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novembre 29 2009
Breve Manuale su come Tenere Diviso il Movimento Progressista
Ieri sera ho partecipato a una riunione con 16 rappresentanti di diversi gruppi e associazioni, erano presenti (in teleconferenza) alcuni Amici di Grillo, ex comunisti, ecologisti e gente etica che vuol cambiare il mondo. Argomento: come si fa a unirsi nel movimento? Dopo 3 ore di discussione ho dovuto dire: ragazzi io mi ritiro così non si va da nessuna parte. Un bel disastro che mi ha fatto capire che l’idea di realizzare un PATTO alla francese da noi è molto lontana. Mancano proprio i presupposti. Questa riunione è stata molto utile proprio per misurare la distanza iniziale che ci separa. La cosa divertente è che condividiamo perfettamente gli obiettivi del nostro fare politico. Siamo d’accordo su tutto. Ma unirsi risulta impossibile. Ne ho tratto un breve manuale di come riuscire a restare divisi facendo un grande regalo a Berlusconi e alla casta politica.
1.Disprezzare le persone con le quali si vuole unirsi.
Una persona ha iniziato il suo intervento dicendo che Grillo è un manipolatore e che il suo braccio destro Casaleggio è interessato solo ai soldi (“Me lo ha detto uno che lo conosce”). Io credo al contrario che Beppe Grillo sia un eroe. Uno che ha avuto un coraggio che è rarissimo e una capacità straordinaria di creare un movimento. E credo che Casalegno sia un genio che ha saputo inventarsi con quattro soldi un sistema di comunicazione che raggiunge milioni di persone e fa cultura; e che se era interessato ai soldi, con la testa che ha, poteva fare ben altro, guadagnarci 100 volte di più e avere meno rotture di coglioni. Io stimo enormemente Grillo, credo che lui abbia una sua straordinaria specificità. Io non voglio cambiare Grillo. Io penso che lui abbia creato una grande comunità, diversa da quella che si riconosce in Banca Etica, nei Verdi, nelle Liste Civiche, nel Movimento della Decrescita Felice, nel Movimento di Transizione, nella Repubblica di Alcatraz e nei mille gruppi locali o che si occupano di questioni specifiche. Io amo tutta questa gente. Io credo in loro. Io voglio unirli perché penso che sia necessario mettere insieme tutte le nostre tribù per far nascere un grande popolo ribelle.
2. Iniziare con un bel discorso politico.
Pare incredibile ma c’è ancora gente che crede sia necessario spiegarti che il capitalismo è malvagio e i politici corrotti quando ci si incontra in 17, in un posto privato come una teleconferenza, solo tra persone che fanno politica attiva nel Movimento da anni. A sentire un bel pippone rivoluzionario di dieci minuti ti viene da metterti a soppesare le parole una per una tipo: un bel modo per dedicarsi a spaccare il capello in 4 invece di parlare di quello che vogliamo fare. E poi che senso ha? Ancora non si è capito che le ragioni politiche e emotive del nostro impegno sono diverse e piene di sfaccettature? Ancora si pensa che dobbiamo essere d’accordo sui punti e sulle virgole prima di metterci a lavorare insieme?
3. Partire dal programma.
Ieri sera una persona ha prima di tutto presentato un programma in 4 punti: Togliere alle banche il potere di stampare denaro, libertà economica e di informazione, democrazia diretta, una vera class action. Cioè quattro punti di programma strategici. Li condivido. Ma la mia sensibilità mi suggerisce che in un programma vorrei anche l’abolizione del segreto bancario internazionale e un po’ di ecologia. Il mio amico Paolo, che è bellissimo e gay, dice che vorrebbe anche un accenno alla liberazione sessuale. Anche quella è essenziale. E Giovanna, ne sono certo, chiederebbe un drastico cambiamento nel modo di partorire delle donne imposto dalle Asl e nei programmi educativi degli asili e delle scuole. Se si vuole unirsi NON BISOGNA PARTIRE DAL PROGRAMMA PER CAMBIARE IL MONDO! Bisogna trovare obiettivi concreti, realizzabili in tempi brevissimi comprensibili e condivisibili dal 99% degli italiani. Partire dal programma strategico è devastante. (Dei 4 punti di programma proposti ieri sera solo la Class Action è un reale obiettivo potenzialmente realizzabile subito.)
4. Partire dal metodo.
Ieri sera una persona ha detto una cosa che condivido: il problema non è Grillo o non Grillo, il problema è quello di costruire un metodo democratico, un modo di far funzionare il dibattito in modo condiviso. Bellissimo. Poi ha detto: abbiamo un professore universitario che ha sintetizzato questo metodo democratico e bisogna che tutto il Movimento lo adotti, facciamo una serie di corsi per tutti, quando tutti avranno imparato a discutere in modo democratico avremo la democrazia interna al Movimento e potremo cambiare l’Italia. Sbagliato. Perché se si inizia a discutere su come discutere in modo democratico vengono fuori subito 12 idee diverse su come fare. E’ un meccanismo insito nella democrazia: l’essere umano differenzia le sue idee. Neanche sul metodo di discussione funziona il pensiero unico. Se il metodo democratico di tipo A diventa la discriminante per unirsi avremo alle prossime elezioni lo schieramento che pratica al suo interno il metodo democratico A e lo schieramento che pratica il metodo B.
5. Partire dalla formazione.
E’ giustissimo. La formazione è essenziale. Ma se dopo 40 anni che faccio politica un compagno si rivolge a me dicendomi: “Devo incontrarti di persona per spiegarti perché la democrazia diretta è tutto.” Mi viene da pensare che mi trovo davanti a un maniaco della scuola quadri. Quella che ho frequentato dal 71 al 74. Una cosa bestiale. E tutta la mia anima ribelle mi dice di fuggire perché sono di fronte a un uomo capace di leggermi tutto il Capitale di Carl Marx senza cambiare neppure per un istante il tono della voce. E non ho voglia di fare nessun Patto Unitario con lui.
6. Fregarsene dei risultati.
Ieri sera una persona ha detto: “Non mi importa se alla fine raggiungiamo il 16% oppure il 3%, l’importante e che siamo coerenti.” Anche io voglio essere coerente. Ma voglio anche cambiare l’Italia. Non mi interessa se il giorno della mia morte posso dire: “C’ho provato ma gli altri erano tanto cattivi… Solo io avevo capito tutto ma non mi hanno ascoltato.” Io voglio morire potendo dire: “Questo mondo è migliore di come l’ho trovato”. Quindi la prima domanda che mi faccio è: cosa è possibile ottenere realmente oggi? Su quale obiettivo positivo posso trovare milioni di persone d’accordo? Non parto da quel che è teoricamente più giusto. La lotta politica è come il gioco delle bacchette cinesi: devi togliere prima la bacchetta che sta sopra, anche se vale poco. Io parto cercando di realizzare il primo risultato utile realmente ottenibile. Un piccolo successo, una piccola gratificazione, ti viene voglia di andare avanti e ti poni obiettivi più ambiziosi. E coltivi l’unità!
7. Decidere adesso che il PD non cambierà mai.
Io non penso che il Partito Democratico sia una ghenga di venduti, ladri e traditori. Io conosco gente di grande valore e onestà che milita nel PD. Io voglio permettermi di immaginare che sia in corso un processo di crescita della società civile italiana; credo che si stia lentamente colmando un divario rispetto a paesi come la Danimarca, dove politici ladri come in Italia non se ne trovano. Quindi amo la parte sana del PD, e voglio dialogare. Voglio favorire il suo rinnovamento per avere domani un alleato migliore. Quindi lavoro per l’unità. Credo che se esistesse un movimento grande, unito su pochi obiettivi essenziali di buon senso, realmente realizzabili subito e condivisi, anche il PD dovrebbe fare i conti con questi obiettivi. E spero che un giorno sapremo esprimere una volontà di collaborazione e cooperazione anche con il PD. Ovviamente questo non sarà possibile fino a quando il PD non rinuncerà a candidare personaggi inquisiti, fino a quando non rinuncerà alle sue aree grige di rapporti con faccendieri, inciucisti, collusi e magnaccia. Ma io credo che il PD dovrà fare grandi scelte alla svelta se vuole esistere ancora fra 12 mesi. E credo che prima o poi ci sarà di nuovo una coalizione progressista al governo in Italia. Io lavoro per questo. Battere le destre e togliere dal potere chi è direttamente parte di un colossale malaffare e conflitto d’interessi che ci avvelena. Io, comunque non credo che Prodi e Berlusconi siano uguali precisi identici. Io comunque preferivo Prodi di gran lunga. E lo preferivano anche le migliaia di famiglie che ora stanno assaggiando gli effetti di uno stile di governo demenziale, tragico e strafottente.
8. Non avere nessuna fiducia nel Movimento.
Io credo nel progresso.
Come Marx credo che esista una forza positiva, oggettiva, che spinge la storia verso il meglio. L’intelligenza dei popoli. Credo che ora l’unità non sia matura. Ma credo che il percorso sia irrinunciabile. Abbiamo internet, abbiamo la voglia di unirci, abbiamo la necessità di farlo. Troveremo 100 modi di collaborare, 100 modi di creare democrazia e partecipazione diretta, pochi obiettivi semplici e la volontà di realizzarli. Noi vinceremo. Se non siamo completamente pirla vinceremo perché abbiamo la storia dalla nostra parte. Il mondo migliora costantemente e gli stronzi sono una specie in via di estinzione
http://www.jacopofo.com/unita_movimento_progressista_democratici_elezioni_unione
novembre 24 2009
piangere sul latte versato.
novembre 3 2009
Collegi uninominali o ritorno alle preferenze di lista?
di Claudio Croci,
Le due più antiche e solide democrazie del mondo USA e Regno Unito sono governate da un sistema elettorale uninominale secco( o priority : chi arriva primo vince), la Repubblica francese,patria della democrazia repubblicana, dispone di un uninominale maggioritario a doppio turno. L’Italia unitaria, nella sua storia,ha adottato il sistema uninominale a doppio turno , con suffragio ristretto per censo, per poi passare al proporzionale a suffragio diffuso nel 1922 e dopo il ventennio fascista e la nascita della Repubblica,adottare il proporzionale, con pluripreferenza di lista , a suffragio universale fino al 1994 , anno in cui ha adottato il maggioritario uninominale secco ad un turno con correzione proporzionale per un 25 % dei seggi, sistema che è rimasto fino al 2005 , anno in cui siamo tornati ad un proporzionale corretto a liste bloccate.
La teoria e la realtà si sono congiunte sui risultati economici , infatti l’Italia del maggioritario ha sempre visto tendenzialmente una diminuzione del debito pubblico , mentre l’Italia del proporzionale una sua espansione. Anche l’ultimo sistema , quello del proporzionale corretto , dopo il biennio Prodi, di relativa stabilità , ha visto crescere il debito pubblico. Ora , a parte , le dovute eccezione,si asserisce che il sistema proporzionale favorendo coalizioni e governi poco omogenei determina continui compromessi che poco si conciliano con il rigore finanziario . E’ una logica non senza fondamenti. Sta di fatto che realtà complesse multirazziali , plurietniche per disciplinare i molteplici punti di vista adottano sistemi semplici di elezione che spingono a concentrare l’elettore su poche chiare scelte e consentono un puntuale controllo sull’operato dell’eletto, che non solo rappresenta il partito,in quel collegio , ma anche sé stesso. La soluzione proporzionale porta carenza di direzione nel governo e di conseguenza all’avvento di un potere forte e unico , come è accaduto nell’Italia del primo dopoguerra , alla Francia della quarta Repubblica ed alla repubblica di Weimar . E’ di contro vero che il collegio uninominale , in democrazia censitarie o a suffragio ristretto, portano ad una sorta di oligarchia di minoranze ricche e bloccano la circolazione delle nuove idee , generando spesso rivoluzioni sociali.
Una cosa è certa : il metodo elettorale adottato coinvolge un pensiero di governo che travalica il mero tecnicismo elettorale per coinvolgere la politica finanziaria ed istituzionale di una nazione e ne determina la storia . Ritenere che il metodo di scelta sia poco influente sullo sviluppo della democrazia è una deficienza notevole , essendo per chi crede nelle democrazia liberale spesso l’essenza stessa delle democrazia e non già una sovrastruttura formale . Su questo aspetto esiste la massima distanza tra il socialismo e la democrazia liberale . Comunque la si voglia guardare la forma di scelta nella democrazia coincide con scelte epocali nella vita di qualsiasi paese. Nell’Italia del 1992 , l’avvento del maggioritario coincise con l’intervento della magistratura a danno di un ceto politico corrotto e questa coincidenza non fu solo tale , ma una delle cause stesse. La sconfitta del referendum sull’estensione del maggioritario coincise con la fine della “rivoluzione” della nuova politica , voluta dai magistrati e dal nuovo ceto ulivista , il primo esperimento ulivista terminò esattamente in quegli anni. Il ritorno delle liste bloccate e di un proporzionale su nomina, coincise con la crisi del berlusconismo e il ritorno del centrosinistra al potere:il berlusconismo calante lasciò , come si suol dire,i pozzi avvelenati contro la possibile longevità di un governo della sinistra. La mancata cancellazione del “ porcellum” nel 2007 fu una delle cause della fine del secondo tentativo di Prodi. La scelta , oggi , verso il ritorno al proporzionalismo coincide con una forte complessiva insofferenza verso la magistratura e la sua invadenza , l’esplosione del debito pubblico , l’autoritarismo imperante , l’incapacità della sinistra a costruire una credibile alternativa , il berlusconismo sempre più declinante inconcludente unito al ritorno al passato sistema elettorale può coincidere con pesanti cambiamenti istituzionale del Paese. La sensazione è che chi proponga il ritorno a quel sistema , alle preferenze , ai governi “ parlamentari “ non si renda conto del devastante effetto destabilizzante che quel sistema può causare. Un paese , l’Italia , invasa da un forte individualismo , priva, oggi, di un senso civico diffuso, incanalata verso una comunità pluriraziale contestata, divisa tra nord e sud, sta diventando una polveriera sociale che può scivolare , come sta scivolando,verso un sistema autoritario . L’introduzione del proporzionalismo può essere l’ultimo anello di un processo che può legittimare interventi costrittivi del sistema costituzionale generati proprio dall’incapacità di dare senso ad un sistema democratico. L’effetto devastante che il proporzionale può avere su tutta la sinistra è quello di spingere tutti a trovare una soluzione pro-domo sua ,generando la fine delle ragioni dello stare insieme. L’uscita quindi o meno di Rutelli , non è affatto il problema anzi è del tutto marginale ,sostanziale è capire che d’ora in poi chiunque, in un sistema proporzionale,ha teoricamente più vantaggi nel costruire una sua piccola “ patria “ . Il sasso è lanciato , il sasso può divenire valanga.
http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=20749&sid=22
Renzi: “Rutelli sta sbagliando, non lo seguirò ma Pier Luigi deve evitare accordicchi”
Fonte La Repubblica
L’intervista Il sindaco di Firenze Renzi boccia la svolta dell’ex capo della Margherita e chiede al neosegretario di uscire dalla “realtà virtuale”
Basta sinistra radicale L’Ulivo? Vorrei qualcosa di nuovo. Ma per ora mi accontenterei di non ripetere il disastro dell’Unione Rischio socialismo Veltroni si intende di socialismo molto più di me. Ma non vedo il rischio di un ritorno indietro
FIRENZE - «Francesco sta sbagliando». Il sindaco di Firenze Matteo Renzi non seguirà Rutelli. Lo ha seguito più volte, nella sua fulminante carriera politica che lo ha portato sulla poltrona più alta di Firenze a soli 34 anni, dopo aver sorpreso tutti vincendo le primarie. Questa volta, però, non lo farà. Resterà con Bersani. Anche se, confessa, «non l’ho votato».
Sindaco Renzi, turbato dalla scelta di Rutelli? «Mi spiace che Francesco se ne vada. Mi spiace personalmente e politicamente. Capisco il suo stato d’animo ma credo stia sbagliando. Dice che il Pd non è mai nato e ha ragione se guardo il dibattito attuale dei dirigenti: si fanno quotidianamente le pulci, a colpi di agenzia, l’un contro l’altro. Ma tra la gente il Pd c’è, c’è molto di più di quanto noi pensiamoe non sono solo le primarie a costituirlo. È l’idea che si possa uscire dal berlusconismo, non per una vicenda giudiziaria ma per una scelta politica e culturale».
Lei, però, non ha votato Bersani. «Io non l’ho votato ma adesso è il mio segretario. Spero che accolga la sfida del coraggio. E prenda atto che una stagioneè finita». Si riconosce nel suo progetto? «Spero che abbia il coraggio di non accontentare tutti. E che esca dal corto circuito dei politici che vivono una realtà virtuale.
Non prendiamoci in giro: grazie agli accordicchi tra correnti, abbiamo parlamentari che sono stati nominati. Ma le pare possibile che il Pd, il partito che ha fatto le doppie primarie per il segretario, quando si è trattato di scegliere i parlamentari si è inventato la scusa del “non abbiamo tempo”? Le pare possibile che ci sia gente in Parlamento che non riuscirebbe a farsi eleggere neppure nel consiglio della bocciofila? È ovvio poi che sul territorio ci siano solo gli amministratori… « Veltroni teme un ritorno al socialismo. «Veltroni s’intende di socialismo molto più di me. Ma non vedo questo rischio. Bisogna capire se Bersani ha voglia o no di scommettere su un gruppo dirigente dove ci sia spazio per chi vuole rivendicare il futuro e non solo rimpiangere il passato. C’è un sacco di gente in giro per l’Italia che aspetta di essere coinvolta». Lei fra queste? «No. Io faccio il Sindaco di Firenze. Che per me è la cosa più bella del mondo».
E quale partito si aspetta dal nuovo segretario? «Un partito che pensi al vertice sul clima di Copenaghen come alla più grande sfida del 2009. Che provi a migliorare la qualità della pubblica amministrazione senza bisogno di farsi dettare la linea e l’agenda dal compagno Brunetta. Che parli di lavoro senza i soliti schermi di un sindacato spesso autoreferenziale.
Che pensi un po’ meno a concertare e incroci le persone vere, quelle in carne e ossa. Quelle che non si iscrivono più ai partiti e ai sindacati ma hanno voglia di dare una mano lo stesso».
Teme che con Bersani i cattolici abbiano poco spazio? «Sono cattolico e penso che essere credente sia un valore, non un handicap. Ma bisogna farla finita di chiamare i cattolici solo quando c’è una storia scabrosa di sesso o quando si tratta di discutere dell’eutanasia o della procreazione assistita».
Anche lei vuole tornare all’Ulivo? «Più che tornare, vorrei andare verso qualcosa di nuovo. Ma per ora mi accontenterei di non ripetere il disastro dell’Unione.
Bene fare gli accordi, ma non dimentichiamo che oggi dovevamo essere nel quarto anno del Governo Prodi: se alla guida del Paese ci sono Berlusconi e soci, il meritoè tutto dei nostri litigi. Noi a Firenze abbiamo rinunciato alla sinistra radicale: siamo andati al ballottaggio, ma adesso governiamo senza ricatti. La fase in cui i veti contavano più dei voti è finita. Sono certo che Bersani non vorrà riniziare da dove abbiamo fallito».
novembre 2 2009
perchè Rutelli ha fallito?
é attribuito a Hans-Dietrich Genscher, ministro degli esteri duranti il governo Kohl,di aver detto durante un ricevimento che gli Austriaci avevano un ottimo ufficio stampa ,poichè erano riusciti a far passare per Tedesco Hitler e per Austriaco Beethoven. La stessa cosa può dirsi ,almeno in parte,per Rutelli che non paga per i suoi veri fallimenti politici .Ha ragione malvino e torto civati, gilioli, sofri etc Rutelli in punta di diritto non ha necessità di dimettersi ,ma è responsabile di innumerevoli fallimenti politici di cui non è mai stato chiamato a rispondere. La tendenza alla filosofia propria della politologia Italiana,dal giornalismo fino ad arrivare ai blogger, ha fatto si che non ci si concentrasse sui veri fallimenti dell'ex radicale , posso pensare ,ad esempio , tutto il male di un progetto di una diga ,di una autostrada , dal punto di vista filosofico ,rovina l'ambiente ,il panorama ,incrementa il consumismo etc, ,ma se è il progetto stesso che non funziona ,la diga ,per esempio, non sta in piedi, tutto il castello filosofico è risolto dall'inizio e taglia la testa al toro .Di Bertinotti e del suo ritorno agli anni 70 chiunque può pensare quello che vuole ,ma elettoralmente non funziona ,così pure il progetto neocentrista di Rutelli pervicacemente perseguito si è rivelato sballato. Ricordiamoci che alle elezioni politichedel 2006 si rese protagonista di due disastrosi e cinici errori politici ,in prima luogo speculando su una maggioranza ,che comunque al Senato sarebbe stata tenue, spedì al Senato i guastatori ,Fisichella ,Dini ,Binetti, ed altri teocon contando di tenere Prodi sotto attacco da destra mentre Bertinotti lo teneva sotto scacco da sinistra con i vari Turigliatto ,poi i risultati andarono come tutti sanno e la maggioranza da tenue divenne minima ,l'altro grave errore ,frutto dello stesso pensiero centrista che oggi lo porta fuori dal PD, fù quello di voler presentare le liste della Margherita al Senato contando su un presunto sfondamento nell'elettorato moderato ,sfondamento che non vi fù ,con l'Ulivo anzi che alla Camera prendeva più di DS e Margherita insieme e dava ,lui si ,i voti decisivi per la vittoria , la strategia fallimentare costava Lazio e Piemonte al Senato ed in definitiva la vita del governo Prodi con il ritorno del nano.Che la strategia centrista di Rutelli fosse fallimentare ,qualunque cosa uno ne pensi dal punto di vista filosofico , viene confermato dalle elezioni comunali di Roma ,nella Capitale il centrosinistra dal 2001 almeno ha una maggioranza strutturale, vince sempre tutte le elezioni, tutte le elezioni tranne una quella per il Campidoglio candidato Rutelli che ancora volta persegue uno sfondamento al centro ,sfondamento che non avviene ,mentre perde i suoi voti a sinistra ,perdendo ,mentre nello stesso giorno alla Provincia Zingaretti vince . Ce ne sarebbe stato abbastanza per accompagnare Rutelli onorevolmente alla porta come avviene dappertutto ,con AL Gore ,Jospin, Schröder prossimamente Brown perchè si può aver vinto tanto ,ma quando si perde il progetto non funziona elettoralmente non filosoficamente. http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/11/02/perche_rutelli_ha_fallito.html
ottobre 12 2009
Pasticcio Bersani
Il discorso di ieri di Bersani presenta le consuete incongruenze logiche : un candidato che vuole diventare segretario del partito ,non necessariamente candidato premier , invece di indicarci come vuole costruire il partito ,concretamente ,visto che questa forma partito non gli piace e anzi si propone di abolire le primarie ,per oggi quelle per il segretario, presenta un programma .Ora un programma presentato dall'opposizione ha sempre qualcosa di irreale ,ma è ancora più paradossale se quel programma è solo una indicazione di massima visto che dovrà essere discusso con tanti alleati ,magari dopo una riforma elettorale Tedesca in salsa Italiana, anche negli interventi degli altri due candidati è presente in qualche forma questo mito del programma che tanti danni ha fatto e ancora minaccia di farne ,ma comunque in forma attenuata. Altre considerazioni vanno fatte sulle nostalgie di D'Alema , è del tutto evidente che ha tirato fuori dal cassetto soluzioni ,socialdemocrazia ,sistema Tedesco, che potevano avere una parvenza di logica 10 anni or sono ,quando era lui Presidente del Consiglio , ma che oggi sono assolutamente surreali vista in prima luogo la crisi della socialdemocrazia Europea, tutto ciò evidentemente ci illumina sulle reali motivazioni di D'Alema-Bersani ,il Prodismo prima,con il suo ulivismo maggioritario, il Veltronismo ,pur con i suoi numerosissimi limiti ed errori dopo ,hanno cominciato ,appena cominciato ,a scavare nella nomenklatura da parastato del centrosinistra ,provocando terrore ,come le varie primarie locali si sono incaricate di dimostrare, a Firenze il candidato dalemiano ad esempio ha ottenuto un risultato disastroso , provocando il rimbalzo all'indietro della nomenklatura che capito che oggi le primarie sono per il sindaco ,domani per tutto e senza paracadute ,chi perde va a casa . Il D'Alema-Bersani è insomma frutto di disperazione perchè con le primarie nessuno è garantito in anticipo ,meglio invece un bel proporzionale interno al partito ed esterno come sistema elettorale che ritaglia comunque una posizione a tutti ,che così il centrosinistra starà all'opposizione i prossimi 35 anni è solo un effetto collaterale. http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/10/12/pasticcio_bersani.html
ottobre 10 2009
Sulla vocazione maggioritaria
di Claudio Croci,
Si legge che , “ anche “ , Franceschini oltre ovviamente al già dichiarato Bersani hanno abbandonato l’infausta vocazione “ maggioritaria “ scaturita dall’altrettanto mitico convegno del “ Lingotto “.
Questo punto è fonte di moltissimi equivoci e fraintendimenti e sul quale la “ passionaria “ Rosy Bindi sta impostando la sua campagna elettorale delle primarie : “l’antilingottismo “.
Chi non condivideva le idee di Veltroni e del “ suo appello del Lingotto “ , aveva in mente ben altri equivoci , presenti in quel programma e non la cosiddetta vocazione maggioritaria che era la fine di un discorso e non il principio.
La candidatura Veltroni si basava su un primo grande equivoco che anche oggi , a due anni di distanza , si tende a ripetere : la definizione di una chiara proposta politica su cui improntare la linea del partito. Non è “ centralismo democratico “ confrontare una linea , chiedere il parere degli elettori alle proposte e poi , sulla base del risultato , ovviamente a maggioranza, definire un’ inequivocabile linea sulla quale “ tutti” gli iscritti si adeguano , anche se ovviamente , alcuni , in via personale , restano delle proprie idee e lavorano per farle divenire maggioranza. Ma dal punto della linea , una è , una la classe dirigente che la sostiene e una è la scelta a cui tutti sono tenuti. Appunto Veltroni questo non fece , e si limitò ad incassare un voto basato su tre liste delle quali una era in contraddizione con l’altra. Il voto quindi fu dato alla persona “ Veltroni “ e non alla sua linea portandosi quindi dietro mille contraddizioni ( fu definita appunto “ maanchismo “) volendo riassumere il tutto ed il contrario di tutto . La lista democratici-davvero ,rappresentò esattamente l’antitesi logica a quel pensiero : una lista , un leader , una classe dirigente , una chiara proposta : un partito aperto .
Nella scelta del Lingotto non si può tacere la posizione dell’allora ministro Bersani , che era il possibile candidato alternativo , il quale all’epoca rifiutò la candidatura adducendo la possibilità di “ divisone “ del partito , fatto fisiologico ,che oggi tranquillamente si ripete dopo due anni , ma che affrontato allora poteva portare ad un chiarimento anticipato di ciò che oggi si sta discutendo . Il fatto che Veltroni e Bersani ieri , Franceschini e Bersani oggi rappresentano due visioni del partito diverse è un dato di fatto sul quale si deve fare chiarezza ed operare una scelta , le primarie di adesso , comunque le si voglia giudicare,rappresentano un chiarissimo confronto su due modi di vedere il PD. L’errore di Veltroni è stato proprio quello di accettare sulla sua persona l’una e l’altra versione pur sapendo che Veltroni storicamente e culturalmente era per la cosiddetta visione “ aperta “ del partito . Franceschini ha il merito, oggi, di farla totalmente sua e di affrontare il confronto , cosa che se fosse stata decisa due anni fa da Veltroni avrebbe sicuramente annullato la ragione d’essere della lista democratici-davvero che sarebbe tranquillamente annulata nella linea di Veltroni .
In questo contesto la vocazione maggioritaria era ed è una delle “ radici “ dell’ulivismo , in quanto vocazione ad un partito coalizionale “ aperto “ strutturato in maniera radicalmente innovativa , aperto ai territori ,alla partecipazione dal basso , basato su collegi elettorali uninominali in cui gli elettori attraverso primarie scelgono i candidati di quella coalizione-partito. L’asserzione di una fine della vocazione maggioritaria coincide con la fine dell’ulivismo e della concezione che: da una parte c’è una proposta ed in antitesi un’altra sulla quale gli elettori si confrontano e decidono , loro e non i loro eletti , ma in primis loro. La scelta, poi, di un governo che non solo vinca sulla parte avversa , ma che governi spinge a tessere una forza politica coesa che rappresenti non solo la contestazione , ma la scelta e la decisione di fare , questo impegno è ben più gravoso e difficile di quello di enunciare i mali ed è, appunto, quello di risolverli. Questa concezione è l’ulivismo e la sua vocazione maggioritaria è proprio questa , Veltroni scindendo sinistra radicale da quella riformista o presunte tali ha contraddetto proprio questa vocazione nella presunzione che i tempi erano maturi per una scissione di responsabilità e qui sta un altro tragico errore.
Franceschini ribadendo un centrosinistra senza trattino ci riporta alla “ vera “ visione originale dell’ulivo : la formazione di una forza politica nuova , interprete di tutto il centrosinistra votato al governo del paese. http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=20318&sid=22
settembre 17 2009
L’energia di Prodi e quella di Thorne
Perché il nuovo ambasciatore americano esordisce parlando di gasdotti, cioè di Putin.
Secondo Romano Prodi, «bisogna che qualcuno metta sul tavolo la complementarietà degli interessi europei e russi».
Parole dette ieri dopo un incontro a Mosca con Vladimir Putin.
Sempre ieri, nella sua prima intervista a un giornale italiano, il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, David H. Thorne, diceva a Maurizio Caprara del Corriere della Sera, che «una delle grandi preoccupazioni della politica americana è la dipendenza energetica dell’Italia e di tutta l’Europa». Dietro le due dichiarazioni si leggono in controluce le due posizioni che animano il dibattito europeo e transatlantico sulla questione energetica e che si rispecchiano nei due grandi progetti oggi in competizione per l’approvvigionamento del Vecchio continente.
Il gasdotto Nabucco, che porterà metano azero in Europa, attraversando quattro paesi e facendo confluire il gas, infine, nel deposito austriaco di Baumgarten an der March. Il progetto, avviato dalla Ue e sostenuto da Washington, trova un concorrente significativo in South Stream, il gasdotto lanciato dal consorzio Gazprom-Eni, che trasporterà metano russo in Europa, sfruttando il fondale del Mar Nero e attraversando la Bulgaria.
La presidenza del consorzio South Stream era stata inizialmente offerta a Romano Prodi (che però ha rifiutato), come forma di garanzia politica. Poi Silvio Berlusconi se n’è fatto padrino, presenziando ad Ankara, il 6 agosto scorso, alla firma del protocollo di cooperazione per il via libera della Turchia ai lavori per le condutture nel fondo del mar Nero. E di fronte agli esterrefatti Tayyip Erdogan e Vladimir Putin ha rivendicato che «si tratta di un grande successo della nostra azione e delle nostra diplomazia commerciale».
Ma se andando all’osso immediato della disputa, essa può essere ridotta alla scelta tra due direzioni geostrategiche che vanno entrambe inquadrate nella logica bipolare ereditata dalla guerra fredda, il confronto va osservato in realtà su un piano più articolato, almeno da parte americana.
L’amministrazione Obama ha posto tra i suoi obiettivi prioritari il progressivo affrancamento dalla dipendenza dai combustibili fossili. Per motivi ambientali ed economici ma anche per ragioni di sicurezza nazionale.
Tutti i recenti conflitti che hanno visto impegnate le forze Usa sono legati direttamente o indirettamente al controllo del greggio.
Ma è chiaro che il passaggio dall’era del petrolio a quello delle energie sostenibili e rinnovabili non avverrà in breve tempo né sarà lineare. Inoltre, non è una sfida che l’America può intraprendere da sola, anche se oggi è molto motivata a farlo dopo il boicottaggio di Kyoto.
È dunque nell’interesse degli Stati Uniti, di questa amministrazione, avere sponde e interlocutori su tutto il ventaglio dei dossier energetici. Quindi non solo quello immediato del gas, che ha anche un’evidente valenza politica, di contenimento del potere russo. Ma anche quello mediorientale, con il caso iraniano in primo piano. Lo “scongelamento” dell’Iran serve a rimettere in circolazione le sue enormi riserve petrolifere. Non ultime le energie rinnovabili. L’ambasciatore Thorne si propone di promuovere intese e partnership americano-italiane nel meridione italiano per gli impianti e le tecnologie eoliche e solari. E poi, certo, c’è il nucleare, ma è uno scenario del tutto virtuale, visto che in Italia l’energia atomica resta una via a dir poco controversa, mentre negli Usa – osservava ieri Ermete Realacci – «non è un caso se non sono state costruite centrali dalla metà degli anni ’70».
È un disegno in cui anche l’accordo Fiat-Chrysler va oltre il salvataggio di un’azienda, essendo diventato il simbolo di una svolta verso il risparmio energetico con il sostegno di una casa italiana. È un disegno, insomma, su cui, non solo il governo, ma anche il nostro centrosinistra “obamiano” dovrà dire la sua.
settembre 12 2009
Primarie di coalizione
di Claudio Croci,
Con notevole clamore , recentemente , i tre candidati alla Segreteria del PD si sono trovati d’accordo a modificare lo Statuto dopo l’elezione del nuovo Segretario in un punto importante e cioè quello delle Primarie di coalizione volendo significare che l’elezione del Segretario Nazionale non significherà automaticamente candidatura alla Presidenza del Consiglio.
D’altra parte non si tratta di alcuna novità . Infatti nel 2008 la candidatura di Veltroni alla Presidenza non è affatto scaturita dalla elezione a Segretario del PD , peraltro maturata quando alla Presidenza del Consiglio vi era già un Presidente della stessa formazione politica , ma da un accordo tra PD ed IdV ad indicare Veltroni ,quale Presidente designato , indicazione che emerge necessaria dall’attuale legge elettorale . La designazione del Segretario era quindi frutto di un accordo politico. Lo Statuto del Partito prese atto di un dato di fatto e propose in una logica più propagandistica che istituzionale che la figura del Segretario del Partito fosse anche il candidato naturale alla guida del Governo.
Questa norma statutaria fu proposta ed accettata in un clima elettorale poco opportuno a riflessioni di lungo periodo , difatti Parisi mise subito l’accento su questo punto come su altri dello Statuto che dovevano essere riviste alla luce dell’effettive prime esperienze del PD , ma come noto l’Assemblea del Giugno 2008, unica convocata dopo le elezioni , fu tutto fuorché una riflessione democratica sull’essenza profonda delle regole interne del PD.
Oggi la questione è stata riproposta dai tre candidati e si è preso atto che siano necessarie primarie di coalizione per designare l’eventuale candidato alla Presidenza del Consiglio. Ora questo non significa affatto un necessario ritorno alla logica dalemiana che vede le due cariche distinte , ma semplicemente potrebbe anche significare , e alcuni ulivisti la intendono in questo modo , accentuare l’uso delle primarie anche alla individuazione del Premier oltre a quelle del Segretario Nazionale.
Ma oltre a questo vi sono ulteriori implicazioni che ribaltano nettamente l’impostazione dalemiana . Se infatti i partiti coalizzati decidono di indire le Primarie è naturale che si dettino delle regole sul rispetto dell’esito delle primarie stesse ; ad esempio che il candidato eletto avrà il compito lui e non i partiti di scegliere i Ministri e che inoltre possegga una sorta di veto a su candidature che non garantiscano pienamente la fedeltà di maggioranza, in definitiva le primarie eleggono una figura decisonale per tutta la coalizione che enfatizzi l’uso delle primarie stesse , altrimenti per quale motivo chiamare a raccolta tutti gli elettori anche al fine di impedire il ritorno a comportamenti tipo Rossi o Turigliatto o Mastella che determinarono la caduta del governo Prodi . Ma se le primarie impongono questi vincoli alla coalizione non si ritorna alla concezione , mai realizzata, peraltro , di quell’Ulivo originario che vedeva la nascita di un soggetto estraniante la vecchia concezione partitica tesa a dare all’elettore la possibilità di scelta di un soggetto deciso prima delle elezioni e determinato dagli elettori ? Ma se è così allora questa è una forma nuova di bipolarismo e cioè quel bipolarismo vincolante che vede nei due poli aggregazioni più stretti di una semplice coalizione : nascono due soggetti politici di cui i due leader , scelti da tutta la coalizione, saranno destinati ad assumere la Presidenza del Governo. Ma è lo stesso principio dell’Ulivo . Ma allora la posizione dalemiana va a coincidere con questa proposta ? Penso affatto che no . Difatti l’UdC di cui i dalemiani reclamano l’alleanza come decisiva , non accetterà mai elezioni primarie di coalizione vincolate a meno che a essere eletto non sia Casini , ma in tal caso più che primarie di coalizione , si tratterebbero di primarie a candidato unico . Per cui nell’accordo a ben guardare è stato il fronte ulivista pro-Franceschini ad avere partita , in teoria , vinta.
http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=19795&sid=22
agosto 28 2009
Il futuro del Pd? Ridiventare il Pci
Vittorio Macioce
È successo tutto di notte, da clandestini. I giornalisti si sono svegliati e hanno scoperto che il direttore era stato messo da parte. Non cacciato, ma ridimensionato in qualche sgabuzzino. Questa è la storia di una piccola televisione, che galleggia sul canale 890 di Sky, ma se qualcuno vuole sapere come sarà il futuro del Pd deve guardare da queste parti. Red tv è la televisione di D’Alema e dicono che qui sia cominciata la normalizzazione. Non c’è più spazio per la sinistra dalle tante anime, per il sogno democratico, per i radicali e i dipietristi, per le incursioni a destra e sinistra. Non si insegue più la leggerezza veltroniana. Le notizie che arrivano da questo avamposto dalemiano parlano di un ritorno alle cose serie, al partito, l’unico, quello ereditato dal Pci, quello che non ha mai smesso di sentirsi di casa a Botteghe Oscure.
La storia. Red tv poco tempo fa si chiamava ancora Nessuno tv. Era un nome da odissea e D’Alema non lo ha mai amato. Il suo tesoro è un contributo pubblico di 4,1 milioni di euro. Una bella montagna di soldi che arriva grazie a sei parlamentari, cinque del Pd più Pino Pisicchio, in quota Idv. Il presidente del Cda è Luciano Consoli, che qualcuno ricorda per le disavventure del Bingo e de La Voce. In questo comitato d’affari si inserisce un anno fa Massimo D’Alema, prima in sordina, poi con qualche fuoco d’artificio. Diventa di fatto il padrone della baracca. Il signore di Gallipoli porta nel consiglio di amministrazione il suo braccio destro, l’uomo che regge le sorti della fondazione «Italianieuropei». Il suo nome è Matteo Orfini e cura i rapporti di D’Alema con il mondo degli affari, della finanza e della cultura. Fino a ieri la parola d’ordine di Red tv era: apertura. Oggi è: identità.
Nella notte Claudio Caprara, fondatore e direttore responsabile di Nessuno tv, è stato commissariato da Francesco “Ciccio” Cundari, firma prima del Riformista e poi del Foglio, ventinovenne, amico di famiglia di Orfini e iscritto nel circolo elitario Mazzini del Pd. Roba romana. Quando la redazione ha chiesto all’editore il perché di questo cambio della guardia, notturno e clandestino, la risposta tra mezze parole e qualche imbarazzo è stata questa. Bersani ha fatto due conti e sa che la segreteria è nelle sue mani. È convinto di vincere. Il suo primo mandato è farla finita con il Pd. Archiviare questa farsa, cancellare la stagione disneyana di Veltroni, spegnere ogni nostalgia ulivista e togliere ossigeno a Di Pietro e alla sua confraternita giacobina di intellettuali. Questo è l’obiettivo di D’Alema, questo è il desiderio che, con la cautela di chi sta sul Colle, arriva anche da Napolitano. La sinistra, per battere Berlusconi, deve ricominciare dalle sue origini, con le alleanze tattiche con il pulviscolo post-democristiano o con ciò che resta dei dinosauri post-comunisti. Il resto non conta. Niente prodiani. Niente Rutelli, che può anche andare a scindersi da solo da qualche parte. La sinistra è apparato. È territorio, banche, poteri forti. Tutto ciò che D’Alema ha sempre teorizzato dall’altro secolo, dai tempi della Bolognina, quando il Muro era appena caduto. L’unica differenza è che, forse, si è sbarazzato una volta per tutte del suo eterno rivale. D’Alema ha la sensazione che Walter sia davvero ormai un fantasma politico. Di cosa ha paura ancora D’Alema? Si sussurra che il punto debole del suo «ultimo piano» sia l’inchiesta di Bari. È per questo che ancora tergiversa con Di Pietro. Non conosce le carte in mano all’ex pm.
Questi ragionamenti arrivano da Red tv. È quello di cui chiacchierano negli studi e nelle redazioni. Quando stavano con Nessuno tv si sentivano la voce del Pd. Ora hanno capito che il Pd è un morto che cammina. Qualcuno più disilluso tira fuori una storia che ricorda molto Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. I leader della sinistra in questi anni sono stati politicamente assassinati uno dopo l’altro. Come recita il titolo provvisorio del capolavoro della giallista inglese: E poi non rimase più nessuno. Chi è l’assassino? Come molti sanno è il più bravo a fingersi morto. D’Alema. Oppure Veltroni? http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=377411
luglio 29 2009

Ci avevano provato anche con Romano Prodi. Ed inventarono lo scandalo Telecom-Serbia. Adesso tocca ad Ignazio Marino. Per iniziativa de "il Foglio" diretto da Giuliano Ferrara. Ma chi c'è dietro di lui? Chi gli passa il materiale da pubblicare?
La risposta politica è riassunta da Antonella Rampino sulla "Stampa" di stamani: "Marino ha il difetto essenziale di non essere né antiabortista né un ateo devoto".
La risposta "pratica" è semplice. Come sempre, siamo davanti ad un caso pseudo-giudiziario che mira a distruggere una reputazione (non tutelata da nessun "lodo Alfano"). Ovvero ad annientare un uomo politico che dev'essere considerato molto importante, se è fatto oggetto di simili aggressioni giornalistiche. Lui ha chiarito tutto, ma gli avversari insistono anche girando a vuoto. Per lanciare gli schizzi di fango, non si può far altro che così.
Lo scenario è quello consueto che si è visto tante volte e da tanto, troppo tempo in Italia. Ladri puttane e spie salgono sul palcoscenico e recitano il loro copione di autore "ignoto". Ferrara non c'entra, è il vecchio puritano comunista che vive in lui, a risvegliarsi ogni tanto.
Ladri di documenti che cercano non gloria personale, ma infamia per altri. Puttane che si vedono magari proposte per un seggio al parlamento europeo. E spie che grazie ai primi ed in compagnia delle seconde giocano bellamente il loro ruolo per guastare lo scenario politico italiano.
Debbono aver davvero paura di Ignazio Marino, se si agitano tanto. Senza pudore.http://antoniomontanarinozzoli.blog.lastampa.it/antoniomontanari/2009/07/chi-odia-ignazio-marino.html
luglio 14 2009
Uno Statuto che garantisce il Pd
O forse è meglio il congresso Pdl?
di SALVATORE VASSALLO*
Dario Franceschini
Ho letto con il consueto interesse la stroncatura di Ilvo Diamanti al partito democratico e alle sue regole interne. Sono d'accordo con l'argomento di fondo. Nel Pd non è mai veramente maturata una convinzione univoca sul modello di partito da adottare, tanto che dopo qualche (documentabile) ipocrisia, chi era contrario al "modello delle primarie" torna a dirlo apertamente. Non sono invece d'accordo sulla conclusione tranciante che Diamanti trae in merito allo specifico contenuto dello Statuto attualmente in vigore. Credo che, in questo, si accodi ad una vulgata fuorviante.
Chi non sopporta le primarie dice che il processo congressuale disegnato dallo statuto è interminabile, che lo Statuto del PD è complicato, macchinoso, da cambiare se non da cancellare. Non che non siano necessari aggiustamenti. Ma tanti, proprio tanti, lo dicono senza averlo nemmeno letto, lo Statuto, e per un'unica ragione. A controprova, mi capita spesso di fare da un paio di mesi questo esperimento, con dirigenti nazionali o locali di partito. Chiedo innanzitutto se i congressi dei Ds o della Margherita prendevano meno tempo dei due mesi e mezzo (al netto di agosto) che impiegheremo a iniziare e chiudere la procedura congressuale 2009. Non ho mai ricevuto, come è ovvio, una risposta diversa. I congressi dei vecchi partiti duravano di più.
Procedendo nel test, chiedo allora di indicare tre degli aspetti che secondo loro vanno cambiati, per rendere il processo più semplice. Fino ad oggi non sono riuscito a ottenere nessuna risposta precisa. In un terzo dei casi mi vengono indicate come modifiche assolutamente necessarie cose che nello statuto sono già esattamente come si dice dovrebbero essere. In un altro terzo ottengo risposte generiche. In un altro terzo si ricade nella vera questione: se a determinare la scelta del segretario e gli equilibri interni deve essere il voto dei soli iscritti (purtroppo sempre di meno, sempre più anziani, sempre più coincidenti con chi fa o vuole fare politica) o anche di tutte le persone che dichiarano d'essere elettori del PD e sono disposte a versare un contributo minimo; se sia giusto che il gruppo dirigente del Pd si faccia giudicare dall'intera platea dei suoi elettori oppure se i cittadini che votano alle primarie siano degli "invasori".
Pierluigi Bersani
Proprio così, invasori, li ha chiamati D'Alema alla festa del PD a Roma: "le primarie per l'elezione del segretario sono una regola assurda, figlia di una concezione che ha portato la società civile a invadere, occupare il partito" (ANSA, Roma 5 luglio). Bersani aveva già espresso un'opinione simile e ora a catena i dirigenti territoriali che lo sostengono hanno perso ogni residua reticenza.
La contrarietà verso le primarie di D'Alema e della dorsale organizzativa pro-Bersani non mi stupisce. Registro purtroppo che anche nella Bussola di Diamanti acquista ingiustamente credito (a mio avviso) all'idea che il meccanismo congressuale sia contorto o insensato, che sia frutto di una costruzione contraddittoria e sgangerata. Cerco di dire perché secondo me non è vero.
In base allo statuto le (cosiddette) primarie, che si terranno il 25 ottobre 2009 per eleggere gli organismi nazionali e regionali, saranno precedute da una consultazione tra i soli iscritti. Nel mese di settembre i circoli si riuniranno per discutere le candidature a segretario e le connesse mozioni. Votando per una o l'altra mozione, gli iscritti nomineranno anche i loro delegati alla Convenzione nazionale che si terrà l'11 ottobre e i delegati per le Convenzioni regionali che si terranno qualche giorno prima.
Questa prima fase ha tre funzioni: a) verificare che le potenziali candidature a segretario (nazionale e regionali) siano dotate di un minimo consenso tra gli iscritti, scremando le candidature credibili da quelle fittizie o inadeguate; b) consentire ai candidati a segretario e ai sostenitori delle diverse mozioni di presentare le loro proposte e confrontarle di fronte a una platea qualificata di delegati (la "convention" nazionale dell'11 ottobre e quelle regionali); c) dare modo ai sostenitori delle diverse mozioni di coordinarsi e formare le liste per le assemblee nazionale e regionali in maniera meno verticistica di quanto accadde, per forza di cose, in assenza di una base organizzativa comune, nel 2007.
Alla elezione vera e propria, quella che si svolge il 25 ottobre, saranno ammessi tutti i candidati che hanno ottenuto almeno il 15% dei voti tra gli iscritti e comunque i primi tre, purché abbiano ottenuto almeno il 5% nella consultazione preliminare interna. Esattamente come nel 2007, il 25 ottobre, su una prima scheda si vota per liste di candidati all'Assemblea nazionale collegate alle candidature a segretario nazionale.
Su una scheda distinta, si vota per le liste di candidati all'Assemblea regionale collegate alle candidature a segretario regionale.
È davvero così complicato? Non mi pare. Anche se, certo, è stato più semplice lo svolgimento del congresso fondativo del PdL! C'è tutttavia un aspetto che può legittimamente generare qualche dubbio, che Diamanti rimarca nella sua Bussola. Siccome potranno accedere alle "primarie" più di due candidati alla segreteria, è possibile che nessuno di loro ottenga la maggioranza asssoluta dei delegati nell'Assemblea (il discorso vale ovviamente sia per il livello regionale che per quello nazionale). In teoria, potrebbe succedere che tre candidati ottengano ciascuno circa un terzo dei seggi. Che si fa a quel punto? Non sarebbe meglio allora limitare l'accesso all'elezione finale solo ai primi due più votati dagli iscritti?
Sono dubbi che ci si è posti in fase di redazione dello Statuto. Limitando l'accesso alle "primarie" solo ai due più votati tra gli iscritti sarebbe stato escluso dalla competizione qualsiasi outsider, comprese personalità molto popolari. In ogni caso, in fase di elaborazione dello statuto i "bindiani" posero come condizione per loro irrinunciabile che fosse lasciata una chance di partecipare anche ad una terza candidatura di nicchia.
Avendo accolto questa richiesta, c'erano tre alternative per chiudere il cerchio, ciascuna con un suo difetto. Una prima, apparentemente semplice, sarebbe stata quella di considerare in ogni caso eletto il candidato più votato, con il rischio di avere un segretario sostenuto da poco più di un terzo dell'Assemblea o addirittura portatore di una linea invisa ad una larga maggioranza del "parlamento" del PD. Una seconda alternativa poteva consistere nel chiamare di nuovo a votare tutti i simpatizzanti per un secondo turno di ballottaggio, ma era troppo costosa organizzativamente. Si è previsto quindi che, in caso non emerga un chiaro vincitore, ci sia un ballottaggio tra i primi due in Assemblea. Naturalmente l'Assemblea chiamata eventualmente a scegliere tra i primi due non è la "convention" eletta dagli iscritti, ma quella eletta dai simpatizzanti il 25 ottobre, in collegamento con i candidati a segretario e alle relative mozioni.
Anche in caso di ballottaggio, quindi, il voto del 25 ottobre non verrà vanificato, soprattutto se i rappresentanti eletti in collegamento con il candidato arrivato terzo voteranno per quello tra i primi due con la "piattaforma" più simile alla loro.
Considerando la professione accademica che condivido con Diamanti, mi permetto una chiosa finale. Anche nell'eventuale passaggio tra l'elezione del 25 ottobre e l'eventuale ballottaggio in Assemblea, per le ragioni che ho esposto, non ci sono in realtà contraddizioni tra diversi principi rappresentativi così stridenti come a prima vista potrebbe sembrare.
Ad esempio in Bolivia si usa un metodo simile per l'elezione del Presidente: in assenza di un chiaro vincitore tra gli elettori (esito possibile perché al contrario che negli Usa lì non c'è un sistema bipartitico) è il "congresso" a scegliere tra i primi tre candidati più votati. Aggiungo che ci sarebbe stata una contraddizione più stridente tra principi rappresentativi se, come ad un certo punto è parso possibile nelle primarie democratiche americane, per scegliere tra Obama e la Clinton fossero risultati decisivi i superdelegati di diritto alla convention di Denver NON eletti attraverso le primarie.
Ciò detto, concordo pienamente, ripeto, sull'argomento di fondo. Nel Pd ci sono idee diverse in merito al modello di partito. Io confido che nel corso della fase congressuale si parli soprattutto di altri argomenti che interessano di più gli italiani, ma credo che il nodo debba essere sciolto. Del resto i principali candidati hanno già preso una posizione abbastanza chiara e distinta sul punto. La pratica ci dirà poi ancora meglio cosa può essere migliorato. Per quello che mi riguarda, spero che nel frattempo non vinca chi vuole tornare al partito introverso ... liberandosi degli "invasori".
* L'autore dell'articolo è deputato del Pd, presidente della commissione per lo Statuto e professore di Scienza Politica e Politica Comparata all'Università di Bologna.
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Salvatore Vassallo difende le procedure adottate dal PD per eleggere il segretario e gli organismi nazionali (e locali). Lo fa con passione e con argomenti tecnici ragionevoli. La sua tesi di fondo è che i diversi passaggi del percorso congressuale si tengano e possano, anzi, rispondere alla pluralità di componenti che si riferiscono al PD. Io, per quanto mi riguarda, resto dell'idea espressa nella Bussola pubblicata venerdì scorso. In modo forse aspro, ma non livoroso.
Nelle Bussole, destinate all'edizione on line, uso un linguaggio più diretto. Servono a discutere e far discutere, più che a definire e a spiegare. Però ribadisco: il tracciato congressuale mi pare la somma di modelli di partito difficilmente conciliabili.
Il risultato di compromessi - come riconosce lo stesso Vassallo - fra idee diverse e contrastanti di quel che il PD dovrebbe essere e diventare. Il partito di massa, neo-socialdemocratico, a cui ha sempre guardato D'Alema. Il modello americano, evocato da Veltroni. In mezzo, l'Ulivo di Prodi: anch'esso "americano", maggioritario e personalizzato. Ma "inclusivo", largo come la Dc di un tempo e l'Unione di ieri. Inoltre: non "esclusivo" come quello immaginato da Veltroni. L'insieme di questi modelli a me pare, francamente, inconciliabile. Come il confronto fra i due principali candidati, che hanno in mente modelli di partito e di strategie agli antipodi.
Tuttavia, la critica espressa nella mia Bussola di qualche giorno fa non è metodologica, ma politica. Riguarda il modo in cui pare svolgersi il confronto tra i leader. Nella scelta del segretario. Di nuovo: ho l'impressione di un conflitto senza contenuti. Centrato sulle persone. Non solo quelle scese in campo, ma ancor più fra gli altri leader, che stanno dietro. Poche idee, poche parole. Il nuovo-in-sé, la "questione morale" (evocata in riferimento a un presunto "stupratore democratico". Roba da matti).
Vorrei, insieme a molti altri, sentir parlare d'altro. Anzitutto: di come fare opposizione a una maggioranza di destra che ha un'identità chiara, centrata su valori e messaggi chiari. E non condivisi da molti cittadini (me compreso). Come affrontare il tema della sicurezza senza fare il verso alla Lega? (Sempre meglio l'originale). Come affrontare il tema della crisi economica senza fingere che non esista e senza usarla come uno spot? Come costruire un partito che non solo permetta, ma favorisca la selezione e il ricambio dei leader? Per gli altri, in effetti, il problema non esiste, perché sono talmente personalizzati da essere personali. Creati e riprodotti da una persona. Gruppi dirigenti compresi. Per il PD non è così. Per fortuna. Ma a condizione che riesca a porvi rimedio.
Questo congresso, per le ragioni che ho indicato, mi lascia molto dubbioso (e qui uso un linguaggio fin troppo prudente). Però - e sono convinto di quanto affermo - non ce ne sarà un altro se non produrrà almeno alcuni dei risultati che ho suggerito. In particolare: un leader legittimato e autorevole, gruppi dirigenti e militanti locali rappresentativi e ascoltati. Idee. Un linguaggio democratico. Non ce ne saranno altri di congressi di un partito che in 3 anni ha cambiato 3 leader, due nomi, tre quattro modalità di organizzazione ed elezione della leadership. E ha perso un bel po' di elezioni e di elettori. Questo mi interessava sottolineare. E ribadire oggi. Non per rispondere a Vassallo (io non sono un leader democratico). Ma perché anch'io, come lui, sono interessato a che in questo paese e in questa democrazia opaca si formi un'opposizione vera. Per ora non c'è.
Ilvo Diamanti http://www.repubblica.it/2007/02/rubriche/bussole/vassallo/vassallo.html?ref=hprub
luglio 9 2009
La domanda di Prodi sulla crisi di rappresentanza dei partiti (Messaggero, 30 Giugno) meriterebbe ben altra risposta da parte del Segretario del PD, che la replica evasiva (Messaggero, 1 Luglio), in cui parla di tutto salvo che della democrazia morente nel suo partito. Eppure il tema non può restare una questione per “addetti ai lavori”: si tratta del grande nodo che soffoca il paese.
Nel dopoguerra, grazie alla mancata applicazione dell’Art. 49 Cost. – che garantisce ad ognuno di poter “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” – i partiti sottrassero ai cittadini la facoltà di selezionare la classe politica. Il meccanismo utilizzato fu quello dell’“ordine di lista”, che dominava le “preferenze” espresse dai cittadini (peraltro condizionate dai finanziamenti pubblici in mano alle segreterie).
In quei tempi, ciò non parve un “vulnus democratico” intollerabile perché la guerra fredda rendeva meno importante la scelta degli Uomini rispetto all’ideologia di appartenenza. I partiti, inoltre, non avevano ancora occupato le istituzioni in maniera capillare.
Negli anni novanta, con la fine della guerra fredda, gli italiani – come altri popoli – chiesero una apertura del sistema politico (e maggiore “governabilità”). L’elettorato progressista si concentrò sulla richiesta di un Partito Democratico di tipo “nuovo”, costruito – sul modello americano – intorno alle primarie “aperte” (tutti i cittadini orientati verso il centro-sinistra sono chiamati a concorrere con metodo democratico alla selezione dei candidati alla guida del paese).
Per tredici anni, i dirigenti dei partiti riformisti hanno resistito all’idea del PD partito “aperto” (eufemismo che sta per “democratico”), e alla pressione dei propri elettori, spesso organizzati in movimenti di base. Due uomini – in particolare – rappresentarono le istanze dei cittadini: Romano Prodi, e Pietro Scoppola, il grande storico cattolico scomparso nel 2007.
Finalmente nel 2007 si giunse a un compromesso: il PD sarebbe nato apparentemente con le “primarie” aperte. Ma in realtà – almeno per questa volta - le candidature sarebbero state decise dalle nomenklature dei DS e della Margherita. I candidati espressi dai cittadini furono sì ammessi, ma in meno del 15% dei 475 distretti elettorali: erano dunque inelegibili “foglie di fico”.
Nel Giugno 2007 – dopo la riunione del Comitato del PD che decise le regole delle “primarie manipolate” - un Pietro Scoppola sconfortato chiese un parere agli amici dell’Associazione “2 Aprile”: dimettersi e denunciare la finzione sulla quale il PD stava nascendo, o far finta di nulla? Pietro scelse di non rovinare la festa. Primarie, sì, anche finte, pur di stabilire un precedente. La resa dei conti fra cittadini e apparati era solo rinviata.
Il “vizio di origine” del PD – la democrazia finta - si è insinuato nel suo DNA. Il “Comitato dei Garanti” – la magistratura interna - è nominato dai dirigenti del partito (è come se in Italia Berlusconi nominasse i giudici). Le elezioni interne si fanno con le “liste bloccate” (senza possibilità per i votanti di esprimere preferenze: esattamente il “porcellum” che il PD critica nel paese). Nel mio circolo “Aurelio”, ad es., dei 560 accorsi nel 2007 per chiedere la tessera del PD ne sono rimasti meno di 150: se ne sono andati quando hanno visto che non contavano, che le regole, gli statuti, le magistrature, non servivano a garantire la partecipazione democratica, ma a soffocarla.
Il modo in cui un partito si organizza riflette anche il tipo di società che vuole promuovere. Il PD non ha risposto alla domanda di una svolta democratica nel paese, pagando anche per questo con una serie di sconfitte elettorali, e lasciando a Di Pietro ampi spazi.
Lo Statuto che il PD si è dato risolve la ventennale “questione” fra elettori e apparati a favore di questi ultimi. Nel 2009 i candidati alle primarie li scelgono – anche formalmente – i signori delle tessere. Gli elettori delle primarie potranno votare solo candidati selezionati dal partito. Agli americani questa modalità pare un simulacro di democrazia. Ai polacchi, invece, ricorda il sistema in vigore fino al 1989: “Il partito sceglieva i candidati; alle elezioni la scelta era sempre fra comunisti”, mi spiega Pawel D. “Solo in qualche distretto consentivano al Partito dei Contadini di presentarsi, per dare l’impressione del pluralismo”. Poi “nel 1989 Solidarnosz ottenne che alla Camera poteva candidarsi chiunque raccogliesse 5000 firme. Quell’anno fu eletto un solo parlamentare indicato dal partito su 256! Così noi ritrovammo la libertà, sei mesi prima della caduta del muro di Berlino”.
In Italia non c’è dittatura. Il che non vuol dire che ci sia democrazia: ci sono tanti altri sistemi di governo… Ma quando gli elettori perdono il potere di scegliere se sostituire la propria classe dirigente, la democrazia non c’è più. E così, con il controllo dei cittadini ridotto al minimo, la politica si fa per interesse privato. E così Franceschini nel 2008 non ha esitato a nominare parlamentari la sua segretaria e il suo portaborse. (Merito? Davvero l’Italia non ha di meglio?). E tiene lontane dalla politica le grandi competenze. Questo è il nodo che soffoca il paese.
Un Obama, da noi, non può emergere: per regolamento! Non ci resta che sperare in un Gorbaciov: che sia Ignazio Marino? Oppure, provare ancora una volta a cambiare dal basso lo Statuto del PD: come si sta tentanto al sito www.apriamoilpd.com . La salvezza non sta nel ridare fiducia a quelli che cavalcano le istanze della base per meglio tradirle. Abbiamo già dato.http://www.piergiorgiogawronski.com/non-rinunceremo-alla-democrazia-nei-partiti-gawronski/
luglio 5 2009
Nomenkatura del Pd in pensione: hanno fallito
Caro Beppe,
cosa pensano realmente gli elettori del Pd? Cosa pensa il cosiddetto popolo delle primarie? Esiste qualcosa di più stucchevole di una sfida Franceschini-Bersani? Per quanto tempo piglieranno per i fondelli gli italiani parlando di novità e rinnovamento? Gettiamo le maschere, e, elettori del Pd, alzate la testa. Da 15 anni vivacchiate vegetando tra l'elegante D'Alema, il concreto Fassino, il fascinoso Rutelli e l'ecumenico Prodi, con pochi risultati concreti. La sinistra riformista italiana è autorevole quanto la stampa nord-coreana. Parliamo della prima incensata, poi bistrattata, Serracchiani: affermando che D'Alema è l'archetipo di un apparato obsoleto da cui il Pd deve affrancarsi, la friulana non intercetta forse le idee di tanti elettori del Pd? E non interpreta i pensieri di tanti altri che voterebbero "democratico" senza i plenipotenziari che tiranneggiano la segreteria nazionale? Come fidarsi delle primarie del Pd se chi prende più voti di Berlusconi nella sua circoscrizione, la ribelle Debora, è esposto al pubblico ludibrio? Il problema non è il solito e confuso progetto sui "giovani"; gli elettori del Pd vogliono gente nuova perché la generazione emersa da "Mani Pulite" è politicamente morta. Bersani è nuovo? Bersani è una persona degna di rispetto, ma è impelagato nelle solite beghe di partito, nei giochini di potere e nelle chiacchere "alla Minzolini". Beppe, mesi fa hai splendidamente descritto il metodo chirurgico con cui il Pd liquida i leader; con cui liquida i nuovi leader che rischiano di intaccare l'orticello dei D'Alema, Rutelli, Fassino, Finocchiaro, Latorre, Parisi, Marini, Bindi... tutti piccoli signorotti feudali interessati solo al proprio orticello. Mi rivolgo a voi, esponenti di spicco del Pd; sono un vostro elettore e vi esorto ad andare in pensione perché avete fallito. Questo partito non è più vostro, e più rimanete più lo disintegrate. Non rovinate l'unica vera buona idea che avete avuto negli ultimi anni.
Enrico Vezzulli, enrico.vezzulli@gmail.com
http://www.corriere.it/solferino/severgnini/09-07-04/06.spm
maggio 28 2009
Sergio Cofferati avrebbe qualche imbarazzo a farsi vedere in giro, se l’Italia non fosse il campo da gioco ideale per piccoli e grandi oligarchi.
L’ex segretario della Cgil infatti ha dimostrato di essere doppiamente bugiardo. Dapprima promise di ricandidarsi a sindaco di Bologna, per finire il lavoro. Forse impensierito da certi sondaggi, alla fine non si è ricandidato. In un secondo momento (ottobre 2008) dichiarò di ritirarsi a Genova per stare vicino alla nuova compagna e al piccolo figlio, premurandosi di aggiungere in risposta a chi insinuava possibili riciclaggi al parlamento europeo: sono una persona seria, se mi dovessi candidare alle europee siete autorizzati a darmi del ciarlatano. Scherzava: infatti oggi è capolista del pd nel nord ovest alle elezioni europee. Sapete com’è, si è giustificato con la stampa, sono un tipo all’antica: quando il partito chiama non posso dire di no. Nel partito, a dire il vero, non tutti sono entusiasti di lui: il suo nome, catapultato nel nord ovest da Bologna, insieme a quello di Luigi Berlinguer, ottantenne capolista nel nord est dopo una vita spesa altrove, non è parso tra i più adatti a ispirare l’idea del rinnovamento generazionale né del radicamento territoriale. Tant’è vero che il buon Franceschini a tre settimane dalle elezioni ha pensato bene di spedire una lettera a tutte le unità periferiche del partito per ordinare di sostenerli attivamente con manifesti, santini, incontri pubblici e tutto il necessario. Seguirà verifica post elettorale sulle preferenze, è la minacciosa chiosa della lettera. Quando il partito chiama…
L’altro giorno Sergio Cofferati era a MIlano, alla libreria Feltrinelli, per presentare il libro del compagno Fausto Bertinotti, il rivoluzionario da salotto che ancora pontifica dall’alto di un decennio di successi: dall’affossamento del primo governo Prodi (i berluscanes ancora ringraziano) alla riduzione in semi-clandestinità del partito dei rifondatori che un tempo (le elezioni del 1996, vinte insieme a Prodi) si attestava all’8,6 per cento dei voti. Siamo andati anche noi, Fanny Nicola e io, per chiedergli conto di questa sua incoerenza fra parole e fatti, indegna di una persona seria. Dopo due ore di dibattito sui massimi sistemi a tratti surreale, con Pigi Battista, sì l’editorialista del Corsera, che a un certo punto ha suggerito al compagno in cachemire da dove ripartire per ricostruire una grande sinistra unita e operaista, Fanny si è permessa di alzare la mano per rivolgere - in modo pacato e civile, come piace tanto a certi nostri lettori - una domanda a Cofferati. Risposta della moderatrice: è rimasto tempo solo per qualche autografo. E dire che il comizietto bertinottiano si era concluso con l’esaltazione della partecipazione critica di ogni singolo cittadino contro i pericoli della regressione populista! Iperboli oratorie buone per l’applauso, evidentemente: la realtà è un’altra cosa. “Bella democrazia! Per questo perderete sempre!” - ha chiosato una signora in platea. A quel punto, circondati da una simpatica pattuglietta di poliziotti che per un’ora ci avevano perfino impedito di effettuare riprese in nome della privacy, ci siamo avvicinati a Cofferati per chiedergli un doveroso chiarimento e lui ha trovato la faccia solo per rimandarci a un’intervista rilasciata un mese e mezzo fa al Corriere della Sera, prima di chiudersi in macchina con quattro guardaspalle. A quel punto, consapevole di esaudire una sua richiesta, gli ho dato più volte del ciarlatano. Mi è costato, ma quando il capolista del partito chiama io non posso dire di no.
E se cercaste anche voi, gentili lettori, gli appuntamenti pubblici dov’è prevista la presenza del Ciarlatano per andargli incontro e qualificarlo come merita? http://www.pieroricca.org/
maggio 17 2009
Per debito pubblico si intende il debito dello Stato nei confronti di altri soggetti, individui, imprese, banche o soggetti stranieri, che hanno sottoscritto obbligazioni (come BOT e CCT) destinate a coprire il fabbisogno finanziario statale. Il rapporto tra il debito pubblico ed il Prodotto interno lordo costituisce un importante indice della solidità finanziaria ed economica di uno Stato. (Wikipedia)
1.708.000.000.000; Con questa cifra a 12 zeri l’Italia si siede al tavolo dei paesi più indebitati del mondo. Secondo le stime redatte dalla CIA “The World fact book” sono solo 7 i paesi che vantano un debito pubblico superiore al 100% del loro PIL. In dettaglio essi sono:

Da dove nasce questo debito e chi dobbiamo ringraziare?
Negli anni ‘60 l’Italia brilla nel mondo per l’elevatissimo tasso di sviluppo superiore al 5% annuo, l’inflazione è stabile e il costo del debito pubblico (pari al 32.5% dl PIL) è nettamente inferiore ai tassi di crescita del paese: una situazione ottimale destinata a breve vita. Dal 1968 si registra un aumento dell’inflazione e un rallentamento nella crescita del paese che scende al 3%, intanto la Lira registra una svalutazione continua e il rapporto deficit PIL cresce fino al 40%: è l’inizio della catastrofe. Il debito è in continuo aumento, dapprima in modo graduale e poi, a partire dal 1983, in maniera esponenziale. Il debito pubblico cresce cresce e cresce e i vari governi, invece di far rientrare i conti continuano a spendere; largheggiano le pensioni d’invalidità senza controllo, le spese nei ministeri, i finanziamenti a pioggia, gli acquisti di società decotte, ecc. Sono gli anni in cui si diffonde l’evasione fiscale, la grande piaga, tutta italiana e mai sanata.

Nel 1994 il debito pubblico tocca il suo massimo storico: 124% del Pil: lo stato Italiano rischia il fallimento e non soltanto perchè sia indebitato per più del 100% delle proprie entrate, ma perché questo debito non è in grado di sostenerlo.
Facciamo un esempio:
Supponiamo che la famiglia Bianchi abbia un reddito complessivo di 50.000 € annui, e che abbia appena comprato casa accendendo un mutuo di 62,000 euro. E’ quindi indebitata per il 125% del suo PIL, esattamente come lo stato Italiano. Dal momento che i debiti prima o poi vanno onorati, e se non si pagano oggi si dovranno pagare domani sostenendo costi aggiunti (ovvero interessi passivi e soprattutto l’impossibilità di effettuare investimenti) un amministratore avveduto consiglierebbe alla famiglia Bianchi di estinguere il suo debito il prima possibile, destinando il 20% (10.000€) del proprio reddito al rimborso del mutuo, di cui 8.500 come quota capitale e 1500 di interessi. In questo modo in poco più di sette anni la famiglia Bianchi avrà estinto il suo debito e potrà investire i suoi soldi in altri modi, come una seconda casa, un’auto, l’università per i figli. Se la famiglia Bianchi, invece di abbassare il debito in modo continuo, allungasse la sua scadenza o lo aumentasse contraendo altri debiti, ipotecherebbe il proprio reddito per un periodo sempre più lungo aumentando così il peso dei costi aggiuntivi, e a lungo andare si ritroverebbe schiacciata dagli interessi passivi. Il 20% che pagava all’inizio non sarà più sufficiente per ripagare una parte consistente della quota capitale più interessi, ma sarà sempre più destinato al risarcimento dei soli interessi. In questo modo la famiglia Bianchi si troverebbe schiacciata da un debito più grande di lei di cui non riuscirebbe a vedere la scadenza, ipotecando così il futuro dei figli, che un domani dovranno continuare a pagare il debito contratto in passato dai genitori. Questa è esattamente la situazione in cui si trovava (e si trova tutt’ora) lo stato Italiano. Nel 1994 l’Italia rischiava il fallimento e l’Europa ci impose il risanamento dei conti pubblici e dal quel momento il debito cominciò finalmente a ridursi.

Nel 1996 il debito è ai massimi storici, il paese è in forte rischio. Il centro sinistra ereditò un debito pubblico pari al 124%. In 4 anni lo ha portato a 113,3%. Una diminuzione dell’11,8 %, di cui ben 3,7 punti solo nell’ultimo anno di governo. Un dato eccezionale che ha richiesto agli italiani non pochi sacrifici. A causa del fallimento imminente dello stato, Giuliano Amato, allora capo di Governo, accanto ad un netto taglio della spesa pubblica, mise le mani nel portafoglio degli italiani in senso letterale, imponendo una tassa del 6 per mille su tutti i conti correnti. In questo modo tutti gli italiani furono costretti a dare un contributo per la nazione, evasori fiscali compresi dal momento anche loro sono possessori di conti corrente. Questa “cura da cavallo”, fortemente criticata dal centro destra, diede i suoi frutti impedendo all’Italia di fare la fine dell’Argentina. E’ la stessa cura che un amministratore consiglierebbe alla famiglia Bianchi: ripagare in fretta il proprio debito in modo da poter ricominciare ad investire sul proprio futuro il prima possibile per i propri figli.
Nel 2001 Berlusconi prende le redini di un paese in rilancio (il debito è sceso di ben 3 punti nell’anno precedente) ed è stabile al 110,9% e in 4 anni lo porta a 106,4%. Una riduzione del 3%. Con un aumento di 2 punti percentuali nell’ultimo anno. Il calo del debito rallenta bruscamente: in 5 anni è diminuito di 1/3 rispetto ai risultati ottenuti dal governo precedente, ma non solo, l’aumento di 2 punti percentuali del debito nel 2005 (amministrazione Tremonti) vanificò completamente i sacrifici fatti dagli Italiani nel 2000 con la tassa 6 per mille sui c/c. La situazione è di nuovo critica, lo stesso Tremonti è preoccupato e per rifinanziare il debito promette la vendita di beni demaniali, come le spiagge, i condoni, e decreta la legge sul “rientro dei capitali” ovvero permette agli evasori fiscali di far rientrare in Italia i capitali nascosti con tassazioni agevolate. Tutte manovre che tamponano la ferita, ma non la curano. L’Italia si ritrova di nuovo schiacciata dal debito e viene di nuovo ammonita dall’unione europea in quanto il Deficit ha ampiamente superato il limite massimo consentito pari al 3% come stabilito dal trattato di Maastricht.
Nel 2006 il governo Prodi per un pugno di voti prende in mano un paese in crisi. Per la prima volta in 10 anni il debito è aumentato, e di molto, 2 punti percentuali in un solo anno. L’Europa ci ha segnalati come zona rossa. Il ministro Padoa Schioppa attua una politica di contenimento della spesa pubblica e di tasse e di lotta all’evasione fiscale. Viene imposto il controllo anagrafico per tutti i versamenti bancari superiori a 5.000€ su qualsiasi conto corrente, in modo da verificarne l’origine ed essere certi che non siano capitale evaso. Il debito riprende a scendere e arriva al 103,5%, con una diminuzione di 3 punti in un solo anno e mezzo di governo, lo stesso risultato che il Governo Berlusconi aveva ottenuto in 5 anni. In questi 18 mesi i conti sono risanati e l’andamento di restituzione del debito rispetta la condotta ideale che dovrebbe tenere la Famiglia Bianchi, ossia stringere la cinghia fino ad esaurimento debito. Il rapporto deficit Pil rientra nei limiti di Maastricht e l’Europa toglie l’Italia fra i paesi considerati in zona rossa.
Nel 2008, nuovamente, il governo Berlusconi prende il controllo di un paese che dai dati si sta rialzando. L’Italia non è più considerata a rischio in quanto si è allontanata dal limite di Maastricht. A questo limite siamo comunque ancora vicini, e l’amministratore della famiglia Bianchi consiglierebbe di contenere le spese cercando di mantenere un rimborso omogeneo del debito, in modo da non incorrere in costi aggiuntivi. Invece come primo provvedimento il governo elimina la norma anti-evasione. Si aboliscono i controlli sui versamenti su conto corrente, e viene tolto l’ICI anche per i redditi alti. Il risultato è un aumento della spesa pubblica, le entrate diminuiscono e il debito pubblico sale. In un solo anno aumenta di nuovo di due punti percentuali.

Il governo cerca di tamponare la ferita attraverso tagli alla spesa pubblica (soprattutto all’istruzione) ma questo non basta. Le previsioni per il 2009 sono in continuo peggioramento. Secondo il supplemento al bollettino statistico della Banca d’Italia le entrate si sono attestate, nel primo trimestre 2009, a 81.016 miliardi, ovvero circa 4 miliardi in meno (-5%) rispetto agli 85.075 dei primi tre mesi del 2008. La crescita del Pil è prevista con segno segativo: -2 punti, e si prevede una vertiginosa salita del debito pubblico, con il conseguente aumento dei costi aggiuntivi quali interessi passivi e l’impossibilità di effettuare investimenti. L’Italia sta intraprendendo la strada peggiore, la stessa che porterebbe la famiglia Bianchi ad ipotecare il futuro dei suoi figli. Con la differenza che in Italia il debito è talmente grande che il futuro dei figli di oggi è già ipotecato, a rischio c’è quello dei loro nipoti.
Fonti:
Corriere.it (Pag. 1 -2) ; Dipartimento del tesoro ; Repubblica.it ; Il sole 24 ore (pag. 1 - 2) ; Mondifinanzablog.com ;
Dati:
Bollettino banca d’Italia
ROBERTO ARTONI, Note sul debito pubblico italiano dal 1885 al 2001.
Link Consigliati:
Italian Innovation
http://www.dirittodicritica.com/2009/05/14/i-giovani-hanno-gli-anni-in-tasca-e-anche-un-debito-pubblico-da-1708-miliardi/
gennaio 14 2009
Il caso Soru: perché il PD avrà comunque un leader fuori dal PD
Non vivo in Sardegna, non conosco la qualità dell’ultima amministrazione regionale e dunque non saprei se Renato Soru merita di essere rieletto governatore dell’isola. So però che la grande attenzione nazionale che si è subito prodotta intorno al “caso Soru”, come possibile leader del PD, racconta una storia che non ha niente a che fare con la Sardegna. Più chiaramente di qualunque analisi politica, quell’attenzione trasmette una convinzione che è ormai senso comune: il prossimo contendente di Berlusconi non sarà Veltroni né nessun altro esponente dell’attuale gruppo dirigente del PD.
È sufficiente che faccia capolino sulla scena nazionale un outsider capace di vantare un buon grado di lontananza dal gruppo dirigente democratico, associato come nel caso di Soru ad un rispettabile curriculum professionale e amministrativo, perché gli occhi e le riflessioni di tutti vi vedano subito una possibile soluzione al pantano dell’opposizione. Non importa quali siano le sue convinzioni più autentiche né se vi sia una reale innovazione di contenuti. La centralità del programma? Non scherziamo. La soluzione che il centrosinistra sta cercando è nella capacità di leadership, perché il suo problema è nell’assenza di leadership.
Evidentemente, come dimostra il caso Soru, nessuno lo dice ma tutti lo pensano. Perché per tutti, anche al di fuori dei circoli professionali della politica, il prossimo giro elettorale vedrà la guida del centrosinistra affidata a qualcuno che sia l’incarnazione quindici anni dopo di quello che fu Romano Prodi per il primo Ulivo. Una personalità che sia in grado di federare soggetti politici incapaci, ciascuno nella sua dimensione piccola o grande, di esprimere una leadership unificante e competitiva. Nel 1996 quella personalità fu espressione (forse l’ultima) della cultura politica della sinistra democristiana e di una precisa tradizione di managerialità pubblica. Nessuno al momento può sapere da quale tradizione culturale, civile o imprenditoriale sarà prodotto il prossimo federatore del centrosinistra, nel 2010 o quando ci troveremo nuovamente a votare per il Parlamento. Quel che è certo è che non sarà uno di loro, non sarà un qualunque esponente di quel vasto gruppo dirigente post-comunista e post-popolare che ha insediato Veltroni alla guida del PD ritenendolo l’unico spendibile sul mercato politico del 2008. Non sarà evidentemente Veltroni ma nemmeno D’Alema o chi possa contare sul suo mandato come Bersani. Non sarà Rutelli, se ancora farà parte del PD, né un altro esponente di quell’area “né PCI né DC” che non è riuscita a trovare nel partito democratico le forme per la propria rigenerazione. Quel prossimo leader che cercherà di entrare a Palazzo Chigi per il centrosinistra sarà una qualche variante dell’ipotesi Soru: forse proprio lui, se riuscirà intanto a vincere le prossime elezioni sarde, o comunque qualcuno che ne riproduca il modello di outsider chiamato in soccorso dai professionisti della politica.
Sarà un bene o un male ricorrere ancora una volta alla soluzione del federatore esterno? Sicuramente sarà una nuova manifestazione dell’eccezionalismo italiano, in virtù del quale la politica è costretta a cercare al di fuori dai propri confini il leader competitivo. Ma questa volta, davvero, sarà inutile prendersela con le tare storiche del nostro paese o con la subdola malevolenza di “poteri forti” nuovamente intenzionati a condizionare dall’esterno la politica democratica. Questa volta la colpa dell’ennesima manifestazione di particolarismo non potrà che essere attribuita a coloro che in questi anni hanno disposto del pallino del centrosinistra, godendo della piena e incondizionata facoltà di fondare nuovi partiti e definire i meccanismi di selezione e promozione dei gruppi dirigenti.
Se ancora una volta si torna a guardare fuori dal confine tradizionale dei partiti alla ricerca di un “cavaliere bianco”. è perché gli effetti di un controllo così totale sui destini del centrosinistra sono quelli che abbiamo di fronte agli occhi. Niente avrebbe impedito ai vari protagonisti di questo quindicennio di storia della sinistra italiana di essere loro stessi a determinare il proprio futuro, perché mai nella storia repubblicana si era avuto una tale debolezza delle tradizioni politiche e una così vasta disponibilità di spazi da riempire. Ma quel destino tornerà ad essere determinato dall’esterno dei partiti politici così come essi sono concretamente nell’Italia del 2009.
E allora dovremmo dirci che sarà un bene. Perché esistono nel paese disponibilità civili e morali, competenze intellettuali e professionali, capacità progettuali e di militanza che non possono andare perdute solo perché non si identificano con il berlusconismo e né riescono a farsi rappresentare da un Partito democratico che oggi è soltanto la scatola nella quale si sono rifugiate oligarchie residuali. Che sia Soru o un qualunque altro esponente di una parte del paese che vuole sottrarsi al declino politico, ben venga dunque chi costringerà quelle scatole vuote a tornare a darsi una funzione e una rappresentanza vitale.
http://www.andrearomano.ilcannocchiale.it/
gennaio 12 2009
«Basta imitare il Cavaliere Un errore far cadere Romano»
Quando ha letto che Renato Soru si rifaceva all'esperienza dell'Ulivo, ha rotto gli indugi. E, cosa che fa raramente, s'è lasciata andare a un commento: «Finalmente uno che riconosce le nostre ragioni». Sandra Zampa è stata l'ombra di Romano Prodi, responsabile dell'ufficio stampa di Palazzo Chigi.Home Politica
Oggi è deputata del Pd. Guarda e assiste. Parla poco, di solito.
Onorevole, è in corso una vera e propria rivalutazione di Prodi. Secondo lei, perché oggi? Appena sette mese fa, nel centrosinistra, non era possibile neanche citarlo.
«Ci vuole tempo».
Tempo per cosa?
«Tempo per capire le cose che Prodi affermava. Per esempio, parlava già apertamente di crisi economica, della crisi che sarebbe arrivata di lì a breve: lo diceva quando ancora era al governo. Parlava dei rischi che correvamo e delle cose da fare».
E che cosa capiranno, nel prossimo futuro, nel centrosinistra, a proposito del Professore?
«Si capirà che errore enorme è stato far cadere il governo Prodi, quale ferita epocale si sia aperta nel centrosinistra e quanto tempo ci vorrà prima che si possa rimarginare».
Ma perché lo considera un errore così grande? Quanto poteva durare ancora quell'esecutivo, in quelle condizioni?
«Aspetti, una domanda per volta. Intanto ricordiamo qual era la situazione. Berlusconi era politicamente morto. Si ricorda il predellino? Accadde dopo l'ultimo, sfrenato tentativo di far cascare il governo. Tentativo che era fallito. E allora Berlusconi tirò fuori una sortita disperata e finale, i suoi alleati l'avevano mollato, Casini ormai non lo seguiva più, con Fini se le dicevano di tutti i colori. E invece l'hanno resuscitato, l'hanno fatto resuscitare».
D'accordo, ma il governo è caduto dopo un'inchiesta che portò all'arresto della moglie del ministro della Giustizia di allora, Clemente Mastella. Fu quell'evento a provocare la rottura?
«Non è così. Ce ne fu uno prima. O meglio, una serie di fatti».
Cominciamo dal primo.
«Il Pd cominciò ad avviare una trattativa con il centrodestra per arrivare alla riforma elettorale. Poco dopo, ci fu l'annuncio, sempre da parte del Pd, dell'intenzione, comunque, di correre da solo alle successive elezioni».
E allora?
«Allora quel messaggio ne conteneva un altro intrinseco».
Quale?
«Che si era arrivati a un passo dal chiudere un accordo sulla nuova legge elettorale».
Legge che avrebbe comunque spazzato via i partitini.
«Esatto. Di sicuro Mastella intese quel messaggio in quel modo. Sarebbe stata la sua fine e sicuramente non sarebbe rimasto lì a farsi cucinare a fuoco lento».
Per lui e gli altri partiti era meglio andare a votare con la vecchia legge, quella in vigore: sarebbero sopravvissuti. Vuol dire questo?
«Almeno questo loro credevano sarebbe successo. E invece tutti quelli che hanno provato a chiudere intese con Berlusconi sono rimasti fregati. Si ricorda di quell'organismo che si chiamava Bicamerale?».
