brown, invece, è stato una figura a metà tra il capo religioso e il leader politico. I primi esempi di soul risalgono agli anni Cinquanta, con le incisioni di Ray Charles per l’Atlantic di New York, ma il periodo più influente è quello che va dal 1959 al 1968 e che comincia con l’incisione di “What’d I say” di Ray Charles con cui vengono fissati i canoni della black music moderna. L’era del soul finisce politicamente con l’uccisione del reverendo Martin Luther King, il 4 aprile del 1968, a Memphis, otto mesi dopo la scomparsa di Otis Redding, uno degli interpreti più carismatici del genere.
Eppure, oggi, in questi anni di era pre-Obama si sta assistendo a una rinascita del soul, non solo con i fenomeni pop alla Amy Winehouse, Duffy, Adele e perfino con l’italiana Giusi Ferreri, ma anche con un vero e proprio revival soul di etichette e band e artisti capaci di ricreare quelle atmosfere musicali e di vita degli anni sessanta. Due anni fa il film “Dreamgirls”, ispirato alla storia di Diana Ross e delle Supremes, ha vinto due Oscar. Nel 2004 anche “Ray”, dedicato a Ray Charles, aveva vinto due statuette. Oggi nei cinema americani c’è “Cadillac records”, la storia di Etta James, Muddy Waters e dell’etichetta di Chicago Chess. Spike Lee sta preparando la grande biografia di James Brown.
Il soul non è stato soltanto la colonna sonora della stagione dei diritti civili, ma esso stesso uno strumento di integrazione sociale culturale del profondo sud. Nelle sale di incisione della Stax, King, Hi, Soulwax e negli studi di Muscle Shoals e Fame, lavoravano fianco a fianco artisti e produttori bianchi e neri (Isaac Hayes, David Porter, Chips Moman, Booker T. Jones, i Mar-Keys) per un pubblico multirazziale che comprava i loro dischi quando ancora in diversi stati ai neri non era consentito di entrare negli stessi luoghi aperti ai bianchi. Non solo, per la prima volta, grazie al successo commerciale del soul, si sono cominciati a vedere i primi esempi di integrazione economica afroamericana. Sono stati i soulman i primi neri in grado di creare onestamente ricchezza nello show business. James Brown ha definito il fenomeno come il primo esempio di “black capitalism”. Grazie al soul, per la prima volta, grandi artisti neri come Sam Cooke, Ray Charles e James Brown hanno potuto chiedere il pieno controllo sulla produzione e e non hanno più avuto bisogno di tutori.
L’integrazione tra bianchi e neri è alla base della musica moderna, a partire dalla nascita del jazz, all’inizio del secolo scorso. Il soul deve la sua nascita al Rythmn ‘n blues e a un gruppo di intraprendenti impresari bianchi, spesso ebrei come il Leonard Chess interpretato da Adrien Brody in “Cadillac records”. Chess e Jerry Wexler dell’Atlantic di New York hanno cominciato a diffondere la “race music” e a spianare la strada alle successive espressioni autoctone della cultura nera. Il R&B nasce con l’emigrazione degli anni Venti dei neri dal sud verso le città del nord, in coincidenza con il richiamo dei grandi conglomerati industriali come Chicago, Detroit, Kansas City, St Louis.
Il blues ritmico era la fusione tra il lamento malinconico delle campagne del sud e il ritmo cosmopolita delle orchestre da ballo delle città. Nel Dopoguerra, a Chicago, è diventato elettrico. Si sono formati i primi piccoli gruppi con il cantante che suonava la chitarra elettrica, accompagnato da piano, basso e batteria. B.B. King, Muddy Waters, Howlin Wolf, Willie Dixon, Buddy Guy, John Lee Hooker, Sonny Boy Wiliamson, Memphis Slim, Bo Diddley, senza saperlo, hanno inventato il rock, la sua base musicale, quella che avrebbe conquistato intere generazioni, riempito stadi e costruito icone moderne.
