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agosto 28 2009
Il futuro del Pd? Ridiventare il Pci
Vittorio Macioce
È successo tutto di notte, da clandestini. I giornalisti si sono svegliati e hanno scoperto che il direttore era stato messo da parte. Non cacciato, ma ridimensionato in qualche sgabuzzino. Questa è la storia di una piccola televisione, che galleggia sul canale 890 di Sky, ma se qualcuno vuole sapere come sarà il futuro del Pd deve guardare da queste parti. Red tv è la televisione di D’Alema e dicono che qui sia cominciata la normalizzazione. Non c’è più spazio per la sinistra dalle tante anime, per il sogno democratico, per i radicali e i dipietristi, per le incursioni a destra e sinistra. Non si insegue più la leggerezza veltroniana. Le notizie che arrivano da questo avamposto dalemiano parlano di un ritorno alle cose serie, al partito, l’unico, quello ereditato dal Pci, quello che non ha mai smesso di sentirsi di casa a Botteghe Oscure.
La storia. Red tv poco tempo fa si chiamava ancora Nessuno tv. Era un nome da odissea e D’Alema non lo ha mai amato. Il suo tesoro è un contributo pubblico di 4,1 milioni di euro. Una bella montagna di soldi che arriva grazie a sei parlamentari, cinque del Pd più Pino Pisicchio, in quota Idv. Il presidente del Cda è Luciano Consoli, che qualcuno ricorda per le disavventure del Bingo e de La Voce. In questo comitato d’affari si inserisce un anno fa Massimo D’Alema, prima in sordina, poi con qualche fuoco d’artificio. Diventa di fatto il padrone della baracca. Il signore di Gallipoli porta nel consiglio di amministrazione il suo braccio destro, l’uomo che regge le sorti della fondazione «Italianieuropei». Il suo nome è Matteo Orfini e cura i rapporti di D’Alema con il mondo degli affari, della finanza e della cultura. Fino a ieri la parola d’ordine di Red tv era: apertura. Oggi è: identità.
Nella notte Claudio Caprara, fondatore e direttore responsabile di Nessuno tv, è stato commissariato da Francesco “Ciccio” Cundari, firma prima del Riformista e poi del Foglio, ventinovenne, amico di famiglia di Orfini e iscritto nel circolo elitario Mazzini del Pd. Roba romana. Quando la redazione ha chiesto all’editore il perché di questo cambio della guardia, notturno e clandestino, la risposta tra mezze parole e qualche imbarazzo è stata questa. Bersani ha fatto due conti e sa che la segreteria è nelle sue mani. È convinto di vincere. Il suo primo mandato è farla finita con il Pd. Archiviare questa farsa, cancellare la stagione disneyana di Veltroni, spegnere ogni nostalgia ulivista e togliere ossigeno a Di Pietro e alla sua confraternita giacobina di intellettuali. Questo è l’obiettivo di D’Alema, questo è il desiderio che, con la cautela di chi sta sul Colle, arriva anche da Napolitano. La sinistra, per battere Berlusconi, deve ricominciare dalle sue origini, con le alleanze tattiche con il pulviscolo post-democristiano o con ciò che resta dei dinosauri post-comunisti. Il resto non conta. Niente prodiani. Niente Rutelli, che può anche andare a scindersi da solo da qualche parte. La sinistra è apparato. È territorio, banche, poteri forti. Tutto ciò che D’Alema ha sempre teorizzato dall’altro secolo, dai tempi della Bolognina, quando il Muro era appena caduto. L’unica differenza è che, forse, si è sbarazzato una volta per tutte del suo eterno rivale. D’Alema ha la sensazione che Walter sia davvero ormai un fantasma politico. Di cosa ha paura ancora D’Alema? Si sussurra che il punto debole del suo «ultimo piano» sia l’inchiesta di Bari. È per questo che ancora tergiversa con Di Pietro. Non conosce le carte in mano all’ex pm.
Questi ragionamenti arrivano da Red tv. È quello di cui chiacchierano negli studi e nelle redazioni. Quando stavano con Nessuno tv si sentivano la voce del Pd. Ora hanno capito che il Pd è un morto che cammina. Qualcuno più disilluso tira fuori una storia che ricorda molto Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. I leader della sinistra in questi anni sono stati politicamente assassinati uno dopo l’altro. Come recita il titolo provvisorio del capolavoro della giallista inglese: E poi non rimase più nessuno. Chi è l’assassino? Come molti sanno è il più bravo a fingersi morto. D’Alema. Oppure Veltroni? http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=377411
luglio 9 2009
La domanda di Prodi sulla crisi di rappresentanza dei partiti (Messaggero, 30 Giugno) meriterebbe ben altra risposta da parte del Segretario del PD, che la replica evasiva (Messaggero, 1 Luglio), in cui parla di tutto salvo che della democrazia morente nel suo partito. Eppure il tema non può restare una questione per “addetti ai lavori”: si tratta del grande nodo che soffoca il paese.
Nel dopoguerra, grazie alla mancata applicazione dell’Art. 49 Cost. – che garantisce ad ognuno di poter “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” – i partiti sottrassero ai cittadini la facoltà di selezionare la classe politica. Il meccanismo utilizzato fu quello dell’“ordine di lista”, che dominava le “preferenze” espresse dai cittadini (peraltro condizionate dai finanziamenti pubblici in mano alle segreterie).
In quei tempi, ciò non parve un “vulnus democratico” intollerabile perché la guerra fredda rendeva meno importante la scelta degli Uomini rispetto all’ideologia di appartenenza. I partiti, inoltre, non avevano ancora occupato le istituzioni in maniera capillare.