D'accordo, se non fosse stato Mastella sarebbe stato Dini. C'avrebbe pensato lui a far cadere il governo.
«Guardi, si era creato un clima ostile al governo, questo è chiaro. Clima reso difficile da un'intervista di Bertinotti che dichiarava di fatto chiusa quell'esperienza. La caduta ha più responsabili. Ma Dini non ne avrebbe avuto il coraggio. Sono d'accordo con chi la pensa così».
Chi, scusi?
«Niente, mi riferisco a colloqui privati. Dini non avrebbe fatto cadere il governo. Mastella è stato invece lo strumento della situazione, Berlusconi l'ha lusingato con mille promesse che poi regolarmente non ha mantenuto».
Eppure, in quel momento il govenro sembrava aver superato la fase critica, o no?
«Era esattamente quello che pensava Prodi. Fatto il protocollo sul welfare, approvata una Finanziaria di altissimo livello, la coalizione sembrava aver superato la fase più delicata, sembrava essere uscita dall'emergenza».
Va bene, onorevole. Il passato è passato. La scorsa campagna elettorale il Pd l'ha fatta marcando la differenza con l'Unione. Oggi Soru si candida a recuperare l'Ulivo. Che cos'è? Una rivisitazione storica?
«Reclutare Soru tra gli ulivisti sarebbe quanto meno una forzatura, ma almeno ha riconosciuto le nostre ragioni e non ha mai ripudiato quell'esperienza. Dal Pd non si torna indietro, quello che c'è da recuperare è lo spirito dell'Ulivo. Il presidente della Sardegna sa infatti benissimo che non solo Prodi è e resta l'unico ad aver battuto Berlusconi e ad aver vinto le elezioni, ma l'unico ad aver governato facendo riforme».
Ma come c'è riuscito?
«Perché Prodi non ha mai imitato Berlusconi. Al contrario, l'ha sempre criticato, s'è sempre presentato come qualcosa di diverso, alle volte anche l'opposto. La gente l'ha capito. E non l'ha dimenticato».
E Veltroni?
«Veltroni è il segretario del Pd, un soggetto in cui credo fortemente».
D'accordo, è innegabile però che abbia commesso errori clamorosi.
«Questo lo dice lei».
Perché? Non ne ha commessi?
«Se non abbiamo vinto le elezioni, se si sperava in una vittoria o almeno in una sconfitta di misura, bene allora errori ce ne sono stati».
Quali?
«No, non me la sento».
Me ne indichi tre.
«No, non partecipo a questo giochino».
Allora gli dia un consiglio.
«Raddoppi, triplichi la democrazia interna. Assieme a lui i cittadini hanno eletto un'assemblea costituente, che è il luogo della democrazia del Pd: abbia il coraggio di aprire un confronto vero. Venga e dica: ora parliamo. Farebbe il bene suo e del partito».
F. d. O.http://iltempo.ilsole24ore.com/politica/2009/01/12/975295-basta_imitare_cavaliere_errore_cadere_romano.shtml
Renato, l'ulivista sulle orme di Prodi
che Silvio vuol «soffocare nella culla»
L'obiettivo del Cavaliere: evitare cambi di scenario nell'opposizione
E' vero che Romano Prodi non ha più parlato di politica interna, da quando ha lasciato Palazzo Chigi. Ma ciò non vuol dire che abbia smesso di interessarsene. C'è traccia dei suoi recenti colloqui riservati con Renato Soru nell'intervista che il governatore della Sardegna ha concesso all'Espresso.
Su Soru la profezia di Francesco Cossiga risale a un mese fa, quando si disse «sicuro che il mio amico Renato punta a sbarcare a Roma». Ma ciò che l'ex capo dello Stato racconta oggi è se possibile ancor più interessante, perché, confermando recenti «contatti diretti» tra il governatore dimissionario e Romano Prodi, svela i contorni della sfida all'interno del Pd: «Sia chiaro, Soru gioca in proprio — dice Cossiga — ma non solo è appoggiato da Arturo Parisi. Il gioco politico, tutto incentrato sull'ulivismo, interessa anche Massimo D'Alema». Lo scenario è suggestivo. E gli indizi nell'intervista all'Espresso lo alimentano. Quel riferimento di Soru al modo in cui andò in crisi il governo Prodi riporta a un battuta che il Professore fece al segretario del Pri, Francesco Nucara: «Non è stato Clemente Mastella a farmi cadere ». Proprio quanto ieri il prodiano Barbi ha esplicitato: «Quando Walter Veltroni, da leader del Pd, parlò di una nuova stagione politica, diede una spinta determinante alla fine del governo di Romano».
LA DC O L'ULIVO - Ma c'è di più. L'esaltazione dell'Ulivo fatta da Soru evoca una confidenza che Prodi affidò poco prima della crisi a un altro esponente dello schieramento avverso, l'attuale ministro Gianfranco Rotondi. Allora Rotondi criticò il premier, ormai vicino alla caduta: «Hai commesso un errore, Romano. Tu dovevi rifare la Dc». E Prodi — secondo il racconto del dirigente di centrodestra — gli rispose: «Questo tema fu motivo delle mie incomprensioni con il cardinal Ruini. Anche Kohl mi suggerì la stessa cosa: "Va tutto bene, ma devi rifare la Dc". Così mi disse: "Devi rifare la Dc, costruire un nuovo Chi è centro che poi si allei con la sinistra". Tutti reputavano dovessi fare una cosa in cui non credevo ». Prodi puntava invece «sull'Ulivo », proprio come oggi fa Soru. Lo schema è simile a quello del Professore, al punto che è stata riesumata la bandiera dell'antiberlusconismo.
SOTTO OSSERVAZIONE - Il governatore sardo sapeva che il Cavaliere l'aveva messo sotto osservazione, arrivando a testarne le potenzialità di leader nazionale con sondaggi riservati. E se la scorsa settimana il premier aveva deciso di sfidarlo apertamente è perché — come ha riferito un autorevole ministro forzista — «Silvio vuole politicamente soffocarlo nella culla». Insomma, vorrebbe evitare un cambio di scenario in corsa: preferirebbe tenere gli attuali equilibri nel rapporto maggioranza-opposizione. Il punto è se davvero il Cavaliere — come ha annunciato giorni fa — passerà «tutti i prossimi fine settimana a far campagna elettorale» per le elezioni sarde. È «sorpreso» Cossiga: «Si tratta di una mossa azzardata». Certo, nell'isola, alle Politiche di quest'anno, la coalizione di centrodestra (senza l'Udc) ha battuto l'alleanza guidata da Veltroni: 43% contro 40%. Ma alle Regionali del 2004 Soru vinse con dieci punti di vantaggio, e ancora oggi nei sondaggi ha il più alto indice di gradimento tra i sardi, mentre lo sfidante Ugo Cappellacci è poco conosciuto. Ci sarà un motivo quindi se Berlusconi in Sardegna — al contrario di quanto decise per l'Abruzzo — ha accettato l'intesa con Pier Ferdinando Casini senza chiedergli di entrare nel Pdl... «Se mi impegno io, vinciamo », assicurava nei giorni scorsi il Cavaliere. Ma nei test riservati che ha preso ad analizzare, i «venti punti di vantaggio» su Soru — annunciati ieri — per ora non si tradurrebbero elettoralmente a favore del suo runner. La grande sfida si deciderà nei piccoli numeri, con le liste locali. In Sardegna il territorio è per gran parte controllato dal centrosinistra, sebbene Soru abbia «un problema» secondo Cossiga: «Prodiano di complemento, Renato è sostenuto da pezzi della Dc d'antan. Ma da giovane credo votasse socialista, certamente non sardista. Per questo il Psd'az si è schierato dall'altra parte». Psd'az e Udc insieme fanno sette punti percentuali, al fixing delle Politiche 2008. Un buon bottino di partenza per il premier, che tuttavia non sembra più del tutto convinto di gettarsi personalmente nella mischia. E comunque, «Berlusconi versus Soru» — alla luce dei contatti tra il governatore uscente e Prodi — richiama alla mente i duelli tra il Cavaliere e il Professore. Il modo in cui Soru ha attaccato ieri il premier («i problemi dei giovani non si risolvono con le barzellette») ha ricordato le stilettate del fondatore dell'Ulivo. «Ci sarebbe voluta una sala più grande», ha replicato Berlusconi giungendo alla convention di Cagliari: «Serviva una sala più grande per una Sardegna che vuole tornare a ridere ». Perché questo è il difetto di Soru, secondo il Cavaliere: «È sempre cupo, scostante», ha detto a Giuseppe Cossiga. E il sottosegretario alla Difesa, sardo come Soru, ha risposto: «Presidente, qui sono sardi, mica brianzoli».
Francesco Verderami
http://www.corriere.it/politica/09_gennaio_11/soru_ulivista_a_caccia_di_berlusconi_verderami_047dc5a6-dfbc-11dd-a8a3-00144f02aabc.shtml
gennaio 1 2009
romano prodi
Per non passare da una crisi all’altra serve un leone non un gattino
Da Il Messaggero del
- Facendo un bilancio dell’economia mondiale del 2008, l’unica conclusione possibile è che prima finisce l’anno meglio è.
Non c’è un indicatore che vada bene. Non la crescita, non il commercio internazionale, non l’occupazione.
Solo il calo dell’inflazione è un elemento positivo, ma l’inflazione cala proprio perché tutto il resto va male.
Si tratta di una crisi generalizzata e imprevista. Nessuno l’aveva immaginata così profonda e diffusa.
Qualcuno aveva previsto tensioni nei mercati finanziari, altri lo scoppio della bolla immobiliare, ma nessuno pensava che l’intreccio di tutti questi fatti potesse portare ad una caduta così rapida e diffusa dell’economia mondiale.
Non potendo quindi considerare buone le previsioni fatte in passato, non mi sento di avere un maggior grado di fiducia nemmeno nei confronti di coloro che oggi ci presentano raffinati e complicati grafici rispetto al futuro.
Previsioni su quando comincerà la ripresa è meglio non farne. I ragionamenti sulla politica più opportuna da adottare sono invece d’obbligo.
Per costruire questi ragionamenti partiamo naturalmente dalla constatazione (non è più una previsione) che, globalmente preso, il 2009 sarà un anno di recessione tanto per l’Europa che per gli Stati Uniti.
L’Oriente (pur con una sensibile diminuzione dei precedenti tassi di crescita) conoscerà uno sviluppo positivo, ma non a sufficienza per bilanciare la crisi del resto del mondo.
Se non conosciamo i tempi di uscita dalla crisi, conosciamo almeno gli errori da evitare e le decisioni da prendere perché se ne possa al più presto venir fuori più forti e soprattutto più puliti.
Il primo errore è quello di sperare che una soluzione nazionale (di qualsiasi paese) posa risolvere una crisi che ha cause mondiali.
Chi pensa di poterlo fare con il protezionismo, con i sussidi all’esportazione o con estemporanei aiuti alle imprese si sbaglia, perché gli altri Paesi non potranno che reagire con analoghe misure. La recessione si trasformerebbe fatalmente in grande depressione.
Diverso è il caso del salvataggio delle banche (anche se non sono certo esenti da colpe) perché la certezza che il proprio denaro sia al sicuro è condizione del funzionamento stesso di ogni economia.
Se si fosse intervenuti a salvare la Lehman Brothers, avremmo certamente evitato momenti di panico in tutto il mondo.
Nell’anno che sta iniziando non vi sono solo errori da evitare, ma anche azioni da compiere. Tra queste non basta iniettare capacità di acquisto nei sistemi economici (come è stato già positivamente compiuto da moltissimi paesi negli ultimi mesi), ma soprattutto occorre stabilire nuove regole per i mercati e gli operatori finanziari.
Regole valide per tutto il mondo.
Mi limito a parlare di regole finanziarie perché stiamo riflettendo sull’economia, ma il mondo è ormai globale in tutti i sensi. Certo non si può vincere la sfida del terrorismo, dell’energia e dell’ambiente senza regole che coinvolgano tutti i grandi attori che agiscono sulla scena mondiale.
Tornando all’economia, bisogna partire dalla constatazione che l’economia globale non è la somma delle economie di tutti i paesi, ma è qualche cosa di diverso, perché le diverse nazioni, se non agiscono in armonia, si distruggono reciprocamente.
Un primo passo in questa direzione è stato compiuto con la sostituzione del G8 con il G20, un’assise in cu,i accanto all’Europa, all’America e al Giappone, sono presenti i nuovi protagonisti dell’economia mondiale, a partire dalla Cina e dall’India.
Bisogna però che il G20 non sia solo una riunione di emergenza, ma il luogo in cui si propongano e si impongano le riforme dei mercati finanziari e monetari di cui il mondo ha urgente bisogno.
Ci vorrà tempo, perché anche la riforma di Bretton Woods era stata preceduta da due anni di intenso lavoro tecnico e politico, ma non vi è altra strada per mettere lo sviluppo del mondo su un binario virtuoso.
Se infatti rimarranno regole nebulose e frammentate, mercati grigi in cui tutto si ricicla, istituzioni finanziarie che non rendono conto a nessuno della propria attività, non potremo che passare da una crisi a un’ altra crisi.
Non bisogna nascondere il fatto che questa riforma è un compito difficilissimo. Così difficile che, quando si è cercato di promuoverla nell’ambito dell’Unione Europea, gli interessi e i veti dei diversi Paesi hanno trasformato il progetto di un leone in un disegno di un gattino.
Se questo avviene nell’ambito europeo, figuriamoci come sarà difficile riscrivere queste regole di comportamento e di trasparenza a livello mondiale!
Concludendo con alcune telegrafiche riflessioni possiamo dire che i governi stanno generalmente agendo nella direzione giusta per uscire alla crisi, ma non sappiamo quando queste azioni daranno frutto, perché nessuno conosce ancora le dimensioni della crisi.
Ma soprattutto dobbiamo riconoscere che, se non si riscrivono nuove regole comuni per il funzionamento dei mercati, la ripresa sarà soltanto la preparazione della prossima crisi.
http://www.romanoprodi.it/wordpress/?p=339
dicembre 26 2008
Salve e Prodi,dove sei?
di gianluca
Prodi è stato un ottimo Presidente del Consiglio, sicuramente il migliore da alcuni decenni a questa parte.
Il suo progetto di Cs unitario era e rimane l'unico competitivo sul piano politico ed elettorale... ed i fatti lo cominciano a dimostrare ampiamente....
Il disastro del PD e del super deludente Veltroni è cominciato col rinnegare Prodi, col trattarlo quasi alla stregua di un impresentabile... Come se fosse possibile presentarsi come il nuovo, il diverso...
Ha ragione chi osserva che Prodi fosse in assoluto l'uomo più temuto dalla destra, forse l'unico...
Il motivo è semplice:
1) Prodi era l'unico uomo in grado di guidare un Cs unitario e quindi vincente;
2) Prodi è un uomo onesto, non corruttibile, la specie peggiore per i berlusconiani;
3) Prodi ha dimostrato con i fatti di saper governare.
Il governo Prodi è caduto perchè aveva 1 voto di maggioranza: nelle stesse condizioni molto probabilmente sarebbe caduto anche un governo monopartitico.
Gli autori della caduta sono:
1) il Cd che ha modificato la legge elettorale a proprio favore;
2) i personaggi che hanno votato contro la fiducia;
3) chi ha contribuito a creare un clima in cui tale sfiducia fosse condivisa dai cittadini, cioè la precedente opposizione ma anche molti nostri dirigenti, in primis Veltroni, che non ha difeso il Governo ed anzi lo ha indebolito lacerando i rapporti con gli altri partiti e partitini (invece di rinserrarli) e con i suoi flirt suicidi (al limite dell'incoscienza) con Berlusconi.
Il Cd, anche oggi, non è più unito del precedente Cs. Ha semplicemente i numeri per governare, cosa che il Cs non aveva e che non avrà mai se non ritrova lo spirito dell'Ulivo, in altre parole le ragioni per stare uniti, che sono tuttora molto più forti di quelle per stare divisi (almeno fra gli elettori di Cs....) .
A cominciare dall'unico alleato che ci è rimasto: Di Pietro.http://www.perlulivo.it/forum/viewtopic.php?f=4&t=806
A Bologna
L'omaggio di Travaglio a Prodi in platea: ho nostalgia di lei
Il giornalista dal palco del suo show ringrazia l'ex premier seduto in dodicesima fila. E la sala applaude
MILANO — «Presidente, sento spesso nostalgia di lei». Il destinatario del sospiro è, sorpresa, Romano Prodi. Il «nostalgico» è Marco Travaglio. Il giornalista di Bananas e Uliwood party l'altra sera era in quel di Bologna per la sua ultima «chiacchierata teatrale», Promemoria, con cui dal luglio scorso gira i palcoscenici nazionali con gran successo: proprio nel capoluogo emiliano Travaglio ha dovuto fare alcuni spettacoli extra per soddisfare la domanda del pubblico.
Domanda non poi così scontata, visto che si tratta di oltre tre ore di one man show, uno spettacolo che ripercorre gli ultimi quindici anni di storia patria muovendo da un assunto: «La prima Repubblica muore affogata nelle tangenti, la seconda esce dal sangue delle stragi, ma nessuno ricorda più niente. La storia è maestra, ma nessuno impara mai niente». E forse, allora, la prima sorpresa è che in platea ci sia Romano Prodi, che non è detto condivida la sconsolante visione che ha Travaglio dell'Italia recente. Tra l'altro, si sa, il Professore è l'anti vip per eccellenza. E la sua presenza avrebbe potuto fin passare inosservata. Perché lui si trova sì al teatro delle Celebrazioni, ma non certo in prima fila: per trovare l'ex presidente del Consiglio bisogna risalire le poltroncine su su fino alla dodicesima. A quel punto, eccolo lì con la moglie Flavia, la deputata ulivista di Cesena Sandra Zampa e alcuni altri amici. Marco Travaglio racconta, il «promemoria» è diviso in sette quadri dedicati soprattutto a Tangentopoli, alla mafia e ai governi Berlusconi.
Ma son quadri e quadretti per nulla accomodanti anche con la «sinistra dell'inciucio» o con le «leggi vergogna bipartisan». L'ultimo atto è «Avanti il prossimo: se non vi son bastati Andreotti, Craxi, Berlusconi e D'Alema, ora magari arrivano Lele Mora e Fabrizio Corona... ». A quel punto, il sipario dovrebbe abbassarsi. E invece no, arriva la seconda sorpresa. Il giornalista, prima di concludere, si esibisce in un fuori programma che è un omaggio all'ex premier, del tutto inatteso anche per i tecnici del teatro: «Ringrazio il presidente Prodi che è in platea. E voglio dirgli che sento spesso la nostalgia di lui». Gli applausi sono scroscianti, e solo a quel punto il sipario cala per davvero. L'ex premier, pubblicamente, non dice nulla. Ma l'abbrivio di Travaglio ha suscitato l'emozione degli spettatori, che circondano il professore e riprendono ad applaudirlo.
In realtà, il tributo non è poi una sorpresa. Il giornalista piemontese molto spesso ha separato, magari con qualche generosità, Romano Prodi dai suoi governi. E anche quando ha usato parole dure, ha sempre trovato all'ex presidente del consiglio una giustificazione. Come quando, nell'ottobre dello scorso anno, l'allora premier aveva aspramente criticato la puntata di Annozero dedicata al caso De Magistris. In quell'occasione Travaglio aveva sì dichiarato che «il giudizio di Prodi su Annozero è un diktat di sapore bulgaro emanato da Torino anziché da Sofia». Salvo poi precisare che la responsabilità era probabilmente del «quotidiano ricatto» di Clemente Mastella: «Non penso che Prodi abbia la stessa concezione della libertà di informazione che alberga nella testa di Berlusconi».
Marco Cremonesi
corriere.it, 23 dicembre 2008
dicembre 24 2008
Parole di politica
da HOPE - n.15 -Mi è stato chiesto di riflettere sul rapporto tra la parola e la politica, e cioè di dire la mia su un tema immenso e quasi smisurato. Confesso che non ce la faccio proprio ad affrontarlo tutto intero, con tutte le sue infinite implicazioni. Mi limiterò quindi a ragionare su un solo aspetto del rapporto fra la parola e la politica e cioè sulla parola come strumento di conquista del consenso politico. Per essere ancora più preciso sulla parola nella campagna elettorale.
Un comizio a Napoli nel 1952
Sotto molti aspetti si può affermare che, almeno negli ultimi duemila anni, nulla è cambiato nell’uso della parola per convincere gli elettori. Ma poi, guardando bene dentro alle cose, possiamo invece affermare che tutto è cambiato.
Cerchiamo di divertirci un poco partendo da due documenti di duemila anni fa per poi passare direttamente a oggi.
Il primo documento è un vero e proprio manuale scritto da Quinto Tullio Cicerone per aiutare il più illustre fratello Marco Tullio durante la campagna elettorale per il consolato nel 63 avanti Cristo. Un documento raffinato ma anche estremamente semplice su cosa bisogna fare ma, soprattutto, su cosa bisogna dire per conquistare la fiducia degli elettori (Quinto Tullio Cicerone, Manualetto di campagna elettorale, Ed. Salerno, Roma, 2006).
Di insegnamenti che oggi potremmo chiamare “politicamente corretti” ne leggiamo ben pochi. La parola è ritenuta un semplice strumento per convincere gli elettori e, perciò, ogni parola, ogni promessa è lecita, purché raggiunga il suo scopo.
La conquista del voto dipende dalla promessa di benefici, dalla speranza e, anche, dalla simpatia che si riesce a suscitare in coloro che debbono depositare il loro voto nelle urne. La parola deve perciò essere esclusivamente dedicata a raggiungere questi tre obiettivi.
Tutto il manuale elettorale è perciò dedicato a come promettere, a come creare speranze e simpatia, con qualsiasi strumento. E per raggiungere questo obiettivo tutto è lecito, a partire dalla simulazione, per cui il candidato non dovrà limitarsi a pronunciare solo le parole gradite ai suoi interlocutori, ma dovrà anche accompagnare alle parole le espressioni del volto e gli atteggiamenti che più saranno in grado di costruire consenso attorno alla propria persona.
Il raffinato manuale non si limita tuttavia a questo e, come succede nelle migliori famiglie, si dedica accuratamente ad elencare gli strumenti di denigrazione da usare nei confronti degli avversari politici.
Antonio e Catilina debbono essere perciò attaccati nel modo più violento possibile, calcando la mano sui loro debiti, le amicizie dubbie, lo sperpero del denaro, il lusso, la lussuria e tutti i vizi di cui si può macchiare un essere umano. Si adombrano anche ipotesi (non ben confermate) di delitti e di nefandezze che, certamente, possono colpire l’immagine degli elettori.
Un manuale completo, metodico e raffinato per un politico raffinato che, chiamandosi Cicerone sa, più di ogni altro, fare buon uso della parola.
Il secondo documento a cui voglio riferirmi, ci porta di fronte ad una realtà radicalmente più popolare, riguardo alla quale vengono usate parole semplici, dirette al popolo minuto, per una gara elettorale di livello locale. Mi riferisco alle divertentissime e semplici scritture murali di propaganda elettorale che ancora oggi si possono leggere sui muri di Pompei. Parole che il Vesuvio ha portato direttamente a noi.
“I fruttivendoli chiedono di votare per Marco Cerinio”. E tante altri scritti in favore del candidato degli osti, dei professori, dei mulattieri o degli abitanti dei diversi quartieri. Nessuna raffinata motivazione: al massimo il candidato viene definito virtuoso, meritevole e capace di interpretare gli interessi della collettività.
Parole semplici, che vengono ripetute migliaia di volte sui muri di tutta Pompei: basta pensare che più di mille di questi “murales” ante-litteram sono arrivati fino a noi.
In fondo analizzando questi due diversi esempi di espressione politica, si potrebbe concludere che, riguardo all’uso della parola, non vi è nulla di nuovo rispetto alle campagne elettorali di oggi: allora come oggi si usavano parole semplici per le persone semplici e parole raffinate per convincere gli elettori di livello più elevato.
Le similitudini sono evidentemente molte perché anche oggi la parola nelle campagne elettorali è usata per creare promesse, speranze, simpatie e, soprattutto, per denigrare gli avversari. E, oggi come allora, non vengono dedicate molte energie perché queste parole siano fra di loro coerenti e, complessivamente veritiere.
Le similitudini, però, si fermano qui perché la parola, nelle campagne elettorali moderne, viene accompagnata da strumenti che la rendono infinitamente più potente ed efficace rispetto a quanto avveniva in passato.
Il primo strumento è la moltiplicazione in modo diretto ed indiretto della sua intensità attraverso i moderni canali di comunicazione.
Ed in questi canali il modo indiretto prevale ormai sulla parola stessa.
Un moderno manuale di campagna elettorale non solo non potrebbe mai contenere le scritte ingenue e dirette dei muri di Pompei ma non potrebbe nemmeno accontentarsi dei complessi insegnamenti del fratello minore di Cicerone.
L’attacco diretto all’avversario si rivolgerebbe facilmente contro a chi lo pronuncia. Occorre qualcosa di più complesso: uno screditamento generale dell’avversario e di tutto quello che gli sta attorno. Una demolizione progressiva della sua personalità, un feroce uso del ridicolo: il tutto possibilmente in modo obliquo, nel quale il linguaggio del candidato è sempre accompagnato dagli echi presunti o reali degli effetti delle sue parole sugli elettori.
Non basta la parola ma occorre dimostrare che essa ha prodotto effetti devastanti sugli avversari.
Alla parola si accompagnano perciò le indagini demoscopiche e gli “opinion polls”. Essi non servono solo a mettere in luce la forza del “nostro candidato”, ma ci abituano a modificare e ad adattare le parole che verranno pronunciate successivamente agli effetti delle parole precedenti, che appunto emergono dalle indagini e dagli “opinion polls”.
La parola diventa quindi non solo strumentale ma sempre più provvisoria, in attesa di essere modificata a seconda delle reazioni che la parola precedente ha provocato. Viviamo cioè nel continuo inseguimento fra la parola ed il suo eco. E l’eco diventa più importante della parola stessa.
Questo gioco fra la parola e il suo eco diventa così rapido che il cittadino, cioè l’elettore finisce con l’essere così stordito, da non capire più il significato delle parole stesse.
Lo stordimento è tale che si perde una condizione indispensabile perché la parola sia efficace, e cioè la memoria. E senza la memoria diventa impossibile giudicare l’aspetto più importante della parola, e cioè la sua coerenza.
Il martellamento diretto ed indiretto dei media raggiunge infatti dimensioni e ritmi tali per cui diventa sempre più difficile costruire i legami e i collegamenti che permettono alla parola di conservare il suo contenuto espressivo.
Se è quindi vero che l’uso della parola nella campagna elettorale non sembra offrire novità radicali rispetto a duemila anni fa, esso è oggi totalmente diverso per effetto della presenza sempre più pervasiva del sistema dei media.
L’eccesso di parole e il modo con cui questo eccesso viene gestito rende incomprensibile la realtà sottostante e rende sempre più difficile distinguere questa realtà dalla mistificazione.
Il processo è andato così avanti per cui molti si chiedono se questo non mette addirittura a rischio la vita della democrazia stessa.
Io credo che questo processo di deterioramento stia procedendo in modo quasi inarrestabile e che sia perciò necessario ed urgente adottare importanti misure correttive.
La democrazia, per funzionare, richiede infatti una presenza equilibrata della parola e dell’ascolto.
Questo obiettivo non è però raggiungibile senza un uso misurato ed equilibrato dei media che trasportano ed amplificano la parola fino a falsarne completamente l’ascolto.
Senza equilibrio e senza misura la parola non può arrivare né al cuore né al cervello. E se non vi arriva non dobbiamo stupirci se la democrazia si inaridisce e i cittadini diventano sempre più scettici e rabbiosi.
Romano Prodi
http://www.romanoprodi.it/wordpress/?p=327
dicembre 22 2008
Contra Gentilem
La media credo sia di due su tre.
Ovvero: due ministri dell'Istruzione su tre, appena insediati, avvisano che stanno per varare una riforma. E ogni volta, infallibilmente, si tratta della tanto attesa riforma della scuola gentiliana.
Se ci pensate, è curioso: da almeno 40 anni non esiste più l'Avviamento, e le scuole speciali per portatori di handicap sono quasi del tutto scomparse; insomma, gran parte di quella che era la scuola gentiliana non è più che uno sbiadito ricordo nelle conversazioni coi nonni, eppure no: ogni volta che si annuncia una riforma, dev'essere per forza la prima da Gentile in poi. Ma perché proprio Gentile, perché non Casati (1859) o Carlo Magno (800 dC)? Non si sa; però Gentile era fascista, quindi Gentile=male. Sarà questo. Sarà che ogni ministro forse non fa che riciclare i libri usati del precedente, con gli esercizi già fatti a matita, e quindi ripete le stesse frasi.
La cosa ha dei risvolti perfino comici: per esempio in questi giorni i tg ci hanno avvertito che gli istituti magistrali cambieranno nome e si chiameranno Licei Umani (o delle Scienze Umane). Al di là di ogni discussione sul nome (io pensavo che gli umani fossero i classici, ma sul serio, non importa), chi li frequenta lo sa: gli istituti magistrali non esistono più dai tempi della riforma Berlinguer: ora di solito si chiamano licei sociopsicopedagogici. Che non è un bellissimo nome, anzi fa paura ai genitori ("Cos'è quel liceo lì? pedofilo? psicotico? Ma se lo frequenta cinque anni, poi guarisce?"), e quindi si poteva benissimo andare davanti alle telecamere e dire: “cambiamo il nome dei sociopsicopedagogici”. Non ci sarebbe stato niente di male, i nomi brutti si cambiano... Ma no, si torna sempre a Gentile. Per riformarlo, ovviamente. Però si torna a Gentile.
Forse perché (sostiene qualcuno) l'unica vera riforma è rimasta la sua, e quelli successivi sono stati maquillages, a volte nemmeno concretizzati. Io non sono d'accordo: credo che la scuola uscita dagli anni '60-'70 sia profondamente diversa da quella gentiliana, e che negli anni successivi ci sia stato viceversa un ritorno a Gentile. Però è vero che dal ministero partono troppe riforme perché possano diventare tutte operative. Il caso più eclatante è quello della Grande Riforma Moratti.
La Grande Riforma Moratti aboliva la riforma Berlinguer – De Mauro e si presentava come l'unica vera riforma della scuola italiana dai tempi di Gentile; è stata messa a punto dal Ministro Letizia Moratti e da un ampio staff di consulenti; ha coinvolto insegnanti e genitori in lunghissime, estenuanti discussioni, per quasi cinque anni ('01-'06); ha influito anche sull'editoria scolastica, che ha iniziato a sfornare e a vendere ai genitori le “Schede per il portfolio”; e al termine di tutto questo non è mai stata applicata. Sul serio, agli studenti non è arrivato quasi niente, se non il nervosismo dei prof. reduci da qualche riunione noiosa o inutilmente infiammata. Uno spreco di risorse paragonabile a quello di una grande opera – ma quelli almeno lasciano qualche traccia all'orizzonte, colonne di cemento che ricordano al viandante la superbia dei mortali. La Moratti no, ha succhiato risorse per cinque anni e non ci ha lasciato niente: solo un po' di “Schede per il portfolio” a muffire negli armadi delle scuole e nelle librerie private degli studenti. Certo, non è colpa sua se il governo successivo ha bloccato tutto.
Ma un po' sì. In un regime di alternanza, se t'interessa veramente riformare qualcosa sai di avere bisogno di un consenso trasversale, altrimenti rischi di lavorare cinque anni e non concluder nulla. Viceversa la Moratti si comportò come se fosse stata insediata in un consiglio d'amministrazione senza termini di mandato. Quando capì che un po' di consenso tra gli insegnanti le poteva essere utile, convocò una grande assemblea e la chiamò “Gli Stati Generali della Scuola”. Ogni volta che ci ripenso rischio di non crederci. Gli Stati Generali. Tra tutte i nomi di assemblea di cui si legge nei libri di Storia, il Ministro dell'Istruzione doveva scegliere proprio quella meno democratica; quella dove i rappresentanti del 90% della popolazione contavano meno dei nobili e dei preti; quella che è finita così male (o bene, secondo i punti di vista). Ma insomma, convocare degli Stati Generali nel 2002 era un po' come chiedere agli insegnanti di fare la Rivoluzione.
Gli insegnanti non l'hanno fatta. I più generosi ed energici si sono impelagati in lunghissime discussioni su come avrebbe funzionato il benedetto portfolio; i più furbetti hanno aspettato che il fuoco di circolari si spegnesse da solo. Ci sono cose che appena nate già portano scritto “incompiuto” in copertina: i romanzi di Gadda, le Grandi Riforme della Scuola. Una delle prime volte che alzai la mano in un consiglio di insegnanti fu per invitare tutte alla tranquillità, che non valeva la pena di preoccuparsi troppo: tanto eravamo sotto elezioni, e o le vinceva Prodi (e la riforma andava al macero), o le vinceva di nuovo Berlusconi, ma in quel caso sarebbe passata anche la legge sul federalismo, le competenze in materia scolastica sarebbero finite alla regione Emilia-Romagna, e a macerare la Moratti ci avrebbero pensato a Bologna. Mi accusarono di fare politica; io tacqui per sempre, come conviene al buon supplente, e le lasciai scannarsi sul portfolio per altre ore. Ed è una fortuna, fidatevi, che noi insegnanti non fatturiamo le ore di riunione (noi no: i consulenti della Moratti sì).
Prodi ha vinto e all'Istruzione è arrivato Fioroni, che non solo ha immediatamente cassato la Grande Riforma Moratti, ma ha anche annunciato, udite udite, che non ne avrebbe fatta una: in dieci anni, il primo ministro non riformatore! Molti insegnanti gli vogliono ancora bene semplicemente per questo. Ma forse sapeva anche lui che non sarebbe durato – altri però al suo posto si sarebbero ugualmente avventurati in pericolose modifiche strutturali: lui no, e di questo occorre dargli atto. In ogni caso dopo due anni è tornato il centrodestra. Però, attenzione, qualcosa è cambiato.
Non so se ve ne siate accorti, perché forse è più facile accorgersene a scuola che altrove, ma Berlusconi III è molto diverso da Berl II. Lasciando stare i nomi dei partiti, gli organigrammi, veniamo alle cose che in concreto un governo fa. Fioroni ha sospeso la Grande Riforma, è vero, ma non ha mica distrutto tutte le sue copie in un rogo liberatore; senz'altro da qualche parte al Ministero è possibile consultarla. E quindi il giovane ministro Gelmini, di cui tutti temevano l'inesperienza, in teoria si ritrovava insediata coi compiti già fatti: una Grande Riforma completa e mai usata. Ma si è guardata bene dal riprenderla in mano.
E questo è notevole. Attraverso la Gelmini, Berlusconi III sta sconfessando quasi tutto ciò che la Moratti combinò in cinque anni di istruzione. Le sue proposte forse non saranno sbagliate, ma non sono nemmeno più interessanti. Si riparte da Gentile, ovviamente contro Gentile, e della Moratti non si parla nemmeno più. Come non si parla più di ponti sullo stretto o di modifiche all'articolo 18. Quello era un altro Berlusconi, un altro Tremonti.
Però alla fine una riforma c'è. Non è più la Grande Moratti, sarà la Piccola Maria Stella, ma c'è. Io in effetti è di quella che volevo parlare, ma mi sono un po' perso per strada. Chiedo scusa, sarà per la prossima volta.http://leonardo.blogspot.com/
dicembre 21 2008
L’ ora dei THINK TANKS.
Il sostituto del deceduto Heider è un giovanotto di 27anni senza ne arte ne parte che non fa che confermare che il partito di Heider era Heider stesso, il partito viveva di luce riflessa del leader ,si incarnava nella sua persona e non c’era nessun partito al di fuori della sua persona. Populismo ,senz’altro, demagogia ,anche ,ma è ormai evidente che la crisi dei partiti ,così come siamo stati abituati a conoscerli, è ormai un fenomeno mondiale e anche in democrazie proporzionali si inseriscono vieppiù elementi plebiscitari , basti come esempio per tutti come in Germania il segretario della SPD ,i socialdemocratici tedeschi, Beck sia stato allontanato a favore di Steinmeier ,più mediatico ,meglio piazzato nei sondaggi e scelto pur non essendo un politico di formazione , ad ennesima riprova che anche in Germania ,come oramai in tutto il mondo occidentale , l’era dei partiti come li conoscevamo è finita , ed il centrosinistra a livello mondiale ha vinto ,ad esempio in Australia, o come con Obama negli USA, se si inserisce in dinamiche maggioritarie e non si rinchiude in fortini identitari ormai assediati, d’altre parte a destra ,l’abbiamo visto, vi è la presenza di elementi populistici e plebiscitari nelle campagne elettorali che fanno si che i candidati si connettano direttamente ,senza filtri partitici , con l’elettorato .Pulsioni populiste da contrastare evidentemente ,ma con cui si deve necessariamente fare i conti e che non si possono affrontare nella società mediatica con strumenti inadatti , basti pensare alla campagna elettorale Presidenziale Americana in cui i due contendenti hanno fatto a gara a prendere le distanze da “Washington” ,noi diremmo da “ROMA”dall ’establishment ,e a presentarsi agli occhi degli elettori come outsider pur rappresentando entrambi ormai due partiti leggeri ,ma che ,nonostante tutto ,rappresentano comunque una zavorra insormontabile per qualunque candidatura che voglia essere minimamente competitiva.La crisi dei partiti ,della partitocrazia secondo una fortunata espressione , non è quindi una prerogativa Italiana ,anzi , nell’ultima tornata elettorale nell’arco alpino ,Austria ,Svizzera ,Baviera, c’è stata la contemporanea frana dei partiti storici e l’avanzata di nuove formazioni che con i partiti storici hanno poco in comune, si dirà ,invece, che ,in Italia , ben più pesanti ,lugubri e minacciosi sono gli elementi populistici e plebiscitari rappresentati da Berlusconi ,con una deriva che non ha eguali ,questa si ,nel mondo occidentale ,ma che proprio per questo richiede una risposta all’altezza delle sfide. Il partito democratico, nato non dimentichiamolo mai , dall’evoluzione dell’Ulivo ,geniale intuizione di Prodi difesa con perdite ,ma con successo dalla nomenklatura partitica testarda ed ottusa, non è stato invece all’altezza delle temperie in cui ci troviamo , le primarie sono si state recepite ,ma non comprese quasi che potessero inserirsi in continuità nelle politica dei vertici chiusi e delle decisioni prese da pochi e non rappresentare un momento di rottura con la politica fino ad allora praticata. Come era prevedibile le primarie, nonostante Veltroni ,hanno terremotato la riserva indiana della sinistra , legata a modalità di fare politica antidiluviane ,ma hanno intaccato solo in minima parte il recinto della destra proprio perché il confronto è stato vissuto nel centrosinistra ancora nello schema della forma partito , credendo che con la nascita del partito democratico non si fosse fatto solo il primo passo di un lungo cammino,ma si fosse giunti già all’approdo.
Il partito democratico infatti coltiva la pericolosa illusione da una parte di aver sterilizzato i contrasti , mentre inevitabilmente i contrasti sono destinati sempre a venire alla luce perché sono il sale della democrazia, e dall’altra di poter rimanere in mezzo al guado nella forma partito , con tessere e tesserine ,segreterie ,circoli e circoletti .Si crede ,infatti, che tutto il”kit” ,tutto l’occorrente per affrontare la realtà esterna sia presente nelle risorse interne dei partiti ,partiti che come vediamo tutti i giorni in tutto il mondo sono sempre più screditati , e ,soprattutto, in Europa si rinchiudono in se stessi invece di aprirsi alle realtà esterne. In tutte le democrazie inoltre ,anche in quelle bipartitiche, le differenti visioni del mondo ,gli scontri ,le dure lotte sono all’ordine del giorno ,quello che conta sono in realtà le regole d’ingaggio che permettono di sciogliere i nodi politici , non bisogna perciò aver paura dei contrasti ,ma semplicemente trovare le modalità democratiche per risorverli ,modalità che in realtà sono già presenti ,le primarie, ma di cui non si sono comprese le conseguenze .Un esempio aiuta a chiarire meglio la situazione a Firenze ,come in molte altre realtà, l’anno prossimo si vota, il sindaco uscente al termine dei due mandati non è più ricandidabile ,bisogna quindi trovare un nuovo candidato ,tutti i termini della situazione sono perciò ampiamente conosciuti ,si sa quando si vota , si sa che il sindaco uscente non è ricandidabile ,eppure il partito democratico si incarta in una spirale senza uscita quando i termini del problema sono apparentemente semplici, prima ,infatti , propone di tenere primarie solo per il partito democratico ,di fronte al fatto che con molte forze si andrà poi uniti alle elezioni comunali pare logico andare alle primarie aperte ,ma ecco l’apparente problema ,troppi candidati sembrano troppi ,vanno ridotti , magari con manovre d’apparato,mentre non ci si preoccupa minimamente di assicurarsi che il vincitore rappresenti almeno il 50% degli elettori ,con modalità sperimentate come la legge elettorale australiana ad esempio o il doppio turno ,preoccupazione del resto non affrontata per le primarie comunali di Velletri,in modo che sia veramente il candidato “migliore” a presentarsi alle comunali con maggior chance di successo, poi si preparano le primarie nel recinto del pd ,infine di fronte agli scandali si “ripiega” finalmente sulle primarie di coalizione con necessario doppio turno.Cosa si dovrebbe fare a Firenze e dappertutto invece dovrebbe essere chiaro ,stabilire con largo anticipo la data delle primarie ,primarie aperte a tutti,affinché outsider ,anche Obama all’inizio era un outsider, abbia aggio di crearsi una organizzazione in grado di intercettare voti ,la vera chiave da ora in poi di fare politica, e rendere la sua candidatura competitiva facendo inizialmente un favore naturalmente a se stesso ,ma poi in definitiva alla stessa coalizione poiché può portare valore aggiunto e soprattutto voti aggiuntivi. Il partito democratico perciò è chiamato a decidere se vuole essere in grado di immettere nel circuito della politica i valori le abilità e le competenze della società civile ,ovvero invece utilizzare le primarie come mero strumento per dirimere nodi ormai non più diversamente scioglibili .
La fine dei programmi e l’ora dei THINK TANKS.
Sono comprensibili le obiezioni di chi lamenta ,di fronte alla turbopolitica, la perdita dei programmi ,la coperta di linus della cosiddetta sinistra radicale, se contano i candidati ,le persone secondo la vulgata popolare, quale spazio c’è per programmi ben meditati e concertati ? A ben vedere questa età dell’oro dei programmi non è mai esistita ,come sa bene chi ha partecipato a qualunque livello alla stesura di un programma , con trattative in bilico fra il suk ,la farsa e la sceneggiata ,trattative farraginose e confusionarie che producono programmi altrettanto confusi o al massimo adatti ai libri dei sogni ,ma non si può necessariamente derubricare questa obiezione nel novero di quelle che non meritano risposte .Innanzitutto nella politica maggioritaria ,e maggioritaria è volente o nolente anche nel proporzionale o si governa o si sta all’opposizione tertium non datur, il candidato ,diremmo quasi il corpo del candidato , è politica ,lo è il suo modo di parlare ,di gesticolare lo è il modo di esporre che veicola un universo di valori che di per se già è in parte un programma ,la sobrietà di Prodi ,ad esempio, già indicavano un modo di governare che si sarebbe realizzato nell’azione di governo e dubitiamo che molti abbiano letto pienamente il programma di Berlusconi nondimeno si sono ritrovati nei suoi valori nei suoi disvalori e nelle sue televisioni senza bisogno di leggere una riga del programma , non c è nessuna necessità quindi di analisi ,report , paper position ,tutto dovrebbe essere affiditato unicamente ad una politica plebiscitaria senza spazio per la discussione? Ma quando mai, proprio questa modalità ,se ben utilizzata e compresa, offre la possibilità per una analisi raffinata e precisa anche se necessariamente conflittuale soltanto bisogna cambiare luogo di osservazione . Un think tank (letteralmente "serbatoio di pensiero") è un organismo ,un gruppo di lavoro o una società tendenzialmente indipendente dai partiti politici ,anche se spesso collaterale ad essi che si occupa di analisi delle politiche a qualsiasi livello a partire del livello locale fino al livello internazionale, producendo dati ,informazioni ,dando consigli e fornendo previsioni ,non è,come erroneamente si pensa una prerogativa del mondo anglosassone basti pensare alle Stiftung tedesche , un think tank ha un ruolo perciò di trasmissione di idee ,un ruolo non inteso in senso assoluto poichè i think tanks anche all’interno di uno stesso schieramento “lottano” nel senso buono del termine l’un l’altro per ottenere attenzione ,autorevolezza e per realizzare le politiche da loro proposte ,,”lottano” in maniera reattiva e veloce e contemporaneamente in maniera riflessiva e con un orizzonte di lungo periodo producendo sia soluzioni pret a porter che analisi per problemi dei decenni a venire. In questa ottica i politici sono le diramazioni finali di un organismo politico ,sono uno strumento necessario ,non sempre utili idioti come dice l’assessore regionale Di carlo, che però acquisiscono informazioni non più necessariamente in prima persona ,ma attraverso la mediazione di associazioni ,comitati ,istituti,reti che in qualunque modo li si voglia chiamare sono serbatoi di pensiero, e che ,spesso, in maniera informale e senza esserne pienamente consapevoli sono di fatto think tanks .In futuro quindi è del tutto evidente che questa modalità di fare politica si espanderà ,che lo si voglia o no, perché in una situazione di continuo cambiamento i partiti possono solo rispondere necessariamente in maniera non flessibile e quindi devono acquisire flessibilità presso attori esterni. In poche parole non esisterà più ,ma di fatto gia non esiste più, un programma unico ,una sorta di assicurazione casco ,un programma omnicomprensivo, in grado di proteggere la politica dai rischi degli imprevisti ,ma esisterà invece una serie di attori in concorrenza più o meno felice fra loro che discutono ,gareggiano fra loro con diverse interpretazioni della realtà non necessariamente incompatibili fra loro ,ma necessariamente diverse fornendo letture alternative e concorrenziali della realtà e basando il proprio successo unicamente sulla propria autorevolezza e non su posizioni di potere .In questa ottica perciò si incastrano primarie e think tanks ,distruzione creativa alla Schumpeter per il personale politico con la continua affermazione di volti nuovi e conseguentemente ,cosa più importante, con nuovi modelli di organizzazione politica ,la vera lezione che ci viene da Obama è questa , ,ma distruzione creativa anche per le idee in continuo e fecondo confronto fra loro ,il partito democratico può diventare ,deve diventare per la sua stessa sopravvivenza oltre che per il bene del sistema paese , il partito del centrosinistra non un partito del centrosinistra ,deve contenere al suo interno i cosiddetti riformisti e radicali , regolando di volta in volta secondo le contingenze di tempo e luogo con le primarie ,momentaneamente sempre momentaneamente i risultati non saranno mai definitivi, i rapporti di forza e facendo nel contempo continuamente affluire con i think tanks nuove idee .Il partito democratico così delineato è in realtà un campo di forze mai definitivamente strutturato in cui gli obiettivi ed i valori vengono scelti sempre unicamente dagli elettori e non dagli stati maggiori e che attraverso le primarie delimitano in maniera temporale e temporanea lo spazio fisico e valoriale del campo del centrosinistra .Solo ed unicamente in questo modo in Italia e ,oramai ,non soltanto in Italia, si potrà attrarre quell’elettorato non partitico decisivo in ogni elezione . Cittadini per l'ulivo"Velletri fuori dalla palude"circolo Volontè
dicembre 17 2008
Lo stato delle cose
Vista la loro palese incapacità a non litigare, e la voglia di tutto il popolo di sinistra di vedere finalmente dirigenti coesi, e i sondaggi in picchiata, i nostri chiamarono Veltroni a fare il salvatore della patria. Uòlter, solleticato nell'ambizione di una vita e sinceramente convinto di poter porre delle condizioni e di poter fare finalmente anche in Italia il partito democratico americano che da tempo sognava, accetta e si imbarca nell'impresa.
Dato che è anche lui ceto politico, commette l'errore di utilizzare l'investitura popolare delle primarie non per puntellare il governo Prodi, ma per lanciarsi in impossibili accordi istituzionali con un esperto di bidoni come Berlusconi. Per una specie di nemesi della storia, commette lo stesso errore del Baffino della bicamerale e così permette a un Berlusconi attaccato da tutti gli alleati di risorgere e di mangiarseli in un sol boccone, i suoi alleati riottosi.
Le elezioni anticipate vanno come dovevano andare. La campagna elettorale di Veltroni è certo troppo solitaria, ma per certi versi geniale e piena di idee e di entusiasmo. Ed infatti il risultato nazionale è il migliore possibile nelle condizioni date.
Ma la disgrazia del ceto politico del centrosinistra è la distanza abissale dalla gente, cosicché di fronte all'impuntatura di Rutelli, nessuno è in grado di dire al Cicoria una cosa del tipo TSRAR (Tutto Salvo Rutelli A Roma). La sconfitta a Roma distrugge Veltroni o, meglio, segnala il "liberi tutti" del ceto politico peggiore annidato nel PD. Veltroni, pugile suonato non dal risultato nazionale ma da quello romano, non sa reagire in tempo. Invece di chiamare a se il popolo delle primarie, quando ancora era possibile perché l'entusiasmo elettorale e delle primarie era fresco, per governare il partito nuovo contro la nomenclatura dei dirigenti, accetta di sciogliere la sua segreteria di giovani, di formare il direttorio dei vecchi col bilancino delle correnti, insomma di farsi commissariare. Nella speranza di rifiatare e di tenere insieme il partito, il partito reale e solito, quello fatto dalla somma mai veramente sommata dei ceti politici di DS e Margherita.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I bei discorsi veltroniani, le sue idee di innovazione, di bella politica, di riformismo moderno, di rottamazione del petrolio e ambientalismo del sì, si fanno rapidamente vacua perorazione di fronte a un partito che si trasforma in pochi attimi in un insieme di bande di amministratori e in centinaia di militanti sempre più sconsolati e sbandati. Anche in questa sua seconda esperienza di segretario, Veltroni non ha saputo governare la macchina partito - un disastro in organizzazione, con idee brillanti ma che restano idee.
Le bande di amministratori poi, comportano anche un conto salato da pagare. La Magistratura, che non è mai stata di sinistra (come alcuni si sotinano a credere) neanche durante la prima mani pulite, in parte fa certamente bene il suo lavoro, in parte annusa l'aria. E l'aria - e l'impagabile faccia di tolla di Berlusconi- dice che la questione morale esiste solo nel PD.
Che questo comporti il travaso di voti verso il furbo Di Pietro in Abruzzo, è in fondo la cosa meno importante. Ciò che conta, è il crollo della partecipazione elettorale. Le persone, pur di non votare PD (e non solo), non votano. E non votano perché la credibilità di questo nuovo partito è irrimediabilmente persa. Almeno fino a quando non ci saranno facce davvero nuove a tutti i livelli.

Quando si dice che il voto non è più ideologico o di appartenenza, si dice una cosa vera solo in parte, perché c'è ancora molta gente che si rifiuterà sempre di votare a destra (e, dall'altra parte, che si rifiuterà sempre di votare a sinistra). Però chi sta a sinistra è disposto a non votare, piuttosto che dare un voto turandosi il naso come ha continuato a fare in questi anni. E però c'è davvero anche una quota grande di voto mobile, che cambia da destra a sinistra in funzione di fattori complicati e semplici al tempo stesso. Ad esempio, l'amministrazione comunale di Veltroni alla fine si è concentrata o è stata percepita come concentrata essenzialmente su due temi: cultura e spesa sociale - ossia sul doppio target "intellettuali" e "poveri". Non ha dato risposte visibili di vivibilità concreta per chi non è né povero né intellettuale, le risposte sule buche nelle strade, sulla manutenzione del verde, sulla vera trasformazione del trasporto pubblico, incluso il coraggio apparentemente suicida dal punto di vista elettorale ma sicuramente pagante nel medio periodo di azioni drastiche di chiusura del traffico. In cosa, un cittadino medio, avrebbe dovuto trovare così qualitativamente ed anche moralmente diversa una giunta di sinistra che non ti cambia la vita da una di destra?
E' paradossale il controtempo italiano rispetto al resto del mondo. A un mondo in movimento rapidissimo e caotico, da Obama in poi, si contrappone un'Italia stabilmente rassegnata alla dittatura dolce del berlusconismo e al declino della chiusura leghista. A un mondo che si affida ai giovani, si contrappone un'Italia paese per vecchi.
Ostinatamente, iMille si vedono il 20 dicembre per fare il punto su ciò che si può fare ancora. Speriamo bene...
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Una nota sulle elezioni abruzzesi. In questa tabellina ho messo a confronto i voti delle recentissime politiche con le regionali. L'ultima colonna riporta la differenza percentuale fra un voto e l'altro, e dice cose molto interessanti:
- ha votato solo il 73% di quelli che ad aprile lo avevano fatto (ovviamente le due platee elettorali non sono esattamente le stesse, ma la distanza di pochi mesi rende la cosa sostanzialmente irrilevante);
- il PD ha preso molto meno della metà dei voti che aveva ad aprile (41%);
- l'Italia dei Valori ha preso oltre il 40% in più dei voti che aveva ad aprile. In un contesto in cui complessivamente ha votato molta meno gente, l'aumento assoluto di voti è effettivamente un risultato eccezionale. Per spiegare il quale non basta certo la presenza del candidato presidente.
- Il PDL ha preso fra il 55 e il 70% (a seconda se si considera di fatto nel PDL anche "Rialzati Abruzzo") dei voti che aveva alle politiche: Chiodi non è stato eletto con la maggioranza assoluta dei votanti, ed è stato eletto da molte meno persone rispetto a quelle che ad aprile avevano votato PDL. Quindi non c'è nessuna valanga di consensi al governo Berlusconi e alla PDL, ma semplicemente c'è la scomparsa della sinistra e del centrosinistra.
- Niente di nuovo sul fronte della sinistra estrema: ammesso che ci sia, il voto della sinistra radicale non torna all'ovile ma, al più, passa dal voto "utile" al PD al voto "moralmente utile" a IdV.
| |
regionali |
apr-08 |
Variazione % |
| Pd |
106.410 |
277.190 |
38,4% |
| Democratici |
7.507 |
|
|
| PD Totale |
113.917 |
277.190 |
41,1% |
| Idv |
81.557 |
58.036 |
140,5% |
| Pdl |
190.919 |
344.129 |
55,5% |
| Liberalsocialisti |
7.753 |
|
|
| Rialzati Abruzzo |
40.256 |
|
|
| PDL Totale |
238.928 |
344.129 |
69,4% |
| Mpa |
18.040 |
13.373 |
134,9% |
| Udc |
30.452 |
48.534 |
62,7% |
| La destra |
9597 |
26.376 |
36,4% |
| Sinistra Arcobaleno |
12.054 |
26.248 |
|
| |
15.435 |
|
|
| Totale sinistra radicale |
27.489 |
26.248 |
104,7% |
| |
|
|
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| Totale votanti |
605.104 |
827558 |
73,1%
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http://corradoinblog.go.ilcannocchiale.it/
dicembre 14 2008
Il mio Pd corre un grave pericolo (di Michele Salvati)
Anche la fase che fece seguito alla sconfitta del 2001 vide incertezze e tensioni nel centrosinistra - Cinque nodi - Da Il Riformista
Anche la fase che fece seguito alla sconfitta del 2001 vide incertezze e tensioni nel centrosinistra. Ma i riformisti avevano ancora una carta da giocare e la giocarono, sia pure confusamente e in extremis: la trasformazione dell'Ulivo nel Partito Democratico. La fase che si è aperta dopo la sconfitta dell'aprile scorso vede incertezze e tensioni forse minori di allora, e sicuramente meno aperte, ma la carta da giocare non c'è più. Oggi non c'è una via d'uscita: o il Partito democratico regge e si consolida, oppure crolla l'intero disegno strategico che il centrosinistra ha perseguito da dodici anni a questa parte.
Poco male, diranno alcuni: la sinistra riformista non muore se muore il Partito Democratico. Se così avverrà, vuol dire che il progetto era mal congegnato, astratto, antistorico. Oppure - diranno altri - vuol dire che sono stati commessi errori irreparabili da parte dell'attuale segretario. Io la penso in modo diverso. Continuo a credere che il progetto del Pd sia un buon progetto, storicamente maturo nel nostro Paese, potenzialmente capace di unificare i riformismi che stanno tra il centro e la sinistra. E che, se il segretario ha commesso errori - quasi sempre condivisi dai massimi dirigenti del partito - questi non sono irreparabili. Penso anche, però, che il Pd sia in serio pericolo. Penso infine che, se fallisse, di certo la sinistra riformista non morirebbe, ma resterebbe tramortita per un periodo imprevedibilmente lungo.
Tranne queste ultime, si tratta di opinioni che qui non posso difendere: l'ho fatto tante volte in passato e le mie idee in proposito non sono cambiate. Posso però motivare il mio allarme per lo stato attuale del partito. Prima di entrare nel merito, due premesse. (a) La prima è imposta dal momento in cui scrivo, dall'esplosione della "questione morale" in riferimento alle amministrazioni locali di centrosinistra. Non ne tratto perché, pur essendo dannosa per l'immagine del Pd, non costituisce una di quelle minacce alla sua identità/sopravvivenza di cui intendo occuparmi ora. Anzi, esaurite le polemiche, essa potrebbe persino lasciare due conseguenze positive. Una maggiore attenzione del partito sull'attività delle persone che esso candida a cariche istituzionali, come è prevista con lungimiranza e dettaglio sia dallo statuto, sia dal programma. E una maggiore cautela nel fondare su questioni di moralità/legalità la distinzione tra il centrodestra e il centrosinistra. (b) La seconda premessa è che mi riferisco alle condizioni minime di funzionalità del Pd, come di fatto è uscito dalla fusione di due partiti e due ceti politici. Detto altrimenti, non mi riferisco ad una radicale riapertura del cantiere dell'Ulivo, come alcuni sognano e anche a me piacerebbe, ma che trovo al momento poco realistica.
Le difficoltà del Pd, quelle che ne appannano l'identità e ne minacciano la sopravvivenza, non stanno né nelle sue proposte di politiche europee e internazionali, né in quelle relative a questioni economico-sociali, né in quelle miranti ad una maggiore efficienza del settore pubblico. E neppure in quelle, delicatissime, riguardanti immigrazione e ordine pubblico. Insomma, per gran parte delle materie che maggiormente interessano ai cittadini, non vedo ostacoli che impediscano la costruzione di un programma buono e largamente condiviso. E infatti era buono e condiviso il programma presentato nelle ultime elezioni. Omettendo in questo articolo una dimostrazione di quanto ho appena affermato, tento un breve catalogo delle ragioni che, a mio parere, minano la credibilità del Partito democratico e l'efficacia della sua azione. Si tratta di interna corporis, di problemi che normalmente ai comuni cittadini non interessano, ma poi si riflettono in una confusione dell'immagine del partito e in incertezze della sua leadership.
1 Un residuo problema ideologico-culturale. Quante volte si è detto che il successo dell'operazione Pd lo si sarebbe misurato sull'effettiva integrazione tra le grandi tradizioni riformistiche che in esso confluivano, e soprattutto tra la tradizione cattolica e le altre: socialista, comunista, liberale! Che si sarebbe misurato sulla formazione di un nuovo patriottismo "democratico", che superasse e avvolgesse i precedenti patriottismi. Se questo è il metro di misura, si deve concludere che si è trattato di un insuccesso. Sinora. Le vecchie appartenenze continuano a dividere il partito e un nuovo patriottismo "democratico" non si è ancora formato. Perché?
I motivi ideologici di dissenso sono seri, anche se non insuperabili: sui temi della famiglia e delle convivenze, sui temi eticamente più delicati, sulla laicità, sui rapporti colla Chiesa cattolica e le altre confessioni, ci sono differenze reali, e su di esse si formano patriottismi tenaci. Patriottismi che la nuova identità democratica fa fatica a inglobare per la debolezza della distinzione tra destra e sinistra oggi, per la fragilità del "patriottismo di sinistra". Il centrodestra non è più reazionario e codino e il centrosinistra è venuto a patti con il mercato e l'individualismo liberale: passare dall'uno all'altro schieramento, per molti, non è più sentito come un tradimento identitario. Mentre può essere sentito come tale, da non pochi cattolici, il venir meno alle indicazioni delle gerarchie ecclesiastiche. Su gran parte dei problemi che interessano il cittadino comune c'è una notevole omogeneità tra le grandi tradizioni riformistiche. Ma anche il divorzio, l'aborto, la procreazione assistita, la differenza tra matrimonio e convivenze, l'accanimento terapeutico, l'eutanasia, il finanziamento statale delle scuole confessionali..., e via seguendo, sono temi che interessano i cittadini, e forti differenze nelle esternazioni di autorevoli esponenti del partito non avvantaggiano certo la sua immagine. In sintesi: il programma dell'Unione era molto incoerente; quello del Pd lo è assai di meno, ma residua un'area di incoerenza significativa. Dunque, motivi di dissenso ideologico ci sono. A mio avviso essi sarebbero facilmente componibili se non si sovrapponessero a vecchie appartenenze organizzative e ai modi in cui queste si sono trasferite nel nuovo partito: non è sempre facile capire se il dissenso ideologico è causa di separatezza organizzativa, o se è un puro pretesto per giustificarla. Per come si sono svolte, le primarie non sono state un'occasione di rimescolamento delle vecchie forze o di ingresso di nuove, ma un semplice veicolo mediante il quale si sono trasferiti nel nuovo partito i due ceti politici di Ds e Dl, più o meno - poche le sorprese - nelle proporzioni fotografate al momento della fusione. Dopo d'allora queste proporzioni si sono mantenute, sia a livello locale che a livello nazionale. Su questo tornerò subito, perché riguarda uno dei temi che dobbiamo trattare, l'organizzazione del partito. Ricordavo qui il problema perché la somma di differenze ideologico-culturali e di diverse origini organizzative ha creato un partito a "canne d'organo", a pilastri paralleli, attentissimi alla propria indipendenza e alle proporzioni relative, pronti alla polemica tutte le volte che le proprie bandierine sono minacciate: un esempio canonico (e noioso) è quello del gruppo parlamentare europeo, ma non passa giorno che non ce ne offra uno nuovo. Un partito a pilastri o a canne d'organo, oltre ad essere poco attraente per l'elettore, è un partito già predisposto per la rottura. Il Pd nasce sulla scommessa di fondere i riformismi storici, di creare una emulsione fine tra riformismi laici e riformismo cattolico. Se si perde la scommessa, si perde il partito.
2 Il modello di partito. Sale ovunque la richiesta di un partito solido, radicato nel territorio, con organi dirigenti ben definiti e ragionevolmente stabili: insomma, il vecchio modello del Pci e dei grandi partiti socialdemocratici europei. In modo diverso, della stessa Democrazia cristiana. E nello stesso tempo è forte l'attrazione per un modello di partito aperto ai potenziali elettori, continuamente rimescolato da elezioni primarie: l'Ulivo è nato su questo disegno, soprattutto perché è attraverso le primarie, primarie vere e competitive, che si pensava di sparigliare le vecchie appartenenze. Ora si tocca con mano che tra i due modelli c'è una forte tensione, se non una contraddizione di principio. E che l'attuale statuto è un compromesso precario e instabile tra i due. Non c'era bisogno di aspettare il pasticcio di Firenze per rendersi conto dell'effetto dirompente che primarie vere, fortemente competitive, esercitano sul vecchio modello: non è certo per ignavia che Bersani non volle affrontare la competizione con Veltroni. Per dirla con D'Alimonte «in gioco ci sono due diverse concezioni della democrazia e del ruolo dei partiti. Non si può avere tutto e il contrario di tutto - partiti forti e primarie vere, democrazia dei partiti e democrazia diretta - senza aver approfondito come questi diversi elementi possano coesistere in una sintesi coerente». Ma una qualche sintesi provvisoria, più spostata verso il partito tradizionale o verso il partito all'americana, bisognerà pur raggiungerla. Come bisognerà pur raggiungere una qualche sintesi tra il modello federale o nazionale: i due problemi sono parzialmente collegati, perché un modello di primarie regionali ben si adatta a un modello federale, a… un modello di "cacicchi", qualcuno direbbe. Ma il collegamento non è necessario: si possono avere primarie vere su un impianto nazionale e si può avere un modello federale anche con primarie finte e organizzazione di partito tradizionale. Comunque, per entrambi i problemi, è difficile presentare agli elettori un profilo convincente nel contesto delle continue polemiche suscitate dalla loro mancata soluzione. Da una soluzione tradizionale, o da una innovativa. O da un qualche compromesso tra le due, ma chiaro e lealmente accettato dalle parti in contesa. Il problema è serio, anche se, per fortuna, non si sovrappone al problema precedente, giacché "tradizionalisti" e "primaristi", con una netta prevalenza dei primi, sono ben distribuiti nel ceto politico che proviene dai due vecchi partiti.
3 La forma di stato e di governo. Anche la problematica istituzionale e costituzionale poco interessa gli elettori, ma è fonte di tensioni e polemiche interne e dunque raggiunge i comuni cittadini attraverso la cattiva immagine che da di sé un partito diviso e litigioso. Un pezzo importante di questa problematica è all'ordine del giorno, il federalismo fiscale, ma altri sono in lista d'attesa: in tema di giustizia, di forma di governo, di sistema elettorale. Sul federalismo fiscale, e ancor di più sugli altri temi di riforma costituzionale, i dissensi sono molto forti (lo sono anche nel centrodestra, ma è magra consolazione). C'è chi pensa (anche se non lo dice) che la riforma del titolo V sia stata una grande sciocchezza, un cedimento nei confronti della Lega, e che la Costituzione non dev'essere rimessa in alcun modo in discussione, né per quanto attiene alla forma di Stato, né per la forma di governo. E ci sono federalisti convinti e innovatori forti sulla forma di governo, disposti a significative modificazioni dell'intero ordinamento della repubblica, parlamento, presidenza, governo, ordine giudiziario. Per fortuna, anche in questo caso, i contrasti cui abbiamo accennato non si sovrappongono alla frattura tra i due ceti politici di provenienza, e dunque non l'aggravano, essendo largamente trasversali a entrambi. Ma creano tensioni e incertezze, ostacolano la libertà di movimento e l'iniziativa politica, specialmente quando il governo è impegnato in un programma di riforma costituzionale che esigerebbe una risposta chiara da parte dell'opposizione.
4 Il futuro del sistema partitico, le alleanze e la legge elettorale. Questo è un tema che divide il partito in profondità, anche se vale la stessa osservazione già fatta per i due precedenti: la linea di divisione non passa tra ex-Ds ed ex-Dl, essendo trasversale a entrambi. Insieme con la mancata integrazione dei due ceti politici, si tratta del (potenziale) conflitto più minaccioso per la sopravvivenza del Pd. Finora è rimasto latente perché lo strumento che potrebbe trasformarlo in conflitto aperto - una riforma della legge elettorale - non è disponibile: al centrodestra va benissimo la legge attuale, o comunque qualsiasi legge proporzionale con premio di maggioranza per la coalizione, e finché le cose stanno così ci si deve rassegnare al bipolarismo in cui ci troviamo. Si tratta di una condizione molto sfavorevole per il centrosinistra, perché non ha funzionato né la strategia di chiamare a raccolta l'intero fronte antiberlusconiano (2006, esito pari, e poi governo affannato e litigioso), né quella dell'"andare da soli" (2008, pesante sconfitta). Come reagire? Anche se l'attuale governo scontentasse profondamente gli elettori, montare una coalizione antiberlusconiana tipo 2006 difficilmente garantirebbe una vittoria: l'Udc e altri gruppi centristi mai parteciperebbero all'alleanza e, nel caso improbabile di una vittoria, sarebbe invece probabile un governo incoerente. Quanto all'alternativa dell'"andare da soli", essa può essere stata utile per affermare l'identità del neonato Pd nel 2006, ma si è visto quali esiti elettorali produce. È per questo che molti nel Pd, sia di provenienza Ds che Dl, guardano con interesse ad una possibile alleanza con l'Udc e - se e quando sarà possibile - ad una legge elettorale di tipo tedesco, proporzionale con sbarramento, ma senza premio di maggioranza per la coalizione. È evidente che, in questo caso, l'alternanza come si è praticata negli ultimi quattordici anni sarebbe finita, i governi non sarebbero scelti dagli elettori ma formati in parlamento, e sarebbero fortemente avvantaggiati i partiti che si collocano al centro dello schieramento politico e possono allearsi sia a destra che a sinistra. La strategia dell'Ulivo, strettamente legata ad una legge elettorale maggioritaria, alla possibilità di alternanza, alla formazione di due coalizioni contrapposte e tra le quali gli elettori devono scegliere, non sarebbe più praticabile e la stessa sopravvivenza del Pd com'è adesso, come tentativo di fusione delle tradizioni riformiste laiche e cattoliche, sarebbe probabilmente minacciata. Si creerebbe infatti lo spazio per un partito centrista moderato, a prevalente ispirazione cattolica, un partito che parteciperebbe a tutti i possibili governi, e il suo potere di attrazione sui cattolici moderati, ora costretti a schierarsi a destra o a sinistra, sarebbe molto forte. Il Pd, in questo caso resterebbe un partito a prevalente ispirazione socialdemocratica, che al governo potrebbe partecipare solo alleandosi con il partito (o i partiti) di centro, probabilmente destinato/i a rafforzarsi.
5 Come fare opposizione. Le incertezze che il Pd ha manifestato in questi otto mesi di opposizione non possono essere imputate solo al mutato atteggiamento di Berlusconi o al pressing incessante di Di Pietro, ma ad oscillazioni nel gruppo dirigente circa l'immagine che il Pd vuole dare di sé. Quale immagine? L'immagine di un partito responsabile, con idee proprie su ogni problema di governo, pronto a contrastare i provvedimenti della maggioranza se da quelle idee si discostano, ma anche a collaborare se è possibile trovare una mediazione benefica per il Paese? Insomma, l'immagine che si è data al Lingotto e in campagna elettorale, e che si voleva dare col governo ombra? Oppure l'immagine di un partito ostile in via pregiudiziale, che approfitta di ogni passo falso del governo per segnalarne l'inettitudine o lo spirito partigiano, senza curarsi più di tanto di proporre alternative realistiche ai provvedimenti che critica? Affermare la prima immagine non è facile e nel breve periodo può essere costoso: significa abbandonare il principale privilegio dell'opposizione, che è quello di criticare senza fare contro- proposte realistiche e di sostenere le ragioni di tutti gli interessi colpiti dai provvedimenti dei governo. Significa avere idee sufficientemente chiare e condivise su una vasta gamma di problemi, e abbiamo appena visto che su alcuni questa condivisione manca. L'immagine alternativa è più facile ed è quella cui buona parte del popolo di sinistra è stato assuefatto nei lunghi anni di demonizzazione reciproca tra centrodestra e centrosinistra. E siccome la concorrenza di Di Pietro su questo bacino elettorale è forte, e Berlusconi poco affidabile come interlocutore e anche lui pronto alla demonizzazione (Il Pd "marxista-leninista"? Suvvia!), lo spostamento in direzione di questa seconda immagine è stato quasi imposto dalle circostanze. Ma è proprio questa l'immagine che il Pd vuol dare? Dov'è andato a finire lo spirito del Lingotto e del governo ombra?
Madamina, il catalogo è questo. Questo è il catalogo delle difficoltà che incontra il progetto del Partito democratico: messe una di seguito all'altra, fanno una certa impressione e segnalano una situazione di pericolo. Il progetto può fallire. I due pilastri dei partiti costituenti sono ancora sufficientemente distinti da potersi staccare o frammentare, qualora un diverso sistema di incentivi istituzionali ed elettorali ne fornisse l'occasione. La grande innovazione delle primarie fa fatica ad attecchire in un partito che di fatto si è riorganizzato in modo tradizionale. Sulle riforme istituzionali e costituzionali le idee sono contrastanti. Si sta facendo sempre più forte la sensazione che il il Pd non sia in grado di vincere costruendo una grande coalizione, e men che meno correndo da solo. "L'Italia è fatta così", "è un Paese naturaliter di destra", e la via d'uscita che non pochi auspicano è quella lasciare liberi tutti in un gioco proporzionale: il governo, come prevede la Costituzione, lo si farà in parlamento e, se va bene, la sinistra riformista governerà insieme al centro. Forward to the Past, avanti verso il passato! Questa sarebbe la fine del bipolarismo, dell'Ulivo e probabilmente dello stesso partito democratico, come fusione delle grandi tradizioni riformiste.
Non credo affatto alle affermazioni che ho messo tra virgolette, ma la risposta di chi ci crede ha una sua forte e conservatrice coerenza: perché imbarcarsi in una faticosa convivenza - nel partito democratico - con chi proviene da diverse tradizioni? Perché mettere in piedi le primarie, macchine complicate e che rischiano di spaccare quel poco che rimane del partito? Perché rimaneggiare, nuovi apprendisti stregoni, la forma di stato e la forma di governo disegnate dalla Costituzione repubblicana? Perché non tornare al centro-sinistra, con un robusto trattino in mezzo? Come si vede, per tutti o quasi i problemi che ho menzionato, le possibili risposte si lasciano facilmente collocare su un asse dove, ad un estremo, c'è una posizione conservatrice ("ci siamo sbagliati, torniamo indietro"), all'altro estremo una posizione di rilancio del progetto ("non siamo stati abbastanza coraggiosi"). Sono entrambe posizioni comprensibili e legittime, come lo sono altre possibili, intermedie. Il guaio è che non vengono fuori con chiarezza. La mancanza di chiarezza, di discussione esplicita, induce sospetti e conflitto, un'atmosfera di crispacion, direbbero gli spagnoli - di irritazione, di esasperazione - che avvelena il partito. Non sarà certo la conferenza programmatica a metter fine a questa atmosfera. Forse potrà farlo un congresso ben preparato. Molto ben preparato, da dirigenti che si rendono conto del pericolo.
Fonte Il Riformista
http://www.welfarecremona.it/wmview.php?ArtID=10983
dicembre 12 2008
"Pd. Non disturbare i manovratori, primarie addio"
di Franco Monaco, Il Foglio - Ha ragione Francesco Cundari: nel PD, primarie indietro tutta. Ricordate la
disputa teorica e il braccio di ferro pratico, in sede di elaborazione
dello statuto PD, tra partito leggero e partito strutturato, tra primarie e
congressi, tra elettori e aderenti? Non ne resta nulla. Ora apprendiamo che
la parola d'ordine del vertice PD, che sulle primarie (ancorche' non
competitive) fonda la sua legittimazione, e': diffidare delle primarie,
scoraggiarne l'attuazione. Esse disturbano il manovratore al vertice, ora
che grazie alle primarie si e' insediato. Un tempo i loquacissimi
consiglieri giuridici del segretario ci ammannivano dotte lezioni sulle
primarie. Ora essi si sono consegnati al silenzio. Cosi' come, del resto,
su maggioritario e modello francese, sui quali non si azzardano a
incrociare le armi con il tedesco D'Alema. Non si tratta di questioni ai
margini, ma al contrario di nodi che decidono identita', missione e forma
politico-organizzativa del PD a loro volta inscritte in una visione
piuttosto che in un'altra dell'evoluzione del sistema politico italiano e
dei suoi attori.
Del resto, tutti, ma proprio tutti, i capisaldi della cosiddetta "nuova
stagione" del PD sono stati abbandonati o contraddetti, naturalmente senza
riconoscerlo: autosufficienza, rapporto esclusivo con l'IDV, partnership
con Berlusconi sulle regole, modello francese e ora appunto partito dei
cittadini che fa delle primarie il suo mito e il suo atto fondativo. Si
aggiunga, come sfondo sistemico, la teorizzata discontinuita' rispetto
all'Ulivo (quindici anni da buttare, si disse), teoria anch'essa rimangiata
di recente, al punto da sostenere che il PD avrebbe dovuto nascere nel
1999, al tempo del primo governo Prodi. Quando, sia detto per inciso,
Veltroni mollo' Prodi per passare, in ventiquattrore, a segretario dei DS
e sostenere il governo D'Alema insediatosi grazie al rinnegamento
dell'Ulivo preteso da Cossiga in nome di un centro-sinistra con ostentato
trattino. Di li' a poco, al congresso DS di Torino del 2000, il segretario
DS Veltroni urlo' dalla tribuna il suo sonoro no alla proposta di Parisi
che proponeva esattamente di fare insieme, allora, il partito nuovo e
unitario dell'Ulivo ovvero il PD.
Ma lasciamo stare il passato remoto. Limitiamoci all'anno del PD. Cio' che
piu' sconcerta e' la circostanza che la sconfessione totale della linea
adottata, buona o cattiva che fosse, sia stata operata senza alcuna
discussione e senza alcun passaggio democratico. Eppure in mezzo e' pur
succeso qualcosa: una disfatta elettorale e, a seguire, una catena infinita
di scontri di potere in orizzontale e in verticale, tra veltroniani e
dalemiani, tra centro e periferia. Non so se sia appropriato parlare di
questione morale (espressione oscura e suscettibile di fraintendimento). So
che e' immorale che sia stato impedito un aperto confronto politico
opponendovi due invincibili ostacoli: il patto oligarchico al vertice
foriero di finte paci e finte guerre mai connotate politicamente; la
negazione di luoghi democratici di confronto a cominciare dalla
liquidazione dell'unico organo eletto, e cioe' l'assemblea nazionale dei
delegati espressi appunto dalle primarie. Salutati e spediti a casa senza
tanti complimenti. Evidentemente le primarie sono state buone una sola
volta e per un solo giorno.
Se la radice del problema sta, come sta, nel blocco oligarchico, essa e'
semmai rimarcata dalla singolarita' di un comunicato ufficiale che informa
di un colloquio telefonico tra Veltroni e D'Alema. In quel "vertice
telefonico" e in quei rituali diplomatici non e' adombrata la soluzione ma,
all'opposto, e' enfatizzato il problema. Al piu' essi suggeriscono l'idea
che l'oligarchia inclina verso la diarchia. Evocano il vecchio spartito dei
"compagni di scuola" e la "guerra dei trentanni". Perche' i due non
dovrebbero diramare comunicati alla stregua di due capi di stato maggiore
alla testa delle rispettive truppe, ne' siglare patti o tregue piu' o meno
sincere, ma discutere di politica a viso aperto e con gli altri nelle sedi
di partito a cio' deputate. Gia', quali?
dicembre 2 2008
Pd/ Prodi: Primarie vere, ci si massacra ma poi si lotta insieme
Non sostengo Delbono a Bologna ma con lui ho lavorato
A(Apcom) - Le primarie a Bologna che vedono contrapporsi, dentro il Partito democratico, quattro candidati che tenteranno di andare a sostituire Sergio Cofferati sono paragonabili a quelle appena terminate in America: Hillary Clinton e Barack Obama - secondo l'ex presidente del consiglio, Romano Prodi - "si sono massacrati ed è giusto che sia stato così; poi, però, insieme hanno lottato per vincere le elezioni".
All'incontro 'Dal globale al locale: la crisi mondiale e le nostre possibili risposte', promosso dall'istituto De Gasperi di Bologna (del quale Prodi è stato il primo presidente negli anni '70), l'ex premier non scopre le carte: "Non me l'ha chiesto Flavio Delbono (attuale vicepresidente della Regione, il candidato favorito per l'elezione a sindaco del 2009, ndr) di partecipare a questo incontro - precisa Prodi -. Questo incontro non implica nessuna presa di posizione di gruppo. Sono amico da anni con Flavio, con lui abbiamo lavorato insieme a Bruxelles. Mi ha colpito leggere dei dubbi che ci sono su queste primarie: queste sono primarie vere ed è giusto che ci sia una 'lotta' tra i candidati. Proprio come è avvenuto in America: Hillary e Obama si sono massacrati ed è giusto che sia stato così; insieme hanno lottato per vincere le elezioni. Con le primarie si mescolano storie diverse e platee diverse; questo è il sistema da usare".
Durante il suo breve intervento il Professore ha toccato alcuni temi 'scottanti' della città di Bologna, come l'ordinanza del sindaco Sergio Cofferati nei confronti di diversi locali di via del Pratello che sono stati 'multati' sollevando malumori tra i residenti e gli esercenti. Prodi ha ribadito che Bologna deve "respirare internazionalmente" e per questo è bene che anche in campagna elettorale in vista delle primarie del 13 e 14 dicembre si discuta della crisi internazionale".
http://notizie.alice.it/notizie/politica/2008/12_dicembre/01/pd_prodi_primarie_vere_ci_si_massacra_ma_poi_si_lotta_insieme,17066177.html
dicembre 1 2008
Intervento del Presidente Romano Prodi
presso il dipartimento Internazionale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese.
- Siamo quasi certamente di fronte alla più grave crisi economica del
dopoguerra. Spesso si paragona ciò che sta succedendo oggi con quello che accadde in altri momenti di crisi e in particolare con la crisi del 1929 che causò un impoverimento globale che durò diversi anni.
Ogni crisi in realtà ha caratteristiche proprie (così come le politiche per reagire ad essa) e questa non fa eccezione. Tuttavia, se non si analizzano profondamente le cause e le dimensioni specifiche di questa crisi, non si può trovare una soluzione.
- La crisi del 1929 partì dal crollo azionario di Wall Street del mese
di ottobre ma le cause reali scatenate da diversi fattori sia finanziari (un sistema bancario inefficiente, un eccessivo ricorso a prestiti "speculativi" e un corso delle azioni che non corrispondeva più ai valori reali e prospettici delle imprese) sia reali (eccesso di investimenti e di produzione in alcuni settori). Il crollo azionario fece diminuire il potere di acquisto della popolazione e spinse le banche a chiedere il rientro dei prestiti effettuati. Tutto questo acuì la crisi e la rese globale. La crisi durò molti anni anche perché le autorità nazionali ci misero molto tempo per capirne la portata, perché vi erano fortissime resistenze ad ogni forma d'intervento pubblico e perché non vi erano istituzioni internazionali in grado di gestire un fenomeno che forse per la prima volta era realmente globale.
- Ma fu proprio dall'intervento pubblico che economie cominciarono a
riprendersi. Le politiche che portarono le economie mondiali fuori dalla recessione furono improntate ad un forte intervento statale che si sostanziava in spesa in deficit (e crescita del debito pubblico), come accadde negli US sotto il presidente Roosevelt, ma anche nel sostegno all'industria pesante nazionale e militare come fece Hitler in Germania. Insomma in alcune delle politiche per uscire dalla crisi del '29 vi era sia lo strumento di uscita dalle crisi economiche sia il germe che porterà alla seconda guerra mondiale.
- In sostanza la crisi del 1929 nasce sui mercati ed è una crisi
prettamente "privata" nelle sue cause dove il pubblico ha un ruolo marginale ed il ruolo pubblico è importante non nell'entrata ma nell'uscita dalla crisi.
- Oggi la situazione è almeno in parte diversa. Tutti i governi sono
pienamente consapevoli di trovarsi in un momento di crisi anche se ancora oggi non sanno quanto la crisi dei mercati "costi" all'economia globale sia finanziaria sia reale legata ai mutui sub prime. E non sanno nemmeno se e quando entreranno in crisi altri "pezzi" del sistema finanziario, come ad esempio le Carte di credito e, più in generale, gli strumenti del credito al consumo.
- La caratteristica di questa crisi non è infatti l'esistenza di
differenti interpretazioni sulle sue cause, ma l'incertezza assoluto sulle sue dimensioni quantitative. Nessuno sa fin dove questa crisi si estende. Nessuno ne conosce gli aspetti quantitativi.
- I mercati finanziari globalizzati hanno fatto si che la propagazione
della crisi sia stata molto più veloce che nel 1929. Tuttavia la presenza di istituzioni internazionali (anche se meno forti di quanto sarebbe auspicabile) e di un maggiore coordinamento tra i diversi paesi rende meno automatica la messa in atto di quelle politiche nazionali di protezione che causarono l'aggravamento della crisi del 1929.
- Ulteriori riflessioni sul passato e sul presente.
- La crisi attuale ha paradossalmente una origine molto più
"pubblica", legata alle scelte di politica economica del Governo degli Stati Uniti e della Federal Reserve che ha mantenuto i tassi d'interesse artificialmente troppo bassi per lungo tempo, al fine di sostenere l'economia dopo lo scoppio della bolla legata ad Internet, e dopo gli eventi dell'11 settembre 2001. In alcuni periodi di tempo i tassi reali sono stati addirittura negativi. Ad essi si è aggiunta la diminuzione dei controlli sul funzionamento dei mercati finanziari.
Particolare importanza hanno avuto a questo proposito le nuove regole, tra cui segnaliamo quelle che hanno abbattuto il muro che opportunamente divideva le banche d'affari dalle banche di credito ordinario.
- I tassi di interesse troppo bassi hanno creato un eccesso di
liquidità che negli anni si è spostato la dove vi erano le possibilità di guadagno di breve periodo creando una serie continuativa di bolle speculative in vari settori (immobiliare, azionariato, materie prime, internet, ecc.).