A Chicago l’etichetta principe è, appunto, la Chess degli omonimi fratelli Leonard e Phil, ebrei polacchi, avventurosi gestori del Macamba night club nel Southside di Chicago, lo stesso quartiere nero che è stato il punto di partenza della carriera politica di Barack Obama. I Chess hanno scoperto e lanciato Chuck Berry, il primo musicista capace di dare al rock un’estetica (la “duck walk”) e una poetica successivamente omaggiata da tutti, dai Beatles, agli U2, a Bruce Springsteen.
Ai tempi, però, quella era ancora “race music”, musica fatta dai neri per i neri, confinata in un circuito segregato di locali, negozi e radio. E loro, gli artisti del blues elettrico, erano l’immagine vivente del pregiudizio razziale dei bianchi, erano quasi tutti black man un po’ cialtroni e vagabondi, spesso ubriachi e pieni di donne. I produttori bianchi trovarono un modo per fare soldi da quella musica, ripulendola dalla sua negritudine, aggiungendo arrangiamenti meno ruvidi e naturalmente facendola interpretare a un cantante bianco.
Lo sdoganatore della musica nera è stato un giovane camionista di Tupelo che si chiamava Elvis Presley, un bianco, bello e biondo che cantava e si dimenava come un nero. Presley ha reso presentabile una musica che apparentemente non lo era. Ma un aiuto decisivo è arrivato dall’Europa, con una delle poche, involontarie e più colossali operazioni di risarcimento culturale dopo la liberazione dal nazifascismo. Nella seconda metà degli anni Sessanta, infatti, l’America ha assistito alla “British invasion”, una specie di D-day al contrario, con i musicisti inglesi guidati dai Beatles e dai Rolling Stones che hanno riportato negli Stati Uniti la musica nera del profondo sud, in America ignorata, mal giudicata o candeggiata con risciacqui pop e bianchi.
I Beatles sono arrivati in America nel 1964 e nel reportorio avevano brani Motown, di Chuck Berry, di Little Richard. Il contributo più grande è stato dei Rolling Stones, grazie a loro il blues e tutto il resto sono stati definitivamente accettati nel paese che li ha creati. Mick Jagger e Keith Richards sono diventati amici scambiandosi i dischi di Muddy Waters e hanno chiamato il loro gruppo Rolling Stones, ispirandosi al titolo di una sua canzone. Nel 1965, sono andati a Chicago negli studi Chess e hanno registrato canzoni di Sam Cooke, Otis Redding, Marvin Gaye e Solomon Burke, poi usciti nella versione americana del loro terzo disco, “Out of our heads”.
Dodici anni prima, nel 1953, la storia della black music e della cultura americana ha conosciuto il punto di svolta musicale: l’Atlantic Records di New York ha messo sotto contratto un cantante pianista nero, cieco per una grave forma di infezione agli occhi non curata. Ray Charles era l’emblema della condizione di vita dei black nel sud degli Stati Uniti negli anni Cinquanta. A sette anni ha perso la vista, perché la sua famiglia non aveva i mezzi per aiutarlo. Un decennio prima, la regina del blues Bessie Smith era morta dissanguata perché nessun ospedale aveva accettato di ricoverarla. Ray Charles, detto The Genius, ha riarrangiato la musica che cantava da bambino nella sua chiesa in Georgia, cambiando le parole, esasperando ritmo e sensualità.
Le versioni edulcorate bianche non potevano reggere il confronto e Ray Charles ha cominciato a scalare le classifiche pop, fino a vendere un milione di copie. Ma se Ray Charles ha aperto la strada dell’integrazione razziale, è stato il Sam Cooke di “A change is gonna come” a indicare la via d’uscita. Nato povero nel Mississippi, bello e naturalmente elegante, Cooke era un cantante raffinato che si rivolgeva con la stessa intensità al pubblico bianco e nero. Amava la bella vita, le macchine sportive, le donne. Era considerato un nero a metà, un nero fino a un certo punto, un venduto. Cooke era il nero che piaceva ai bianchi, dava ai bianchi un’immagine accettabile e meno aggressiva di quella di Ray Charles. Era ambiguo, Cooke. Alternava pezzi da crooner (“For sentimental reasons”, “Cupid”) a canzonette ottimistiche (“Wonderful Word”) e, soltanto di rado, a richiami alla condizione della sua gente (“Chain Gang”). Cooke si esibiva in modo levigato e accattivante al Copa, locale di lusso con un pubblico bianco a cui offriva gli standard della musica di successo del tempo. Solo saltuariamente si inoltrava fino alla 129esima strada di Manhattan per cantare nei piccoli club neri di Harlem.