Negli anni novanta, con la fine della guerra fredda, gli italiani – come altri popoli – chiesero una apertura del sistema politico (e maggiore “governabilità”). L’elettorato progressista si concentrò sulla richiesta di un Partito Democratico di tipo “nuovo”, costruito – sul modello americano – intorno alle primarie “aperte” (tutti i cittadini orientati verso il centro-sinistra sono chiamati a concorrere con metodo democratico alla selezione dei candidati alla guida del paese).
Per tredici anni, i dirigenti dei partiti riformisti hanno resistito all’idea del PD partito “aperto” (eufemismo che sta per “democratico”), e alla pressione dei propri elettori, spesso organizzati in movimenti di base. Due uomini – in particolare – rappresentarono le istanze dei cittadini: Romano Prodi, e Pietro Scoppola, il grande storico cattolico scomparso nel 2007.
Finalmente nel 2007 si giunse a un compromesso: il PD sarebbe nato apparentemente con le “primarie” aperte. Ma in realtà – almeno per questa volta - le candidature sarebbero state decise dalle nomenklature dei DS e della Margherita. I candidati espressi dai cittadini furono sì ammessi, ma in meno del 15% dei 475 distretti elettorali: erano dunque inelegibili “foglie di fico”.
Nel Giugno 2007 – dopo la riunione del Comitato del PD che decise le regole delle “primarie manipolate” - un Pietro Scoppola sconfortato chiese un parere agli amici dell’Associazione “2 Aprile”: dimettersi e denunciare la finzione sulla quale il PD stava nascendo, o far finta di nulla? Pietro scelse di non rovinare la festa. Primarie, sì, anche finte, pur di stabilire un precedente. La resa dei conti fra cittadini e apparati era solo rinviata.
Il “vizio di origine” del PD – la democrazia finta - si è insinuato nel suo DNA. Il “Comitato dei Garanti” – la magistratura interna - è nominato dai dirigenti del partito (è come se in Italia Berlusconi nominasse i giudici). Le elezioni interne si fanno con le “liste bloccate” (senza possibilità per i votanti di esprimere preferenze: esattamente il “porcellum” che il PD critica nel paese). Nel mio circolo “Aurelio”, ad es., dei 560 accorsi nel 2007 per chiedere la tessera del PD ne sono rimasti meno di 150: se ne sono andati quando hanno visto che non contavano, che le regole, gli statuti, le magistrature, non servivano a garantire la partecipazione democratica, ma a soffocarla.
Il modo in cui un partito si organizza riflette anche il tipo di società che vuole promuovere. Il PD non ha risposto alla domanda di una svolta democratica nel paese, pagando anche per questo con una serie di sconfitte elettorali, e lasciando a Di Pietro ampi spazi.
Lo Statuto che il PD si è dato risolve la ventennale “questione” fra elettori e apparati a favore di questi ultimi. Nel 2009 i candidati alle primarie li scelgono – anche formalmente – i signori delle tessere. Gli elettori delle primarie potranno votare solo candidati selezionati dal partito. Agli americani questa modalità pare un simulacro di democrazia. Ai polacchi, invece, ricorda il sistema in vigore fino al 1989: “Il partito sceglieva i candidati; alle elezioni la scelta era sempre fra comunisti”, mi spiega Pawel D. “Solo in qualche distretto consentivano al Partito dei Contadini di presentarsi, per dare l’impressione del pluralismo”. Poi “nel 1989 Solidarnosz ottenne che alla Camera poteva candidarsi chiunque raccogliesse 5000 firme. Quell’anno fu eletto un solo parlamentare indicato dal partito su 256! Così noi ritrovammo la libertà, sei mesi prima della caduta del muro di Berlino”.
In Italia non c’è dittatura. Il che non vuol dire che ci sia democrazia: ci sono tanti altri sistemi di governo… Ma quando gli elettori perdono il potere di scegliere se sostituire la propria classe dirigente, la democrazia non c’è più. E così, con il controllo dei cittadini ridotto al minimo, la politica si fa per interesse privato. E così Franceschini nel 2008 non ha esitato a nominare parlamentari la sua segretaria e il suo portaborse. (Merito? Davvero l’Italia non ha di meglio?). E tiene lontane dalla politica le grandi competenze. Questo è il nodo che soffoca il paese.
Un Obama, da noi, non può emergere: per regolamento! Non ci resta che sperare in un Gorbaciov: che sia Ignazio Marino? Oppure, provare ancora una volta a cambiare dal basso lo Statuto del PD: come si sta tentanto al sito www.apriamoilpd.com . La salvezza non sta nel ridare fiducia a quelli che cavalcano le istanze della base per meglio tradirle. Abbiamo già dato.http://www.piergiorgiogawronski.com/non-rinunceremo-alla-democrazia-nei-partiti-gawronski/
gennaio 14 2009
Il caso Soru: perché il PD avrà comunque un leader fuori dal PD
Non vivo in Sardegna, non conosco la qualità dell’ultima amministrazione regionale e dunque non saprei se Renato Soru merita di essere rieletto governatore dell’isola. So però che la grande attenzione nazionale che si è subito prodotta intorno al “caso Soru”, come possibile leader del PD, racconta una storia che non ha niente a che fare con la Sardegna. Più chiaramente di qualunque analisi politica, quell’attenzione trasmette una convinzione che è ormai senso comune: il prossimo contendente di Berlusconi non sarà Veltroni né nessun altro esponente dell’attuale gruppo dirigente del PD.