- Tassi d'interesse già molto bassi, deregolamentazione ed innovazione
finanziaria rendono oggi particolarmente deboli gli strumenti di politica economica "classici" utilizzati nel passato.
- In particolare alla prova dei fatti l'innovazione finanziaria che
doveva servire a diminuire il rischio degli investimenti e quindi favorire la crescita ha causato la più grande crisi di fiducia degli ultimi decenni e ha fortemente aumentato la rischiosità dell'intera economia mondiale.
- L'innovazione finanziaria ha infatti distribuito grande parte del
rischio sulle masse degli investitori ignari.
Come intervenire?
- C'è bisogno d'interventi sia a livello del singolo paese sia a
livello internazionale. C'è bisogno di politiche ma anche di più profonde riforme istituzionali. C'è in sostanza bisogno di interventi che modifichino le strutture e interventi che modifichino i comportamenti. C'è bisogno di interventi di breve periodo per evitare che la crisi peggiori e si diffonda sempre più il panico ma c'è soprattutto bisogno di visione di lungo periodo.
- Bisogna resistere alle tentazioni di chiusura e protezionismo.
Quest'aspetto sarà di grandissima importanza nei prossimi mesi, perché sempre di più i politici dei diversi paesi saranno spinti ad attribuire all'apertura dei mercati internazionali tutte le cause della crisi economica e finanziaria. A questa tendenza generale si aggiunge il fatto che Obama si era presentato di fronte agli elettori con una piattaforma sostanzialmente protezionista. È vero che, in questo campo anche i Presidenti precedenti si erano impegnati a proteggere l'industria nazionale, ma avevano poi operato in modo diverso, ma è anche vero che la crisi ha cambiato e sta cambiando l'opinione pubblica in modo profondo e generale.
- La Globalizzazione è per me un valore, ma bisogna saperne contenere
gli eccessi e proteggere chi si trova nelle posizioni più deboli, altrimenti sarà politicamente insostenibile.
Le istituzioni internazionali
- un mondo globalizzato ha bisogno di istituzioni internazionali forti
sia per gli aspetti più legati alla politica sia per gli aspetti legati all'economia. In passato si è spinto più sull'economia e meno sulla politica ma questo squilibrio ha mostrato limiti evidenti.
Mercati globali hanno bisogno di regole globali. Ovviamente i singoli paesi possono adottare provvedimenti specifici ma ci vuole una base comune.
- In primo luogo è necessario regolare fortemente l'utilizzo di
derivati. Essi non solo hanno prodotto l'alterazione dei mercati che ci ha portato alla crisi, ma hanno anche esaltato le dimensioni della speculazione sul petrolio e sulle materie prime. Non è possibile che i derivati sulle materie prime siano stati in alcuni giorni di cento volte superiori rispetto al valore reale del bene trattato. È chiaro che questo discorso non riguarda la Cina ma è anche chiaro che la Cina deve avere un ruolo attivo nella gestione dell'economia mondiale e deve quindi avere la consapevolezza di agire in un contesto fortemente deteriorato da questi comportamenti.
- È ovvio che ogni economia ha bisogno di ricette specifiche (ad
esempio è diverso il caso italiano dove è lo stato ad essere indebitato e quello spagnolo dove sono le famiglie) ma ci debbono essere alcuni progetti comuni.
- Ma quali politiche comuni di lungo periodo?
- In primo luogo l'energia e l'ambiente avranno una crescente
importanza nel processo di riconversione e di ripresa dell'economia.
Se si deve intervenire sostenendo l'offerta è necessario indirizzare la produzione verso prodotti maggiormente eco compatibili. C'è forse bisogno di simboli (auto elettrica, cellule fotovoltaiche, Biodiesel da colture che sfruttano terreni marginali) sapendo anche che questa riconversione può anche essere un'importante occasione di business.
- Questo settore è comunque capace di mobilitare una quantità di
risorse enorme e diffusa non solo in tutti i continenti ma in tutte le aree, anche le più sperdute del mondo.
- In secondo luogo grandi progetti di ricerca e sviluppo soprattutto
nei settori legati alla salute ed alla scienza della vita. Anche questi possono e debbono coinvolgere nel lungo periodo le energie diffuse non solo di alcuni grandi paesi, ma di tutto il mondo.
- Come abbiamo già specificato in precedenza, i modi e gli aspetti
particolari delle politiche debbono essere decise dai diversi paesi, ma vi sono alcune grandi direzioni che debbono guidare l'azione di tutti noi.
- Non voglio tuttavia entrare negli aspetti particolare della politica
di lungo periodo anche se questo è l'aspetto che più personalmente mi interessa, essendo io di professione Professore di Economia Industriale. Spero che troveremo in futuro qualche altra occasione per parlare di come agire nel lungo termine sull'economia reale per fare riprendere al mondo la via dello sviluppo.
- Ora vorrei fare alcune riflessioni sul ruolo che la Cina può
svolgere in questa situazione così particolare.
- Voglio partire con l'affermazione che questa è forse la più grande
occasione per l'Asia e la Cina in particolare per svolgere un ruolo centrale e positivo nell'economia globale. La Cina è ad oggi il più forte elemento di stabilità e crescita nell'economia mondiale anche perché è l'unico paese, insieme ai produttori di petrolio, che ha una importante liquidità disponibile per investimenti. Ma, a differenza di questi paesi, ha anche un grandissimo mercato interno.
- Ma ancora di più perché la Cina ha la possibilità di operare da sola
o in cooperazione con le istituzioni internazionali, nella maggior parte dei paesi del mondo, sia nei paesi industrializzati che in quelli più poveri come i paesi del continente africano.
- Nell'intera storia economica mondiale la Cina di oggi è infatti
l'unico caso di un paese che esporta contemporaneamente capitali, tecnologie e mano d'opera. Questa è una realtà senza precedenti, che attribuisce al Vostro paese grande potere ma anche grande responsabilità. In questo senso la responsabilità cinese è davvero unica e deve essere esercitata con un crescente livello di coinvolgimento in tutta la politica mondiale. Anche se l'autonomia della politica interna è un sacro principio della convivenza fra i popoli, i contatti sono ormai tali che diventa praticamente inevitabile una reciproca "interferenza" fra i diversi paesi. Ed è questa influenza che deve essere esercitata in modo consapevole.
- È quindi necessario un ruolo attivo della Cina anche sui grandi temi
che saranno fondamentali per il futuro del mondo. Bisogna definire un percorso che accompagni il protocollo di Kyoto , tenendo presente che esso prevede linee di azione ancora imperfette.
- Nel dibattito sull'economia nelle ultime settimane, si parla sempre
di più di "ritorno alla produzione" intendendo con questo un ritorno di importanza sia della produzione agricola che di quella industriale.
- Il "ritorno alla produzione" non sarà privo di conseguenze politiche
anche nei paesi occidentali, in primo luogo negli Stati Uniti, ma anche in Europa e negli altri paesi ad elevato livello di sviluppo.
- Parlo di "ritorno alla produzione" non solo per la diffidenza sempre
più diffusa nei confronti della finanza. Ma anche perché il crollo della domanda sta spingendo i governi non solo in aiuto del sistema bancario e finanziario, ma anche del sistema produttivo.
- Il dibattito non è ancora concluso ma l'aumento della
disoccupazione, soprattutto in aree politicamente sensibili, sta spingendo i governi a spostare risorse verso il sistema industriale. È lecito pensare che queste forze si faranno sentire anche in una fase più avanzata della crisi o dopo la crisi e si faranno sentire sia negli Stati Uniti che in Europa.
- In Europa questo sforzo di "ritorno all'industria" sarà diverso da
paese a paese, perché estremamente diverso è già oggi il ruolo dell'industria nei differenti paesi europei.
- Negli ultimi due decenni abbiamo infatti assistito ad una
concentrazione dell'industria soprattutto in una parte dell'Europa che trova il suo centro nella Germania e nell'Italia del Nord, mentre la parte che si è dedicata con assoluta prevalenza ai servizi vede il suo centro in Gran Bretagna ed Irlanda.
- Naturalmente sarà un'industria diversa molto attenta ai problemi
dell'energia e dell'inquinamento (quindi diversa anche nelle
automobili) e alla domanda in continuo aumento nei settori della salute e delle scienze della vita.
- Questa "grande correzione" dovrà essere accompagnata da un
sostanziale riequilibrio tra risparmi e consumi. La grande crisi dimostra che lo squilibrio esistente oggi soprattutto negli Stati Uniti, ma anche in molti paesi europei, non può prolungarsi nel futuro perché è fonte di enormi squilibri.
- Questo adattamento sarà perciò lungo e penoso e porterà conseguenza
non solo di breve ma anche di lungo periodo riguardo alle importazioni di Stati Uniti ed Europa e quindi avrà notevole impatto anche sull'economia cinese.
- La crisi finanziaria in corso sta mettendo infatti in discussione la
sostenibilità di squilibri fra le grandi aree economiche come quelli che si sono creati in questi anni.
- Le tentazioni protezionistiche non potranno che crescere con il
ritorno di un ruolo centrale della produzione. Parlo di "tentazioni"
perché una notevole parte dell'opinione pubblica di questi paesi è tuttora convinta che l'apertura dei mercati e il libero commercio internazionale portino alla fine più vantaggi che danni.
- È tuttavia molto probabile che su temi specifici, sui temi
soprattutto legati all'ambiente e alla protezione sociale "social
dumping") si venga a creare una situazione politica diversa.
- Per essere più espliciti mentre non vedo probabile (anche se ancora
possibile) un'adozione diffusa e generale di dazi doganali, vedo più probabile l'adozione di difese commerciali che traggono spunto dall'esistenza di costi addizionali dovuti alla difesa dell'ambiente e ad alcuni aspetti delle politiche del lavoro.
- È quindi utile (e forse necessaria) un'iniziativa da parte cinese su
questi temi. Non tanto un impegno su obiettivi irraggiungibili, quanto un programma che in qualche modo accompagni il protocollo di Kyoto o le altre iniziative che verranno prese su questi temi.
- Questa è solo un esempio di come, soprattutto dopo la crisi
finanziaria, i temi di carattere ambientale e sociale avranno crescente influenza in ambito economico.
- Vorrei ora terminare queste mie brevi riflessioni con alcune
osservazioni specifiche nei rapporti fra la crisi economica e finanziaria in atto e il particolare ruolo che la Cina svolge o può svolgere. Prima di tutto occorre fare tesoro di un insegnamento riguardo al passato. Io credo profondamente nell'economia di mercato ma credo che il mercato funziona bene solo quando è oggetto di regole e di controlli severi e precisi.
- Se attualmente siamo caduti in una crisi di cui ancora non
conosciamo gli aspetti quantitativi né la durata, è proprio perché negli ultimi dieci anni (soprattutto a partire dagli Stati Uniti) sono state allentate le regole e i controlli. Si potrà obiettare che in molti paesi le autorità di controllo si sono moltiplicate (controllo sulle banche, sulle assicurazioni, sulle borse, sui mercati finanziari, ecc.). ma proprio queste moltiplicazioni hanno reso i controlli meno efficaci, isolando e dividendo i vari mercati.
- Questi controlli, inoltre, hanno soprattutto mantenuto un carattere
nazionale, mentre i mercati finanziari sono diventati mondiali. È quindi interesse di tutti operare per regole e sorveglianze più severe a livello internazionale. Non sarà una battaglia facile ma utile a tutta l'umanità.
- Io conservo personalmente l'esperienza della difficoltà di questa
battaglia: quando ero Presidente della Commissione Europea e abbiamo prospettato direttive severe in materia, queste sono state impedite dall'opposizione di alcuni governi nazionali e dalle lobby di gruppi finanziari e bancari. Una comune azione efficace non solo dovrà aumentare il potere delle autorità di regolamentazione a livello internazionale ma dovrà nello stesso tempo:
- a) impostare un'azione comune di controllo e regolamentazione dei
mercati, ora sottratti ad ogni controllo.
- b) Impedire comportamenti speculativi alle banche di deposito ordinario.
- c) Limitare, con un'organica serie di strumenti di trasparenza e
fiscali, l'esplosione dei così detti "derivati".
- d) Stabilire regole per il mercato delle ipoteche.
- e) Imporre rigorosi criteri di comportamento alle agenzie di "rating"
- Queste azioni si debbono aggiungere alle decisioni che la maggior
parte dei governi ha preso per immettere risorse pubbliche nel sistema economico e vincere quindi la paura che ha colpito l'economia mondiale nelle scorse settimane.
- Insisto sul fatto che le misure prese vanno nella giusta direzione,
ma non sono certo sicuro che queste misure siano sufficienti perché non abbiamo ancora un quadro quantitativo preciso e credibile della dimensione della crisi.
- Se sarà vinta la paura occorrerà molto tempo e molto spirito di
collaborazione per guarire un sistema economico internazionale fondato sul debito cresciuto a dismisura e caratterizzato da un crollo del risparmio sia pubblico che privato.
- In questo quadro il ruolo dell'Asia e della Cina appaiono
determinanti e non solo perché l'Asia è uno dei pilastri della produzione manifatturiera di cui abbiamo parlato in precedenza.
- L'aspetto più importante è infatti quello che l'Asia è ora il
principale sottoscrittore del debito pubblico degli Stati Uniti.
- Oltre il 40% dei 2600 Miliardi di debito degli Stati Uniti è stato
infatti sottoscritto dai paesi asiatici. E di questo una cifra di circa 573 M$ da parte del Giappone e 585 M$ da parte della Cina.
- E questo senza contare gli investimenti in altre società americane
(es. Freddie Mac e Fannie Mae). È importante sottolineare come gli acquisti cinesi siano proseguiti anche nell'ultimo mese. Io interpreto questo atteggiamento consapevole e responsabile come un corretto modo del governo cinese per inserirsi tra i grandi decisori della governance mondiale.
- Il mondo (occidentale e non solo occidentale) non può fare a meno,
nell'attuale crisi economica della domanda cinese, degli investimenti cinesi e delle risorse finanziarie cinesi.
- Capacità produttiva industriale e alto tasso di risparmio fanno
della Cina uno dei pilastri fondamentali per uscire dalla crisi con un nuovo e duraturo equilibrio. Grande potere e grande responsabilità si sommano quindi nel futuro delle Vostre decisioni politiche.
- Alla luce di questi dati e della necessità di perseguire un nuovo
equilibrio mondiale, vanno valutate le recenti decisioni prese dal Governo Cinese di rilanciare l'economia interna alla vigilia del Vertice dei G20.
- Di fronte alla diminuzione del tasso di sviluppo dell'economia (9%
di crescita del PIL di fronte al 10,4% del trimestre precedente) è stato deciso un piano di rilancio di 580 Miliardi di dollari nei settori dell'edilizia residenziale, dei lavori pubblici, dell'energia, dei trasporti, della sanità, dell'istruzione e di rilancio delle attività produttive sia tramite incentivi alla ricerca e all'investimento che attraverso incentivi fiscali.
- A questo si aggiungono gli aumenti ai sussidi agricoli, ai salari e
alle pensioni.
- Dato il basso debito pubblico e i 2000 miliardi di riserve valutarie
questo piano di rafforzamento della domanda interna cinese appare realistico e sostenibile e sarà di grande utilità all'economia mondiale e all'economia cinese. Esso potrà infatti mantenere un elevato tasso di sviluppo all'industria manifatturiera che ha visto calare le proprie prospettive di esportazione per effetto della crisi dei mercati mondiali.
- Una crisi che probabilmente avrà anche sulla Cina un'influenza
maggiore rispetto a quanto fino ad ora ipotizzato.
- Questo piano ha dimensioni davvero cospicue, è accompagnato da
politiche monetarie espansive e avrà conseguenze positive nel breve e nel lungo periodo. Naturalmente come tutte le decisioni che segnano cambiamenti radicali, il suo effetto sarà tanto più efficace quanto più rapida sarà la sua realizzazione.
- In ogni caso l'economia cinese sta cambiando gli equilibri mondiali
con la stessa forza con cui gli Stati Uniti ci hanno cambiato nel secolo scorso.
- Per questo motivo il mondo ha bisogno di una Cina stabile e cooperativa.
- Un'ultima riflessione.
- Noi ci incontriamo qui nel momento in cui la crisi ancora è in
espansione e, ancora, i suoi confini non sono ancora ben chiari.
- Di fronte a questi sconvolgimenti non possiamo non farci la domanda
che i politici e gli economisti si facevano durante la grande crisi del 1929.
- E la mia risposta, non si discosta da quella che diede Keynes in una
conferenza tenuta a Madrid nel 1930 e che cioè, nonostante il pessimismo dei conservatori (che pensano che la crisi sia il preludio della fine) e il pessimismo dei rivoluzionari (che pensano che tutto debba finire perché il mondo è profondamente ingiusto) la nostra società abbia grandi risorse (scientifiche, tecnologiche e morali) per riprendersi e ricominciare a camminare in avanti.
- Ritengo cioè che il mondo abbia ancora tante energie sane, per cui
questa crisi (come diceva allora Keynes) non è una malattia di vecchiaia dell'umanità, ma solo un disturbo di crescita.
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novembre 28 2008
Soru: resto se i traditori vanno a casa
di Umberto Rosso, Repubblica - CAGLIARI - «Sì, forse potrei anche riprovarci. Ma solo alle mie condizioni». Pianta paletti. Maurizio Migliavacca, inviato di Veltroni nel pasticciaccio sardo, gli chiede di ritentare, «presentati alla prova d´aula, fra un mese, per una nuova investitura», e lui detta l´unica rotta possibile. Renato Soru vuole garanzie. Perché un´altra botta in consiglio regionale sarebbe difficile da reggere per il suo futuro politico. Impegni romani blindati allora, chiede, con la controfirma del segretario del Pd. Punto primo: le liste del presidente della Regione. Nel suo nome, alle prossime elezioni un mini-arcipelago di civiche per allargare i confini del centrosinistra. Metti: sardisti per Soru, comunisti per Soru, centristi per Soru. Che fa, «prodeggia» il governatore? Fa come Romano Prodi e getta sul piatto le sue liste personali come pistola puntata? «Ma no, io sto con il Pd. E quelle forze in campo sarebbero strettamente legate al partito». Certo che la cosa qualche dubbio può seminarlo, «una lista del presidente, insomma il bis di Progetto Sardegna è uno schema possibile, però - confidava lo stesso inviato di Veltroni - una pluralità di sigle...». Non solo. E´ la prefigurazione di una nuova stagione di alleanze, la bestia nera soprattutto dei minori, Idv, socialisti, anche il Prc. «Ma il 2004 è lontano - insiste Soru - un´altra era politica, quella maggioranza non esiste più».
Vogliamo parlare del rinnovamento delle liste alle regionali? Certo, parliamone. E qui arriva il secondo paletto di Soru. «Via, al prossimo giro, tutti i consiglieri con due mandati alle spalle, aria nuova per davvero». Tira fuori l´elenco dell´assemblea in carica, e segna: Pirisi due, Pinna due, quest´altro tre, e questo qui cinque legislature. Risultato: quasi tutti gli uomini che gli hanno voltato le spalle risultano essere naviganti di lungo corso, e la metà dell´intero Pd dovrebbe dire addio al seggio. «Che dite, ce l´avranno con me e hanno fatto cadere la giunta anche per questo?». La domanda del governatore, davanti ai caffè per gli ospiti venuti da Roma, è retorica. Già, ma l´uomo solo al comando dovrà passare attraverso la legittimazione delle primarie? Anche qui, il patron di Tiscali ha idee chiare: primarie sì ma di coalizione, io contro un candidato di un altro partito, non uno che porta la mia stessa casacca dei democratici.
Migliavacca dopo due ore lascia lo studio del presidente. L´esplorazione continua con la segretaria regionale Barracciu, il capogruppo del Pd, il presidente del consiglio regionale. Niente incontri con i ribelli. Ma loro, i siluratori, trovano lo stesso il modo di fargli arrivare un messaggio. «Sinistra immobiliare? Chi ci chiama così ci offende». Sarà forse anche per questo che l´ambasciatore di Veltroni è tornato a Roma con un briciolo di ottimismo, convinto che solo qualcuno fra i ribelli ha impallinato Soru per tornare a cemento selvaggio. E se la partita è politica, allora sull´emendamento salva-Sardegna forse è ancora possibile ricucire. Almeno su quello.
settembre 8 2008
Perché non avremo mai
un Obama o un McCain
di ILVO DIAMANTI
UNA PERSONALIZZAZIONE impersonale e irresponsabile caratterizza la politica italiana. Una democrazia mediatica, affollata di volti e nomi noti e visibili. Che, tuttavia, ha ridotto e quasi abolito la possibilità, per gli elettori, di esprimere scelte e preferenze "personali". Visto che ormai la costruzione delle rappresentanze politiche e parlamentari è un fatto praticamente esclusivo dei partiti, ridotti a cerchie di gruppi dirigenti ristrette e centralizzate. Eppure, quasi vent'anni fa, la storia era cominciata diversamente. La crisi del sistema politico era stata sancita, è vero, dal referendum del 1991, che riduceva le preferenze elettorali a una sola.
Ma si trattava, allora, di ridimensionare un sistema partitocratico, nel quale le preferenze costituivano uno strumento di controllo della società e, al tempo stesso, un elemento di scambio fra gruppi di potere. In seguito, siamo passati a sistemi elettorali che personalizzano il rapporto fra elettori ed eletti. Anzitutto a livello locale, con l'elezione diretta dei sindaci, dei presidenti di Provincia e, quindi, di Regione. Un rapido processo di presidenzializzazione diffusa, che il sistema elettorale della Camera e del Senato ha assecondato attraverso il maggioritario di collegio, che rende più immediato e trasparente il rapporto tra i parlamentari, i cittadini e il territorio.
Quel modello, ne siamo consapevoli, non ha ridotto la frammentazione dei partiti, tanto meno il distacco fra sistema politico e società. Ha, tuttavia, segnato una frattura, almeno a livello simbolico. Partiti contro presidenti. Riassunto dell'opposizione fra vecchio e nuovo, come ha osservato Mauro Calise.
D'altronde, i partiti si sono, anch'essi, personalizzati tutti. Dal 1994 ad oggi. Dall'archetipo insuperato, Silvio Berlusconi, fino a Walter Veltroni. Da Forza Italia all'Ulivo. Dal Partito democratico al Popolo della libertà. Passando per le diverse liste. Per limitarci alle principali: Lista Pannella e Bonino, la Lista di Pietro. Ma anche Alleanza nazionale, prima di confluire nel Pdl, nonostante disponesse di identità e organizzazione, era un soggetto identificato con il suo leader, Gianfranco Fini. E nell'Udc, ormai, la C evoca l'iniziale di Casini.
La personalizzazione è, ovviamente, enfatizzata dall'uso dei media. La televisione, in particolare, ha dato ai partiti un volto, un'immagine familiare. Anche in questa fase. I ministri più popolari appaiono al pubblico personaggi caratterizzati, che recitano in fiction di successo. Due sopra tutti. Brunetta, il vendicatore dei cittadini contro i servi fannulloni dello Stato (gli statali, appunto).
Mariastella Gelmini, protettrice dei genitori e degli alunni dagli insegnanti incapaci; restauratrice delle virtù perdute: la buona condotta, i buoni costumi (i grembiulini), i buoni maestri (unici). Mentre, all'opposizione, incontra un successo larghissimo Antonio Di Pietro, che interpreta il garante della legalità contro ogni abuso della politica; e anzitutto contro Berlusconi (che ne è il compendio). Ma anche Beppe Grillo. Attore protagonista della protesta di piazza.
Passando dal versante della partecipazione a quello della comunicazione, occorre rammentare che la costruzione del Partito democratico e, prima, dell'Ulivo, è avvenuta attraverso le primarie. Un rito di massa per celebrare la scelta del leader. Prodi, Veltroni.
Tuttavia, da qualche tempo, la personalizzazione della politica avviene insieme alla spersonalizzazione della scelta di voto. Imposta, per quel che riguarda le elezioni politiche, dalla legge elettorale in vigore dall'autunno 2005. Un proporzionale con premio di coalizione e liste bloccate. Cioè: senza preferenze.
La legge, inventata in fretta dal centrodestra al fine di contrastare il successo annunciato del centrosinistra (particolarmente avvantaggiato dal maggioritario), ha, nei fatti, rafforzato le leadership centrali di "tutti" i partiti. Consentendo loro di controllare e condizionare le candidature e, quindi, gli eletti. Mentre ha spezzato il legame dei candidati con gli elettori. Tanto che i candidati sono quasi spariti dal territorio, nel corso della campagna elettorale, limitandosi, perlopiù, ad apparire accanto ai leader nazionali, durante le manifestazioni più importanti.
Il problema avrebbe dovuto e potuto essere ridimensionato attraverso il ricorso alle primarie. Che, tuttavia, è divenuto molto intermittente. Quasi assente. Anche il Partito democratico ha usato le primarie con cautela. Evitando, comunque, di renderle troppo aperte e competitive. A livello nazionale, d'altronde, sono servite all'investitura di leader pre-destinati.
Mentre l'elezione dell'assemblea costituente e degli organismi rappresentativi a livello territoriale è stata vincolata dall'esigenza di garantire l'equilibrio tra componenti oltre al controllo (e al mantenimento) dei gruppi dirigenti. Anche nella scelta dei candidati alle amministrative (sindaci o presidenti), le primarie vengono guardate con diffidenza e trattate con prudenza. Impossibile che emergano outsider. Un Obama o un McCain de noantri. Inutile attenderli.
La questione si ripropone, oggi, in relazione al sistema elettorale che si sta progettando in vista delle prossime elezioni europee. Prevede, com'è noto, una soglia di sbarramento (3-4 per cento), per ridurre la frammentazione. Inoltre, un numero più ampio di circoscrizioni. Infine: l'abolizione delle preferenze. Su cui non c'è accordo. Ma che, indubbiamente, non dispiace - anzi, piace - ai partiti, in generale. Anche ai maggiori: Pdl e lo stesso Pd. In quanto permette loro di regolare e distribuire, con precisione algebrica e senza rischi, i posti tra le componenti (sotto)partitiche. An e Fi, da un lato. Ds e Margherita, dall'altro. Che ancora resistono e agiscono. Accanto ad altre correnti.
Vorremmo ribadire che non siamo tifosi delle preferenze. Abbiamo memoria di quando costituivano un metodo di scambio clientelare. Però insospettisce la paura che suscitano nei partiti, oggi che non hanno più basi di massa e sono ridotti a ristrette cerchie di vertice. Il contrasto tra l'enfasi sulla personalizzazione e la crescente spersonalizzazione del voto riassume quanto sia fittizia, oggi, l'opposizione fra partiti e presidenti. Visto che i presidenti identificano partiti "chiusi", la cui classe dirigente si riproduce in modo endogamico. Al proprio interno. Senza competizione; ma, semmai, per cooptazione, dall'alto.
Questo modello, peraltro, è coerente con la biografia del centrodestra. Inventata, scritta e interpretata da un Sovrano: Silvio Berlusconi. (Se ne è discusso molto nel recente convegno della Società italiana di scienza politica, all'Università di Pavia). Ma il centrosinistra e, soprattutto, il Partito Democratico - per storia, cultura e sociologia - non hanno prospettive senza coltivare il rapporto con il territorio e con la società. Senza rivalutare le primarie come metodo "vero" di consultazione e di selezione della classe dirigente. Senza dare agli elettori la possibilità di esprimere - in nessun modo - le loro preferenze personali. Senza vincolare gli eletti a un rapporto responsabile con gli elettori. Meglio che il Pd ci pensi, in vista delle prossime elezioni europee. Che, come sempre, avranno anzitutto effetti politici "nazionali". http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/politica/diamanti-7settembre/diamanti-7settembre/diamanti-7settembre.html
settembre 5 2008
Pd: Parisi, ecco dove Veltroni ha sbagliato
AGI -
(AGI) - Roma, . -"Invece di candidarsi alla leadership del nuovo partito per succedere poi nella premiership del nuovo governo, Walter Veltroni rovescio' la sequenza, candidandosi immediatamente alla premiership e in quanto tale alla leadership del partito" dichiara Arturo Parisi a Panorama.
Dalle intercettazioni pubblicate dal settimanale risulta che Alessandro Ovi e Claudio Cavazza parlano delle primarie del Pd nei giorni che precedono l'investitura ufficiale di Veltroni.
"Nelle prime scelte sta tutto lo sviluppo successivo", dice Parisi a Panorama. "Innanzitutto nella sua investitura unanimistica da parte dell'apparato, che riconobbe in lui l'unico candidato spendibile nella gara di popolarita' con Silvio Berlusconi, anche se il meno adatto a fondare un partito. E poi nel discorso del Lingotto, che proponeva un programma per un nuovo governo e non un progetto di un partito nuovo. Tutto il resto ne viene di conseguenza".
Non e' questa l'unica critica che l'ex ministro della Difesa rivolge a Veltroni: "in vista di una accelerata sostituzione del governo" dice a Panorama, "c'era la separazione consensuale concordata con Fausto Bertinotti, guidata dall'illusione che dividersi da buoni fratelli fosse per ambedue elettoralmente piu' redditizio che arrivare a un vero confronto su un progetto politico. Mentre Berlusconi portava a ulteriore avanzamento, con le buone e con le cattive, il processo di unificazione del polo di centrodestra iniziato nel 1994, Veltroni metteva fine a quel processo proclamando la discontinuita' con i 15 anni della esperienza dell'Ulivo. (AGI)
settembre 2 2008
Pd: Barbi a Marini, questo Pd non è l'Ulivo
Adnkronos -
NECESSARIA RADICALE CORREZIONE DI ROTTA
Roma, (Adnkronos) - "Intervenendo alla festa del partito Franco Marini ha sostenuto ieri sera che il Pd e' l'Ulivo e che nel Pd, se si esclude Parisi, sono tutti d'accordo. Non ho capito bene che cosa voglia dire Marini, ma mi sembra che l'equazione Pd uguale Ulivo sia assai temeraria cosi' come andrebbe spiegato meglio in che cosa consista la coesione interna del Pd. A me sembra chiaro, contrariamente a quanto afferma Marini, che il Pd non e' l'Ulivo." Mario Barbi, deputato del Partito Democratico ha cosi commentato quanto detto da Franco Marini.
E ha poi spiegato: "E non lo e' per varie ragioni. Non lo e' perche' il Pd e' ridotto ad una somma, nemmeno riuscitissima, di Ds e di Margherita. Ma non lo e', innanzitutto e purtroppo, per scelta di Veltroni e di chi lo ha sostenuto nelle primarie e lo sostiene ora. Il Pd veltroniano ha infatti accantonato il progetto maggioritario e bipolare dell'Ulivo sostituendolo con la 'vocazione' del Pd a diventare prima o poi partito di maggioranza relativa in un sistema proporzionale. Vorrei chiedere a Marini se e' questo il 'compromesso' che tiene insieme la composita e larghissima maggioranza schierata con Veltroni e che gli fa dire che non ci sono sostanziali differenze interne nel Pd, per esempio tra 'tedeschi' o 'spagnoli', perche' tutti sarebbero d'accordo nella restaurazione della repubblica dei partiti e nel rendere omaggio a un Ulivo morto e sepolto. Se le cose stanno cosi' e' evidente che l'Ulivo, rievocato l'altro giorno da Prodi e puntigliosamente difeso da Parisi contro detrattori vecchi e nuovi, non e' un tema della nostalgia ma la proposta di una radicale correzione di linea politica del Pd".
Barbi ha concluso: "Quanto allo sconforto e alla depressione che alligna tra gli elettori e gli attivisti del Pd non e' con le giaculatorie che potranno essere rimossi, ma con una analisi della disfatta elettorale e del contributo dato al collasso del centrosinistra e alla crisi del governo Prodi da un partito nato, per una scelta tanto presuntuosa quanto sbagliata, nel segno di una ostentata e voluta 'discontinuita'', anche dall'Ulivo".
agosto 21 2008
«Newsweek» e il Berlusconi tossico
Il punto di maggiore convergenza, o completa coincidenza, tra maggioranza e opposizione, compresa la stampa estera (per anni l'unica vera opposizione a Berlusconi), rappresentata dal settimanale Newsweek è sicuramente il giudizio sul successo di Berlusconi nell'affrontare l'«emergenza rifiuti» in Campania. Un'emergenza, dopo i risultati immediati di Napoli «ripulita», che si avvia verso la sua definitiva soluzione. Ma è proprio così? Analizziamo le principali misure adottate.
Uno . Berlusconi ha nominato il capo della Protezione civile, Bertolaso, sottosegretario all'emergenza rifiuti in Campania. Bertolaso era già stato commissario straordinario nello stesso ruolo e si era dimesso con un atto da molti assimilato a una fuga. Una fuga dovuta alla mancata realizzazione del piano di nuove discariche in cui smaltire i rifiuti che si andavano accumulando per strada. Pochi giorni dopo la sua «rinomina» la magistratura campana ha azzerato i vertici della Protezione civile proprio per reati attribuiti al modo assai «disinvolto» in cui aveva gestito i rifiuti campani. Ora, o la magistratura campana fa parte di un complotto teso a perpetuare il disastro, come sostiene Berlusconi, che per questo l'ha esautorata, oppure la nomina di Bertolaso andrebbe sottoposta a beneficio di inventario.
Due . Berlusconi avrebbe liberato in meno di tre mesi le strade della Campania dai rifiuti. La rimozione dei rifiuti era stata realizzata in gran parte dall'esercito durante la gestione del predecessore di Bertolaso. Con i rifiuti raccolti per strada - circa 300 mila tonnellate - Di Gennaro aveva riempito la discarica di Serre, spedito diverse decine di migliaia di tonnellate in Germania e aperto una serie di «depositi temporanei»: cioè accumulato dentro capannoni industriali tonnellate e tonnellate di rifiuto tal quale, rimasto lì a putrefare per mesi, evitando tra l'altro - non si sa perché - di usare una discarica perfettamente attrezzata, in località Parco Saurino (Ce), misteriosamente rimasta inutilizzata sia sotto Di Gennaro che sotto Bertolaso. Da allora quei «depositi temporanei» non sono stati più svuotati. I rifiuti che Bertolaso ha rimosso dalle strade, quindi, sono solo 15 mila tonnellate residue, che ha potuto smaltire nelle «nuove» discariche di S. Arcangelo e Savignano predisposte anch'esse da Di Gennaro. Discariche aperte in violazione di impegni sottoscritti dai precedenti commissari, solo grazie all'intervento dell'esercito, autorizzato a difenderle dalle comunità locali come «siti di interesse strategico nazionale». Un precedente le cui conseguenze sono state sottovalutate: tornerà molto utile al governo per impedire a chiunque di ficcare il naso nella conduzione degli impianti nucleari che ha in programma.
Tre . Berlusconi ha varato un piano di nuove discariche. Le undici discariche in programma sono quanto basta per sotterrare i rifiuti urbani di tutta la Campania per anni, anche se non venisse fatto nemmeno un grammo di raccolta differenziata. Perché questa dilatazione, nel tempo e nelle dimensioni, del sistema più vecchio, inquinante, insalubre e distruttivo di «smaltire» i rifiuti? Per evitare, in attesa degli inceneritori - che, come mostra il caso di Acerra, tarderanno parecchio a arrivare - il trattamento intermedio: quello che nel rifiuto indifferenziato separa il secco dall'umido, la frazione organica da quella combustibile e dal sottovaglio. In questo modo si garantisce al futuro incenerimento l'intera produzione di rifiuti: esattamente quello che voleva e ha fatto la Fibe in sei anni di gestione sciagurata dei rifiuti campani, realizzando discariche non autorizzate sotto forma di depositi temporanei di «ecoballe».
Quattro . Berlusconi ha imposto la realizzazione di quattro inceneritori. Perché quattro, con una capacità equivalente all'intera produzione di rifiuti urbani della regione senza raccolta differenziata (Rd)? Per smaltire rifiuto tal quale, ben sapendo che in queste condizioni l'obiettivo del 50% di Rd non avrà alcuna possibilità di essere perseguito, come otto anni di attesa dell'inceneritore di Acerra hanno ampiamente dimostrato. Ma che convenienza c'è mai in tutto ciò? Nessuna, se ci si attiene ai costi industriali delle diverse operazioni: raccolta differenziata, riciclaggio, compostaggio, trattamento intermedio del residuo, incenerimento, discarica. Ma miliardi (di euro!), invece, se bruciando rifiuti si incassano gli incentivi CIP6, che erano stati aboliti in ottemperanza alla normativa europea, e che Prodi ha reintrodotto per il solo inceneritore di Acerra e il Pd ha voluto estendere a tutti i futuri inceneritori campani. Miliardi che gli utenti i saranno tenuti a pagare con la bolletta elettrica.
Cinque . Berlusconi sostiene che i 4 inceneritori servono per bruciare il «pregresso»: gli 8 milioni di tonnellate di «ecoballe» che Fibe e Commissari straordinari hanno accumulato in attesa di incassare gli incentivi CIP6 non potranno mai venir smaltite in un normale inceneritore, ma su quelle ecoballe non si sa che cosa contengano e i pochi saggi effettuati hanno provato che non possono finire né in un inceneritore né in una discarica normale, dato che approfittando delle «distrazioni» delle autorità, la camorra è riuscita a infilarci dentro di tutto. Ci vogliono degli impianti ad hoc, che non hanno niente a che fare con il trattamento dei rifiuti urbani. Ma è certo anche prima che si cominci a bruciare le ecoballe nei nuovi inceneritori e a gratificarne lo «smaltimento» con gli incentivi CIP6, entrambe le decisioni verranno impugnate dalla Commissione europea, aprendo le porte a una nuova procedura di infrazione contro l'Italia.
Sei . Berlusconi, per prevenire questi divieti, ha autorizzato le discariche, gli inceneritori e persino i depuratori della Campania a ricevere rifiuti e reflui tossici, contrassegnati con codici Cer (codice europeo dei rifiuti) che ne vietano il trattamento in impianti ordinari. E questo, nonostante che la Campania, oltre a una straordinaria dotazione di impianti di trattamento intermedio dei rifiuti urbani (i cosiddetti Cdr di cui il piano di Berlusconi prevede lo smantellamento), abbia anche una dotazione straordinaria di impianti di depurazion ove trattare il percolato delle discariche: tutti fuori uso per una gestione scellerata, ma facilmente riattivabili per chi avesse una cultura della manutenzione. E' ovvio che anche questa decisione verrà impugnata dalla Commissione europea, con il rischio di nuove penali, ma anche di rimandare sine die la soluzione dell'emergenza. La quale non può trovare soluzione che in una gestione ordinaria, fondata sulla Rd spinta - prevista, è vero, dal piano Berlusconi, ma senza alcuna misura concreta per attivarla - e nel trattamento mirato delle diverse frazioni raccolte, compresa quella del rifiuto indifferenziato.
Riassumendo: la «pulizia» di Napoli - o, meglio, del suo centro - e la violazione dei patti per aprire le due nuove discariche in cui stipare la nuova produzione di rifiuti erano già state realizzate quasi completamente sotto Di Gennaro. Berlusconi si è preso la gloria di un lavoro altrui.
La «strategia» per risolvere definitivamente il problema, cioè la costruzione di quattro inceneritori, è ancora tutta da realizzare; e non sarà facile: per adesso funzionano a pieno ritmo le discariche, mentre vengono lasciati inutilizzati gli impianti di Cdr che potrebbero risolvere in modo pulito e economico il problema nel giro di pochi mesi. Per far funzionare i futuri inceneritori, Berlusconi, con l'aiuto del Pd, ha reintrodotto gli incentivi CIP6 a spese di tutti gli utenti elettrici del paese e ha autorizzato il trattamento di rifiuti e reflui tossici sia nelle discariche e negli inceneritori che nei depuratori.
Quanto alla raccolta differenziata, può attendere: se non si farà, si sotterrerà o si brucerà tutto. Se si farà, la Campania, per tenere accesi i suoi inceneritori, potrà continuare a ricevere rifiuti da altre regioni, come ha sempre fatto.
In compenso è stato smantellato il controllo di legalità sulla gestione dei rifiuti (abolendo il principio del giudice naturale) e è stato messo l'esercito a presidiare i «siti di interesse nazionale»: due precedenti che renderanno la difesa dell'ambiente ardua per tutti, in tutta l'Italia, per tutti gli anni a venire.
di Guido Viale - da il Manifesto
agosto 14 2008
Coordinamento Nazionale Rete dei Cittadini per L'Ulivo. Resoconto sintetico.
Coordinamento Nazionale Rete dei Cittadini per L'Ulivo.
Roma, \ Circolo PD Centro Storico, Via dei Giubbonari 38.
Introduzione
1. E' avvenuto nel Paese un passaggio politico importante. E' avvenuto attraverso un appuntamento elettorale a suo modo "storico", capace di fare da spartiacque nella vicenda italiana. Una sconfitta pesante per il Centrosinistra italiano. Una sconfitta che ancora dobbiamo cogliere in tutte le sue conseguenze.
L'Italia è dal 1992 dentro una lunga transizione politica che volevamo condurre verso un esito di rafforzamento della democrazia italiana, di maggiore libertà e giustizia sociale, verso il compimento del disegno democratico della Costituzione antifascista. Per questo è nato nel 1994 - 1995 il progetto e l'esperienza dell'Ulivo, per questo ci siamo battuti perché il Partito Democratico rinnovasse il quadro della politica italiana. E' stato difficile superare l'autoreferenzialità (fino alla impermeabilità) di gran parte del ceto politico del nostro centrosinistra, l'Ulivo è stato a lungo negato ed ostacolato, molti di coloro che oggi guidano il PD si sono piegati alla sua necessaria realizzazione solo nella stagione congressuale del 2007. Il Centrosinistra non ha accresciuto la propria capacità di ascolto della società italiana, anzi, sembra aver perso ulteriormente la propria forza rappresentativa. Il centrosinistra si è dimostrato inadeguato al governo del Paese decidendo autonomamente per ben due volte che il mandato ricevuto dagli italiani andava interrotto, una inadeguatezza pesante e decisiva che gli italiani, chiamati proprio dal centrosinistra a riconoscere il proprio fallimento, hanno sancito elettoralmente. Una vera e propria lacerazione tra società e proposta politica del centrosinistra. Oggi il centrodestra ha tutto gli elementi a disposizione per realizzare una svolta cruciale che non sarà guidata dal centrosinistra ma da una destra molto più solida che nel passato ma ancora pericolosamente non "costituzionale".
2. "[…] riemerge dal profondo della società italiana una destra senza storia di tipo non europeo, riemergono i vizi antichi di una società restia alla legalità, insofferente dello Stato e di uno Stato lontano dalla società…come può assumersi questo compito fondativi del sistema una destra che è nata proprio negli spazi della democrazia non compiuta? Penso alla deriva secessionistica delle rivendicazioni di autonomia della Lega, al rifiuto della legalità democratica come base della gestione del potere di cui ha dato prova Forza Italia nella sua esperienza di governo […]" Pietro Scoppola La coscienza ed il potere Laterza, 2008.
Questo è in gioco dopo la pesante sconfitta della prospettiva di governo del Centrosinistra
3. Abbiamo attivamente lavorato alla formazione del Partito Democratico. Lo abbiamo fatto per la scelta della Costituente. Lo abbiamo fatto in ottemperanza al nostro Manifesto. Lo abbiamo fatto dicendo chiaramente quanto il processo avviato fosse diverso da quello da noi proposto e atteso, ma anche da quanto deciso dai documenti congressuali dei partiti fondatori. La forzatura del Giugno 2007 ha alterato quanto precedentemente costruito, lanciando, sulla base di una lettura emergenziale del quadro politico e oggettivamente sempre più distante dal governo Prodi, una procedura segnata pesantemente dalla chiamata plebiscitaria alla elezione diretta del segretario nazionale e dei segretari regionali ma anche dalla volontà di rovesciare tale procedura proprio per le strutture di base, i circoli. La Rete ha più volte detto che si sovrapponevano procedure congressuali (discutibili) alla delicata esperienza costituente. Oggi il bilancio ci dice che è avvenuto quanto noi temevamo e rifiutavamo: una fusione dei gruppi dirigente DS-DL con il sostegno procedurale di tanti cittadini, ed un deficit di democrazia interna preoccupante. L'esito di tale processo è tutt'altro che scontato. Si apre ora una lunga fase di "necessaria comprensione" tra PD e società italiana così pesantemente lontana nel risultato elettorale. Una fase di comprensione che è il contrario dell'autismo politico che sta caratterizzando queste settimane. Una fase a tempi lunghi che presuppone umiltà, attenzione, ma soprattutto un di più di apertura per il PD. Quella apertura che abbiamo sempre chiesto per il rinnovamento della politica italiana, oggi è addirittura insufficiente perché il centrosinistra italiano ritrovi canali e sensibilità verso i problemi della società italiana. Un di più di apertura e di rischio contro la autoreferenzialità che ha caratterizzato questa fase di "posizionamento" dei due gruppi dirigenti DS-DL nel PD e che vede ancora oggi una situazione (nazionale e locale)a causa della quale possiamo dire che "ancora il PD non c'è".
4. La Rete dei Cittadini per L'Ulivo. Non è questo il luogo per un bilancio della nostra attività.
E' invece il momento di riflettere sul "che fare", di riflettere sulla possibilità di chiudere una esperienza politica importante e che merita rispetto anche nelle decisioni che dobbiamo prendere. Sicuramente si è chiusa quella esperienza di Rete che avevamo organizzato attorno ad un Manifesto politico e ad uno Statuto; si chiude per mutamento delle componenti e dei suoi soggetti aderenti, ma ci dobbiamo chiedere se si chiude anche per realizzazione del suo oggetto sociale ben espresso nel Manifesto della Rete. Cominciamo oggi a rispondere a queste domande. I Cittadini sono stati in primo luogo una associazione che ha messo in rete per collegare, rafforzare e sostenere, esperienze associative locali che già c'erano, che avevano ragioni di esistere che affondavano le proprie radici in vicende nazionali (comitati Prodi o poi i comitati rutelli) o vicende locali negli anni della trasformazione maggiore (sindaci della società civile, le cento città). Allora la prima domanda deve essere se ancora ci sono queste associazioni, se ancora ci sono queste esperienze con storie e radici proprie. Rispondiamo. Solo successivamente possiamo chiederci se c'è ancora il bisogno di questo sistema di Rete o di una altra forma di collegamento nazionale. Solo successivamente dobbiamo chiederci se c'è un compito, una condizione politica, che chiede eventualmente a queste associazioni ed esperienze di rilanciare un loro ruolo.
5. Tutto questo noi oggi lo facciamo senza il contributo di Pietro Scoppola. Ci manca l'amico con il quale abbiamo avuto la fortuna di condividere momenti di riflessione, di progetto, di speranza, ma anche di rabbia e delusione. Ci manca il punto di riferimento che in questi anni aveva permesso a questa esperienza politica di avere uno spessore ed una sensibilità alta. Personalmente ho sentito la sua morte come la fine di un percorso, la fine di un impegno cui personalmente non ero sicuramente adeguato ma che aveva potuto avvalersi del suo consiglio, della sua analisi, del suo sostegno. Credo che questo sia un elemento importante per la nostra decisione. Di sicuro penso che a Ottobre dovremmo organizzare un momento di ricordo di Pietro Scoppola. Un momento nel quale ricordare e sottolineare la generosità di Pietro negli anni in cui ha agito come Presidente della Rete, ma in modo che le sue idee, le sue proposte rimangano a fare da discrimine e criterio di lettura della evoluzione politica del Centrosinistra italiano, da proposta che attende ancora una adeguata attenzione e realizzazione da parte di un Centrosinistra inadeguato
Marina Ligabue
Volevo sentire questa denuncia forte del deficit di democrazia interna nel PD. I dubbi sono tanti e le opinioni su quello che sta accadendo nella costruzione del PD sono diverse. Anche la campagna elettorale ha messo in evidenza che il passaggio dai partiti precedenti, per me dai DS, al PD ha provocato uno spaesamento nel rapporto tra gli elettori, i simpatizzanti e il Partito. Non siamo state in silenzio di fronte a quanto accaduto nel PD di Reggio, dove molte procedure interne sono state verticiste e prive di trasparenza. Ci siamo fatte sentire ma per ora inutilmente. Nel nostro piccolo la Rete ha dato in questi anni un contributo vero. Ci siamo interrogate se l'associazione delle Donne per L'Ulivo di Reggio Emilia doveva chiudere. La maggioranza si è espressa in questa direzione. Io invece non chiuderei, ma lavorerei per una trasformazione della associazione verso obiettici e metodi nuovi
Angela Cecere
La domanda che ci stiamo facendo è precisa. Quale il rapporto tra il PD che si sta costruendo e quanto da noi posto come obiettivo nel Manifesto della Rete. La risposta è altrettanto precisa: quello che è nato non è in linea con il nostro Manifesto. C'è anche chi non ha aderito al Pd e bisognerebbe interrogarsi sul fenomeno dell'astensione dal voto. Siamo di fronte proprio alla fusione fredda di DS e DL, una fusione che porta in regalo al PD i vizi peggiori di entrambi. Vizi che già sopportavamo male ognuno nel proprio partito, ma che ora nel PD sono insopportabili. Il rapporto nazionale - locale è sempre decisivo elettoralmente e spesso vicende nazionali hanno deciso scadenze elettorali locali, credo che questa volta vicende locali abbiamo inciso pesantemente sul risultato nazionale. I Cittadini non hanno esaurito la loro missione. L'Ulivo stesso non è affatto superato, dovranno tornarci a fare i conti con quel progetto (partecipazione democratica, primarie, rinnovamento della politica). In fondo non siamo stati noi che parlavamo e credevamo nell'Ulivo quando tutti lo davano per morto e sepolto? Quali obiettivi ha raggiunto la costruzione di questo PD? Quello della democrazia ?No. Quello delle Primarie? No. Quella del superamento dei gruppi di potere? No. Solo quello della semplificazione del sistema politico. Allora ai Cittadini dico che
dobbiamo decidere il da farsi partendo da questo bilancio e la decisione come sempre la devono assumere coloro che ci stanno, coloro che intendono rilanciare, non coloro che non ci credono più e che giustamente si saranno allontanati. Chi sta nelle correnti del PD non crederà più utile stare qui, che è impegnato negli organismi del PD staccherà da questa esperienza, va bene. Devono decidere allora coloro che invece ci credono. Dobbiamo tornare ad aggregare cittadini. Il popolo degli scontenti, noi dobbiamo intercettarlo. Lo possiamo fare con la nostra associazione, lo possiamo fare a partire dai Circoli PD dove siamo, ma dobbiamo tornare ad aggregare perché la delusione è tanta, molti sono fuori da questo PD e noi dobbiamo rivolgerci a tutti.
Valentini Alberto
I Cittadini del lazio hanno da tempo avviato questa riflessione. Ci siamo incontrati il 20 di gennaio a Rignano, abbiamo proposto cose che trovate nel documento che vi abbiamo di nuovo inviato. Una proposta che ribadisce tre obiettivi: rinnovamento della politica, autonomia delle associazioni, Cittadini come laboratorio politico, mantenimento della struttura a "rete". Sicuramente la proposta andrà rivista e ricalibrata ma ve la riproponiamo alla attenzione. La svolta politica ed elettorale. Ritengo utile ripartire dallo studio che il Censis ha condotto intervistando duemila cittadini in uscita dal seggio elettorale. Alla domanda su come si forma l'opinione, ovvero quale fosse la fonte più importante della loro scelta politica l'ottantacinque per cento degli elettori PdL e il settantacinque per cento di quelli PD hanno detto la TV, solo il venti per cento la stampa. E il nuovo governo si è subito occupato di TV. Ancora, dove taglieresti nella spesa pubblica? Una alta percentuale taglierebbe nella scuola, nella ricerca, nell'aiuto alle imprese; cioè la strategia istruzione, ricerca innovativa e impresa è lontana dalla maggioranza dei cittadini. Infine il centrosinistra è forte solo tra alcune fasce di giovani e tra gli anziani. Ci attende un lungo e pesante lavoro culturale e di informazione. C'è una cappa sul Paese e va infranta. Pietro Scoppola ci ricordava che le associazioni sono il tramite tra partiti e cittadini. L'ultimo miglio di strada tra cittadini e PD non si fa senza un ricco mondo associativo. Chiaramente la crisi della sinistra arcobaleno carica di maggiori responsabilità il PD. Credo che possa avere un senso rilanciare un movimento come i Cittadini per l'Ulivo. Verificare la possibilità di collaborare con altre associazioni.
Pucci Stefano
Dal risultato di questa tornata elettorale non si torna indietro. La semplificazione c'è stata stata ed è positiva, era matura nell'elettorato. Non ritornare indietro nella semplificazione che conduce il bipolarismo al bipartitismo. Credo che i temi dell'Ulivo siano più che mai importanti. Abbiamo bisogno di una Rete di associazioni che conduca un lavoro di cultura politica e credo necessaria una organizzazione su base regionale come proposto nel documento di Rignano. Tutti concordiamo sulla necessità di una iniziativa rivolta al ricordo ed alla valorizzazione della figura e del pensiero di Pietro Scoppola. Propongo di istituire un premio Pietro Scoppola da attribuire ad un politico che si è distinto per la buona politica.
Paola Gaiotti
Passaggio elettorale importante. Siamo a trenta anni dalla morte di Moro e quindi a trenta anni anche dalla proposta della Lega Democratica. Tempi non casuali che sottolineano l'importanza di questo passaggio. Transizione irrisolta. La transizione politica di cui abbiamo a lungo parlato torna indietro. La lettura del Pd che è nato è preoccupata e preoccupante. Dobbiamo dire che i Circoli funzionano, cioè ancora funzionano e non so per quanto. Dobbiamo dire che le donne non ci sono e non contano. Le donne accettano di non esserci e di non contare e visto che quella di genere era la vera novità di questa Costituente non possiamo tacere su quanta sta accadendo. La Rete, la sua ragione sociale cambia, va ridefinita, va ricalibrata e l'Ulivo non va affatto buttato. La politica, la possibilità di cambiarla anche nei metodi. Sappiamo che esistono due politiche, quella della rete sociale (i mondi vitali di Ardigò) e quella delle strutture istituzionali. Entrambe importanti e sapevamo che noi avremo trovato un ostacolo a penetrare nella seconda politica. La politica è ciò che facciamo nella società e ciò che facciamo nella politica istituzionale: dobbiamo ridure la distanza. Dobbiamo chiedere a Realacci di tornare a convocare le associazioni, è stato fatto a suo tempo e noi vi abbiamo partecipato, dobbiamo chiedere che si torni a farlo per capire come esse, nella loro autonomia, possano contribuire. Abbiamo di fronte una difficile sfida culturale e sul terreno della informazione. Abbiamo sopravvalutato il foglio elettronico, in realtà la informazione cartacea, il libro sedimenta diversamente, più in profondità (pensate all'impatto di piccoli fogli come il riformista od il foglio). Io ho sempre chiesto che si pensasse prima a strumenti che uniscono e formano (una rivista, un foglio) e questo ancora credo sia urgente.
Truini
Mi fa piacere ritrovarmi con questo manipolo di irriducibili. Sicuramente negli ultimo tempi abbiamo sofferto di evanescenza, i Cittadini per L'Ulivo sono stati spesso evanescenti. La sollecitazione di Rignano attende ancora risposte. Leggete l'articolo due comma uno e due del nostro Statuto. Le finalità del comma uno sono ancora pienamente attuali, anzi ancora di più. Gli strumenti pensati al comma due vanno visti. Una fase si è conclusa certo, per questo bisogna ricalibrare. Necessario progettare subito l'incontro su Pietro Scoppola ad ottobre. Pietro Scoppola ha scritto che "il PD o non nascerà affatto o sarà poca cosa se non potrà innestarsi su questa lavoro di base" il lavoro delle associazioni libero dal condizionamento dei partiti. Se non si fonderà su forti presupposti. Certo sarebbe importante riuscire ad intervenire sul terreno della informazione, su quello che stiamo facendo, non so se un foglio scritto. Bisogna informare su ciò che sta accadendo nel Pd.
Figurelli Michele
Alla situazione nuova determinata dal voto, alle domande nuove e ai problemi nuovi posti dalla sconfitta grave del centrosinistra, all'urgenza di ri-definire contenuti politico-culturali e forme della Rete, noi dobbiamo saper rispondere facendo nostro il rapporto tra pessimismo e speranza stabilito da Scoppola nella intelligenza storica e critica che egli aveva della politica, da lui vissuta come "disegno per il futuro,valutazione razionale del possibile e sofferenza per l'impossibile". Quel che abbiamo letto proprio in questi giorni delle "conversazioni di Gerusalemme", il libro del cardinal Martini uscito in Germania e una intervista di Kung ci fanno ripensare alla grande preoccupazione politica di Scoppola per i possibili effetti del gran riflusso della Chiesa rispetto al Concilio proprio quando si dovrebbe invece andare oltre il Concilio consapevoli che "solo una Chiesa povera potrà riscattare la povertà della Chiesa". Ma oltre e prima dei "pensieri bianchi" e dei "pensieri aperti" che egli ci ha lasciato nella sua ultima straordinaria scrittura al computer, ci sia di lezione quel che abbiamo direttamente ascoltato e condiviso nelle stesse riunioni della nostra Rete, il rapporto conflittuale avuto da Scoppola con il tormentato processo ulivista e coi suoi tanti stop and go : nel suo ruolo di primo piano dalla costruzione della FED alla Costituente del PD, dalla fase preparatoria della sua relazione di Orvieto a quel che seguì a quell'incontro e alle altre due relazioni di Vassallo e Gualtieri, e ancora nel contributo dato al comitato dei saggi per quel manifesto per il PD che sarebbe poi stato chiuso a chiave in un cassetto, inutilizzato per il necessario dibattito di massa riaperto poi dai congressi e dal discorso di Veltroni al Lingotto. Quante volte lungo questo cammino la nostra Rete, le nostre idee e proposte, le abbiamo con sofferenza sentite come isolate e addirittura derise! Quante volte a momenti di entusiasmo sono seguiti ritorni indietro e grandi pessimismi! Se teniamo a mente tutto questo,sapremo evitare di essere reduci o nostalgici nel ragionare sulla prospettiva per dare alla Rete e al suo rapporto con il PD obiettivi nuovi.
Le ragioni storiche della Rete (nuova democrazia- strumenti nuovi della partecipazione-riforma della politica) non si sono esaurite con l'avvento del PD cui il voto ha conferito dimensioni e fisionomia analoghe a quelle dei grandi partiti di progresso europei. E non solo perchè sia nella democrazia nuova che il PD vuole costruire sia nel l'idea che il PD ha di sè, del proprio rapporto con la società e dei limiti della politica, il ruolo e la autonomia dell'associazionismo lungi dall'essere ridimensionati secondo una (totalitaria) reductio ad unum hanno la prospettiva di estendersi e di rafforzarsi. Quelle ragioni non si sono esaurite perchè l'esperienza concreta del PD, anche per come è stata fortemente segnata dalla crisi del centrosinistra e dalla convulsione delle elezioni anticipate, non ha visto ancora realizzarsi compiutamente e coerentemente diversi contenuti qualificanti che la elaborazione della nostra Rete e le speranze di tanti avevano affidato alla Costituente del PD come Partito-dell'Ulivo. I limiti e le contraddizioni dei comitati per il PD, poi delle liste e delle candidature per le assemblee costituenti, poi delle assemblee costituenti stesse, poi della non piena attuazione di Programma Statuto e Codice etico, poi della formazione delle liste di Camera e Senato (nelle liste in Sicilia anche persone già condannate, o,nella medesima lista, accanto al rappresentante dell'Antimafia chi era stato filmato in un suo incontro a due con il capomafia locale -e ciò contro l'esplicito appello di Addio Pizzo raccolto da Veltroni in una grande manifestazione al Teatro Politeama!-), la progressiva rarefazione dello spirito delle primarie e caduta della partecipazione, hanno materializzato il pericolo di quella "fusione fredda" che tutti noi si voleva evitare riproponendo la urgenza ,tanto più nell'attuale inedito bi-partitismo, di un partito effettivamente e capillarmente aperto a tante energie intellettuali e morali non solo non valorizzate dalla politica come si dovrebbe e potrebbe, ma spesso neppure rappresentate. Alla luce di tutto ciò si è rivelata illusoria la logica della cooptazione che ha animato il rapporto di diversi pezzi della nostra Rete con il PD fino ad una sorta di annullamento in esso.
Il PD esiste solo formalmente e come una grande forza elettorale. E' tutto quanto da costruire, ad un tempo dall'alto verso il basso e dal basso verso l'alto. Ma gli si dà corpo e forme, e se ne allarga la rappresentatività sociale e territoriale, sui contenuti, attraverso una emendatio anche culturale rispetto al centrosinistra che ha fallito la prova del governo e attraverso innovazioni di programma (innovazioni positive sono già cominciate nelle proposte sviluppate nella campagna elettorale). E questo cimento sui contenuti del riformismo deve saper parlare agli interrogativi, alle delusioni, alle disillusioni, alle inquietudini,ai disorientamenti che la sconfitta elettorale , il non-voto e il dissolvimento dell'arcobaleno hanno determinato. Superare l'incompiutezza non solo a lungo termine, ma guardando alla scadenza delle elezioni europee e alla data ancor più vicina dell'annunciato congresso tematico del PD in autunno : questo lavoro sui contenuti per la costruzione del PD come partito dell'Ulivo e la spinta ad una nuova partecipazione ad esso oltre i limiti e i confini già visti aprono obiettivamente un grande spazio anche alla nostra Rete, ad una Rete autonoma, che non si proponga di essere corrente nel PD e che veda al suo interno pluralisticamente cooperare insieme iscritti e non iscritti al PD e forze che avrebbero potuto essere già coinvolte nella Costituente. A Palermo non solo tra aderenti al PD e tra aderenti ai CxU, ma con diversi altri si sta discutendo della idea di dar vita ad un Osservatorio per la Democrazia. Su idee come questa e su altre, e sulla base della preventiva elaborazione di una proposta politica e organizzativa concreta da parte nostra, si deve svolgere in autunno -dopo il convegno su "Scoppola cittadino dell'Ulivo"- l'assemblea della Rete,che, altrimenti,rischierebbe di essere un funerale o la registrazione di un dissolvimento e di una rinunzia .Per questo documento di proposte (che tenga conto del programma che il 20-21 giugno si darà l'Assemblea nazionale del PD), per i compiti nuovi e le forme da dare alla Rete, potremmo anche prevedere per fine giugno primi di luglio un seminario?
Clelia Calisse
Un difetto della Rete dei Cittadini è sempre stato quello di avere una organizzazione farraginosa, esecutivi poco noti e con una attività che non ci arrivava. Dobbiamo cambiare organizzazione. La prima domanda, i Cittadini esistono? Rispondiamo a questo. L'Ulivo morto? Ma è ancora quello che vogliamo, quello per cui dobbiamo battersi. Inoltre, il PD non è la Sinistra, perché la Sinistra è più ampia, ma oggi deve caricarsi anche di questo compito di rappresentare la Sinistra. La nostra associazione si è posta il problema se cambiare nome in o nore di Pietro Scoppola, ma abbiamo deciso di continuare con l'attuale a testimonianza di un egame alle ragioni del nostro impegno. Non tutti gli iscritti alla associazione sono fondatori del PD, anzi, e l'associazione è vitale proprio per questo. Certamente se guardo a questo Coordinamento siamo pochi e questo deve farci riflettere. Sicuramente una iniziativa ad Ottobre su Pietro Scoppola, una iniziativa importante.
Quercini Giulio
L'esperienza dei Cittadini per L'Ulivo credo sia esaurita. Domande nuove di carattere politico culturale si impongono e per rispondere a queste domande non so se noi ci siamo. Faccio fatica a vedere una realtà organizzativa adeguata.
Queste sono state elezioni "critiche", periodizzanti. Da queste elezioni esce un quadro del paese e un quadro della politica, un Paese che è cambiato ed una politica che è cambiata. Il centrosinistra ha fallito come proposta di governo, e ciò che colpisce è che questo fallimento ha finito per fare da innesco per una miccia che ha cominciato a bruciare a bruciare ed è andata nel profondo di questo Paese a trovare umori e tensioni che evidentemente erano presenti e sono esplosi quando l'innesco del fallimento del centrosinistra li ha risvegliati. Il bipolarismo italiano sta evolvendo verso una forma prevalentemente bipartitica, quindi è chiaro che non sentiremo più parlare di Ulivo come coalizione, chiuso. Il bipolarismo a prevalenza bipartitica è acquisito. Non c'è più l'Ulivo. Non avremo più la dinamica di una società civile chiamata ad arricchire la politica, no, la fase nuova dice che tutto avviene dentro, noi dovremo portare questi momenti che prima ostra si proponevano dall'esterno, noi dovremo portarli dentro, farli contare dentro. L'esigenza di rinnovamento è interna al partito democratico. E' dentro il Pd che va portata questa esperienza di rinnovamento della politica. Ciò che eravamo non è più proponibile. La Rete.Non abbiamo più Abbiamo avuto un ruolo significativo fino a Giugno, fino alla fase congressuale fino alla quale ciò che facevamo e dicevamo era significativo anzi atteso e cercato. Poi siamo scomparsi. Intravedo con fatica una nostra nuova missione. Oggi se vado a cercare i miei a Firenze fatico a metterli insieme e a rimotivarli. Il PD docrà avere questi "mondi vitali" dentro di sé, allora potrà crescere.. certo assemblea in autunno ma solo quando andiamo con una proposta precisa. D'accordo con l'appuntamento per Pietro Scoppola, alto, ambizioso. L'assenza di Scoppola è altro elemento da tenere conto per le decisioni da assumere.
Bonacchi Rosalba
Come richiesto da Massimo Cellai, espone gli elementi fondamentali della analisi del voto presentata da Stefano Draghi al "Forum regionale dei Segretari Comunali e di Circolo della Toscana", il 24 maggio a Firenze, auspicando che presto la relazione, con le relative tavole, sia rintracciabile nel sito del PD toscano.
L'analisi di Draghi, rispetto ad altri osservatori dei flussi elettorali, nega la consistenza di spostamenti determinanti dalla Sinistra Arcobaleno alla Lega: ciò è avvenuto in alcune località del Nord, ma ha avuto più importanza simbolica che numerica (lo 0,5 % su scala nazionale), dal momento che da tempo, in particolare nei piccoli comuni del Nord, molti operai sono iscritti alla CGIL e votano i Sindaci della Lega senza per questo sentirsi in contraddizione, poiché da ambedue i soggetti, ciascuno nella propria sfera, si sentono meglio tutelati e rappresentati.
Draghi limita anche la responsabilità del voto "utile" (2,5% come media nazionale) per la disfatta della Sinistra Arcobaleno e sottolinea la consistenza determinante dell'area del non voto/scheda bianca/scheda nulla, rispetto alla quale il PD deve porsi l'obiettivo prioritario del recupero.
In particolare l'area del non voto mostra una differenza di circa 2 milioni di voti mancanti rispetto al 2006: qui si è riversata gran parte dei 2.774.000 di voti persi dalla Sinistra Arcobaleno. .
In questo scenario i Cittadini per l'Ulivo hanno ancora un ruolo: un ruolo nel PD e fuori, nella società. Sia la "zona grigia" che il Centrosinistra ha completamente mancato e che la destra ha catturato, sia l'area del non voto, debbono divenire i nostri principali interlocutori sul territorio, dal momento che, con la nostra storia, potremmo essere più credibili rispetto al ceto politico del PD. Anche coloro che, da sinistra, hanno scelto di dare un voto "utile", non è certo che lo confermino alle prossime elezioni, a meno che non si metta in moto un processo nuovo, che parta dalla base ed inizi a realizzarsi nei forum tematici territoriali del PD, dove i democratici di "sinistra e centrosinistra" dovrebbero incontrarsi per rispondere con progetti condivisi di buona politica ai problemi locali. Ricordiamoci che Berlusconi non ha vinto (ha perso 1 milione di voti), ma il suo arretramento è stato compensato dalla forte crescita della Lega al Nord. e delle clientele di Lombardo a Sud. La Lega ha vinto perché, pur non disponendo di televisioni, è da tempo insediata in una grande area , di cui rappresenta le paure e il bisogno di identificazione in una comunità, di fronte alle minacce della globalizzazione. La Lega fornisce risposte facili, basate sull'egoismo e sulla demonizzazione del diverso, ma il bisogno di comunità è vero e profondo e dovrebbe essere il PD, con il contributo dei CpU, laddove esistono, a realizzare sui territori comunità solidali e inclusive.
I poster del PD di questi ultimi mesi evidenziano la progressiva scomparsa dell'Ulivo. Malgrado ciò, il cammino associativo dell'Ulivo è ricominciato: quell'Ulivo a cerchi concentrici previsto nel nostro Manifesto, con un nucleo forte riformista, costituito dal PD, i partiti federati e gli alleati di programma, è più che mai attuale, anche in vista delle prossime elezioni amministrative.
Ciò che serve è un progetto comune alle associazioni della Rete. Divenire un Laboratorio politico e dar vita ad un Osservatorio della democrazia sono proposte interessanti. Va previsto un livello alto del nostro lavoro politico-culturale, ma anche un livello popolare e radicato localmente, fatto di banchetti, ascolto e presenza capillare, che va riavviato, con l'obiettivo di riconquistare la zona grigia e quella dell'astensione.. Potremmo agire come associazione, ma potremmo anche spingere a farlo i circoli del PD.
Lo spazio che ci riguarda è quello dell'Art 30 dello Statuto del PD, che ci conferisce piena autonomia, non quello di un circolo o nline o cose similari,
Il Sito è fondamentale, per l'attuazione di quanto finora proposto, poiché non ci sono le condizioni economiche per pubblicare una rivista cartacea, come proponeva Paola Gaiotti, bensì possiamo realizzare un periodico o ndine, che diffonda i nostri pensieri attraverso gli articoli di una redazione a ciò preposta .e di tutti coloro che invieranno i proprio contributi. E' possibile realizzare tutto questo in breve tempo, basta modificare il sito e trovare il coraggio di partire.
In autunno ci sarà il Congresso tematico del PD, che mi auguro si svolga per tesi e non per mozioni contrapposte, che potrebbero delineare correnti strutturate. Dovremo parteciparvi perché potrebbe essere l'occasione giusta per rimettere in moto quel percorso costituente che auspicavamo (così malamente bloccato e dirottato dopo la pubblicazione del primo Manifesto), volto a far nascere e diffondere finalmente nel popolo delle primarie la riflessione e il dibattito sull'identità democratica del popolo italiano, sui valori e i principi che in essa si incarnano, così da promuovere il completamento del processo fondativi della democrazia italiana, che per Scoppola e per i CpU é la vera missione storica del Partito Democratico.
Menzietti
Il risultato elettorale ha aperto uno scenario di un lungo periodo di governo del centro destra. Esito non scontato ma ipotesi concreta, dipenderà da come sapremo rapportarci al Paese reale. Distinguiamo nella nostra analisi le due proposte che abbiamo avanzato in campagna elettorale: una essenzialmente politica e una di governo.
1. la proposta politica di nascita del PD è stata accolta. Non era affatto scontato questo risultato elettorale per una formazione nata in condizioni difficili. Indubbiamente è un bilancio positivo.
2. La nostra proposta di governo è stata bocciata perché non siamo stati e non siamo credibili nella coerenza fra ciò che diciamo e ciò che facciamo. Su molti terreni. L'applicazione della legge chiamata "porcata" è stata il peggio di quanto potessimo immaginare, abbiamo fatto propri i principi peggiori di quella legge. Potevamo agire diversamente. Non siamo credibili in primo luogo perché non lo siamo nel territorio là dove governiamo: comuni, province e regioni (la mia è un'ottica limitata alle Marche, vi sono situazioni migliori, ma certamente anche peggiori in gran parte del Paese). Non c'è sintonia tra il sentire profondo del Paese ed il centrosinistra.
Corriamo il rischio del collasso dei fondamentali della nostra democrazia. Il PD non è ancora il partito che volevamo ma anche questo non è un destino, non ci piace ma non lo dobbiamo abbandonare. La Rete dei Cittadini per l'Ulivo è uno strumento importante per costruire il partito che vogliamo e che vogliono gli stessi cittadini. Siamo adeguati ai compiti che ci aspettano? No. Allora alziamo le mani? No. Dobbiamo far proprie le esigenze delle persone anche quando collidono con le scelte delle nostre amministrazioni e con le scelte del PD. In piena autonomia. Allora avremo il consenso e, quindi, la forza politica per essere adeguati. Siamo disponibili ad assumere questo ruolo?
Lella Massari
La sintesi di quello che è successo è semplice: è stato tradito il popolo delle Primarie. Per quanto riguarda il voto, dissento da parte della analisi di Draghi, analisi molto discutibile, i flussi ci sono stati e quella analisi non convince. Cosa è accaduto tra le Primarie ed il voto? La esclusione dei Cittadini in quella fase è evidente, esclusione anche dalle candidature dopo che invece abbiamo avuto una presenza importante negli organi della Costituente. Per quanto riguarda Veltroni mi pare di dover sottolineare che il risultato ottenuto è comunque positivo, quello possibile nella situazione data. Quindi un giudizio globalmente positivo sulla azione di Veltroni. La Rete. Chi siamo oggi? Innanzitutto la realtà della Rete va ben compresa. Bisogna sapere cosa effettivamente siamo nel territorio. Io sento molti che quando mi incontrano, anche persone inaspettate, mi dicono "non chiudete", siete una realtà diversa, unica, "non chiudete".Siamo conosciuti, perché buttare via una esperienza Certo noi non dobbiamo andare a fare la corrente del PD. Allora ci dobbiamo chiedere cosa? Come e con chi?. L'Ulivo è in realtà ancora da realizzare, è il compito e la misura della nostra azione politica. L'approdo è il Pd. Un passo è stato fatto. Ma di "ulivismo" ce n'è ancora bisogno. Il rinnovamento della politica deve essere compiuto. I circoli devono aprirsi al territorio, non devono essere realtà chiuse.
Pasquali
Siamo di fronte ad un gruppo dirigente di soggetti inamovibili, inamovibile e che utilizzano un indubbio radicamento sociale costruti con i partiti per rendere sé stessi ancora più inamovibili. Il radicamento di questo gruppo dirigente è un radicamento sociale antico e per questo è un radicamento sordo al nuovo. Un gruppo dirigente vecchio che no parla ai gruppi sociali che sempre più numerosi caratterizzano la società italiana, quelli del lavoro autonomo. Allora noi dobbiamo muoverci con due criteri guida 1.Le Primarie. Strumento da utilizzare e imporre per scardinare questo gruppo dirigente anche se so bene che proprio perché utilizzano rapporti vecchi e inerziali possono anche imporsi nelle Primarie 2. Tre\tre\tre. Cioè dobbiamo imporre quell'ingresso di persone che non provengono dai gruppi dirigenti dei vecchi partiti. Quella formula che era comparsa in una fase di costruzione e che ora dobbiamo rilanciare.
Mariella Laudadio
Gruppo dirigente del centrosinistra italiano non è cambiato, il processo democratico della costituente è stato neutralizzato dagli organismi verticisti. Circoli sono il nodo ancora aperto, ancora vivo. Rete. Partiamo dall'esecutivo, è stato costituito per elezione, è stato anche un impegno ma sempre una scelta. Ora chi ritiene esaurito questo progetto politico o questo compito lo deve comunicare, per correttezza, per un appello al buon senso. Poi, chiediamo un passo indietro ai politici dei gruppi dirigenti, allora dobbiamo anche dire a chi è nelgi organismi della Rete da tempo che deve fare un passo indietro, coerenza e buon senso, si invitano altri e via. Futuro della Rete. Mi pare si siano evidenziate due linee, 1. Valentini. Rilanciare la Rete per una funzione di comunicazione tra interno ed esterno al Partito, perché è all'interno ed all'esterno del Partito che crescerà il centrosinistra 2. Quercini. La nuova fase è tutta interna al Partito e quindi è lì che si deve giocare un ruolo. Allora io dico affrontiamo in maniera trasparente questa discussione ma soprattutto andiamo a decidere democraticamente, due mozioni diverse in assemblea , due mozioni che verranno votate. Compito ora affinare e preparare queste mozioni, verificare la forze residue. Infine dobbiamo parlare con chiarezza in questo e con questo Partito, dobbiamo dire chiaramente quello che non va, chiaramente, andiamo al loft, andiamo a dire quello che pensiamo, per il bene del PD e dell'Ulivo.
Buono Italo
Racconto la vicenda dell'incontro "Lucca ricorda Pietro Scoppola" e della reazione del segretario comunale lucchese che chiedeva che questo tipo di attività fossero ormai da fare all'interno del PD. Cosa ci sta dietro questo tipo di reazione, una forma di paura, un sintomo dell'incapacità di tradurre in realtà l'idea di un "partito aperto". C'è una responsabilità grande dell'intero centrosinistra nella sconfitta, una responsabilità dell'intera classe dirigente del centrosinistra. Su questo invito alla lettura del discorso di Prodi alla "assemblea dei Mille", lo scorso 2 maggio. (la trascrizione da radio radicale in www.viverelucca.it) La sconfitta è profonda e investe il rapporto tra il centro sinistra e la società italiana. Siamo davanti ad un compito ben preciso e che non permette ambiguità: lo sviluppo della nostra democrazia, il suo pieno compimento e per fare questo ci vuole un PD forte di una concezione pluralistica e liberale. La linfa per il Pd può venire anche dall'esterno a dare forza e possibilità di sviluppo pluralistico al PD. Per capire cosa dobbiamo fare, che compito svolgere, dobbiamo dirci che ci sono alcuni precisi nodi da affrontare.1. democrazia e legge elettorale, 2. democrazia ed eccesso di semplificazione, retorica della semplificazione, che non è sempre sinonimo di procedure capaci di rispondere alla complessità, 3. democrazia ed architettura costituzionale, 4. democrazia e rappresentanza dei diritti e doveri comuni, delle responsabilità comuni, del recupero del concetto di solidarietà, 5. democrazia e Primarie, guai ad assecondare l'uso inflazionato di questo strumento, la banalizzazione del chiamare i cittadini oltre ogni reale misura e responsabilità, ma le primarie rimangono uno strumento importante per il PD. Dobbiamo avviare una riflessione con umiltà, senza presunzione. Le responsabilità della sconfitta sono evidenti e bisogna dirle. Abbiamo possibilità di ricostruire una prospettiva politica se partiamo dalla consapevolezza di avere una responsabilità istituzionale, una responsabilità verso la democrazia, una responsabilità verso gli italiani. Oggi qui ci sono dodici realtà territoriali, facciamo dodici associazioni. Attenti, è chiaramente poco, ma non è cosa da sottovalutare una presenza territoriale di questo tipo. Bene, per l'appuntamento d'autunno, penso a queste associazioni che pensano, propongono e si convocano per un seminario aperto sulla base di un canovaccio di discussione, che in parte è già quello di oggi. Quanto al convegno su Scoppola ad Ottobre è un impegno che non possiamo derogare.
Giuliani Fabrizio
Le conseguenze della sconfitta sono gravi e chiedono una discussione che coinvolge tutti. E' vero non c'è ricambio di gruppo dirigente e ancora non c'è il PD. La situazione nel partito è difficile, le Primarie premiano i capi-corrente e questo toglie importanti strumenti di rinnovamento. Allora decidiamo e dedichiamoci al Convegno su Scoppola per l'autunno ed andiamo ad una Assemblea quando abbiamo una proposta. Il nostro atteggiamento nei confronti del PD, dei limiti e delle delusioni, non deve essere quello della polemica, dell'essere contro e basta, ma dobbiamo essere alimento positivo per il PD
Lucio Piselli
Questo partito ha forti difficoltà ad assumere una vita democratica all'insegna del pluralismo, quello che è accaduto a Lucca è accaduto in Umbria. Ho partecipato a questo dibattito pensando di fare il "fungo saprofita" e di ascoltare quello che potevate dirmi. Il dibattito è stato molto interessante. Allora io propongo che entro luglio ci si rivolga a tutte le associazione od ai singoli coinvolti nella Rete e gli si chieda se intendono partecipare a questa discussione ed intendono contribuire agli appuntamenti di autunno, il convegno su Scoppola e l'assemblea dei Cittadini. Ricordiamoci che è necessario ricordare che Pietro Scoppola è stata una voce rivolta a tutti, non rivolta ai cattoli ci o a parte di essi, rivolta a tutti.
Lazzari
Sono costituente regionale nelle Marche, una esperienza recente all'interno della Rete dei Cittadini per l'Ulivo. In poco tempo da noi sono sorti dodici circoli dei Cittadini. Io credo che ci sia stato un eccesso di timidezza da parte dei Cittadini, dovevamo osare di più, far sentire più forte la nostra voce, di fronte al deficit di democrazia di cui soffre il PD. Allora che fare? Io credo che ci sia bisogno di una associazione così e quindi alle due ipotesi che parevano delinearsi, valentini - quercini, io aggiungo una terza, i circoli dei cittadini dentro il PD, potremmo essere direttamente una serie di circoli del PD. I risultati elettorali ci dicono che il PD è il partito della sinistra italiana e che ci attendono cinque anni di grande impegno.
Conclusioni di Massimo Cellai
Metodo: 1. un verbale tratto dai miei appunti, integrato in bozza dai presenti ed infine inviato a tutti i Cittadini del Coodinamento nazionale
2. una richiesta a associazioni e singoli di rispondere al dibattito attestato dal verbale e di dichiarare un interessamento a partecipare a questa fase ed a queste decisioni, una specie di "ci sto" confermato dal gesto di versare nel C\C cinquanta euro che permettano di utilizzare questo il sito della Rete o altro strumento in funzione delle necessarie scadenze di settembre-ottobre
3. prospettiva di organizzare un appuntamento su Pietro Scoppola in autunno e di organizzare un appuntamento per la rete in cui assumere decisioni, una seminario aperto o una assemblea straordinaria convocata da coloro che hanno dichiarato il "ci sto".
Le associazioni. Le associazioni che davvero ancora fanno politica nel territorio non entrano in sonno quando la Rete deve assumere decisioni. Esse conducono la loro esperienza autonoma, è il valore aggiunto della Rete e del collegamento in Rete che è in questione.
Due brevi accenni a temi trattati nel dibattito. Il Rinnovamento del gruppo dirigente è prossimo allo zero, nonostante la Costituente, perché scientemente questa è stata annullata appena svolta: le assemblee nazionali e regionali trasformate in luoghi rituali e scontati assolutamente insignificanti, i regolamenti locali hanno subito integrato i costituenti e, se per caso il vecchio gruppo dirigente ha tentennato a mettersi in gioco nella Primaria, hanno subito rimediato.
Contenuti politici e CpU: abbiamo condotto delle battaglie politiche che abbiamo pagato con la marginalità, per esempio ricordo a tutti la posizione assunta dai Cittadini sul Referendum, che ribadisco carico di grandi responsabilità per la caduta del governo Prodi: ne è conseguito un isolamento in tutto il mondo associativo, su una questione su cui è calato un silenzio imbarazzato.
Infine, ci siamo chiesti se saremo in grado (ed io ancora dubito) di svolgere i compiti individuati ma siamo preoccupatissimi anche di chi si sta apprestando a rivolgersi ai Cittadini, di quali soggetti si apprestano ad utilizzare la delusione e il carattere chiuso e "freddo" del percorso del PD: si profilano soggetti lontani dall'Ulivo che si appelleranno alla cittadinanza delusa ma attiva, rivedremo i Grillo, rivedremo soggetti con alle spalle storie associative ed iniziative di cui abbiamo pesato la distanza dalla cultura profonda dell'Ulivo. E questo ci deve fare riflettere.
http://www.cittadiniperlulivo.com/wmview.php?ArtID=2719
agosto 10 2008
Auguri Professor Prodi!