Sam Cooke è stato anche un abile businessman, ha creato un’etichetta discografica, la Sar, ha lanciato artisti come Johnnie Taylor e Bobby Womack e ha stipulato con la Rca un contratto milionario, uno dei primi esempi di successo interrazziale negli anni in cui, in Alabama, a Rosa Parks non era consentito sedersi nei posti del bus riservati ai bianchi. Fu ucciso a trentatré anni in circostanze mai ben chiarite, l’11 dicembre 1964, dalla custode del motel di Los Angeles dove era andato con una ragazza. “A change is gonna come” è uscita dopo la sua morte.
L’editore Adam Bellow, figlio di Saul Bellow, in un’intervista al Foglio ha detto che i neri come Obama e sua moglie – gente di successo che ha frequentato le migliori scuole del paese – sono come quegli ebrei degli anni Sessanta che ce l’avevano fatta e che si sentivano in colpa per il loro successo. Nel caso degli Obama, questo può essere il motivo per cui hanno scelto di frequentare la chiesa nera e radicale di Jeremiah Wright: una forma di rispetto nei confronti dei genitori, un modo di assaporare una parte di quel mondo antico, familiare, eppure lontano. Se è così, lo strumento con cui Sam Cooke ha saldato il conto con il suo successo tra i bianchi è stata proprio “A change is gonna come”, la canzone-manifesto diventata la colonna sonora delle marce per diritti civili e, quarant’anni dopo, del trionfo di Obama.
Oltre a Ray Charles e Sam Cooke, il terzo elemento della trinità soul è stato James Brown. Nato in South Carolina, Brown ha avuto un’infanzia miserabile che si è trasformata in maniacale disciplina e totale dedizione al lavoro, quasi a voler esorcizzare la paura della fame e della povertà estrema. James Brown era “the hardest working man in the show business”, il cantante dallo stile messianico che aveva un rapporto speciale con il pubblico e riusciva a trasformare gli show in cerimonia politica, ascetica e religiosa, come ha sottolineato ironicamente la sua partecipazione al film “The Blues Brothers”.
Il 5 aprile del 1968, ventiquattr’ore dopo l’assassinio di Martin Luther King, è passato alla storia come il giorno in cui James Brown ha salvato Boston. Era previsto un suo concerto al Garden e c’era il rischio di una rivolta nera. La polizia era in allerta, Brown e il sindaco hanno deciso di trasmettere il concerto in diretta tv, per evitare l’afflusso di masse nere in centro. Il piano ha funzionato. E quando la folla è salita sul palco, James Brown ha detto: “Siamo neri, siamo neri, siamo tutti neri, credo di meritare un po’ di rispetto dalla mia gente”. Sei mesi dopo ha inciso “Say it loud, I’m black and proud”.
In quei mesi, mentre montava la protesta dei ghetti, l’uomo che aveva sdoganato la musica nera, Elvis Presley, era in crisi profonda. Elvis aveva bisogno di rilanciare la sua carriera e per farlo si è affidato ai maestri del soul, incidendo “From Elvis in Memphis”, un tributo a quella musica nera di cui dieci anni prima si era appropriato senza dire grazie. Questa volta, però, Elvis ha trovato il modo di ricambiare il favore: il singolo che nel 1969 è andato al primo posto in classifica, il suo primo numero uno dopo nove anni si intitola “In the Ghetto” e racconta la disperazione della vita dei neri (“And the snow flies, in a cold morning in Chicago, a little baby is born in the ghetto… and his mama cries”).