È sufficiente che faccia capolino sulla scena nazionale un outsider capace di vantare un buon grado di lontananza dal gruppo dirigente democratico, associato come nel caso di Soru ad un rispettabile curriculum professionale e amministrativo, perché gli occhi e le riflessioni di tutti vi vedano subito una possibile soluzione al pantano dell’opposizione. Non importa quali siano le sue convinzioni più autentiche né se vi sia una reale innovazione di contenuti. La centralità del programma? Non scherziamo. La soluzione che il centrosinistra sta cercando è nella capacità di leadership, perché il suo problema è nell’assenza di leadership.
Evidentemente, come dimostra il caso Soru, nessuno lo dice ma tutti lo pensano. Perché per tutti, anche al di fuori dei circoli professionali della politica, il prossimo giro elettorale vedrà la guida del centrosinistra affidata a qualcuno che sia l’incarnazione quindici anni dopo di quello che fu Romano Prodi per il primo Ulivo. Una personalità che sia in grado di federare soggetti politici incapaci, ciascuno nella sua dimensione piccola o grande, di esprimere una leadership unificante e competitiva. Nel 1996 quella personalità fu espressione (forse l’ultima) della cultura politica della sinistra democristiana e di una precisa tradizione di managerialità pubblica. Nessuno al momento può sapere da quale tradizione culturale, civile o imprenditoriale sarà prodotto il prossimo federatore del centrosinistra, nel 2010 o quando ci troveremo nuovamente a votare per il Parlamento. Quel che è certo è che non sarà uno di loro, non sarà un qualunque esponente di quel vasto gruppo dirigente post-comunista e post-popolare che ha insediato Veltroni alla guida del PD ritenendolo l’unico spendibile sul mercato politico del 2008. Non sarà evidentemente Veltroni ma nemmeno D’Alema o chi possa contare sul suo mandato come Bersani. Non sarà Rutelli, se ancora farà parte del PD, né un altro esponente di quell’area “né PCI né DC” che non è riuscita a trovare nel partito democratico le forme per la propria rigenerazione. Quel prossimo leader che cercherà di entrare a Palazzo Chigi per il centrosinistra sarà una qualche variante dell’ipotesi Soru: forse proprio lui, se riuscirà intanto a vincere le prossime elezioni sarde, o comunque qualcuno che ne riproduca il modello di outsider chiamato in soccorso dai professionisti della politica.
Sarà un bene o un male ricorrere ancora una volta alla soluzione del federatore esterno? Sicuramente sarà una nuova manifestazione dell’eccezionalismo italiano, in virtù del quale la politica è costretta a cercare al di fuori dai propri confini il leader competitivo. Ma questa volta, davvero, sarà inutile prendersela con le tare storiche del nostro paese o con la subdola malevolenza di “poteri forti” nuovamente intenzionati a condizionare dall’esterno la politica democratica. Questa volta la colpa dell’ennesima manifestazione di particolarismo non potrà che essere attribuita a coloro che in questi anni hanno disposto del pallino del centrosinistra, godendo della piena e incondizionata facoltà di fondare nuovi partiti e definire i meccanismi di selezione e promozione dei gruppi dirigenti.
Se ancora una volta si torna a guardare fuori dal confine tradizionale dei partiti alla ricerca di un “cavaliere bianco”. è perché gli effetti di un controllo così totale sui destini del centrosinistra sono quelli che abbiamo di fronte agli occhi. Niente avrebbe impedito ai vari protagonisti di questo quindicennio di storia della sinistra italiana di essere loro stessi a determinare il proprio futuro, perché mai nella storia repubblicana si era avuto una tale debolezza delle tradizioni politiche e una così vasta disponibilità di spazi da riempire. Ma quel destino tornerà ad essere determinato dall’esterno dei partiti politici così come essi sono concretamente nell’Italia del 2009.
E allora dovremmo dirci che sarà un bene. Perché esistono nel paese disponibilità civili e morali, competenze intellettuali e professionali, capacità progettuali e di militanza che non possono andare perdute solo perché non si identificano con il berlusconismo e né riescono a farsi rappresentare da un Partito democratico che oggi è soltanto la scatola nella quale si sono rifugiate oligarchie residuali. Che sia Soru o un qualunque altro esponente di una parte del paese che vuole sottrarsi al declino politico, ben venga dunque chi costringerà quelle scatole vuote a tornare a darsi una funzione e una rappresentanza vitale.
http://www.andrearomano.ilcannocchiale.it/
gennaio 12 2009
Renato, l'ulivista sulle orme di Prodi
che Silvio vuol «soffocare nella culla»
L'obiettivo del Cavaliere: evitare cambi di scenario nell'opposizione
E' vero che Romano Prodi non ha più parlato di politica interna, da quando ha lasciato Palazzo Chigi. Ma ciò non vuol dire che abbia smesso di interessarsene. C'è traccia dei suoi recenti colloqui riservati con Renato Soru nell'intervista che il governatore della Sardegna ha concesso all'Espresso.
Su Soru la profezia di Francesco Cossiga risale a un mese fa, quando si disse «sicuro che il mio amico Renato punta a sbarcare a Roma». Ma ciò che l'ex capo dello Stato racconta oggi è se possibile ancor più interessante, perché, confermando recenti «contatti diretti» tra il governatore dimissionario e Romano Prodi, svela i contorni della sfida all'interno del Pd: «Sia chiaro, Soru gioca in proprio — dice Cossiga — ma non solo è appoggiato da Arturo Parisi. Il gioco politico, tutto incentrato sull'ulivismo, interessa anche Massimo D'Alema». Lo scenario è suggestivo. E gli indizi nell'intervista all'Espresso lo alimentano. Quel riferimento di Soru al modo in cui andò in crisi il governo Prodi riporta a un battuta che il Professore fece al segretario del Pri, Francesco Nucara: «Non è stato Clemente Mastella a farmi cadere ». Proprio quanto ieri il prodiano Barbi ha esplicitato: «Quando Walter Veltroni, da leader del Pd, parlò di una nuova stagione politica, diede una spinta determinante alla fine del governo di Romano».