Oggi Romano Prodi compie 69 anni e Letter from Washington gli fa molti cordiali auguri. La pertinace propaganda mediatica dell'impero Berlusconi ha gettato veleno per anni sulla figura di questo statista apprezzato in tutto il mondo sia come docente di politica industriale, sia come presidente e risanatore del piu' grande gruppo imprenditoriale italiano (IRI), sia come presidente del Consiglio che ha introdotto l'Euro, che come presidente della Commissione Europea. Prodi rifugge dal palcoscenico e non sopporta il teatrino della politica. Preferisce le sgroppate in bicicletta con gli amici di sempre sulle strade dell'Appennino modenese o sulle Alpi o il jogging che gli ha consentito di piazzarsi in maniera onorevole nella maratona. Ha una sola moglie, non corre dietro le sgallettate, ha due figli che gli hanno dato dei nipoti che adora. Non canta e non suona alcuno strumento. Ricorda che alle elementari la maestra era solita dire: "Adesso bambini cantiamo una bella canzoncina. Tu no, Romano che sei stonato." Il suo secondo governo ha ricevuto dal precedente una enorme situazione debitoria che ha dovuto ripianare. 'Mission impossible' era la coalizione di centro sinistra perche' si trattava di conciliare l'inconciliabile con ministri e capi degli spezzoni politici che componevano quella maggioranza che protestavano in piazza contro il governo di cui facevano parte. Comportamenti suicidi che hanno portato alla scomparsa parlamentare dell'estrema sinistra ed hanno offerto agli altri spezzoni di destra della coalizione la sponda per giustificare il loro tradimento. Oggi Prodi segue disincantato i movimenti peristaltici del ventre molle del PD nella speranza che questo nuovo partito, nato per semplificare il quadro politico, possa ritrovare una sua identita' e, soprattutto, un minimo di sex appeal elettorale. Sta trascorrendo questa prima vera vacanza dopo anni di intenso lavoro, con la tribu' familiare (oltre 100 persone), gli amici veri ed anche quelli che non tralasciano occasione di metterlo in difficolta' con dichiarazioni e comportamenti fasulli. Ma Prodi perdona da buon Cincinnato.http://www.perlulivo.it/forum/viewtopic.php?f=5&t=412
luglio 21 2008
Riforme e modello Prodi
Andrea Romano
La Stampa
Con l’intervista a Pier Ferdinando Casini, pubblicata ieri dalla Stampa, è ormai chiaro il panorama di tutto ciò che non rientra nell’orbita politica del centrodestra. Un’opposizione unitaria a Berlusconi non esiste né è ragionevole immaginare che possa miracolosamente costituirsi entro questa legislatura. Troppo distanti le posizioni di ciascun partito, piccolo o grande che sia, sulle principali questioni della vita italiana. E troppo diverse le aspirazioni di ciascun leader sul breve e medio periodo. Colpisce, ad esempio, la nettezza con cui Casini ha liquidato come una «ingenua furberia» il tentativo di D’Alema di ammiccare alla Lega o a Tremonti per mettere in crisi la maggioranza e come una «battuta ottimistica» la profezia di Veltroni sulla fine del berlusconismo.
Ma, soprattutto, non si intravede alcuna figura interna a questi partiti che possa ritenersi capace di ricondurre a unità ciò che è destinato a rimanere politicamente separato. E allora vale la pena domandarsi se presto o tardi il centrosinistra non sarà costretto a replicare quello che fu nel 1996 il «modello Prodi». Ovvero la scelta di una figura esterna che abbia un mandato federativo. Una personalità che faccia perno sulla propria leadership per dare visione e omogeneità a un cartello di entità diverse. Si dirà che in questo modo è destinata a perpetuarsi l’anomalia italiana di partiti incapaci di esprimere per via normale un candidato alla guida del governo. E si lamenterà tra l'altro il fallimento della «vocazione maggioritaria» che avrebbe avvicinato il Pd a quanto viene fatto dai grandi partiti occidentali.
Tutto vero. Ma guardiamo a ciò che di altrettanto vero sta accadendo nel centrosinistra reale, non in quello immaginario. Di Pietro sta benissimo dov’è, impegnato a godere i frutti della rendita di posizione dell’intransigenza antiberlusconiana che Veltroni gli ha regalato con l'alleanza elettorale. Casini, al contrario, ha appena chiarito di voler incalzare Berlusconi su alcune fondamentali riforme mentre è impegnato a dare alla sua Udc una convincente ragione per restare all’opposizione. Vedremo poi se e come Rifondazione si riprenderà dal trauma del voto con la nuova guida di Vendola. Quanto al Pd, siamo al festival dei solisti. O meglio, per riprendere quanto scritto ieri da Goffredo Bettini sull’Unità, a una «fase di sospensione, un presunto contrasto nel gruppo dirigente su punti non secondari della nostra strategia». È una formulazione in pura neolingua orwelliana che non nasconde il vero punto politico: «Da soli non rivinceremo mai». L’autocritica del principale ideologo del veltronismo è piena e totale. La vocazione maggioritaria può essere serenamente archiviata in attesa di tempi migliori. Tutto questo mentre il Pd non sembra avere alcuna intenzione di accennare nemmeno un passo per preparare un candidato leader diverso e più appetibile di Veltroni, neanche di qui a qualche anno, condannandosi di fatto a una nuova subalternità.
È in questo quadro la vera ragione per cui il centrosinistra sarà costretto a cercare all’esterno del proprio perimetro una figura in grado di guidarlo alla prossima sfida per la guida del Paese. Nel 1996 il nome di Prodi nacque da una precisa cultura politica, quella della sinistra democristiana, che con lui ha espresso la sua ultima stagione di vitalità. Oggi si tratterà necessariamente di guardare al paese reale, quello da cui il Pd ha scelto di distanziarsi con il proprio elitarismo, cercando una figura in grado di dare un autentico valore aggiunto a un campo di forze diverse e tutte minoritarie. I volti possibili sono pochi ed è ancora prematuro lanciarsi nella giostra dei nomi. Ma quello che già oggi è possibile fare è lavorare affinché quel candidato non sia ancora una volta un profeta disarmato. E dunque mettere in cantiere una riforma elettorale che dia al capo del governo gli strumenti indispensabili per guidare la propria coalizione, indipendentemente dal numero di soggetti politici che lo sostiene. Sarebbe, questa sì, una riforma che potrebbe essere condivisa dai due poli con effettivi benefici per la futura salute della politica italiana.
giugno 23 2008
Parisi e la crisi del Pd: a questo punto va cambiato leader
di Maria Teresa Meli, Corriere della Sera -
Arturo Parisi va avanti nella sua battaglia. Anche dopo il diverbio con Veltroni. Dopo le accuse che gli hanno lanciato, eccezion fatta per Marini che lo ha riconosciuto come un avversario interno autorevole e leale nonchè ruvido. Quindi Parisi non lascia. Anzi raddoppia e chiede le dimissioni del segretario.
Professore, la vicenda dell'altro ieri è chiusa?
«Quel che è avvenuto è gravissimo, ma era esattamente quello che purtroppo mi attendevo, però, per "tranquillizzarli", voglio dire che non mi arrenderò: continuerò la mia battaglia per la legalità nel partito. Il Partito Democratico è stato attraverso l'Ulivo l'obiettivo della mia vita. No. Non facciano conto sulla mia resa ».
Pare di capire che non sia solo un problema di legalità, ma anche politico. Che cosa avrebbe voluto sentire da Veltroni?
«Mi auguravo che, invece di assumere nientimeno che a spartiacque la lettera di Berlusconi a Schifani, confermando la subalternità del Governo ombra al calendario e all'agenda del Governo sole, ci annunciasse che la campagna elettorale era finita e con essa l'inevitabile menzogna che è implicita nella propaganda, e che era iniziata finalmente la stagione della verità, il momento di prendere sul serio la risposta degli elettori.
E invece niente.
«Dicono che seppure dopo due mesi questa volta Veltroni abbia riconosciuto la sconfitta. Quale riconoscimento? Al massimo la sua è stata l'inevitabile presa d'atto della sconfitta elettorale. Nulla ci ha detto invece sulla sconfitta politica, niente su Roma, sulla Sicilia, sulle altre amministrative, che dalla Sardegna alla Val d'Aosta sono state anch'esse un disastro: ci ha detto di più sulla sconfitta delle amministrative del 2007. Mi sembrava di essere nella gag di Totò».
Scusi!?
«Si quella in cui un signore schiaffeggia Totò chiamandolo Pasquale, e più lo schiaffeggia e più Totò ride. Tanto che quello gli chiede: "Ma come, più io ti meno più tu ridi?" E Totò gli risponde: "E che sò Pasquale io? Volevo vedere dove andavi a finire". Veltroni è così: pensa che gli schiaffi che gli han dato gli elettori siano sempre diretti al governo Prodi. E in questo modo siamo arrivati al ridicolo di un Pd che continua a presentarsi come partito a vocazione maggioritaria, mentre in Sicilia prende il 12,5 per cento».
Ma lei, onorevole Parisi, che avrebbe detto se avesse preso la parola all'Assemblea?
«Avrei detto che il problema non è la sconfitta elettorale. Quella era inevitabile. E' stata scelta a tavolino nel momento in cui abbiamo deciso di alleggerirci dall'ossessione della quantità delle risposte. Ma il fatto è che non l'abbiamo sostituita con la qualità della proposta».
Si riferisce alla separazione dal Prc?
«Si, per la quantità, alla separazione consensuale con Bertinotti. Ma senza la qualità Veltroni non ha vinto e non vincerà domani nè dopodomani. E' questo che fa delle elezioni sono state un fallimento totale».
Non le sembra di essere troppo duro, Professore?
«Serio, non duro. Sì. Lo riconosco. Ho difficoltà a riconoscermi nel clima zuccheroso, buonista e sorridente che ha da sempre caratterizzato la leadership veltroniana. Non avevamo bisogno di Tremonti per riconoscere che il tempo presente è dominato dalla paura. Questo Veltroni ieri lo ha riconosciuto. Quello che tarda a capire sono gli elettori che quando ci vedono sorridere non riescono proprio a capire cosa abbiamo da ridere. Ci sono state stagioni nella quali "pensare positivo" era di moda, e bastava copiare alla lettera gli slogan e le forme della propaganda americana. Questa è invece una stagione nella quale c'è bisogno di una guida e di un pensiero che sia almeno serio, se non forte, e comunque nostro».
E quale pensiero serio formulerebbe su questo Pd che stenta a crescere?
«Diciamo che questa è la premessa che mi costringe a riconoscere che purtroppo la formula che finora ho usato non è più sufficiente».
Ossia?
«Mi illudevo di poter distinguere la leadership dal leader e perciò chiedevo a Veltroni di cambiare linea. Sono passati due mesi pieni e di fronte ai ripetuti avvertimenti che ci vengono dagli elettori e dall'interno del partito la linea non è cambiata. E' evidente allora che a questo punto bisogna cambiare leader».
Perchè lo chiede, visto che dicono che sta per andarsene dal Pd e che formerà un nuovo movimento?
«Si illudono: devono provare a cacciarmi. Non sarò io ad andarmene. So che è questo il loro sogno. Troverò il modo di tenerli svegli. E' bene che ricordino che il Partito democratico è stato per me come per molti il mio partito molto prima che per loro».
Quindi, cambiare leader. Non lo chiede nessuno, però.
« La passione per il Pd mi impone come dovere morale di dire in pubblico quello che quasi tutti dicono in privato. Anche a costo di fare la parte del bambino che dice "il re è nudo". Quella che mi scandalizza di più è la slealtà verso Veltroni: preferiscono tutti tirare di fioretto, ferirlo di punta, mettendo nel conto che l'avversario si dissangui a poco a poco. Ma così si dissangua anche il Pd e la democrazia italiana. E' per questo che son stato d'accordo con Veltroni che voleva aprire la fase congressuale. Apriamola, dissi, per capire chi siamo e dove andiamo. Purtoppo, però, il rifiuto è stato corale. In molti preferiscono lavorare a sfiancare il partito e il suo leader senza assumersene la responsabilità. Più tempo passa, più credo nella regola secondo la quale chi perde va via, senza tragedie, per evitare che la crisi di una leadership si trasformi nella crisi del partito».
giugno 19 2008
Non si usi Prodi per occultare la sconfessione dell'Ulivo
di Franco Monaco, Europa - 19 Giugno 2008
È sempre bello e utile discutere con una persona del calibro di Michele Salvati, che ci ha sempre accompagnato con riflessioni limpide e partecipi. Parlo per me, sperando di riuscire a dare conto di un punto di vista critico. E mi piace farlo su Europa, la voce che con più coerenza ha argomentato la tesi opposta a quella di Salvati: la marcata, intenzionale discontinuità tra Ulivo di Prodi e Pd di Veltroni. Premessa: a mio avviso, quella del Pd non è stata semplice sconfitta elettorale (che era nel conto), ma sconfitta politica di carattere strategico suggellata dalla disfatta a Roma e in Sicilia.Si è riusciti nell’impresa di mettere a verbale la divisione del campo di centrosinistra e, insieme, di ridurne i confini. Dunque, un centrosinistra più piccolo e spaccato. Non è tempo di minimizzazioni, liturgie, riti plebiscitari, ma di aperto, franco confronto. Con questo spirito dico la mia, proponendo una telegrafica rassegna di errori e responsabilità. 1. Non si può non prendere le mosse dall’azione di logoramento del governo Prodi avviata anche dall’interno del Pd già dall’estate scorsa. A cominciare dal documento dei cosiddetti “coraggiosi”, che formulavano giudizi non dissimili da quelli della destra e proponevano alleanze di “nuovo conio”. Tradotto dal politichese: la liquidazione dell’Unione, formula politica sulla quale si reggeva il governo. Avevamo un bel da fare noi, in parlamento, a difenderlo, con la destra che ci inchiodava all’osservazione che il principale partito della maggioranza lo aveva mollato. Né si possono ignorare la precipitazione e l’ambiguità genetica delle primarie: formalmente per scegliere il leader del partito, di fatto per anticipare l’investitura del candidato premier. Per tacere dell’asse con Berlusconi in tema di legge elettorale, che mise in fibrillazione l’allora maggioranza. 2. In campagna elettorale la dissociazione dal governo fu programmatica e ossessiva. Si doveva nascondere Prodi. Operazione illusoria, autolesionistica prima che ingiusta. È stato gioco facile per Berlusconi richiamare a noi e agli italiani che gli uomini del Pd rappresentavano la struttura portante del governo. Avremmo fatto meglio a difendere le poche o tante cose buone fatte dal nostro governo. 3. Con eccesso di zelo nuovista, si è teorizzato che gli ultimi quindici anni sono stati buttati. Teoria sbagliata e ingiusta. Tutti noi non saremmo qui senza l’Ulivo. Stupiscono e sconcertano leggerezza e smemoratezza dei beneficiari dei meriti dell’Ulivo. Esso ha propiziato il bipolarismo, la democrazia competitiva; ha condotto per ben due volte la sinistra al governo ed era la sua prima volta. Lo ha fatto perché si è applicato positivamente a rimuovere le due storiche anomalie italiane: il fattore k e il blocco al centro rappresentato dall’unità politica dei cattolici. È sorprendente che se ne mostrino inconsapevoli gli ex comunisti e gli ex democristiani che, entrambi, all’inizio degli anni Novanta uscivano da pesanti sconfitte, ancorché di diversa natura, e rischiavano di essere messi a lungo (o per sempre?) fuori gioco. 4. La conclamata vocazione maggioritaria, checché ci si racconti oggi, è stata concepita e proposta come presunzione di autosufficienza. A cominciare dalla separazione consensuale con le forze a sinistra del Pd, consumata con leggerezza e in allegria. Vocazione maggioritaria risoltasi in vocazione minoritaria, non a caso celebrata dagli opinionisti e dai nostri avversari, compiaciuti di avere a che fare con un Pd bello e perdente, votato a sicura sconfitta. 5. L’affannosa e goffa rincorsa dei paradigmi e delle proposte della destra, dalla sicurezza alla politica economica. Sino all’ultima imbarazzante invenzione del Pd lombardo: le ronde democratiche, naturalmente proposte sotto altro nome, a rimorchio delle ronde padane. Per definizione, si perde opponendo all’originale una copia sbiadita e caricaturale. Il bipolarismo sano e maturo non è solo alternanza, ma anche alternativa politica e ideale. Tanto più a fronte di una destra “speciale”. Su questo, ci ha richiamato persino Antonio Polito, che certo non è sospetto di infantile estremismo di sinistra. Mi chiedo: davvero non residua nulla dei valori di riferimento della sinistra italiana, laica e cattolica? Davvero sono tutti da buttare? O la sinistra è ridotta a chiesa senza fede? 6. Ne consegue un’opposizione moscia, per modo di dire, di sua maestà. Ce lo hanno rimproverato l’Economist, Sartori, Scalfari e, udite udite, persino Follini. Lo lamentano gran parte dei nostri elettori. Il nostro paese ha diritto a un’opposizione politica che non si esaurisca in Di Pietro. Perché un’opposizione fantasma? Mi do tre risposte. Primo: una sconfitta di tali proporzioni oggettivamente fa debole il Pd e il suo vertice. Secondo: quel vertice, espresso da un plebiscito e non da un confronto di posizioni politiche (peccato di origine delle primarie), rischia paradossalmente di essere un vertice di minoranza all’atto in cui scattano le vecchie fedeltà di corrente e di cordata. Terzo: perché, complice quella sua debolezza, il vertice ricava la sua forza di riflesso, dalla legittimazione conferitagli dal suo principale avversario. Ecco perché urge un congresso, da fare, non da agitare tatticamente come una minaccia o da rinviare con il retropensiero di condizionare e indebolire il segretario. Un percorso congressuale finalmente vero e compiuto, che cominci con il restituire la parola ai cittadini delle primarie ma, questa volta, dando loro la possibilità di esprimersi su piattaforme politiche intestate a candidati distinti e distinguibili. Così che possano pronunciarsi sull’alternativa decisiva: il Pd rappresenta lo sviluppo e il compimento dell’Ulivo o piuttosto la sua sconfessione? Tutto ciò che invece va nel senso di confondere le acque con ipocriti concordismi fa male al Pd e alla democrazia italiana.
*Il testo appare su Europa del 19 giugno 2008 con il titolo "Più che Prodi, serve il congresso".
Senza Romano
di Mario Barbi,
Molti dirigenti del Pd hanno chiesto a Romano Prodi di restare presidente del Partito. Il Segretario lo ha fatto in modo discreto, altri lo hanno fatto in modo ostentato. Rumorosamente, chi più e chi meno. Da invito garbato a desistere da una decisione non polemica, meditata e motivata, assunta e comunicata riservatamente prima delle elezioni, la richiesta si è trasformata in una pressione insistente che non si ferma nemmeno dinanzi al rispetto dovuto alle ragioni ed alla persona di Prodi. Poiché la decisione di Prodi andrebbe rispettata e il Pd avrebbe ottime ragioni per farlo, tanta insistenza sollecita e merita una spiegazione ed una riflessione politica.
La pressione esercitata su Prodi è insieme il segno di una difficoltà seria del Pd di Veltroni e la prova che il Pd cerca una scorciatoia per aggirarla. Prodi viene tirato per la giacchetta e utilizzato per dare una soluzione apparente a un problema reale. Risposta corta ad un problema lungo. Cerco di spiegarmi. La difficoltà a cui mi riferisco è questa: il Pd della “nuova stagione” e della “vocazione solit…, pardon!, maggioritaria” veltroniana è andato incontro ad una cocente sconfitta politica ed elettorale alla quale ha reagito non con un dibattito aperto e libero ma con una chiusura ed un arroccamento del vertice del partito. Il gruppo dirigente appare ripiegato su se stesso e improvvisamente invecchiato, composto in modo pressoché esclusivo da ex Ds e Margherita, mentre proliferano correnti e sottocorrenti che autorizzano autorevoli esponenti del Pd a parlare di “balcanizzazione” e a descrivere il soggetto appena nato non come il “partito nuovo” che voleva essere bensì come una “confederazione di potentati” che rispondono a capi e capetti.
Così, mentre si moltiplicano i segni di un invecchiamento precoce, le primarie sembrano un evento remoto. Che cosa resta di quella straordinaria partecipazione di popolo? Che cosa resta, o meglio, in che cosa si sono trasformati quei milioni di voti che hanno plebiscitato Veltroni? Resta il Coordinamento - chiedo scusa per la sintesi un po’ drastica -, organo di direzione effettiva del Partito, non previsto dalla statuto e di cui non vi è notizia nemmeno sul sito ufficiale del Pd, ma che è la logica ri-proposizione del Veltroni candidato “unitario” di una maggioranza pigliatutto formata dal vertice Ds, dalla gran parte dei Popolari nonché dai coraggiosi di Rutelli&Friends.
E’ interessante ricordare che il Coordinamento ha sostituito l’Esecutivo, cioè quell’organismo che Veltroni nominò, subito dopo le primarie, nel segno della iper-novità: più donne che uomini, più giovani che vecchi, più principianti che professionisti, più società civile che partiti… O almeno così lo presentò. Lasciamo stare che la novità fosse più comunicata che praticata e che in quella operazione prendesse corpo una specie di collateralismo alla rovescia che confidava nel concorso delle formazioni sociali per dare corpo e guida al partito (ricordo le provenienze legambientaliste, sindacali, imprenditoriali, di volontariato etc) più di quanto esprimesse l’ambizione del partito e della politica di interpretare e guidare lo sviluppo della società.
Lasciamo stare e richiamiamo invece alla memoria la composizione del Coordinamento: Veltroni, Franceschini, Fassino, Bettini, Fioroni, Gentiloni, Bersani, Letta, Tonini (?) Finocchiaro, Soro più la cooptazione annunciata dal Segretario dei vicepresidenti Pd di Camera (Bindi) e Senato (Chiti). Tutti ex. Ex Ds e Margherita. Tutti. Un partito nato nel segno dell’apertura ai cittadini e delle primarie ridotto ad un club di ex, per di più con un sovrappeso di Roma, a dispetto di una Assemblea costituente eletta da tre milioni e mezzo di persone e composta di poco meno di tremila delegati di cui circa un terzo (così si disse) non iscritti a Ds o Margherita. Forse c’è qualcosa che non va. E forse c’è un qualche rapporto tra le primarie-plebiscito e questo esito.
C’è, insomma, una difficoltà. Ora, questa chiusura e questa regressione del gruppo dirigente sono rese più evidenti dall’assenza di Prodi. Prodi non è un ex. Prodi, in tutta la sua azione politica, ha rappresentato la tensione verso l’apertura e il rinnovamento. L’Ulivo. La casa dei riformisti. L’Unione. Una azione costante volta a costruire un centrosinistra di governo in grado di vincere la competizione con il centrodestra in un sistema bipolare e maggioritario. La sua assenza, il suo ritiro rende la sconfitta politico-strategica del Pd incresciosamente evidente. Ecco allora l’idea semplice e, da parte di qualcuno, maliziosa di “richiamarlo”, di “pregarlo”, di “pressarlo”. Ma tutto questo senza che vengano poste due domande elementari: 1. il Prodi che oggi si invoca non è lo stesso che è stato messo in panchina e accompagnato negli spogliatoi con la fondazione di un partito costruito sulla ostentata e ossessiva discontinuità con l’esperienza di quel quindicennio di cui Prodi con l’Ulivo è stato protagonista? 2. che senso avrebbe, e che cosa cambierebbe, il ritorno di Prodi senza un cambio di linea politica e senza una riflessione autocritica sulla nascita del partito e sulla linea politica che ci ha portato alla sconfitta?
Avrebbe ben poco senso. Rispetto l’opinione di Rosy Bindi, che nel chiedere a Prodi di revocare le dimissioni vi associa il richiamo simbolico all’Ulivo e la convinzione che Prodi sia una risorsa politica a cui il Pd non avrebbe dovuto rinunciare. Così come rispetto l’opinione di Michele Salvati che invita Prodi a restare perché il Pd sarebbe in piena continuità con l’Ulivo. Rispetto quelle opinioni, ma penso che anche esse, anzi prima di tutto esse, dovrebbero riconoscere che il Pd è nato nel segno di una triplice presa di distanza dal suo principale promotore e co-fondatore: 1. la discontinuità dall’Ulivo, dall’Unione e dallo stesso Prodi; 2. la “separazione consensuale” da Bertinotti, linea rinunciataria e alternativa alla “lotta” per l’unità del centrosinistra di governo; 3. la scelta solitaria del Pd, interpretata in chiave “proporzionalista”. Che qualcuno chieda a Prodi di rimanere per rivedere quella linea ed altri gli chieda la stessa cosa per non disconoscere la giustezza di quella linea è la prova che c’è qualcosa su cui dibattere. Per discutere le scelte fatte andrebbero evitati gesti simbolici o parole generiche: ci vorrebbe un congresso, un congresso vero.
Con queste premesse, invece, la richiesta a Prodi di restare Presidente del Pd è una risposta di corto respiro ad una domanda di portata strategica. E, a parte la mancanza di riguardo per le scelte della persona, c’è anche una sfumatura di indelicatezza nella richiesta che il Pd rivolge a Prodi, visto che a farla è lo stesso Partito che ha approvato uno Statuto che non ha dato al Presidente dell’Assemblea Federale e della Direzione nazionale nemmeno la dignità di un “articolo” specifico ed autonomo, che ne definisse prerogative e funzioni, limitandosi a riconoscergli incidentalmente l’incombenza di convocare gli organi e fissarne l’ordine del giorno. L’evocazione di Prodi, dunque, è il segno di una difficoltà vera. Ma per affrontarla non ci sarebbe modo più sbagliato che affidarsi ad una “mozione degli affetti”, di necessità impolitica e un po’ burocratica, approvata all’unanimità dalla Assemblea costituente. Sarebbe un modo di perseverare nell’errore, il suo coinvolgimento cioè nel peccato originale del Pd: l’unanimismo invece del dibattito libero e aperto.
*Il testo è pubblicato anche su Il Riformista del 18 giugno 2008
giugno 14 2008
Romano lasciatelo stare
di Antonio Esposito, |
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| Mi auguro che questo articolo http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=IED44 lo si voglia smentire dalle parti del Loft; perché, se così non fosse, se richiamare Romano Prodi alla presidenza del Pd fosse solo una questione di utilità, sarebbe un'altra prova che la classe dirigente del centrosinistra è fatta da "disonesti e avventurieri". Romano Prodi ha fatto una scelta, ed è bene che venga rispettata comunque, come prima cosa. E poi non vedo perché una persona, che ha salvato già per due volte il centrosinistra dai propri disastri, e per due volte è stato accantonato come se nulla fosse (addirittura la seconda volta è stato crocifisso addebitandogli tutte le colpe di questo mondo), dovrebbe essere così "fesso" da fare da agnello sacrificale per dei lupi politicanti, come lo sono gli attuali capi e capetti del Pd, che in 15 anni non hanno dimostarto di saper essere una classe dirigente come si conviene. Hanno voluto la patata, la gestione è passata a loro, pensassero dunque loro a sparare qualche idea utile e a tirarci fuori dai casini. Prodi ha fatto già abbastanza, è coerente, e non vale proprio la pena che butti alle ortiche il suo buon nome e la sua coerenza per quattro deficienti. Per essere poi magari messo da parte per la terza volta? Piuttosto, se proprio non sanno che pesci pigliare, una strada alternativa c'è: formino giovani leve che sappiano diventare una nuova classe dirigente seria, onesta e competente (e niente sciocchezze alla "Giovani Democratici" per favore), e poi si tolgano di mezzo. Farebbero, per la prima volta nella loro vita, una buona azione per l'Italia, oltre che per il centrosinistra. |
http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=12904
maggio 16 2008
Be’, se rimaneva Silvio nel 2006 non arrivavamo manco al cinque del mese.

Obiezione vostro onore, a Ballarò sono comunisti, e poi chi crede all’IRES-CGIL?
Panorama, per esempio.

Che nell’esclusivo reportage “L’eredita di Prodi” molto onestamente dimentica di ripartire la perdita totale di potere d’acquisto dei salari tra i governi che si sono succeduti.
Ma un altro istituto sembra concordare con lo studio dei sindacati.

In conclusione, l’operaio chi dovrebbe ringraziare e chi dovrebbe deprecare?http://termometropolitico.wordpress.com/
maggio 8 2008
Prodi, brindisi prima dell´addio "Verremo fuori alla distanza"
di Marco Marozzi, Repubblica -
ROMA - Spumante, supplì e pizzette. E l´immancabile citazione della bicicletta. «Grazie per il lavoro che avete fatto. - dice Romano Prodi ai suoi ministri -. I meriti di questo governo verranno fuori a distanza. Come nelle gare ciclistiche». E´ il saluto con brindisi del presidente caduto nel suo ultimo giorno di governo. Mentre Berlusconi scriveva le ultime righe della propria squadra, il premier sconfitto ha radunato i suoi ministri a Palazzo Chigi. Tutti e 25, quattro in più del successore, in una coalizione segnata anche dal numero di pagine di Programma (281) e di incarichi (101 fra ministri e sottosegretari). Ma ieri mattina non ci sono stati rimpianti. Mini-festa di addio, con molti usciti non solo dalla stanza dei bottoni ma anche dal Parlamento. Strade politiche da tentare di reinventare. «Il mio futuro è ancora assolutamente da disegnare. Però può anche darsi che non ci sia» dice un Prodi che non parla più di fare «il nonno a tempo pieno» ma si trova molte strade ormai sbarrate, anche fuori Italia, dal trionfo del centrodestra. Si è cercato di parlare più del futuro che del passato, nell´addio di Palazzo Chigi. Capannelli di ministri. Clima sospeso. Voglia generale di allontanare l´indeterminatezza con reciproche dimostrazioni di affetto. Giuliano Amato, come decano, ha ringraziato l´ormai l´ex premier per il lavoro, il clima, la tenacia. Nessuna lacrima, mentre arrivava anche Walter Veltroni, a pranzo da Prodi per una chiacchierata pure quella sul da farsi. Altre feste, anche se vari ministri - Prodi in testa - non hanno gradito che l´attività del governo sia stata pochissimo spesa (anzi...) nella campagna elettorale del segretario del Pd. Addio e lunghi confronti per il futuro. «Mi sento come ieri e come spero di sentirmi sempre» dice a sera Prodi, che oggi pomeriggio «consegnerà» il Palazzo a Berlusconi. Passeggiata per il centro di Roma, con aperitivo. Una signora elegante lo attacca per le tasse, un elettore dell´Ulivo gli stringe la mano e gli dice: «Però tutte quelle discussioni». «E´ andata come è andata» risponde lui. Bimbi ed adulti gli fanno qualche foto in Piazza Navona. Mentre a due passi una grande folla aspetta Berlusconi che sta andando al Senato da premier appena incaricato.
maggio 4 2008
Cinque lezioni
Mario Pianta
Una sconfitta elettorale dopo l'altra, per il centrosinistra, con dinamiche apparentemente imprevedibili. E qualche segnale positivo, come la vittoria a Vicenza del candidato Pd, Achille Variati, contrario alla costruzione della nuova base militare Usa. Proviamo a leggere le cinque lezioni che vengono dal voto. La prima osservazione riguarda le identità dissolte della politica della sinistra.
E' affondato il «corro da solo» del Pd di Veltroni, mentre la rinnovata Unione ha perso quando si è stretta intorno a Rutelli al Comune di Roma e ha vinto con Zingaretti alla Provincia. Ampie alleanze elettorali restano necessarie per vincere in questo sistema di voto, ma non possono più dare per scontato un consenso fondato su identità radicate. E questo vale anche oltre la sinistra, ad esempio per il voto cattolico, che non ha fatto crescere l'Udc e tantomeno il Pd. I partiti non possono più pensare che operazioni di vertice possano trascinarsi dietro i consensi degli elettori.
Se la politica non è più affermazione di identità «alte», la seconda lezione è che non è nemmeno più un orizzonte di promozione sociale, un meccanismo di redistribuzione. Il fallimento del governo Prodi e il disincanto sull'amministrazione Veltroni al Comune di Roma hanno qui le loro radici, nell'incapacità di realizzare cambiamenti coerenti con le aspettative dei cittadini. Il declino dell'economia italiana, l'impoverimento delle classi medie e popolari, le disuguaglianze più forti, sono allo stesso tempo il risultato di una politica che rinuncia a pensare al cambiamento, a praticare valori di giustizia, e fattori che riducono sempre più i margini di costruzione del consenso attraverso politiche redistributive. Di fronte alla percezione del declino, la scelta elettorale diventa «populista», ricerca tutele intorno a nuove identità, e si affida a promesse di cambiamento purchessia, come nel caso della Lega al Nord e di Alemanno a Roma.
La terza dinamica, conseguente alle precedenti, è l'ondata di antipolitica. Un rifiuto che prende molte strade: l'astensionismo, il voto alla Lega, la scelta di punire in modo selettivo il «riciclato» Rutelli. E' evidente che una parte importante dell'elettorato di sinistra non è più disponibile ad accettare leader e candidati troppo identificati con il «palazzo» e la «casta» dei politici, troppo distanti dalle realtà locali, troppo vuoti di contenuti, troppo inefficaci nelle loro realizzazioni. Viceversa - e questa è la quarta lezione - un po' di democrazia partecipativa offre buoni risultati anche alle elezioni. E' paradossale che per il supersconfitto Veltroni l'unica fonte di legittimazione che resti siano i tre milioni di voti del cittadini alle primarie del Pd. Variati a Vicenza è stato votato alle primarie, Rutelli a Roma è calato dall'alto del loft del Pd. Gli esempi possono continuare: Prodi come leader dell'Unione e Vendola come candidato nella Regione Puglia hanno vinto dopo un'importante legittimazione delle primarie; la debolezza di Bertinotti a capo della Sinistra Arcobaleno è stata anche legata a una scelta di vertice di quattro partitini. Una parte importante di cittadini vuole partecipare, anche in forme fittizie e limitate come le primarie. Se ciò non avviene, manca un elemento importante di legittimazione dei candidati e si riduce il coinvolgimento nella sfida elettorale.
La quinta lezione è che rinnovare un'idea e una pratica di politica come partecipazione rappresenta la strada naturale per la ricostruzione della sinistra. Esiste una vastissima riserva di pratiche partecipative nell'azione della società civile, nelle mobilitazioni dei movimenti, nelle reti di organizzazioni che propongono alternative concrete di cambiamento. Dove la politica, fondata su valori e contenuti, incontra queste esperienze - come è successo a Vicenza - le elezioni si possono vincere. E questa è una buona notizia.http://www.ilmanifesto.it/argomenti-settimana/articolo_384d1850ec3aac1b7eee2e84948135af.html
aprile 25 2008
I prodiani non esistono
di Romano Prodi, La Stampa
Caro direttore,
anche se non mi sfuggono le regole che governano il mercato dei media, per cui bisogna sempre andare alla ricerca di notizie forti, di risse e di litigi perché altrimenti le vendite calano (poi, stranamente le vendite calano lo stesso, ma questo è un altro discorso…), rilevo che il «clamoroso» articolo di Geremicca sulle tensioni tra i «prodiani» e il sindaco di Bologna pubblicato ieri dal suo giornale torna su notizie più volte smentite.
Perché sia definitivamente chiaro, ribadisco ancora una volta - e spero sia l’ultima - che l’ipotesi di candidarmi a primo cittadino della mia città è del tutto lontana dai miei progetti e dai miei pensieri.
Così come mi fa piacere confermare ancora in questa occasione la mia stima per Sergio Cofferati, con il quale, a dispetto di quanti vanno sostenendo il contrario, continuo ad intrattenere rapporti improntati alla massima lealtà ed amicizia.
Colgo inoltre l’opportunità di questa lettera per una breve dissertazione. Non sono mai intervenuto, in tutti questi anni, per correggere un vezzo giornalistico che, purtroppo, ha dilagato: quello di ricorrere, in mancanza di mie prese di posizione o di mie indicazioni su determinati argomenti, alla categoria dei cosiddetti «prodiani». Ebbene credo che sia giunto il momento, viste anche le mie recenti decisioni, che sia io oggi a dare una notizia agli amici giornalisti: i prodiani non esistono! E non esistono per il semplice motivo che io non ho voluto, quando in tanti mi esortavano a farlo, fondare un mio partito, così come non ho mai voluto che in mio nome sorgessero correnti. Ho sempre chiesto a chi lavorava con me, ai miei più stretti collaboratori lealtà e coerenza su un solo progetto: quello del Partito Democratico. Credo di esprimere un sentimento comune a tutti quelli che, a seconda dei momenti e delle stagioni, si sono sentiti etichettare come prodiani, chiedendovi: per favore, chiamateci semplicemente «democratici».
marzo 18 2008
| «Bologna vittima del proprio successo» |
| In via Gerusalemme, alle spalle di piazza S.Stefano, c’è da quasi trent’anni la residenza dei coniugi Prodi. Questa settimana La Stefani è andata lì ad incontrare Flavia Franzoni, moglie del Presidente del Consiglio e docente universitaria. Dal ruolo delle donne in politica fino alla recente caduta del Governo scopriamo il volto femminile del Prodi-pensiero. |
| di Enrico Miele |
Bologna lega da sempre il suo nome ad uno degli Atenei più antichi del mondo. Secondo lei, l’Università riveste ancora un ruolo centrale nel tessuto cittadino?
È difficile fare confronti perché sono arrivata qui in un momento in cui, per il mio settore di studi, l’Università di Bologna era forse la miglior sede italiana. La facoltà di Scienze politiche, negli anni ’60, aveva richiamato docenti da tutta Italia: Andreatta, Ardigò in sociologia, Mancini, uno dei padri del diritto del lavoro, personaggi che fecero di Bologna un punto centrale delle scienze sociali e del dibattito politico.
Nell’ambito dei servizi sociali Bologna allora era una vetrina…
Fu la prima a realizzare servizi innovativi. Un elemento importante che si è perso è il rapporto tra l’Ateneo e la città. Anche nel mio settore servirebbe un maggior interscambio tra l’intervento pubblico e l’elaborazione che si fa nelle Università.
Ma questa città continua ad essere accogliente, solidale, attenta al sociale o è diventata un po’più simile alle altre?
A volte nel settore dei servizi si può essere vittime del proprio successo. È ben spiegato in un articolo di John Logue dal titolo Welfare State: vittima del suo successo. Quando lo stato sociale funziona, crescono le aspettative dei cittadini. Forse Bologna non è più quella di una volta, ma è migliore di tante altre. È che noi ci aspettiamo sempre molto da questa città.
Quando i bolognesi si lamentano del traffico viene da pensare che un Raccordo Anulare non l’abbiano mai visto…
Magari ci lamentiamo di non riuscire a mettere un figlio negli asili nido, ma abbiamo quasi il 30% dei bambini negli asili, mentre la media italiana è poco al di sopra del 10%.
Oggi il dibattito politico è concentrato su chi sia il rappresentante delle istanze della Chiesa all’interno del Parlamento. Quanto la tradizione che si ispira al cattolicesimo sociale ha cittadinanza nella politica italiana?
Credo che non ci sia una politica cattolica, ma ci sono cattolici che assumono anche impegni e responsabilità politiche. Non mi piace l’idea di una corrente che pretenda di impadronirsi dell’ispirazione cattolica, anche perché il Cristianesimo è ricco di mille messaggi: la tradizione sociale, il rigore su temi etici della vita, cercare una forza politica che li rappresenta tutti sarebbe impossibile.
Non sembra ci sia molta attenzione ai diversi messaggi provenienti dal mondo cattolico…
Sui grandi temi della vita e del sociale il mondo cattolico ha dei grandi valori da offrire. È evidente che all’interno dello schieramento politico c’è chi privilegia uno, chi privilegia l’altro, a volte anche strumentalmente. La politica e l’ispirazione religiosa sono cose separate, anche se non prescindono l’una dall’altra.
Quando l’area della Binetti ha chiesto maggior spazio nelle liste del Pd, come contraltare alle candidature dei radicali, non si è fatto proprio questo ragionamento…
Quello è un tipo di bilancino che non m’interessa.
Le manca una figura come Beniamino Andreatta?
Credo che manchi, in primo luogo, perché era una persona molto libera di testa. Non era un personaggio facile, per cui con lui c’era sempre un confronto critico sulle cose.
Rimpiange la sera in cui Michele Salvati disse a Romano Prodi “la guida potresti essere tu”?
No, sono stati anni faticosi ma intensi. Ho imparato moltissimo anch’io, perché sono sempre riuscita ad utilizzare le cose che osservavo stando vicino a lui.
“Le donne si prendano voce e spazio nel partito che verrà” scrisse durante le primarie del Pd. Questo sta avvenendo?
Il numero nelle liste mi sembra che sia aumentato, questo è già un passo.
Scendere al di sotto dell’attuale 16% di donne tra Camera e Senato era difficile…
Ero concettualmente contraria alle quote ma ho cambiato idea perché altrimenti la situazione non si sarebbe mia smossa. Un tentativo sicuramente c’è. È importante però che le donne non siano sempre confinate agli assessorati alle politiche sociali o all’istruzione ma che comincino a prendere le più diverse responsabilità.
Nel libro Insieme lei rivendica l’importanza di aver unito la tradizione social-democratica con quella del cattolicesimo sociale. Tramontato l’Ulivo quest’incrocio di percorsi diversi potrà tornare?
Una delle convinzioni che ha portato all’entrata in politica di mio marito era proprio quella di unire i riformismi italiani. Il welfare è stato una sperimentazione riuscita del mettere insieme queste diverse culture. Io credo che le esperienze non tramontino. Sui temi del sociale lo spirito dell’Ulivo, cioè l’incrocio di esperienze differenti, è ancora essenziale.
Quando suo marito ha dichiarato “non mi ricandido” lei cos’ha provato?
Era una scelta presa da tempo, avrebbe fatto lo stesso alla fine “naturale” della legislatura. Nel libro che citavi prima c’è un passaggio in cui lui dice: “Prima fatevi un mestiere, poi entrate in politica per poter tornare a quel mestiere”. Bisogna far politica pensando anche di poterne uscire, e lui non si è ripresentato anche per sottolineare il bisogno di nuove generazioni.
Non teme che possa tornare sui suoi passi?
Credo di no, per ora un po’di tregua dopo 15 anni di lavoro durissimo e senza soste.
Formalmente, oltre ad esser capo del governo, è ancora presidente del Pd…
Ma infatti non c’è nessun tipo di strappo. Il suo non è un discorso di abbandono o di contrapposizione a qualcosa, è un passaggio generazionale e la fine di un compito. L’interesse per la politica italiana e soprattutto internazionale, di cui si è sempre occupato, resterà.
Lei invece quali progetti ha?
Ho in testa un libro per ricostruire la memoria storica dei servizi sociali a Bologna, ripensando quello che sono stati gli anni ’70 anche da questo punto di vista. Adesso sono i trent’anni di tanti eventi. È del ‘78 la riforma sanitaria, la legge Basaglia, quella sull’inserimento dei disabili nelle scuole. C’è questo amarcord del periodo in cui è partita l’innovazione dei servizi in Italia.
Non tutti ricordano che il ’78, oltre il sequestro Moro, fu anche un anno di importanti riforme…
Gli anni ’70 in generale sono stati tante cose: gli anni del terrorismo, di crisi economica ma, per alcuni settori, furono un periodo di grande riformismo. Invece le trasmissioni in tv riportano solo le immagini drammatiche di quel decennio.
Per concludere, la speranza di vedere lei o suo marito a Palazzo d’Accursio è vana?
Lo escludo, per adesso ci riposiamo un po’. |
http://lastefani.it/settimanale/article.php?directory=080317&block=999&id=1
marzo 14 2008
Addio Prodi
Vanity Fair,
Dunque il Professore esce (con un sorriso tirato) dal palcoscenico della politica. Chiudendo simbolicamente la stagione delle due Italie, quella prodiana, quella berlusconiana, contrapposte anche nel colpo d’occhio di superficie oltre che nelle profondità del carattere, dei modi e dei mondi di riferimento dei due leader.
Quella contrapposizione divenne il tema principale della politica, il suo reagente e il suo fondale. C’era l’Italia dell’uno e dell’altro. Quella della Bologna prodiana e di quieta provincia italiana, con regole e segreti da rispettare, Università di tradizione, establishment bancari, centri studi, capitalismo temperato dalla dottrina sociale della Chiesa, statalismo coniugato al mercato e alle liberalizzazioni, un po’ di noia, niente consumismo, molta bicicletta. E quella della Brianza berlusconiana di edonismo arrembante e tv commerciale, del successo economico a tutti i costi, della religione del fare e dell’avere, dell’ insofferenza alle regole, prima di tutto quelle fiscali, del vitalismo che crea e che innova, dei molti sacrifici necessari, e dei condoni sempre ben accetti.
Due volte Prodi ha sfidato e sconfitto Berlusconi, nel 1996 e nel 2006. Due volte ha risanato i conti dell’Italia. Due volte ha avuto in cambio coalizioni litigiose, finendo trafitto dai suoi alleati peggiori, la prima volta Fausto Bertinotti, la seconda Clemente Mastella. Non ha retto ai ricatti miopi della politica. Alle piccole e grandi congiure che si nutrivano della sua vittoria per imbrigliarlo e sconfiggerlo. Ai mediocri alleati incapaci di immaginare che solo dentro al suo progetto, l’Ulivo e poi l’Unione, la sinistra radicale e il centrismo cattolico stavano vivendo l’ultima occasione per governare insieme. Ora si volta pagina. E presto anche il declino di Berlusconi seguirà. http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
febbraio 19 2008
La mia eredità
di Romano Prodi, La Stampa - Caro direttore,
l’editoriale di Luca Ricolfi, apparso ieri sul suo giornale, mi impone di intervenire in quanto - pur di sostenere le proprie tesi in vista della competizione elettorale - l’editorialista non si fa scrupolo di usare in modo strumentale e scorretto molte cifre che si riferiscono all’azione del mio governo. Per evitare ulteriori «incomprensioni», mi permetterà di far seguire a ogni considerazione «virgolettata» di Ricolfi, la valutazione ufficiale mia e del governo, confidando di evitare un successivo rimpallo di dichiarazioni.
«Lotta all’evasione. La cifra di (almeno) 20 miliardi recuperati è altamente controversa, ed è stata messa in dubbio da vari analisti e centri di studio indipendenti. Per il 2006, unico anno per il quale si dispone già di dati completi, non è nemmeno certo che esista un effetto-Visco (la mia migliore stima fornisce un recupero di evasione di appena 1,7 miliardi)».
La stima del recupero di evasione per oltre 20 miliardi di euro è robusta ed ampiamente documentata dai documenti ufficiali presentati dal governo al Parlamento. A sostegno della credibilità della stima è l’andamento dell’elasticità delle entrate tributarie al Pil.
Dal 2001 al 2005 è stata pari allo 0,75 per cento. Nel 2006 è stata pari al 2,6 per cento; nel 2007 è stimata all’1,6 per cento. È vero che nel corso del 2006 anche altre economie sviluppate hanno avuto un aumento dell’elasticità, tuttavia laddove essa è aumentata di più (Spagna), l’incremento è stato inferiore alla metà di quello raggiunto in Italia.
Più in dettaglio, l’imposta maggiormente sensibile alla lotta all’evasione è l’Iva da scambi interni, la quale ha un termine di confronto molto chiaro per misurare l’emersione di base imponibile: i consumi interni. A partire da maggio 2006, il gettito Iva da scambi interni è aumentato a tassi più che doppi rispetto alla crescita dei consumi interni. Anche nel 2007, il gettito Iva da scambi interni ha superato nettamente l’incremento dei consumi interni. In sintesi, è emersa senza alcun dubbio nuova base imponibile.
In ogni caso, la discussione sulla quantità di risorse recuperate non può offuscare un punto politico incontrovertibile, sottolineato innanzitutto nella letteratura economica: i condoni favoriscono l’evasione. I 20 condoni realizzati dal governo che ci ha preceduti hanno sicuramente determinato l’ampliamento dell’irregolarità fiscale. E non a caso, l’Italia ha ancora un procedimento in corso presso la Corte di Giustizia Europea per il condono Iva del 2003, proprio per l’effetto di tale condono sull’evasione e quindi sul gettito Iva per il Bilancio della Commissione Europea (alimentato dall’imposta raccolta nei Paesi membri). La discontinuità nella politica fiscale con il governo da me presieduto ha certamente innalzato la correttezza nel comportamento dei contribuenti.
«Quel che in compenso è certo è che il governo Prodi ha sempre tenuto basse le previsioni sulle entrate fiscali, e proprio grazie a questo artificio contabile ha fatto emergere i vari “tesoretti”». Innanzitutto, oltre che nell’extragettito non previsto, i risultati della lotta all’evasione sono presenti nel gettito previsto in conseguenza di precise misure di intervento contenute nel decreto di luglio 2006 e nella legge finanziaria per il 2007. La quantificazione di tali misure ha avuto il vaglio della Ragioneria Generale dello Stato e dei Servizi competenti di Camera e Senato. In particolare, il decreto del luglio 2006 conteneva misure antievasione quantificate in quasi 3 miliardi euro, mentre la legge finanziaria per il 2007 associava agli interventi antievasione quasi 6 miliardi di euro. In sintesi, quasi la metà degli oltre 20 miliardi di recupero di evasione sono frutto di un ventaglio di interventi dall’impatto finanziario ufficialmente previsto e «bollinato».
E comunque, a proposito di previsioni «tenute basse», va sottolineato che le previsioni devono soddisfare precisi criteri di contabilità pubblica. Il ministero dell’Economia e delle Finanze poteva incorporare nelle previsioni soltanto l’effetto di misure direttamente quantificabili. Il miglioramento della regolarità dei comportamenti è per definizione non quantificabile ex ante, in quanto dovuto al clima fiscale promosso dal governo: dalla credibile eliminazione dei condoni, al riavvio dell’attività dell’Agenzia delle Entrate, anche con iniziative esemplari su grandi evasori. I risultati del clima fiscale si misurano ex post, in particolare attraverso l’elasticità di specifiche imposte rispetto a specifiche basi imponibili.
Si aggiunga poi un’altra circostanza: per un Paese ancora fortemente indebitato come l’Italia mancare di prudenza con le previsioni finanziarie - come ad esempio capitò al governo Berlusconi nei Dpef 2003-2006 - può essere molto dannoso. Costruire quadri finanziari poco realistici significa esporsi al rischio di entrate più basse rispetto a quanto stimato e di spese pubbliche destinate a crescere, proprio a causa di una programmazione «lassista», ben più di quanto sia consentito dall’andamento dell’economia. Atteggiamenti prudenziali non solo sono giustificati, ma costituiscono la base onesta per una buona e corretta programmazione finanziaria.
«Uso dell’extragettito. Quale che sia l’origine del cosiddetto extragettito (gettito non previsto dal governo), è incontrovertibile che i contribuenti non hanno visto sgravi fiscali per 20 miliardi di euro (la lotta all’evasione fiscale non doveva servire a ridurre le tasse ai contribuenti onesti?). Essi hanno invece assistito, nel corso del 2007 a una sistematica opera di dissipazione del gettito non previsto. Visco metteva i soldini nel salvadanaio, i “ministri di spesa” lo rompevano tutte le volte che si accorgevano che era pieno (Dl 81, Dl 159, Finanziaria 2008)».
Se quello che scrive il professor Ricolfi fosse vero, nel 2007 avremmo dovuto assistere a un aumento delle spese di pari entità rispetto ai guadagni ottenuti in termini di gettito con la migliore crescita economica e con la lotta all’evasione. Ma così non è stato. Non abbiamo ancora i dati definitivi, ma le informazioni ufficiali a disposizione ci consentono di affermare che:
il disavanzo pubblico sarà con grande probabilità sotto il 2% del Pil, ben al di sotto del 2006 e degli anni precedenti;
il fabbisogno di cassa delle Amministrazioni Pubbliche potrebbe essere risultato nel 2007 «prossimo per l’intero anno a 38 miliardi, circa il 2,5% del Pil (il valore più basso degli ultimi quattro decenni)» (p. 28, Bollettino Economico Bankitalia, gennaio 2008);
Sulla base di elaborazioni dei dati Bankitalia resi noti l’11 febbraio 2008, l’andamento delle spese di cassa del bilancio statale riferito all’intero 2007 mostra rispetto al 2006 che le spese correnti al netto degli interessi passivi (questi ultimi aumentati tra il 2006 e il 2007 di circa 7 miliardi di euro) sono praticamente rimaste invariate in termini nominali (e quindi calate in termini reali di circa il 2%);
mentre le spese in conto capitale, così come tutti ci chiedevano, sono aumentate di poco più di 8 miliardi di euro; e, di conseguenza, che le spese totali al netto degli interessi sono aumentate del 2,1%, restando sostanzialmente invariate in termini reali. Ricordo solo che il tasso di crescita delle spese negli anni precedenti era ben superiore, quasi il doppio, di quanto realizzato dal mio governo.
Aggiungo anche che nei miei 20 mesi di governo l’aumento delle entrate e il controllo delle spese - a cominciare da quelle rientranti nei «costi della politica» - hanno consentito di ridurre il cuneo fiscale di cinque punti percentuali sulle imprese e sui lavoratori; di riformare l’imposta sulle imprese con un abbassamento dell’aliquota di cinque punti e mezzo; di introdurre semplificazioni e facilitazioni («forfettone») per le piccole imprese; di ridurre l’aliquota Irap, di abbassare la pressione fiscale sui redditi medio-bassi. Certo - ma ne sono orgoglioso - abbiamo aumentato le risorse destinate ai più poveri (pensionati e incapienti), ai precari (introduzione dell’indennità di maternità, dell’indennità malattie, migliori condizioni per le pensioni future, facilitazioni per il riscatto ai fini pensionistici della laurea), alle giovani coppie in affitto e l’elenco potrebbe continuare.
«Morale. Il governo Prodi consegna all’Italia una situazione nella quale non c’è più alcun extragettito da spendere e, se anche qualche risorsa dovesse mai spuntare fuori, verrebbe immediatamente bruciata per coprire i 7-8 miliardi di spese non messe in bilancio dalla Finanziaria 2008».
In sintesi, quando il governo che ho avuto l’onore di guidare si è insediato, l’Italia era ancora sotto la procedura per disavanzo eccessivo da parte dell’Unione Europea. Proprio in questi giorni il Commissario Almunia ha annunciato che dal prossimo aprile la procedura sarà cancellata. Al tempo stesso, spese pubbliche, evasione fiscale e disavanzo pubblico erano in forte crescita, il debito pubblico rispetto al Pil aveva ripreso a salire. Oggi siamo in una situazione nella quale le spese sono tornate nell’alveo delle necessità del risanamento, l’area dell’evasione fiscale è stata visibilmente ridotta, il disavanzo pubblico è solidamente sotto il 3% del Pil, il debito rispetto al Pil è nuovamente e significativamente in discesa. I grandi obiettivi del pareggio di bilancio e di un debito pubblico sotto il 100% del Pil non sono più dei miraggi, ma delle mete realistiche che è diventato possibile raggiungere negli anni a noi più prossimi. E si tratta di mete che la nuova situazione del bilancio consente di accompagnare alle misure, altrettanto necessarie, di riduzione del carico fiscale.
Come detto più volte, saranno i prossimi dati di consuntivo 2007 e la prossima Relazione unificata sull’economia e la finanza pubblica a certificare il buon andamento delle finanze pubbliche e a aggiornare le previsioni sul 2008. Mi limito solo a ricordare quanto da altri già scritto è cioè che il governo che verrà farà bene a preservare la buona eredità che noi lasciamo sia sul fronte dell’aumento del gettito da evasione sia della gestione delle spese pubbliche.
Mi scuso per la lunghezza della risposta e per l’elencazione di cifre, percentuali e dati economici. Ma credo si tratti di una precisazione doverosa al fine di evitare che tali e tante imprecisioni possano diventare strumento di mistificazione elettoralistica.
febbraio 17 2008
Prodi: l'Italia che vogliamo si può fare
Il discorso di Romano Prodi
Care democratiche e cari democratici
la pazienza, ecco un rimprovero che sovente ci rivolgono nel nostro
lavoro politico, come se la pazienza significasse mancanza di
volontà
. come se la pazienza non fosse la virtù più necessaria al
metodo democratico.
Questa frase non è mia. È di Alcide De Gasperi, del 20 novembre 1948.
Sessantanni fa. Essa mi sembra ancora adatta per oggi, anche se la
frenesia della campagna elettorale non si concilia facilmente con il
concetto di pazienza.
Credo invece che questo sia lapproccio giusto con il quale aprire
questa nostra importante assemblea.
Un approccio che dovremo conservare quando, dopo le elezioni, potremo
tornare alla guida del Paese.
Una pazienza che abbiamo esercitato nel perseguire il nostro obiettivo
fin dal 1995. Una pazienza messa alla prova in due esperienze di
governo.
Essa fa parte, intrinsecamente, del progetto e dellidea che ci hanno
unito, che ci hanno portato fin qui. Il progetto di una grande forza
di centrosinistra.
Una forza che fa appello alla maggioranza del nostro Paese.
Una forza che affronta con serietà, con uno spirito nuovo e con idee
nuove i problemi dellItalia: il Partito Democratico.
Il contributo di innovazione del Partito democratico nella politica
italiana è enorme: dalle primarie fino alla costruzione dal basso di
un vero partito, abbiamo introdotto una ventata di freschezza e di
novità che in Italia non si era mai vista.
Oggi sono qui di fianco a Walter e a tutti voi per rispondere alle
domande che la difficile realtà internazionale e la crisi del nostro
sistema politico ci pongono.
Abbiamo lavorato in questi anni per mettere insieme culture politiche
che affondano le loro radici in una storia diversa ma che fanno
riferimento ad un terreno comune: quello del riformismo.
Il nostro è un riformismo che affonda le proprie radici nella pace e
nellEuropa. UnEuropa unita che non si esaurisce certo nel rispetto
dei parametri di Maastricht.
Essere europei significa infatti lavorare per una democrazia matura,
una democrazia dellalternanza. Una democrazia in cui autorità non
significa autoritarismo, ma capacità e potere di prendere le
necessarie decisioni.
Una democrazia in cui le nuove generazioni si possano riconoscere
nelle maestà della legge come nellesempio dei genitori, degli
insegnanti e dei politici che ci rappresentano.
Una democrazia che trova la propria forza soprattutto
nellinterpretare il nuovo e nel costruire il futuro.
Questa democrazia e questo riformismo ci orientano e ci guidano anche
nelle scelte economiche, che oggi debbono fare fronte alle sfide della
globalizzazione e di una nuova concorrenza.
Queste sono sfide che si vincono solo col cambiamento che, nella
società italiana significa rompere le incrostazioni e i privilegi che
da tempo ne hanno impedito progresso, sviluppo ed equità.
Il nostro riformismo si fonda perciò sulla ricerca del nuovo e sulla
promozione del cambiamento, per riprendere con vigore la via della
crescita economica e sociale del Paese.
Noi tutti abbiamo il dovere di non voltarci indietro di fronte alle
nuove sfide nazionali e internazionali.
Un dovere che chiama in gioco la politica, le istituzioni, le comunità
locali e i singoli cittadini.
Il nostro riformismo deve essere quindi proiettato verso il futuro, ma
non può non fondarsi sulle grandi virtù della libertà, della
tolleranza, del dialogo e del confronto, virtù che rappresentano i
punti più alti della nostra storia e della nostra memoria.
E queste virtù debbono guidare tutti i comportamenti individuali e
collettivi della nostra società a partire dal delicato rapporto fra
cattolici e laici.
Chi, come me, si è formato nel clima del Concilio Vaticano II, dava
per superata, per quasi risolta la questione della laicità.
Vedo invece riemergere il conflitto sulla laicità con forza, quasi con
violenza.
È importante interrogarsi sul perché, senza schematismi o
strumentalizzazioni.
E soprattutto è necessario rivisitare in profondità il rapporto tra
una costruzione statale ormai secolarizzata e lemergere di nuovi
fenomeni religiosi.
Non ci sono solo gli integralismi, vi sono anche nuove autentiche
domande e inedite sfide etiche che meritano nuove risposte.
In Italia troppo spesso crediamo di essere di fronte a un problema non
componibile. Ad uno scontro inevitabile.
Noi non siamo allinizio della storia: ancora di recente il tema è
stato affrontato positivamente, anche a livello europeo.
Il Trattato di Lisbona ha riconfermato integralmente il precedente
articolo 52 del Trattato Costituzionale europeo: uno dei testi più
avanzati in tema di dialogo aperto, trasparente e regolare tra le
comunità religiose, gli Stati e lUnione.
In esso lEuropa riconosce per la prima volta lidentità e il
contributo specifico delle chiese e delle comunità religiose.
Ho lavorato molto, insieme a Giuliano Amato, perché quellarticolo
fosse scritto e approvato.
Lho voluto perché ero e sono convinto della necessità di riconoscere
uno spazio pubblico alla dimensione religiosa.
Perché ero e sono convinto che la laicità sia un luogo di
comunicazione positivo tra diverse tradizioni spirituali e la Nazione.
Perché ero e sono convinto che il rapporto tra lo Stato e le comunità
religiose debba essere improntato al dialogo e non a una neutralità
negativa o alla reciproca indifferenza.
Questa è la mia laicità.
Allora mi chiedo perché, da più parti, in questi anni si è generato e
si continua ad alimentare un clima di scontro tra laici e cattolici,
evocando fantasmi del passato, quando la nostra strada, il nostro
futuro è quello di essere necessariamente e positivamente assieme. Non
ho risposta. So solo che ormai da alcuni anni si procede nella
direzione sbagliata.
Assisto infatti, con tanta preoccupazione, al moltiplicarsi di
atteggiamenti negativi, che occupano entrambi gli schieramenti
politici.
Da una parte si fa strada la strategia dellelogio e dellossequio
acritico e formale alle autorità religiose.
Dallaltra vedo la volontà di non affrontare i problemi che dividono
la nostra società, solo per non pagarne il costo politico.
Né luna né laltra scelta consentono una convivenza matura tra laici
e cattolici.
Anzi, sia luna che laltra contengono di fatto la volontà di rendere
irrilevante il contributo di una ispirazione religiosa, del quale
contributo anche lo sviluppo della laicità ha bisogno.
Unità, laicità, modernità. Da questi concetti siamo partiti per
disegnare lItalia che vogliamo.
Oggi, questo disegno è ancora abbozzato, troppo lontano dal quadro
originale che avevamo in mente.
Ci troviamo ancora a combattere con uno scarso dinamismo della nostra
società. Una società dove, colpevolmente, manca ancora una seria
cultura che premi le capacità, dove il corporativismo è sempre
presente, dove pochi vogliono rischiare.
Non dimentichiamo però che le nostre potenzialità sono enormi: noi
rappresentiamo una delle principali forze delloccidente.
Non ci aspetta un ineluttabile destino di declino, come molti hanno
sciaguratamente scritto.
I nostri prodotti sono presenti su tutti i mercati del mondo e, anzi,
in questo ultimo anno, questa presenza è aumentata in maniera
significativa.
Noi dobbiamo saper mettere a punto le nostre potenzialità. E lo
possiamo fare grazie alle straordinarie risorse che lItalia ci offre:
eccellenze in campo produttivo, tecnologico, artistico, ambientale,
culturale.
E soprattutto risorse umane, donne, uomini, giovani a cui dobbiamo
solo fornire gli strumenti per costruire unItalia migliore e più
moderna.
Già due volte gli italiani hanno scelto di affidarsi a noi per
affrontare e vincere queste sfide.
Abbiamo vinto le elezioni nel 1996 e, di nuovo, dieci anni dopo,
abbiamo vinto nel 2006.
In entrambe le occasioni non abbiamo sconfitto solo lo schieramento e
il candidato che si opponeva a noi.
Abbiamo sconfitto un modo inaccettabile di intendere la politica, di
intendere il rapporto tra governanti e cittadini, tra democrazia e
informazione.
Abbiamo combattuto e sconfitto una politica di isolamento in Europa,
una linea di politica estera che era ed è lontana dal nostro concetto
di pace.
Per questo motivo siamo tornati a casa dallIRAQ.
Per due volte abbiamo vinto.
Ma questo non è bastato a risolvere i nostri problemi.
Oggi, però, sono più sereno di qualche anno fa.
Lo sono perché, oltre alla forza del progetto, abbiamo lenergia che
ci viene dallaver costruito un soggetto politico.
Il Partito Democratico. E se oggi siamo qui tutti uniti molto dobbiamo
al contributo e alla generosità di Piero Fassino e Francesco Rutelli.
Noi, del Partito Democratico, siamo una forza che ha lambizione e le
carte in regola per governare bene questo Paese.
La responsabilità di governare noi democratici (ed io in particolare)
labbiamo assunta tutta, fino in fondo, fino alla fine.
Credo però che limportanza della funzione di governo e la grandezza
della responsabilità che esso comporta sia oggi presente più nella
società, tra i cittadini, che nel comportamento di una parte della
classe politica. Noi abbiamo perciò il dovere di raccogliere questa
domanda di governo e questa consapevolezza della nostra società.
Bisogna tornare al significato vero della parola politica; che
significa agire per cambiare le cose.
È unidea che Walter ed io abbiamo portato avanti fin dai tempi del
pullman e che è proseguita fino alle primarie: quelle del 2005 e
quelle del 2007. E voi tutti, qui, ne siete testimoni. Proprio per
questa convinzione credo che il Partito Democratico sia levoluzione
dello spirito originario dellUlivo.
Se traccio un bilancio di questi ultimi due anni di governo, vedo
benissimo le difficoltà e le contraddizioni di fronte alle quali ci
siamo trovati, gli interessi costituiti che si sono opposti alla
nostra azione.
Gli interessi di quelle imprese e di quelle categorie che vogliono
operare al riparo della concorrenza, di quella finanza che pretende di
farsi guida e sostituirsi alleconomia reale.
Gli interessi di chi pensa che il cambiamento e i sacrifici siano
utili, solo se ad affrontarli sono gli altri.
E abbiamo anche dovuto affrontare la difficoltà di rompere la barriera
tra chi è dentro i sistemi di tutela e chi ne è fuori.
Abbiamo combattuto contro una cultura che legittima e incoraggia
levasione fiscale.
Abbiamo infine combattuto quegli interessi clientelari e mafiosi che
imprigionano e negano il futuro del nostro Mezzogiorno.
Tutti questi interessi traggono forza dalla debolezza del sistema
politico. E la nostra debolezza che li fa diventare poteri forti.
In questi anni, attaccando il governo di centrosinistra è stata
attaccata soprattutto lidea di cambiamento.
Un cambiamento che, dobbiamo ammetterlo, non siamo stati in grado di
esprimere compiutamente, per le difficoltà e gli ostacoli che tutti
conosciamo.
A causa, in primo luogo, dellorribile legge elettorale imposta dal
centrodestra alla vigilia delle elezioni del 2006 per colpire lUnione
e impedirci di vincere con ampia maggioranza.
Mi sento quindi di rivendicare con forza lazione del nostro governo.
Ci siamo sempre mossi in coerenza con il nostro progetto.
Abbiamo portato avanti una precisa linea politica.
Insieme al necessario e indispensabile risanamento abbiamo fatto
crescere il Paese.
Sul piano internazionale, dal Libano al Kossovo, allAfghanistan,
abbiamo assunto tutte le responsabilità che competono a un grande
paese come lItalia. Ai nostri soldati che per questo hanno dato la
vita rivolgo un omaggio commosso.
Con la crescita, abbiamo iniziato a ridurre le disuguaglianze e le
disparità che nei precedenti cinque anni si erano accentuate in modo
intollerabile.
E motivo di profondo orgoglio essere riusciti, nel momento stesso in
cui risanavamo i conti dello Stato, a redistribuire un punto
percentuale di Pil (15 miliardi di Euro) alle fasce più deboli della
società.
Una redistribuzione resa possibile da quei successi nella lotta
allevasione fiscale e nella diminuzione della spesa pubblica, che ci
vengono oggi finalmente riconosciuti da tutti, a partire dallUnione
Europea.
Quando parlo di redistribuzione, mi riferisco allaumento delle
pensioni basse, allassegno per i più poveri e, ancora, agli
interventi sulla casa, con gli sgravi per lIci e per gli affitti.
E certo si inseriscono nel solco di questa missione di sostegno alla
crescita, gli sgravi alle imprese per ridurne i costi e aumentarne la
capacità di innovare e di creare occupazione.
E laumento della nostra dotazione di infrastrutture, alimentate da
risorse reali e non inventate.
E, ancora, lintervento serio sui costi della politica con il taglio
di spese e privilegi.
E la vera lotta alla precarietà, portata avanti favorendo una
flessibilità positiva, con vantaggi per chi assume lavoratori con
contratti a tempo indeterminato.
E, infine, i provvedimenti per la sicurezza sul lavoro e per
lemersione del lavoro nero (190.000 lavoratori edili emersi dalla
schiavitù del lavoro nero).
Non spetta certo a me dare dei voti su quanto abbiamo fatto.
Tuttavia in serena coscienza posso dire che nelle condizione date,
siamo stati bravi. Forse, molto bravi.
Certo siamo rimasti sotto il livello delle aspettative che il Paese
aveva verso di noi.
Questo perché il nostro progetto era un progetto di legislatura e il
nostro percorso è stato interrotto ad un terzo del cammino.
Con queste nuove elezioni siamo chiamati a riprenderlo con vigore e a
rilanciarlo in forme nuove.
Da parte mia ho già annunciato che non mi ricandiderò al Parlamento.
Lo faccio perché ritengo di avere compiutamente svolto il compito che
mi ero proposto. Lo faccio perché anche voi in piena libertà possiate
svolgere il vostro compito. Lo faccio perché la buona politica esige
il rinnovamento. Il rinnovamento delle persone e delle generazioni.
Ma nel nostro Partito Democratico io ci sarò ancora. Sarò ancora con
voi, sarò ancora insieme a voi.
Care democratiche, Cari democratici,
Abbiamo pagato in questi anni la frammentazione e limmaturità di
quella che Arturo Parisi chiama democrazia governante.
Ma la lezione di questi ultimi anni è che, per riformare il sistema
politico, non ci si può affidare alla sola ingegneria istituzionale.
La soluzione può venire soltanto dalla politica.
E per questo che, vissuta lesperienza di questa legislatura, abbiamo
scelto di costruire un soggetto forte e unito: il Partito Democratico.
Un Partito Democratico per superare le divisioni che hanno lacerato
lItalia.
Un Partito Democratico per unire e guidare i riformisti italiani.
Un Partito Democratico che è il compimento del progetto che Walter ed
io lanciammo con lUlivo.
Per tutto questo, insieme a tutti voi, anchio oggi vi dico che
LItalia che vogliamo (caro Walter) si può fare.
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febbraio 14 2008
Il partito dell'antiprodismo
Poco importano le identità politiche, poco importano la cultura, le idee e la collocazione internazionale del partito. Tutto svanisce di fronte all'egemonia che Silvio Berlusconi esercita sulla destra italiana. Perché tutto quello che conta è battere la sinistra, tutto il resto è secondario. E allora, non appena le elezioni si profilano all'orizzonte, si dissolve ogni polemica, sparisce ogni ambizione di collocare An dentro una cultura politica internazionale, evapora ogni smania di leadership per Gianfranco Fini e i suoi.
Piero Ignazi è un profondo conoscitore della destra italiana; per anni l'ha studiata, raccontata e descritta in libri che, pubblicati per Il Mulino, hanno titoli come Postfascisti? La trasformazione del Movimento sociale in Alleanza nazionale (1994), Il polo escluso. Profilo storico del Movimento Sociale Italiano (1998), L'estrema destra in Europa (2000). Oggi, guardando ad An, Ignazi guarda all'altalena dei rapporti tra Fini e Berlusconi, dalle ambizioni di guidare il centrodestra, alle esigenze maggioritarie, fino al momento in cui non si è delineata, concreta e reale, la possibilità di nuove elezioni, e allora tutti sono tornati sotto l'ombrello del Cavaliere.
“Nel breve periodo – spiega Ignazi – nessuno si sente in grado di contrastare la leadership di Berlusconi. Non si tratta soltanto dei mezzi di comunicazione, Berlusconi esercita una sorta di egemonia politica per cui gli altri attori del centrodestra sono rimasti spiazzati da queste elezioni anticipate, perché non ha dato loro il tempo per preparare una strategia alternativa alla sua leadership, al suo dominio”.
Se tutti, a destra, volevano tornare a votare, forse i tempi sono stati troppo rapidi, per tutti tranne che per Forza Italia. E così, se Gianfranco Fini avesse mai nutrito il progetto di presentarsi alle elezioni come candidato premier per il centrodestra, il sogno è costretto a rimanere nel cassetto dei progetti futuri, perché la tattica, al momento, impone altre scelte.
Professore, ogni velleità dimostrata da Gianfranco Fini di promuovere un rinnovamento ai vertici del centrodestra sembra, almeno per il momento, accantonata.
Fini non ha fatto altro che oscillare tra l'andare dietro a Berlusconi e cercare di mostrare un suo profilo autonomo. Ancora continua a oscillare tra queste due posizioni. Ora è la volta in cui va dietro al presidente di Forza Italia. Ovviamente non tutti all'interno di An condividono questa strategia, però ognuno si rende conto che di fronte al beneficio che porta il Cavaliere, e cioè un posto al governo, ogni alternativa risulta sminuita, debole, priva di fascino”.
Fini ha dunque abbandonato ogni ambizione per la guida del centrodestra?
Io credo che Fini speri di poter tornare all'ipotesi che negli ultimi tempi ha visto tramontare e che ora potrebbe sembrare più vicina: un partito unico per il centrodestra in cui, un giorno o l'altro potrebbe ambire alla leadership. Però, da un momento all'altro, possono sempre spuntare fuori dal cappello le Brambilla di turno, che nel frattempo è rientrata a ricoprire quel ruolo marginale che compete a una mezza figura. Il gioco di Fini è rischioso, ma l'alternativa era quella di un confronto duro interno al centrodestra per portare Alleanza Nazionale a un probabile massacro elettorale e ad eventuali perdite di dirigenti e politici di vertice; non dimentichiamo, infatti, che Berlusconi ha suoi uomini dentro tutti i partiti della vecchia coalizione, la scelta di Giovanardi, ad esempio, non ha sorpreso nessuno.
Lei ha parlato di correnti che si oppongono all'interno di An. Questa continua dipendenza da Berlusconi può generare qualche frattura nel partito?
Il fatto è che tutto questo avviene in un momento in cui si tende a un obiettivo che non è affatto l'identità del partito, ma è la vittoria elettorale. Se la vittoria elettorale, che in questo caso coincide con il governo, è raggiungibile con un'alleanza con Forza Italia, con il Partito delle Libertà o con una lista unica, è chiaro che tutto il resto diventa poco rilevante. L'incombenza delle elezioni cambia tutto: non credo proprio che in Alleanza Nazionale possano esserci grandi dissensi verso un'alleanza nel nome del Cavaliere.
Fuori invece dalle segreterie dei partiti che succede? Gli elettori di destra cosa pensano di questa sorta di subordinazione?
Bene, benissimo, sono contenti, felici. L'elettore di destra è fortemente ideologico, molto più di quello di sinistra, e il suo obiettivo è solo uno: mettere al tappeto la sinistra.
Niente è paragonabile all'odio che a destra si nutre verso la parte opposta, e in particolare verso Prodi. In confronto all'antiprodismo di militanti ed elettori della CdL, l'antiberlusconismo è una cosa che fa ridere. All'elettorato di destra va bene tutto, pur di ricacciare all'opposizione quelli che fanno pagare le tasse.
Però la Destra di Storace si presenta da sola, ci tiene a mostrare una identità distinta da Alleanza Nazionale.
Ma sono cose marginali, al limite del folkloristico.
Quali sono i riferimenti culturali e intellettuali della destra italiana?
I riferimenti che hanno li devono nascondere, il loro retaggio culturale non può essere sbandierato, anche perché è un'eredità che, all'interno di Alleanza Nazionale, si assottiglia sempre di più. La realtà è che uno specifico culturale del partito non esiste. Il lavoro grosso era quello di sganciarsi dal passato, detto questo si possono rintracciare alcune fascinazioni per il conservatorismo americano, per il neogollismo francese. Però si tratta di attrazioni politico-ideali ricorrenti, che si ripetono in molte destre in giro per il mondo; precisi e saldi riferimenti culturali non esistono. Del resto l'isolamento internazionale di An è una realtà.
Una coalizione è il frutto di identità che si incontrano e si contaminano. Non c'è una cultura politica, una lettura della politica, di cui An si fa portavoce e promotore dentro l'alleanza elettorale?
Il problema è proprio questo: qual è lo specifico della destra? Esiste ancora, in termini di cultura politica, uno specifico di Alleanza Nazionale? Questo è il punto di fondo.
Fino a poco tempo fa la peculiarità che An voleva dimostrare era in un senso dello Stato diverso da Berlusconi, qui risiedeva un punto cruciale di differenza. Ora però è difficile sostenere che questo sia ancora valido, considerando il fatto che An ha sempre accettato e approvato tutto quanto venisse portato dentro la coalizione con il consenso di Forza Italia, ivi compresa la proposta di federalizzazione e il modello di riforma istituzionale che è poi stato bocciato dal referendum. Il contributo della destra all'interno del centrodestra è quindi culturalmente irrilevante, perché il dominio è dato dalla vulgata liberal populista di Berlusconi.http://www.caffeeuropa.it/index.php?id=10,109
Piero Ignazi con Mauro Buonocore
febbraio 10 2008
Lettera a Romano Prodi -
di Franca Rame - dawww.francarame.it
Gentile presidente Prodi,
mi scusi se la disturbo, ma non posso farne a meno: ho una domanda da porLe che riguarda un grosso problema morale a cui La prego cortesemente di rispondere. Sono giorni che con grande malessere e malinconia, mi ritrovo a ragionare da sola sul susseguirsi degli avvenimenti, cercando di ricostruire come si sia arrivati a questa catastrofica situazione.
Per capirci qualcosa dobbiamo partire dall'inizio della storia, rivederci i passi salienti della XV legislatura. Ricordo in quanti siamo andati alle urne sentendo il
dovere di allontanare il rischio di un nuovo governo Berlusconi, e con lui tutte le sue leggi vergogna e il rosario di sciagure che ci ha imposto a proprio vantaggio.
RitenendoLa persona onesta leale e capace, gli elettori confidavano nella realizzazione di almeno una buona parte delle 280 pagine del programma dell'Unione, dove già a pagina 18 si parla di conflitto d'interessi.
Questa non era una vaga promessa ma un impegno sacrosanto che si assumeva coi Suoi elettori. Un impegno ribadito con forza subito dopo la vittoria elettorale, e prima di vestire la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri.
Ne è passato del tempo, quasi due anni, ma di questo programma solo una parte ha visto la luce. Oltretutto, sui problemi più scottanti non si è neppure iniziato un dibattito, anzi si sono accantonati come si fa con i quesiti fastidiosi. Come mai?
Da cosa è stato causato questo "accantonamento" dei molti problemi?
Io mi rifiuto assolutamente di ritenerLa un giocoliere da Porta a Porta, che fa contratti con gli italiani e poi se la ride alle loro spalle. Temo piuttosto che Lei non abbia potuto tener fede al Suo programma perché a qualcuno della coalizione di sinistra o, meglio, sinistra-centrodestra non andava bene.
Il Suo torto Presidente, mi permetta l'ardire e mi scusi, è stato quello di non denunciare subito, pubblicamente, le difficoltà in cui si veniva a trovare, a costo di recarsi in televisione e, a reti unificate, svelare la situazione, con un discorso tipo questo: "Mi rivolgo a voi, cittadini democratici che mi avete eletto vostro Presidente certi che avrei mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale. Promesse che era mia profonda intenzione attuare, ma purtroppo mi è stato impedito. Sto a Palazzo Chigi, sì, ma in una condizione che ben si potrebbe definire di "libertà limitata". I miei custodi sono coloro che non gradisconocambiamenti sostanziali. Essi anelano piuttosto a poltrone, privilegi e affari. Ecco i nomi: ..." e doveva fare veramente i nomi, caro Presidente!
Credo che Lei, Presidente, più di una volta abbia pensato veramente di dar fiato a questa denuncia, ma il senso di responsabilità e il timore per un futuro negativo per il Paese glieLo hanno impedito.
Però a questo punto, Lei non se ne può andare con un indice di gradimento che non si merita, come non merita che si provino sfiducia e senso d'ironia verso la Sua persona. Quante volte è stato insultato, disprezzato e profondamente offeso?
No, non può andarsene così, tra i lazzi di tanti rozzi-cafoni che ahimè ci accompagneranno negli anni futuri. La rispetto troppo per accettarlo.
Caro Presidente, lei ha il dovere, l'obbligo di riacquistare la credibilità e la considerazione che si merita. C'è una sola strada da percorrere, anche se faticosa. Ma lo deve al Paese: fuori i nomi di chi Le ha impedito di portare a termine gli obiettivi prefissati e soprattutto le subdole scantonate ricattatorie con le quali è stato indotto ad affossare le parti essenziali del programma.
E' indispensabile che i Suoi elettori siano consci d'ogni pressione alla quale ha dovuto adattarsi e cedere. Dobbiamo sapere quali sono gli onorevoli che, sia in
Parlamento che al Governo hanno materialmente fatto opposizione alla realizzazione di misure fondamentali per il cambiamento del nostro Paese.
È un diritto che ci spetta. E Lei, professor Prodi, questo atto ce lo deve. Non solo per onorare la nostra lealtà ma anche la Sua. Il suo silenzio è sicuramente un gesto di fairplay nei confronti dei suoi avversari, ma in questo modo ci lascia nelle loro mani!
Chi Le ha imposto quel numero spropositato di sottosegretari, ministri con portafoglio e senza portafoglio? Chi si è opposto all'abbattimento dei costi della politica? Chi ha bloccato, nei fatti, la più severa applicazione della riforma in materia di sicurezza sul lavoro? Chi sono le persone che hanno vanificato la realizzazione dei DICO?
Chi ha voluto la vergogna dell'indulto di tre anni? Chi le ha tirato la giacchetta per tentare di portare a termine una legge-bavaglio sulle intercettazioni?
Chi ha voluto il commissario De Gennaro a Napoli, il super-poliziotto di buona memoria alcuna in materia di gestione dei rifiuti? Chi si è messo di traverso per bloccare la tassazione delle rendite finanziarie? Chi ha impedito un serio confronto sulle missioni all'estero? E sulla base di Vicenza? Chi Le ha fatto ingoiare l'accettazione di quel impegno capestro?
Tutte scelte soltanto Sue? Ma chi ci può credere?!
Come diceva Socrate: "Solo rovesciando la tunica lisa si può leggere con chiarezza la storia di chi l'indossava." Quindi sarebbe davvero utile che Lei spiegasse
pubblicamente a tutti i cittadini italiani le vere ragioni che hanno portato prima al giornaliero logoramento e poi alla caduta del Governo da Lei presieduto.
Non può tacere i motivi veri della crisi, altrimenti permetterebbe che coloro che hanno deliberatamente affossato il Suo Esecutivo, possano tranquillamente
continuare ad abbattere qualsiasi tentativo serio di modificare la situazione di grave deterioramento, politico, economico e sociale, del nostro Paese.
E non mi riferisco soltanto a responsabilità dell'opposizione ben organizzata (questo è il mestiere del polo conservatore!) ma piuttosto al tradimento messo in
atto da elementi di governo in combutta con ambigui faccendieri.
Se non si assume, una volta per tutte, il coraggio politico di fare chiarezza, ci troveremo come sempre a roteare nel cerchio dell'ignavia, dal quale non si uscirà
mai. Le avvisaglie di questo torbido clima, che alla fine ci ha portato alla débâcle, ci erano apparse palesi fin dall'inizio di questa Legislatura: dal primo giorno in
Senato, quando dovevamo eleggerne il Presidente.
Si ricorda le tre votazioni andate a vuoto? Tre votazioni! Per tre volte i Suoi senatori, sbagliavano il nome o il cognome: Franco Marini (il prescelto) con Ignazio Marino con l'aggiunta di schede bianche. Insomma, i numeri non c'erano. La seduta è finita a tarda notte senza nulla di fatto.
Quando "novella senatrice" chiedevo: "Ma che sta succedendo? Come può accadere che sbaglino? Non è difficile!" mi si rispondeva: "Qualcuno della nostra
coalizione manda messaggi: richieste rivolte al Presidente del Consiglio. Vogliono qualcosa, stanno bussando e attendono risposta come a tre sette! Finché non l'avranno ottenuta, niente Presidente!" "Ho capito! - ho esclamato - E' un gioco al ricatto! Mio Dio, ma dove sono capitata?! E' questa la politica?"
Se tanto mi dà tanto mi domandavo: quante telefonate in codice avrà ricevuto, Presidente, e pressioni, e messaggi: "Io do, tu mi dai. noi ti appoggiamo, tu ci favorisci. Quanti sottosegretari sei disposto a sistemarci? Quanti ministeri? Quali favori?" Insomma, la solita danza da pochade con porte, portoni e portali che si aprono e chiudono in tempo e contrattempo. Temo che tutto quanto è successo sotto i miei occhi da neofita stupita, in questi 23 mesi si sia ripetuto a
tormentone: "O mi favorisci o mi astengo e tu inciampi e vai giù piatto a terra".
La partita è chiusa, d'accordo. E che facciamo? Ce ne andiamo mesti per non aver reagito con solerzia all'andazzo del prender tempo nella speranza d'arrangiare ogni situazione?
Io non credo si possa rimontare da sotterrati. So che è duro, ma questo è il tempo di non accettare supinamente, senza un moto di orgoglio, d'esser gettati nella discarica dei refuses politici e soprattutto è ora di denunciare le responsabilità di chi all'interno della coalizione ha remato contro, trascinando il Paese a questa rovina, evitando di incolpare la malasorte che sghignazza sempre nell'angolo basso della storia.
Ora è "solo" Presidente. E' il Suo momento. Lei deve finalmente parlare. Deve dare una risposta decisa alla domanda che in tanti Le poniamo: "Perché non ha reagito alle imposizioni ricattatorie da subito. perché non si è impegnato con tutte le sue forze e sul conflitto d'interessi e sulle leggi vergogna?" Attendiamo in TANTI una risposta.
Con stima
Roma, 8 febbraio 2008
Nel 2007 una ripresa delle presenze tedesche in Italia
Nonostante la catastrofe che, se non ci fossero di mezzo milioni di euro dei contribuenti, avrebbe del ridicolo del portale italia.it, nonostante le notizie da Napoli e da Roma, nonostante una sempre latente antipatia dell'opnione pubblica tedesca nei confronti dell'Italia, sembra che il settore del turismo italiano si stia riprendendo dalla caduta libera in cui si era precipitato nell'ultim decennio.