A molti quella di Elvis era sembrata una furbata commerciale e politicamente corretta, ma qualche anno prima sarebbe stato impensabile per un bianco cantare una canzone così nera. C’era voluto molto tempo, ma finalmente il cambiamento era arrivato. La vittoria di Obama non è giunta all’improvviso, non è stato un colpo di fortuna, è un successo conquistato quarant’anni fa, arrivato nella testa di una nazione, prima ancora che nelle urne, grazie alle sue musiche, ai suoi ritmi, alla sua anima.
di Cataldo Intrieri
e Christian Rocca
Allora, un po’ di spiegazioni e opinioni, ora che sono davanti a una tastiera vera.
Per come la vedo io, la relazione di Veltroni è stata un ottimo discorso dell’anno scorso. Nel senso che si era davvero preparato, e c’erano molte analisi e anche molte proposte su come affrontare la politica a venire. Fossimo stati al Lingotto nel 2007, un ottimo intervento.
Invece eravamo a una riunione di un organo interno del PD, e dopo sei mesi di letargo del partito, e un’accelerazione di disastri delle ultime settimane. Quindi il contesto più estraneo a una relazione di programma e analisi dei contesti mondiali, e il momento più impellente per una riflessione sulle ragioni della crisi del PD e l’esposizione di proposte o cambi di regime per affrontarla.
C’era tutto il tempo per preparare, anche strumentalmente e saggiamente, alcune iniziative e proposte concrete, visibili, immediate, che dessero il segno di un andamento nuovo e più convincente. Ma Veltroni, avendo ottenuto garanzie di una tregua da parte dei suoi critici maggiori, ha preferito lavorare invece su altro.
Comunque, se leggete i giornali di stamattina vedrete espresse le stesse opinioni.
Per queste ragioni, con alcune persone che si erano messe in contatto attraverso l’indirizzario mail della Direzione Nazionale subito dopo la lettera di dimissione di Irene Tinagli (le uniche che le avevano risposto, e che avevano chiesto di parlarne, di fatto), abbiamo deciso di presentare un documento che sintetizzava le cose che ci eravamo detti nei giorni precedenti: conteneva una critica forte a questi otto mesi post-elezioni, e la richiesta di segni concreti e tangibili di un’altra direzione da prendere: tra gli altri, la garanzia che nei contesti previsti finora si continuassero a fare le primarie (vedi casino di Firenze) e l’impegno a non trasformare le liste delle elezioni europee in elenchi di prepensionamento eccellente per stimabili ex, ma piuttosto approfittarne per dare spazio a capacità nuove. I firmatari di questa mozione sono: Mario Adinolfi, Giovanni Bachelet, Olga Bertolino, Cristina Comencini, Pier Giorgio Gawronski, Teresa Marzocchi, Martina Simonini, Luca Sofri. Si sono poi aggiunti Nando Dalla Chiesa e Giulio Santagata.
Poi sono successe un paio di cose. La prima è che dal dibattito sono uscite molte altre pesanti critiche alla conduzione del partito in questo mese, che hanno reso meno isolate e necessarie le nostre. La seconda è che dal tavolo della presidenza ci è stata offerta con molta gentilezza la disponibilità a integrare le richieste della mozione nel documento finale, fatte salve le parti critiche, essendo l’autocritica indigeribile per questo partito (malgrado qualche timidissimo sforzo di Walter Veltroni, ieri). A patto che non chiedessimo più il voto su quella mozione. L’unità finale è un totem carissimo a questa cultura politica: come ha dimostrato anche l’intensità della discussione sulla mozione Follini, piuttosto insignificante, e di cui lui era l’unico votante. Eppure, è andato via tempo e anche passioni nel chiedergli di ritirarla, facendo appello eccetera eccetera.
Noi comunque abbiamo risposto che eravamo disposti a ritirarla una volta constatato che il documento finale accogliesse esplicitamente le sue richieste, in particolare sulle primarie e sulle europee.