LA DC O L'ULIVO - Ma c'è di più. L'esaltazione dell'Ulivo fatta da Soru evoca una confidenza che Prodi affidò poco prima della crisi a un altro esponente dello schieramento avverso, l'attuale ministro Gianfranco Rotondi. Allora Rotondi criticò il premier, ormai vicino alla caduta: «Hai commesso un errore, Romano. Tu dovevi rifare la Dc». E Prodi — secondo il racconto del dirigente di centrodestra — gli rispose: «Questo tema fu motivo delle mie incomprensioni con il cardinal Ruini. Anche Kohl mi suggerì la stessa cosa: "Va tutto bene, ma devi rifare la Dc". Così mi disse: "Devi rifare la Dc, costruire un nuovo Chi è centro che poi si allei con la sinistra". Tutti reputavano dovessi fare una cosa in cui non credevo ». Prodi puntava invece «sull'Ulivo », proprio come oggi fa Soru. Lo schema è simile a quello del Professore, al punto che è stata riesumata la bandiera dell'antiberlusconismo.
SOTTO OSSERVAZIONE - Il governatore sardo sapeva che il Cavaliere l'aveva messo sotto osservazione, arrivando a testarne le potenzialità di leader nazionale con sondaggi riservati. E se la scorsa settimana il premier aveva deciso di sfidarlo apertamente è perché — come ha riferito un autorevole ministro forzista — «Silvio vuole politicamente soffocarlo nella culla». Insomma, vorrebbe evitare un cambio di scenario in corsa: preferirebbe tenere gli attuali equilibri nel rapporto maggioranza-opposizione. Il punto è se davvero il Cavaliere — come ha annunciato giorni fa — passerà «tutti i prossimi fine settimana a far campagna elettorale» per le elezioni sarde. È «sorpreso» Cossiga: «Si tratta di una mossa azzardata». Certo, nell'isola, alle Politiche di quest'anno, la coalizione di centrodestra (senza l'Udc) ha battuto l'alleanza guidata da Veltroni: 43% contro 40%. Ma alle Regionali del 2004 Soru vinse con dieci punti di vantaggio, e ancora oggi nei sondaggi ha il più alto indice di gradimento tra i sardi, mentre lo sfidante Ugo Cappellacci è poco conosciuto. Ci sarà un motivo quindi se Berlusconi in Sardegna — al contrario di quanto decise per l'Abruzzo — ha accettato l'intesa con Pier Ferdinando Casini senza chiedergli di entrare nel Pdl... «Se mi impegno io, vinciamo », assicurava nei giorni scorsi il Cavaliere. Ma nei test riservati che ha preso ad analizzare, i «venti punti di vantaggio» su Soru — annunciati ieri — per ora non si tradurrebbero elettoralmente a favore del suo runner. La grande sfida si deciderà nei piccoli numeri, con le liste locali. In Sardegna il territorio è per gran parte controllato dal centrosinistra, sebbene Soru abbia «un problema» secondo Cossiga: «Prodiano di complemento, Renato è sostenuto da pezzi della Dc d'antan. Ma da giovane credo votasse socialista, certamente non sardista. Per questo il Psd'az si è schierato dall'altra parte». Psd'az e Udc insieme fanno sette punti percentuali, al fixing delle Politiche 2008. Un buon bottino di partenza per il premier, che tuttavia non sembra più del tutto convinto di gettarsi personalmente nella mischia. E comunque, «Berlusconi versus Soru» — alla luce dei contatti tra il governatore uscente e Prodi — richiama alla mente i duelli tra il Cavaliere e il Professore. Il modo in cui Soru ha attaccato ieri il premier («i problemi dei giovani non si risolvono con le barzellette») ha ricordato le stilettate del fondatore dell'Ulivo. «Ci sarebbe voluta una sala più grande», ha replicato Berlusconi giungendo alla convention di Cagliari: «Serviva una sala più grande per una Sardegna che vuole tornare a ridere ». Perché questo è il difetto di Soru, secondo il Cavaliere: «È sempre cupo, scostante», ha detto a Giuseppe Cossiga. E il sottosegretario alla Difesa, sardo come Soru, ha risposto: «Presidente, qui sono sardi, mica brianzoli».
Francesco Verderami
http://www.corriere.it/politica/09_gennaio_11/soru_ulivista_a_caccia_di_berlusconi_verderami_047dc5a6-dfbc-11dd-a8a3-00144f02aabc.shtml
gennaio 11 2009
Il Sole 24Ore: "L'ipotesi Soru è il segno che nel Pd qualcosa sta già cambiando"
Redazione
L'articolo di Stefano Folli pubblicato sabato 10 gennaio dal quotidiano Il Sole 24Ore
Non sappiamo se Renato Soru diventerà prima o poi il leader del Partito Democratico. Forse si, forse no. Dipende dalle infinite circostanze della politica più che dalle pressioni mediatiche. E anche, è evidente, dal risultato delle imminenti elezioni regionali in Sardegna. Quello che colpisce, è la ferma determinazione dell’uomo: testimoniata dall’importante intervista all’”Espresso” in edicola. C’è in lui l’ambizione di porsi come concorrente diretto di Berlusconi, ignorando o quasi la presenza di una figura minore come Ugo Cappellacci, il candidato del centrodestra sull’isola.