Le cifre diffuse in questi giorni dalla Fondazione BAT-Deutschland (British American Tobacco), sembrano infatti riportare un po' di ottimismo in un settore fondamentale dell'economia italiana.
Secondo quanto evidenziato dallo studio della fondazione sul comportamento dei turisti tedeschi lungo tutto il 2007, l'Italia ha guadagnato molti punti, ritornando dopo quasi trent'anni al primo posto delle preferenze teutoniche.
Turisti tedeschi tra Italia e Spagna
Se nel 1999 un tedesco su sei trascorreva le vacanze in Spagna, nel 2007 le quote della penisola iberica sono cadute al livello del 1980, con una perdita di oltre il 7%. Le cifre della Spagna sono esattamente inverse rispetto a quelle dell'Italia, che sta ritornando vicina ai livelli degli anni d'oro del turismo tedesco nel nostro Paese.
Proprio all'inizio degli anni '80 era cominciata l'ascesa della Spagna (nel 1980 il 9,9% dei tedeschi aveva trascorso le vacanze nel Belpaese contro il 9,2% che era stato nella penisola Iberica), che era poi arrivata a toccare punte del 17%. Di contro sempre meno tedeschi venivano in Italia (nel 2005 erano solo il 7,7%).
Le cifre del 2007 parlano di un 10,1% per l'Italia, una cifra che farebbe ben sperare per il futuro, se proprio in questi primi giorni del 2008 non ci fosse stato il disastro di Napoli, che ha spinto addirittura la regione Veneto a finanziare una campagna pubblicitaria studiata apposta per la Germania, per spiegare al turista tedesco che il Veneto non è Napoli.
I dati mostrano una caduta di presenze tedesche a sud del Brennero a seguito dell'11 settembre, un calo che è durato fino al 2006, quando è ricominciata, timidamente la risalita.
I tedeschi non amano l'Italia di Berlusconi
Forse frutto dell'11 settembre, forse frutto del caso, o forse frutto di una riuscita enorme campagna mediatica, rimane però innegabile che il tracollo della presenza tedesca nel nostro Paese si è registrato negli anni della seconda legislatura Berlusconi.
Questa constatazione potrebbe valere più di quello che a prima vista si pensa, se non si vuole credere al caso, ma si vuole provare a cercarne i motivi nella testa della gente. Giusto o sbagliato che sia, Berlusconi è stato dipinto all'estero, unanimemente e universalmente, come un faccendiere dalla quantomeno dubbia moralità (e giudizi così miti nei suoi confronti i media tedeschi ne hanno espressi pochi). L'immagine che è passata qui in Germania era di un delinquente al potere, un affarista che rubava, contrattava con la mafia, usava le televisioni per fare il lavaggio del cervello alla gente. Durante il lustro Berlusconiano si è parlato molto di Italia qui in Germania e, non sempre ma quasi, se ne è parlato male.
Due fatti hanno a mio avviso contribuito più di altri a far passare nella gente un'immagine completamente negativa del capo di Forza Italia: il G8 di Genova e l'invettiva contro il socialdemocratico tedesco Schulz nel discorso inaugurale del semestre di presidenza italiana della Comunità Europea.
Il tedesco medio, anche quello di orientamento politico conservatore, ha sviluppato così nel migliore dei casi una insofferenza malcelata nei confronti dell'allora capo del governo italiano, visto poi come il rappresentante di un popolo che lo aveva democraticamente eletto. L'antipatia verso Berlusconi in molti casi si è estesa, per osmosi, al Paese intero.
Se queste sono considerazioni personali certamente altamente discutibili e opinabili, credo invece che sui due prossimi punti il margine di critica sia più ridotto. Ritornando allo studio della Fondazione BAT, si nota come la scala dei fattori presi in considerazione per la scelta della meta delle vacanze sia:
- Gastfreundschaft [Ospitalità]
- Gemütlichkeit [Comodità - anche se in realtà la parola è quasi intraducibile]
- Schöne Landschaft [Paesaggio]
- Gesundes Klima [Clima sano]
- Sicherheit [Sicurezza]
- Sauberkeit [Pulizia]
- Gute Küche [Buona cucina]
- Kontaktmöglichkeiten [Possibilità di intessere contatti]
- Keine Sprachprobleme [Assenza di barriere linguistiche]
- Stimmiges Preis-Leistungs-Verhältnis [Buon rapporto qualità-prezzo]
Alcuni di questi fattori (paesaggio, clima, buona cucina...) sono quasi completamente al riparo dall'azione dei governi, altri, invece, risentono molto della politica e dell'immagine che di essa si dà.
Per un turista che dà molta importanza alla sicurezza non è stato certo incoraggiante lo spettacolo di Genova e neppure la dichiarazione dell'ex ministro Lunardi che con la Mafia bisognava conviverci.
Per chi è interessato al rapporto qualità-prezzo (e pochi popoli lo sono quanto i tedeschi), non ha sicuramente avuto un impatto positivo l'immagine, propagata nei mezzi di comunicazione di ogni ordine e grado, di un'Italia affossata dal debito pubblico, sgridata dall'Europa ad ogni pié sospinto e mandata avanti da mille condoni conditi con la depenalizzazione della frode fiscale. Chi ancora passava le alpi per trascorrere le vacanze in Italia tornava in Germania raccontando sempre più spesso di ombrelloni pagati a peso d'oro. E spesso in nero.
In quest'ottica, a me sembra non troppo azzardato affermare che la figura di Berlusconi e l'immagine che nel mondo è stata propagata sul suo operato abbiano giocato un ruolo non trascurabile nell'orientare le scelte vacanziere degli stranieri e soprattutto dei tedeschi.
A livello culturale va poi anche registrato che proprio sotto il governo Berlusconi gli istituti di cultura sono passati sotto il controllo diretto del ministero degli affari esteri, trasformandosi in vetrine spesso squallide e ridicole fatte per esporre direttori di terza o quarta mano (il glorioso istituto di cultura di Monaco ne è un esempio troppo tristemente famoso). Inoltre proprio per questi istituti sono stati tagliati i fondi (un confronto tra gli IIC e gli istituti Cervantes spagnoli in giro per il mondo è sufficiente per rendersi conto della banale evidente e imbarazzante differenza tra le due politiche culturali). Se la politica nei confronti delle istituzioni culturali italiane nel mondo non è molto migliorata sotto il governo Prodi, l'immagine del nostro Paese all'estero ha però sensibilmente guadagnato nei venti mesi di governo di centro-sinistra. All'estero, dove i problemi di tasse che affliggono gli italiani sono meno sentiti, è stato apprezzato lo sforzo contro l'evasione fiscale e nella lotta alla criminalità organizzata, è stato salutato positivamente il lavoro svolto in Afganistan e in Libano e non si è mancato di sottolineare i progressi nella lotta al disavanzo pubblico del governo uscente, così come il suo rilanciato impegno europeista. Angela Merkel, non è un segreto, si è trovata molto meglio a lavorare con Prodi che con Berlusconi. E i turisti tedeschi sono tornati.
Non ho dati oltre quelli già citati per dimostrare il fondamento di queste supposizioni e sono pronto alla discussione, con la speranza per il mio Paese che la prossima legislatura dimostri che avevo sbagliato.
febbraio 2 2008
Buon compleanno, Ulivo
Il 2 febbraio del 1995 nasceva L*Olivo, che poi si trasformerà il L*Ulivo - Una *lettera* di auguri di Deo Fogliazza
Oggi é sabato 2 febbraio. Il 2 febbraio del 1995 nasceva "L'Olivo", che poi si trasformerà in "L'Ulivo"
Oggi l'Ulivo compie 13 anni.
Ne abbiamo fatta di strada.
Ne abbiamo date e ne abbiamo prese.
Sia tra schieramenti, tra centro destra e centro sinistra.
Sia all'interno del nostro stesso schieramento.
Partiva l'idea dell'Italia che vogliamo. L'idea di tenere insieme le diverse anime del riformismo italiano. L'idea della riforma della politica. Nascerà poi, da qui, l'idea delle primarie come metodo di selezione della nuova classe dirigente del centrosinistra.
Parecchie idee. E parecchie battaglie delle idee.
La gran parte sono oggi approdate nel progetto del PD.
Ci siamo lasciati alle spalle la pratica dell'Ulivo unanimista, dell'Ulivo che non sapeva e non poteva decidere.
E speriamo di non esserci arrivati tardi.
Certo é che se non ci fossero state formidabili resistenze, magari sarebbe stato possibile anche arrivarci prima. E forse la storia recente dell'Italia sarebbe stata diversa.
Oggi festeggiamo i 13 anni di vita di un soggetto che prometteva bene, che ha dato molti frutti. E che ora va recuperato nel PD - nel suo seme essenziale - rigenerato e modificato naturalmente, non geneticamente.
Durante questi 13 anni si sono incrociate storie, destini. Sono nate esperienze associative come i "Cittadini per l'Ulivo", che hanno cercato -spesso in piena solitudine, passando da Gargonza e dai giorni della "cicoria" - alle volte di rinsaldare il progetto, altre volte di salvarlo da chi voleva addirittura archiviarlo senza problemi.
Abbiamo spesso lavorato fianco a fianco, si sono rinsaldate amicizie. Sono anche nati amori, e nuove famiglie. E' stato bello.
Ma il più bello deve ancora venire.
Ci aspettano momenti difficili. Dobbiamo affrontare battaglie importanti. La prossima campagna elettorale - in qualsiasi momento avverrà - sarà particolarmente difficile ed importante.
Sapremo affrontarla con lo spirito di rinnovamento di 13 anni fa? Con la stessa voglia di cambiamento? Con la stessa fiducia?
Se sapremo rispondere di sì a queste domande, avremo fatto il pezzo più importante del lungo tragitto che ci aspetta.
A ben guardare, non c'é motivo per dire di no.
Buon compleanno.
Deo Fogliazza http://www.welfarecremona.it/wmview.php?ArtID=8551
gennaio 30 2008
Prodi: «Lascio una bella eredità»
Ha ricordato, tra l'altro, l'aumento delle entrate
ad aliquote fiscali invariate e la lotta all'evasione
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| Romano Prodi (Ansa) |
LONDRA - Romano Prodi è andato a Londra per quella che potrebbe diventare l'ultima missione internazionale e ha rivendicato con orgoglio quanto fatto dal suo governo in questi mesi. «Mi sento benissimo» ha spiegato ai giornalisti, dicendosi convinto di lasciare «una bella eredità». Sul volo che lo ha portato nella capitale inglese il Professore si è mostrato sorridente e orgoglioso del lavoro fatto.
I FATTI POSITIVI - A sostegno del suo orgoglio ha ricordato l'aumento delle entrate ad aliquote fiscali invariate, la lotta all'evasione, i dati di Bankitalia e addirittura le lodi, seppur postume, di un economista sempre critico come Tito Boeri. Quasi un messaggio a quegli alleati, Pd compreso, che preferirebbero non dover farsi carico in campagna elettorale dell'eredità del suo governo. «I tassi di imposizione fiscale non sono aumentati - ha detto Prodi - anzi. In alcuni casi sono diminuiti ma aumentano gli introiti. La lotta all'evasione fiscale va avanti in modo serio, in settori e in situazioni in cui non vi è stato alcun aumento, anzi c'è stata una diminuzione di tasse, abbiamo un aumento di introiti. Questo vuol dire che la lotta all'evasione è stata seria e anche indispensabile». Anche i dati di Bankitalia di lunedì, che Prodi sottolinea si riferiscono al 2000-2006 «indicano che era necessaria una seria lotta all'evasione fiscale e una seria opera di redistribuzione, cosa che il governo ha fatto». «Questi sono i dati, vedete voi...». Il Professore affida ai numeri una lettura critica dell'operato del suo governo e glissa le domande sui suoi sentimenti personali: «Non è il momento di esprimere sentimenti, la vita è fatta di eventi e circostanze. Il problema è dare sempre una risposta positiva alle cose e guardare in modo positivo il futuro». Poi ripete: «Ho una grande soddisfazione per i dati economici perchè si imprime serietà ad un sistema fiscale che serietà non aveva mai avuto». Tanto che alla fine anche un commentatore impietoso come Tito Boeri ha lodato il mancato ricorso ai condoni fiscali: «Boeri ha fatto sempre e solo critiche al governo, e poi in limine mortis, anzi post mortem, ha cantato l'alleluia, ma non il resurrexit».
NESSUN COMMENTO SULLA CRISI POLITICA - Prodi ha invece evitato commenti sulla crisi politica: «Non è un problema che trattiamo in questa gita a Londra». Poi però, quando, giocando sull'orgoglio, i cronisti ricordano che lui ha già battuto due volte Berlusconi, sorride: «Quell'orgoglio non ha bisogno di parole, si vede dagli occhi...». http://www.corriere.it/
gennaio 24 2008
Prodi in linea con i Padri costituenti.
di Francesco de Notaris,
Sessanta anni fa gli italiani realizzarono la speranza coltivata nei tristi anni del regime fascista.
La nuova Costituzione entrava in vigore e ' la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione' (art.1) iniziava a diventare sangue in una nazione devastata da una guerra subita.
A sessanta anni di distanza il Parlamento, eletto per la prima volta su liste bloccate, per cui il popolo, a parer mio, ha visto dimezzata la sua sovranità, almeno nella espressione del consenso all'atto del voto, è alle prese con una crisi di difficile risoluzione.
Un partito di Governo annuncia il ritiro della fiducia e quindi si sfila dall'alleanza e poi dal patto sottoscritto dai partiti dell'Unione il 20 Giugno del 2005.
Le più nobili e rispettabili motivazioni che hanno determinato tale decisione non giustificano il danno che noi dovremo subire nell'immediato con il rallentamento della normale azione di governo ed il grave rischio di involuzione del quadro politico che l'interruzione della legislatura con le elezioni anticipate potrebbe produrre.
I cittadini più avvertiti sono sconfortati per comportamenti poco comprensibili in una democrazia matura, che vanno letti anche alla luce della legge elettorale che rende i parlamentari sudditi e dipendenti da decisioni di oligarchie che compilano le liste elettorali.
In qualche modo si opera un condizionamento sulla volontà del parlamentare che, in definitiva, sembra non sia più chiamato a rispondere dei propri comportamenti alla coscienza e agli elettori, ma anche a individui che istituzionalmente e a norma della Costituzione non sono legittimati al ruolo di soggetti di riferimento.
Prodi opera bene quando si presenta in Aula e nella sede nella quale si esercita la sovranità popolare si rivolge ai Parlamentari.
Il corretto comportamento sul piano istituzionale è in linea con la Costituzione, con la Carta scritta dai Padri.
I contenuti del discorso sono tutti condivisibili e il Presidente del Consiglio ha elencato le realizzazioni di un Governo che tra mille difficoltà ha superato gli ostacoli posti da chi cammina con la testa rivolta all'indietro.
Vecchi arnesi espressione di corporazioni parassitarie, nemici dell'equità e della giustizia sociale, moralisti bigotti frequentatori di sacrestie e lontani dalla Chiesa comunità e dal Popolo di Dio continuano a imperversare e a porre ostacoli di ogni tipo sul percorso di quanti, tra difficoltà di ogni tipo ed in maniera neanche dirompente ma con pazienza e passo determinato del passista, tentano di modernizzare questo Paese, nel rispetto della sua storia e facendo leva su ogni virtuosa capacità.
Sessanta anni fa la Costituzione rappresentò innovazione. Oggi ancora non la abbiamo realizzata ed in troppi si mettono di traverso perchè la democrazia compiuta sia un sogno e resti tale.
Quali sono le idealità di chi oggi vuol far cadere il Governo?
Quale amore costoro hanno per ogni singolo cittadino di questo Paese?
Dinanzi alla politica così come appare sugli schermi televisivi, alla caricatura che su di essa operano pseudo artisti da TV commerciali, dinanzi ad una speranza che pare affievolirsi e a politici ripiegati su se stessi e su polemiche da bar possiamo chiedere ai giovani fiducia, possiamo pensare che essi siano felici, ci scandalizzeremo se si dedicheranno alla droga, guardando alla società degli adulti come si osserva una discarica?
La tenacia di Prodi sta per schiantarsi su muri di egoismo e su interessi di pochi.
Spero contro ogni speranza che qualcuno rinsavisca e si riprenda il cammino e il Parlamento dia fiducia a questo esecutivo.
Si mostra la forza delle idee quando si è capaci di non reagire alla violenza di chi colpisce in attesa della reazione che gli fa gioco.
L'on.Mastella ha una storia e qualità per poter battere chi lo sospinge all'angolo di quello che è ormai non più un campo verde, ma un angusto ring.
Altre considerazioni le lascio alla fantasia, alla responsabilità, alla capacità di quanti hanno a cuore il presente e il futuro delle persone singole che abitano questa Italia.
Vorrei che i nostri Parlamentari stiano con la schiena dritta e permettano che la maggioranza che ha vinto le elezioni possa governare, riaffermando l'impegno assunto dinanzi agli elettori.
Siamo grati a Prodi che a sessanta anni dalla Costituzione collega il proprio servizio politico a quello che i Padri Costituenti, formatisi nelle università e nelle prigioni fasciste, nelle lotte, nella preghiera, con ideali di libertà, eguaglianza, tolleranza, laicità, rispetto delle idee, svolsero con alto senso di responsabilità, offrendo alle generazioni future una Costituzione che in Europa non ha uguali.
Ogni cittadino italiano non merita di restare vittima di beghe, che, se beghe non sono, possono essere superate in questa legislatura, con questo Governo, che deve accelerare il passo. http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=10896
gennaio 23 2008
Solo il Parlamento decide sul Governo"
Discorso del Presidente del Consiglio Romano Prodi alla Camera dei Deputati
22 Gennaio 2008
Signor Presidente, Onorevoli colleghi,
intervengo in quest’Aula a seguito della crisi venutasi a creare nella
maggioranza dopo la decisione dell’Udeur di non farne più parte. Sicuramente
sulla scelta del partito del senatore Clemente Mastella ha influito la
vicenda giudiziaria che lo ha investito sul piano personale e politico,
episodio per il quale gli ho espresso personalmente e a nome del governo
piena solidarietà assumendo l’interim del Ministero della Giustizia.
Solidarietà che gli ho in più occasioni rinnovato, così come è stato fatto
da tutti i partiti della coalizione. Clemente Mastella non è stato lasciato
solo, né come esponente politico, né come Ministro della Repubblica, né
tanto meno come uomo.
Oggi era previsto che io dovessi esporre qui la relazione annuale sullo
stato della giustizia. Impegno al quale, sia pure brevemente, intendo fare
onore.
Il nostro è uno Stato nel quale proprio al potere giudiziario è affidato il
compito di affermare e tutelare sempre la sovranità della legge. Una
sovranità che si impone ovviamente anche ai giudici e che chiede ad essi di
essere i primi a sottoporsi con lealtà e, permettetemi di dire, purezza di
cuore e serenità di intenti, al rispetto pieno delle nostre regole
giuridiche.
Riguardo alla relazione a cui oggi mi riferisco, è dovuto al senatore
Mastella un sincero apprezzamento. Per il lavoro fatto come Ministro che,
dopo aver operato con passione non solo per portare a compimento la più
ampia riforma dell’ordinamento giudiziario che il nostro Paese abbia avuto,
ma anche per avviare molte e importanti interventi di cui vi è ampia traccia
nella relazione che è stata depositata al Parlamento a nome dell’intero
Governo.
Una relazione ricca non solo di dati e di bilanci ma anche di problemi e di
interrogativi; di riflessioni critiche e di chiari inviti al Parlamento
affinché le tante iniziative già avviate possano trovare presto piena
approvazione.
Una relazione che riflette con rigore le luci e le ombre della giustizia
italiana nella difficile fase storica che stiamo vivendo; che dà forte
sostegno ai giudici, ai quali come potere e come ordine va l’apprezzamento e
la riconoscenza del Paese. Una relazione che chiede alla classe politica e
al Parlamento un eccezionale impegno.
Una relazione, voglio ancora sottolinearlo, che è stata approvata da tutto
il Consiglio dei Ministri e che dunque costituisce, in ogni sua parte, la
posizione dell’intero Governo.
Gli ultimi quindici anni sono stati contrassegnati da una situazione, a
volte palese e a volte nascosta, di tensioni tra politica e magistratura;
tensioni rese più drammatiche dalla crisi di fiducia che ha purtroppo
interessato entrambi i settori.
La politica – occorre ricordarlo – ha per definizione la finalità di
realizzare aggregazioni del consenso dirette a risolvere i problemi del
Paese, e deve poter operare nel libero esercizio delle proprie funzioni,
senza con questo ambire ad una sorta di irresponsabilità. Netta e precisa è
la sua primazia nei confronti di ogni altra istituzione allorché concorre,
nelle sedi parlamentari e in rappresentanza del popolo sovrano, alla
formazione delle leggi.
La magistratura ha il compito di assicurare la legalità in rapporto a
singole fattispecie e situazioni demandate al suo giudizio. Nell’esercizio
delle funzioni ogni magistrato è soggetto soltanto alla legge, “sempre e
costantemente alla maestà della legge”, nel senso che deve mantenersi
nell’ambito della legittimazione assegnatagli dalla Costituzione e dalle
norme processuali. Senza che in questo ambito vi siano differenziazioni, in
coerenza con l’art. 3 della Carta costituzionale. Né la magistratura deve o
può cercare il consenso sulle proprie decisioni, in quanto esse sono
conseguenti all’applicazione della legge e, dunque, “vincolate”.
D’altra parte il controllo di legalità è il contrappeso dell’ampia libertà
di cui, in uno stato democratico, gode l’autorità politica per la
realizzazione dei suoi fini. Esso deve essere soltanto un rimedio
nell’equilibrio delle istituzioni. Le categorie dalla politica hanno come
contrappeso non tanto il principio esterno della responsabilità penale, che
vale certo anche per i rappresentanti politici, bensì, soprattutto, quello
interno di una responsabilità che è e resta di tipo politico.
Una responsabilità che spetta direttamente ai cittadini far valere non
soltanto nell’occasione elettorale ma attraverso una costante relazione tra
politica e collettività che assicuri una reale e continua capacità di
partecipazione e di controllo.
Per altro verso, autonomia e indipendenza della magistratura, intesa come
organizzazione indipendente da ogni altro potere dello Stato, devono trovare
il proprio contrappeso nella professionalità, nella responsabilità e
nell’adesione alla legge cui ogni magistrato è sottoposto. Perché – è bene
ribadirlo – autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario hanno come
presupposto necessario e imprescindibile la professionalità, l’imparzialità,
la neutralità politica, la responsabilità, e il rigido rispetto della legge.
Tuttavia non è solo di giustizia che si può parlare oggi in quest’Aula, ma
anche di quanto accaduto nelle ultime ore sul piano politico e
istituzionale, dopo le dichiarazioni rilasciate ieri dal Senatore Mastella.
Per il rispetto che nutro nei confronti del Parlamento e per abbreviare i
tempi di una crisi che rischia di generare tensioni di cui il Paese non ha
bisogno, ho quindi deciso di presentarmi immediatamente per riferire sulla
situazione. Perché è dal Parlamento che un Governo trae la sua legittimità
ed è nel Parlamento che deve verificare l’esistenza della fiducia.
Onorevoli colleghi,
sono convinto che nei momenti di decisione sia bene e salutare assumere
comportamenti che implichino l’assunzione di responsabilità limpide da parte
delle istituzioni preposte al governo del paese, a partire dal Parlamento.
In un paese legato allo stato di diritto non sono le agenzie di stampa e
neppure i dibattiti televisivi che determinano le sorti di un governo. Siete
voi, colleghi deputati che dovrete decidere e assumere limpidamente e
pubblicamente le responsabilità per cui siete stati eletti. E’ nel
Parlamento e solo nel Parlamento che si può decidere la sorte del Governo.
Ho assunto l’interim del Ministero della Giustizia e, come ho già ripetuto,
il governo condivide la relazione dell’ex Ministro Mastella. Se poi entrano
in discussione in modo opaco preoccupazioni di riforma elettorale o di altro
genere è bene che tutto venga alla luce in questa sede, nelle aule
parlamentari. Esse sono la sede fondamentale della democrazia.
Questo è un Governo che, nato su un patto di legislatura sottoscritto da
tutti i partiti dell’Unione il 20 giugno del 2005, si era ripromesso, cito
testualmente, “un’alleanza destinata a durare per l’intero arco della
legislatura”. Questo è un Governo che, nato sulla base di un Programma
elettorale firmato e condiviso da tutti i partiti dell’Unione l’11 febbraio
del 2006, ha avuto il mandato di guidare il Paese per cinque anni dopo una
vittoria elettorale tanto difficile quanto attesa dalla maggioranza degli
italiani.
Questo è un Governo che ha saputo rimettere in piedi il Paese e gli ha
permesso di riprendere il cammino, facendolo uscire dalle emergenze. Da due
anni la nostra crescita si attesta sui livelli massimi dell’ultimo decennio.
Abbiamo ripristinato l’avanzo primario, il debito cala costantemente. E
abbiamo cominciato, in modo onesto e responsabile, a redistribuire risorse
alle famiglie, ai lavoratori e ai pensionati.
Questo è un Governo che ha riconquistato fiducia in Europa, (come proprio
ieri sera ha certificato il commissario Almunia). Ha riconquistato
credibilità nei mercati e nelle istituzioni internazionali.
Un governo che, con la sua politica estera e di sicurezza, ha saputo
riconquistare all’Italia il posto che le spetta sullo scenario
internazionale. Che ha saputo chiudere senza sbavature l’avventura in Iraq;
che ha guidato il processo che ha portato alla missione di pace in Libano;
che è presente con determinazione, professionalità e umanità ovunque la pace
è in pericolo.
Un governo che ha saputo combattere la criminalità organizzata, diffondere
la cultura del rispetto e lottare nel mondo con successo per far trionfare
la pace e condannare la pena di morte.
Questo è un Governo che ha cominciato a far pagare le tasse a chi non lo
faceva, ha combattuto la precarietà, abbattuto la disoccupazione, abolito le
ingiustizie sociali e investito sui giovani, sul loro essere il futuro
dell’Italia. Un lavoro che sta producendo ogni giorno frutti e che sono
certo continuerà a darne.
Questo è un Governo che ha saputo liberalizzare servizi e combattere
corporazioni, che ha ridato certezze sul senso di equità e di giustizia, che
ha messo la casa al centro delle sue politiche, tagliando l’Ici, facendo
costruire nuove abitazioni per i giovani, agevolando gli affitti per le
coppie e gli universitari.
Questo è un Governo che ha creduto e crede nell’ambiente e nella sua tutela.
Non operando con politiche cieche e immobilistiche, ma con la consapevolezza
che solo investendo sull’ambiente si investe sul futuro. E anche quando ci
siamo trovati di fronte ad emergenze come quella dei rifiuti non abbiamo
gridato allo scandalo, non abbiamo cercato di addossare ad altri
responsabilità storiche: ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo cominciato
ad affrontare concretamente il problema.
Ecco, questa è la sintesi dell’attività di Governo che oggi presento con
orgoglio a questo Parlamento. Un Governo che ha combattuto i privilegi e
tagliato i costi della politica non sull’onda di polemiche demagogiche, ma
perché fermamente convinto che solo dando l’esempio si ottengono risultati
per tutti.
Con questi risultati e con questi principi ci apprestiamo ad affrontare
questo delicato momento. Le priorità che hanno accompagnato e guidano il
nostro cammino si chiamano riforme, efficienza, equità. Per ottenere questi
risultati ci vogliono coerenza e coraggio. Ci vuole continuità di azione.
Soprattutto in un momento in cui l’economia mondiale è di fronte a
un’evoluzione negativa della quale non riusciamo ancora a comprendere le
conseguenze ultime.
Dopo i sacrifici della prima Finanziaria, obbligata dalla gestione
dissennata di chi ci ha preceduto, abbiamo risanato i conti pubblici e
tagliato la spesa.
Ora, con la legge Finanziaria 2008 e dopo il grande accordo sul welfare
votato da cinque milioni di lavoratori e di pensionati, siamo pronti a
diminuire le tasse e aumentare i redditi dei lavoratori garantendo anche un
aumento della produttività, come testimonia il recentissimo accordo per il
contratto di lavoro dei metalmeccanici.
Ci aspettano progetti importanti che responsabilmente abbiamo avviato senza
pensare che decisioni solitarie ed episodiche potessero metterli in forse.
Abbiamo preso con gli elettori e con il Paese impegni che intendiamo
rispettare, secondo quanto stabilito dalle regole parlamentari e
costituzionali.
Proprio domani, in quest’Aula, il Presidente della Repubblica celebrerà il
sessantesimo anniversario della Carta fondante la nostra democrazia.
Mai come oggi siamo chiamati a dimostrare coi nostri comportamenti, con le
nostre decisioni e con atti formali che ci impegnamo tutti di fronte al
Paese, la fedeltà e il rispetto per la nostra Carta fondamentale.
Alla Costituzione mi richiamo dunque per chiedere a voi, onorevoli deputati,
e, in seguito ai vostri colleghi senatori, di esprimere con un voto di
fiducia il vostro giudizio sulle dichiarazioni che avete ascoltato.
gennaio 20 2008
s
PD; GLI 'ULIVISTI' ATTACCANO VELTRONI: SE FAI CADERE GOVERNO...
Roma, 19 gen. (Apcom) - E' un affondo diretto, quello che gli 'ulivisti' guidati da Arturo Parisi e Rosy Bindi portano al segretario del Pd Walter Veltroni: una requisitoria dura, senza sconti, sulla gestione 'leaderistica' del partito, sui principi-guida dell'Ulivo traditi, sul maggioritario abbandonato per il proporzionale. Soprattutto, i due ministri più prodiani del governo dicono chiaro e tondo quello che fino ad ora veniva solo sussurrato a bassa voce: Veltroni vuole le elezioni, si muove destabilizzando la coalzione. Ma, è l'avvertimento, sappia che gli ulivisti non ci stanno, si organizzano in un'associazione, i 'Democratici per l'Ulivo' e danno un primo assaggio della loro determinazione annunciando che non seguiranno la disciplina di partito sulla bozza Bianco. Una iniziativa dalla quale rimane fuori il presidente del Consiglio, ovviamente, anzi fonti vicine a Prodi tengono a sottolineare che Bindi e Parisi si muovono autonomamente. Ma alla riunione 'ulivista' c'erano buona parte dei prodiani, a cominciare da Mario Barbi che ha rappresentato Prodi durante la preparazione delle primarie. E poi c'era Marina Magistrelli, Franco Monaco... Insomma, buona parte del 'prodismo' storico. Nessuno, oggi, vuole dire di più, la Bindi assicura che la sua iniziativa non vuole creare "divisioni" nel partito, Barbi spiega che non si devono "trarre conclusioni". Ma il messaggio che arriva dal fronte ulivista sembra in realtà chiaro: il Pd deve muoversi in continuità con l'Ulivo e con i 'valori' che hanno segnato la nascita della formazione voluta da Prodi e Parisi. E dunque, difesa del bipolarismo, scelta del governo agli elettori; soprattutto, la vocazione ad unire le diverse anime del centrosinistra, dalla tradizione popolare alla sinistra radicale. Tutto il contrario, o quasi, di quello che predica Veltroni. In particolare, il timore, dichiarato, è che il segretario del Pd si stia ormai acconciando a chiudere una fase che ritiene troppo logorante per un partito nascente. Parisi lo accenna: "In tanti hanno la tentazione di spegnere il lumicino fumigante per difendersi dalla fine. Ma abbiamo il dovere di governare, anche con un voto in più". La Bindi attribuisce esplicitamente a Veltroni il retropensiero delle elezioni anticipate. Sospetti che gli ulivisti covano da tempo e che oggi, dopo la sortita di Veltroni sul Pd che è pronto a correre da solo, sono diventati certezze ai loro occhi. Barbi spiega: "Dicendo che punta ad un bipolarismo che poggia sulla vocazione maggioritaria dei due partiti principali Veltroni non può che produrre tensioni nel sistema". Il sospetto è che sia la "copertura per andare da solo alle elezioni, perché la tenuta della coalizione e l'esercizio della responsabilità di governo è considerato troppo pesante". Insomma, il segretario del Pd si appresterebbe, nonostante le rassicurazioni, a scaricare il governo, giudicato ormai agli sgoccioli e, comunque, incapace di dare quelle risposte di cui ha bisogno il neonato partito. In molti hanno notato, oggi, le diverse valutazioni offerte da Massimo D'Alema, sul Corriere, e da Goffredo Bettini, su Repubblica, a proposito delle conseguenze che il referendum avrebbe sulla coalizione: per D'Alema non c'è motivo di ritenere che Rifondazione faccia cadere il governo, "Bettini sembrava incitare Prc alla crisi", notano gli ulivisti. Insomma, il rapporto di fiducia sembra essersi definitivamente incrinato, visto che la Bindi accusa il segretario di praticare "giochetti" sulle elezioni anticipate. L'affondo frontale fa capire a Veltroni che una crisi verrebbe imputata direttamente a lui dagli ulivisti, insieme al tradimento dei valori dell'Ulivo e via dicendo. Un messaggio non rassicurante al leader di un partito ancora in fase di costruzione. Un avvertimento che lascia intravedere un forte scossone al Pd da parte degli ulivisti, se le cose dovessero prendere una certa piega. Tanto più che, se le cose dovessero precipitare, sarà interessante vedere se Prodi si terrà ancora fuori dalla mischia, o se seguirà la linea dell'avanguardia ulivista. Del resto, già oggi il premier ha avuto modo di bocciare il proporzionale, ricordando che non può funzionare oggi quello che non ha funzionato nella prima repubblica.
gennaio 4 2008
Quest'anno cercherò di scrivere poco di politica e di non pontificare su cose che non conosco.
Spara Dario Spara
Per esempio, sul semipresidenzialismo non mi pronuncio. Non mi faccio mica fregare. Qualche mese fa mi sembrava perfino un sistema interessante, per cui non posso mettermi a criticare Franceschini, che queste cose le avrà studiate meglio di me... e poi si vede che è uno serio, mica il tipo che la butta lì soltanto perché è davanti a una telecamera.
Vorrei soltanto capire: ma il PD funziona così? Cioè, c'è questa sede a Roma, praticamente un appartamentino in Piazza Sant'Anastasia, dove ogni tanto il segretario e il vice vanno a fare un vertice a due, Buon Natale, Buon Anno, senti, hai visto che forza quel Sarkozy? Mi è venuto in mente che nel 2008 potremmo fare anche noi il semipresidenzialismo, cosa ne dici?
"Figata! Però forse prima dovremmo consultare la base".
"Dici?"
"Sai com'è, io ho appena presentato un proporzionale misto alla tedesco-spagnola, se adesso salto fuori col modello francese rischiamo di incrinare questa sensazione di compattezza interna che finora abbiamo cercato di suggerire nel pubb... nell'elettorato"
"Hai ragione, soltanto... come facciamo a consultarla? Non ci sono le strutture intermedie, ci siamo soltanto io e te..."
"E io sono molto impegnato, faccio il sindaco, ho un sacco di ordinanze da firmare..."
"Sai cosa ti dico? Vado direttamente in tv, e la butto lì: Ehi, base, che ne diresti del semipresidenzialismo?"
"Figata! Però qualcuno si lamenterà".
"Eh, si capisce, adesso solo perché uno fa il vicesegretario del PD non può più andare in tv a suggerire la prima riforma istituzionale che gli viene in mente..."
"Sì, ti criticheranno tutti... intanto però inizieranno a discuterne".
"Poi tra qualche settimana si fa un sondaggio... e vualà, abbiamo consultato la base. Senza bisogno di tutte quelle ferraginose strutture intermedie".
"Noi sì che siamo moderni, ahò. Io conosco un'agenzia di sondaggi che non sbaglia quasi mai, mi dice sempre quello che voglio sentire, vedrai che ci fanno un lavoro coi fiocchi".
"Allora vado?"
"Va', va'"
"Sparo la riforma?"
"Spara, spara... No, aspetta, mi è venuta in mente una cosa. Berlusconi".
"E cosa c'entra Berlusconi, adesso".
"Ti sembrerà strano, eppure c'entra. Se facciamo il semipresidenzialismo, siamo sicuri che alla fine gli italiani non eleggano lui? Perché se andasse a finire così non ce lo leveremmo più dai..."
"Ma no, vedrai, eleggeranno te".
"Sul serio?"
"Vai tranquillo! Ti ricordi l'ultimo sondaggio?"
"Ah, già, i sondaggi, dimenticavo".
"Non sbagliano mai, no?"
"Quasi mai".
"E dicono sempre quello che vuoi sentire, no?"
"Con quello che paghiamo, ci mancherebbe".
"Allora vado, eh?"
"Vaivai".
"La sparo?"
"Sparaspara".
"Prodi se la prenderà".
"Pazienza".
"D'Alema s'incazzerà".
"Figata".http://leonardo.blogspot.com/
gennaio 3 2008
Un po' di politica, per iniziare
Rowena
A conferma che avevo ragione nel mio stilelibero precedente, le ultime parole del 2007 di Berlusconi sono state: “Prodi si dimetta”, e le prime del 2008 sono state: “Prodi si dimetta”. Tutto scorre, tranne certi personaggi, che si incagliano sul fondo dei nostri stomaci - e restano lì.
Che Prodi sia o meno costretto a dimettersi, comunque, chapeau. Ho voglia di dirlo in questo scorcio di inizio d’anno, per farmi perdonare le critiche aspre con cui inonderò per tutto il resto dell’anno tutta la classe politica, Prodi compreso, se capita.
Prodi è uno che si prende un paio di giorni di vacanza, e va in montagna guidando la sua Croma. Se fossi il suo portavoce, che non si sa come si guadagna lo stipendio, costringerei i tiggì a fare un servizio ad ogni edizione, strombazzerei talmente tanto la differenza di stile da altri politici cafoni, da farmi sentire fino al Polo.
Prodi è uno che sulle piste da sci sfoggia una tuta nuova; sua moglie – giurerei che è stata lei – gliel’ha comprata perché l’anno scorso i giornali hanno criticato il suo look fuori moda. Mi sembra di sentirlo brontolare che, per andare sulla neve due giorni all’anno, la vecchia andava benissimo. Se io fossi il suo portavoce, che continuo a chiedermi come cavolo si guadagna lo stipendio, obbligherei i tiggì fare un servizio al giorno sulla sobrietà del Presidente.
Invece, poiché il portavoce è afasico e io non sono nessuno, i tiggì ci straziano con Sarkozy e la Bruni, e l’Hotel Luxor, e, in questo scorcio di inizio d’anno, per la prima volta, da molti e molti anni, siamo contenti di non essere francesi.

http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/nuovostile.htm
| Veltroni scongela la crostata di casa Letta |
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«È inutile sprecare energie per elaborare scenari alternativi. Alla fine, la Consulta darà il via libera ai due quesiti referendari più importanti...». Nella ristrettissima cerchia di Walter Veltroni questa considerazione viene presa per oro colato. Almeno dalla settimana scorsa. Gli autorevoli segnali che sono arrivati al Campidoglio, gli stessi che hanno raggiunto anche il berlusconiano palazzo Grazioli, sembrano andare in un’unica direzione: a meno di colpi di scena che avrebbero del clamoroso, il 16 gennaio i due quesiti chiave del referendum promosso dal comitato Guzzetta-Segni avranno il disco verde dei giudici della Corte costituzionale. Paradossalmente, l’unico quesito “a rischio”, con tutte le virgolette del caso, sembra essere il meno influente, e cioè quello sul divieto di candidature multiple.
Per questo, tenendo conto del sostanziale fallimento del Vassallum e delle fortune a corrente alternata del dibattito sulla bozza Bianco, ma soprattutto per aggirare la blindatura dei piccoli dell’Unione attorno a Prodi, Veltroni ha deciso di cambiare passo. Qualche giorno prima di Natale, il segretario del Pd ha dato mandato ai suoi tecnici di fiducia (Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti su tutti) di elaborare un documento che contenga una gamma di proposte di riforma elettorale. La regola d’ingaggio è stata chiara: «Quando sarà l’ora del vertice di maggioranza - è stato il ragionamento veltroniano - non possiamo presentarci con una sola soluzione. Abbiamo il Vassallum e qualcosa della bozza Bianco che si può salvare. Ma servono altre proposte che favoriscano i partiti a vocazione maggioritaria, che mantengano sostanzialmente l’impianto bipolare, senza però dare ai “piccoli” l’alibi per far saltare il banco».
Da quel punto in poi, Veltroni ha deciso di tenere le carte coperte. E, in osservanza all’aurea regola del “chiedere il massimo per incassare il minimo”, ha scatenato i suoi su un’accelerazione tutta tattica sul sistema transalpino (il costituzionalista Ceccanti ha persino pubblicato sul suo blog un articolato che porterebbe dritto dritto sulla via di Parigi). Del piano faceva (e fa) parte anche l’intervista tutta francese rilasciata ieri da Dario Franceschini a Repubblica. Il numero due del loft ha parlato di «elezione diretta del presidente. Io penso al presidente della Repubblica come in Francia, ma - ha poi aggiunto Franceschini - si può discutere anche di una figura più simile al Sindaco d’Italia». Reazioni? Nel Pd Rosy Bindi ha parlato di «proposta estemporanea che non serve a nulla», un maggioritarista convinto come il prodian-parisiano Franco Monaco ha invocato l’urgenza di «un chiarimento interno» mentre gli ultras del tedesco - dai dalemiani ai rutelliani - hanno preferito tacere. Fuori dal loft, il Prc ha definito quella di Franceschini «una proposta folle», gli altri della sinistra hanno protestato, Lega e Udc polemizzato, Forza Italia temporeggiato. Morale: gli unici a commentare con toni positivi il verbo franceschiniano sono stati An, i radicali e qualche sparuto dipietrista.
Dietro le reazioni ufficiali, si nascondono ben altri scenari. «Non ci credo. Questi del Pd non possono essere così sbarellati», è stata la reazione mattutina di Cesare Salvi dopo la lettura dell’intervista del vicesegretario democratico. E Giovanni Russo Spena, capo dei senatori del Prc, il partito che fino a qualche settimana fa si fidava soprattutto di Veltroni, sussurra: «Mi pare che dietro le parole di Franceschini si nasconda un messaggio chiaro che Veltroni ha voluto inviare ai suoi tanti oppositori interni e ai partiti della maggioranza che si sono stretti attorno al presidente del Consiglio». Non è tutto. Il senatore di Rifondazione aggiunge: «Soprattutto dentro il Pd c’è tutto un mondo convinto che Prodi debba succedere a se stesso, anche nell’ipotesi di un nuovo governo per le riforme. Come spiegare altrimenti l’ultima esternazione del premier sulla solidità della maggioranza alla Camera? Mi sa che se andiamo avanti di questo passo anche Veltroni dovrà acconciarsi all’idea che il garante della coalizione è Prodi».
E qui bisogna fare un passo indietro, alle proposte commissionate da Veltroni ai suoi tecnici prima di Natale, la spina dorsale di un nuovo documento sulle riforme che il segretario del Pd renderà pubblico a breve. È in quelle pagine che si nasconde la prossima carta che sarà giocata dal sindaco di Roma: un sistema che tenga insieme il proporzionale (anche se con effetti maggioritari), il doppio turno della Francia e l’ancoraggio al bipolarismo. In due parole un doppio turno di coalizione mutuato dal sistema che venne ratificato a casa di Gianni Letta ormai dieci anni fa e che era uno dei punti chiave del famoso “patto della crostata”. Pare che il primo a suggerire l’idea a Veltroni sia stato Cesare Salvi, che del consesso dalemian-berlusconiano fu uno dei protagonisti. Una proposta molto simile è stata avanzata da Gianfranco Pasquino sulle colonne dell’Unità (“Riforma elettorale. Ecco una legge per tutti”, 14 dicembre 2007).
Strano ma vero, il modello elettorale servito più di dieci anni fa insieme alla crostata di casa Letta è finito in cima agli appunti di Veltroni, su cui anche gli sherpa berlusconiani sono stati informati. Con una variante sul premio di maggioranza alla lista più votata, che andrebbe nella direzione dei due quesiti principali del referendum promosso da Guzzetta.
Tommaso Labate |
www.ilriformista.it
gennaio 1 2008
Elogio di Prodi.
Scritto da: Manuela Grasso
Non so cosa ne pensi qui Francesco ma inizio a pensare che Prodi sia veramente bravo. Sta tenendo in piedi un Governo in cui volano gli stracci ogni mattina, riuscendo a portare a casa il massimo possibile in condizioni infernali.
Insidiato in modo subdolo da Veltroni, che comincia a farsela sotto, abbandonato dai 'suoi' di cui tanto si fidava (D'Amico, Bordon etc.), Prodi cambia spavaldamente i suoi alleati temporanei, prima Bertinotti, poi D'Alema, Fioroni, Bersani, ora Rutelli e di nuovo D'Alema. Ma rimane a galla. E così tiene aperta una partita che tutti danno già chiusa da tempo.
Forse va rivalutato? http://www.blogperlamargherita.com/?p=1001
dicembre 31 2007
Prodi: ci riusciremo perché a
bbiamo risanato i conti
http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/economia/conti-pubblici-65/prodi-fa
miglie/prodi-famiglie.html
Il premier in vacanza sulla neve: possiamo dare una svolta alla dinamica
sociale del paese
"Nuova concertazione nel 2008 e faremo correre l'economia"
Prodi: ci riusciremo perché abbiamo risanato i conti
di EDMONDO
BERSELLI
DA gennaio la parola chiave per spingere lo sviluppo è "nuova
concertazione". Nel frattempo le piste di Passo Campolungo sono
perfette,
anche se il nevischio della mattinata rende difficile sciare bene.
Qualche
turista passa davanti a Romano Prodi nella sua tuta fiammante e scatta
una
foto col telefonino, per poi arrischiare la domanda: "Ma lei è un
bravo
sciatore, presidente?" Risposta allegra, che evoca discese ardite
da cartoni
animati. "Non sono bravo, ma sono veloce!". Risate. Anche
nella mimica Prodi
non nasconde la convinzione che dopo la conferenza stampa di fine anno,
con
l'elencazione puntigliosa dei dati e delle tendenze, qualcosa stia
cambiando
nell'opinione pubblica.
Qual è il suo atteggiamento, presidente, di fronte alla verifica, ai
numeri
del Senato, ai sette punti programmatici di Lamberto Dini? Risposta alla
Prodi: "Fiducia, fiducia".
Ci vuole l'ostinazione quadrata di "Romano" per ricorrere
alla parola
"fiducia" per un governo sempre a rischio di essere
sfiduciato; e anche di
fronte alle cifre di quelli che lui chiama con nonchalance accademica
"opinion polls", i sondaggi che lo danno alla miserabile
soglia del 25 per
cento. "Ma il fatto è che tutti sottovalutano un aspetto
fondamentale, e
cioè la possibilità di recupero del governo e del centrosinistra".
Sulla
fiducia di Prodi non esistono dubbi: il premier è davvero convinto,
anzi di
più, intellettualmente sicuro che lavorando con coerenza il governo non
si
limiterà a galleggiare, ma risalirà la china.
Ottimismo gratuito? No, dice lui: realismo pragmatico. Eppure in estrema
sintesi il quadro è il seguente: una serie discretamente coerente di
dati
positivi, sui conti pubblici come sui dati dell'economia reale, si è
tradotta fra l'opinione pubblica nella percezione di una
catastrofe, tanto
da avere indotto a una delusione grave anche ampie fasce del voto di
centrosinistra.
Com'è stato possibile? Per Prodi il disagio nelle famiglie è reale.
Ma è
sulle ragioni del disagio che si deve ragionare senza pregiudizi:
"Parlare
di un effetto dell'inflazione rispetto a salari rimasti bloccati
conduce a
una diagnosi generica. La realtà appare molto più sfaccettata: oggi le
famiglie hanno una struttura dei consumi in cui le componenti nuove
rispetto
ai consumi tradizionali sono diventate incomprimibili".
Già, ma non ci sono solo i cellulari, la televisione satellitare, la
connessione adsl, le rateazioni, i mutui. In realtà si assiste anche a
una
lievitazione incontrollata delle tariffe (nonché a misure di
contenimento
dell'aumento del carburante che sono rimaste lettera morta: molti
discorsi
sulle accise e pochi effetti sui distributori). Ma si ha la sensazione
che
il premier voglia guardare più in là della contingenza: "Tutto
vero, ma noi
oggi ci troviamo davanti a una possibilità importante, cioè alla chance
di
cambiare di segno alla dinamica socio-economica del nostro paese. E
questo è
praticabile oggi non per un miracolo inopinato, ma perché abbiamo posto
le
premesse giuste nei diciannove mesi di governo. Abbiamo fatto il
risanamento, adesso proviamo a fare il miglioramento".
Nella sua concezione d'ora in avanti c'è l'opportunità di
un "irripetibile"
salto di qualità. Bisognerebbe spiegarlo bene anche a tutto il
centrosinistra: stabilizzato il bilancio pubblico, si può puntare tutto
sulla crescita, chiamando a confronto con l'esecutivo le parti
sociali,
sindacato e organizzazioni imprenditoriali, per impostare un progetto
complessivo di ulteriore rilancio, fondato su due capitoli centrali:
aumento
della produttività e recupero del potere d'acquisto, grazie alla
riduzione
della pressione fiscale sulle retribuzioni fino alla soglia dei
quarantamila
euro. Si tratterebbe soltanto di capire come si combina, il
"realismo
pragmatico" di Prodi, con il realismo esplicito e
"impolitico" di Tommaso
Padoa-Schioppa, il quale ieri ha fatto sapere che i chiari di luna delle
tasse dureranno fin verso il termine della legislatura.
Ma anche su questo punto il premier non si scuote. Esclude di risolvere
la
questione con una mediazione al ribasso, tipo un bonus fiscale una
tantum.
"Non se ne parla, non faccio una tantum. Dobbiamo procedere a un
mutamento
strutturale, niente palliativi". E allora? E allora si segue il
metodo
Prodi. Una riedizione aggiornata del vecchio "metodo Ciampi".
Si fa una
ricognizione precisa delle risorse disponibili, si osservano le
opportunità
di crescita, si chiede il coinvolgimento dei soggetti interessati
impostando
e decidendo obiettivi reali da conseguire. Un metodo alla giapponese, il
noto schema neocorporativo. Eccola, la concertazione. "Sì, non ho
esitazioni
a definirla "nuova concertazione". Nuova perché non è più
difensiva, è tutta
orientata alla crescita. Perché sono convinto che un impulso alla
ripresa lo
dà il sostegno ai lavoratori con stipendi da mille euro, e qui è anche
questione di equità, ma ci vuole anche il contributo effettivo e
psicologico
del lavoro qualificato, quello che fa da traino alla dinamica
economica".
Naturalmente ad ascoltare Prodi sembra di vivere su un altro pianeta
rispetto alla turbolenza politica quotidiana, ai ricatti parlamentari,
agli
sbandamenti in Senato, alle manovre trasformistiche in corso, alle
proposte
più o meno provocatorie di Dini. Già, Dini. Con un piede nella
maggioranza e
uno all'opposizione. Proiettato verso le larghe intese e la
presidenza del
Senato, come minimo. Che fare con Dini? Calma innanzitutto: "Noi
elaboriamo
le nostre proposte, e le collochiamo in un quadro razionale di
compatibilità. Dopo di che vediamo se e come Dini potrà dire di
no".
Tuttavia a quanto si capisce la preoccupazione primaria del premier, se
possibile ancora più forte della tenuta della maggioranza, è di
ricostituire
un consenso in funzione della crescita. Non solo, come ha riferito ieri
su
queste colonne Massimo Giannini, per "cercare una blindatura con
le parti
sociali, e costruire con loro un sistema di paratie stagne che
proteggano il
governo dalle fibrillazioni della sua maggioranza". C'è
un'ambizione in più:
"Perché nel primo anno della legislatura io avrei tanto insistito
sul taglio
del cuneo fiscale? In parte per dare respiro ai ceti medio-bassi. E in
parte
per imprimere una prima spinta alla crescita. Per questo mi sarei
aspettato
un atteggiamento diverso da parte dell'establishment. E invece una
sua parte
consistente si è chiamata fuori, mettendosi all'opposizione, come
se volesse
investire sulla turbolenza. E i risultati si sono visti, almeno sul
terreno
del consenso. Non è passato un giorno senza il dileggio sui giornali,
senza
le manifestazioni più plateali di sfiducia".
Forse l'atteggiamento degli ambienti confindustriali e delle
categorie era
dettato dall'incertezza della prospettiva politica. E anche adesso
viene da
chiedersi chi è in grado di scommettere positivamente sui numeri di
Prodi.
C'è in vista una parte dell'establishment disposta ad assumersi
il rischio e
la responsabilità di una nuova scelta concertativa? Per dire, su un
programma fondato sul recupero di produttività e reddito sarebbe
possibile
avere l'appoggio di un neokeynesiano come Sergio Marchionne? E
quale sarebbe
l'atteggiamento di un Montezemolo? "Io mi auguro che sia
positivo, e non
sulla base di una simpatia maggiore o minore per il centrosinistra, ma
sui
risultati empirici che possiamo mostrare. Dentro la politica mi sembra
che
una personalità come D'Alema sia perfettamente d'accordo. E che
anche
Veltroni condivida l'idea che questo governo è in grado di produrre
un
risultato favorevole alla competitività del Partito democratico".
L'obiezione fisiologica è già sul tappeto, in realtà: come si fa a
credere
nella razionalità del metodo Prodi, e all'ambizione della nuova
concertazione, con una maggioranza in Senato tenuta con le unghie, e
che può
cedere alla prima prova, per un voto, per un niente? "Certo, le
leggi
naturali dicono che se mi cade un mattone sulla testa sono morto".
Tuttavia?
"Tuttavia non è che non torno a casa perché mi può cadere una
tegola sulla
nuca. Vado a sciare, torno e vado a dormire. Domani è un altro
giorno".
dicembre 30 2007
Perchè ce l’hanno tanto con Prodi.
Vi siete chiesti perchè l’opposizione è tanto critica con il Governo Prodi e non vede l’ora di metterlo fuori gioco ?
La mia risposta è fin troppo semplice, forse addirittura scontata, ma credo sia la vera essenza di tanto accanimento contro l’attuale esecutivo. Prodi, infatti, con la sua calma, quasi esasperante per i tanti oppositori, sta cambiando la storia della politica italiana. In una situazione di estrema difficoltà economica per il Paese e con un esiguo
margine di maggioranza al Senato, il Presidente Prodi è riuscito a cambiare il corso della politica italiana come nessun altro statista era riuscito a fare prima di lui.
L’inversione di tendenza è stata talmente drammatica per il centrodestra che più passa il tempo più tutti, ma proprio tutti, si stanno rendendo conto che sarà impossibile tornare indietro dalle posizioni progressiste che si sono già assunte in molti settori chiave della politica italiana. Oltre agli uomini politici, anche elettori, per quanto superficiali possano essere, non sono poi così condizionati dalle menzogne propinate quotidianamente con gli slogan berlusconiani per non rendersi conto che l’Italia sta crescendo. Che in questi mesi di governo del centrosinistra l’attenzione della politica è rivolta alla gente, quella che lavora tutti i santi giorni per guadagnarsi uno stipendio per mandare avanti la famiglia. Gente che "prima del centrosinistra" non era neppure considerata come forza-lavoro in grado di muovere l’economia. Gente che non rientra nei parametri imprenditoriali presi in considerazione, anzi sfacciatamente aiutati, dal governo di centrodestra.
Perché questa è la differenza fondamentale tra la concezione dei due "poli". La destra pensa ai ricchi (meglio chiamarli benestanti per non confonderli con i grandi industriali “paperoni”) perché conservino il loro status e continuino ad alimentare la grande macchina del consumismo sfrenato. La sinistra che, invece, ha cominciato (perché il lavoro è appena iniziato) a guardare con attenzione la stragrande maggioranza dei lavoratori salariati, quelli che faticano ad arrivare alla fine del mese e che non hanno soldi da spendere per il superfluo. Questa la causa di tanto trambusto, di tanta fretta di cacciare Prodi. L’inversione di tendenza che tanto "preoccupa" tutta la destra (non solo Berlusconi). Perché si da il caso che l’economia dei ricchi imprenditori sia strettamente legata all’aumento delle vendite dei prodotti che ci vengono offerti dai mille spot pubblicitari che interrompono i programmi TV.
Allora cosa ha fatto il Governo Prodi per ovviare al calo delle vendite interne ?
Mentre risolveva le beghe di Palazzo, ha sviluppato in pochissimo tempo un programma per realizzare un sensibile aumento dell’esportazione. Mai prima d’ora l’Italia aveva esportato tanto. Non lo dico io, lo dicono le statistiche ufficiali. L’incremento dell’export è stato tanto importante da farci diventare in pochissimo tempo il terzo paese europeo per livello di fatturato con l’estero.
Tutto questo (e molto di più che ancora non è affiorato alla superficie dei risultati tangibili alla platea degli elettori più distratti) ha fatto il Governo Prodi per attirarsi addosso le continue invettive di tutta l’opposizione che, se mai riuscisse a tornare al governo del Paese, si troverebbe in serie difficoltà ad affrontare un opinione pubblica ormai adulta, "cresciuta" nei mesi di duro (a volte durissimo) scontro politico che ha messo in evidenza molte problematiche che nessuno aveva mai voluto sollevare per non "cambiare l’andazzo" estremamente favorevole ai grandi affari, di tante situazioni ai margini della legalità (per essere buoni) che sono venute allo scoperto in questi ultimi mesi. Situazioni che nessuno poteva sospettare. Scandali coperti da moltissimi, troppi interessi, per venire a galla fino ad essere denunciati dalla stampa come, prima di adesso, si era visto soltanto in una democrazia avanzata come quella degli Stati Uniti dove la libertà di stampa conta su di un forte potere appoggiato da tutta l’opinione pubblica. Dove gli "intoccabili" sono ormai un vecchio ricordo degli anni ruggenti del proibizionismo, mentre da noi sono ancora una scottante attualità che stiamo cominciando a conoscere.
Ecco perché ce l’hanno tanto con Prodi.
unodisinistra
P.S.: INTANTO IL GOVERNO CERCA DI PROSEGURE LA SUA OPERA DI RINNOVAMENTO NELL’INTERESSE DEL PAESE
http://www.ulivo.it/forum/viewtopic.php?t=1474494
dicembre 28 2007
Tutte le sfide del Professore
Bruno Miserendino
l' Unità
Veltroni lo incoraggia: «Ha fatto moltissimo per il risanamento e i suoi obiettivi per il 2008 sono i nostri». Anche il resto della maggioranza lo sostiene.
Insomma, se l’obiettivo era scacciare il fantasma del governo istituzionale, e isolare Dini, che continua a minacciare defezioni, Prodi sembra aver segnato un punto a favore. Almeno per ora. Alla fin fine quell’accenno un po’ misterioso del premier alla «maggioranza cospicua della Camera», che ieri ha scatenato i cultori del retroscena, vorrebbe solo significare che Prodi continua a considerarsi senza alternative. Una maggioranza c’è, afferma, è quella voluta dagli elettori, e alla Camera è chiarissima, perché occuparsi solo del Senato, dove i numeri permettono il gioco dei ricatti individuali? È una sfida chiara a Dini: sfiduciami, ma non solo al Senato, e sarà chiaro che nessuno nella mia maggioranza vuole la crisi e il governo istituzionale.
È la realtà, probabilmente. Eppure ieri, alla fine della conferenza stampa, è aleggiata anche tra gli alleati un’impressione di debolezza. Come se quel puntello che ha sostenuto Prodi negli ultimi mesi, ossia la mancanza di alternative credibili, da solo non fosse più sufficiente a descrivere un futuro accettabile al governo e alla maggioranza. Indicativa la reazione di Veltroni alle parole di Prodi: pieno sostegno per i progetti economici di rilancio, silenzio sulla parte riguardante le riforme. È ovvio che quella parte del discorso del premier non può aver entusiasmato Veltroni ed è chiaro che qui si nasconde il punto debole. Prodi ha tranquillizzato i «piccoli» partiti, sostenendo che non può essere fatta una legge «che li penalizzi». Ha ricordato nuovamente il «Mattarellum», «legge che funzionava bene e che il centrodestra ha cancellato» per mettere i bastoni tra le ruote a chi governa. Ma poi quando ha risposto sull’eccessivo numero dei ministri e sulle fibrillazioni della maggioranza, il premier ha spiegato che molto dipende proprio dalla legge elettorale e dall’eccessivo numero dei partiti. Insomma, Prodi è il primo a sapere che una riforma elettorale ha senso solo se riduce la frammentazione, costringendo i piccoli ad aggregarsi e impedendo che si ridividano in frammenti dopo le elezioni. Solo che al momento vuole o deve per forza di cose interpretare il ruolo di paladino dei «piccoli» partiti. È questo che gli garantisce una verifica meno burrascosa, è questa la sua polizza per l’immediato futuro. Qualcuno al loft la mette così: «Al momento, se si stesse alle parole di Prodi, non si farebbe nessuna legge elettorale, oppure si tornerebbe al Mattarellum, che però costringe in ogni caso all’ammucchiata, perché solo così si vince...» Il problema è che c’è il referendum e quindi il nodo andrà sciolto. «Ma se l’intenzione è garantire con una riforma elettorale la presenza anche dei piccoli partiti è chiaro che non si fa nemmeno il sistema tedesco annacquato». Al Pd, o almeno a Veltroni, questa prospettiva continua a non piacere.
Naturalmente bisogna aspettare la verifica di gennaio, anche se la parola non piace a Prodi. La scontata riluttanza a parlare di riforme non potrà durare a lungo. E probabilmente non basterà che Prodi dica agli alleati “io mi occupo del rilancio del governo, le riforme le fa il parlamento”. Si sa cosa pensa Veltroni: una prospettiva di riforme nel 2008 aiuta il paese e il governo Prodi, non lo indebolisce. Quanto all’ipotesi di un esecutivo istituzionale per fare la riforma elettorale, il leader del Pd la considera al momento inesistente. Si prenderà in esame se la caduta di Prodi lo imporrà, ma sapendo che a quel punto il voto resta l’ipotesi più probabile. Del resto, osservano nel Pd, questa è materia del capo dello stato. Ma non si può ipotizzare un governo, tecnico-istituzionale per le riforme sostenuto da una maggioranza sbilanciata verso il centrodestra. Si ricorda il precedente proprio del governo Dini, ex ministro del governo Berlusconi e scelto dal presidente Scalfaro dopo la caduta del Cavaliere per mano di Bossi.
Del resto politicamente è stato questo il leit-motiv del discorso di Prodi. Il mandato popolare, dice il premier, è stato dato a me e a questa maggioranza e non si potrà non tenerne conto. Ieri a Palazzo Chigi hanno passato il pomeriggio a smentire le ipotesi più fantasiose sorte intorno all’accenno di Prodi al tema dei governi alternativi che devono avere una larga maggioranza alla Camera. Persino la vecchia e molto teorica ipotesi di scioglimento del Senato è stata rievocata per spiegare quell’accenno, ma a Palazzo Chigi hanno smontato tutto.
Quanto a Dini «uomo che parla e non chiede», Palazzo Chigi continua a non capire «cosa vuole davvero». Ma tanti brutti sospetti albergano. Infatti facevano notare la dichiarazione di Berlusconi: «Non sembra sua, ha qualcosa di diniano...». Prodi di certo non molla e avverte che non sarà certo Dini a ribaltare un mandato popolare: «Dobbiamo prendere sul serio l’impegno preso con l’elettorato. Non lo possiamo cambiare sulla base di sensazioni».
dicembre 24 2007
| Prodi (brevissimo bilancio politico del 2007) |
Prodi sta tagliando un panettone per molti impossibile, anche triste e anche serio, prima con gli operai di Torino e ieri con i nostri in Afghanistan.
Lavoro standard europeo per un Presidente del Consiglio, finita quell'assurdità della Finanziaria e quell'altra assurdità, detta Casa della Libertà.
Il meno peggio si conferma, in fine d'anno. Nonostante squali e caimani.Teniamocelo finchè regge. Che, tutto sommato, è meglio.
E facciamo politica sulle politiche e sui progetti.
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Nel 2005-2007, se ci pensate bene, hanno iniziato a formarsi, qui in Italia, degli anticorpi ben più visibili e aggreganti, antagonisti all'infezione sistemica. Si chiamano Beppe Grillo, Marco Travaglio, Michele Santoro, Milena Gabanelli....e tanti altri (tanti, ho citato solo i più visibili). Hanno trovato terreno favorevole nella prima maturità di questo (questa rete) ambiente attivo di replicazione.
L'azione fertilizzante e replicativa di questi anticorpi, a mio modesto avviso, ci ha fruttato, in buona parte, questa inattesa stabilità politica, avvenuta nella sostanza non tanto per valore in sè dell'attuale governo, ma principalmente per crisi e declino a catena dei nani e ballerine pretendenti al trono (basti pensare all'asse D'Alema-Berlusconi, così aggressivo fino alla prima metà del 2005).
Forse è un inizio di cambiamento, di sicuro da non interrompere. Anche se, di per sè, degli anticorpi sono solo organismi mirati ad combattere contro avversari pericolosi per l'organismo generale. Ma le cellule giovani e semplici possono, una volta superato il pericolo, rapidamente mutare e evolvere anche a uno status di organizzazione costruttrice.
A rete. |
http://blogs.it/0100206/
dicembre 19 2007
| Walter prepara l’offensiva di gennaio |
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Romano Prodi che invoca tregue e rinvii. I piccoli dell’Unione che ottengono un vertice e preparano le barricate. I due terzi delle forze politiche in Parlamento che gridano alla «legge-truffa». La commissione Affari costituzionali del Senato che ieri, al termine di una riunione marchiata dall’ostruzionismo, rimanda a dopo le feste il voto sul testo base di riforma. Infine Veltroni che, intervistato dal Foglio, per la prima volta entra nel merito sui possibili benefici del referendum. A metterli insieme, sembrano indizi sufficienti a provare l’imminente fallimento della riforma della legge elettorale per via parlamentare. La realtà è un po’ diversa.
I giochi vanno infatti avanti, insieme alle trattative sul testo. La tensione latente tra Prodi e Veltroni su tempi e modi della riforma è ancora sotto controllo, anche perché il leader del Pd continua a tenersi in contatto quasi quotidiano col premier e ha accettato la moratoria chiesta dal Prof per non destabilizzare l’esecutivo e la maggioranza in una fase di importanti voti parlamentari. Ma il leader del Pd non ha alcuna intenzione di rassegnarsi a soccombere sotto la mole di veti che gli pioveranno addosso a seguito del vertice dell’Unione del 10 gennaio. Al contrario, Veltroni sta preparando per il mese prossimo l’offensiva finale, nella convinzione che il quadro sarà più favorevole. «Aspettiamo, a gennaio le condizioni ci permetteranno di forzare», ha detto il sindaco a più di un interlocutore per spiegare la ritirata strategica di questi giorni. Il calcolo è il seguente: senza finanziaria in corso, i “piccoli” avranno meno potere di interdizione; con un’agenda 2008 per ora vuota e tutta da ricontrattare, il governo farà fatica a spendersi su un secondo tavolo di trattativa, Prodi avrà meno margine per capitanare rivolte interne e dovrà infine prendere atto - sempre via Bertinotti - che il suo governo non sopravviverebbe al fallimento della riforma. Dove non arriverà Bertinotti, ci penserà Berlusconi. Al quale Veltroni rivolge una nuova offerta: la condivisione del piano B nel caso il blitz parlamentare non riuscisse.
Ricorda in sostanza Veltroni al Cavaliere: la legge prodotta dal referendum funziona virtuosamente solo se alle elezioni concorrono i partiti, e non listoni creati ad hoc per fare “più uno” sulla coalizione avversaria. E aggiunge: io giuro di esser pronto a correre da solo, ma attenti, perché Berlusconi potrebbe fare altrettanto. Il guadagno, suggerisce Veltroni, sarebbe reciproco: Pd e Pdl potrebbero giocarsi una partita a due senza essere costretti a blandire alleati riottosi e inseguire maggioranze coatte. Uno scenario che si traduce automaticamente in un monito ai “piccoli” dell’Unione in vista del vertice e che suona più o meno così: non illudetevi di mettervi di traverso in Parlamento con l’idea di utilizzare gli effetti viziosi del referendum, perché proprio il referendum può diventare l’arma-fine-di-mondo dell’asse Veltroni-Berlusconi. Ma il messaggio è rivolto anche a quanti, dentro e fuori il Pd, pensano di poter spuntare in Parlamento una legge più tedesca. A loro il sindaco manda a dire che, piuttosto che il «pateracchio filo-centrista» denunciato dai “tecnici” veltroniani Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti, si andrà dritti e contenti al referendum. Il doppio monito del leader del Pd è riassunto in colpo solo da Enzo Bianco, firmatario della bozza di partenza e bene attento a muoversi in sincrono col leader del suo partito: «Quello che non intendo consentire - dice Bianco in vista della stretta di gennaio - è che la mia proposta di riforma venga snaturata in una legge-trappola che cristallizzi il panorama politico».
Intanto il dialogo Pd-Pdl va avanti. Ieri Gaetano Quagliariello, ambasciatore berlusconiano in commissione Affari costituzionali, ha formalizzato le modifiche che Forza Italia ritiene indispensabili per un accordo: voto unico, sbarramento su base circoscrizionale e riduzione del numero dei collegi. Una robusta correzione “spagnola” al testo base presentato la scorsa settimana da Enzo Bianco. Per Veltroni non ci sono problemi ad accogliere le richieste. Per i nemici del dialogo è invece l’ennesima conferma del «patto della frittata». «La coperta è corta, ma noi andiamo avanti», assicura Walter Vitali, “relatore” veltroniano della riforma.
Stefano Cappellini |
http://www.ilriformista.it/news/rif_lay_notizia_01.php?id_cat=4&id_news=3003
dicembre 14 2007
Bindi: “Dialogo col Cavaliere? Soltanto un sogno”
Amedeo La Mattina
La Stampa
Ministro Bindi, i «nanetti» del centrosinistra sono in rivolta e minacciano la crisi di governo. Ora è venuta fuori un’inchiesta della Procura di Napoli su un presunto «mercato» dei senatori del centrosinistra per far cadere il governo. Secondo lei, Berlusconi è un interlocutore credibile per le riforme?
«Se Berlusconi sia interlocutore credibile o meno, lo si sa sempre dopo, mai prima. Con lui il dialogo non si è mai concluso bene. La sua credibilità si valuta sempre dopo, e anche per questo non si può costruire il percorso delle riforme solo con Berlusconi. E’ evidente che non si può prescindere da Fi, ma non si possono prevedere corsie preferenziali. Per quanto riguarda la vicenda emersa a Napoli, così come il contenuto dei dialoghi tra dirigenti Rai e Mediaset, emerge una situazione molto grave. Ho visto che Berlusconi cerca di spostare il problema sul fatto che in questo Paese non c’è più la privacy, siamo al Grande Fratello, ma la gravità è ciò che accade, non che si rende noto. E’ gravissimo solo che si pensi alla compravendita del parlamentari».
Insomma, lei dice no al dialogo con il «diavolo»?
«Qualcuno può sognare di avere come interlocutore una persona diversa da quella che è Berlusconi, con una storia diversa dalla sua. Ma non è possibile. Può provare a immaginarselo e desiderarlo ma la realtà è un’altra, e a me interessa il risultato. Tutti auspichiamo che il 2008 sia l’anno delle riforme ma le condizioni perché questo avvenga sono molte. Prima di tutto il rispetto della coalizione di governo. Poi l’apertura del confronto con tutto il centrodestra perché lì ci sono posizioni diverse che non possono essere ignorate. Infine una vera e seria consultazione dentro il Pd. Il cambiamento delle idee di Veltroni non è avvenuto per le esigenze manifestate al tavolo del dialogo ma si è attivato il dialogo su contenuti che sono in assoluta discontinuità con tutto il percorso fatto in questi anni dal centrosinistra e in maniera particolare dall’Ulivo. Si è aperto il confronto sul proporzionale, ma abbiamo fatto una campagna elettorale non indicando mai questo modello, e nessuno può affermare che è stato votato Veltroni segretario del Pd su questo preciso contenuto di riforma elettorale. Anzi. Poi c’è una quarta condizione...».
Quale?
«Ogni volta che tentiamo di uscire dalle difficoltà del Paese, ci troviamo sempre in mezzo il grande macigno del conflitto di interesse. Non si può pensare, ancora una volta, che questo problema venga archiviato».
Ma allora lei vuole proprio far saltare il tavolo?
«Qualcuno mi spiega perché le ragioni dei piccoli partiti sarebbero di impedimento al dialogo, mentre le ragioni di Berlusconi vengono preventivamente accolte?».
Ora c’è in campo la proposta Bianco: che ne pensa?
«Ci fa tornare indietro rispetto a quelle che abbiamo considerato le grandi e fondamentali conquiste di questi anni. In particolare al bipolarismo, all’alternanza e alla possibilità che siano i cittadini a scegliere chi va in Parlamento, ma anche chi governa e quale coalizione sostiene il governo. Lo scettro non può passare dalle mani dei cittadini alle segreterie dei partiti, anche se sono grandi partiti».
Meglio il ritorno al Mattarellum?
«Il Mattarellum lo considero ancora una base di ripartenza. La bozza Bianco affronta doverosamente il problema della frammentazione ma con una logica che va tutta a vantaggio dei partiti principali».
Lei è del Pd e dovrebbe essere contenta, no?
«No, perché i grandi partiti a vocazione maggioritaria sono anche partiti a vocazione coalizionale, che non sono mossi da una tentazione di cannibalismo e annessione degli alleati. Anzi, si fanno carico degli alleati. Invece con la proposta di Bianco, i due maggiori partiti si ingrossano a spese degli altri».
Cosa deve fare Prodi?
«Prodi è persona di grande prudenza: l’ultima cosa che si può permettere è quella di mettere a rischio il governo del Paese. Non è pensabile che ci possa essere una sorta di strategia parallela tra governo e Pd: il principale partito della coalizione non può non collaborare con il premier che è anche il presidente del Pd. Prima di adottare la proposta Bianco come testo base, è necessario aspettare la riunione di tutto il centrosinistra e aprire le consultazioni nel Pd. E’ inutile che si continui a smentire che ci sia un rapporto privilegiato con Berlusconi, se non si fa la fatica di trovare prima un punto di incontro nel centrosinistra.
dicembre 13 2007
La lunga crisi italiana
di Claudio Croci,
Il 1989 giunse in Italia come termine di una lunga crisi politica del paese durante la quale , si ricordi bene , è maturato il pauroso debito pubblico della Repubblica. L’evento della fine del socialismo reale comportò per tutta l’Europa una profonda ridefinizione di sé stessa. Per l’Italia l’esplosione di una crisi politica , morale e finanziaria .
La scelta ,a sorpresa , nel 1991 , della preferenza unica e il sorprendente esito del referendum del 1993 sull’abolizione del maggioritario nelle elezioni senatoriali , indicarono in modo netto e chiaro una linea di tendenza che anche oggi viene confermata dai cittadini ad ogni elezione.
Tale scelta non significa solo una scelta per il sistema maggioritario , ma una scelta che è a monte di tale sistema e cioè la richiesta di una semplificazione politica basata su alternative concrete e reali .
Per anni la classe politica di fronte a nodi strategici: sostituzione di dirigenti incapaci , riduzione e non estensione della classe dirigente ha preferito scaricarsi le responsabilità aprendo i cordoni della borsa , spesso , bisogna dire , accontentando i cittadini , aumento della tutela pensionistica , difesa della salute ecc. , ma questa massa enorme di denaro aveva prodotto un debito ormai divenuto ingestibile da una classe decisamente corrotta. L’esplosione di tangentopoli fu un modesto campanello di allarme sulla precarietà del sistema Italia. L’adozione di un sistema elettorale semplificato fu un passo innovativo che innescò un primo ricambio direzionale del paese: partiti e classe dirigente fu parzialmente abolita e/o sostituita . Ma il processo doveva essere solo agli inizi , infatti il sistema maggioritario comportava tutta una riforma dei regolamenti parlamentari, delle sovvenzioni ai partiti , delle riforme dei sistemi di garanzia che non furono attuati anzi furono attuati all’incontrario favorendo proprio il proliferare di piccole formazioni autoreferenti ed il mantenimento di un precario statu quo invece di un continuo dinamico confronto e ricambio.
La rivoluzione politica del 1989 significava la scomparsa delle ideologie come fondamento di identità dei singoli partiti e la sostituzione dell’ideologia con programmi e progetti di governo . Quasi tutta l’Europa era pronta a tale cambiamento , anzi l’aveva praticamente già compiuto , l’Italia : no. Oggi 2007 leggiamo qualsiasi giornale o ascoltiamo qualsiasi dichiarazione e scopriremo che moltissimi partiti esistenti si difendono in nome dell’identità , della loro storia , della difesa di una cultura politica rappresentativa che non deve morire. Ascoltiamo alcuni che parlano di assassinio dei partiti attraverso la legge elettorale che vuole sbarrare al 5 % l’accesso al parlamento. Ma quei partiti quale ideologia difendono nel 2007 , retaggi di una cultura ormai morta in tutta Europa che in Italia sembra sopravvivere .
Questa effettiva tragedia politica si traduce in un immobilismo assoluto in una tacita assordante invocazione al passato , al ritorno a quei sistemi basati sul proporzionale che garantivano la permanenza al potere in base alla proporzione dei voti ottenuti , ma che poi si tramutavano in forme di occupazione del potere fuori della portata del voto elettorale . Partiti che passavano dall’opposizione alla maggioranza o viceversa senza alcun obbligo elettorale , governi che cadevano in base alle decisioni interne dei partiti senza alcun riscontro elettorale, una casta che giudicava sé stessa e che generava solo “ spese “, proprio perché fuori da ogni controllo: una variabile indipendente . Il contatto tra eletto ed elettore attraverso le liste diveniva semplicemente impossibile , molti parlamentari venivano eletti senza essere praticamente conosciuti dai più , ma votati , con preferenze , dai pochi addetti ai lavori , voti di preferenza che poi determinavano obblighi e quindi spese. Molti politici ricordano questo mondo , ma sembrano averlo scordato e dietro la frase “ i sistemi elettorali si approvano con la maggioranza di tutti “ cercano impossibili quadrature e addirittura accettano il proporzionale corretto come un male ineludibile , quasi una prescrizione medica e l’iniziativa parte proprio da quel partito, il PD, che con l’Ulivo ha vissuto sempre la stagione dei trionfi grazie al maggioritario , un hara-hiri annunciato , quasi accolto come una liberazione . Il Vassallum o Veltronellum coi sui marchingegni proporzionalistici sbandierato come la chiave della svolta che risolve tutti i mali . Proprio avanzato da quel partito che è nato promettendo agli elettori di unire e non dividere , di essere per una scelta chiara o all’opposizione o al governo , insomma il partito dell’alternativa e poi…. Ma , un domani , se gli elettori ci puniranno qualche ragione potrebbero avercela o no ? http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=10529
dicembre 12 2007
Tv e mercato dei voti, Berlusconi indagato per corruzione
Giuseppe D' Avanzo
la Repubblica
Silvio Berlusconi è indagato dalla procura di Napoli per la corruzione di Agostino Saccà, presidente di RaiFiction e – seconda ipotesi di reato – per istigazione alla corruzione del senatore Nino Randazzo e di altri senatori della Repubblica, "in altri episodi non ancora identificati". Una storia che corre – circostanza davvero inconsueta per il Cavaliere – sul filo di un telefono (intercettato) dell´alto dirigente del servizio pubblico e trova una sua concreta evidenza nel racconto del senatore eletto dagli italiani di Australia. E´ una storia che, al di là degli esiti giudiziari, ha un´evidente rilevanza politica e si può raccontare così. Come tutte le storie che si rispettino è avviata dal caso. I pubblici ministeri stanno ficcando il naso su un giro di iperfatturazioni che nasconde la costituzione all´estero di fondi neri. La ricostruzione dei movimenti finanziari svela che il denaro ritorna - cash - in Italia attraverso la Svizzera. Per i personaggi coinvolti, per i loro contatti nel mondo della fiction e della Rai di viale Mazzini, il sospetto degli investigatori è che quelle somme possano essere o le tangenti destinate ad amministratori del servizio pubblico o "fette di torta" che i produttori televisivi si ritagliano, franco tasse. Al centro dell´attenzione finisce un piccolo produttore di cinema e tv, Giuseppe Proietti, che in passato ha lavorato alla Sacis (la società di produzione e commercializzazione della Rai). Il suo rapporto con Agostino Saccà è costante e molto intenso. Interrogato dai pubblici ministeri, il presidente di RaiFiction nega di conoscere Proietti così bene. Mal gliene incoglie. Nel periodo delle indagini, Proietti si reca ottantotto volte in viale Mazzini e in quaranta di queste occasioni è in visita da Saccà che ignora di essere finito al centro di un´inchiesta molto invasiva che, come sempre accade in questi casi, ha il suo perno nell´ascolto telefonico. Nel diluvio di comunicazioni del presidente di RaiFiction saltano fuori, per dir così, delle attività che i pubblici ministeri giudicano non coerenti, non corrette, non legittime per un dirigente Rai. Agostino Saccà è molto insoddisfatto della sua collocazione in Rai. Si sente sottovalutato, forse umiliato. Avverte di essere guardato a vista - sì, controllato - dal direttore generale Claudio Cappon. Vuole andare via, lasciare "Mamma Rai" per "mettersi in proprio", creare nei pressi di Lametia Terme, nella sua Calabria, una "città della fiction"; collaborare al "progetto Pegasus", un´iniziativa che vuole consociare le capacità e la qualità dei piccoli produttori televisivi italiani per farne una realtà industriale in grado di competere sul mercato nazionale e internazionale. Saccà parla molto delle sue idee e dei suoi progetti al telefono. Ne parla soprattutto con il consigliere d´amministrazione della Rai, in quota centro-destra, Giuliano Urbani. Con Urbani, Saccà conviene che in "Pegasus" bisogna far spazio a «un uomo di Berlusconi». Il presidente di RaiFiction ne va a parlare con il Cavaliere. Si incontrano spesso, a quanto pare. E´ a questo punto dell´indagine che emerge l´intensa consuetudine dei rapporti tra Berlusconi e Saccà. Secondo fonti attendibili, soprattutto una decina di telefonate dirette tra il giugno e il novembre di quest´anno appaiono illuminanti (Berlusconi chiama e riceve da un cellulare in uso a un suo body-guard). Berlusconi e Saccà discutono della sentenza del Tar che ha bocciato l´allontanamento dal consiglio d´amministrazione della Rai, Angelo Maria Petroni. Saccà sostiene che i consiglieri del centro-destra non sanno cogliere "le dinamiche positive". Spiega al Cavaliere come e con chi intervenire. Lo sollecita a darsi da fare per eliminare i contrasti che, in consiglio, dividono "i suoi consiglieri". Berlusconi appare a suo agio con il presidente di RaiFiction. Spesso dal "lei" cede alla tentazione di dargli del tu e tuttavia mai Saccà si smuove dal chiamarlo «Presidente». A volte il Cavaliere lo chiama confidenzialmente Agostino. Gli chiede conto del destino del film su Federico Barbarossa: «Sai, Bossi non fa che parlarmene…». Saccà lo rassicura: andrà presto in onda in prima serata. «E allora - dice Berlusconi - dillo alla soldatessa di Bossi in consiglio (Giovanna Clerici Bianchi) così la smette di starmi addosso». Il Cavaliere si fa avanti anche per risolvere qualche suo problema personale e politico. In una telefonata, quasi si confessa alla domanda di Saccà: come sta, presidente? «Socialmente - dice Berlusconi - mi sento come il Papa: tutti mi amano. Politicamente, mi sento uno zero… e dunque per sollevare il morale del Capo, mi devi fare un favore. Vedi se puoi aiutare…». Il Cavaliere fa quattro nomi di candidate attrici: Elena Russo, Evelina Manna, Antonella Troise, Camilla Ferranti (secondo un testimone, il produttore di Incantesimo Guido De Angelis, è la figliola di un medico molto vicino al Cavaliere). Sai, spiega Berlusconi a Saccà, non sono tutte affar mio perché «la Evelina Manni mi è stata segnalata da un senatore del centro-sinistra che mi può essere utile per far cadere il governo». Promette Berlusconi a Saccà: saprò ricompensarla quando lei sarà un libero imprenditore come mi auguro avvenga presto…
Agostino Saccà appare consapevole che la preoccupazione prioritaria del Cavaliere sia la "campagna acquisti" inaugurata al Senato per capovolgere l´esigua maggioranza che sostiene il governo di Romano Prodi. Fa quel che può, fa quel che deve nell´interesse del «Capo». In estate, incontra il senatore Pietro Fuda, un transfuga di Forza Italia, oggi nel Partito Democratico Meridionale di Agazio Loiero che sostiene il centro-sinistra. Dell´esito del colloquio, Saccà riferisce a Pietro Pilello, un commercialista calabrese con studio a Milano con molti incarichi in società pubbliche (Metropolitana Milanese, Finlombarda), presidente dei sindaci di Rai International dal 2003 al 2006, oggi ancora sindaco di Rai Way. Dice Saccà: «Fuda vuol far sapere al Capo che il suo cuore batte sempre a destra, anche se è costretto a stare oggi a sinistra e che comunque se gli dovessero toccare gli interessi e le cose sue, il Cavaliere deve starne certo: Fuda gli darà un aiuto in Parlamento». Saccà e Pilello affrontano di concerto (e ne discutono al telefono) l´abbordaggio del senatore Nino Randazzo. Il commercialista assume informazioni sullo stato economico dell´eletto per il centro-sinistra in Oceania. Ne riferisce a Berlusconi che lo convoca ad Arcore. Si può presumere che il commercialista riceva l´incarico di accompagnare Randazzo da Berlusconi. Dopo qualche tempo, gli investigatori filmano l´arrivo di Pilello all´aeroporto di Roma; l´auto con i vetri oscurati che lo attende; il percorso fino in città, a largo Argentina, dove è in attesa Randazzo; l´ultimo brevissimo tragitto fino a Palazzo Grazioli. Quel che accade nella residenza romana di Berlusconi lo racconterà il senatore ai pubblici ministeri. Berlusconi lo lusinga. Appare euforico. Vuole conquistare la maggioranza al Senato e dice di essere vicino ad ottenerla. Se Randazzo cambierà cavallo, potrà essere nel prossimo esecutivo o viceministro degli Esteri o sottosegretario con la delega per l´Oceania (al senatore Edoardo Pollastri eletto in Brasile, aggiunge Randazzo, viene invece promessa la delega come sottosegretario al Sud-America). L´elenco dei benefit offerti non finisce qui. Randazzo sarebbe stato il numero 2, appena dietro Berlusconi, nella lista nazionale alle prossime elezioni e l´intera campagna elettorale sarebbe stata pagata dal Cavaliere. Randazzo è scosso da quelle proposte. Ricorda ai pubblici ministeri un bizzarro episodio che gli era occorso in estate, in luglio. Passeggiava nella Galleria Sordi, in piazza Colonna a Roma. Come d´incanto, come apparso dal nulla, si ritrova accanto un imprenditore australiano, Nick Scavi. L´uomo lo apostrofa così: «Voglio offrirti la possibilità di diventare milionario. Ti darò un assegno in bianco che potrai riempire fino a due milioni di euro». Randazzo rifiuta l´avance. L´altro non cede. Trascorre qualche giorno e lo richiama. Gli chiede se ci ha ripensato. Randazzo non ci ha ripensato. Come Nick Scavi, anche Berlusconi non cede dinanzi al primo rifiuto di Randazzo. Per superare le incertezze, il Cavaliere rassicura il senatore: «Caro Randazzo, le farò un vero e proprio contratto…». Ancora il telefono racconta come vanno poi le cose. Pietro Pilello dice che Berlusconi gli ha chiesto il numero telefonico di Randazzo perché aveva bisogno di parlargli con urgenza. Il senatore conferma durante l´interrogatorio: «E´ vero, Berlusconi mi chiamò e mi disse: lei ci ha pensato bene, le carte sono pronte, deve solo venirle a firmarle. Mi basta anche soltanto una piccola assenza». Al Senato un´assenza, con l´esigua maggioranza del centro-sinistra, ha il valore di un voto contrario. «Una piccola assenza» è sufficiente perché, dice Berlusconi, «ho con me Dini e i suoi - che non dovrebbero tradire - e tre dei senatori eletti all´estero». Vanagloria del Cavaliere come quella storia dei "contratti di garanzia"? Forse sì, forse no. E´ un fatto che almeno "un contratto" è saltato fuori a Napoli in un´altra indagine che ha come indagato per riciclaggio il senatore Sergio De Gregorio, presidente della commissione Difesa di palazzo Madama (alcuni suoi assegni per 400 mila euro sono stati ritrovati nelle mani di un noto contrabbandiere, Rocco Cafiero). Durante l´investigazione, è stato sequestrato un contratto, inviato via fax a quanto pare, a firma Sandro Bondi e Sergio De Gregorio in cui si dà conto dell´impegno finanziario concordato tra le parti, delle quote già consegnate e quelle da fornire con cadenza mensile. E´ l´accordo stipulato (e noto) tra Forza Italia e l´associazione "Italiani nel mondo" di De Gregorio. Altri accordi, evidentemente, avrebbero dovuto nascere soltanto se i senatori del centro-sinistra avessero voluto.
dicembre 9 2007
lodes ha detto...