Adesso apro una lunga parentesi su queste due questioni.
Io non sono un appassionato sostenitore delle primarie. Penso che in condizioni politiche ideali possa persino non essercene bisogno, anche se una preselezione attraverso le primarie dei candidati uninominali (sindaco, eventuale parlamentare se si tornasse all’uninominale) mi sembra una buona cosa. Ma ci sono due però: il primo è che quelle attuali non sono condizioni politiche ideali, e l’affidabilità dei partiti di centrosinistra nella scelta delle candidature si è rivelata assai ridotta: dando così alle primarie un ruolo maggiore nell’ammortizzare i guai, e alle persone un senso del proprio contare qualcosa e del poter correggere errori e storture di cui c’è una percezione diffusa, diciamo. Il secondo però è che questo partito ha molto dichiarato il suo amore per le primarie fino all’altroieri, e l’ha messo nei suoi programmi e nelle sue regole: non si può ribaltare tutto dall’oggi al domani perché la dirigenza si è accorta di qualche controindicazione.
La questione del rinnovamento è complicata e ne ho scritto molte volte. Proverò a ripetere quel che ho detto ieri sulla sciocchezza e la gratuità di alcune obiezioni che le vengono mosse.
Ieri c’è stato un grande revival dei vecchi tempi, in diversi interventi: punteggiato da critiche e rimpianti sulle primarie e sul nuovo. Non parlo di Veltroni, che invece su questo è stato coerente, nei suoi interventi. Ma è impressionante il tempo che si perde ripetendo mille volte un paio di trucchi dialettici da bambini dell’asilo, e riportando indietro la discussione senza ragione. Uno di questi trucchi è la formula “voglio mettere in guardia dagli eccessi di”. In giro è pieno di gente che ”mette in guardia dagli eccessi di”. Mettono in guardia dagli eccessi di rinnovamento, mettono in guardia dagli eccessi della politica del fare, mettono in guardia dagli eccessi di primarie, mettono in guardia dagli eccessi di ricambio generazionale. E naturalmente tutti fanno di sì con la testa, e pensano: “è vero, bisogna stare attenti agli eccessi di”, ma in realtà stanno assimilando l’idea che questi eccessi ci siano.
Perché se ci pensate, è stupido e superfluo ”mettere in guardia dagli eccessi di”. Gli eccessi, per definizione, eccedono. Naturalmente nessuno li desidera o li auspica. Non troverete nessuno che dica invece “ci vorrebbero un po’ di eccessi di rinnovamento, e anche parecchi eccessi di primarie”. Quello di cui si parla, ogni volta, è una moderata ed equilibrata misura di questo o quell’intervento. Perché se dobbiamo discutere degli eccessi, siamo tutti d’accordo che forse è meglio evitarli. Solo che questo tipo di richiami servono in realtà a sostenere che ci sono degli eccessi e quindi forse è meglio rivedere tutto e buttare via il bambino con l’acqua sporca.
Dello stesso genere, generico e strumentale, è l’altro avviso “non può essere una panacea” : il rinnovamento non può essere una panacea, il ricambio non può essere una panacea, le primarie non possono essere una panacea. Come se fossimo tutti qui a dire invece che si fanno le primarie e oplà, il mondo sarà salvato. O che si scelgono dei candidati nuovi e in gamba e a quel punto fanno tutto loro. Invece, ovviamente, niente è una panacea: ma l’espressione serve ad attribuire valutazioni assurde all’interlocutore per poterle facilmente irridere.
Torno quindi al rinnovamento, cercando di non ripetere cose ovvie che ho già detto molte volte. Il rinnovamento non si contrappone al passato: il passato ha molto di buono e di efficace e riutilizzabile. Il rinnovamento si contrappone a parte del presente: quel che si vuole rinnovare è ciò che non funziona del presente, e credo sia difficile sostenere che non ce ne sia. In ultima analisi, rinnovamento significa persino recuperare cose del passato, laddove fossero migliori di certi meccanismi di oggi. Ma non si può sostenere che ci sono molte cose che non vanno, e al tempo stesso opporsi al cambiamento, come fanno alcuni: a meno di non essere in malafede o avere interessi in causa.