Ma è soprattutto nel linguaggio e nell’approccio alla battaglia politica che Soru si offre come un innovatore. Si sente che il fondatore di Tiscali non è uscito da una burocrazia di partito e non si attarda in nostalgie (magari inconsce) di un mondo anacronistico. Al tempo stesso non disprezza i partiti, non amoreggia – a differenza di Berlusconi – con l’anti-politica: quel suo cenno, in polemica indiretta con Veltroni, all’esigenza di un nuovo Ulivo, più vicino alla visione originaria di Prodi, dimostra rispetto per la storia recente del centrosinistra.
Soru finisce così per incarnare i tratti del leader moderno, post-ideologico in senso compiuto. Uno che non ha bisogno di nascondere o mascherare il suo passato di uomo di partito, proprio perché ha un altro passato, essendo stato un imprenditore di successo e un pubblico amministratore. Uno che anche nella sfida rivolta alle strutture ingessate del Pd sardo dimostra di non aver paura di spezzare certe incrostazioni. Sarà lui l’uomo del futuro? Non si sa. Tuttavia dell’uomo del futuro ha alcune caratteristiche fondamentali. È più credibile di altri (più credibile soprattutto degli attuali reggitori del Pd), nel rappresentare una sintesi politica capace di sedurre l’elettorato. È chiaro che si tratta di una storia ancora tutta da scrivere. Ma è facile, ad esempio, immaginare una sintonia naturale fra Soru (o un altro come lui) e i sindaci del Nord impegnati e recuperare consensi sul territorio. Non è poco, considerando invece le difficoltà di comprensione che esistono tra i vari Chiamparino e i vertici del Pd romano.
La critica che si sente nell’aria è ovvia: Soru porterebbe con se un’impronta “berlusconiana”. Il ricco imprenditore che entra in politica e ne stravolge gli schemi. Ma la realtà è un po’ diversa. Innanzitutto perché il Pd non sembra essere in grado di trovare da solo la via della rivincita. In troppi casi viene percepito, a torto o a ragione, come il mantello che copre un vecchio ceto politico (erede del Pci, sottolinea malizioso Rutelli). Quindi, una svolta o una rottura sono indispensabili per uscire dalla paralisi. Ed è necessario individuare un personaggio capace di interpretare questa urgenza nel sistema bipolarer.
Prodi è riuscito due volte nell’impresa di battere la destra: nel ’96 e dieci anni dopo. Ma poi non è riuscito a governare, sfiancato dalle mediazioni. Forse ha pesato in questo la sua cultura di cattolico di sinistra figlio di un’altra epoca. Veltroni ha tentato un’operazione spericolata che non è riuscita. Il prossimo leader non dovrà essere, è logico, un Berlusconi di sinistra. Ma dovrà apparire un riformatore plausibile, con una visione concreta del Paese. Dovrà ricostruire un’alleanza stile Ulivo, ma con un profilo più smagliante e una reale vocazione realizzatrice. Può darsi che sia Soru l’uomo adatto, ma di certo Soru, Chiamparino, Cacciari hanno già mostrato quanto sia obsoleta l’attuale dirigenza del Pd.
dicembre 26 2008
Salve e Prodi,dove sei?
di gianluca
Prodi è stato un ottimo Presidente del Consiglio, sicuramente il migliore da alcuni decenni a questa parte.
Il suo progetto di Cs unitario era e rimane l'unico competitivo sul piano politico ed elettorale... ed i fatti lo cominciano a dimostrare ampiamente....
Il disastro del PD e del super deludente Veltroni è cominciato col rinnegare Prodi, col trattarlo quasi alla stregua di un impresentabile... Come se fosse possibile presentarsi come il nuovo, il diverso...
Ha ragione chi osserva che Prodi fosse in assoluto l'uomo più temuto dalla destra, forse l'unico...
Il motivo è semplice:
1) Prodi era l'unico uomo in grado di guidare un Cs unitario e quindi vincente;
2) Prodi è un uomo onesto, non corruttibile, la specie peggiore per i berlusconiani;
3) Prodi ha dimostrato con i fatti di saper governare.
Il governo Prodi è caduto perchè aveva 1 voto di maggioranza: nelle stesse condizioni molto probabilmente sarebbe caduto anche un governo monopartitico.
Gli autori della caduta sono:
1) il Cd che ha modificato la legge elettorale a proprio favore;
2) i personaggi che hanno votato contro la fiducia;
3) chi ha contribuito a creare un clima in cui tale sfiducia fosse condivisa dai cittadini, cioè la precedente opposizione ma anche molti nostri dirigenti, in primis Veltroni, che non ha difeso il Governo ed anzi lo ha indebolito lacerando i rapporti con gli altri partiti e partitini (invece di rinserrarli) e con i suoi flirt suicidi (al limite dell'incoscienza) con Berlusconi.
Il Cd, anche oggi, non è più unito del precedente Cs. Ha semplicemente i numeri per governare, cosa che il Cs non aveva e che non avrà mai se non ritrova lo spirito dell'Ulivo, in altre parole le ragioni per stare uniti, che sono tuttora molto più forti di quelle per stare divisi (almeno fra gli elettori di Cs....) .
A cominciare dall'unico alleato che ci è rimasto: Di Pietro.http://www.perlulivo.it/forum/viewtopic.php?f=4&t=806
dicembre 21 2008
L’ ora dei THINK TANKS.