“Quindi che si fa?
Ci si sposta su posizioni extra-parlamentari? Si va in montagna?”
Per fortuna non è necessario andare in montagna e tanto meno diventare extra-parlamentari”. A proposito Vittorio questa allocuzione è un richiamo a una stagione politica molto lontana.
Secondo me non c’è bisogno di scomodare il 68 o antiche stagioni politiche per spiegare la mia critica, e quella di tanti altri, a come sta crescendo il PD e alla classe politica. Si potrebbe fare questa ricerca se fossimo in una fase politica, sociale ed economica in movimento, dove si alternano luci ed ombre. Invece non è così. Lo andiamo dicendo da tempo che il pese si trova sul piano inclinato del declino. Fuori da questa italietta il mondo gira a mille, si stanno modificando gli equilibri mondiali ed è certo che solo che saprà attrezzarsi riuscirà a mantenere la posizione (sociale ed economica) che oggi occupa. Proprio in questi giorni è uscito il rapporto del CENSIS con una fotografia del paese che conferma in pieno quanto andiamo dicendo. Magra soddisfazione, ma questa è la realtà. Un paese frammentato, incapace di trovare la propria strada, dove le classi dirigenti hanno perso credibilità. Siamo un paese che sta consumando le proprie risorse senza crearne altre a sufficienza. E non sto parlando del debito pubblico. Penso per esempio ad un bene primario quale il sapere. Sempre in questi giorni è uscito il rapporto PISA sulla scuola in 57 paesi: disastro. A cosa è passata quasi inosservata. Di fronte a dati come quelli un paese serio dovrebbe rapidamente mettere in cantiere un piano per modificare la situazione. Pensano di poter vincere le sfide con gli altri paesi con una scuola che non riesce a produrre sapere, capacità? I migliori se ne vanno o, come rileva il rapporto CENSIS, si danno da fare nelle poche aziende italiane che riescono a produrre eccellenza. Però il quadro politico è in movimento. Vero. E’ indubbio che il PD abbia provocato movimento. Però anche qui guardiamo un po’ più da vicino le cose. A parte il caso Binetti che conferma come il non aver affrontato certi temi lasci spazio a spinte, controspinte e manovre tese ad agire sulle contraddizioni del PD, dicevo a parte questo guardiamo cosa sta accadendo in questo percorso del PD. Vedremo che le decantate novità di Veltroni si traducono, mano a mano si va avanti, in strumenti antichi riverniciati. Uno per tutti la forma partito. Ormai l’impianto è stato messo in piedi ed è un impianto molto possente: fatto cioè di strutture pletoriche ad ogni livello. Ciò vuol dire che non c’è nessuna discontinuità culturale. Serve un partito “pesante” che aggrega/rinsalda il ceto politico, ma per fare cosa? Domanda retorica, per dire che tutto rimane come prima. Ed è in questa logica che si spiega la svolta proporzionalista. E’ evidente a tutti che con un sistema maggioritario conta molto “la responsabilità” dell’eletto verso l’elettore e che, quindi, la funzione del partito si ridimensiona a livello di supporter per i candidati. Nel proporzionale invece la parte del leone l’hanno i partiti che devono gestire il rapporto/scontro con gli altri partiti. Cose viste per cinquant’anni. Ammesso che funzionasse l’aggregazione della cosa rossa e di quella bianca resterebbe sempre un numero sufficienti di partiti per la politica dei due forni, per le convergenze parallele, per le verifiche di governo, per i governi di garanzia, per quelli balneari.
Torna però il che fare? E non voglio affatto sottrarmi. Però lo faccio formulando a mia volta una domanda. Cosa hanno fatto e cosa possono fare quelli che sono dentro il percorso costituente? Quelli che hanno dato fiducia a Veltroni? Io credo poco, e non me ne voglia Paola che so molto impegnata qui a Ravenna. Certo il suo impegno come componente dell’assemblea costituente regionale peserà un po’ più dei singoli elettori. Tuttavia non si può non constatare che la “democrazia” e la “partecipazione” contano poco e pesano ancora meno sulle politiche nazionali e locali. Forse che la svolta proporzionalistica è il risultato di un confronto, di un cambio di strategia meditato? Certo ci vuole una certa dose di decisionismo per sottrarre la politica al pantano delle lunghe, estenuanti e inconcludenti mediazioni, però stiamo parlando di una politica che ha l’ambizione di rinnovarsi e di proporsi al paese come adeguata alle grandi sfide. Allora torniamo al discorso della restaurazione: il paese ha bisogno di un nuovo assetto politico ed istituzionale e l’unica cosa che sanno proporre è il ritorno al passato. Non abbiamo già dato sul piano di una politica manovriera e attenta solo agli equilibri interni?
Il che fare dunque si traduce nell’esprimere un pensiero critico, nel rivendicare responsabilità e coerenza, nell’essere cittadini che con senso civico partecipano con le proprie idee per sollecitare, premere, condizionare: ognuno lo fa secondo le proprie convinzioni e le proprie possibilità. Non c’è dunque un che fare nostalgico di nulla, ma un che fare ben consapevole che così il paese non esce dal piano inclinato del declino.
Al solito sono un stato lungo. :_)
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dicembre 6 2007
"Siamo indignati, non potevamo tacere". E Prodi dà l´ok alla controffensiva
Claudio Tito
la Repubblica
ROMA - Al terzo piano di Palazzo Chigi, ieri il via vai era più intenso del solito. Due piani sopra l´ufficio di Romano Prodi, infatti, c´è Enrico Micheli. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio più "prodiano" di tutti. Mai come ieri il suo ufficio è diventato il cuore del governo. Perché l´attacco contro Fausto Bertinotti è stato studiato, soppesato e lanciato proprio da quel terzo piano. Una mossa concordata per filo e per segno con il Professore. «Perché loro - spiegano i collaboratori di entrambi - sono sempre sulla stessa lunghezza d´onda. Si capiscono al volo e hanno la stessa attenzione nei confronti delle istituzioni».
Insomma la stoccata contro Bertinotti ha ricevuto l´avallo sostanziale e formale di Prodi. Anzi, ogni parola e anche i tempi sono stati convenuti. Un´uscita non a caso. Perché il presidente del consiglio, ancora «indignato» dopo l´intervista rilasciata dalla terza carica dello Stato a Repubblica, ha atteso 24 ore prima di rispondere ufficialmente. Si aspettava una «correzione» da parte dell´alleato. Una «rettifica». Le diplomazie di Montecitorio e Palazzo Chigi si sono messe in moto proprio per ricucire il rapporto personale tra i due. E nelle telefonate che sono partite dagli "ambasciatori" prodiani spuntava sempre la stessa richiesta: «Fausto deve attenuare» il tono delle sue parole. Ma non c´è stato niente da fare. «Confermo le mie dichiarazioni di ieri», ripeteva il presidente della Camera. Anche quando il ministro per i rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti, ha provato a parlargliene.
Prodi e Micheli si erano già sentiti di buon mattino. Il Professore era in viaggio verso Napoli per il vertice con lo spagnolo Zapatero. Avevano concordato il timing e anche il senso della dichiarazione. Bisognava solo aspettare che si chiudesse il question time alla Camera dove un altro "prodiano", il ministro Santagata, era impegnato a rispondere ad una interrogazione proprio sull´intervista di Bertinotti. Un´occasione considerata «buona» per correggere il tiro. Dopo di che, nel pomeriggio, l´ultima telefonata. Micheli ha chiamato prima Silvio Sircana, il portavoce della presidenza del consiglio, e quindi il premier. Ha letto quelle poche righe e subito è arrivato l´ok: «Per me va bene così». Il Professore, del resto, non ha scelto Micheli a caso. Le uscite pubbliche del sottosegretario in questa legislatura si contano sulle dita di un mano. Ma l´ex direttore generale dell´Iri - quando Prodi ne era il presidente - è stato dal 1996 ad oggi il vero ufficiale di collegamento tra Prodi e Bertinotti. L´uomo della mediazione e della ricomposizione. Nell´ottobre del 1997 - durante il primo governo dell´Ulivo - quando Rifondazione stava per rompere sulle 35 ore, ha invitato l´allora segretario di Prc a casa sua, nella elegante Via Massimi. Dopo due ore di discussione e una dose massiccia di pasticcini umbri, Bertinotti accettò il compromesso. E lo stesso fece qualche mese dopo nell´abitazione che Micheli conserva nella sua città natale, Terni. Pure prima delle ultime elezioni, il sottosegretario si è fatto sentire nel momento della firma sul patto che ha dato vita all´Unione.
Stavolta, dunque, Prodi ha voluto che fosse il "più bertinottiano" dei "prodiani" a mettere i puntini sulle "i". Un modo per manifestare la sua «indignazione istituzionale» e anche per provare a forzare la mano in vista della verifica di gennaio: «Mica penseranno che vado avanti così per un mese. Queste sono cose inaccettabili. Soprattutto dal punto di vista istituzionale». L´obiettivo del premier è anche risvegliare dentro Rifondazione la "sindrome del 1998", quella che scatta nel partito di Giordano ogni volta che l´esecutivo è sul punto di cadere. Come dice il leader del Prc, Franco Giordano, però, questa volta «l´unica spiegazione possibile da dare alla reazione di Micheli è la permalosità di Palazzo Chigi». Eppure nella puntualizzazione del Premier non è mancato un segnale agli alleati. Il silenzio di larga parte del Pd non gli è piaciuto. L´asse privilegiato tra Veltroni e Bertinotti sulla legge elettorale lo infastidisce da tempo. E ancor di più dopo il summit democratico di domenica scorsa. Non solo. L´aut-aut del presidente della Camera non è piaciuto nemmeno al Quirinale. Dove hanno accolto con «sorpresa» un intervento così diretto da parte del presidente della Camera. E anche su questo hanno puntato gli "ambasciatori" del premier per convincere "il compagno Fausto".
Adesso, però, il clima nella maggioranza è diventato ancora più pesante. «Del resto - allarga le braccia Clemente Mastella - il Prc vuole fare come il ´98. Sono più berlusconiani di Berlusconi. Se Bertinotti pensa di ricattare Prodi, sono io il primo a non starci. Se è così, prima si finisce e meglio è».
dicembre 5 2007
| Il giro di tavolo del Prof |
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Dagli ultra-comunisti di Oliviero Diliberto agli ultra-liberisti di Lamberto Dini, passando per gli ultra-garantisti di Clemente Mastella e gli ultra-giustizialisti di Antonio Di Pietro, senza dimenticare i socialisti di Enrico Boselli, gli ambientalisti di Alfonso Pecoraro Scanio e tutta la compagnia di giro unionista. Strano ma vero, al di fuori dei confini del Pd e di Rifondazione, l’Armata Brancaleone è tornata a recitare il «lunga vita a Romano Prodi».
La prova sta nel resoconto della riunione dei capigruppo della Camera di due giorni fa che, in un batter d’occhio, si è trasformata in un referendum su Walter Veltroni. E quando la discussione è scivolata sulla riforma elettorale, Gennaro Migliore - anticipando i temi del colloquio di Fausto Bertinotti con Repubblica - ha esclamato: «In questo momento, noi di Rifondazione ci fidiamo solo di Walter». «Allora noi pretendiamo che intervenga il presidente del Consiglio», è stata la replica dell’udeur Mauro Fabris, seguito a ruota soprattutto dal pdci Pino Sgobio e dal verde Angelo Bonelli. E ora che i “piccoli” sono tornati a radunarsi appassionatamente attorno al suo focolare, Prodi potrebbe riprendere in mano il dossier riforma elettorale. Non c’è solo il vertice di maggioranza promesso. Il Prof, infatti, potrebbe varare una serie di incontri bilaterali con tutte le forze del centrosinistra.
Sul punto, nei corridoi di palazzo Chigi, ci sono due scuole di pensiero. Secondo la prima, «nell’agenda di Prodi questi appuntamenti ancora non figurano». Per la seconda, invece, la convocazione di vertici bilaterali arriverà ai partiti della maggioranza «a stretto giro di posta». Probabilmente prima, dunque, del vertice di maggioranza che fonti governative hanno previsto in una data tra lunedì 10 e mercoledì 12 dicembre. Ai “piccoli” che temono un tranello figlio del Veltroni-Berlusconi, Prodi è sempre disposto a dare massime garanzie. A sentire il mastelliano Fabris, sarebbe già stato predisposto «un mega trappolone». Non c’è, aggiunge il capogruppo del Campanile, «solo questo Vasellinellum. Non dimentichiamo che se passa il testo sulla riduzione del numero di parlamentari, lo sbarramento “reale” arriva al 15 per cento. Ma siamo impazziti?». Di questo - e soprattutto di altro (leggasi Cosa bianca) - Clemente Mastella, che di Veltroni non si fida, ha discusso recentemente sia con Massimo D’Alema che con Francesco Rutelli. Al contrario del guardasigilli, i diniani non vogliono il tedesco. «A Veltroni - rivela Natale D’Amico - l’abbiamo detto chiaramente: o si fa qualcosa di più maggioritario o è meglio il Mattarellum. Se saltano entrambi, allora tutti alle urne. Per adesso, prendiamo atto che, seppur tardivamente, Romano è tornato a sponsorizzare il Mattarellum». Il Pdci, invece, insiste sul proporzionale delle regionali. E Diliberto continua a ripetere che «il premier è il garante». «I Verdi credono che governo e maggioranza vadano rafforzati», ha insistito Pecoraro Scanio, che ieri ha visto il Prof.
Comunisti e liberisti, garantisti e giustizialisti, maggioritaristi e proporzionalisti, referendari e non. «L’amore di tutti noi “piccoli” nei confronti di Romano - per dirla con Bobo Craxi - sta aumentando a vista d’occhio. E non è un amore da ultima spiaggia. Anzi...».
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http://www.ilriformista.it/news/rif_lay_notizia_01.php?id_cat=4&id_news=3003
dicembre 3 2007
Riforme, Prodi a Veltroni "Pd garante di tutta l´Unione"
Goffredo De Marchis
la Repubblica
ROMA - Romano Prodi deve scendere in campo, dopo il colloquio tra Veltroni e Berlusconi. Ha osservato i contraccolpi che quell´incontro ha provocato sulla sua maggioranza e punta ad attenuarne gli effetti. «Non vi sono elementi di preoccupazione», garantisce. Lui non ne ha mai avuti, giura. Eppure agli alleati dell´Unione che sostengono il suo governo, sempre in bilico sui numeri risicati al Senato, deve mandare un messaggio chiarissimo: «Io sono il garante della coalizione». In questa veste si è presentato al "caminetto" del Partito democratico riunito ieri sera nel loft di Piazza Sant´Anastasia a Roma. Per esprimere i dubbi che in questi giorni sono stati affidati a battute, a frasi secche ma eloquenti. Anche ieri mattina, subito dopo i nuovi attacchi di Silvio Berlusconi al governo. «Vi sembra un uomo che vuole dialogare?», è il suo gelido commento alle parole del Cavaliere. Ma il segnale vale anche per Veltroni. Che il premier coinvolge nel gioco degli equilibri del centrosinistra. Come dire che Walter non può fare finta di niente. «Non sono solo io il garante - precisa - ma è tutto il Pd che garantisce anche gli altri partiti della coalizione».
Il vertice di ieri sera è il primo vero confronto dal giorno delle primarie, il 14 ottobre, cioè, un mese e mezzo fa. Insieme con Prodi e Veltroni, ci sono il vicesegretario Dario Franceschini, i ministri Rutelli, D´Alema, Parisi, Bindi, Amato, Fioroni, Bersani, Chiti e Gentiloni, il sottosegretario Enrico Letta, Fassino, Bettini, Follini, i capigruppo Soro e Finocchiaro e i due presidenti delle commissioni Affari costituzionali Violante e Bianco. Insomma, è il vero stato maggiore del Pd. Che scavalca di fatto gli organismi nominati nelle ultime settimane, segreteria e direzione. I leader devono parlarsi, anche perché siamo al giro di boa. Ed è il segno evidente che Veltroni ha tutta l´intenzione di andare fino in fondo, di stringere. Anche Prodi saluta con soddisfazione il confronto dentro il Pd, finora mancato. Entrando al vertice spiega: «Stasera teniamo una doverosa, normale riunione politica su temi generali e sulla legge elettorale. Di queste riunioni i partiti dovrebbero farne tante. Si è persa l´abitudine, ma si devono fare».
Per il dopo Veltroni-Berlusconi c´è già una scadenza parlamentare che conta, eccome, per verificare sul campo la possibilità di un accordo. Martedì si riunisce l´ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali del Senato, con l´obiettivo di stabilire il ruolino di marcia della riforma della legge elettorale. La settimana prima della pausa natalizia dovrebbe essere adottato il testo base della riforma. C´è tempo per tradurre l´intesa avviata da Veltroni e Berlusconi in un nuovo disegno di legge? È una delle domande sul piatto del vertice di ieri sera.
Rosy Bindi continua ad attaccare il metodo seguito dal segretario del Partito democratico e chiede il coinvolgimento di altri soggetti. «Il governo non potrà non fare la sua parte, anche per quanto riguarda la legge elettorale», spiega. E ci vuole un confronto più ampio del canale privilegiato con il Cavaliere. «Penso - insiste la Bindi - che accanto a Veltroni ci debbano essere un po´ di persone che hanno a cuore il Paese, anche perchè da soli si fanno poche cose». Vanno coinvolti anche gli altri dirigenti del Pd e gli altri partiti dell´Unione, soprattutto non spaventarli. «Io personalmente credo che il Pd abbia a cuore anche la coalizione e che la legge elettorale dia stabilità al paese e che questa stabilità c´è se c´è un grande partito che non cannibalizza gli alleati». Dubbi, preoccupazioni che il ministro della Famiglia spera di vedere fugati dal "caminetto". Ma insieme con Arturo Parisi la Bindi ha convocato per oggi una riunione dei dirigenti della sua lista e lì farà il punto.
novembre 28 2007
“La mia pazienza paga ora i consensi crescono”
Fabio Martini, La Stampa,
Romano Prodi non è tipo da confessarlo, ma lo fa capire. Nel giorno in cui Rifondazione comunista non ritira i ministri ma reclama a gran voce la verifica, l’evento che più intriga il Professore si chiama Celentano. Certo, quell’elogio davanti a 9 milioni di telespettatori gli ha fatto piacere: «Sono ovviamente lieto per quel che ha detto e lo ringrazio, anche se mi fanno ridere tutti quei creatori di scenari che ci leggono dietro chi sa quale accordo o quale trama. Vuol dire che non conoscono né Celentano né il sottoscritto». Ma le parole inattese di uno showman che spesso coglie gli umori profondi del Paese («I politici hanno fretta per la paura di disperdere voti e perciò nasce il clamoroso sospetto che Prodi sia sulla strada giusta, lui fa promesse che può realizzare»), per il Professore quelle parole sono la prova che qualcosa si sta muovendo nell’opinione pubblica. Domenica mattina, nella rassegna stampa che ha letto ad Abu Dhabi, per quanto un po’ nascosto, ha letto l’ultimo sondaggio di Renato Mannheimer: nell’ultimo mese il governo ha recuperato quattro punti e il presidente del Consiglio addirittura otto.
Presidente, un piccolo boom. Lei può pensare che i giornali le siano ostili, ma almeno lei poteva valorizzare quel dato, non le pare?
«E’ vero i sondaggi ci danno in ripresa, i segnali di affetto e di incitamento si moltiplicano, piano piano l’opinione pubblica - come è giusto che sia - si sta accorgendo che noi abbiamo scelto di raccontare solo ciò che si può veramente fare, senza illudere, senza promettere che l’orizzonte è sempre rosa. Ma sarei in contraddizione con me stesso se mi mettessi a sventolare i sondaggi dal primo pulpito che mi si offre. La scelta di fare prima e comunicare solo a cose fatte dà per forza risultati a medio-lungo termine».
Certo, in politica le parole stanno diventando irrilevanti, ma nessuno avrebbe mai pensato che il suo “adagio adagio” potesse diventare sexy, forse neanche lei...
«Senta, lo so che è un concetto antitetico con il machismo televisivo, con la sovraesposizione dell’ego a cui abitua la comunicazione politica di questi anni, ma bisogna mettersi in testa che governare è un’altra cosa rispetto alla semplificazione di chi dice “basta fare così o cosà”, “si può fare tutto e subito”. Le parole-chiave di questo governo sono due: “insieme” e “pazienza”. Le decisioni si prendono insieme, insieme si discute e si progetta, insieme si superano gli ostacoli e si respingono gli attacchi della destra. E’ ovvio che per agire in questo modo ci vuole tanta, tanta pazienza. Sta diventando la nostra cifra e sembra che cominciamo un po’ tutti a prenderci gusto».
Ma sulla vicenda del Protocollo, di pazienza lei sembra averne avuta poca: la fiducia era davvero indispensabile?
«Il combinato disposto dei diversi calendari di Camera e Senato e della Finanziaria e dei suoi collegati non suggeriva francamente altra strada. Inoltre il governo aveva anche l’impegno a rispettare nella sostanza il Protocollo firmato con le parti sociali e approvato da milioni di lavoratori».
Rifondazione chiede la verifica, socialisti e diniani si sentono le mani libere, a gennaio lei pensa davvero di potersi limitare alla manutenzione ordinaria?
«Non è che prima di oggi tutti questi soggetti avessero le mani legate e dunque continueremo nel dialogo, ma con l’anno nuovo bisognerà partire con slancio e convinzione per un ulteriore salto in avanti dell’economia. Un rimpasto non è all’ordine del giorno».
Ma quando si farà la storia di questa legislatura resterà memorabile la sbalorditiva distanza tra i partner. A gennaio servirebbe una magia...
«Certo, siamo un insieme di culture distanti. Ma lo è anche il centrodestra. Non credo che tra Casini e Storace ci siano molti punti di affinità, così come tra Borghezio e Fini. Così come non ci sono tra l’ala moderata e quella trotzkista del Partito laburista inglese. Tuttavia deve far premio nella coscienza di ciascuno la necessità di accettare mediazioni rispetto ai propri punti di partenza culturali e ideologici. Io stesso, non mi vergogno di dirlo, anzi ne sono fiero, rinuncio a qualche mia priorità a qualcosa che riterrei più urgente, per consentire alle urgenze di altri di trovare spazio».
Rifondazione chiede sempre qualcosa in più, senza compiacersi più di tanto sui risultati già ottenuti. Ma lei è davvero soddisfatto del suo “carniere”?
«Non succedeva da molto tempo che le pensioni più basse avessero degli incrementi come quelli varati dal nostro governo, così come non si vedevano da molti anni misure strutturali per le imprese come il taglio del cuneo fiscale, le riduzioni dell’Ires, le semplificazioni amministrative, liberalizzazioni e politiche per la casa. Solo che i frutti di giorni e giorni di lavoro paziente non fanno accendere i riflettori, come invece succede per gli annunci clamorosi. Anche se poi, finito il clamore, questi spesso rimangono solo quello che erano: promesse vuote».
A gennaio si riproporrà l’eterna questione: ce l’hanno con lei poteri forti e giornali, oppure è lei che non riesce a farsi capire?
«Guardi, la situazione generale dell’informazione desta preoccupazione. Non sta a me dire se sia la tv a fare l’agenda ai giornali o viceversa, tuttavia quel che noto è una sorta di rincorsa al ribasso nella qualità, un eccessivo ricorso alla notizia urlata, un concentrarsi quasi ossessivo su casi di cronaca che solleticano il voyeurismo e le curiosità più morbose. Datemi pure del moralista, ma non mi piace».
novembre 25 2007
Ceccanti: "Il nostro No
al sistema tedesco"
"Il PD non può, per salvare l’attuale governo, approvare una riforma che renderebbe il prossimo governo ancora più debole, perché derivante da accordi post-elettorali continuamente rinegoziati".
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RIFORME: DICO NO AL SISTEMA TEDESCO
di Stefano Ceccanti
Quello delle riforme istituzionali, e soprattutto di quella elettorale, sarà il primo vero test dopo la legge Finanziaria. Qualche giorno dopo che essa sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la sentenza di ammissibilità del referendum elettorale, con tutta probabilità positiva, segnerà le priorità dell’agenda politica. La possibilità di approvare incisive riforme delle istituzioni esiste, ma solo a patto di collegare strettamente l’iniziativa in Parlamento a quella nel Paese con obiettivi chiari e coerenti. Il Partito Democratico dovrà infatti promuovere, come ha preannunciato Walter Veltroni nel convegno dello scorso 6 ottobre al Cinema Capranica, una campagna di sensibilizzazione sulla necessità di ridurre i poteri di veto che affollano il nostro sistema. Le primarie hanno del resto dimostrato che c’è una forte domanda di semplificazione del sistema politico, come avevano già dimostrato le oltre 800.000 firme per il referendum, oltre ai dati delle ricerche di opinione ricordate nel citato seminario del 6 ottobre da Marco Filippeschi, che danno alle liberalizzazioni politiche, compreso il possibile voto al referendum, livelli di consenso pari all’80%. L’impegno sulle regole deve essere coerente e collegato con quello sul piano dei soggetti.
Il Convegno del Capranica, uno degli eventi programmatici qualificanti della campagna di Veltroni, merita di essere richiamato anche per alcuni passaggi fondamentali. Il posizionamento strategico sui nodi della chiusura della transizione istituzionale era già stato chiarito da Veltroni con un decalogo sul “Corriere della Sera” del 24 luglio, enunciando varie riforme costituzionali, legislative, regolamentari. Al centro di quel decalogo stava il vero costo della politica: la sua impotenza, il suo essere oggi abbandonata a una somma di veti che intralciano e bloccano. A sua volta il decalogo di Veltroni, nonché il convegno del Capranica, si sono posti in stretta continuità con la Tesi 1 del programma dell’Ulivo del 1996, il primo atto con cui quel simbolo e quel nome si sono sottoposti al giudizio degli elettori. Un testo che a distanza di anni rivela tutta la sua attualità e che spesso le forze che hanno dato vita al Pd non sono state in grado di potenziare coerentemente, correndo il rischio, negli anni di opposizione, di una deriva prevalentemente conservatrice. Quella tesi anzitutto esordiva parlando di “Un patto da riscrivere insieme” e precisava: “Il mandato che chiediamo agli elettori su questi temi non ha lo stesso significato di quello sugli ulteriori contenuti programmatici in cui è giusto che la maggioranza applichi il suo programma. Sulle regole comuni il mandato è per aprire un confronto aperto e libero, non per conclusioni unilaterali.” Il tema di nuove regole per il Paese è quello su cui lo sforzo di farsi carico delle ragioni altrui deve essere il maggiore, senza strumentalità di collocazione momentanea al Governo o all’opposizione. Non ci si schiera per questa o quella soluzione perché ciò risponde a esigenze elettoralistiche o perché può essere momentaneamente utile a creare divisioni nello schieramento avverso, ma perché essa serve al Paese sul lungo periodo. La Tesi 1 dell’Ulivo del 1996, entrando nel merito, recitava poi in questo modo: “Il nostro Paese ha bisogno di completare la transizione aperta dalla stagione referendaria senza indugiare oltre in una terra di nessuno dove rischiano di cumularsi i difetti del vecchio sistema e quelli del nuovo. Si tratta di rifarsi allo spirito riformatore di quella stagione per realizzare un equilibrio organico tra diritti della maggioranza e contropoteri dell'opposizione, nonché tra centro e periferia all'insegna di un federalismo cooperativo.” Anche se varie innovazioni sono state introdotte da allora, alcune nel segno di quel programma e altre nel segno opposto, si pensi in particolare all’ultima legge elettorale, le indicazioni di linea restano giuste, come pure l’esigenza di un raccordo, nella distinzione di ruoli, col movimento referendario, la cui rinascita negli scorsi mesi, anche per opera di molti che sono impegnati nel Pd, è stato uno dei segni più positivi di impegno civico di questo periodo. Anche sullo specifico terreno elettorale, su cui è rinato il movimento referendario, non lasciando così la scena a sole pulsioni negative, di critica senza sbocco, la Tesi 1 del 1996 diceva: “Ai fini di una maggiore legittimazione democratica per ciò che concerne il sistema elettorale, appare preferibile l'adozione del collegio uninominale maggioritario a doppio turno di tipo francese.” Questa indicazione risponde a due obiettivi di massima: il primo è quello di garantire un rapporto effettivo dell’eletto con i suoi elettori, evitando il rapporti del tutto spersonalizzato dell’ultima legge elettorale senza cadere nel difetto opposto, nell’anomalia italiana del sistema delle preferenze, che nessuna grande democrazia europea ha mai pensato di introdurre e contro le cui degenerazioni nacque il movimento referendario dei primi anni ’90. La competizione nei partiti per la designazione alle candidature, attraverso primarie, deve avvenire in una fase temporale diversa rispetto a quella della competizione tra partiti e coalizioni, altrimenti essa degenera e ogni eletto, avendo come rivale il proprio sodale di lista, finisce per ragionare in chiave individualistica, fuori da una coerenza complessiva, prima e dopo il voto. Il secondo obiettivo, garantito anch’esso dal collegio uninominale, è quello di condurre il più naturalmente possibile l’elettore a concepire la scelta della rappresentanza anche come una scelta in vista del Governo, per progetti in grado di essere tradotti in un indirizzo politico coerente. Come scriveva il filosofo Jacques Maritain nel 1944 “il suffragio universale non ha lo scopo di rappresentare semplicemente opinioni e volontà atomistiche, ma di dar forma ed espressione, secondo la loro importanza rispettiva, alle correnti comuni d’opinione e di volontà che sono in atto nella nazione” e per questo “la linea politica di una democrazia dev’essere francamente e decisamente determinata dalla maggioranza…La maggioranza e la minoranza esprimono la volontà del popolo in due modi opposti, ma complementari e egualmente reali”. Dopo di che, è evidente che trattandosi di materia pattizia è ragionevole ipotizzare anche delle subordinate a questa ipotesi principale, ma non fino al punto in cui le subordinate contraddicano la principale. Sarebbe ben strano, infatti, dopo aver evocato il sistema francese, optare dal punto di vista della scelta dei rappresentanti per gli opposti errori delle liste bloccate lunghe in cui i candidati non possono essere presenti sulla scheda o delle preferenze che scardinano i partiti e la coerenza interna dei gruppi. Sarebbe altrettanto strano, dal punto di vista della scelta dei Governi, superare i gravi limiti del sistema attuale per imboccare quella del ritorno ad alleanze post-elettorali, forse ugualmente eterogenee e per di più prive di un chiaro mandato elettorale, andando così in direzione opposta a quella richiesta dai referendum. Al di là delle scelte tecniche, resta la discriminante individuata da Maurice Duverger: c’è “una contraddizione insuperabile tra l’espressione delle opinioni e quella delle volontà..La prima implica che i seggi attribuiti siano esattamente in proporzione ai voti ricevuti. La seconda ha bisogno dei meccanismi opposti”, ma “un buon sistema elettorale non è una macchina fotografica” la cui “qualità principale sta nella somiglianza delle persone raffigurate”, è invece “un trasformatore che deve convertire in decisioni politiche le opinioni enunciate con le schede”. Possiamo e dobbiamo ragionare sui vari sistemi che funzionano da trasformatore, ma credo dobbiamo chiaramente escludere quelli che si limitano a fotografare e che, così facendo, sottraggono agli elettori la scelta effettiva sul Governo del Paese. A queste condizioni il Parlamento può essere in grado di rispondere in proprio con una nuova legge, unita anche a coerenti interventi sul piano regolamentare e costituzionale, alla sfida referendaria, che migliora già la legge vigente, prima o anche dopo la consultazione.
Detto ciò sui contenuti emersi al Capranica, pochi giorni dopo alla Camera dei Deputati, in Commissione affari Costituzionali, l’opposizione si è astenuta sul progetto di riforma della II Parte della Costituzione. Questa scelta rappresenta un dato ambiguo: per un verso segnala la difficoltà di opporsi a una serie di riforme che godono del favore dell’opinione pubblica (Camere più snelle e differenziate, corsia preferenziale per il governo, potere di revoca dei ministri al Presidente del Consiglio e così via), per altro, col richiamo alla maggioranza a produrre una riforma elettorale unitaria, evidenziano l’intento tattico di dividere l’Unione. Come fare in modo di cogliere la disponibilità evitando la strumentalità? Se si ragiona solo in termine di equilibri dentro il Palazzo la quadratura del cerchio sembra impossibile, soprattutto sulla riforma elettorale. Sembra che ci si debba arrendere a un’alternativa comunque inaccettabile. Da una parte stanno una gamma di sistemi coerenti in positivo col discrimine di Duverger, che possono ridurre la frammentazione e realizzare il bipolarismo molto meglio di quello attuale: il sistema francese, quello spagnolo, il vecchio Mattarellum nella versione Senato, per limitarci ai principali. Hanno modalità che incentivano al bipolarismo, diversi dal premio di maggioranza ma anche più incisivi, o grazie al collegio uninominale o a piccoli collegi plurinominali. Proprio perché questi sistemi riducono i poteri di veto, i depositari di quei poteri minacciano ritorsioni sul Governo e pertanto favoriscono involontariamente la celebrazione del referendum o volontariamente scenari traumatici di elezioni anticipate. Il Pd non può non farsi carico di mantenere l’impegno preso con gli elettori di governare per la legislatura. Dall’altra parte sta però un sistema, quello tedesco, che viene brandito da alcuni alleati e dall’Udc come un ricatto sul Governo e sulla legislatura: se non ci date quel sistema, che in Italia distruggerebbe sicuramente il bipolarismo, si dice, faremo cadere l’esecutivo. Ma il Pd non può neanche propter vivendi vitam perdere causam, cioè per salvare l’attuale Governo approvare una riforma che renderebbe il prossimo Governo ancora più debole, perché derivante da accordi post-elettorali continuamente rinegoziati e magari produrre subito una democrazia di nuovo bloccata al centro, con un’alleanza innaturale fino a Forza Italia. Per questo, in nome della coerenza del principio della scelta diretta dei cittadini sulla maggioranza e sul Governo e della distinzione tra centro-destra e centrosinistra che non può essere appannata, il ricatto è rifiutato chiaramente anche da ministri dell’attuale esecutivo come Arturo Parisi e Rosy Bindi, che schierandosi per il referendum hanno d’altronde optato per una strada opposta a quella del sistema tedesco. Non è neanche pensabile di ricorrere allo strattagemma di prendere quel sistema e di inserirvi un obbligo preventivo di alleanze: se non c’è un preciso incentivo bipolarizzante (o il collegio uninominale o il premio o piccoli collegi plurinominali) un partito come l’Udc indicherebbe semplicemente il proprio leader come candidato Premier e o direbbe di andare da solo aspirando al 50 +1% o, se fosse consentito, esprimerebbe una preferenza per una coalizione Pd-Udc-Fi. Stiamo quindi parlando di una correzione che semplicemente non esiste sul piano tecnico. Se poi vogliamo aggiungervi di nuovo un premio o qualcos’altro allora possiamo continuare a chiamarlo tedesco, ma sarebbe un’altra cosa e rientreremmo tra i sistemi accettabili.
Visto così il quadro sembrerebbe insolubile e tuttavia la campagna di opinione che dovrà promuovere il Pd nel Paese, se ben condotta, potrebbe cambiare i rapporti di forza. Perché da parte del primo partito italiano non obbligare a giustificarsi chi non vuole tornare a candidature vicine alle persone, come quelle garantite dai collegi uninominali o dai piccoli collegi plurinominali e/o chi non vuole realizzare processi di aggregazione solo per andare avanti in tanti isolotti autosufficienti ed egoistici chiamandoli partiti? Perché non debbono aver diritto ad elezioni primarie anche gli elettori del centro-destra? Perché l’opposizione deve ambire solo a riconquistare il potere a breve in un sistema che non funziona? Se queste domande e le relative risposte diventassero subito dopo l’apertura della Costituente un patrimonio diffuso, forse alleati ed avversari potrebbero cambiare attitudine. La nostra, pur con tutte le ovvie attenzioni in una materia per sua natura pattizia, non può che essere coerentemente quella del 14 ottobre, massimo di partecipazione e massimo di decisione.
Fonte : Le nuove ragioni del socialismo -
novembre 21 2007
Il vertice italo-tedesco. Prodi-Merkel a confronto
Da buoni ultimi, come al solito, anche gli Italiani hanno avuto diritto al vertice bilaterale con il Gabinetto tedesco, tenutosi oggi a Meseberg, presso Berlino tra il presidente del Consiglio Romano Prodi e la Cancelliera tedesca Angela Merkel. Ampio spazio all’incontro ufficiale, che vedrà presenti anche il Ministro per lo Sviluppo economico Pierluigi Bersani e quello dei Trasporti Alessandro Bianchi, l’ha dato, tra i media italiani, soltanto il Sole 24 Ore. Il quotidiano economico di Confindustria ha pubblicato, in occasione dell'evento, alcuni contributi sui rapporti politici ed economici tra questi due paesi così storicamente legati, ma che hanno mostrato, almeno dal punto di vista strettamente politico, una reciproca indifferenza sin dai primi anni ’90. L’affetto- come spiega oggi il nostro Ambasciatore a Berlino Antonio Puri Purini- non manca e la simpatia tra il popolo tedesco e quello italiano neanche. Al di là poi degli ossequi formali tra i due primi Ministri, il rapporto politico e strategico tra le due Nazioni, è a mio avviso del tutto irrilevante ai fini della cooperazione internazionale. Oggi dunque Prodi e Merkel, entrambi convinti assertori della centralità del processo di unificazione europea, discuteranno sì di Iran e Kosovo, ma il loro summit- dicono gli analisti- è destinato a produrre concretamente poco: qualche bella dichiarazione alla stampa, strette di mano di circostanza e poi tutti a casa. Il feeling tra i due capi di Governo, tanto celebrato dalla stampa italiana, mi pare in realtà solo fumo e niente arrosto. Il rapporto tra gli Esecutivi italiano e tedesco, da qualche anno a questa parte (e vieppiù con l’ascesa di Berlusconi), si sono raffreddati, senza grandi tensioni, ma anche senza travolgenti fiammate.
Dal punto di vista economico, invece, i due paesi mostrano di essere in buona sintonia. La Germania continua in effetti ad essere uno dei più importanti partner commerciali del Belpaese (in particolare nei settori dell’auto, della meccanica e dell’elettronica), mentre l’Italia è scivolata al sesto posto (dal quarto del 2004) nell’ambito dell’esportazioni verso la Repubblica Federale. E’ altrettanto vero, tuttavia, quanto ci spiega Beda Romano in un suo reportage pubblicato Sabato scorso sul Sole 24 Ore. Gli investimenti italiani in Germania sono infatti aumentati (nel settore del credito e della manifattura) da 5,4 a 19,1 miliardi in appena quattro anni. Da segnalare, in particolare, l’impegno di Rottapharm nella farmaceutica, gli acquisti di Pirelli Re nell’immobiliare (dovuti probabilmente al fatto che il mercato immobiliare tedesco è rimasto molto più stabile di quello italiano), Telecom Italia che ha preso il controllo di Hansen e poi delle attività tedesche di Aol. Aneddotica da circostanza a parte, comunque, tra i grandi problemi del nostro paese, vi è innanzitutto il basso grado di apertura alla globalizzazione. In uno dei suoi numerosi editoriali sul quotidiano di Confindustria, Daniel Gros, Presidente del Centre for European policy studies, ha apertamente sostenuto che la Germania è un paese più aperto alle novità, più responsabile nel raccogliere le sfide e, per questa ragione, “un Paese in cui i governanti sono coscienti di dover tenere conto del contesto globale, i rappresentanti delle categorie (sindacati e imprenditori) non possono permettersi il lusso di esagerare con le loro richieste, proprio perché la concorrenza globale incalza dappertutto. L'esperienza dimostra: per esportare di più bisogna importare di più (ovvero integrarsi di più con il resto del mondo, ndr) e più apertura all'estero porta a una politica economica migliore. Senza contare la crescita del costo del lavoro, la vessatoria tassazione sulle imprese, che la Germania ha finalmente deciso di tagliare a partire dal 1 Gennaio 2008.
Un altro nostro post sul rapporto Germania-Italia
UPDATE Italia e Germania si sono accordate sulla necessità di una Conferenza internazionale sull'Afghanistan. Accordo anche sul progetto Galileo: "lo vogliamo", hanno detto Prodi e Merkel nella conferenza stampa. Nessuno sbilanciamento sul rilevamento di Alitalia da parte di Lufthansa: "Esamineremo approfonditamente la proposta", ha detto il premier italiano.http://germanynews.ilcannocchiale.it/
novembre 20 2007
Una trappola involontaria
di Antonio Esposito,
Stiamo attenti e vigili qui nel centrosinistra, perché, se il centrodestra sembra andare allo sfascio, noi di certo non brilliamo. Finora lo spauracchio della spallata e il fantasma di un possibile ritorno al governo di Berlusconi ci hanno fatto serrare le fila e abbiamo passato quasi indenni lo scoglio della Finanziaria al Senato, ma ricordiamoci che la nostra coalizione è sempre composta da varie anime e che Dini e Bordon non sono molto amichevoli nelle intenzioni, anche se ora il centrodestra non offre appetibilità programmatica. Tirare un sospiro di sollievo va bene, se invece tiriamo i remi in barca pensando che l'ex Cdl non possa più nuocere, allora il rischio è che l'Unione si sfilacci e Prodi cada. D'altronde non c'è proprio nulla da ridersi per la situazione: lo stato attuale delle cose ha confermato l'effetto pessimo di questa legge elettorale, cioè che coalizioni così ampie non reggono, e indica che ne serve subito una nuova. Qui sta il punto centrale su cui il centrosinistra deve evitare un harakiri: crollata una coalizione e con l'altra debole, c'è la tensione a che i 'volenterosi' dei due poli prendano la palla al balzo, si faccia cadere Prodi e si trovi l'intesa sul modello tedesco, nefasto per il bipolarismo che ora, causa la situazione attuale, finirà condannato come responsabile primo, mentre le critiche legittime devono riguardare solo il bipolarismo di questa legge elettorale che ha voluto tutto il centrodestra, anche l'Udc. Adesso il centrosinistra, se vuole governare ancora, deve sfruttare il patatrac nel centrodestra perseguendo alcune mosse: ossia deve mettersi alla guida del processo delle riforme condivise, cercando di trovare possibilmente una rapida quadra al suo interno, deve essere appetibile puntando a trovare pochi punti programmatici su cui incardinare il resto della legislatura. Per far ciò prima di tutto deve guardare in casa propria, non disinteressandosi di ciò che avviene nel centrodestra ma stando attento a non dare più di un occhio per non cullarsi su finti allori. Su questo ha ragione Romano Prodi, meglio non fidarsi e aspettare. E un ultimo appunto su un difetto che non abbiamo ancora corretto: nel mentre che si persegue una azione di governo riformatrice, si deve comunicare chiaramente ciò che si fa. Comunicare, comunicare, comunicare. http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=10164
novembre 19 2007
Il centrosinistra vince la battaglia parlamentare sulla Finanziaria e avvia nel migliore dei modi la scommessa politica del Partito democratico. Il centrodestra si dilania aspramente dopo aver invano puntato tutto sulla caduta del governo. Il centrosinistra da un anno buono ha avviato un complesso processo politico. Il centrodestra, da un anno buono, non discute, non dibatte, non propone ma fa molta demagogia e pessima campagna acquisti senatoriale con l'intento di riportare un uomo solo, e sempre lo stesso, sulla plancia di comando (a fare cosa di meglio, poi, non è poi dato sapere). I risultati si spiegano facilmente così: il centrosinistra fa politica, il centrodestra no. Se avrò voglia e tempo di tornare per un momento su questo aspetto della vita politica patria, approfondirò questo spunto. Ricordo solo che quando nei mesi scorsi scrissi che il Partito democratico avrebbe avviato un processo che il centrodestra non poteva limitarsi a deridere e che la elezione di Veltroni avrebbe posto anche all'altra parte un problema di leadership e di programmi, bene, quando lo scrissi, ricordo, ricordo bene, che da qualche parte, in fondo a destra, arrivò l'accusa velata di soffrire di complessi d'inferiorità verso l'egemonia della sinistra. Nessun problema, figuriamoci, ci saranno sempre immaginifici sondaggi a scaldare il cuore nei momenti difficili. Nella vita politica reale, invece, il Partito democratico resta l'opzione più interessante di sblocco dello stallo in cui l'Italia è finita in questi ultimi anni. E per il momento, anche l'unica.
Segnalo la differente (e come sempre molto equilibrata) analisi di Stefano Folli dal Sole 24 Ore. Dalla quale dissento su due punti. Il primo: è vero che a sinistra tutte le contraddizioni restano in piedi ma è anche vero che se Prodi e Veltroni trovano una sintonia di azione, il futuro potrebbe essere proficuo per entrambi. L'attuale premier non può che giovarsi dell'appoggio di un leader di partito autorevole e Veltroni ha bisogno di arrivare alla campagna elettorale sulla scia di un centrosinistra che recupera consenso. Il secondo: quello che Folli considera un elemento a favore di Berlusconi, io lo considero un elemento a sfavore del centrodestra. E' vero che l'ex premier mantiene un carisma ineguagliato fra il popolo di centrodestra. Ma a che prezzo? E per farne cosa? Il prezzo è quello di aver ormai assuefatto la sua gente alla demagogia e averla allontanata dalla politica, tanto è vero che molti sono convinti che l'azione politica consista in questa continua produzione di slogan, boutade, tormentoni, barzellette, trasmissioni tv autoreferenziali, giornali autocompiacenti, cortei, vignette e altre amenità del genere. Per farne cosa è poi il discorso principale. Forza Italia difficilmente può sedersi al tavolo di una costruttiva trattativa con il centrosinistra per varare una riforma elettorale perché ha come unico scopo quello di consentire a Silvio Berlusconi di tornare al governo. E l'unico modo che ha di farlo è quello di puntare alla caduta immediata di Prodi. Quel che di buono - o di male, a seconda dei punti di vista - che il berlusconismo ha potuto dare a questo paese (in termini di modernizzazione della comunicazione politica, di sdoganamento del centrodestra come soggetto politico, di consolidamento della tendenza bipolare, di semplificazione del linguaggio politico) appartiene a un ciclo che si è ormai abbondantemente concluso. Il tempo non lavora per Berlusconi. Questo il Cavaliere lo sa: corre controvento e sembra disposto a tutto, pure ad inventarsi un nuovo partito, troppo carico di genitivi per esser serio e troppo carico di riferimenti a repubbliche popolari per non essere comico. Solo che, a mio avviso, il centrodestra non ha bisogno di questo. E l'Italia ancor di meno.http://walkingclass.blogspot.com/
novembre 17 2007
Oggi Fini scrive un post sul Corriere nel quale accenna ad un un «declino nazionale» tanto evidente quanto progressivo causato dal governo Prodi.
Ora, anche a essere ottimisti, quanto di questo declino può avere a che fare con Prodi? Dal punto di vista economico e strutturale, il 2006 è stato necessariamente limitato nei risultati. Nel 2007 il governo ha portato la sua azione. Solo che, e chi capisce cosa sia un paese di 56 milioni di persone lo sa, per dare una sterzata ci vuole quasi l'interno mandato di cinque anni.
Per cui, numeri alla mano, se di declino evidente e progressivo parliamo, e se Fini cerca un responsabile, mi sa che è meglio se buttasse un'occhiata a quell'oggetto casalingo di nome specchio. Fissandolo potrebbe vedere il responsabile di cotanto declino.
Senza parole poi le critiche (sensate nel merito, incredibili nel senso della responsabilità) fatte alla attuale legge elettorale, approvata in modo abominevole dal governo di cui faceva parte.
Copio e incollo, perchè a leggere le parole si rimane esterrefatti:
L'attuale legge elettorale, una legge che obbliga tutti ad alleanze eterogenee in cui è enorme il potere di interdizione e di ricatto anche di formazioni ultraminoritarie, con ridottissimo consenso popolare e che non a caso proliferano come i funghi dopo le piogge.
Una condizione che non ha riscontro in alcuna democrazia e che è semplicemente folle in un Paese come il nostro dove il presidente del Consiglio ha meno poteri di governo del sindaco di un paesino e dove per varare anche la più semplice delle leggine il Parlamento impiega in media un tempo cinque volte maggiore della Francia o della Germania.http://carlettodarwin.blogspot.com/
novembre 14 2007
| Primarie, c’è ancora molto da capire |
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| MICHELE SALVATI |
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La partecipazione alle primarie per il Partito democratico è stata superiore ad ogni aspettativa soggettiva – anche a quella delle persone informate e appassionate di politica come chi legge e chi scrive – e soprattutto ad ogni previsione professionale: i sondaggisti cercano giustificazioni, ma i limiti del loro strumento (e dunque le cautele che dobbiamo tener presenti quando lo usiamo) sono apparsi con tutta evidenza. Farò qualche congettura in proposito più sotto, ma ci vorrà tempo e buone analisi di sociologia elettorale per capire le ragioni della partecipazione straordinaria ad un evento che non era una primaria in senso proprio, ma un pezzo di congresso di partito, che ha eletto migliaia di delegati alle assemblee regionali e nazionale, nonché i segretari regionali e il segretario nazionale.
Ed è stata l’elezione di questi ultimi, e soprattutto quella del segretario nazionale, che ha trasmesso quel tanto di tensione competitiva che in una primaria vera ci dev’essere, per distinguerla da una semplice acclamazione.
La gara, la tensione competitiva, sono state sufficienti? Nonostante il successo, fioccano le critiche: no, non sono state sufficienti, i partiti hanno sempre avuto il pieno controllo della situazione, il sistema elettorale a liste bloccate ha impedito l’espressione di preferenze individuali da parte degli elettori, sono stati scoraggiati non soltanto gli outsiders, ma anche insiders la cui presenza in gara avrebbe allargato la scelta e fortemente influito sul risultato finale. Non per giustificare la procedura adottata, ma per spiegare la sua adozione, illustro brevemente i tre principali fattori che hanno condotto all’esito di cui siamo stati attori e testimoni.
Il Partito democratico nasce dalla fusione di due precedenti partiti, che hanno deciso di sciogliersi e confluire in uno nuovo. Partiti rappresentati (con consiglieri, assessori, sindaci, presidenti, ministri…) in migliaia di istituzioni democratiche dell’intero paese: non poteva esserci una soluzione netta di continuità e il grosso di questo personale politico doveva essere “trasportato” nel nuovo partito.
Il metodo di fusione è stato complicato e innovativo. (...) È la straordinaria partecipazione al voto ciò che dovremmo capire, il fenomeno politico più misterioso e interessante. Sinora abbiamo descritto come i partiti abbiano stimolato, organizzato e tenuto sotto controllo l’intero processo di mobilitazione: insomma, come abbiano pilotato e limitato l’offerta politica. È però la domanda, la risposta travolgente a margini di scelta oggettivamente ristretti, ciò che si fa fatica a spiegare. È come se, sotto sotto, esistesse una domanda latente di partecipazione diretta che si manifesta tutte le volte che le si offrono canali di espressione, anche parziali, anche limitati. Possiamo pensare che tre milioni e mezzo di persone si siano recati alle urne, in una bella domenica di autunno, perché pienamente convinti della bontà del progetto del Partito democratico? Mi piacerebbe pensarlo, ma bastavano quattro chiacchere con le persone che, insieme a noi, facevano la fila ai seggi per convincerci che non era così, che il progetto era capito e condiviso solo da una parte, che le critiche e l’insoddisfazione prevalevano sul consenso. Insomma, che a far la fila c’erano non pochi del popolo di Beppe Grillo.
(...) Il che pone due problemi, uno teorico e profondo, l’altro politico e immediato.
Il primo riguarda la democrazia rappresentativa e i correttivi di partecipazione diretta che sono necessari per darle vitalità e senso.
È un problema che riguarda tutti i paesi avanzati, dove la democrazia è in grave crisi, e che tocco nel primo dei due Manifesti qui pubblicati: per chi volesse approfondirlo il riferimento migliore è al recente libro di Pierre Rosanvallon, La contre-democratie, di prossima traduzione presso Il Mulino.
Il secondo problema, quello politico e immediato, riguarda il futuro del Partito democratico. Questo partito è ancora lontano dall’avere un’anima, un soffio vitale, una cultura condivisa e diffusa, come avevano, nei momenti migliori, i due partiti che ad esso danno origine. Che tipo di anima e di cultura è in gran parte da definire, perché il ritorno a partiti di massa ideologici è impossibile: ma anima e cultura sono indispensabili anche in un partito moderno e i Manifesti qui raccolti sono un piccolo contributo in questa direzione.
E poi, non fasciamoci la testa. Il primo passo per la costruzione di un grande partito di sinistra moderna è stato fatto, e come meglio non si poteva. Chi ritiene che Veltroni sia una minaccia per Prodi e per il governo pensi soltanto alle conseguenze di una partecipazione modesta e di una vittoria risicata: le primarie per la Costituente sono di gran lunga l’evento più positivo, quello con il quale il centrodestra deve fare più seriamente i conti, che il centrosinistra sia riuscito a produrre dalle elezioni del 2006 in poi.
dall’introduzione a “Il Partito democratico per la rivoluzione liberale” (Feltrinelli) di Michele Salvati, da domani in libreria
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http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
novembre 12 2007
I parisiani: “Grazie a Dio c’è il referendum”
Fabio Martini
La Stampa
Con la sapienza comunicativa che gli si conosceva, Veltroni in poche settimane è riuscito a imporre la sua agenda politica e in particolare la sua innovativa ipotesi di riforma elettorale ha costretto tutti a inseguirlo e a posizionarsi. Producendo no granitici (Berlusconi), aperture significative (la Lega e l’Udc), silenzi-assenso (Rifondazione), incoraggiamenti attesi (Ds e Margherita) e inattesi (Mastella che, per costringere Casini a unirsi a lui, chiede uno sbarramento alto), ma anche un violentissimo rigetto tra i referendari e i bipolaristi di «area Parisi». Dice Franco Monaco: «Grazie a Dio c’è il referendum! L’impianto prefigurato da Veltroni propizia una “Cosa rossa” a sinistra del Pd e una “Cosa bianca” alla sua destra. Una pacchia per i centristi che diventerebbero mobili e pendolari tra i due poli. Una scelta che metterebbe a rischio la stessa unità del Partito democratico».
E se Monaco minaccia senza perifrasi una scissione per un partito che formalmente non è nato, la proposta di Veltroni (sistema proporzionale spagnolo-tedesco, niente premi di maggioranza, nessuna dichiarazione preventiva di alleanza) viene bollata in modo pesantissimo anche da un referendario storico come Mario Segni: «Veltroni si sta comportando come un voltagabbana, si sta rimangiando 15 anni di battaglie fatte con noi, la sua proposta ci riporta dritti alla Prima Repubblica, ai governi fatti e distrutti in pochi mesi. Se i cittadini potranno scegliere tra un sì al referendum e una nuova porcata, saranno certamente con noi». Il referendum - visto come grimaldello salvifico di vecchie e nuove «porcate» dai guardiani del sistema maggioritario - potrebbe tenersi nella prossima primavera nel caso in cui il Parlamento non approvasse una nuova legge elettorale.
Ma per Veltroni il fallimento sta in questo sistema bipolare e nelle leggi maggioritarie che lo hanno accompagnato. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, che ha lavorato alla bozza Vassallo fatta propria dal leader del Pd, fa questa analisi: «E’ documentato che il sistema maggioritario ad un turno aumentava la frammentazione e la situazione era peggiorata col Porcellum. Per questo si sta lavorando ad un sistema diverso da quello tedesco, un modello italiano a base proporzionale con correttivi non meno efficaci di un premio, una soluzione che aiuterebbe il Pd e un “partito gemello” che nascesse sul centro-destra, ma che è in grado di soddisfare le esigenze di tutti i partiti. Il sistema, proprio perché non è l’ideale ma una “seconda scelta” per tutti, potrebbe diventare una base interessante di discussione». E infatti il primo impatto della sortita veltroniana - al netto di Berlusconi e dei referendari - è complessivamente positiva. E lo stesso presidente del Comitato referendario, Giovanni Guzzetta, non è apocalittico: «Chiunque avanza delle proposte deve dire chiaramente cosa non è negoziabile per evitare che si entri con una proposta e se ne esca con un’altra». Come dire: del progetto Vassallo-Ceccanti-Bassanini si può forse discutere a patto che non sia edulcorato. Ma il ministro della Difesa Parisi si dice convinto che «gli espedienti tecnici non potranno produrre nulla di diverso da quel che appare - il proporzionale come riferimento comune del centrosinistra - e dunque se non si interrompe il processo regressivo, in breve tempo saremo di nuovo lì da dove siamo partiti: alla Prima Repubblica». Raccontano che anche a Romano Prodi non sia piaciuto il modello-Veltroni, ma dopo la sua battuta ironica di due giorni fa («Oggi di proposte ce ne sono state di tutti i tipi...»), ieri si è limitato ad auspicare una riforma che garantisca «governi stabili e duraturi».
novembre 9 2007
Il consulente di de Magistris: tendevano una trappola a Prodi
Carlo Vulpio
Corriere della Sera
PALERMO — «A Romano Prodi stavano tendendo una trappola». «Clemente Mastella deve solo chiedermi scusa». A parlare così, per la prima volta, è Gioacchino Genchi, vicequestore in aspettativa, 47 anni, consulente del pm Luigi de Magistris nell'inchiesta Why Not, che vede indagati anche Prodi e Mastella e che gli è stata revocata dal procuratore generale reggente di Catanzaro, Dolcino Favi.
Nella sua relazione, diffusa da Radiocarcere, si legge di una «trappola» a Prodi. Di cosa si tratta?
«Senza dubbio, ben al di là del fatto tecnico dell'iscrizione di Prodi, il modo stesso in cui è stata propalata la notizia si è rivelato un chiaro tentativo di strumentalizzare l'indagine. Il balletto delle smentite e delle conferme ha dato delle indagini e della magistratura un'immagine desolante. Prodi lo ha capito, e infatti le sue reazioni sono state più misurate e intelligenti. A differenza di quelle di Mastella».
Sì, ma concretamente cos'era questa «trappola»?
«Antonio Saladino voleva un'intervista da Prodi. E voleva che a farla fosse Renato Farina (di Libero, ndr). Per ottenere l'intervista, Saladino ha insistito a lungo con il suo amico Sandro Gozi (deputato della Margherita e tra i collaboratori di Prodi, anch'egli indagato in Why Not, ndr). E' evidente lo scopo, no?».
Mastella invece l'ha chiamata Licio Genchi e sostiene che lei ha un archivio di dati da far paura, pericoloso per la democrazia.
«Mastella dovrebbe solo chiedere scusa. Perché ha aggredito quelli che istituzionalmente erano preposti a tutelare anche la sua funzione e la sua persona. Ha detto cose non vere e ingiuste. La verità è che l'inchiesta di Catanzaro ha scoperchiato l'inverosimile. E a questo punto è scattato chi ha cercato di strumentalizzare l'inchiesta per poterla neutralizzare».
Si riferisce alla vicenda dei tabulati telefonici delle più alte cariche istituzionali che, secondo chi la critica, lei avrebbe acquisito
(Ansa)
«Appunto. Una falsità. Pericoli di questo tipo possono venire solo da chi i tabulati li detiene, e cioè dalle compagnie telefoniche, gli unici destinatari delle richieste dell'autorità giudiziaria. E così è avvenuto anche per le inchieste di Catanzaro».
E quindi...
«E quindi 2 + 2 fa 4: chi ha saputo (o ha visto) che c'erano i propri numeri ha pensato bene di "unire" a quei numeri anche quelli di un bel po' di nomi importanti. Nomi che non c'erano e non ci sono mai stati».
Quali nomi?
«Beh, per esempio il capo della Polizia De Gennaro, i magistrati di Milano e Roma Spataro e Di Leo, il presidente del Senato Marini, il ministro dell'Interno Amato, il prefetto De Sena, i capi di Sisde, Sismi e Antiterrorismo. Lo scopo è chiaro: screditare me e de Magistris perché è ovvio che di fronte a una cosa del genere chiunque reagirebbe indignato».
Anche le fughe di notizie, dunque, risponderebbero a questa finalità?
«Certo. E anche gli attacchi frontali a me e al pm da parte di giornali come Libero, Il Velino, Calabria Ora. Ma questo è ancora materia di indagine e presto si vedrà chi è in buona fede e chi no».
Il senatore Giancarlo Pittelli (indagato in Why Not, ndr) lamenta che lei, Genchi, abbia «monitorato» oltre il lecito il suo cellulare e le sue conversazioni. E' vero?
«Il cellulare di Pittelli non recava le sue intestazioni anagrafiche ma solo un numero di partita Iva. E di sicuro la prima cosa che uno pensa non è che un parlamentare emetta fattura. Ma poi, al di là del numero delle schede che Pittelli o chiunque possa utilizzare, immaginiamo il caso di un parlamentare che si intesti alcune decine di schede e che con le medesime usi una cinquantina di cellulari con un centinaio di altre schede intestate ad altri... Che facciamo, non indaghiamo più su nessuno? Nemmeno se troviamo quei numeri nel cellulare smarrito dai killer di un duplice omicidio?».
Quindi niente intercettazioni illegali e solo tabulati, su esclusivo incarico dell'autorità giudiziaria?
«Guardi, i tabulati vengono richiesti per riscontrare attività processuali. Non si può sapere in anticipo di chi è il cellulare. I parlamentari, poi, non hanno numeri speciali come i ferrovieri, i carabinieri o la polizia».
Ma il procuratore generale reggente di Catanzaro, Dolcino Favi, non le ha revocato l'incarico perché pensa che lei abbia accumulato troppi dati sensibili?
«Di questa revoca mi offende il modo. Mandarmi sei ufficiali del Ros per notificarmelo, tutta questa scena. Per il resto, ne sono quasi contento, Favi mi ha tolto da un impiccio serio».
E all'estero, non ha portato niente? Nemmeno un server piccolo piccolo?
«Favole. All'estero non ho né server, né carte segrete, né conti correnti. Ma poi, scusi, chi dice queste cose non sa nemmeno cos'è un server, i cui indirizzi sono controllati dall'Autorità di certificazione del Cnr. Nel nostro caso, parliamo di dati riservati e accessibili solo da parte dei magistrati con procedure di sicurezza molto più efficaci di quelle di banche e ministeri».
novembre 4 2007

manicheismo (ma-ni-che-ì-smo) s.m. (Sabatini Colletti)
• Religione che ebbe origine in Persia nel III sec. d.C. a opera di Mani (216-277 d.C.), che sosteneva la contrapposizione assoluta e il dualismo tra i due principi divini del bene e del male
• sec. XVIII
maanchismo(ma-an-chì-smo) s.m. (il Mario)
- Strategia politica , ma non solo, che ebbe origine in Italia nel XXI secolo ad opera di Veltroni (1955-vivente), che sosteneva la non contrapposizione assoluta e l'inesistenza del dualismo tra i due prìncipi Berlusconi e Prodi
Ma anche.
- Strategia sentimentale. Ti amo, ma anche ho bisogno della mia libertà
- Strategia sportiva. Sono juventino, ma anche romanista
- Strategia culinaria. Mi piace la carne, ma anche il pesce
- Strategia tecnologica. Mi piace la cucina vegetariana, ma anche gli OGM che aiutano la crescita del terzo mondo
- Strategia umanista. Bisogna aiutare gli immigrati, ma anche rimandarli in Romania
- Strategia ambientalista. Sono a favore all'energia nucleare, alla Tav, agli inceneritori, ai rigassificatori, ma anche all'energia eolica ed alla tutela dell'ambiente
- Strategia economica. Sono per il welfare, ma anche per la ridusione del debito
- Strategia delle relazioni industriali. Sono con i sindacati, ma anche con Montezemolo
Ma anche voi, amiche/amici commentatori, avete facoltà di parlare.http://francescatoblog.blogspot.com/
novembre 3 2007
Il delitto e la politica
di Sergio Romano, Corriere della Sera
Con la sua improvvisa conferenza stampa in Campidoglio, mentre cominciava a diffondersi la notizia di un efferato delitto in una baraccopoli romana, Walter Veltroni ha segnato parecchi punti. Ha deviato le frecce che avrebbero fatto di lui, sindaco di Roma, uno dei bersagli preferiti dell'indignazione popolare. Ha dimostrato, come leader del Partito democratico, di essere sensibile alla domanda di sicurezza che sale dal Paese. Ha dato un colpo di frusta alla politica nazionale e ha costretto il governo a trasformare in decreto, con effetti pressoché immediati, quello che era in origine soltanto un disegno di legge. Ha preceduto il centrodestra, costretto a rincorrerlo affannosamente. E ha dimostrato alla pubblica opinione che esiste oggi nel Paese un nuovo, singolare «partito di opposizione ». I Democratici sostengono il governo e sono il suo maggiore pilastro. Ma possono richiamarlo all'ordine con qualche brusco ammonimento e produrre migliori risultati di quanti non ne ottenga un centrodestra che la strategia del suo leader condanna a lavorare per un solo obiettivo: le elezioni Tutto bene, dunque, per Walter Veltroni e il centrosinistra? La sua iniziativa comporta almeno due rischi. In primo luogo dimostra che il presidente del Consiglio non aveva torto, dal suo punto di vista, quando sperava che il Partito democratico sarebbe stato retto da un coordinatore anziché da un segretario nella pienezza dei suoi poteri. Veltroni non può limitarsi al ruolo che fu, prima della fusione, quello di Piero Fassino e Francesco Rutelli. Deve irrobustire la sua creatura dimostrando al Paese che i Democratici sono «governativi», ma diversi. E aspirano a trovare nuovi consensi in una Italia moderata che non approva i cedimenti del presidente del Consiglio alla sinistra radicale. Nelle scorse ore l'emozione suscitata dal delitto di Roma ha permesso a Veltroni d'imporre la propria linea. Che cosa accadrà del governo quando le sue proposte si scontreranno con le posizioni dei partiti massimalisti e metteranno Prodi in serio imbarazzo? Il secondo rischio concerne il caso che Veltroni ha scelto per la sua sortita. Spiace ricordarlo, soprattutto in questo momento, ma il delitto di Roma è «soltanto» un delitto, particolarmente efferato ma pur sempre uno dei tanti che affollano le statistiche criminali di qualsiasi Paese europeo. È molto grave anche perché è un sintomo dei problemi creati da una immigrazione diversa che i governi, non soltanto da noi, affrontano con grande difficoltà. Ma non può dettare l'ordine del giorno del Consiglio dei ministri e influire sui termini di un provvedimento generale. L'impotenza, soprattutto in questo momento, avrebbe scatenato la collera del Paese. Ma la denuncia del «pericolo romeno», presente nelle parole di Veltroni, rischia di rafforzare prevenzioni ingiuste e pregiudizi xenofobi. Governo e partiti debbono ricordare che in Italia non esiste soltanto la criminalità dell'immigrazione. Esiste anche una «sindrome Blocher », dal nome del leader svizzero che ha riscosso un considerevole successo nelle ultime elezioni federali con la sua campagna contro gli stranieri. A questa xenofobia, di cui cominciano a intravedersi alcune brutte manifestazioni, non bisogna offrire occasioni e pretesti. Il governo ha il diritto di cacciare gli indesiderabili, ma deve dire chiaramente al Paese (come ha fatto ieri il presidente del Consiglio con un particolare riferimento alla comunità romena) che i «desiderabili », nelle file dell'immigrazione, sono la stragrande maggioranza e meritano di essere accolti come tali.
novembre 1 2007
Il Veltroni che vogliamo
La 'concordia discors' tra gli ulivisti e Walter
di Franco Monaco,
Mi propongo di rispondere a un interrogativo e di avanzare una tesi audace. L’interrogativo: perché gli ulivisti sono stati e sono così critici con Veltroni che avrebbe potuto essere il loro candidato naturale? La tesi audace: a certe condizioni, gli ulivisti potrebbero diventare i più convinti sostenitori dello stesso Veltroni.
C’è una risposta banale corrente all’interrogativo di cui sopra: Veltroni rappresenta oggettivamente il dopo-Prodi e gli ulivisti sarebbero in realtà semplicemente e ottusamente prodiani, inclini a contrastare pregiudizialmente la nuova stagione che è nelle cose. È risposta priva di fondamento. Che agli ulivisti stia a cuore il progetto dell’Ulivo e non la persona di Prodi è testimoniato dalla circostanza che, da tempo e in più occasioni, ci siamo distinti da Prodi, abbiamo condotto le nostre autonome battaglie sino ad entrare in tensione con lui. Penso all’azione critica che abbiamo condotto dentro Margherita sia contro il partito personale versione Rutelli, sia contro il partito feudale versione Marini, spesso entrambi soggetti a derive centriste. Penso, ancora, al nostro aperto sostegno al referendum elettorale da più parti interpretato come una minaccia per il governo Prodi, ma da noi sostenuto nella convinzione che neppure il bene prezioso della stabilità-continuità del governo ci autorizzi a rinunciare alla più ambiziosa prospettiva della riforma del sistema politico-istituzionale inscritta nel progetto originario dell’Ulivo. Lo stesso nostro deciso sostegno al governo non si spiega in rapporto alla persona che lo presiede, ma al principio – sacro nella “dottrina ulivista” – della fedeltà al mandato degli elettori: quello conferito all’Unione con il voto politico del 2006 e quello assegnato al premier Prodi con le primarie del 2005.
Non è un mistero che gli ulivisti furono i primi a sollecitare la candidatura di Veltroni alle primarie del PD. Ma, questo il punto, in un contesto competitivo, contrassegnato da più candidature politicamente distinte e distinguibili. La candidatura di Veltroni ha radicalmente cambiato segno quando è stata pensata e proposta dai vertici dei due partiti promotori come candidatura unica da investire con rito plebiscitario. Un modulo in palese contrasto con lo spirito delle primarie, che è quello della competizione tra piattaforme politiche, che metta i cittadini nelle condizioni di scegliere. Non una strategia di marketing che si affida alla moltiplicazione delle liste a sostegno di un unico candidato pigliatutto dietro il quale si occultano le differenze politiche. Un modulo che contraddice il profilo di novità del partito nel quale si entra come persone e non in quanto partiti o correnti di partito. Nella fattispecie come DS e Margherita rappresentata da Franceschini in un ticket davvero singolare anomalo. Un modulo, infine, nel quale fanno capolino tre patologie: il leaderismo, il correntismo da vecchia DC, il centralismo democratico di marca PCI ispirato al mito e al dogma dell’unità del partito (la “ditta” secondo la formula di Bersani) che, per definizione, doveva esprimere uno e un solo candidato.
Di alcuni di questi vizi c’è traccia nel concitato epilogo dell’assemblea costituente di sabato scorso: l’approvazione per acclamazione di un dispositivo ignoto all’assemblea con il quale si insediano figure e organi ancora in assenza di statuto e si fissano regole relative alle strutture territoriali che offrono garanzie ai vecchi apparati. Una partenza falsa che tuttavia non ci impedisce di sperare che si possa correggere la rotta, al punto da immaginare future convergenze. Esse potrebbero passare attraverso quattro questioni chiave che provo a isolare.
La forma partito. Nella relazione di Veltroni a Milano figura un’idea che ci piace: l’unità di base del PD è il cittadino elettore attivo e partecipante, non il titolare di una tessera. È la premessa giusta. Anche se tale premessa è stata poi contraddetta nel meccanismo di elezione degli organi provinciali e nella prospettazione di forme di cooptazione. Una norma dettata dall’alto che avvantaggia le oligarchie. Non ci sfugge che un partito dei cittadini deve essere guidato da una leadership forte, anche per resistere ai condizionamenti degli apparati, ma questo a fortiori esige rispetto di regole e procedure. Traduco: siamo pronti a sostenere un leader autonomo e forte, ma dobbiamo poterlo decidere insieme dentro la costituente attraverso lo statuto.
Il governo. Ci è parso convinto e sincero il sostegno al governo Prodi. Conveniamo che il PD debba pensare se stesso dentro un orizzonte lungo che trascende la sorte dei governi. Così pure concordiamo sull’idea che le alleanze non siano un tabù, che se ne può discutere. Solo giudichiamo intempestivo e autolesionistico aprire oggi la discussione e smarcarsi apertamente dal governo come fa il “manifesto” di Rutelli, quasi sottintendendo “con la sinistra radicale mai più”. Alla fine della legislatura – quando sarà – tracceremo un bilancio. Anticiparlo ora, quasi mettendo a verbale il fallimento di maggioranza e governo, ha il solo effetto di accrescere le fibrillazioni.
Partito a vocazione maggioritaria. È espressione che va chiarita. Un conto è non escludere l’ipotesi che si possa andare soli ad elezioni. Altro conto è coltivare il mito dell’autosufficienza. Mi spiego: sì al primato del progetto e del programma, sì a una discussione “laica” sulle alleanze utili e coerenti; no all’ipocrisia e all’illusione che da soli si possa agevolmente vincere. Perché un partito a vocazione di governo deve provare a vincere. Certo, senza perdere l’anima. Per noi, partito a vocazione maggioritaria, non è sinonimo di autosufficienza. Questo può essere solo l’epilogo cui si è costretti. Piuttosto significa partito più responsabile nel mirare alla sintesi di governo. Potremmo dire partito “fratello maggiore” che, pur avendo una sua autonomia di proposta, si dispone a farsi carico anche dell’unità della più vasta coalizione cui partecipa.
Legge elettorale. È decisiva per definire il profilo e la missione del PD. Su di essa non si può essere agnostici. A nostro avviso, soluzioni proporzionalistiche non solo acuirebbero frammentazione, instabilità, trasformismo, ma assimilerebbero il PD a un partito di mera rappresentanza tra gli altri. Vi era un cenno nella relazione di Veltroni, ma di qui a poco, a fronte della reiterata inerzia del Parlamento, il PD dovrebbe sposare la causa del referendum. Il cui esito – Veltroni lo ha riconosciuto – sarebbe comunque meglio della legge vigente. Su questo fronte sì ci attendiamo un di più di autonomo esercizio della leadership nel patrocinare una legge nitidamente maggioritaria.
Su queste basi – partito dei cittadini, con leadership forte, con vocazione di governo, dentro una democrazia maggioritaria – gli ulivisti potrebbero diventare i più convinti sostenitori di Veltroni e forse lui potrebbe essere più compiutamente il Veltroni che abbiamo conosciuto. Naturalmente, la condizione delle condizioni è che egli scelga, che non coltivi la pretesa di accontentare tutti, che metta nel conto una vera battaglia dentro il partito. Perché, lo sappiamo, lungo questo sentiero, molti di coloro che lo hanno sostenuto gli sarebbero contro. Specie se avrà il coraggio di sfidare davvero i vecchi apparati e i signori delle tessere. È su questo arduo terreno che si misurerà la sua leadership. Ed è su questo terreno che ci piacerebbe poter concludere che questa volta per davvero stiamo coronando il sogno e il progetto che da quindici anni inseguiamo testardamente: quello di un partito autenticamente nuovo che rappresenti l’effettiva realizzazione e il concreto compimento dell’Ulivo.
Il Riformista
ottobre 29 2007
Blitz sulle poltrone e scoppia la rissa
di Fabio Martini, La Stampa -
Dopo cinque ore di apprezzata «ninna nanna», Walter Veltroni li aveva tranquillizzati tutti. Romano Prodi, seduto lassù al tavolo della presidenza, era tutto contento per la ritrovata popolarità tra il popolo ulivista, che lo sta riscoprendo come tenace capo della «resistenza» ai voltagabbana e al ritorno di Berlusconi.
Massimo D’Alema, seduto in prima fila, sorrideva e non lasciava trasparire emozioni. Franco Marini, col cartellino «Invitato» sul taschino della giacca, scherzava su quella condizione per lui inusuale: «Che eresia!». Piero Fassino, gratificato da applausi e complimenti, si era andato a sedere nella terza fila delle poltroncine, come un delegato qualunque. Nessuno se lo aspettava, ma proprio in coda, durante la replica finale, Walter Veltroni ha strappato la tela nella quale, bene o male, si stavano ritrovando quasi tutti i notabili e quasi tutti i duemilaottocento costituenti.
E’ stato quando, senza preavvisi, il nuovo leader del Pd ha chiesto all’assemblea di «votare» un decalogo nel quale venivano avanzate proposte molto impegnative e mai discusse fino a quel momento: la nomina a vicesegretario di Dario Franceschini, a tesoriere di Mauro Agostini, l’istituzione di tre commissioni fitte fitte di nomi, quelli che saranno poi i veri costituenti, addetti a scrivere le bozze di Statuto e di Manifesto del nuovo partito; la decisione di far eleggere i segretari provinciali del Pd direttamente dai delegati eletti in ciascuna provincia per la Costituente, una formula originale, inedita e di cui non c’era traccia nel dibattito delle cinque ore precedenti.
Finito di leggere il decalogo, Veltroni si è appellato al cuore dei delegati («Fare questo partito è stato il sogno mio e di Romano») e subito dopo, anziché passare ai voti, la «regia» ha fatto partire l’Inno di Mameli. Come dire: la seduta è tolta. Notabili e delegati si sono alzati per cantare l’inno nazionale. Ma finita la musica - con tutti i delegati in piedi - si è «scoperto» che bisognava ancora votare. Si sono alzati mugugni e urla di dissenso, soprattutto quando sono stati letti i nomi di alcuni dei membri (come Ciriaco De Mita) chiamati a far parte delle Commissioni. Si è passati subito dopo al voto, col metodo de «prendere o lasciare», anche perché nessuno - dalla platea ma neppure dalla presidenza - ha proposto una votazione punto per punto. Formalmente una procedura ineccepibile, ma condotta secondo una regia tutta tesa a dissipare il dissenso. Ma prima che si voti per alzata di mano, senza dare nell’occhio, se ne va il ministro della Difesa Arturo Parisi, uno dei padri del Pd, e sussurra a Franco Monaco: «Un golpe, questo è un golpe!». Commento per gli amici, irriferibile in pubblico.
E gli altri big del partito? Basta avvicinarsi a Massimo D’Alema e chiedergli cosa ne pensa del decalogo e lui: «Quale decalogo? Sono le decisioni dell’Assemblea, è stato votato dal popolo...». Una risposta velata di sottilissima ironia, ma un professionista dell’esperienza di D’Alema non è tipo da mettersi a guastare il primo compleanno del Pd. Ma se, a caldo, si chiede al vicepresidente dei senatori dell’Ulivo Nicola Latorre, se lui e gli altri notabili sapessero qualcosa del «pacchetto Veltroni», lui sorride e sostiene: «No, l’ho appreso poco fa, assieme agli altri delegati». E Rosy Bindi: «Sono preoccupata e delusa ma confido e spero di non trovarci davanti al caso di Hyde e Jackyll...».
Certo, il Veltroni della relazione di apertura aveva invocato la «centralità del cittadino-elettore», la nuova figura attorno alla quale far ruotare un nuovo modello di partito, incardinato sul sistema delle primarie continue, dei forum, consultazioni a tema via Internet. Un modello che aveva entusiasmato un personaggio come Parisi, aveva fatto storcere il naso a qualche notabile abituato alle logiche di apparato e dunque nulla lasciava presagire lo strappo del pomeriggio. Sopraggiunto nella giornata in cui Romano Prodi e Walter Veltroni sono tornati a scambiarsi attestati di stima, frutto anche di contatti personali che si sono intensificati negli ultimi giorni. E il leader del Pd - che non vuole una riforma elettorale alla tedesca che scardinerebbe il progetto del Pd - ha lasciato intendere che lui preferirebbe «il referendum» alla permanenza dell’attuale legge elettorale. Proprio come Romano Prodi.
ottobre 28 2007
Primarie PD
Master in Comunicazione e Consulenza Politica | Associazione MODEM
in collaborazione con SpinDoc
MILLE DOMANDE A VELTRONI
Indagine conoscitiva tra i partecipanti alle elezioni per il PD del 14 ottobre 2007
a cura di
Pino Nazio (coordinatore), Gerardo De Rosa (elaborazione dati), Cynthia Canti, Lorella Cedroni, Roberto De Rosa
Nota bene: Di seguito i dati più significativi, con un primo commento tra parentesi. Per ulteriori approfondimenti, si rimanda alla categoria del blog apposito: ricerca pd.
genere %
maschio: 51,1
femmina: 46,8
non risponde: 2,1
Totale: 100,0
(Una valutazione riguarda un possibile trascinamento sul voto femminile che avrebbe dovuto avere la “rivoluzionaria” proposta nella politica italiana, e non solo, di attribuire il 50% di cariche nell’Assemblea nazionale e in quelle regionali alle donne. Le donne non si sono sentite particolarmente spronate da questa opportunità e sono state – anche in questo caso - superate dagli uomini.)
titolo di studio %
elementari: 1,6
medie: 16,0
diploma: 35,2
laurea: 38,7
non risponde: 8,4
Totale: 100,0
(E’ straordinario il dato sul grado d’istruzione dei votanti, dove – aldilà dei numeri della popolazione italiana - la presenza maggiore è quella dei laureati. Questo dato assume una ancor più alta rilevanza se si tiene conto che al voto sono andati coloro che per età non possono materialmente aver conseguito la laurea.)
età (%)
da 16 a 20: 5,8
da 20 a 30: 15,8
da 30 a 40 anni: 11,2
da 40 a 50 anni: 15,9
da 50 a 60 anni: 21,7
da 60 a 70 anni: 15,4
oltre 70 anni: 6,9
non risponde: 7,3
Totale: 100
(Il dato sull’età dei partecipanti è stato accorpato per classi di dieci anni, salvo il primo gruppo, 16/20, in cui confluiscono tutti quelli che hanno votato per la prima volta.)