E il ricambio generazionale, se superiamo le sciocche discussioni del tenore “conosco molti giovani cretini e molti anziani in gamba”, ha a che fare con due dettagli ineluttabili e indiscutibili da nessuno, legati al tempo che passa: fino a che nessuno sarà capace di sovvertire questo fenomeno, persone più giovani avranno inevitabilmente una sensibilità del presente e una visione del futuro più solide di persone meno giovani. Ma soprattutto, fino a che nessuno sarà capace di sovvertire questo fenomeno, il dovere di un partito sarà anche la costruzione della sua leadership futura ma anche in generale di una classe dirigente preparata e pronta per questo paese. E il PD questo non lo sta facendo: e una ragione per cui oggi persino i dirigenti del PD dicono che ci vuole un ricambio, ma non sono in grado di praticarlo (ammesso che lo vogliano), è che non hanno fatto niente fino a oggi per costruirla, questa nuova generazione di dirigenti. Sarebbe ora di cominciare, promuovendo a responsabilità maggiori i molti giovani (giovani, poi: parliamo di gente che ha trenta e quarant’anni) bravi e capaci che stanno dentro il PD e intorno al PD. E le elezioni europee per molte ragioni sono un’ottima occasione in questo senso, e a molto a buon mercato.
Ok, torniamo al racconto di ieri.
Si arriva, sfiniti, alla presentazione del documento finale da parte di Dario Franceschini (lo trovate qui, in Word, e risparmio commenti su questo, ma è un bel sintomo). Sono tre pagine e passa che trattano la crisi mondiale e i problemi italiani, il ruolo del Pd, il difficle rapporto con la maggioranza, per le prime due. A una pagina è dedicata l’analisi sul PD, costituita da formule come questa:
Il Pd è il grande partito che nasce dalla convergenza delle grandi tradizioni riformiste e democratiche per dare una risposta forte alla crisi della democrazia. La sua affermazione ha determinato un positivo cambiamento del sistema politico italiano che, in quadro di consolidato pluralismo politico e culturale, ha tuttavia rafforzato l’impianto bipolare della nostra democrazia con l’obiettivo di dare maggiore efficienza al necessario equilibrio tra rappresentanza e riduzione della frammentazione.
Niente suggerisce un cambio di corso, e le proposte per il futuro sono del genere “dopo l’approvazione dello Statuto nazionale e di quelli regionali, il PD promuoverà un’ampia riflessione sul modello di partito”. O “In questo percorso andrà fatto ogni sforzo per aprire i gruppi dirigenti anche a tutte quelle persone che hanno creduto e credono nel progetto politico del PD e che possono integrare le competenze e la presenza di quanti provengono da uno dei partiti promotori”.
Sulle primarie sta tutto qui: “rapporto tra valorizzazione delle primarie e responsabilità della direzione politica”.
Sulle candidature alle europee sta tutto qui: “sostenere una modifica della legge elettorale europea che introduca una soglia di sbarramento ma che mantenga le preferenze”.
Allora, non discuto i rituali e i gerghi politici, e rispetto la soddisfazione del gruppo dirigente per questo documento “unitario”. Ma semplicemente non è quello che io e altri chiedevamo, non è una garanzia di tempi migliori, ma non è nemmeno un sospetto di tempi migliori.
Lo dico bruscamente: l’unica novità è la richiesta di poter commissariare degli organi. Tutto il resto poteva essere detto e fatto già da aprile. Ne consegue che questa segreteria ritiene che i soli problemi del PD in questo mese si debbano al non aver potuto commissariare. Altrimenti perché dovrebbero essere credibili oggi propositi che le stesse persone non hanno attuato ieri, nè l’altroieri?