Il sostituto del deceduto Heider è un giovanotto di 27anni senza ne arte ne parte che non fa che confermare che il partito di Heider era Heider stesso, il partito viveva di luce riflessa del leader ,si incarnava nella sua persona e non c’era nessun partito al di fuori della sua persona. Populismo ,senz’altro, demagogia ,anche ,ma è ormai evidente che la crisi dei partiti ,così come siamo stati abituati a conoscerli, è ormai un fenomeno mondiale e anche in democrazie proporzionali si inseriscono vieppiù elementi plebiscitari , basti come esempio per tutti come in Germania il segretario della SPD ,i socialdemocratici tedeschi, Beck sia stato allontanato a favore di Steinmeier ,più mediatico ,meglio piazzato nei sondaggi e scelto pur non essendo un politico di formazione , ad ennesima riprova che anche in Germania ,come oramai in tutto il mondo occidentale , l’era dei partiti come li conoscevamo è finita , ed il centrosinistra a livello mondiale ha vinto ,ad esempio in Australia, o come con Obama negli USA, se si inserisce in dinamiche maggioritarie e non si rinchiude in fortini identitari ormai assediati, d’altre parte a destra ,l’abbiamo visto, vi è la presenza di elementi populistici e plebiscitari nelle campagne elettorali che fanno si che i candidati si connettano direttamente ,senza filtri partitici , con l’elettorato .Pulsioni populiste da contrastare evidentemente ,ma con cui si deve necessariamente fare i conti e che non si possono affrontare nella società mediatica con strumenti inadatti , basti pensare alla campagna elettorale Presidenziale Americana in cui i due contendenti hanno fatto a gara a prendere le distanze da “Washington” ,noi diremmo da “ROMA”dall ’establishment ,e a presentarsi agli occhi degli elettori come outsider pur rappresentando entrambi ormai due partiti leggeri ,ma che ,nonostante tutto ,rappresentano comunque una zavorra insormontabile per qualunque candidatura che voglia essere minimamente competitiva.La crisi dei partiti ,della partitocrazia secondo una fortunata espressione , non è quindi una prerogativa Italiana ,anzi , nell’ultima tornata elettorale nell’arco alpino ,Austria ,Svizzera ,Baviera, c’è stata la contemporanea frana dei partiti storici e l’avanzata di nuove formazioni che con i partiti storici hanno poco in comune, si dirà ,invece, che ,in Italia , ben più pesanti ,lugubri e minacciosi sono gli elementi populistici e plebiscitari rappresentati da Berlusconi ,con una deriva che non ha eguali ,questa si ,nel mondo occidentale ,ma che proprio per questo richiede una risposta all’altezza delle sfide. Il partito democratico, nato non dimentichiamolo mai , dall’evoluzione dell’Ulivo ,geniale intuizione di Prodi difesa con perdite ,ma con successo dalla nomenklatura partitica testarda ed ottusa, non è stato invece all’altezza delle temperie in cui ci troviamo , le primarie sono si state recepite ,ma non comprese quasi che potessero inserirsi in continuità nelle politica dei vertici chiusi e delle decisioni prese da pochi e non rappresentare un momento di rottura con la politica fino ad allora praticata. Come era prevedibile le primarie, nonostante Veltroni ,hanno terremotato la riserva indiana della sinistra , legata a modalità di fare politica antidiluviane ,ma hanno intaccato solo in minima parte il recinto della destra proprio perché il confronto è stato vissuto nel centrosinistra ancora nello schema della forma partito , credendo che con la nascita del partito democratico non si fosse fatto solo il primo passo di un lungo cammino,ma si fosse giunti già all’approdo.
Il partito democratico infatti coltiva la pericolosa illusione da una parte di aver sterilizzato i contrasti , mentre inevitabilmente i contrasti sono destinati sempre a venire alla luce perché sono il sale della democrazia, e dall’altra di poter rimanere in mezzo al guado nella forma partito , con tessere e tesserine ,segreterie ,circoli e circoletti .Si crede ,infatti, che tutto il”kit” ,tutto l’occorrente per affrontare la realtà esterna sia presente nelle risorse interne dei partiti ,partiti che come vediamo tutti i giorni in tutto il mondo sono sempre più screditati , e ,soprattutto, in Europa si rinchiudono in se stessi invece di aprirsi alle realtà esterne. In tutte le democrazie inoltre ,anche in quelle bipartitiche, le differenti visioni del mondo ,gli scontri ,le dure lotte sono all’ordine del giorno ,quello che conta sono in realtà le regole d’ingaggio che permettono di sciogliere i nodi politici , non bisogna perciò aver paura dei contrasti ,ma semplicemente trovare le modalità democratiche per risorverli ,modalità che in realtà sono già presenti ,le primarie, ma di cui non si sono comprese le conseguenze .Un esempio aiuta a chiarire meglio la situazione a Firenze ,come in molte altre realtà, l’anno prossimo si vota, il sindaco uscente al termine dei due mandati non è più ricandidabile ,bisogna quindi trovare un nuovo candidato ,tutti i termini della situazione sono perciò ampiamente conosciuti ,si sa quando si vota , si sa che il sindaco uscente non è ricandidabile ,eppure il partito democratico si incarta in una spirale senza uscita quando i termini del problema sono apparentemente semplici, prima ,infatti , propone di tenere primarie solo per il partito democratico ,di fronte al fatto che con molte forze si andrà poi uniti alle elezioni comunali pare logico andare alle primarie aperte ,ma ecco l’apparente problema ,troppi candidati sembrano troppi ,vanno ridotti , magari con manovre d’apparato,mentre non ci si preoccupa minimamente di assicurarsi che il vincitore rappresenti almeno il 50% degli elettori ,con modalità sperimentate come la legge elettorale australiana ad esempio o il doppio turno ,preoccupazione del resto non affrontata per le primarie comunali di Velletri,in modo che sia veramente il candidato “migliore” a presentarsi alle comunali con maggior chance di successo, poi si preparano le primarie nel recinto del pd ,infine di fronte agli scandali si “ripiega” finalmente sulle primarie di coalizione con necessario doppio turno.Cosa si dovrebbe fare a Firenze e dappertutto invece dovrebbe essere chiaro ,stabilire con largo anticipo la data delle primarie ,primarie aperte a tutti,affinché outsider ,anche Obama all’inizio era un outsider, abbia aggio di crearsi una organizzazione in grado di intercettare voti ,la vera chiave da ora in poi di fare politica, e rendere la sua candidatura competitiva facendo inizialmente un favore naturalmente a se stesso ,ma poi in definitiva alla stessa coalizione poiché può portare valore aggiunto e soprattutto voti aggiuntivi. Il partito democratico perciò è chiamato a decidere se vuole essere in grado di immettere nel circuito della politica i valori le abilità e le competenze della società civile ,ovvero invece utilizzare le primarie come mero strumento per dirimere nodi ormai non più diversamente scioglibili .