1. Hai già votato alle primarie? %
no: 24,3
sì: 72,3
non risponde: 3,3
Totale: 100,0
1a. primarie Prodi %
no: 31,4
sì: 65,1
non risponde: 3,5
Totale: 100,0
1b. primarie locali %
no: 87,8
sì: 7,6
non risponde: 4,6
Totale: 100,0
(Il dato da noi rilevato appare diverso da altre rilevazioni che indicavano che la metà degli elettori non aveva partecipato alle primarie per Prodi di due anni fa. Nella nostra ricerca questo dato è superiore a un terzo dei votanti, che arriva fino a circa tre elettori su quattro se si indicano anche altre primarie.)
3. E’ iscritto ad un partito? %
no: 73,3
sì: 22,7
non risponde: 4,0
Totale: 100,0
(Poco meno di un elettore su quattro dichiara la propria iscrizione a un partito, generalmente Ds e Margherita, assolutamente in linea con il dato di affluenza generale.)
5. Per chi ha votato alle ultime elezioni? %
non ha votato: 0,9
Ds: 57,2
Margherita: 13,4
Rifondazione: 4,3
Comunisti Italiani: 3,5
Verdi: 1,7
Rosa nel Pugno: 3,6
Udeur: 0,9
Italia dei Valori: 2,5
Udc: 1,5
Forza Italia: 2,4
An: 0,7
Lega: 0,1
Bianca o nulla: 0,5
Altro: 0,7
non risponde: 6,1
Totale: 100,0
(La maggior parte di coloro che hanno preso parte alla consultazione per il Pd hanno votato in passato per i Ds. Ridotta la quota dei votanti Margherita (13,4), mentre per il 16.5% provengono da coloro che votano per altri partiti del centrosinistra, che potrebbe far dire che la seconda formazione che concorre – a livello di base elettorale - alla nascita del Pd non sono i Dl ma gli “altri di centrosinistra”. Significativa è la presenza del 4,7% di votanti che dichiarano di votare per i partiti di centrodestra.)
7. Cosa le è piaciuto di più del PD? (una sola risposta, %)
niente: 0,7
la fusione di due partiti (semplificazione sistema): 26,6
l’elezione diretta del Segretario: 18,5
l’elezione diretta dei Segretari Regionali: 2,4
l’obbligo del 50% di quote femminili: 20,7
possibilità per i sedicenni di votare e essere votati: 6,1
possibilità per gli immigrati di votare e di essere votati: 4,2
la partecipazione della gente: 17,9
tutto: 0,4
non risponde: 2,6
Totale: 100,0
8. Cosa le è piaciuto di meno del PD? (una sola risposta, %)
niente: 0,4
le polemiche tra dirigenti Ds e Margherita: 55,6
il meccanismo delle liste bloccate: 24,3
l’elezione diretta dei Segretari Regionali: 1,9
l’obbligo del 50% di quote femminili: 2,2
possibilità per i sedicenni di votare e essere votati: 4,3
possibilità per gli immigrati di votare e di essere votati: 3,2
l’esclusione della gente: 4,1
tutto: 0,5
non risponde: 3,5
Totale: 100,0
10. E’ d’accordo su come il PD ha gestito la comunicazione sulla sua nascita? %
non sa: 2,6
per niente: 8,2
poco: 35,2
abbastanza: 41,6
molto: 6,5
non risponde: 6,0
Totale: 100,0
11. Pensa che queste primarie possano avere influenza sul governo Prodi? %
no: 14,8
sì: 63,2
non sa: 8,8
non risponde: 13,3
Totale: 100,0
12. E’ soddisfatto del governo Prodi? %
non sa: 0,6
per niente: 11,8
poco: 37,7
abbastanza: 40,2
molto: 6,2
non risponde: 3,5
Totale: 100,0
(Poco meno di due elettori su tre affermano che il voto del 14 ottobre avrà influenza sul governo, ma la metà dei votanti non è soddisfatto del suo operato. I delusi (poco/per niente) 49,5 sono in maggioranza rispetto ai sostenitori (moto/abbastanza) 46,4, segno che il Pd viene avvertito come un’occasione di cambiamento anche tra coloro che in maggioranza alle ultime elezioni politiche hanno sostenuto Romano Prodi.)
14. Le testate l’Unità ed Europa devono continuare a restare separate? %
no: 21,3
sì: 35,4
non sa: 32,8
non risponde: 10,5
Totale: 100,0
15. Le Feste dell’Unità e della Margherita devono restare separate? %
no: 40,2
sì: 27,3
non sa: 21,6
non risponde: 10,9
Totale: 100,0
(Capire cosa pensano gli elettori delle testate e delle feste di due simboli riconducibili a Ds e Dl è in qualche modo scoprire se esiste una profonda convinzione circa la fusione delle due entità. Le risposte fornite fanno capire che molta strada è stata fatta per far passare a livello di base il concetto di unità. Questo dato è ancor più rilevante leggendo la prevalenza della volontà di fusione delle feste rispetto alle testate. E’ notorio che gli appuntamenti estivi dei due partiti vengono percepiti quanto di più identitario rispetto a una testata giornalistica come L’Unità (da tempo non più organo ufficiale di partito).
17. Ritiene che L’Unione sia l’unica alleanza possibile per il PD? %
no: 28,7
sì: 44,3
non sa: 20,0
non risponde: 7,1
Totale: 100,0
18. Pensa che su grandi temi il PD debba aprire un dialogo col centro destra? %
no: 23,9
sì: 58,7
non sa: 7,7
non risponde: 9,7
Totale: 100,0
(Più della metà degli elettori ritiene che si debba superare l’Unione come alleanza di governo o quantomeno non è convinto che si debba restare all’interno dell’attuale maggioranza. Solo meno della metà ritiene che il Pd debba restare ancorato all’Unione anche in futuro.)
19. Condivide l’azione di Beppe Grillo? %
non sa: 1,5
per niente: 31,4
poco: 27,0
abbastanza: 21,6
molto: 14,0
non risponde: 4,5
Totale: 100,0
(Più di un terzo degli elettori si dice d’accordo con Grillo, ma ben il 58,4 non è dalla sua parte.)
20. Con quale dei leader dell’Unione non andrebbe mai a cena? %
Non risponde: 37,8
Mastella: 23,4
Rutelli: 7,6
Prodi: 6,5
Diliberto: 5,2
Bindi: 2,6
Pecoraro Scanio: 2,1
Fassino: 1,9
D’Alema: 1,7
Giordano: 1,6
Di Pietro: 1,2
Letta: 1,1
Veltroni: 0,9
Berlusconi: 0,6
Fini: 0,6
Rizzo: 0,6
Rosy Bindi: 0,6
Bertinotti: 0,4
Mussi: 0,4
Parisi: 0,4
Visco: 0,4
Caruso: 0,2
Fioroni: 0,2
Gawronski: 0,2
Adinolfi: 0,1
Bersani: 0,1
Boato: 0,1
Capezzone: 0,1
Cicchitto: 0,1
Del Turco: 0,1
Dini: 0,1
Ferrero: 0,1
Grillo: 0,1
Luxuria: 0,1
Marini: 0,1
Pannella: 0,1
TOTALE: 100,0
21. Chi tra coloro che non hanno aderito al PD vorrebbe al suo fianco? (3 nomi)
Mussi: 6,079404
Di Pietro: 4,404467
Bertinotti: 3,846154
Angius: 3,411911
Pecoraro: 2,543424
Casini: 2,171216
Boselli: 1,985112
Capezzone: 1,799007
Diliberto: 1,488834
Bonino: 1,116625
Sondaggio Master Comunicazione Politica – Associazione MODEM. Campione rappresentativo della popolazione italiana di età compresa tra i 16 e gli 86 anni. Numero totale soggetti coinvolti: 1612. Metodo di rilevazione con questionario semistrutturato autosomministrato. Rilevazione effettuatali 14 ottobre 2007. Elaborazione SPSS. Documentazione disponibile c/o segreteria MODEM
La presente ricerca è licenziata con una creative commons. Ovvero è possibile segnalare la ricerca, senza alterazioni o fini commerciali, e a patto di indicarne la fonte e questa pagina. Per ulteriori informazioni: info@spindoc.it
ottobre 27 2007
«Meglio il Mattarellum»,
Rosy chiude al tedesco
«Non mi piace il sistema elettorale tedesco perché non solo non risolve i nostri problemi, ma rischia addirittura di complicare il quadro politico del nostro paese. Perché non torniamo a discutere di un modello italiano? Il Mattarellum, che ha un suono latino, ci darebbe molte più garanzie». A ventiquattr’ore dalla prima riunione dell’assemblea costituente del Pd, in programma oggi a Milano, Rosy Bindi fa il punto con il Riformista sulla riforma elettorale e sullo spettro del governo tecnico, sul rischio del dualismo Prodi-Veltroni e sull’esordio della nuova forza a vocazione maggioritaria del centrosinistra. Senza trascurare, in linea teorica, «il pericolo» che si torni alle urne in primavera.
Il ministro della Famiglia, reduce dalla sfida per la segreteria del Pd alle primarie («Non è stata una sfida “accesa”, semmai vivace...»), sostiene che il modello tedesco (rilanciato ieri anche da Massimo D’Alema, al Tg1) comporterebbe solo rischi per il paese. «Non amo quel sistema elettorale», è la premessa della Bindi. Che spiega: «Credo che questo tipo di modello potrebbe obbligarci, almeno per la prossima legislatura, alla “grande coalizione”». E la grande coalizione, aggiunge il ministro, «avrebbe gli stessi effetti negativi del governo tecnico». Oltre a rappresentare, puntualizza la Bindi, «la fine del progetto del Pd». E ancora: «Per carità, io comprendo pure chi, per perseguire la vocazione maggioritaria, sarebbe pronto a scommettere sul modello tedesco con uno sbarramento alto. Io però la penso in maniera diversa».
Secondo il ragionamento della Bindi, sarebbe meglio convergere tutti sul Mattarellum. «È un sistema che ci ha dato ampie garanzie in passato: ha il pregio di non intaccare il bipolarismo e garantisce sia l’alternanza sia il diritto di tribuna per le forze più piccole sia la funzione dei partiti. Nessuno dimentichi, tanto per fare un esempio, che la Margherita nacque grazie al risultato delle elezioni politiche del 2001».
Ma l’eventuale accordo sulla legge elettorale è subordinato ad altre variabili. È necessario un governo tecnico? La Bindi, sul punto, è irremovibile. «Vorrei che tutta la maggioranza si mettesse attorno a un tavolo per rispondere a una domanda: a chi serve il governo tecnico?». Il ministro della Famiglia dà le sue risposte. «Non ci serve certo a fare una riforma elettorale perché a quella provvede il Parlamento, non il governo. Di conseguenza, dovrebbe essere compito del centrosinistra, e in particolar modo del suo partito principale, trovare le condizioni perché maturi un’ampia convergenza alle Camere». In sintesi, il ragionamento della Bindi tiene conto di due ipotesi. «Se dobbiamo continuare a governare, allora tutta l’Unione e soprattutto il Pd si devono far carico di aumentare la stabilità dell’esecutivo. Se poi qualcuno ha deciso che si deve per forza votare nella primavera del 2008, e secondo me sarebbe una sciocchezza, allora facciamo in modo di arrivare all’appuntamento cercando il dialogo con l’opposizione su una legge elettorale e sostenendo il governo Prodi». Quanto alle ultime mosse della Cdl, la Bindi ricorda che «in tutte le altre democrazie occidentali, l’opposizione rispetta il risultato delle urne, anche quando è risicato. Il centrodestra, invece di attaccare la Montalcini, avrebbe l’obbligo di collaborare con noi per il bene del paese». Resta in primo piano il tema della coesistenza Prodi-Veltroni, che in molti (e non da ora) archiviano alla voce “dualismo”. Così la Bindi: «Guardi, su questo tema sono sensibile anche dal punto di vista sentimentale. Prodi e Veltroni hanno cominciato la loro avventura insieme. Oggi che il loro progetto politico trova una realizzazione nel Pd, io, che posso tranquillamente rivendicare di essere stata loro compagna di viaggio sin dalla prima ora, mi auguro che la loro collaborazione sia totale. Nel 1995 c’ero anch’io, con Sergio Mattarella e Giovanni Bianchi, nel momento in cui Nino Andreatta, per sbarrare la strada a Buttiglione, decise di chiamare Romano Prodi. Anche per questo, lo spettro di un dualismo tra Romano e Walter mi addolora». Il ministro della Famiglia sottolinea che «il dualismo non conviene a nessuno dei due. Se ci sono tentazioni in questo senso, dovrebbero essere accantonate. Quandanche avessero obiettivi diversi, il fallimento del premier danneggerebbe il segretario del Pd e viceversa». Morale? «Confido quindi che Prodi e Veltroni riescano a trovare una linea comune. Devono decidersi a collaborare, se non altro per un calcolo politico». La Bindi, sul punto, arriva fino in fondo. «Ho parlato dello spettro del voto in primavera solo per ribadire che, a mio avviso, l’ipotesi di un governo tecnico è una clamorosa bufala. Si tratterebbe di un altro governo politico che sovvertirebbe il mandato degli elettori. Inoltre, spero che la collaborazione tra Prodi e Veltroni ci consenta di evitare di dover scegliere tra l’uno e l’altro».
E visto che oggi a Milano si aprirà ufficialmente la nuova stagione del Partito democratico, Rosy Bindi - che il 14 ottobre ha ottenuto 453mila voti - lancia un appello al segretario: «Il Pd dev’essere una forza politica plurale. Per questo, da Veltroni mi aspetto un discorso plurale ma allo stesso tempo unitario. Dal segretario vorrei ascoltare “una cosa”, non “una cosa e il suo contrario”. Mi rendo conto che la richiesta non è delle più semplici. Ma in questo momento - conclude la Bindi - abbiamo tutti un gran bisogno di chiarezza».
Tommaso Labate
http://www.ilriformista.it/news/rif_lay_notizia_01.php?id_cat=4&id_news=3002
ottobre 26 2007
Prodigame
Rowena
Descrizione
Scopo del gioco: arrivare vivi alla fine.
Dotazione iniziale di vite: molto bassa, stante una maggioranza certa in una sola Camera, e la quasi parità al Senato.
Bonus iniziale: 4 milioni e mezzo di votanti alle primarie e un programma sottoscritto da tutti i partiti della coalizione.
Possibilità: durante il percorso si possono raccogliere bonus, per esempio la redistribuzione dei tesoretti, o l’approvazione di riforme apprezzate dal paese; si possono perdere vite, per l’approvazione di leggi o riforme sbagliate e impopolari.
Il percorso è obbligato e prevede alcuni ostacoli fissi da superare: per esempio, la scadenza della legge finanziaria. Durante il cammino occorre difendersi dagli attacchi dei nemici e da quelli degli amici, nonché reagire correttamente ad imprevedibili eventi esterni.
Lo scenario è un paese duramente provato da 15 anni di transizione dalla prima alla seconda Repubblica, 5 anni di governo della destra, mafia, familismo industriale, pratiche di cooptazione, arretratezza storica delle infrastrutture, ecc. ecc.
START
Prodi procede tenendo a guinzaglio con una mano una muta di partiti che vanno dall’estrema sinistra al centrodestra, cercando di non farsi mordere e impedir loro di azzannarsi a vicenda; con l’altra mano deve sventare gli attacchi che gli vengono portati.
La parte più facile è scrollarsi di dosso i facoceri dell’opposizione fastidiosi per il loro continuo blaterare – prodisidimettaprodisidimettaprodisidimetta – ma incapaci di un’azione veramente pericolosa.
Nel primo livello perde un paio di vite a causa di errori grossolani: per esempio l’indulto.
Raccoglie i bonus tesoretto e decreto Bersani. Sciupa l’accredito lasciando litigare la muta su come utilizzare il gruzzolo, affronta e si fa travolgere dall’ondata risentita degli interessi corporativi – sbagliato: cntr+P, accucciarsi e aspettare che passi…
Al secondo livello gli attacchi si fanno più duri. Grillo attacca sui costi della politica, la reazione è troppo debole e non ha effetto; la muta si guarda sempre più in cagnesco, qualcuno gli addenta i polpacci. Poi la muta strappa il guinzaglio e gli si avventa contro; tutte le forze sono impegnate a difendersi dai cani sciolti, non ne rimangono abbastanza per i facoceri dell’opposizione che rialzano la cresta, diventando perfino pericolosi.
Si accende la spia verde: una vita recuperata, no, due: il successo del referendum sull’accordo sul welfare e i tre milioni e mezzo di votanti alle primarie.
Prodi si rialza e riprende il cammino. Ma inciampa contro la manifestazione della sinistra radicale – prodinondevecadereprodinondevecadereprodinondevecadere – vacilla: una vita in meno. Mastella lo azzanna al fianco: un’altra vita in meno. Di Pietro rincara la dose, Prodi ha perso le armi, si guarda intorno, cerca Veltroni perché gli vada in aiuto, Veltroni è alla festa del Cinema, l’opposizione attacca attacca attacca, poi la sinistra radicale, Mastella, Di Pietro, ancora Mastella…
GAME OVER!!!!!
http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/nuovostile.htm
Spunti per una discussione politica
Documento dell’Assemblea degli aderenti al Comitato “Cremona per l’Ulivo” e all’Associazione per il Partito democratico di Cremona
L’Assemblea degli aderenti al Comitato “Cremona per l’Ulivo” e all’Associazione per il Partito Democratico di Cremona ha discusso, integrato ed infine approvato il documento allegato, sulla scorta di una relazione introduttiva proposta dall’amico Deo Fogliazza.
La forma volutamente schematica concentra l’attenzione sulla problematica attinente i temi del partito, del suo insediamento e delle modalità del suo funzionamento.
***
Spunti per una discussione politica
Documento dell’Assemblea degli aderenti al Comitato “Cremona per l’Ulivo” e all’Associazione per il Partito democratico di Cremona
L’Italia ha bisogno di essere governata. Il Paese ha bisogno di certezze. Gli italiani meritano di avere un Governo che sia in grado di governare, all’interno di istituzioni efficaci ed efficienti. In un clima ed all’interno di regole che prevedano, per la maggioranza, l’agibilità politica atta a permettergli di esprimere al massimo la propria azione di Governo e, per l’opposizione, la massima possibilità di svolgere fino in fondo una vasta azione di controllo, di proposta e di protesta.
Il contesto istituzionale.
1) Occorre ribaltare in maniera netta e chiaramente percepibile il rapporto tra eletti ed elettori. A questo fine occorre riportare l'elezione dei parlamentari in Collegi ristretti, nei quali l'eletto abbia un rapporto ravvicinato con i suoi elettori, che consenta all'eletto di informare delle propria attività i propri elettori e, nel contempo, consenta agli elettori un'azione di verifica attraverso la quale sia possibile chieder conto al proprio eletto delle sue attività.
2) E' coerente con questo obiettivo un sistema maggioritario a doppio turno, con collegi uninominali o anche una legge elettorale di tipo proporzionale (come quella spagnola) con collegi piccoli e con liste pur bloccate ma brevi.
3) In ogni caso i candidati devono sempre essere scelti attraverso il ricorso ad elezioni primarie di collegio e deve essere formalizzato il fatto che alle elezioni primarie possono votare tutti gli elettori del Collegio, così come tutti gli elettori del Collegio hanno la possibilità di candidarsi alle primarie medesime.
4) Lo Statuto deve stabilire in maniera esplicita che il Partito Democratico selezionerà le proprie candidature a tutte le cariche istituzionali (Parlamento europeo e nazionale, Presidenza e consiglio regionale, Sindaco e consigliere Comunale, Presidente e Consigliere provinciale ecc) sempre attraverso l'utilizzo delle elezioni primarie.
5) Dovrà essere definito un regolamento attuativo dei vari tipi di Primaria, che sia incardinato con nettezza al principio invalicabile che prevede la parità di condizioni, di agibilità politica e di accesso alla comunicazione da parte dei diversi contendenti.
La governabilità
1) Gli elettori devono aver chiaro per quale maggioranza di governo votano, perché agli elettori spetta di scegliere a quale coalizione affidare la responsabilità del Governo del Paese. Le alleanze vanno dunque dichiarate prima del voto e non possono essere modificate, pena lo scioglimento delle Camere ed il ricorso ad elezioni anticipate.
2) Un parlamentare deve far parte del Gruppo parlamentare per il quale é stato eletto e, se ne ravvede la necessità, può passare dal Gruppo parlamentare originario al Gruppo misto. Tranne nel caso del Gruppo Misto, non deve essere ammessa la formazione di Gruppi parlamentari composti da un numero inferiore ai 20 parlamentari.
La forma Partito
Il partito al quale vogliamo dare vita intende partecipare alle elezioni per candidarsi a governare: dal piccolo comune fino al Governo nazionale. Sarà un partito che, attraverso la propria attività, tende a selezionare la classe dirigente diffusa del Paese. Un partito che, in quanto tale, avrà una propria struttura, una propria vita democratica interna, valori condivisi, progetto politico, programmi politico-amministrativi, una complessiva lettura di come vanno le cose del mondo.
Un partito che - pur non disdegnando l’uso della tecnica dei sondaggi per conoscere meglio la situazione del Paese - saprà dotarsi di nuovi strumenti di analisi e nuove categorie di pensiero e di conoscenza, per individuare efficacemente i bisogni e le tendenze della società, le dinamiche della sua rappresentanza. Un partito che, radicandosi nel territorio ed perseguendo il metodo del confronto positivo con le diverse categorie sociali ed economiche, si pone nelle condizioni di affrontare i nodi e le strategie più coerenti per la loro soluzione.
Un partito Accogliente:
Un partito per aderire al quale il cittadino debba operare un’azione volontaria: quella di iscriversi.e di poter partecipare. Un partito accogliente apre le proprie porte al massimo della possibilità, fissa una cifra minima di adesione anche simbolica, agevola l’ingresso di tutti quei cittadini interessati anche ad un’adesione limitata sia temporalmente che tematicamente.
Un Partito nel quale tutte le cariche interne vengono decise con voto segreto di tutti gli iscritti. Un partito che si dota di regole di vita interne largamente democratiche ed improntate alla massima apertura, che riconosce cittadinanza ed agibilità politica a sensibilità politico-culturali diverse e che – nel contempo - inserisce nel proprio Statuto modalità tali che evitino la formazione di correnti di potere, incrostazioni burocratiche, cordate di potentati
Un partito Partecipato
Un partito partecipato non da tessere o da numeri, ma da persone (massima trasparenza interna dell’albo degli iscritti) . Di volta in volta nel Partito democratico – a tutti i livelli – decide chi c’è, opera, si impegna, lavora. Un partito che riserva, dunque, agli iscritti le decisioni di fondo (elezione degli organismi, scelta su diverse opzioni politico-programmatiche ecc), in occasione dei Congressi che dovranno prevedere la possibilità di iscrizione larga ed aperta.
Un partito, in buona sostanza, che vuole corrispondere pienamente allo spirito ed alla lettera dell’art. 49 della Costituzione Italiana.
Un partito Interattivo
Un partito che vive il proprio tempo e che assume modalità di decisione non soltanto valutando ovviamente il merito delle questioni, ma ponendo la massima attenzione anche ai tempi del dibattito e della decisione. Per questo le modalità tradizionali di vita interna saranno affiancate fortemente dall’utilizzo delle nuove tecnologie: mail, MMS, SMS, Blog ecc. Su opzioni precise, su tematiche locali o nazionali, sarà utilizzato lo strumento del referendum decisionale svolto anche per via telematica. A questo fine ogni iscritto sarà dotato di password unica e personale volta a facilitarne l’utilizzo.
Un partito che sa decidere
Nel quale la fase del dibattito e del confronto deve essere aperta e condivisa e la fase delle decisioni sia limpida, trasparente ed altrettanto condivisa. Ma che poi – una volta presa la decisione - sa praticarla, in un clima che prevede, da parte delle minoranze, il rispetto delle decisioni assunte.
Un partito Federale
L’esistenza di Assemblee Costituenti regionali sostiene la necessità di una struttura federale del PD. Ogni regione potrà assumere regole organizzative anche molto diverse l’una dall’altra. Momento unificante nazionale sarà il rispetto dello Statuto nazionale, del Decalogo Etico che indicherà regole di comportamento trasparenti e del Manifesto politico e valoriale.
Un partito Trasparente
Un partito che rende pubblicamente conto delle proprie posizioni, delle proprie azioni, delle proprie proprietà con modalità assolutamente trasparenti ed in tempo reale, anche attraverso un uso adeguato del web. Dal punto di vista finanziario e della gestione economica la trasparenza dovrà essere assoluta, attraverso la tenuta dei propri conti a disposizione di tutti e la pubblicazione on line.
Un partito Contendibile
Nel quale gli aspetti che riguardano l’“ambizione personale” non siano ipocritamente vissuti come un peccato del quale dolersi. Ma che, al contrario, rendendoli palesi e riconoscendo loro cittadinanza, stimola i propri aderenti a mettersi in gioco – con le proprie idee, con la propria storia, il proprio volto, la propria intelligenza – al fine di rendere aperto il confronto, far divenire prassi quotidiana la battaglia delle idee e la volontà di metterle in pratica.
Ci muove la convinzione che, anche nel confronto politico e delle idee, la libera concorrenza – governata ed organizzata con intelligenza, trasparenza e raziocinio – non può che fare del bene al Partito democratico e, di conseguenza, all’intero Paese.
Un partito dei Diritti e dei Doveri
Un partito che – sia nella vita interna che nell’azione esterna – sia organizzazione politica che si batte per il rispetto dei diritti di ciascuno, in un’azione che pretende, da parte di tutti, il rispetto dei propri doveri, a partire dalla indiscussa integrità penale dei propri candidati e rappresentanti.
Un partito dei Preventivi e dei Consuntivi
Un partito che volta pagina rispetto alla prassi del mero “Preventivo”: alla fase nella quale si determinano programmi, progetti, ipotesi di lavoro, assunzione di impegni deve sempre corrispondere uguale azione volta alla verifica di quanto progettato, al rendiconto delle azioni realizzate ed a quelle non realizzate.
In un sano e positivo equilibrio tra “fase preventiva” e “fase consuntiva” risiede la concreta possibilità di assumere decisioni corrette , positive , credibili e vincolanti per tutti gli aderenti, sia in ordine alla scelta delle linee di azione sia in relazione alla scelta degli uomini e delle donne incaricati di metterle in pratica.
Per concludere
Nella fase attuale è attorno a questi temi che attendiamo decisioni chiare da parte delle Assemblee Costituenti nazionale e regionali.
L’elezione dei Segretari provinciali del PD non può che avvenire – in questa fase costituente ed entro il prossimo mese di dicembre – che attraverso modalità uguali a quelle con le quali abbiamo eletto in ottobre il segretario nazionale e quelli regionali. In subordine, e nel caso la situazione lo richiedesse, è ipotizzabile che detta elezione venga effettuata dai componenti eletti delle Assemblee Costituenti. In questo caso verrebbe ad aprirsi con ciò una fase temporanea e transitoria che conduca al Congresso nella prossima primavera, chiamato ad eleggere in forma aperta e democratica gli organismi dirigenti provinciali del partito.
Il lavoro delle Assemblee costituenti non potrà che rispettare tempi adeguati, comunque non biblici.
Incalza, infatti, una situazione politica a dir poco fluida e portatrice di opzioni anche molto diverse tra loro in cui il P.D. dovrà mostrarsi - nelle sue regole, nei processi decisionali, nella formazione dei quadri e nell’apertura alla partecipazione dei cittadini – come la principale novità distintiva offerta agli elettori.
Occorre dunque mettere in campo il massimo sforzo affinché venga al più presto data vita alla fase congressuale (la prima fase congressuale) del nuovo PD. Fase alla quale sia demandata la decisiva funzione della scelta delle opzioni politiche e programmatiche e della selezione dei gruppi dirigenti locali, regionali e nazionali.
Documento dell’Assemblea degli aderenti al Comitato “Cremona per l’Ulivo” e all’Associazione per il Partito democratico di Cremona
http://www.welfarecremona.it/wmview.php?ArtID=7932
ottobre 19 2007
Con il Pd già mi sento meglio
di Giampaolo Pansa
Veltroni? Rapporto a prova di bomba. Il nuovo partito? Conquisterà più di un terzo degli elettori. Ridurre i ministri? Io ne volevo 15. A Palazzo Chigi? Fino al termine del mandato. Colloquio con Romano Prodi.
La carriera dalla A alla ZRomano Prodi e Walter VeltroniAccerchiato, tormentato, sgambettato da tante, troppe parti. Eppure scopro Romano Prodi tonico, asciutto, di umore buono e molto determinato. Dalla sera di domenica 14 ottobre si trova al fianco un leader di nuovo conio, Walter Veltroni, il numero uno del Partito democratico prossimo venturo. Ma è una presenza che non sembra cambiare la vita e il lavoro del presidente del Consiglio. Sentiamo che cosa ci dice lui.
La vedo accerchiata, presidente.
"Non è un'impressione sbagliata. Però non c'è nulla di nuovo. Era così anche il primo giorno a Palazzo Chigi, dopo il voto dell'aprile 2006. Le cause? Coalizione complessa e ricerca di visibilità. Tuttavia oggi c'è una differenza. La caccia alla visibilità è rimasta molto forte nei partiti della coalizione, ma è diminuita moltissimo nei ministri. Nel governo si è affermata una solidarietà interna molto alta. E il lavoro del Consiglio dei ministri è assai più omogeneo e più semplice".
Resta la babele tra i partiti di centrosinistra.
"Può darsi. Ma la funzione e la forza dei governi democratici è di attrarre nuove energie alla democrazia, cioè di assorbire quella che i politologi anglosassoni chiamano 'le frange lunatiche'. È quel che cerco di fare, suonando sia il violino che il violoncello: due strumenti molto umani".
Dovrà darci dentro con entrambi, presidente. Dopo il trionfo bulgaro di Veltroni, molti dicono che adesso il suo governo è più debole. Anzi, che la nascita del Pd è un salto nel buio per il suo ministero.
"L'aggettivo bulgaro non mi piace. E poi i tanti elettori delle primarie hanno espresso una richiesta di stabilità. Se c'è una logica, io sono più forte, non più debole. È la frammentazione dei partiti che rende più difficile fare una politica lineare e coerente".
Veltroni ha detto che il rapporto con lei è "a prova di bomba". E che sosterrà il suo governo sino al 2011. Lei gli crede?
"Sì. Tanto per la prova di bomba che per il sostegno. È interesse di entrambi raggiungere il 2011 con il governo in piedi e ben saldo. Ma è molto più importante ricordare che Veltroni ed io abbiamo costruito insieme l'Ulivo, che Walter è stato un pilastro del primo governo dell'Ulivo e che la nostra collaborazione e la nostra amicizia sono troppo collaudate per andare in crisi".
Ma il 2011 è lontano.
"Certo, sembra lontano. Ma ho scelto una strategia di governo che se mi ha portato un gradimento molto basso oggi, darà frutti importanti nel futuro. Però ci vuole tempo. E so bene che, lungo il cammino, possono esserci delle sorprese".
Una sorpresa negativa potrebbe venire dai sei senatori centristi che non hanno aderito al Pd: Dini, due suoi colleghi, Bordon, Manzione e Fisichella. Enrico Letta ha detto a 'Omnibus' de La7 che bisogna parlarci, con questi sei.
"Con loro parlo da sempre. E ne ho ricavato un'assoluta coincidenza di posizioni. Loro si fidano di me e io mi fido di loro. Ma è vero che bisogna continuare a parlare con loro. Lo farà anche Veltroni".
Un Veltroni trionfante può essere tentato di sfruttare la vittoria andando a elezioni anticipate?
"L'anticipo del voto lo decide il presidente della Repubblica. E poi si cercano nuove elezioni quando i sondaggi sono favorevoli. Non mi pare che siamo in questo caso".
Se si dovesse votare all'inizio del 2008, quale risultato prevede per il centrosinistra?
"Un risultato cattivo. E aggiungo: 'ovviamente' cattivo. Un paese malato si guarisce con le medicine amare. La terapia l'ho studiata con cura e nel 2011 farà vincere il centrosinistra. Comunque, l'anno prossimo non si andrà a votare. Ne sono sicuro".
Con chi starà Veltroni? Con la sinistra radicale o con i centristi dell'Unione? Pier Ferdinando Casini gli ha chiesto di scegliere, per cominciare a chiarire l'identità del nuovo Pd.
"Veltroni l'ha già detto: non ha altra alternativa che questa coalizione di governo".
Insomma, Veltroni non sceglierà.
"Non è così: Veltroni ha già scelto questa alleanza. Non confondiamo le decisioni con le discussioni. Walter non ha altra via che questa. Altrimenti gli scoppia il sistema in mano. Come scoppierebbe a me se cambiassi coalizione".D'accordo. Però il 14 ottobre è nato un leader davvero maximo, un imperatore. Veltroni sarà di certo esigente e poco malleabile. La preoccupa questa prospettiva?
"Per niente. Veltroni sarà esigente soprattutto con il suo nuovo partito. Deve costruirlo per intero. E avrà il suo daffare. Un conto è il ruolo di leader. Un altro conto è dare soddisfazione a tutte le voci del Pd".
Spesso si dice che Prodi è un politico della Prima Repubblica. Ma non lo è anche Veltroni? Non mi sembra un politico del tutto nuovo.
"Rispondo per me, non per lui. Certo, Prodi è nato nella Prima Repubblica. Ma è entrato in politica soltanto con la Seconda Repubblica. Vuole la data esatta? Il 2 febbraio 1995. Quel giorno alcuni amici troppo affettuosi e quindi sciagurati, tra i quali Nino Andreatta, fecero il mio nome come possibile candidato premier nella battaglia elettorale dell'anno successivo. Il mio nome ruzzolò, andò in giro. Fu così che mi chiesero se ero disposto a guidare il confronto con Silvio Berlusconi. Risposi di sì. E nel 1996 il centrosinistra vinse".
Veltroni dovrebbe dimettersi subito da sindaco di Roma?
"No. A Roma lui ha costruito una macchina grande e forte che può camminare quasi da sola. Certo, lo aspetta una fatica terribile, perché la gestione del Pd diventerà sempre più assorbente".
Lo penso anch'io. La lotta all'ultimo sangue per le candidature alle primarie ci fa prevedere un Pd diviso in correnti che si combatteranno.
"Ma non esiste un partito senza sfumature o espressioni diverse. Guardi che cosa succede nel Partito Laburista inglese. Nel Pd troveremo una sintesi per non farle diventare correnti organizzate. Veltroni si è già dato questo compito. Gli offrirò il mio aiuto: sono il presidente del Pd, garante di tutti".
Dunque, dal 14 ottobre il Pd ha due capi: Veltroni e lei. Le diarchie, i doppi comandi, non sono fonte di guai?
"I nostri ruoli sono diversi. Bisogna sempre distinguere fra governo e partito. Io guido il governo. E sono il capo di una coalizione che va ben oltre il Pd. E rispondo in modo intero all'alleanza che mi ha eletto".
Oggi i sondaggi parlano di un Pd che ha meno voti di quelli raccolti da Ds e Margherita alle elezioni dell'aprile 2006.
"Ha detto bene: oggi. Quando il Pd è allo stato nascente. La stabilità e la coesione faranno cambiare i sondaggi. Certo, ci vogliono i risultati buoni del governo. Insomma, occorre l'impasto di due farine. Ma sono convinto che il Pd conquisterà almeno un terzo degli elettori. E forse di più".
Per tentare di farcela, Veltroni dovrà agitarsi molto. Ha timore dell'inevitabile movimentismo del suo amico Walter?
"Assolutamente no. Ma non userei la parola movimentismo. Direi piuttosto movimento. Spero che Veltroni ne faccia molto. Abbiamo bisogno di mobilitare molta società, molti cittadini".
Il Pd si propone di riconquistare i ceti medi che hanno abbandonato il centrosinistra, soprattutto nell'Italia del nord. In che modo può riuscirci?
"Il modo è uno solo: fare. Il Nord ha bisogno di cose elementari: sicurezza, infrastrutture e fisco più equo. Per i più raffinati anche un po' di scuole, di ricerca, che per me, nel lungo periodo, sono l'aspetto primario anche al Nord".
Lo scrittore-ombra di Veltroni, il senatore diessino Giorgio Tonini, ha messo nero su bianco la seguente previsione: nel gennaio 2008, dopo l'approvazione della Finanziaria, il Pd chiederà a Prodi "un chiarimento politico e programmatico, che indichi le cose essenziali da fare in modo convinto e disciplinato nei prossimi tre anni. Altrimenti, meglio staccare la spina e tornare a votare". Che ne pensa?
"Che 'staccare la spina' è un'immagine truculenta. Mi stupisce che la usi Tonini, un mite cristiano sociale. Deve averla chiesta in prestito alla destra. Cosa posso rispondere? Che ha perfettamente ragione, purché lui abbia un generatore di riserva, una volta staccata la spina. Se lo ha, ci dica quale è".
Veltroni ha già annunciato che vorrà uno snellimento del governo.
"Questo è un problema mio. E lo specifico così. A) Il governo adesso funziona. B) Ho già ridotto molte spese. C) Io stesso, come tutti sanno, avevo proposto un governo di soli quindici ministri. Oggi sono venticinque. E sa perché? Me lo ricordo bene il giorno che Fassino e Rutelli entrarono nella mia stanza e mi dissero: devi dare nove ministri ai Ds e sei alla Margherita. E il resto è venuto da sé. Quando sarà il momento, provvederò io a ripensare la struttura del governo".Ma è vero che Fassino diventerà vice-premier, posto che sarà lasciato da D'Alema?
"Fassino si meriterebbe ben di più per le sue doti e per il suo spirito di sacrificio. Ma in questo momento non cambio niente".
Andrebbe fatta subito anche la legge elettorale. Ritiene che sia possibile?
"So benissimo che è un compito molto difficile, nel quale Walter e io dovremo buttarci a capofitto. Ma se non lo affrontiamo, trovando la soluzione giusta, non risolveremo i problemi dell'Italia. Con la stabilità del governo, saremmo il primo paese in Europa".
Ma ha discusso con Veltroni su quale sistema elettorale puntare?
"Walter e io ci siamo già confrontati su questo problema. E sappiamo bene che per varare una nuova legge occorre una maggioranza parlamentare molto ampia. Entrambi non vogliamo abbandonare il bipolarismo. Ovvero l'idea di due coalizioni che si alternano nel governo del paese. Speriamo di farcela. Ma le ribadisco che non sarà un'impresa semplice".
Che cosa può accadere al governo dopo la manifestazione della sinistra radicale a Roma, il sabato 20 ottobre?
"Non accadrà assolutamente niente. In questi ultimi sette giorni abbiamo avuto tre grandi manifestazioni di società civile: il referendum sindacale sul Protocollo del Welfare, la marcia di An per la sicurezza e le primarie per il leader del Pd. Quella della Cosa Rossa sarà la quarta. E non potrà che concludere un ciclo tutto a sostegno del governo".
Anche il corteo di An era a sostegno del governo?
"Sì. E per una ragione molto semplice: che ha saputo offrirci soltanto degli insulti. Dunque, ha giocato a nostro favore, sia pure contro l'intenzione degli organizzatori, perché credo che abbia riscaldato molti simpatizzanti del Pd alla vigilia del voto".
Che cosa farà Berlusconi dopo le primarie del 14 ottobre?
"La domanda giusta dovrebbe essere: che cosa dirà. Bene, continuerà a dire quel che ha sempre detto. Che quindici parlamentari della Margherita passeranno con lui. Che la maggioranza di centrosinistra sta per implodere. Che si andrà subito a nuove elezioni. Che il 98 per cento degli italiani spasima di tornare alle urne per votare compatto Forza Italia. Insomma, seguiterà a dire quello che dice da sedici mesi. E come vede la faccenda non mi preoccupa minimamente".
Posso dirle quello che mi domando sempre più spesso nel vederla alle prese con le difficoltà del governare? Mi domando: ma perché Prodi mostra tanta tenacia nel restare a Palazzo Chigi? Ne vale davvero la pena?
"Le offro due risposte. La prima è che le cose si fanno con tenacia oppure non si fanno. La seconda è che a Palazzo Chigi io ci sto volentieri".
È vero che lei se ne andrà soltanto quando sarà chiaro a tutto il paese che il governo Prodi è stato distrutto dai suoi alleati riottosi?
"Sì, se questa distruzione si manifesterà con un voto parlamentare. Altrimenti no: io rimango qui".
Che cosa succederebbe se il suo governo dovesse cadere, per esempio a causa di un incidente al Senato? Dopo di lei, verrà un governo istituzionale o si andrà subito a votare?
"Quello che potrebbe succedere lo deciderà il presidente della Repubblica".
Accerchiato, però tenace. Da vera testa quadra reggiana. Ma è felice di fare questa vita?
"Purtroppo sì".http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Con-il-Pd-gia-mi-sento-meglio/1834709//2
ottobre 17 2007
LETTERA APERTA ALLE DEMOCRATICHE ED AI DEMOCRATICI
Per il Partito Democratico:
Ripartiamo dalle cittadine e dai cittadini!
In sintonia politica con il Movimento per l’Ulivo e il Centro per
l’Innovazione della Politica del P.D.S. nell’ottobre 1998, con il sostegno
di alcune migliaia di cittadini Bolognesi (fra cui Gianfranco Pasquino,
Augusto Barbera, Renzo Imbeni, Vittorio, Luca e Marco Prodi, Luigi Pedrazzi,
Paolo Onofri, Renato Villalta, Renzo Costi, Pierpaolo Benni, Luciano Sita,
ecc.), organizzammo un primo movimento di opinione - “Cittadini per le
Primarie” - che creò anche un'Associazione Bolognese per le Primarie attiva
sul territorio negli anni successivi.
Nell’aprile 2004 chiedevamo che l’Unione svolgesse le Primarie. Nell’ottobre
2005, fra qualche timore e molte preoccupazioni, si tennero delle vere
Primarie che designarono Prodi candidato del centro-sinistra. Cogliemmo
subito l’occasione per chiedere a Prodi e ai segretari dei partiti
dell’Unione di svolgere, anche per ovviare alle liste orrendamente bloccate
del “Porcellum”, le Primarie per almeno il 50 per cento dei parlamentari.
Non ci fu nessuna risposta. Peccato, perché la mobilitazione dell’elettorato
dell’Unione avrebbe sicuramente garantito una maggioranza più ampia al
Senato della Repubblica.
Negli anni 2005 e 2006 si sono svolte in altre occasioni elezioni Primarie
per scegliere i candidati dell’Unione: in Puglia, in Sicilia, a Milano, a
Genova e in tanti altri Comuni Italiani.
Nel gennaio 2007 abbiamo presentato il “Progetto 10.000 Fiori” chiedendo di
coinvolgere i cittadini in tutte le fasi del Processo Costituente del
Partito Democratico.
Nel giugno 2007 abbiamo, per primi, chiesto di poter scegliere con il voto
diretto il Segretario Nazionale del Partito Democratico.
Il 14 ottobre 3,5 milioni cittadini hanno dato, tutti insieme, una nuova
speranza all’Italia!
Più volte Fassino ha chiesto, anche inserendo queste regole nello Statuto
del Partito Democratico, la convocazione di Primarie (o Elezioni Dirette)
per scegliere gli organi dirigenti di partito e i candidati alle cariche
istituzionali.
Nella sua campagna costituente il neo-Segretario del Partito Democratico, al
quale rivolgiamo gli auguri di un buon lavoro, ha inserito nei propri punti
programmatici l’istituzione delle Primarie per Legge.
Lo stesso Prodi ci ha invitato a collaborare per l’introduzione di una legge
quadro per le Primarie in Italia.
Siamo felici di tutto questo: le Primarie, in base all’impegno politico e
alla raccolta di firme dei cittadini residenti in un determinato territorio,
devono essere convocate se ci sono almeno due candidati per quel determinato
ruolo. Se questo sarà inserito nello Statuto del Partito Democratico e, un
domani, ci sarà anche una legge come è già avvenuto in Toscana, si
consoliderà sempre di più un buon rapporto fra cittadini e i propri
rappresentanti politici.
Ma noi primaristi-ulivisti siamo pienamente consapevoli che la “politica
alta” non può essere delegata al solo esercizio democratico, comunque
fondamentale, delle Primarie.
Intanto un’esigente concessione di fiducia dei cittadini c’è stata: è stato
concesso un forte e pieno incarico politico a Walter Veltroni e ancora di
più si è dato fiducia al Progetto Democratico nel suo insieme. Veltroni è
quindi il primo rappresentante di un processo costituente di un partito che
non potrà essere solo grande ma che dovrà essere altezza dei suoi compiti,
nel rispetto pieno degli articoli, a partire dal numero 49, della
Costituzione Italiana.
La domanda è: “Che fare adesso se vogliamo subito lavorare alla costruzione
democratica dal basso dal Partito?”
1) Approvare uno Statuto Nazionale, uno Statuto per ogni Regione ed un
Manifesto delle Idee coinvolgendo, coinvolgendo, anche con l’aiuto delle
nuove tecnologie, tutti i delegati eletti. Questo è l’importante compito,
nulla di più e nulla di meno, dei delegati eletti. Tale metodo di procedere
sarebbe un moltiplicatore democratico d’idee, di partecipazione e
d’entusiasmo altrettanto importante che le elezioni del 14 ottobre.
2) I Comitati Promotori Territoriali, integrati sicuramente da altri
cittadini che hanno dichiarato la loro intenzione di partecipare al Progetto
Democratico, devono sviluppare le attività organizzative e il dibattito sul
territorio. Appena possibile il Segretario Nazionale, che da oggi
sostituisce con pieni poteri il Comitato Promotore Nazionale, definirà le
regole per il completamento del Processo Costituente, nell’ambito del
Regolamento Nazionale in essere e delle disposizioni Statutarie che
interverranno. A livello nazionale, infatti, Veltroni e Prodi ricoprono,
entrambi con pieni poteri, gli unici due ruoli decisi ad oggi dalla fase
Costituente.
Ci permettiamo di allargare il dibattito, prendendo spunto anche da alcune
idee recenti dell’emiliano Bersani, su come potrebbe completarsi la fase
costituente.
A nostro avviso ci possono essere solo due strade democratiche:
1) Si apre subito la fase di tesseramento (salvo necessità di aspettare
l’approvazione degli statuti) gestita dai Comitati Promotori Territoriali.
Dopo un certo tempo si costituiscono le unità di base (sezioni, circoli,
ecc.) e contemporaneamente si procede alle elezioni dirette dei segretari e
dei delegati al congresso di Quartiere/Comune/Provincia/Regione. Il
principio fondamentale da seguire, per avere una forma innovativa di
partito, è quello che sono gli iscritti di un’unità di base ad individuare i
propri delegati congressuali e che un iscritto non può essere delegato per
più livelli. Questa fase, per coinvolgere una larga parte dei 3,5 milioni di
fondatori del Partito Democratico e tutti quelli che si uniranno al Progetto
Democratico, non potrà terminare prima di 5-6 mesi.
2) Rinviando al 2008 l’apertura del tesseramento, si convocano elezioni
dirette per dare una guida certa ed eletta democraticamente a tutti i
territori (Quartieri, Comuni e Province). L’impegno organizzativo sarebbe
quello di coinvolgere in tempi ristretti più elettori possibile di quelli
che hanno votato il 14 ottobre, tenendo la porta aperta ai nuovi cittadini
che vorranno partecipare. Questa fase, come attualmente previsto dal
Regolamento Nazionale del Processo Costituente, deve chiudersi entro due
mesi. In primavera si svolgeranno, partendo da basso, tutti i Congressi
stabiliti dalle norme statutarie.
Ci sono aspetti organizzativi e politici da considerare. Crediamo fermamente
che questa scelta debba essere assunta introducendo e rispettando, nella
forma e nella sostanza, le regole democratiche.
Guardando al futuro, dopo la larga partecipazione del voto del 14 ottobre
2007, non ci possiamo accontentare del principio una testa, un voto. Per
riformare al meglio l’Italia è vitale che molte cittadine e molti cittadini
contribuiscano attivamente alla politica italiana ed europea. Una politica
alta, bella e sicuramente al servizio di tutti i cittadini.
Sappiamo che in politica la legge elettorale e soprattutto la forma partito
faranno, nel lungo periodo, la differenza.
Sappiamo anche che “Riformisti” sono coloro che, una volta individuata una
priorità politica, la realizzano il giorno dopo!
p. Comitato Promotore Nazionale per le Primarie
Paolo Orioli
www.perleprimarie.org - info@perleprimarie.org - Tel. 349-4587965
Bologna, 16 ottobre 2007
ottobre 14 2007
| La repubblica di Topo Gigio |
Domani andrò a votare per le primarie ma non voterò per Walter Veltroni.
Qualcuno la ha bonariamente definito Topo Gigio, io invece mi sono letto con attenzione tutte le sue esternazioni programmatiche e non sono così bonario.
Non lo voterò per i seguenti motivi politici:
1) Veltroni propone un modello di Repubblica decisionista, non molto diversa, all'essenza, da quella del piano di rinascita nazionale della P2 e poi di Amato-Craxi. Il suo è un programma, nemmeno molto originale, di centro-destra. Da oltre vent'anni questo è il mantra della nostra classe politica, ma la transizione a questa Seconda Repubblica non ha funzionato. Per un semplice motivo: Craxi voleva fare la seconda Repubblica a forza di centri di potere, di corruzione diffusa e di nomenklatura socialista totalmente separata dai cittadini.
Non parliamo di Forza Italia, del primo Triciclo, dei Ds di Unipol, della Margherita di De Mita....
Questo modello non ha funzionato e non funzionerà: il mix tra decisionismo (finto) e corruzione e collusione (vera) genera costi iperbolici, debito, sfiducia civile, alla fine attiva poteri di controllo e tutto finisce nel suo esatto contrario, il caos istituzionale e civile. La paralisi.
E' successo nel 1992, e si è ripetuto più volte fino ad oggi....
In tre parole: un gollismo senza un De Gaulle (che aveva con sè la rete della Resistenza, l'esercito, l'Amministrazione e i contadini...e che ha servito il suo Paese).
Mentre Walter dietro c'ha un po' di appartenenze, tanti portaborse e miriadi di mezze figure....esattamente come la buonanima di Bettino...e di Berlusconi (lasciamo perdere...)....
De Gaulle ristabilì l'onore della Francia, e con essa la sua quarta Repubblica. Fino al Sarkozi di oggi. Oggi l'onore d'Italia è sepolto negli articoli della stampa mondiale su Bettino Craxi, su Silvio Berlusconi, i suoi processi estinti e le sue leggi ad personam, su Antonio Fazio, Cesare Geronzi, Fiorani, Consorte, D'Alema e Fassino. Aspettiamo un vero De Gaulle italiano, caro Walter.
Che non sei tu. Altrimenti ti saresti preso i rischi che si prese De Gaulle. E avresti detto parole serie sullo stato miserabile del tuo ex-partito. Non lo hai fatto, e questo è un fatto. Caro Walter.
E forse nemmeno c'è un futuro De Gaulle italiano. Non stiamo aspettando Godot. Forse (e spero) il De Gaulle italiano siamo solo Noi, comuni cittadini. Nonostante Voi.
Noi, di fronte alle reticenze, ai calci nel sedere e alle balle di quelli come te, siamo costretti a inventarci un diverso futuro. L'8 settembre 2007 ne hai avuto un eloquente segnale.
Infatti. Le riforme di rafforzamento dello Stato si fanno invece in direzione esattamente contraria. Si dà l'esempio con le riforme vere, tangibili, con un ridisegno serio e rischioso della casta e dello Stato; si ristabilisce, pagando prezzi, la legalità per tutti, senza guardare in faccia a nessuno, l'imparzialità e il bilanciamento dei poteri; si cambiano, con altrettanti prezzi, facce e si fa dolorosa autocritica; si coinvolgono, faticando, i cittadini.
Altrimenti questi ultimi si coinvolgono da sè....grazie a questa nostra libera rete, non certo grazioso regalo del vostro illuminato Palazzo......
Si spende e si investe il giusto per le cose giuste, si controlla, si fanno i cambiamenti giusti, ci si piglia grane e si danno ai cittadini i risultati, non chiacchiere. E si ricomincia, ogni santo giorno. Comprese le email. E se si sbaglia pesantemente, come Fassino, D'Alema e Mastella, prima ci si scusa in faccia al Popolo e poi ci si dimette. Questo è il lavoro politico. E' duro e serio guidare un Paese in crisi profonda, lo so. Ma altrimenti si fa altro. E non lo si prende in giro.
Veltroni non mi dà alcuna garanzia al proposito, nè nelle sue alate interviste vi sono al proposito impegni chiari. E' un debole, come lo fu Bettino. Ambedue sulla strada facile del potere, delle bugie, dei silenzi e del marketing. Anzichè su quella del servizio politico. Ambedue fragili, pertanto. Veltroni infatti resta nella comoda e prestigiosa poltrona di sindaco di Roma (non si sa mai...). Anzi, ha coperto, con il suo assordante silenzio, il patente discredito dei suoi compagni di partito Fassino e D'Alema (e dei dalemiani).
Veltroni vuole una repubblica decisionista, ma senza far pagare dazio alla casta, senza una strategia sui costi della politica (esorbitanti) e senza reali ambiti di partecipazione e di controllo. Quindi non lo voto. E rifiuto il suo programma, che ritengo quantomeno monco e fallimentare. Non voglio un Partito Democratico così. Voglio una forza politica di centrosinistra europea e moderna, non un fumoso richiamo al totem pubblicitario Kennedy....
Vuoi un leader di riferimento credibile, Walter? Chiedi a Carlo Azeglio Ciampi...
2) Veltroni ha esposto il solito programma economico, sulla riduzione da debito pubblico, di taglio finanziario-neoliberista-avventurista. Lo stesso discorso di Tremonti, in pratica. Vendere, vendere, vendere. O meglio svendere, magari facendo fare affari belli grassi (e a spese nostre) ai circoli finanziari preferiti (e già in calore). Abbiamo già dato, al proposito, a un capitalismo italiano rivelatosi del tutto inadeguato a gestire grandi beni pubblici (vedi caso Telecom, vedi Autostrade....). Per ridurre il debito dobbiamo spendere meno e meglio. E dobbiamo tornare a svilupparci, e per tornare a creare dobbiamo far funzionare pubblico e privato. Senza le solite scorciatoie finanziarie. Specie con i Geronzi ancora in giro, e sempre al potere....
Quindi io ritengo che per l'Italia sia venuto il tempo di fare, di progettare, di reinventarsi, di creare nuovo lavoro e nuovo valore, di reinventare anche il suo capitalismo, di sviluppare i mercati e le safety net connesse, e soprattutto di partecipare scientificamente e industrialmente da protagonisti alla grande trasformazione. E, insieme, di creare democrazia economica partecipata e cosciente. Ma di questo Veltroni non fa cenno, non ha idee concrete nè proposte sul tema e quindi non lo voto.
Veltroni capisce poco di ricerca, di innovazione, di mercati e di industria. E si vede.
3) Veltroni si tira dietro, con le liste bloccate, due nomenklature, e insieme un bel pacco di nani e ballerine, di fiocchetti e di campanelli (anche reclutati in rete). La non messa in discussione di queste nomenklature (che si sono già spartite le cariche nel Pd) la ritengo nociva per l'Italia. Quindi non lo voto.
Voterò la Bindi perchè esprime qualche elemento di partecipazione, di volontariato e di comprensione della realtà superiore al succitato. Ma la voto soprattutto perchè, credendo alla necessità di una drastica semplificazione della politica in Italia (e quindi credendo nel Partito Democratico, su cui cominciammo a discutere nel 96), non voglio lo strapotere dei Veltroniani e assimilati nel Pd.
Voto perchè le primarie (effettivamente combattute, secondo democrazia) divengano un dato costante sia del Partito Democratico che della politica in Italia. Voglio scegliere e continuare a scegliere.
Nè voglio che Veltroni o i suoi possano in alcun modo minare questa legislatura, dove non vedo davvero alternative migliori a quella schifezza di governo Prodi. Ma è il governo che ho votato nell'aprile del 2005, ed ero cosciente che sarebbe stato più o meno così. Lo critico ma non voto per chi gli sta facendo le scarpe (per lorsignori).
Quindi voto Bindi come principale voce di opposizione, e parte del mio personale meno peggio. La voto per mettere il mio granellino di sabbia negli ingranaggi già inchiavardati delle nomenklature e anche per incoraggiarla a mantenere le sue promesse.
Oggi preferisco la stabilità di governo (e i piccoli passi di rimarginamento di ferite passate piuttosto gravi), in attesa di una vera leadership e di un autentico programma democratico. E mi tengo il puzzone, come si diceva un tempo.
Domani, con la crisi che verrà, voglio un partito democratico aperto, e non monopolizzato da un nuovo craxismo. Autoritario (forte con i deboli ma debole con i forti), velleitario e in definitiva fallimentare. Di fronte alla grande crisi è ovvio che la sinistra legalitaria si rafforzerà, nella sofferenza, ed è ovvio che io li voglio, tutti, nel Partito Democratico. Nella futura Comunità aperta e innovativa degli italiani liberi. Come la pensammo nel 1996.
Fino a scegliere tra di loro il mio futuro leader, sul programma giusto. Io voto e resto aperto al futuro, di un Popolo che spesso mi ha insegnato e mai deluso.
Walter, un consiglio, non farti più scrivere il programma da Giuliano Amato, please...
Ti suggerisco invece una nuova chiave e un nuovo slogan. Questo:
Il tempo dei cialtroni è finito....
Auguri a tutti quelli che voteranno come me. Ci aspetta, come sempre, un difficile e lungo cammino. Forse però non solitario.
Perdonate le semplificazioni ma sono solo un comune cittadino italiano e europeo. Il mio potere è esattamente come il Tuo, che hai la pazienza di leggermi.
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Larga la foglia, stretta la via, dite la vostra che ho detto la mia.
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www.caravita.biz
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Siamo giunti alla vigilia del voto che darà l'avvio popolare al Partito Democratico.
Io avrei preferito che nel nome del partito fosse stata esplicitamente mantenuta la parola ULIVO.
Dicono che L'ULIVO sarà presente nel simbolo. Sarebbe stato meglio se fosse stato presente nello spirito dei 45 e, prima ancora, di Orvieto.
Il destino del nascituro dipenderà da quanto forte sarà l'avvio popolare, da chi sarà stato eletto all'Assemblea costituente, dal segretario che uscirà dalle urne, dalla resistenza al cambiamento della nomenklatura.
Quest'ultima è il solo dato certo. La resistenza al cambiamento è fortissima e neanche tanto mascherata. Anche da parte di molti di coloro che il processo hanno voluto accelerare, dopo anni di incertezze, rinvii, marce indietro. E hanno contribuito ad accelerarlo proprio per cercare di mantenere le cose il più possibile come prima. Nel sacro rispetto della migliore tradizione gattopardesca.
La fondazione di un partito NUOVO e non di un altro partito somma di partiti esistenti (anche se questo fatto, di per sé, è una novità controcorrente nel recente quadro politico italiano) richiederebbe lo sforzo intellettuale di spogliarsi dei vecchi vestiti e di considerare tutti i nuovi compagni e amici alla stessa stregua, senza pregiudizi. Almeno all'inizio, salvo prova contraria nel tempo. Invece no.
La prova?
Basta parlare con i compagni di partito (io sono iscritto ai DS) i quali si scandalizzano della mia scelta di appoggiare Rosy Bindi e di candidarmi nella sua lista: per spirito di partito avrei dovuto allinearmi con Veltroni. Ma, allora non abbiamo capito niente!
Con la stessa logica, per garantirsi anche il voto dei margheritini, le due nomenklature si sono dovute inventare il tandem Veltroni-Franceschini. Così il pacco è stato ben confezionato. Dimostrando ancora una volta che l'istinto di autoconservazione è superiore alla ragione. Che vorrebbe si tenesse ben conto degli umori che serpeggiano nella società italiana.
Quello che mi ha ancora di più sorpreso è stato l'atteggiamento di alcuni compagni di Sinistra Democratica i quali, dopo aver rifiutato il percorso costituente, aver, di fatto, provocato la scissione al congresso di Firenze, essere stati sempre molto critici sull'operato di Veltroni, specie da segretario del partito, oggi, su suggerimento (così mi dicono) di Mussi, dichiarano di voler partecipare alle votazioni del 14 e di dare il voto a Veltroni. Non ho parole.
Quanto forte sarà l'avvio popolare?
Questa chiamata alla partecipazione non poteva avvenire in un periodo peggiore. Questi eventi collettivi richiedono, per riuscire molto bene, un fortissimo coinvolgimento emotivo. Quale, per esempio, quello che si era avuto nel '96, subito dopo la vittoria elettorale.
Oggi, invece, subiamo l'effetto di oltre un anno di governo Prodi che, grazie alla litigiosità di tutti gli alleati e a una scarsissima capacità comunicativa, è stato e continua a essere percepito come estremamente deludente, nonostante i buoni risultati ottenuti. Ancor più rimarchevoli proprio per la precarietà della maggioranza e la non compattezza della compagine governativa.
E in questo clima (o, forse, anche grazie a questo clima) i due episodi del libro "la casta" e del "grillismo" hanno colpito prevalentemente proprio l'elettorato di sinistra.
E ancora una volta, le nostre nomenklature, come ai tempi dei "girotondi", sottovalutano, minimizzano, si rifiutano di capire, condannano "a priori". Classificano come "antipolitica" (come se il classificare con dalemiana supponenza bastasse da solo a rimuovere il problema).
Sul fronte delle candidature alla segreteria del PD, la nomenklatura aveva ben gradito la candidatura di tre outsider, ottima foglia di fico per una presunta pluralità di offerta politica. Molto meno, anzi palesando il fastidio, la candidatura di Letta e, forse anche di più (perché "più a sinistra" e più marcatamente "ulivista"), quella di Bindi. Ancora una volta, dimostrando tutta la propria, ormai incurabile, miopia politica.
Non sono un estimatore del sistema politico americano, però invito la nostra nomenklatura, che spesso guarda, anche a sproposito, oltre oceano, a osservare quanto accade, e per quanto tempo e senza esclusione di colpi, nell'omonimo partito in vista della scelta del candidato alle prossime presidenziali. E i giochi non sono mai fatti fino all'ultimo. E nessuno si richiama all'unità del partito (che deve esserci DOPO, non PRIMA delle scelte).
APPELLO
Invito tutti coloro che credono nel PD a scegliere ROSY BINDI votando la lista
con ROSY BINDI democratici, davvero
i motivi?
ulivista, concreta, coerente, laica pur essendo credente, sinceramente democratica, capace, donna.
_______________________________________________________________________
APPENDICE
Invito tutti coloro tacciati di essere antipolitici solo perché criticano il sistema a dimostrare chiaramente che antipolitici non sono. Anzi di essere proprio loro i paladini della vera democrazia.
Di volere un'ALTRA POLITICA.
Come?
Recandosi a votare il 14. Esprimendo un costruttivo voto di dissenso. Votando per un'alternativa credibile.
Sarò più diretto: VOTA. Come credi meglio, ma VOTA. Anche se non ti riconosci in nessuno dei candidati, ma pensi che l'Italia debba avere un partito NUOVO, recati a VOTARE e manifesta liberamente la tua opinione sulla scheda, eventualmente scrivendo che t'aspettavi una cosa diversa, cioè annullando le schede. Ma VOTA!
Ferdinando Longoni
candidato all'Assemblea nazionale
nella lista con ROSY BINDI democratici, davvero
nel Collegio 24
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ottobre 13 2007
Il partito secondo noi
di Arturo Parisi, www.scelgorosy.it - |
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Come è noto, Rosy Bindi si è ispirata alla convinzione che l’oggetto proprio del confronto di cui si sostanziano le primarie è la visione del partito. Oggetto programmaticamente omesso dagli altri candidati, a cominciare da Veltroni. Anche al fine di arricchire la riflessione sul punto, martedì 9 ottobre, a Roma, presso la storica sede dell’Ulivo di Piazza SS. Apostoli, è stato presentato il profilo del partito nuovo da Rosy Bindi e Arturo Parisi. Proponiamo qui di seguito la corposa introduzione del ministro della Difesa.
Meno 5 giorni. Lo dico con trepidazione, come capita alla vigilia di una nascita. Non a tutti è chiaro cosa sta al centro della scelta che proponiamo ai cittadini il 14 ottobre. Al centro di quella scelta non sta, infatti, quale Governo debba succedere a questo. Né chi dovrà guidare la coalizione di centrosinistra nell’ennesima gara contro Berlusconi. E neppure quale sarà il candidato del Partito Democratico nelle elezioni primarie dell’Unione. Al centro c’è, come ha detto Rosy Bindi, quale partito dare all’Italia e al mondo e chi dovrà applicarsi dal giorno dopo con tutte le sue energie alla costruzione di questo partito. Energie che Prodi – che è stato di questo partito l’ideatore e il fondatore – non ha potuto assicurare perché assorbito dagli impegni di Governo. Da qui nasce la necessità di questa scelta.
Partito per la PARTECIPAZIONE
Partito viene da “parte”, ma non a tutti è chiaro dove va. Per alcuni va verso “ripartizione” o, detto con una parola più pesante, “spartizione”. Per noi va verso “partecipazione”. Parlare di partito significa perciò parlare di partecipazione e da qui deve partire, secondo noi, ogni riflessione sul partito stesso.
Per molti, forse per i più, il Partito Democratico è una riaggregazione, l’unione tra due partiti preesistenti, secondo la logica che chiama tutti, dalle catene di ipermercati alle banche, a fare un passo avanti. Per noi, invece, è un nuovo tentativo di dare risposta alla domanda di partecipazione che è stata ed è da troppo tempo delusa. E’ per questo che il tema non è solo quello della partecipazione, ma anche quello dell’esistenza di una domanda delusa.
Mark Lazar, uno degli studiosi più attenti della vicenda italiana, la definiva “un appetito di democrazia partecipativa, un’aspirazione di energia rinnovatrice” che, diceva, “va a sbattere contro la sordità e l’autismo della maggior parte dei partiti”.
Anche se nel nostro Paese la partecipazione elettorale sembra in una fase di flessione (a detta di coloro che l’hanno considerata, con una inescusabile superficialità), noi dobbiamo riconoscere che, viceversa, la domanda di partecipazione è cresciuta. Innanzitutto negli anni ’70, camminando sulle gambe di quella generazione che è stata definita la protagonista di una rivoluzione silenziosa, e da allora non si mai contratta. Esiste nel nostro paese una cittadinanza attiva, la possiamo valutare anche attorno al 20-25 per cento. Percentuale molto minore purtroppo dei cittadini che partecipano alle elezioni, ma enormemente maggiore di tutte le misure comparabili, reperibili nel passato, dei cittadini che non si accontentano di votare.
E’ anche da questo che deriva una delle componenti della riduzione della partecipazione elettorale: non si accontentano di votare e chiedono viceversa di partecipare. Ma non a processi in cui tutto è stato già deciso. Da questa domanda, che si accompagna a una delusione ricorrente, è nato nel nostro Paese un gap tra la legittimità e il potere dei partiti, che vede i partiti detentori di un potere superiore alla legittimità o, se più vi piace, di una legittimazione inferiore al potere che si trovano a gestire.
Questo ha determinato quella situazione che è stata definita “partitocrazia senza partiti”, perché è questa la situazione in cui ci troviamo, di un insieme di strutture che portano il nome di partiti, che nel loro insieme sono riconducibili a quella che veniva chiamata la forma della partitocrazia, ma senza che dietro ai partiti ci siano partiti veri, quelle cose che nel nostro passato evocavano contemporaneamente sentimenti, ideali e vita quotidiana.
Gli ulivisti, quelli che hanno intrapreso questo cammino ormai 12 anni fa, lo sanno. Incontrarono questa domanda di partecipazione, dei cittadini attivi, nel lontano 1995. Adesso hanno fatto riferimento all’ultimo evento che l’ha registrata e misurata, che sono state le primarie di due anni fa. Esse sono il punto di riferimento ideale dell’appuntamento che ci siamo dati per il 14 ottobre. Ed è perciò che noi, in riferimento a questa domanda, sentiamo il bisogno di rimettere in campo innanzitutto, direi, la parola partito. Lo dico parlando da un luogo dove ho svolto la mia funzione come dirigente di un movimento, quello dei “Democratici”.
Dire partito è allo stesso tempo una conquista e una sfida. Una conquista perché è l’acquisizione matura della necessità di un’organizzazione permanente che offra ai cittadini contemporaneamente una porta per le istituzioni – che non riduca la partecipazione alle elezioni democratiche un fatto intermittente quinquennale – e un ponte, come è stato fin dal primo momento, tra il passato e il futuro. Nella consapevolezza che appunto un partito è chiamato a essere titolare di un progetto di lunga durata, un progetto pensato per quando ognuno di noi, anche i più giovani, non ci sarà più. Non il tempo delle escatologie di una volta, ma tuttavia non riducibile né a un programma né agli atti di Governo. E quindi espressione di un cammino di lunga durata. Non una zattera per attraversare un fiume ma una nave per attraversare un oceano.
Una porta e un ponte, ma anche un punto di sintesi che si offre ai cittadini per ricondurre a unità i diversi mandati che i cittadini affidano alle diverse istituzioni, al Comune, alla Provincia, alla Regione, allo Stato e all’Unione Europea, dentro l’unica cosa pubblica, res-pubblica, che tiene insieme questi centri di governo. Noi sappiamo che mentre mettiamo in campo, e ci mettiamo in campo, il nome del partito corriamo un rischio. Fin dall’inizio – Barbara Spinelli lo ha ricordato citando uno degli studiosi più illustri dei partiti, Robert Mitchel – il termine partito è affidato all’organizzazione e l’organizzazione è affidata al rischio dell’oligarchia, fino a indurre l’autore citato a immaginarla come una legge ferrea e fino a perdere ogni speranza e a lasciarsi andare alla tentazione del fascismo e al movimento dei leader carismatici contro l’organizzazione oligarchica. Lo sappiamo, ne siamo consapevoli, e tuttavia scendiamo in campo in nome di questa categoria, sapendo che la democrazia non cresce senza che i partiti svolgano la loro funzione, ma sicuramente la democrazia muore senza i partiti.
Non è stata un passeggiata. Fassino ha ricordato che esattamente un anno fa, a Orvieto, ci trovavamo a ragionare su una prospettiva che non immaginavamo così vicina. Non è stata un passeggiata il cammino che ci ha portati a Orvieto e non lo è stata il cammino che da Orvieto ci ha portato qui. E non è una passeggiata quella che ci attende per il futuro. Ho ancora nell’orecchio – e lo dico senza polemica – l’ironia di chi immaginava un nuovo appuntamento della democrazia dei cittadini, cioè della democrazia dei gazebo. Siamo qui a meno cinque giorni da quella che noi cerchiamo come una grande festa della democrazia dei cittadini, della democrazia dei gazebo.
Il partito che abbiamo di fronte, tra i tanti tipi di partiti (partiti di rappresentanti, partiti di quadri, partiti di fedeli, partiti di iscritti, partiti – ahimè – di tessere), è per noi un partito di partecipanti. Ed è pensando al partito di partecipanti che noi vogliamo dire che ci prepariamo comunque all’appuntamento di domenica come a una festa della partecipazione. Siccome abbiamo discusso di quantità, sia di associati, con forzature più o meno intenzionali, sia della quantità della partecipazione che renderebbero vere le primarie, voglio dire che non c’è cifra che possa mettere in discussione la capacità che in esse comunque si esprime, che nelle primarie, si è già espressa. Le discussioni sul milione, due milioni, tre milioni sono discussioni oziose perché il punto di riferimento della nostra democrazia, quella che ho definito una partitocrazia senza partiti, è quello di una democrazia come partecipazione.
Non possiamo dimenticare che gli ultimi congressi a cui facciamo riferimento sono quelli che hanno visto partecipare, con degli atti intermittenti, qualche centinaio di migliaia di persone. Voi capite quanto sia oziosa la discussione. Se raggiungessimo il milione, come io mi auguro – e ci auguriamo venga superato – sarebbe l’esplosione della partecipazione, perché in uno stesso momento, in poche ore, un numero di persone di gran lunga superiore a quello che vive nella vita dei partiti, che non è quello dei partecipanti ai congressi, si troverebbe a partecipare a una vicenda politica, comunque la vogliamo definire, come mai gli è stata data possibilità in passato.
Ed è per ciò che noi riteniamo che il risultato che ci attende debba essere protetto, attraverso il massimo di verifica e il massimo di trasparenza. L’ultima cosa che ci auguriamo è una ripresa della discussione che si svolse dopo un evento indiscutibile quale fu quello di due anni fa, quando immediatamente dopo si cominciò a discutere sulla effettiva entità. E poi dalla quantità si passò a discutere della qualità. Tutti sappiamo come è finita, perché è appunto dal mancato riconoscimento di quella partecipazione che derivano molte delle difficoltà che poi abbiamo dovuto incontrare.
Ed è per ciò che da qui rivolgiamo un appello al Comitato dei 45 chiedendo il massimo di trasparenza per tutti gli istituti che fossero interessati a studiare, certificare, documentare, dare informazioni sull’evento che ci attende. Perché sappiamo che, comunque, sarà un grande evento e perché vogliamo che questo evento sia un riferimento solido, nella quantità e nella qualità, per il cammino che abbiamo di fronte.
Noi sappiamo che coloro che partecipano a quelle che chiamiamo primarie, per ricordare la festa di due anni fa, partecipano in risposta a quella domanda che ho intestato prima alla cittadinanza attiva, che non si accontenta solo di partecipare alla risposta ma chiede di prendere parte alla proposta. Che non si accontenta solo di definire le politiche ma chiede anche di scegliere… vorrei dire i politici. Ed è qui che voglio ricordare che la scelta che noi abbiamo fatto in nome della scelta di due anni fa non può essere più giusta: le primarie sono lo strumento più importante attraverso il quale i cittadini partecipano non solo alla risposta ma anche alla proposta, a definire chi sarà presente volta a volta sulla scheda elettorale, nella competizione per il sindaco, per il presidente della Provincia, della Regione. Devono diventare un punto di riferimento stabile della nostra democrazia.
Lo dico sapendo che l’ultima legge elettorale ha fatto fare alla nostra democrazia un passo disastroso verso il passato. Il “Porcellum” ha messo nelle mani dei vertici di partito un potere ancora maggiore di quello che avevano, aumentando il gap con la legittimità di cui godono, e anche questa è una delle difficoltà in cui si trovano oggi i dirigenti di partito.
Debbo tuttavia ricordare che il problema si poneva già nella fase precedente. Lo ricordo qui, in questa sala, dove nel 2001 si sono svolti i famosi tavoli per la definizione delle candidature, che furono da noi individuati come un problema da superare. Noi dicemmo che mai più avremmo ripetuto quella esperienza, e infatti non l’abbiamo ripetuta. Ne abbiamo fatta una peggiore!
Bene, qui, in questa stessa sala, vorrei individuare nelle primarie un obiettivo qualificante della nuova stagione della democrazia per la quale ci dobbiamo tutti impegnare. Noi sappiamo che c’è una forte domanda contro l’attuale legge elettorale, che assume la forma di domanda di voto di preferenza. E’ una domanda che risponde all’esigenza di partecipare alla scelta delle persone preposte alla guida della cosa pubblica oltre che delle linee politiche. Noi riteniamo che questa sia insoddisfacente. Ma tuttavia o a questa si risponde in modo alto, forte, garantito pubblicamente, con l’introduzione del sistema delle primarie dappertutto, o altrimenti il destino che ci attende è la reintroduzione del voto di preferenza.
Lo dico con la preoccupazione che non può non accomunare tutti quanti sanno cosa sta dietro il voto di preferenza. Ho visto questa preoccupazione attraversare tutto l’ambiente politico. Ho visto Fini e altri esponenti del centrodestra che, immaginando di far riferimento solo ad alcune aree del Paese, hanno sollevato questo problema. Ma non abbiamo scelta. Ed è perciò che, facendo riferimento alla legge elettorale, nel mentre rinnoviamo qui la nostra richiesta di procedere velocemente, attraverso soluzioni che raccolgano la domanda del referendum e la raccolgano in Parlamento.
Qualora questo in tempi brevi non fosse possibile, dico che noi abbiamo una sola scelta: tornare al “Mattarellum”, tornare alla legge preesistente, attraverso una legge semplicissima, di un articolo unico, che consenta di tornare a una disciplina sostanzialmente neutra, in quanto ha consentito nel tempo ora a una coalizione ora all’altra di vincere, e quindi non è predefinita in funzione di una coalizione. In questo caso noi riterremmo che l’unica integrazione per via legislativa o anche extralegislativa debba essere appunto quella dell’introduzione delle primarie, in modo tale che i candidati nei collegi siano scelti dai cittadini tutti, a cominciare da quelli che si sentono attivamente coinvolti nella definizione della proposta.
Partito dalla LEGALITA’ ESEMPLARE
Il secondo punto che assieme alla parola partecipazione definisce il partito, secondo noi, è legalità, ma possiamo dire anche credibilità. Se un partito è l’anticipazione della società che propone e se la società che propone deve essere qualificata da una e una sola regola, la regola delle regole, come il pacta sunt servanda nel diritto internazionale, e cioè: dire solo le parole che si ritiene di rispettare e rispettare le parole dette. Se è così, allora il partito è chiamato a rispettare le regole innanzitutto al suo interno.
Il partito deve battersi per dare seguito alla Costituzione, dando finalmente seguito alla regolamentazione legislativa, dando uno statuto pubblico ai partiti. Ma non si può utilizzare questo tema come un alibi per non cambiare nel presente, immediatamente, la realtà della nostra democrazia. Ho letto che il nostro dovrebbe essere un partito che deve farsi carico di esportare la democrazia. Ma per esportare la democrazia prima bisogna produrla!
Se noi abbiamo scritto “davvero”, come ha ricordato Rosy all’inizio, come specificazione del Partito Democratico, è perché riteniamo che la nostra democrazia, la democrazia dei partiti, non ancora una democrazia compiuta dei cittadini, vede nell’illegalità di partito una delle cause principali del nostro malessere. Se in piazza si raccolgono intorno a parole d’ordine occasionalmente improvvisate masse di cittadini di cui non riusciamo a ricostruire con esattezza la voce e neppure il volto, è perché l’antipolitica spesso prima ancora che esterna al sistema politico è stata fino ad adesso interna.
Questo è l’obiettivo che vogliamo porci nel momento in cui diciamo “diamo noi l’esempio”, mostrando come il partito possa essere contemporaneamente l’anticipazione della democrazia che proponiamo e lo strumento per costruirla. Un partito dove rimborso significhi rimborso e non finanziamento pubblico, elezione significa elezione e non acclamazione, per riferirci a due elementi qualificanti con cui abbiamo dovuto fare i conti già in questa esperienza.
LAICITA’: partito che guida e non occupa
Laicità, come sapete, è un termine che normalmente evoca il rapporto tra due ordini di valori e di organizzazioni che a quei valori fanno riferimento, nato per definire il rapporto tra lo Stato e la Chiesa. Per noi significa – a partire dall’esperienza che la civiltà occidentale ha fatto nei rapporti tra Stato e Chiesa – innanzitutto riconoscimento del pluralismo delle istituzioni e del rispetto reciproco, di tutte le istituzioni che concorrono alla cosa pubblica. Significa riconoscere – come diceva un mio vecchio maestro – che la libertà è una pianta di molte radici e che solo il riconoscimento della pluralità delle radici e della natura distinta delle radici è la garanzia della libertà e della crescita della democrazia.
Ed è da questo punto di vista che noi scendiamo in campo per un partito che guida, non per un partito che occupa. Per un partito che guida ed è luogo di sintesi tra i mandati che i cittadini rivolgono alle istituzioni, ma non un partito che occupa le istituzioni, a cominciare dall’istituzione Governo. Noi abbiamo in mente un partito nel quale la responsabilità di governo e la responsabilità dentro il governo debba essere tenuta distinta dalla responsabilità e dal tempo nel partito. Solo così la radice partito e la radice governo, ricondotte ai loro rispettivi mandati, possono diventare un elemento di ricchezza della democrazia.
Pertanto, così come noi sogniamo governi nei quali non siano imposte delegazioni di partito, per lo stesso motivo riteniamo che il Governo non possa essere definito nemmeno dal ritiro delle delegazioni di partito. Ritirare, mettere a disposizione deleghe o partecipare all’interno del governo come partito è per noi la stessa cosa. Perché, appunto, introduce dentro la logica di governo, il tempo di governo, un principio che si sottrae alla responsabilità di governo e dev’essere intestata, non solo nella teoria ma anche nella pratica, a chi del governo ha la responsaibilità prima, del rischio e del rendiconto.
Nello stesso modo, il partito che guida e non occupa, deve rispettare la sua laicità nei confronti della società. Noi sappiamo che è esistito un tempo in cui l’esistenza di controsocietà, di controculture ha avuto un ruolo particolare. Noi abbiamo conosciuto controsocietà, che hanno dato luogo a strutture economiche, a strutture per la difesa di interessi legittimi che erano collegati al partito come cinghie di trasmissione all’interno di una logica organica e unitaria. Questo tempo è finito! Pertanto, il Partito Democratico “davvero” deve abbandonare questa attitudine e introdurre un approccio nuovo.
E’ questo che noi affidiamo alla costituente del Partito Democratico. Se la costituente fosse stata preparata noi avremmo partecipato in questi giorni a dibattiti che attenevano a tematiche politiche in senso proprio. Purtroppo, il dibattito si è svolto spesso, se non sempre, in modo apolitico e quindi inevitabilmente personalistico. Una volta abbandonato il terreno politico, il confronto tra le proposte finisce per essere un confronto e spesso – ahimè – uno scontro tra persone. L’ultima cosa che ci siamo proposti, che riteniamo debba avvenire all’interno della politica e di un partito.
Anche un tema cruciale quale quello della legge elettorale, come mi è capitato di notare, è un tema che attraversa in modo neutrale e indifferente le diverse candidature e in particolare, mi sia consentito, quella della candidatura principale, che spesso è stata definita la candidatura ufficiale o istituzionale, dietro la quale convivono posizioni tra loro radicalmente diverse: da chi sostiene il sistema proporzionale alla tedesca a chi sostiene sistemi diversi, fino a persone, come lo stesso Veltroni, che riconoscono in questo arretramento una iattura per la nostra democrazia.
Ed è per ciò che nel rammaricarci del cammino fatto, e tuttavia scommettendo non solo sul partito ma comunque sulla partecipazione che si è messa in moto, noi riteniamo che il tempo futuro, quello che ci separa da oggi al 14 ottobre e ancor più quello successivo, debba essere messo a frutto per rovesciare la situazione. Che, come ha ricordato Rosy Bindi, ha mosso da uno schema opposto, come se noi dovessimo scegliere un governo e non pensare un partito per il governo. Correggere la falsa partenza e, se mi consentite, difendere la partecipazione come il punto di riferimento per ricominciare.
Noi non siamo – e se siamo qui è per questo – appartenenti al partito del 15 ottobre. Alcuni, come avete letto, non potendo partecipare a questa competizione si sono dati appuntamento al 15 ottobre, immaginando che lì inizi una storia nuova. Purtroppo, debbo dire, alcuni dei problemi che ci portavamo appresso non sono stati risolti ma sono stati per alcuni versi appesantiti. Noi siamo il partito del 9 ottobre, del 10 ottobre, di tutti i giorni dell’impegno politico. E tuttavia sappiamo che tutti i giorni che abbiamo alle spalle debbono essere recuperati perché il futuro corrisponda a ciò per cui siamo scesi in campo, per un partito democratico, davvero.
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ottobre 10 2007
Tra le persone che conosco, moltissime che avevano votato Prodi non andranno a votare, e non penso che si tratti di un campione poco significativo.
Credo, anche se spero di sbagliare, che sara' un flop dolorosissimo.
Come al solito, aveva ragione D'Alema (che ha ragione anche quando ha torto, e viceversa) intravedendo un collasso del ponte che lega cittadini e politica. D'Alema aveva tirato fuori dalle retrovie amministrative una "seconda linea" assai popolare, Veltroni, sindaco di Roma, suo avversario interno storico. E chissa' quanto la scelta gli e' pesata, visto che s'e trattato per lui di un passo indietro notevole.