Insomma, con molto disagio - perché creare tensioni e risentimenti è sempre sgradevole, e perché eravamo tutti stanchi - noi chiediamo che a questo punto si voti anche la nostra mozione, non in dissenso ma a complemento di quella della segreteria. Dario Franceschini - stanco anche lui - ne è molto infastidito e obietta che non può accettare di votare una cosa critica contro se stesso, e che sicuramente la mozione perderà. Noi gli diciamo, con tutta la serenità che solo un grande sfinimento può dare, che non abbiamo mai pensato - conoscendo i meccanismi di queste cose - di mettere in minoranza nessuno, che ci interessava dire queste cose e condividerle, e che lui e chiunque altro possono votare contro e noi ci prendiamo i nostri quattro voti. Nel frattempo si accavalla la questione Follini, che vuole inserire nel documento un rinnegamento in eterno di ogni alleanza con Di Pietro: cosa un po’ assurda, anche condividendo il concetto.
A questo punto intervengono un’ingenuità e un’esperienza. L’ingenuità è la nostra, che abbiamo affidato la condivisione della mozione solo alla lettura da parte di Bachelet e a poche copie che avevamo stampato. Ma Bachelet ha parlato in un momento di stanca e disordine e non l’hanno ascoltato in molti. E insomma, malgrado io abbia cercato di risintetizzarne il contenuto quando ho chiesto il voto, gran parte delle persone in sala ora non sa di cosa si stia parlando.
L’esperienza è quella di Franceschini, che per chiudere tutto e andate a quel paese, chiama improvvisamente il voto su tutto con una rapidità da uomo di mondo: favorevoli, contrari, astenuti, favorevoli, contrari, astenuti. Faccio appena in tempo a vedere le braccia alzarsi che già si devono riabbassare. Quindi vado a a occhio e croce: la mozione Follini ottiene solo il suo voto, qualche astenuto (tra cui io, che trovo assurdo persino votare contro), e una montagna di contrari (a questo punto ci saranno circa centoventi persone). La nostra mozione - che ha perso alcuni firmatari andati via per prendere treni in tempo - ottiene direi una quindicina di voti, forse qualcuno in più; una trentina di astenuti, e il resto contrari. La mozione della segreteria non lo so: credo che abbia votato contro Follini (e Gawronski), una decina di astenuti (tra cui io, che non me la sento di votare una cosa equilibrata ma oggi inaffidabile), e un sacco di favorevoli.
A completamento: l’aereo ha tardato e sono arrivato a casa a mezzanotte. Ho scaldato la cena nel microonde e mentre la mangiavo da solo si è svegliata la bambina che ha voluto compagnia fino alle due. Lei è una grande fan di Veltroni perché una volta hanno fatto conversazione sui rispettivi buchi nei calzini. Insomma, le cose sono complicate.http://www.wittgenstein.it/2008/12/20/il-giorno-piu-lungo-e-il-post-pure/
Relazione lunghissima di Veltroni, che ciurla un po’ nel manico della questione morale e dal rapporto tra politica e magistratura e presenta una piattaforma programmatica pienamente condivisibile: peccato che per realizzarla serva un partito che abbia capacità di generare consenso, e questo oggi non ce l’abbiamo. Inoltre, secondo Veltroni il problema sono le primarie, che vanno bene sì ma se fatte ogni tanto. Le primarie sono un problema solo se stiamo mesi a discutere se farle o no e poi quando le facciamo cerchiamo di fare di tutto perché siano una farsa. In tanti poi hanno ripreso questa cosa che le primarie “non devono diventare un totem” perché “scardinano i meccanismi di formazione della classe dirigente”. Ora, l’argomento ha fondamento, ovviamente. Dato che parliamo però di una classe dirigente che da qualche lustro ha completamente e colpevolmente abdicato a fare formazione e ha smesso di selezionare le persone sulla base della loro formazione, possiamo passare ad altro: meglio le primarie, sempre. Poi. Fassino ha detto delle cose condivisibili così come la Sbarbati, seppure con la solita irruenza. Bassolino sembrava catapultato da un altro pianeta. In generale tanti interventi ridondanti e inutili: sembra che siano obbligati per statuto a dire qualcosa, anche se non hanno niente di rilevante da dire. Bachelet ha presentato una mozione firmata da una decina di coraggiosi: la mozione è qui, non è molto ma è già qualcosa, aspettiamo il voto. Chiamparino si è dimesso dal governo ombra. Di collocazione europea del partito non si è parlato quasi per niente. Luca Sofri sta facendo liveblogging qui. Un po’ d’aria fresca la trovate da Giuseppe Civati e Marta Meo, che è intervistata sull’Unità di oggi. Rutelli ha appena detto che “la leadership o si esercita o si esercita”. Non è vero. La leadership o si esercita o non è. Quella di Veltroni non è e non è mai stata, per alcuni limiti suoi e tanti limiti imposti dai meccanismi con cui si è formata la coalizione che lo ha appoggiato alle primarie.