La fine dei programmi e l’ora dei THINK TANKS.
Sono comprensibili le obiezioni di chi lamenta ,di fronte alla turbopolitica, la perdita dei programmi ,la coperta di linus della cosiddetta sinistra radicale, se contano i candidati ,le persone secondo la vulgata popolare, quale spazio c’è per programmi ben meditati e concertati ? A ben vedere questa età dell’oro dei programmi non è mai esistita ,come sa bene chi ha partecipato a qualunque livello alla stesura di un programma , con trattative in bilico fra il suk ,la farsa e la sceneggiata ,trattative farraginose e confusionarie che producono programmi altrettanto confusi o al massimo adatti ai libri dei sogni ,ma non si può necessariamente derubricare questa obiezione nel novero di quelle che non meritano risposte .Innanzitutto nella politica maggioritaria ,e maggioritaria è volente o nolente anche nel proporzionale o si governa o si sta all’opposizione tertium non datur, il candidato ,diremmo quasi il corpo del candidato , è politica ,lo è il suo modo di parlare ,di gesticolare lo è il modo di esporre che veicola un universo di valori che di per se già è in parte un programma ,la sobrietà di Prodi ,ad esempio, già indicavano un modo di governare che si sarebbe realizzato nell’azione di governo e dubitiamo che molti abbiano letto pienamente il programma di Berlusconi nondimeno si sono ritrovati nei suoi valori nei suoi disvalori e nelle sue televisioni senza bisogno di leggere una riga del programma , non c è nessuna necessità quindi di analisi ,report , paper position ,tutto dovrebbe essere affiditato unicamente ad una politica plebiscitaria senza spazio per la discussione? Ma quando mai, proprio questa modalità ,se ben utilizzata e compresa, offre la possibilità per una analisi raffinata e precisa anche se necessariamente conflittuale soltanto bisogna cambiare luogo di osservazione . Un think tank (letteralmente "serbatoio di pensiero") è un organismo ,un gruppo di lavoro o una società tendenzialmente indipendente dai partiti politici ,anche se spesso collaterale ad essi che si occupa di analisi delle politiche a qualsiasi livello a partire del livello locale fino al livello internazionale, producendo dati ,informazioni ,dando consigli e fornendo previsioni ,non è,come erroneamente si pensa una prerogativa del mondo anglosassone basti pensare alle Stiftung tedesche , un think tank ha un ruolo perciò di trasmissione di idee ,un ruolo non inteso in senso assoluto poichè i think tanks anche all’interno di uno stesso schieramento “lottano” nel senso buono del termine l’un l’altro per ottenere attenzione ,autorevolezza e per realizzare le politiche da loro proposte ,,”lottano” in maniera reattiva e veloce e contemporaneamente in maniera riflessiva e con un orizzonte di lungo periodo producendo sia soluzioni pret a porter che analisi per problemi dei decenni a venire. In questa ottica i politici sono le diramazioni finali di un organismo politico ,sono uno strumento necessario ,non sempre utili idioti come dice l’assessore regionale Di carlo, che però acquisiscono informazioni non più necessariamente in prima persona ,ma attraverso la mediazione di associazioni ,comitati ,istituti,reti che in qualunque modo li si voglia chiamare sono serbatoi di pensiero, e che ,spesso, in maniera informale e senza esserne pienamente consapevoli sono di fatto think tanks .In futuro quindi è del tutto evidente che questa modalità di fare politica si espanderà ,che lo si voglia o no, perché in una situazione di continuo cambiamento i partiti possono solo rispondere necessariamente in maniera non flessibile e quindi devono acquisire flessibilità presso attori esterni. In poche parole non esisterà più ,ma di fatto gia non esiste più, un programma unico ,una sorta di assicurazione casco ,un programma omnicomprensivo, in grado di proteggere la politica dai rischi degli imprevisti ,ma esisterà invece una serie di attori in concorrenza più o meno felice fra loro che discutono ,gareggiano fra loro con diverse interpretazioni della realtà non necessariamente incompatibili fra loro ,ma necessariamente diverse fornendo letture alternative e concorrenziali della realtà e basando il proprio successo unicamente sulla propria autorevolezza e non su posizioni di potere .In questa ottica perciò si incastrano primarie e think tanks ,distruzione creativa alla Schumpeter per il personale politico con la continua affermazione di volti nuovi e conseguentemente ,cosa più importante, con nuovi modelli di organizzazione politica ,la vera lezione che ci viene da Obama è questa , ,ma distruzione creativa anche per le idee in continuo e fecondo confronto fra loro ,il partito democratico può diventare ,deve diventare per la sua stessa sopravvivenza oltre che per il bene del sistema paese , il partito del centrosinistra non un partito del centrosinistra ,deve contenere al suo interno i cosiddetti riformisti e radicali , regolando di volta in volta secondo le contingenze di tempo e luogo con le primarie ,momentaneamente sempre momentaneamente i risultati non saranno mai definitivi, i rapporti di forza e facendo nel contempo continuamente affluire con i think tanks nuove idee .Il partito democratico così delineato è in realtà un campo di forze mai definitivamente strutturato in cui gli obiettivi ed i valori vengono scelti sempre unicamente dagli elettori e non dagli stati maggiori e che attraverso le primarie delimitano in maniera temporale e temporanea lo spazio fisico e valoriale del campo del centrosinistra .Solo ed unicamente in questo modo in Italia e ,oramai ,non soltanto in Italia, si potrà attrarre quell’elettorato non partitico decisivo in ogni elezione . Cittadini per l'ulivo"Velletri fuori dalla palude"circolo Volontè
dicembre 17 2008
Lo stato delle cose
Vista la loro palese incapacità a non litigare, e la voglia di tutto il popolo di sinistra di vedere finalmente dirigenti coesi, e i sondaggi in picchiata, i nostri chiamarono Veltroni a fare il salvatore della patria. Uòlter, solleticato nell'ambizione di una vita e sinceramente convinto di poter porre delle condizioni e di poter fare finalmente anche in Italia il partito democratico americano che da tempo sognava, accetta e si imbarca nell'impresa.