Poi gli ha piazzato dietro l'apparato DS e gran parte di quello margheritino, ma di questo si parla sempre e non mi dilungo. Il solo esser candidato ha bruciato Veltroni: i miei amici veltroniani da sempre ora lo dileggiano per ogni veltronata che fa (le stesse veltronate per cui una volta lo adoravano, le stesse per cui io lo sentivo distante). E' diventato, ai loro occhi, il peggior esponente della casta (devo dire che Veltroni va apprezzato per aver accettato l'incarico in un momento come questo).
Ieri parlavo con la persona che meglio, tra quelle che conosco, condensa sensibilita' umana e acume politico, che e' poi una portinaia del mio dipartimento. Anche lei non votera', dopo aver per settimane pencolato verso la Bindi. "Ma questa e' l'ultima spiaggia, a centrosinistra", le dico. "Ne sono perfettamente consapevole," mi dice lei. "Ma quel che sta fuori dal PD e' peggio di quello che sta dentro," aggiungo cercando di fare breccia. "E' vero, fuori c'e' MOLTO DI PEGGIO: non c'e' nessuna speranza che da li' venga qualche cosa di buono".
"E allora?," cerco di capire. "Vede," mi dice lei, "ho visto gente nella lista che mai avrei voluto vedere" "In quale lista?" "Quella di Veltroni." "Allora puo' votarne un'altra, si fanno le elezioni apposta." Lei alza le spalle e sorride, come dire "troppo tardi, sono stanca".
Infatti e' proprio il sentimento di stanchezza quello che D'Alema aveva correttamente diagnosticato e che non e' riuscito, probabilmente non poteva, ad arginare (e dovrebbe pensare di tanto in tanto quanto ha contribuito a crearlo).
Un sentimento di stanchezza che si traduce, come d'uso, in certezze marmoree, in generalizzazioni fanatiche, nel rifiuto di ogni discrimine e, temuta come il Diavolo in persona, mediazione.
Proprio come ai tempi in cui la Lega muoveva i suoi primi passi, ma questa volta il fenomeno e' nazionale. Con demagoghi che fanno leva su ogni cattivo sentimento per accaparrarsi (come giustamente registrava D'Alema) "costole di sinistra".
Quelli che per anni lo hanno crocefisso per quella frase, ora me la ripetono parlando di Grillo: "non lui, ma i suoi seguaci sono di sinistra". E infatti, cominciano a tracimare fuori dal suo blog e tra i miei amici pericolosi luoghi comuni: contro i rumeni, gli zingari, Schengen e l'Unione Europea; a difesa dei sacri confini e del modo di vivere italiano.
ottobre 7 2007
Se ne devono andare! Ovvio: stanno facendo bene.
Il deficit dal 2,8
all'1,9%
«Una manovra molto diversa da quella passata - spiega il ministro dell'Economia - Per la prima volta da molto tempo abbiamo una riduzione del disavanzo senza dover effettuare una manovra correttiva e disponiamo anche di risorse aggiuntive per iniziare a ridurre le imposte, partendo come giusto da quelle gravanti sulle categorie più deboli; per garantire gli investimenti in infrastrutture per lo sviluppo nei prossimi anni; per attuare in toto il protocollo di intesa su welfare; per onorare gli impegni internazionali di aiuto allo sviluppo».
Padoa-Schioppa attacca le scelte della passata legislatura: «Si aprì con promesse mirabolanti, ma si concluse con la scomparsa dell'avanzo primario, la risalita del debito, l'incoraggiamento aperto all'evasione fiscale, il sacrificio degli investimenti in infrastrutture a favore della spesa corrente, l'ingresso in una rischiosa procedura d'infrazione delle regole europee».
Padoa-Schioppa ci tiene a precisare poi che «la pressione fiscale è alta in Italia, anche se non più alta di quella di Paesi a noi vicini. Ma sono del tutto fuorvianti le campagne di propaganda e disinformazione che tendono a presentare il recupero dell'evasione come un aumento delle imposte. No: semplicemente, paga il dovuto chi prima non pagava», dice il ministro.
Tommaso Padoa-Schioppa è il nuovo presidente del Comitato finanziario e monetario del Fmi di Washington. http://ethos.ilcannocchiale.it/
ottobre 3 2007
L'assalto alla manovra
Massimo Riva
la Repubblica
Ha fatto bene il presidente della Repubblica a lanciare una duplice reprimenda sul cammino parlamentare della Finanziaria. Da un lato, invitando ad evitare il ricorso continuo a votazioni di fiducia.
Dall´altro lato, ricordando che i solenni impegni alla riforma della sessione di bilancio sono rimasti lettera morta. In effetti, le due questioni sono strettamente intrecciate o, per meglio dire, sono speculari l´una all´altra. Nel senso che il ricorso al voto di fiducia è stato quasi sempre l´arma unica ed estrema nelle mani dell´esecutivo per vincere le lungaggini o le resistenze di un Parlamento incapace o comunque riottoso a chiudere nei termini ordinari l´esame di bilancio e Finanziaria.
Lo scorso anno si è assistito a uno spettacolo davvero orrendo: quello di una legge ridotta ad un solo articolo con centinaia di commi riassuntivi delle più svariate disposizioni. Ma, d´altro canto, che poteva e doveva fare il governo? Forse, lasciare che i tempi dell´esame parlamentare superassero la soglia del 31 dicembre, trascinando così all´esercizio provvisorio del bilancio?
Perché qui sta un primo punto critico della vicenda: nella contesa parlamentare è ormai radicato il vizio di considerare l´esercizio provvisorio non una iattura per i conti pubblici, ma un trofeo politico per l´opposizione di turno. E non fa differenza che il governo sia di centrodestra o di centrosinistra: chi sta in minoranza ritiene un suo dovere tentare di impedire che la sessione di bilancio si chiuda nei termini, magari facendo leva su qualche drappello di scontenti che non manca mai dentro qualunque maggioranza.
Tant´è che ai voti di fiducia hanno finito per fare ricorso non soltanto governi a risicata tenuta numerica, come l´attuale, ma anche quelli di Silvio Berlusconi che pure poteva contare su una maggioranza mai vista nelle due Camere.
Pochi hanno il coraggio di confessare questa distorsione politica, ma i fatti sono lì a provarla. Sempre lo scorso anno, archiviata l´abnorme Finanziaria di un solo sterminato articolo, è stato tutto un fiorire di impegni a rivedere le regole sulla sessione di bilancio, declamati con pari intensità da tutti i gruppi parlamentari dall´estrema destra all´estrema sinistra. Ma sono bastati i primi tepori di primavera per fare addormentare definitivamente il dibattito. Dalla montagna di proposte e ipotesi avanzate non è scaturito neppure il più piccolo topolino, come ha giustamente ricordato Giorgio Napolitano.
Oggi suona fastidiosamente ipocrita che un coro unanime, da destra come da sinistra, abbia accolto il richiamo del capo dello Stato.
Che cosa hanno fatto nel frattempo tutti questi applaudenti? La verità è banale: in Parlamento non c´è alcuna seria voglia di cambiare le regole di un gioco perverso che, però, piace un po´ a tutti. L´attuale sistema è tanto gradito perché è fatto su misura degli appetiti mediatici e clientelari dei singoli parlamentari.
Esso permette, infatti, di presentare valanghe di emendamenti che consentono al deputato o senatore di distribuire favori ai propri elettori o, nel peggiore dei casi, di fare comunque presso costoro la bella figura di chi ha ostentatamente provato a soddisfarne le richieste. Che poi tutto questo emendificio renda lento e pesante l´iter parlamentare della Finanziaria o, peggio ancora, finisca per aggravare i conti pubblici è questione che non interessa. Si tratta – dicono baldanzosi i soloni di Montecitorio e di Palazzo Madama – di difendere le superiori prerogative del Parlamento.
In altri paesi, dove la tradizione parlamentare è più vecchia di alcuni secoli rispetto alla nostra, nessuno osa neppure immaginare che la sovranità dell´istituzione possa trovare uno dei suoi fondamenti nell´assalto emendativo alla diligenza della manovra finanziaria. Nel regno di Elisabetta II, per esempio, la Camera dei comuni si limita a prendere o lasciare il progetto di bilancio avanzato dal Cancelliere dello Scacchiere e nessuno si sogna di pensare che quella di Westminster sia ridotta ad un´aula sorda e grigia. Si ritiene che il passaggio a un simile sistema sarebbe per noi traumatico? Può essere, ma perché non aver neppure tentato di imitarne almeno in parte la trasparente virtuosità?
In fondo, non sarebbe complicato ipotizzare una sessione di bilancio nella quale il governo avanza il suo progetto di manovra, il parlamento lo esamina e invia le sue richieste di modifica, il governo le accoglie o le respinge ed infine presenta un testo definitivo sul quale senatori e deputati dicono un sì o un no complessivo. Sovranità e anche dignità del Parlamento sarebbero salvaguardate, mentre chiara e limpida sarebbe la responsabilità delle scelte nel loro impatto sui saldi della finanza pubblica. Il guaio vero è che una simile riforma non la vuole nessuno, neppure fra i tanti farisei che si sono inchinati ai richiami del Quirinale.
Quest´anno, per fortuna, il governo ha un po´ semplificato le cose presentando un testo di Finanziaria più scarno e sintetico, offrendo così minori appigli per la bulimia emendativa delle Camere. Ma non è il caso di farsi soverchie illusioni: il tentativo di tirare per le lunghe si ripeterà come di solito e il ricorso alla fiducia andrà di pari passo. Il fatto è – come non ignorano certo al Quirinale – che mancata riforma della sessione di bilancio e ricorso alla fiducia vanno sotto braccio in questo Parlamento. «Simul stabunt, simul cadent».
ottobre 2 2007
Berlusconi sproloquia sulle scadenze politiche, ma qualcuno dovrebbe ricordargli che rischia grosso
FEDERICO ORLANDO RISPONDE
Cara Europa, leggo sul Corriere di domenica, insieme a un editoriale di Mario Monti che attribuisce equanimemente debiti e ingovernabilità a centrodestra e centrosinistra ma si dimentica della scientifica paralisi di governo preparata col Porcellum, un articolo in cui il Cavaliere spacconeggiando più del solito, assolve Bossi da intenzioni secessioniste (“per lui garantisco io”), assicura che il referendum sulla legge elettorale non si farà perché ci saranno le elezioni, intima di non nominare governi tecnici dopo la caduta di Prodi, chiama all’adunata pre-28 ottobre 1922 del 2 dicembre.
Com’è possibile che in un paese democratico il leader dell’opposizione parli questo linguaggio? E che gli altri tacciano?
MICHELE SANTILLI, MILANO
Caro Santilli, Berlusconi parla da padrone perché la maggioranza di governo è debole, fratricida, dedita anche al salvataggio personale di troppi topi che si gettano nelle scialuppe.
Ma intanto ci fa sapere con quali intenzioni di bastonatore tornerebbe al governo (e le dirò che, se bastonasse taluni topi che gli si affollano intorno, non è che ci dispiacerebbe).
Ma il problema grave è un altro. Il Cavaliere sa che non sarà lui a stabilire cosa si farà dopo un’eventuale crisi del governo Prodi. Lo stabilirà il capo dello stato, a norma della Costituzione.
E Napolitano ha già fatto sapere che non indirà le lezioni col Porcellum, ma pretenderà una nuova legge elettorale: o quella del referendum o quella del parlamento indirizzata da un governo tecnico. Ora, l’ingiunzione vicentina di Berlusconi: niente referendum, elezioni col Porcellum, nuova legge elettorale fatta dal mio governo, è un autentico attacco al Quirinale, assai più serio di quello della secessione padana, sparata da Bossi; un attacco che sollecita una immediata ed enorme risposta di massa, da parte di milioni di cittadini che vedono un nuovo governo degli affamatori e degli evasori come la peste nera. Alcune centinaia di migliaia di questi cittadini si riuniranno il 14 ottobre per eleggere il segretario del Partio democratico: più numerosi saranno, più implicito sarà il messaggio al Sarkozy di Arcore senza gollismo.
Il 20 ottobre, poi altre centinaia di migliaia di italiani, della sinistra “radicale”, scenderanno in piazza a chiedere altre cose al governo Prodi ma anche a difendere quelle che sta facendo: sarà l’occasione per dire che se il 2 dicembre Berlusconi pensa a una sua adunata di piazza per dare la spallata non al governo Prodi ma alla presidenza della repubblica, potrebbe avere la sorpresa di trovare quella stessa piazza, in quello stesso giorno, in quelle stesse ore, occupata da qualche centinaio di migliaia di italiani disposti a difendere il Quirinale e la Costituzione contro di lui.
È solo un’ipotesi, s’intende, perché io non so quale sia il grado di dignità e di virilità superstite negli italiani di “sinistra”. Mi basterebbe se fosse come quello dei monaci buddisti.
http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
ottobre 1 2007
Bindi: un milione al voto sarebbe un flop e Parisi dà l´allarme sul Pd "lottizzato"
di Giovanna Casadio, la Repubblica -
San Giovanni Valdarno - La candidata dell´aut-aut, Rosy Bindi. Per Arturo Parisi «Rosy è questo, una che sa scegliere, non come Walter Veltroni che è un "ma-anchista", cioè sta con i poveri ma anche con i ricchi, sta con l´America ma anche con la Russia. Rosy è la più ulivista di tutti i candidati segretari alla guida del Pd». Il ministro della Difesa la sostiene presentandosi alle primarie del 14 ottobre nella lista Bindi in Sardegna. E lei - nel raduno dei suoi sostenitori in Toscana - parte subito all´attacco: «Se resta questa legge elettorale, chi aderisce al Pd non deve candidarsi alle elezioni». Una provocazione, certo. «Lo chiedo perché serve una legge elettorale che metta in sicurezza il bipolarismo al più presto». E poi sulle primarie un altro "avviso": «Un milione di partecipanti non sarebbero un successo ma solo la somma degli iscritti ai due partiti fondatori, non l´avremmo spuntata». Sul welfare: «Buono l´accordo ma io non voglio lasciare la battaglia contro il precariato alla sinistra radicale. Non voglio un Pd moderato bensì un partito che rafforzi la coalizione di centrosinistra, rigorosamente alternativo al centrodestra e autonomo dalla sinistra massimalista».
Nel teatro Masaccio di San Giovanni Valdarno - colmo di gente comune e di personaggi da Vittorio Prodi a Nando Dalla Chiesa, Monica Guerritore e Sabina Ratti Profumo - si leva un´ovazione. C´è di tutto nella giornata che lancia il rush finale della campagna elettorale della Bindi: le risposte politiche e lo spettacolo; la commemorazione delle repressioni in Birmania con un minuto di meditazione guidato dal monaco buddista Raffaele Longo e il nastro arancione da appuntare sul petto; la risposta all´antipolitica di Grillo e l´annuncio-auspicio di Parisi che l´ulivo sarà il simbolo del Pd e sarà sulla scheda elettorale. «Ma a te, Rosy, chi te l´ha fatto fare?» le chiede la comica Anna Meacci che introduce la convention con Gad Lerner. Un duetto Bindi-Meacci: «Di questi tempi un comico che abbraccia un politico fa notizia, fatti abbracciare». E quindi, considerazione sul "grillismo": per la Bindi non è antipolitica ma richiesta di buona politica e «alla fine ci avrà aiutato se sapremo dare le giuste risposte alla gente». Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio, ucciso dalle Br mentre la Bindi era al suo fianco, legge la mail che ha inviato a Grillo: «Lei ha fatto un calendario dei santi laici e ci ha inserito anche mio padre. Oggi alcuni di noi sono schifati quanto lei ma non si vogliono tirare indietro. Scemi, illusi o più coraggiosi di chi si limita a un pur meritato vaffa?».
Dalla convention della Bindi, Parisi ha rilanciato le sue critiche ad un Pd che «sappiamo già organizzato con una struttura di corrente e, ancor peggio, di correnti ereditate dal passato, come i gruppi di "amici di", indifferenti alla politica, della ultima stagione democristiana». Per il ministro della Difesa, la soluzione è «correggere il danno fatto: con l´aiuto dei cittadini possiamo e dobbiamo provarci». «Non ci siamo arresi finora - ha detto Parisi - e non ci arrenderemo neppure questa volta».
settembre 24 2007
LA PROVA D´ORCHESTRA DI PIFFERI E TROMBONI
di EUGENIO SCALFARI
La pessima esibizione del Senato nel dibattito sulla Rai di giovedì scorso è stata in realtà una sorta di prova generale di quanto potrà avvenire nell´appuntamento parlamentare con la legge finanziaria 2008. La sessione di bilancio: così si chiama quell´appuntamento che ha inizio con la presentazione del disegno di legge al capo dello Stato e al Parlamento e si conclude tassativamente entro la fine dell´anno sgombrando in quei tre mesi ogni altra iniziativa legislativa salvo i casi di urgenza e la conversione in legge di eventuali decreti pendenti.
Una prova generale assolutamente «sui generis». Infatti – a differenza delle prove generali vere – qui non c´era un regista. Ciascuno recitava a soggetto e ciascuno aveva un soggetto proprio e mai come in questa deplorevole occasione è utilissimo riandarsi a vedere «Prova d´orchestra», uno dei più bei film di Federico Fellini, indimenticabile lezione artistica, umana, politica.
In «Prova d´orchestra» un gruppo di orchestrali che fino a quel giorno avevano lavorato insieme sotto la guida d´un celebre direttore, decidono di fare da loro. Il direttore tenta in tutti i modi di battere il tempo con la sua bacchetta e di far rispettare a ciascuno il suo ruolo e la corretta esecuzione dello spartito, ma ogni suo sforzo è vano, i violini vanno per conto loro e così i bassi, il clarinetto, l´oboe, i timpani, i tromboni. Finisce in una vera e propria rissa a colpi di archetto e di tamburo.
Ero amico di Fellini e un paio di volte andai ad intervistarlo a Cinecittà durante la lavorazione dei suoi film. Gli chiesi in una di quelle interviste quale fosse il film che gli era più caro.
Ci pensò un po´ e poi – tipico suo – mi rispose: «Mentre li giravo mi piacevano, dopo il montaggio rivedevo tutte le imperfezioni e ne ero scontento. E poi non li ho mai più rivisti». Tutti? gli ho chiesto. Scontento di tutti? «Tutti salvo uno: Prova d´orchestra. Ogni tanto me lo rivedo».
Suggerisco ai membri del Senato che hanno mandato in scena uno spettacolo vergognoso per inconcludenza e dimostrazione d´ignoranza dell´argomento di cui dibattevano, di comprarsi la cassetta di quel film e meditarci sopra. Ne trarrebbero certamente diletto ma soprattutto sgomento, lo specchio gli rimanderebbe infatti l´immagine che tutti noi spettatori abbiamo visto ma che le loro mediocri vanità e personali ambizioni insieme all´ossessiva contemplazione del proprio ombelico gli hanno nascosto. Se avessero un briciolo di senso di responsabilità ne sarebbero sconvolti come noi spettatori e cittadini ne siamo rimasti.
* * *
Comunque la singolare prova generale di quanto potrebbe accadere ad ottobre nel dibattito sulla Finanziaria c´è stata. E´ stata commentata da Prodi in Consiglio dei ministri, da Berlusconi e da tutto il teatrino politico, come se gli attori parlamentari fossero persone diverse da quelle che il giorno seguente commentavano quanto è avvenuto. Queste dissociazioni rispetto al proprio operato sono frequenti quando la politica si avvita su se stessa dimenticando il suo alto ruolo e le sue responsabilità. Miserie, che gettano discredito su tutto incoraggiando le urla degli istrioni di ogni genere e conio.
Il disegno che emerge è chiaro e si può riassumere così:
1. Il dibattito sulla Finanziaria sarà il momento culminante della strategia della «spallata ».
2. Il governo non reggerà a causa delle interne divisioni della maggioranza e dunque imploderà, almeno in Senato dove ormai anche l´esiguo margine di vantaggio del centrosinistra è scomparso.
3. Dini ha in mente la presidenza del governo interinale che sarà inevitabile quando Prodi sarà stato sfiduciato dal Senato. Perciò troverà mille modi per votare contro e sfiancare la maggioranza, articolo dopo articolo.
4. Mastella vede con crescente preoccupazione l´avvicinamento di Dini al centrodestra, verso il quale anche lui è da tempo in movimento. Chi ci arriva prima (nella visione di questi due «statisti») meglio alloggia. Di qui i loro ambigui e ondivaghi comportamenti.
5. Di Pietro ha scoperto Grillo e ambisce a rinverdire i fasti di «Mani pulite». Il leader dell´«Italia dei valori» è affascinato dalle insorgenze in nome della «legalità». Cantavano nel nostro Risorgimento: «Quando il popolo si desta / Dio si mette alla sua testa / la sua folgore gli dà». Di Pietro pensa di poter esser lui quella folgore relegando Grillo al ruolo maieutico ma non politico. Le sue preannunciate dimissioni da ministro e l´uscita dei suoi parlamentari dalla coalizione servirebbero egregiamente a consolidare la sua fama di difensore della legalità disinteressato, mettendo nelle sue mani un seguito per ora valutabile al 17 per cento che la sua leadership (secondo lui) potrebbe portare oltre il 20. Insomma un grande partito alla faccia di Veltroni che gli ha impedito di candidarsi per la guida del Partito democratico.
6. Il quale Veltroni (e Rutelli con lui) non può assistere inerte a questo sfascio dell´Unione e alle difficoltà che si ripercuotono anche sul nascituro Pd. Quindi dovrà prendere qualche iniziativa spettacolare. Ma poiché nelle condizioni attuali ogni iniziativa spettacolare rischia di accrescere la litigiosità della maggioranza, ecco che i rischi d´implosione possono venire anche dal sindaco di Roma.
Questa è la diagnosi di quelli che lavorano per la spallata. Ed ora vediamo chi sono.
Anzitutto il centrodestra al completo. Su questo punto la Casa delle cosiddette libertà è compatta da Bossi a Casini, passando anche per Tabacci. Tutti puntano sulla cacciata di Prodi. Dopodiché si dividono: Berlusconi e i suoi fedeli vorrebbero le elezioni immediate; Casini punta su un governo istituzionale che prepari la nuova legge elettorale con tutto il tempo necessario, almeno un anno, per intraprendere la creazione di un piccolo-grande centro.
Questo disegno d´altra parte è condiviso anche da forze di diversa provenienza, economiche, editoriali, culturali: cacciata di Prodi, governo istituzionale che duri almeno fino al 2009, scomposizione degli attuali schieramenti bipolari, aggregazione centrista con Udc, la parte moderata dei Ds, i cattolici di Pezzotta, le comunità di Cl e di Sant´Egidio alle ali, la Confindustria alle spalle e i grandi giornali di proprietà banco-industriale ai fianchi.
Questo disegno prevede anche, oltre alla cacciata di Prodi con disonore – la giubilazione di Berlusconi con premi e medaglie e la nascita d´una nuova leadership non centrista ma centrale. E qui il ventaglio è largo e va da Montezemolo a Draghi, a Mario Monti, e perché no a Veltroni.
Grillo ha un ruolo in questo disegno: il lavoro sporco. Deve spazzar via i disturbatori di professione, la sinistra radicale, i diessini non abbastanza flessibili, il potere della Cgil e dei sindacati in genere. Poi – come ha scritto il buon Giovanni Sartori sul «Corriere della Sera» – non servirà più. Butteremo l´acqua sporca (Grillo) ma non il bambino che in quell´acqua ha emesso i suoi primi vagiti.
* * *
Spero d´esser stato chiaro nell´esporre i vari elementi di crisi che dovrebbero produrre l´implosione del governo e della maggioranza. Elementi diversi ma tutti convergenti su quell´obiettivo.
Ci sono però alcuni elementi avversi e anch´essi vanno considerati. Uno anzitutto: affinché l´implosione si verifichi deve avvenire sulla Finanziaria, che è la regina di tutte le battaglie parlamentari. Se la Finanziaria dovesse invece passare indenne, la strategia della spallata di fatto risulterebbe sconfitta.
Provocare la crisi con la bocciatura della Finanziaria avrebbe tuttavia come conseguenza l´esercizio provvisorio, il declassamento del debito pubblico italiano sui mercati internazionali, un terremoto nei nostri rapporti con l´Unione europea, il fallimento della riforma delle pensioni e il ritorno dello «scalone», la rivolta dei sindacati, la fine della pace sociale.
Chi si prenderà una così drammatica e storica responsabilità? Mastella? Lamberto Dini? Rifondazione? Diliberto? Pecoraro Scanio? Cesare Salvi? Di Pietro? Bordon? Mandare il paese ai margini dell´Europa, azzerare i timidi accenni di crescita economica, aprire la guerra sociale? E´ vero che si vedono in circolazione molti irresponsabili, ma fino a questo punto?
Il disegno suddetto si fonda anche sulla giubilazione di Berlusconi. Ma il «patron» di Fininvest e di Mediaset ha la vittoria a portata di mano. Vi pare che si farebbe mettere in soffitta proprio adesso? Vi pare che si separerebbe dalla Lega, che è carne della sua carne e costola del suo corpo? Berlusconi è certamente un uomo di pulsioni improvvise che lui stesso non riesce a controllare, ma è anche guidato da un fortissimo istinto di sopravvivenza. Sa che un governo istituzionale per lui sarebbe una soluzione a perdere. Ma sa anche che questo è l´obiettivo di gran parte dei suoi alleati. Potrebbe anche operare in modo che la spallata sulla Finanziaria sia tentata ma non abbia esito, seguendo i suggerimenti moderati di Gianni Letta e di Marcello Dell´Utri.
Infine, piaccia o non piaccia, c´è «testa di ferro», cioè Romano Prodi. Chi lo sottovaluta commette un grave errore. Chi pensa che sia svagato, distratto, sonnacchioso, bravo soltanto nel tirare a campare, sbaglia ancora di più.
Prodi ha molti difetti. Non è un principe della comunicazione (ma da Vespa andò benissimo) è sospettoso. E´ rancoroso. Ma è riuscito a governare in mezzo ad un´incessante tempesta dovuta in gran parte a quella «porcata» della legge elettorale imposta dal precedente governo.
In un anno nel quale la sua popolarità è crollata al 26 per cento (ma quella di Berlusconi non supera il 32) insieme a Padoa-Schioppa, a Visco e a Bersani è riuscito a rimettere a posto i conti con l´Europa, a far emergere da zero a 2 punti l´avanzo primario, a realizzare un recupero dell´evasione di molti miliardi e un super-gettito tributario senza nessuna tassa in più. Ha diminuito l´Irap di 5 miliardi a beneficio delle imprese e dei lavoratori. Sta per decretare il bonus per le pensioni minime e il loro aumento stabile. Nella Finanziaria semplificherà il pagamento delle imposte per le micro-aziende (sono tre milioni e mezzo) istituendo un´imposta unica senza nessun altro adempimento; abbatterà l´Ires di 5 punti stimolando la crescita come e forse più di quanto la Merkel abbia fatto per le imprese tedesche.
Per uno che è stato definito Mortadella, Valium, Prozac e – secondo l´ultima diagnosi di Grillo – Alzheimer, direi che non c´è male.
Io non sono nella sua testa e perciò non so prevedere che cosa farà nei prossimi giorni, ma di una cosa sono certo: non resterà esposto ai colpi senza reagire. Se deve implodere, sarà lui ad esplodere. Anticiperà i tempi. Andrà magari a dimettersi al Quirinale. O qualche cosa del genere. Oppure sfiderà avversari esterni o interni ponendo la fiducia sulla sua Finanziaria. Con l´appello nominale e le eventuali assenze, tutto sarà chiaro e ciascuno si assumerà le sue responsabilità. Ivi compresi noi giornali e giornalisti. Ci vuole almeno un po´ di grandezza quando si affronta la bufera.
Post scriptum. Nel corso di una trasmissione televisiva (Speciale Tv 7) cui ho partecipato venerdì, andata in onda all´una di notte,) ho ascoltato gli insulti e alcune falsità indirizzatimi dalle urla del comico Giuseppe Grillo. Poiché la mia risposta non sarà stata ascoltata da molti a causa della tardissima ora, la riferisco qui di seguito.
Grillo ha detto che ho ricevuto venticinquemila «email» di protesta contro un mio articolo critico nei suoi confronti. In realtà le lettere a me indirizzate sono state in tutto – fino ad oggi – sessantanove, sette delle quali in mio favore e sessantadue contro.
Ho anche ricordato, in cortese polemica con Giovanni Sartori in studio con me insieme al direttore del Tg1 Gianni Riotta, che nel 1919 i fasci mussoliniani nacquero più o meno con un programma analogo, eccitando gli italiani ad insorgere contro la decrepita classe politica, contro i partiti esistenti, contro la monarchia costituzionale, per far vincere l´Italia dell´ordine e delle persone perbene.
Dal ´19 al ´23 personalità come Benedetto Croce e Luigi Albertini, che hanno dedicato la propria intelligenza e la propria vita alla difesa della libertà, appoggiarono quel movimento o perlomeno non ravvisarono i rischi cui esso sottoponeva la fragile democrazia italiana. Giudicarono che poteva essere utile per recuperare «legge e ordine». Poi Mussolini e i suoi sarebbero stati rimandati a casa con tanti ringraziamenti per il lavoro sporco che avevano effettuato.
Anche i grandi filosofi e i grandi giornalisti possono commettere gravi errori e questo fu il caso di Croce e di Albertini.
Nella trasmissione di venerdì mi sono limitato, senza proporre alcun confronto improprio, a ricordare quanto accadde 88 anni fa e gli effetti che ne derivarono per questo sempre immaturo Paese. www.repubblica.it
La discussione più brutta
di Furio Colombo - fonte l'Unità
«Ma sentite come l’Unione, ovvero la maggioranza che sostiene Prodi e il governo e il ministro dell’Economia che ha preso quell’unica decisione che gli compete, senza alcun titolo per essere coinvolto in una discussione sul vasto orizzonte editoriale-aziendale-politico della Rai. Sentite con quali argomenti e quale documento la nostra maggioranza ha pensato di tener testa a coloro che avevano licenziato in tronco Enzo Biagi più una importante lista di proscrizione, a coloro che avevano definito “criminoso” opporsi alla autorità padronale di Berlusconi, e hanno inventato questo dibattito pur di non lavorare alle leggi in attesa, in modo da aggravare il senso di impotenza e di stallo del governo: "La prima serata è in gran parte appaltata a società che producono programmi commerciali... l’assetto industriale resta rigido e disfunzionale, con modelli produttivi pesantemente sovrastrutturati... queste carenze rendono arduo misurarsi con le nuove tendenze del pubblico... "». Mentre i maggiorenti di centro sinistra si affannano a ventilare ipotesi di elezioni anticipate, Furio Colombo racconta desolato l'atroce giornata Rai in senato, con una vittoria del governo tanto risicata - un solo voto - da diventare sconfitta.
Rai e Senato, la vera storia
di Furio Colombo
Se non ci fosse Blob, unico programma chiave della televisione italiana (gli eventi non li commenta, li fa vedere) gli italiani non saprebbero quale impulso ha gettato Loretta Goggi contro Mike Buongiorno, durante una litigata dal vivo sul palco di Miss Italia. Blob c’era e tutti hanno visto tutto e capito quel poco che c’era da capire.
Purtroppo Blob non c’era al Senato quando la Camera Alta italiana si è riunita intorno al ministro dell’Economia Padoa-Schioppa per ascoltare le ragioni della sostituzione di un consigliere di Amministrazione della Rai e la nomina di un nuovo consigliere.
O almeno questo era il mite ordine del giorno, una questione di routine nella vita - a momenti ben più drammatica - di una Repubblica parlamentare.
Perché allora, nel corso di una concitata e confusa manifestazione di rabbiosa incontinenza verbale, scritta, stilistica, procedurale, mentre si passavano freneticamente di mano mozioni di quattro, cinque pagine, spazio uno, cinquemila parole, la destra ha perduto per un voto (l’ormai celebre voto Storace) e la sinistra ha perduto al punto da ritirare la sua sterminata mozione che non è stata votata, e poi l’Unione si è limitata a sostenere, insieme alla destra, frammenti divelti da una mozione ribelle, fuoriuscita (forse un segno simbolico per il prossimo futuro) dal centrosinistra, in cui si dichiarava, insieme alla destra, scontento e disprezzo per ciò che avviene comunque, alla Rai, le cose fatte, quelle non fatte, l’Isola dei famosi e i telegiornali, le presenze di lungo corso e i nuovi arrivi, il tutto unito da una euforia distruttiva sorprendente, visto che tutti quei pezzi di politica rappresentati in Senato, tutti, hanno il loro pezzo di rappresentanza dentro la Rai (vedi la sgridata del leader Fini al libero giornalista Mazza).
Come vedete da queste righe, in tanti sono caduti nella trappola del finto dibattito in cui ciascuno ha posizionato battaglioni o pattuglie intorno alle fragili mura della Rai per dire: se si tratta di fare peggio di come si è fatto finora (ovvero pesare il più possibile con la forza dei partiti dentro il servizio pubblico) noi siamo qui e siamo pronti. E nessuno si sogni di ignorare neppure coloro che rappresentano quasi niente per cento del voto popolare o di trascurare qualcuno dei nuovi venuti dalle frantumazioni sulla destra del centrodestra e sulla destra del centrosinistra.
La scena è confusa? Sì è confusa. Lo è al punto che chi sta in quell’Aula, se non ha partecipato al progetto dei trucchi, degli effetti speciali, delle frasi scritte a rovescio - che si leggono solo nello specchio di qualche ricatto di potere - non capisce niente neppure dall’Aula.
* * *
Che cosa sto cercando di fare ad uso dei lettori, nel mio piccolo? Ho raccolto i frammenti della più brutta discussione mai avvenuta nella mia esperienza in Parlamento (brutta nel senso di cieca, inutile, senza politica) prima che passassero le donne delle pulizie.
Ma devo far precedere l’inventario da un paio di precisazioni.
Una è che quel dibattito, anche se fosse stato di buon livello e senza segnali di frantumazione a destra della maggioranza, non solo non era necessario o dovuto ma era del tutto inutile. Si trattava di un capriccio della opposizione che intendeva mettere sotto accusa una decisione (la rimozione del Prof. Petroni, la nomina di Fabiano Fabiani nel Consiglio di Amministrazione Rai) che era un fatto compiuto, dovuto, legale, non discutibile dal punto di vista giuridico perché compiuto all’interno di una legittima (e dovuta) responsabilità. Il ministro ha deciso ché poteva e doveva decidere. La decisione è apparsa subito ovviamente normale (un competente nominato in un’area di competenza) tanto che persino gli oppositori più aspri hanno dedicato minuti a spiegare che non discutevano la persona. E solo il senatore avvocato Schifani ha portato in Aula un articolo del Corriere della Sera del marzo 2005 per citare un inciso in cui Fabiani - che nella sua vita non ha mai rilasciato interviste - veniva indicato dall’articolista come “simpatizzante” di Prodi, cosa che - secondo il sen. avv. Schifani - dovrebbe squalificare chiunque.
Il dibattito, o voto in una Camera del Parlamento era dunque non solo pretestuoso (la decisione era competenza esclusiva del ministro dell’Economia che ha la responsabilità di far funzionare tecnicamente un ente di cui lo Stato è azionista di riferimento). Ma quello stesso ministro non ha alcuna competenza o responsabilità per discutere di programmi o di organigrammi della Rai. Il fatto è che - voto o non voto - quel dibattito non poteva avere alcuno sbocco né giuridico né politico. E infatti ha prodotto soltanto caos.
Ma - seconda precisazione - il caos è il grande, continuo contributo politico della Casa delle Libertà. Lo era anche al tempo del loro governo, irrazionale e improduttivo (salvo le convenienze personali del proprietario Berlusconi). Ma era, almeno, festoso perché continuamente celebrato da uno schieramento di giornalisti pensatori, da Vespa a Socci e di autorevoli opinionisti, da Panebianco a Galli della Loggia. In quella festa si perdeva almeno il senso del lutto per il crollo della politica che adesso invece attanaglia il Paese. Perché se è vero che nessuno più parla al Paese per mentire, come Berlusconi, nessuno parla al Paese, comunque: niente spiegazioni, niente indicazioni di percorso, e - al posto delle bugie - niente ragioni per volere o fare insieme qualcosa. O almeno per sostenerla. Solo uno strano silenzio che isola e allarma. E spinge, a volte, come si sta constatando, a sentimenti vendicativi.
* * *
Quanto ai reperti di quel brutto giorno al Senato, può essere utile citarne qualcuno, ricordando che la discussione, voluta dall’opposizione, intendeva contrastare e svilire solo la nomina del consigliere Fabiani. Ecco parte del testo di una risoluzione:
«Noi impegniamo il governo a determinare l’immediato azzeramento e il conseguente rinnovo del Consiglio di amministrazione Rai. Ad adottare tutte le iniziative urgenti e necessarie per evitare che si possa procedere a nuove nomine. A mettere in campo le iniziative necessarie a consentire che tutte le nomine già approvate siano “rivisitate” dopo l’approvazione del piano industriale». È il testo delle cose dette dalla Casa delle Libertà in cerca di tanto meglio-tanto peggio, desiderosa di oblio per l’immenso danno realizzato dentro la Rai dal gigantesco conflitto di interessi di Berlusconi, che con una mano colonizzava la Rai e con l’altra triplicava il valore di Mediaset? No. Su tutta questa parte della questione Rai non una parola. Sul fatto che la Rai è un frammento teleguidato dalla famosa legge Gasparri-Berlusconi che consente controllo totale dei media e della pubblicità non una parola. Il testo parzialmente citato che - come Grillo - vuole “mandare tutti a casa”, ma, a differenza di Grillo, è un “tutti” meno le leggi e gli interessi di Berlusconi, è di due di noi, due importanti senatori dell’Unione, Manzione e Bordon.
Ma sentite come l’Unione, ovvero la maggioranza che sostiene Prodi e il governo e il ministro dell’Economia che ha preso quell’unica decisione che gli compete, senza alcun titolo per essere coinvolto in una discussione sul vasto orizzonte editoriale-aziendale-politico della Rai. Sentite con quali argomenti e quale documento la nostra maggioranza ha pensato di tener testa a coloro che avevano licenziato in tronco Enzo Biagi più una importante lista di proscrizione, a coloro che avevano definito “criminoso” opporsi alla autorità padronale di Berlusconi, e hanno inventato questo dibattito pur di non lavorare alle leggi in attesa, in modo da aggravare il senso di impotenza e di stallo del governo: «La prima serata è in gran parte appaltata a società che producono programmi commerciali... l’assetto industriale resta rigido e disfunzionale, con modelli produttivi pesantemente sovrastrutturati... queste carenze rendono arduo misurarsi con le nuove tendenze del pubblico... ». Ma l’assemblea, riunita giovedì 20 settembre a Palazzo Madama, era il Senato della Repubblica, in cui la maggioranza di centrosinistra che sostiene il governo (e quell’unico ministro in Aula che si è preso, pensate, la sfacciata responsabilità di nominare Fabiano Fabiani nel Consiglio di amministrazione della Rai) doveva tener testa alla spallata della destra che sventolava carte per dimostrare che Fabiani non era post fascista, non era leghista, non era nel libro paga di Berlusconi e dunque era indegno di accostarsi alla Rai? O era un convegno fra tanti - solo meno colto e più caotico - su “Ombre e luci del servizio pubblico radiotelevisivo”?
* * *
Ma noi, la maggioranza che avrebbe il dovere politico di respingere l’attacco pretestuoso della Casa delle Libertà con un grande “Amarcord” di ciò che è stata quell’azienda in tempi di programmazioni Rai organizzate in modo da non disturbare i buoni programmi (e la buona pubblicità) di Mediaset, ai tempi dei licenziamenti di regime, ai tempi dei telegiornali taroccati per non far sentire agli italiani le gaffe di Berlusconi che intanto facevano il giro del mondo, ha scelto invece di unirsi agli avversari per attaccare da ogni lato il Titanic già un po’ inclinato della televisione pubblica, senza sostare un momento a pensare al regalo immenso che, ancora una volta, il Parlamento italiano stava facendo a Mediaset.
Che poi la situazione, grazie anche alle tipiche maniere del ceto berlusconiano, ai discorsi stentorei di Schifani (che esige dai suoi di essere applaudito, come Petrolini, ogni 5-6 secondi, qualunque cosa dica, il segnale lo dà quando alza la voce e subito fior di professori, avvocati, giudici in aspettativa e futuri imprenditori fanno crepitare gli applausi) agli scherzetti del Hobbit-gigante Calderoli, l’uomo dei maiali da lanciare contro gli islamici, alla vendetta personale di Storace che non perdona così poco fascismo nelle fila dei sui ex amici di pestaggi giovanili e poi di cariche istituzionali, sia precipitata nel caos, è stata una cosa buona, anzi l’unica cosa buona della giornata, saggio colpo di mano, all’ultimo istante, della senatrice Finocchiaro. L’Unione ha potuto ritirare il suo brutto testo privo di luce politica l’opposizione ha perso la sua modesta occasione causa vendetta privata di uno di loro. I due senatori distaccati Manzione e Bordon si sono persino visti votati da quasi tutta l’Aula un paio di paragrafi altrettanto privi di senso politico quanto il testo dell’Unione. Nessuno ha discusso della libertà dei mezzi di informazione ancora profondamente feriti e intimiditi da Berlusconi. E la conclusione triste, lettori, è che nessuno è stato peggiore dell’altro. Quella gara, quel giorno, non si poteva vincere.
settembre 17 2007
Darfur : situazione ad una svolta ma complessa . Prodi e Ban Ki-moon
di M. W. Giannini e C. Amato
Sembra ad una svolta la situazione del Darfur, o almeno questo e' cio' che fanno pensare i titoli dei giornali nazionali ed internazionali, ma la situazione locale non e' quella che viene percepita in Occidente, come ammette lo stesso segretario generale dell'ONU Ban Ki-moon in un intervento sul Washington Post. Intanto l'Italia - dopo la visita del presidente sudanese - definisce i termini della sua partecipazione alla missione di pace, non senza critiche interne.
Il conflitto nella grande regione occidentale del Darfur - una regione grande circa quanto la Francia e costituita in realta' da 3 Stati (il Sudan e' una federazione di 26 Stati) - e' il secondo che attanaglia la nazione africana. Il primo, protrattosi per decenni, e' stata la guerra civile nel Sud Sudan, che si e' risolta con un accordo di pace che ha garantito una certa autonomia allo Stato meridionale ed ha previsto che il primo vicepresidente della nazione fosse il leader sud-sudanese (inizialmente John Garang, morto pero' a poche ore dalla nomina e sostituito dal suo vice). L'autonomia, ma anche le divisioni tribali in una zona che vede diverse etnie e religioni (tribali, animiste, cristiana e islamica), e' stata inizialmente anche la motivazione del conflitto in Darfur, che ha visto contrapporsi al governo di Khartoum i ribelli della regione, raggruppati in varie milizie.
I conflitti nel Paese si acuirono dopo il colpo di Stato del 30 giugno 1989, che porto' ad un regime militare guidato dal generale Omar Hassan Ahmed al-Beshir - attuale presidente - e dominato dal Fronte nazionale islamico. In un secondo tempo il governo ha appoggiato in Darfur la milizia janjaweed, araba e islamica, per contrastare piu' agevolmente i ribelli, tuttavia se da un lato sono state denunciate coperture dell'aviazione regolare alle azioni dei janjaweed, dall'altro alcuni giornalisti che hanno potuto entrare nella zona - la cui situazione di sicurezza e' gravemente compromessa - hanno affermato che le parti coinvolte negli scontri sono spesso entrambe nere. Tuttavia la connotazione etnica e l'aspetto religioso sono stati rimbalzati alle cronache internazionali insieme al numero dei morti e degli sfollati come l'unico movente del conflitto.
Sullo sfondo della ribellione, della reazione governativa e in parte anche dell'attenzione occidentale alla vicenda (che ricalca in verita' molte altre in Africa dimenticate dai media), la lotta per la gestione delle ricchezze del Sudan, uno dei principali produttori di petrolio e di gas naturale del mondo. E' stato questo aspetto che ha portato il presidente Bashir a denunciare all'Unione Africana ed alla Lega Araba la pressione dell'amministrazione Bush sull'ONU per un intervento internazionale, definendolo il tentativo di creare 'un nuovo Iraq'. E viceversa gli USA e i loro alleati non hanno mancato di sottolineare la questione etnico-religiosa in ogni contesto, anche sull'onda della campagna di criminalizzazione dell'Islam.
In diverse occasioni si e' parlato (e si parla tuttora) anche di 'genocidio', ma una apposita commissione ONU voluta da Kofi Annan e presieduta dal giurista italiano Antonio Cassese ha visitato il Sudan, concludendo che non vi sono i presupposti giuridici per definire la strage e gli stupri in atto genocidio (un crimine esteso, sistematico e motivato da ragioni di pulizia etnica), anche se sono molte le campagne mediatiche e politiche occidentali che ancora utilizzano tale termine per quella che e' comunque una vasta e profonda tragedia sotto il profilo legale e umanitario (a marzo 2006 l'ONU ha definito quella in Darfur "la catastrofe umanitaria peggiore del mondo").
Sotto il profilo penale, la Commissione Cassese a dicembre 2005 ha dato al Consiglio di Sicurezza dell'ONU una lista segreta di nomi di persone che ritiene dovrebbero essere punite. In seguito si e' saputo che la lista include il ministro degli interni Elzubier Bashir Taha, il capo dell'intelligence e tre comandanti ribelli dell'esercito di liberazione del Sudan, che hanno designato i civili e gli operatori umanitari come bersaglio. Si pensa che Cassese abbia inviato alla sede ONU almeno nove casse di documenti sulle violenze con prove di torture, saccheggi ed uccisioni di massa che in buona parte sono state esaminate dal procuratore generale della Corte Criminale Internazionale Moreno-Ocampo, il quale ha poi indagato per 20 mesi sulle violazioni dei diritti in Darfur alla ricerca dei responsabili. Tuttavia il governo sudanese aveva avvertito che il Sudan non cooperera' mai e mai concedera' l'estradizione di un cittadino sudanese ad un tribunale straniero.
A febbraio 2007, Moreno-Ocampo ha dichiarato che Ahmad Muhammad Harun, ex ministro degli interni del governo del Sudan ed Ali Kushayb, un capo della milizia Janjaweed, hanno commesso insieme crimini contro la popolazione civile in Darfur. Sulla base delle prove raccolte, la procura ha concluso che vi sono motivi ragionevoli per credere che Harun e Kushayb abbiano una responsabilita' penale rispetto a 51 presunti crimini di guerra e contro l'umanita'. All'inizio del 2003, Ahmad Harun era stato nominato capo dell'Ufficio sicurezza del Darfur ed il suo compito principale - secondo la procura - era il coordinamento dell'amministrazione, il reclutamento, la costituzione di un fondo per procurare armi alla milizia Janjaweed, giunta alla fine a decine di migliaia di componenti.
Le prove raccolte da Ocampo indicano che in parecchie occasioni Ahmad Harun incito' la milizia Janjaweed ad effettuare gli attacchi, mentre Ali Kushayb ha dato ordini ai Janjaweed ed armato le forze aggredendo con esse le popolazioni civili con stupri ed altre offese sessuali, uccisioni, torture, atti disumani, saccheggi, spostamenti della Comunità residente ed altri presunti crimini. Nel corso di una riunione pubblica, Ahmad Harun aveva anche detto che come capo dell'ufficio aveva l'autorita' di grazia o di morte su chiunque in Darfur, per mantenere la pace e la sicurezza.
In definitiva per il Darfur, accanto al problema della pace e della cessazione dei soprusi, si pongono anche la questione della verifica delle cause del conflitto e della punizione dei responsabili degli abusi. E una parola di chiarezza sulla complessa situazione e' stata detta ieri dal segretario generale ONU. Ban Ki-moon - che ha recentemente visitato il Sudan osservando di persona la situazione - ed ha affermato che soltanto un metodo completo, che si occupi di tutte le questioni - dalla politica e dalla sicurezza allo sviluppo economico ed all'ambiente - risolvera' la situazione: "se la pace dovra' arrivare, deve considerare tutti gli elementi che hanno provocato il conflitto".
Ban ha citato come cause della crisi la sicurezza, la politica inter-tribale, le battaglie per le risorse che scarseggiano - come l'acqua - la desertificazione e lo sviluppo economico, ed inoltre ha sottolineato che occorre dare ascolto ad una vasta gamma di esponenti della societa' sudanese, dai capi tribali ai gruppi di donne, dai rifugiati ai funzionari nazionali, per trovare la soluzione piu' adeguata: "Abbiamo bisogno di un contratto sociale di pace".
Dopo il dispiegamento di una forza di pace dell'Unione Africana - l'unica accettata inizialmente da Khartoum, che non voleva truppe occidentali, viste come invasori - il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha stabilito a maggio l'invio di una forza di pace mista senza precedenti (UNAMID), che vedra' schierati 26.000 caschi blu ed ufficiali di polizia ONU nella regione, dove secondo le Nazioni Unite almeno 200.000 persone sono state uccise e 2.2 milioni di altre hanno abbandonato le loro case per fuggire in altre zone del Sudan o all'estero. Ban ha inoltre annunciato la settimana scorsa che le trattative di pace fra il governo sudanese ed i ribelli del Darfur cominceranno in Libia il 27 ottobre sotto gli auspici dell'UA e dell'ONU, che saranno presenti rispettivamente con gli inviati Salim Ahmed Salim e Jan Eliasson.
Anche l'Italia contribuira' alla missione di pace, sebbene non manchino le critiche. L'on. Marco Zacchera, responsabile dipartimento esteri di Alleanza Nazionale, afferma che fino ad oggi il governo italiano ha sempre sostenuto di non avere più né uomini nè mezzi disponibili per azioni di pace all'estero. "A meno che - sottolinea Zacchera - questa non sia stata l'ennesima bugia di Prodi per dire 'no' agli alleati NATO in Afghanistan e tenersi buona l'ala sinistra del suo governo, contraria ad altre iniziative di peacekeeping in Asia".
"Parlare di Darfur fa molto 'fino' per certa sinistra, insiste Zacchera, ma prima di tutto il governo italiano deve imporre al governo sudanese il cessate il fuoco e successivamente intervenire per la ricostruzione con la missione che- come dichiarato dallo stesso Prodi- impegnerà l’Italia tra i maggiori contributori finanziari". Secondo il parlamentare di AN, dato che il Sudan e' potenzialmente uno dei paesi più ricchi dell'Africa, risulta abbastanza singolare che Omar al-Bashir "ponga come 'condizione di pace' richieste di finanziamenti per garantire la necessaria logistica" e dimentichi le vittime del conflitto. Peraltro, a suo giudizio il governo, che ha tollerato o voluto molte iniziative violente sia contro il sud che in Darfur "quando parla di pace e' poco credibile, salvo che avvii iniziative significative e coerenti in questa direzione". Zacchera chiede che il considerevole impegno finanziario promesso dal Governo italiano sia valutato solo dopo gli esiti del negoziato del prossimo 27 ottobre.
Nella sua recente telefonata con il segretario ONU, il presidente del Consiglio Prodi - che aveva incontrato a Roma il presidente del Sudan - ha parlato delle preoccupazioni dell'Italia, dell'Europa e dell'intera comunità internazionale espresse al presidente Bashir per la situazione esistente in Sudan, anche sotto il profilo umanitario e dei diritti umani, e della richiesta al Governo sudanese di un impegno per giungere al più presto ad una soluzione politica che dia pace e stabilità al Paese.
Prodi ha riferito al Segretario Generale di aver ricevuto da Bashir assicurazioni di piena collaborazione per il dispiegamento della missione congiunta Nazioni Unite - Unione Africana nel Darfur ed ottenuto l'impegno per un cessate il fuoco unilaterale nel confronti delle fazioni ribelli non firmatarie dell'accordo di pace di Abuja, in vista della ripresa dei negoziati di pace previsti per la fine del mese di ottobre. Secondo Palazzo Chigi, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha ringraziato Romano Prodi per questi risultati ritenuti molto incoraggianti che si inseriscono nel quadro degli sforzi dell'intera comunità internazionale per giungere ad una soluzione politica complessiva della crisi in Sudan.
Il Presidente del Consiglio italiano ha illustrato anche a Ban Ki Moon un consistente pacchetto di misure che l'Italia sta predisponendo per incrementare ulteriormente il proprio impegno a favore della soluzione della crisi in Sudan, in linea anche con le richieste avanzate dalle Nazioni Unite. Tale pacchetto - ha detto Prodi - è articolato in un mix di misure finanziarie e di sostegno logistico alle operazioni di pace in Darfur, oltre che ad azioni di assistenza umanitaria a favore di sfollati e rifugiati sudanesi.
Prodi ha poi anticipato al Segretario Generale il lancio dì un Fondo ad hoc finanziario italiano (Peace facility), che opererà in raccordo con il fondo europeo già esistente, a favore delle capacità dell'Africa di affrontare le crisi. Impegno italiano - ha specifcato Prodi - che riguarderà principalmente il Darfur e la regione del Corno d'Africa. Secondo la presidenza del Consiglio, Ban ha ringraziato Prodi per il forte sostegno italiano al dispiegamento della forza congiunta, esprimendo particolare soddisfazione per l'impegno italiano nel settore logistico e del trasporto aereo.
www.osservatoriosullalegalita.org
settembre 15 2007
Prodi studia un altro colpo di Mattarellum
di Stefano Cappellini
Sei mesi fa, appena uscito da una crisi di governo gestita quasi al buio, Romano Prodi tornava in televisione dopo una lunga assenza scegliendo Matrix e Canale 5 per lanciare un appello sulle riforme a Silvio Berlusconi. «Vediamoci, conviene a tutti e due». In politica pochi mesi sono ormai pari a un’era geologica: nel frattempo il Professore si è rinsaldato a palazzo Chigi, le riforme sono un dossier che si è aperto e richiuso almeno un altro paio di volte e, non ultimo, oggi sono proprio i leader del centrodestra i più scettici sulla possibilità di una caduta a breve dell’esecutivo. Ed ecco che ieri, ben lontani i tempi dell’invito televisivo, e complice la bufera sul caso Rai, Prodi si è rivolto in modo ben diverso al Cavaliere: «Non vuole più il dialogo? Faccia come vuole», è stata la stizzita dichiarazione consegnata ai cronisti dal presidente del Consiglio prima di mettersi sul treno che lo ha portato a Bologna per il week-end.
Scatto di nervi? Tipica gaffe prodiana, caratteristica del suo essere outspoken, per dirla con il portavoce Silvio Sircana? C’è tutto questo, nell’ultimo Prodi, e qualcosa in più. C’è, per esempio, anche un’ostentazione di sicurezza, quella di chi non si sente più appeso a un filo e ritiene non sia necessario tendere a tutti i costi la mano all’avversario. Molto è cambiato nella strategia e nella tattica del Prof. Per tagliare in scioltezza il traguardo di metà legislatura, Prodi si è convinto che occorra sbloccare - anche d’imperio, se necessario - tutte le impasses che gravano sull’immagine e la stabilità del suo governo. La gestione super partes (fino a un certo punto...) delle primarie del Pd lo ha messo al riparo dalle beghe di partito, che ora incombono sull’immagine di Walter Veltroni. E lo scontro sul fisco con il futuro segretario del Pd dimostra che Prodi non accetta diarchie: vuole tutto per sé il pallino dell’azione di governo. La sostituzione del consigliere Petroni con Fabiano Fabiani nel cda Rai è stato il primo consistente indizio della nuova fase. Lo sviluppo della trattativa sulla legge elettorale potrebbe essere la conferma definitiva del nuovo trend decisionista. Sulla materia, il primo sussulto è arrivato con lo smarcamento di Arturo Parisi: «Se non si trova un accordo alto, meglio tornare al Mattarellum a maggioranza», ha detto pochi giorni fa il ministro della Difesa. Un’uscita tutt’altro che estemporanea. Franco Monaco, molto vicino a Parisi, già nella scorsa primavera ha depositato una proposta per il ritorno al vecchio sistema. «Quando l’ho presentata - spiega Monaco al Riformista - era più che altro un atto simbolico. Oggi mi pare che, in mancanza di una disponibilità del centrodestra, tornare al Mattarellum sia un’ipotesi concreta che risponde a uno dei punti del nostro programma, cioè l’abrogazione della “legge porcata”». Nel programma, però, l’Unione sottolineava l’esigenza di non procedere mai più a riforme a colpi di maggioranza. «Tornare allo statu quo ante non significa senza venir meno a quell’impegno», sostiene Monaco.http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=93545
settembre 14 2007
| I Grilli parlanti e la zavorra |
Il vero funerale del Partito Democratico?
Celebrato, con nemesi perfetta, nella piazza-tempio della vecchia grande sinistra operaia (dei loro padri)....
Sono esterrefatto, ma è possibile che nessuno noti la sostanza politica di quello che è successo?
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So per esperienza fatta, dopo, che questo post del 2005 mi è costato qualche simpatia. Tra i preesistenti blogger italiani.
Lo salutai così, quando aprì il blog. Credo di averci visto giusto e non ho cambiato idea.
Molti lo criticarono perchè non era un blogger, nel senso che non partecipava alla conversazioni con gli altri blogger.
Infatti Grillo non è un blogger, ma un catalizzatore. E lo ha ampiamente dimostrato in tutta la sua vita.
Catalizza con la sua vis comica, però basata su un sistema informativo fuori dagli schemi ufficiali, progressivamente ossificatisi.
Da quel 2 settembre del 2005 sono passati esattamente due anni. In ventiquattro mesi Grillo ha catalizzato un network (in massima parte di giovani) che ha prodotto la straordinaria esperienza di 300mila firme autenticate, su una proposta di legge, in meno di 12 ore.
Il network dei meetup di Grillo è un network imitativo: chi si attiva cerca di fare come lui, di controinformare, di agire....
Basta liquidarli con la puzza sotto il nasino.
Come mai? Qual è la sostanza politica di quello che è successo, e sta succedendo?
Grillo è l'anticamera di una dittatura (come sostiene oggi Scalfari in uno dei suoi più sfortunati e paranoici editoriali ideologici)?
Grillo è solo uno che ha sfruttato internet, e il vero web 2.0 per fare propaganda (come sostiene purtroppo Massimo)?
Dobbiamo forse valutare il fenomeno dei Grilli parlanti - e attivi - sul piano ideologico o della purezza della blogosfera, per capirlo?
O non è meglio inforcare dei vecchi e sani occhiali politici, e leggere i fatti politici per capire un fenomeno politico come sono i Grilli parlanti?
(vedo che c'è almeno uno che è uscito dalla demonizzazione montante, Giuliano Amato, che ha parlato di salutari calci nel sedere politici ricevuti dalla casta, e di provvedimenti di riduzione dei privilegi e delle autoblu da lui avanzati e poi messi nel cassetto... ma ora freneticamente tirati fuori...).
Grillo e i Grilli parlanti sono quindi innanzitutto, e per ammissione esplicita di Giuliano Amato e di Rosy Bindi, un fatto politico (anzi antipolitico, secondo la comoda vulgata dalemiana), ed è su questo metro, a mio avviso, della politica, della Polis, che va valutata la questione.
Vediamo quindi, cercando di stare ai fatti, e alle questioni politiche reali sul tappeto, il perchè di questo fenomeno (web 2.0 puro o web 2.0 sporco poco mi cale). Nell'Italia di oggi, e dall'avvio del Governo di centrosinistra in avanti.
La prima domanda semplice e banale da porsi è: l'Italia ha bisogno o no di legalità? Di regole non truccate?
La seconda: la società italiana è giusta o ingiusta, con questo dislivello pazzesco tra garantiti e non?
Ne aggiungo una terza: ci rendiamo conto della fragilità del nostro sistema, posto di fronte a una crisi epocale? Abbiamo un futuro credibile?
Risultante, per un ragazzo: se vuoi farti una vita decente devi stare alle regole truccate, vendere il c.... ai giri di potere, conquistarti privilegi e poi comunque finirai pure arrosto.
Beppe Grillo, e il suo network, non sono molto diversi da noi.
Lui ha solo amplificato e reso visibilmente politico ciò che sui nostri liberi blog, e da anni, scriviamo e discutiamo spontaneamente in tema di legalità, ingiustizie, mancanza di futuro in questo paese.
Oggi, e ce lo dice numeri alla mano Renato Mannheimer sul Corriere della Sera, abbiamo un governo che è riuscito a crollare al 30% dei consensi.
E tra la gente di sinistra, che resta liberal e che non vuole votare o tornare a Berlusconi....
Infatti questo è un calo di consensi, un calo di protesta, interno alla sinistra. Contro un Governo (e una Casta di politicanti) che non ha affrontato (o ha affrontato al contrario) la questione della legalità (basti citare l'indulto), delle ingiustizie, del futuro.
Con il nuovo Governo abbiamo visto meno regole truccate, meno privilegi, qualche idea di investimenti a guadagno condiviso?
No. Ed è questo il messaggio forte, e di pancia, che ha mosso i 300mila firmatari. La grande delusione.
Costellata di simboli repellenti. La presa in giro vergognosa di Unipol, del Porcellum nel partito democratico, della non riforma del mercato del lavoro (che è e resta un far west), della polvere sotto il tappeto sui privilegi della Casta, della vigliaccheria nelle liberalizzazioni, del senso di precarietà che avvertiamo, e della sordità reale di questi partiti, ormai contenitori di garantiti, di ipocriti impauriti e di formule mediatiche.
A chi ti rivolgi se vuoi opporti a tutto questo? A Berlusconi, Fini o Casini che sono anche peggio? Oppure a un Partito Democratico in cui i giochi sono già tutti belli e fatti? O a Rifondazione chiusa nel suo piccolo recinto massimalista? A Caruso che sproloquia? A chi?
Ma è stato il segnale del Porcellum nel partito democratico che è stato quello più offensivo e brutale.
Alle prime non ci credevo. Possibile che hanno usato le regole malate di uno come Calderoli?
E invece sì, e le hanno pure difese, compresi Prodi, Parisi e la Bindi. Incredibile.
Ma l'incredibile non era finito. Subito dopo ecco profilarsi la candidatura unica di Veltroni, con la pantomima di Bersani che si ritirava per lasciargli gentilmente il posto (garantito) e Di Pietro, la Bonino e quel gran signore di Furio Colombo buttati fuori e fraudolentemente a calci, e da quattro servi di partito.
Un Letta (ma chi è questo nessuno, questo figlio d'arte?) e una Bindi, perdente annunciata. Questo passa il convento. O ti mangi sta minestra o.....
Crollo di una (sia pur flebile) speranza. Senso di vuoto. Depressione. Rimbalzata su tutta la rete. Era dal 1995 che ci speravamo in un partito vero.
E non solo noi, vecchi dell'Ulivo di strada. E di rete (quella vera, non le loro brochure sulle finte nuove stagioni e panzane varie....).
Ecco il vuoto, ed ecco entrare in scena Beppe Grillo, l'escluso da sempre, a riempirlo. Insieme a quella sinistra legalitaria (e libertaria) cacciata fuori a calci dal partito democratico (altro errore storico della Casta).
Il messaggio di luglio è stato, in sostanza: il Pd è Cosa Nostra.
Ma a Bologna, 39 giorni dopo, gli è stato risposto: e allora tenetevelo! E V.....!
Ci vuole un cieco, o uno in malafede, per non capirlo....
Questa parte cruciale del paese si è così presa la sua bella rivincita sul palco di Bologna, sabato scorso....inaspettata al Palazzo dei De Rita. E degli Scalfari.
Ma a me (e a Voi, credo) non tanto inaspettata.
E nemmeno faccio i salti di gioia, avendo capito la triste canzone. Per l'Italia.
Per questo mi ha profondamente deluso Veltroni, lo facevo più intelligente. Lo facevo uno responsabile.
Doveva scegliere tra D'Alema e Fassino e, dall'altro lato, l'Italia. Ha scelto i primi.
E ora non lo ritengo nemmeno un buon leader per l'Italia. Troppo finto. Con me ha chiuso.
Preferisco tenermi Prodi. Il mio meno peggio personale. E domani pure un Parisi o una Bindi mi starebbe (si fa per dire) bene....
Ma spero in qualcosa di meglio...perchè non ho perso tutte le speranze. Non so chi, ma qualcuno forse in futuro, diverso....
Non Grillo.
Grillo è solo un gran catalizzatore, un provocatore, un comunicatore, un ottimo comico-polemista, e un uomo, un imprenditore di sè stesso che lavora onestamente sull'informazione e sull'ascolto della sua comunità di pubblico. E che ha storicamente fatto della sua esclusione il suo punto di forza.
Non è, nè sarà mai lo statista di cui l'Italia ha urgentemente bisogno.
Per me che ho assiduamente letto il suo blog mi pare evidente: ha letto in questi due anni la rete, ha contribuito con la sua redazione, e ha sviluppato con i suoi spettacoli una sorta di dialogo di massa con i suoi commentatori, fino a creare e coinvolgere un solido network di gruppi attivi, e mettere in campo un'iniziativa radicale, semplice e calibrata.
Discutibile quanto si vuole sul piano legislativo. Ma di una efficacia provocatoria come da anni non si vedeva.
Ha creato, a suo modo, un gioco sociale a guadagno condiviso. Di rappresentanza. E' oggi un difensore civico con un seguito attivo. E fa parte della sinistra legalitaria e liberal. Basta vedere chi gli sta attorno sul palco. Punto.
Ora il partito democratico, a mio avviso, nasce davvero morto. Svuotato dalla rivolta della sinistra legalitaria (esclusa). Guidata da Lui e dai Grilli.
Il funerale è stato celebrato sabato scorso a Bologna, nella piazza un tempo tempio della grande sinistra operaia italiana.
E dai suoi figli (come me), cresciuti e delusi. Anche dai radical chic Moretti spariti (e qui Grillo ha ragione).
Una nemesi geometrica perfetta, questa di Piazza Maggiore, un tempo campo dei Togliatti e dei Berlinguer. Ora il Pd sarà un partito a gran maggioranza di vecchi, di pecore rosse e bianche, di pensionati e di statali (nel migliore dei casi).
Soprattutto di 400mila politici di professione (e connessi portaborse e reggipancia vari). Fusi a freddo sotto un segretario di gomma.
Senza un'anima o un vero programma (che non sia la conservazione del potere).
Nonostante gli sforzi disperati della Bindi, isolata.
Se avessero accettato la competizione pulita e aperta con la sinistra legalitaria dentro il Partito Democratico, lorsignori della casta, (e i numeri del V-Day ne sono una patente conferma), avrebbero probabilmente perso il controllo di questo nuovo (si fa per dire) partito.
Di Pietro, Furio Colombo, Bindi e i Prodiani avrebbero formato una coalizione forse maggioritaria nel partito democratico. Mettendo in minoranza la vecchia nomenklatura Ds e margheritina, Veltroni, D'Alema, Fassino, de Mita compresi.
Ci sarebbe stato un terremoto. E salutare.
O quantomeno una opposizione corposa interna, capace di controllare Lorsignori.
Invece abbiamo questa triste fusione a freddo, e elezioni finte (mi spiace per Adinolfi, ma purtroppo è questa la realtà). E di conseguenza il V-day.
Con buona pace delle paranoie di Scalfari, non è questione di ideologia, ma di politica pratica, reale.
E così per Mantellini, internet ci entra solo in parte. La questione vera è che un progetto politico che poteva essere di respiro è stato castrato.
E 300mila italiani, ora informati meglio dalla rete, hanno scelto l'unica strada di espressione e di mobilitazione a loro possibile. Se la stanno costruendo con i meetup di Grillo. Sono i Grilli parlanti.
Questo aborto di partito democratico non rappresenta quindi nemmeno il centro-sinistra italiano. Ha già perso in partenza.
E non solo le elezioni. Si è perso l'Italia. Ha scelto Furbolandia, Bassolino e la munnezza, Mastella, Unipol e la sua Casta.
Ha scelto lo status quo, e l'autoconservazione, e nel modo peggiore.
Ha scelto l'indulto, gli insulti alla Forleo, il pubblico impiego, le baby-pensioni parlamentari, le autoblù e la tolleranza zero ai lavavetri....
Scelte politiche precise. Meditate e deliberate. Come il Porcellum per le finte elezioni di ottobre.
Peccato. A Milano forse avrei votato per qualche persona perbene. Chessò, un Dalla Chiesa, un Cortiana.... Ma mi è stato negato.
Da regole della peggiore furbolandia, cancro del Paese.
Questo Pd non vale oggi l'euro (subito ribassato, dopo Bologna) da spendere per votare alle sue finte elezioni.
Non ha una identità e un messaggio credibile sulla legalità, le ingiustizie, il futuro.
Lo scrivevo qualche settimana fa e i fatti me lo confermano.
Se fossi nei suoi malaugurati architetti (che l'hanno quasi del tutto rovinato) ne prenderei seriamente atto.
Stanno andando al disastro. E Grillo ci ha chiarito, con potenza e eloquenza, come e perchè.
Non si può avere la Casta piena e l'Italia ubriaca.
Beppe Grillo è stato semplicemente il ferro di lancia di un'Italia che è stata ed è esclusa.
Non solo i Travaglio, i Di Pietro, le Guzzanti, gli Strada, ma tanti altri esclusi. Dei suoi meetup (cioè noi). Troppi.
Da questa nomenklatura che esulta (privatamente) per farsi le banche e poi depreca l'antipolitica. Dai Mastella e le sue mine burocratiche all'antimafia. Dalle demonizzazioni rivolte alla Forleo, dai soldi pubblici elargiti al pubblico impiego e alle pensioni (e nemmeno mezzo euro ai precari)....
Dai programmi scopiazzati da quelli di Confindustria (l'ultimo think tank pensante rimasto, insieme a quello di Grillo...)
Andiamo, non prendiamoci in giro.
Finchè non vi sarà una lotta politica aperta e corretta tra sinistra legalitaria, sinistra precaria, sinistra politica e sinistra castale dentro un decente partito democratico non vi sarà legittimazione.
Quando Beppe Grillo ha detto: "io i partiti li voglio distruggere", si riferiva quantomeno ai due principali.
Forza Italia e il cosiddetto Partito Democratico.
Ce li abbiamo sotto gli occhi, e quotidianamente, purtroppo.
Di ambedue sappiamo come sono nati e con quali regole interne (vere).
Sono partiti democratici?
Quindi non prendiamoci in giro con la storia di Mussolini, del solito spauracchio.
E' la democrazia italiana che è in crisi, e profonda.
Non ci restano che le liste civiche...
Vogliamo invece raccogliere positivamente la provocazione dei Grilli, noi della sinistra?
Bene, rinviamo all'anno prossimo la nascita del Pd, ma con un disegno democratico vero, aperto e con regole credibili (prima fra tutte la scelta dei candidati).
Quelle regole firmate sabato scorso dai 300mila erano per noi, sì dirette proprio a noi della sinistra e dell'Ulivo (o quel che ne resta).
Erano un messaggio chiaro e eloquente.
Ci chiedono una semplice e necessaria rivoluzione. Di legalità, riequilibrio sociale, e di futuro. Di politica autentica, e non di ipocrisie.
Nel Labour inglese c'era Tony Benn a rappresentare i perdenti e gli esclusi. E combatteva. Vinceva e perdeva. Pulito.
In Italia la sinistra Ds è stata costretta a scappare dalla nomenklatura dalemiana straripante....
....e oggi sta per rinchiudersi nel solito ghetto massimalista. Purtroppo.
Cari amici e compagni della sinistra, qui ci vuole davvero un reset...
Così si salva la democrazia. Con un vero cambiamento.Con le regole truccate e i pateracchi castali invece la si affossa.
Tralascio la mia solita canzone sulle necessità politiche strutturali del prossimo futuro....
....e sul tempo dei cialtroni ormai finito.
Dico solo che sabato 300mila persone hanno votato, con tanto di firma autenticata,
un chiarissimo NO a questo partito democratico.
Fatto di scatolette chiuse, vuote di idee e di credibilità
ma solo piene di uomini di potere.
Senza possibilità di scelta reale.
In ostaggio dei D'Alema e dei Rutelli.
La nostra vera zavorra.
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settembre 12 2007
Che il PD stia nascendo con un taglio cesareo invece che con un parto naturale, lo si vede benissimo qui nel cortile, e lo si vede dal fatto che nessuno ne parla. Stanno avvenendo “cose”, nei piani alti della politica, che tutto sommato non hanno molto a che vedere con le beghe di cortile, con la vendemmia e gli ultimi temporali d’estate che hanno divelto qualche pino, o le scuole, che riprendono. Con quel brulicare di attività che fanno la vita quotidiana.
I politici del cortile, diessinie margheritini, aspettano che lassù si decida qualcosa, e intanto non parlano e continuano a fare le cose di sempre, come non stesse succedendo niente: proprio come se la nascita del PD non fosse che una pratica burocratica da sbrigarsi al più presto, e soprattutto senza farsi troppo male, senza creare discontinuità negli assetti della circoscrizione. Voteranno tutti per Veltroni, diessini e margheritini, come da ordini di scuderia. Anche “la base”, quella che non ha incarichi ma si interessa di politica, magari ha anche la tessera, e una sera di servizio alla Festa dell’Unità ce la mette, voterà per Veltroni: non si ha notizia di fronde, qui nel cortile.
Poi ci sono tutti gli altri, quelli che con la politica, di palazzo o di cortile, non hanno niente a che fare. Attendono ai loro affari, lavorano, studiano, si informano, leggono i giornali oppure no, navigano su Internet, e chissà che altro, e ogni tanto, come dovunque, fanno una sorpresa: votano maggioritario nonostante una legge proporzionale, si riversano in massa alle primarie per Prodi, partecipano almeno in cuor loro – nemmeno Grillo riesce ad arrivare così tanto in periferia – al V-day… chissà se voteranno,e per chi, a queste pseudoprimarie.
Per sapere qualcosa di più su come nasce il PD, bisogna andare un po’ oltre il cortile, leggere i giornali locali, rubacchiare qualche informazione; tutto si può dire, ma che da queste parti il PD nasca fra grandi discussioni ed elaborazioni collettive, proprio no. Dice un trafiletto di cronaca:
“…ci saranno due liste a sostenere la candidatura di Walter Veltroni a leader del PD. Le due liste avranno una configurazione simile: ci saranno personaggi conosciuti in entrambe, per esempio il Sindaco Fabrizio Matteucci (DS) e il Presidente della Provincia Francesco Giangrandi (… Margherita!). Ma nessuna lista di nomenclatura composta da politici di spicco o dirigenti di Quercia e Margherita da contrapporre ad una della società civile”.
Insomma, le liste sono come i tortellini: molto meglio quelle fatte in casa!
Infatti un manipolo di coraggiosi ulivisti della prima ora, propone a Livia Zaccagnini, ravennate referente regionale di Walter, una lista fuori dalle nomenclature, una lista di bravi ragazzi che ci hanno creduto da sempre al PD, per il quale si sono dannati in tempi non sospetti. Sanno di non poter avere molte speranze di elezione, ma, poiché loro la politica l’hanno sempre considerata un servizio, pensano in questo modo di poter avvicinare e portare a votare molte persone che altrimenti se ne starebbero a casa. Ma… “Mi ha tirato fuori problemi di percentuali, di opportunità numeriche, di resti, e mi ha dato il numero di chi conta…”. Quello che conta è un rappresentante della Margherita, di Rimini, che conferma, da politico navigato, che non si può concedere il riconoscimento a questa lista di buona volontà, poiché non dà garanzia di avere almeno il 5% in regione: quindi i voti andrebbero dispersi.
Però non è cattivo, e una soluzione la offre: poiché “ le regole impongono che nelle liste ci siano anche rappresentanti della società civile….” suggerisce che, invece di presentare una lista, si propongano un nome o due, e si vedrà se poterlo inserire (in quale posizione della lista possiamo immaginarcelo). E, comunque, questo signore precisa che ”bisogna parlare con V., che rappresenta Veltroni in regione, mentre lui rappresenta Franceschini”. Chi avesse ancora delle illusioni, è servito.http://www.ulivoselvatico.org/territor/newindice.htm
agosto 31 2007
Un passo contro la pena di morte
di Romano Prodi, La Stampa -
Gli italiani hanno compreso prima di altri il valore civile e morale di una battaglia contro la pena capitale. E il nostro Paese ha il merito, fin dal 1994 e grazie a tutti i governi che si sono da allora succeduti, di aver guidato la lotta contro la pena di morte nel mondo, registrando sulla nostra proposta di moratoria universale
il sostegno dell’opinione pubblica, una convergenza straordinaria in Parlamento di forze politiche sia di maggioranza sia di opposizione e incontrando negli anni il crescente sostegno di Paesi in ogni continente. Con l’abolizione della pena di morte dai codici militari nel 1994, l’Italia infatti non solo cancellava l’ultimo retaggio ancora presente nell’ordinamento interno, ma intraprendeva un percorso che l’ha portata ad essere il Paese che più ha fatto in concreto, nelle sedi internazionali e nei confronti di Paesi mantenitori, per fermare le esecuzioni capitali.
Una Risoluzione per la moratoria fu presentata per la prima volta all’Assemblea generale delle Nazioni Unite già nel 1994. Anche se battuta (per soli otto voti!), ciò non impedì alla Commissione dell’Onu per i diritti umani, tre anni dopo e su iniziativa del governo da me presieduto, di approvare a maggioranza assoluta una risoluzione che chiede «una moratoria delle esecuzioni capitali, in vista della completa abolizione della pena di morte».
Con ciò, per la prima volta, un organismo delle Nazioni Unite stabiliva che la questione della pena di morte attiene alla sfera dei diritti umani e che la sua abolizione costituisce «un rafforzamento della dignità umana e un progresso dei diritti umani fondamentali». Da allora, per nove anni, la Risoluzione è stata ininterrottamente approvata a Ginevra, ed è anche grazie a questo se la situazione della pena di morte è oggi decisamente mutata, con abolizioni e moratorie stabilite ovunque nel mondo che hanno salvato dal patibolo migliaia di persone.
In questi anni l’Italia ha fatto valere la sua posizione contraria alla pena di morte anche nei confronti dei Paesi che ancora la praticano. Il 25 giugno 1996, con una sentenza storica, la Corte Costituzionale del nostro Paese ha posto una riserva assoluta a estradare verso i Paesi mantenitori persone che lì rischiano di essere condannate a morte, italiani o stranieri che siano, che risiedano o vivano sul nostro territorio. Un Paese che ha abolito totalmente la pena di morte - ha stabilito la Corte - non può cooperare alla sua applicazione ovunque nel mondo.
È giunto ora il tempo di affrontare il passaggio decisivo per portare a compimento la nostra iniziativa: la moratoria universale delle esecuzioni capitali. L’impegno mio e del governo affinché questa moratoria venga attuata è forte, sulla base anche della decisa mobilitazione del Parlamento italiano. Su questo tema ho chiesto innanzi tutto uno sforzo dei Paesi europei a riaprire la questione in Assemblea generale alle Nazioni Unite. Abbiamo in questi mesi ingaggiato una significativa azione a Bruxelles e a livello internazionale e con la nostra proposta di moratoria ci siamo confermati capofila di una grande battaglia di civiltà. Sono per questo particolarmente soddisfatto per la decisione presa il 18 giugno scorso dall’Unione Europea di presentare, nell’ambito di un’alleanza interregionale, la risoluzione per la moratoria delle esecuzioni capitali all’apertura della prossima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. È stato un grande successo dell’Italia, delle associazioni, di chi su questo non ha mai cessato di battersi, del Parlamento e del governo. Ritengo doveroso ringraziare il ministro Massimo D’Alema per aver insistito coi partner europei sull’esigenza di procedere il più presto possibile con un atto concreto per una battaglia di civiltà che ci vede in prima linea.
L’Italia e l’Europa non sono sole. Molti Paesi nelle diverse aree del mondo hanno nel frattempo deciso di sostenere la nostra iniziativa. Nel gennaio scorso, intervenendo al vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba, ho rivolto un appello ai leader africani a lavorare insieme sulla moratoria universale. Ritengo particolarmente straordinario l’impegno dell’Africa: Sud Africa, Mozambico, Angola, Senegal, ma anche Paesi come la Liberia, la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda, che nella loro storia recente hanno conosciuto le più gravi violazioni al diritto umanitario internazionale, si sono uniti alla nostra campagna globale.
Con questo impegno l’Africa dimostra di non voler più essere solo terra di colpi di Stato, di esecuzioni sommarie e di esecuzioni capitali; anzi, di essere capace di lanciare al mondo anche segnali di nonviolenza e messaggi di civiltà. Il conferimento al presidente Paul Kagame del Premio di Nessuno tocchi Caino L’Abolizionista dell’Anno coglie lo straordinario valore simbolico, oltre che giuridico e politico, dell’abolizione della pena di morte in Ruanda, una terra dove la catena perpetua della vendetta e l’eterna vicenda di Caino e Abele hanno avuto forse una delle rappresentazioni più tragiche e attuali. L’esempio del Ruanda e di altri Paesi africani dilaniati dalla violenza, spesso fratricida, è espressione di una via da seguire per giungere alla fine della pena capitale nel mondo. Chiedere l’abolizione tout court in situazioni particolari come quelle di Paesi nei quali vige uno stato di emergenza o sono in corso conflitti internazionali o sono appena terminate guerre civili, sarebbe una mera petizione di principio. La moratoria universale decisa dalle Nazioni Unite, invece, può essere una via pragmatica e efficace contro questo flagello.
Conseguire l’obiettivo di una moratoria avrà un significato politico di enorme portata. Una decisione a favore della moratoria in vista dell’abolizione da parte dell’organismo maggiormente rappresentativo della Comunità internazionale, presa anche solo a maggioranza, avrà l’indiscutibile effetto di consolidare l’opinione mondiale della necessità di mettere al bando le esecuzioni capitali così contribuendo allo sviluppo dell’intero sistema dei diritti umani. Molte e autorevoli voci si sono levate in Italia e nel mondo a sostegno in questa battaglia di civiltà. Di questo vorrei ringraziare i premi Nobel e le prestigiose personalità internazionali che nei mesi scorsi, rivolgendomi un appello personale, hanno sostenuto il governo in questa iniziativa, e tutti gli esponenti del Partito Radicale e di Nessuno tocchi Caino, a partire da Marco Pannella, che su questo obiettivo continuano la loro lotta nonviolenta a testimonianza di uno straordinario impegno politico e civile.
Prefazione del Presidente del Consiglio al dossier di «Nessuno tocchi Caino»
Pd: Boselli, basta con l'ipocrisia del doppio premier
Adnk -
"Quando Veltroni con il suo articolo su 'Repubblica' detta le sue linee guida in materia fiscale, che sono molto ambiziose, segnala quelli che a suo giudizio sono i vistosi limiti del governo Prodi". Lo sottolinea il segretario dello Sdi, Enrico Boselli, commentando il decalogo sul fisco illustrato oggi dal candidato leader del Pd in una lettera alla "Repubblica". "I partiti che fanno parte della maggioranza -aggiunge Boselli- non possono restare con le mani in mano a fare da spettatori di fronte all'eventualita' che, prima o poi, Prodi e Veltroni entrino in rotta di collisione ed infatti e' evidente che non si puo' andare avanti con un premier in carica e con un suo doppio virtuale".
"Per evitare questo corto circuito che -prosegue il leader dello Sdi- affosserebbe non solo il centro sinistra di oggi ma anche quello di domani, bisogna arrivare al piu' presto a un vertice tra tutti segretari di maggioranza nel quale avvenga un vero chiarimento vero tra Prodi e Veltroni. Non si puo' presentare all'opinione pubblica un programma di nuovo conio come se il centro sinistra fosse all'opposizione e mancasse poco meno di un anno alla fine della legislatura. Tutto cio' non e' comprensibile per gli elettori che ci hanno votato e da' solo vita -conclude Boselli- a un festival di ipocrisie a cui e' necessario mettere rapidamente la parola fine".
D'Alema e quei distrattoni di Repubblica
Repubblica s'è distratta. Oh succede, non stiamo sempre lì con i fucili puntati, non siamo mica leghisti. Avevano questa bella intervista di Massimo Giannini al suo pupillo Massimo D'Alema e ci hanno messo tutta l'attenzione possibile per titolarla, con il solito bel disegno di Mannelli. Il "Pd polizza vita del governo", l'esecutivo che "durerà tutta la legislatura", niente "interpretazioni assurde", niente "cambi di maggioranza". Tutto fantastico e perfetto. Se poi si sono dimenticati di evidenziare da qualche parte un passaggio non proprio irrilevante non è mica colpa di nessuno. Comunque si tratta di questo: per sventare il fantasma del '98, quando Prodi fu trombato da Bertinotti e D'Alema balzò in sella scippandogli un governo senza passare dalle urne, D'Alema dice che no e poi no, nessun ribaltone possibile, e la situazione allora era molto ma molto diversa. Ed ecco qui la frasetta assassina: "Le parole di Veltroni non significano poi che se cade il governo non se ne possa fare un altro". Ah no? Fossi Prodi mi verrebbe il formicolio alle gambe.http://stamparassegnata.splinder.com/
agosto 29 2007
Pd, Parisi attacca Veltroni e Rutelli
di Umberto Rosso, Repubblica -
TELESE - Parlare di grande gelo, con l´afa ch |