Tutto come previsto, insomma. Fino alle europee andremo avanti così, senza cambi di rotta, specie con queste bufere giudiziarie in corso: stringiamci a coorte nei momenti ufficiali, bastoniamoci a morte appena fuori dalla porta. Sarà un anno duro.http://www.francescocosta.net/2008/12/19/fin-qui/
Sul profilo Facebook, su questo blog, via sms, al cell piove l'indignazione, il sarcasmo, la rabbia per quanto sta accadendo al Partito democratico. La rete è un vulcano di parole infuocate e io provo a raccoglierle per nutrire le idee che porterò alla riunione della direzione nazionale del Pd di domani. Vorrei davvero che fosse possibile arrivare a questo importante appuntamento mescolando le riflessioni che ci agitano e per questo vi sottopongo le mie.
Io credo che la crisi che viviamo abbia la potenzialità di sfociare in un colossale naufragio per questa esperienza collettiva che è il Pd, oppure essere una grande opportunità per far nascere veramente il partito. La soluzione che Generazione U, figlia di un'altra esperienza collettiva di un qualche successo come quella della rete e del web 2.0, indica al Pd è sempre la stessa: democrazia diretta. Primarie aperte, referendum interni, protagonismo della base, rovesciamento della piramide, rinnovamento generazionale, no ad ogni involuzione oligarchica. La risposta che sembra arrivare dalla massima dirigenza del partito è sempre la stessa: chiusura a riccio, sindrome da fortino assediato, ossessione per la permanenza, elevazione a sistema dei meccanismi oligarchici, rinnovamento inefficace e attuato solo per via cooptativa.
Sui giornali si leggono ricostruzioni della riunione del coordinamento nazionale (per gli amici, caminetto) che raccontano una volontà espressa di rinunciare allo strumento delle primarie: sarebbe il tradimento definitivo del moivo fondante del Pd. Nata e legittimata dalle primarie, la segreteria Veltroni ora vuole caratterizzarsi per l'utilizzo del frangente di crisi per stringere ancora di più il controllo del partito: le nomine di Roberto Morassut qualche settimana fa alla guida del Pd del Lazio e di Massimo Brutti come commissario nella delicatissima situazione abruzzese, danno volti e nomi alla tentazione. Di contro, dalemiani e margheritini "ostili" puntano ad una sorta di condizionamento permanente della segreria veltroniana, mai amata.
Questo schema si regge tutto sul passato che ha generato il Pd. Del futuro possibile del Pd stesso nessuno si interessa. Coloro che intendono lavorare per un rinnovamento radicale, assolutamente necessario e urgente, del partito devono invece parlare di futuro. E il futuro è il modello digitale offerto dalla rete come metafora politica, dove la democrazia diretta è il perno. Nell'immediato questo vuol dire coinvolgimento di tutta la base dei simpatizzanti del Pd per la definizione delle liste per le europee con primarie aperte, ad esempio. Vuol dire anche responsabilizzazione per Veltroni e annuncio, che mi aspetto, di non essere un uomo ossessionato dalla permanenza. http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it/