Dato che è anche lui ceto politico, commette l'errore di utilizzare l'investitura popolare delle primarie non per puntellare il governo Prodi, ma per lanciarsi in impossibili accordi istituzionali con un esperto di bidoni come Berlusconi. Per una specie di nemesi della storia, commette lo stesso errore del Baffino della bicamerale e così permette a un Berlusconi attaccato da tutti gli alleati di risorgere e di mangiarseli in un sol boccone, i suoi alleati riottosi.
Le elezioni anticipate vanno come dovevano andare. La campagna elettorale di Veltroni è certo troppo solitaria, ma per certi versi geniale e piena di idee e di entusiasmo. Ed infatti il risultato nazionale è il migliore possibile nelle condizioni date.
Ma la disgrazia del ceto politico del centrosinistra è la distanza abissale dalla gente, cosicché di fronte all'impuntatura di Rutelli, nessuno è in grado di dire al Cicoria una cosa del tipo TSRAR (Tutto Salvo Rutelli A Roma). La sconfitta a Roma distrugge Veltroni o, meglio, segnala il "liberi tutti" del ceto politico peggiore annidato nel PD. Veltroni, pugile suonato non dal risultato nazionale ma da quello romano, non sa reagire in tempo. Invece di chiamare a se il popolo delle primarie, quando ancora era possibile perché l'entusiasmo elettorale e delle primarie era fresco, per governare il partito nuovo contro la nomenclatura dei dirigenti, accetta di sciogliere la sua segreteria di giovani, di formare il direttorio dei vecchi col bilancino delle correnti, insomma di farsi commissariare. Nella speranza di rifiatare e di tenere insieme il partito, il partito reale e solito, quello fatto dalla somma mai veramente sommata dei ceti politici di DS e Margherita.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I bei discorsi veltroniani, le sue idee di innovazione, di bella politica, di riformismo moderno, di rottamazione del petrolio e ambientalismo del sì, si fanno rapidamente vacua perorazione di fronte a un partito che si trasforma in pochi attimi in un insieme di bande di amministratori e in centinaia di militanti sempre più sconsolati e sbandati. Anche in questa sua seconda esperienza di segretario, Veltroni non ha saputo governare la macchina partito - un disastro in organizzazione, con idee brillanti ma che restano idee.
Le bande di amministratori poi, comportano anche un conto salato da pagare. La Magistratura, che non è mai stata di sinistra (come alcuni si sotinano a credere) neanche durante la prima mani pulite, in parte fa certamente bene il suo lavoro, in parte annusa l'aria. E l'aria - e l'impagabile faccia di tolla di Berlusconi- dice che la questione morale esiste solo nel PD.
Che questo comporti il travaso di voti verso il furbo Di Pietro in Abruzzo, è in fondo la cosa meno importante. Ciò che conta, è il crollo della partecipazione elettorale. Le persone, pur di non votare PD (e non solo), non votano. E non votano perché la credibilità di questo nuovo partito è irrimediabilmente persa. Almeno fino a quando non ci saranno facce davvero nuove a tutti i livelli.

Quando si dice che il voto non è più ideologico o di appartenenza, si dice una cosa vera solo in parte, perché c'è ancora molta gente che si rifiuterà sempre di votare a destra (e, dall'altra parte, che si rifiuterà sempre di votare a sinistra). Però chi sta a sinistra è disposto a non votare, piuttosto che dare un voto turandosi il naso come ha continuato a fare in questi anni. E però c'è davvero anche una quota grande di voto mobile, che cambia da destra a sinistra in funzione di fattori complicati e semplici al tempo stesso. Ad esempio, l'amministrazione comunale di Veltroni alla fine si è concentrata o è stata percepita come concentrata essenzialmente su due temi: cultura e spesa sociale - ossia sul doppio target "intellettuali" e "poveri". Non ha dato risposte visibili di vivibilità concreta per chi non è né povero né intellettuale, le risposte sule buche nelle strade, sulla manutenzione del verde, sulla vera trasformazione del trasporto pubblico, incluso il coraggio apparentemente suicida dal punto di vista elettorale ma sicuramente pagante nel medio periodo di azioni drastiche di chiusura del traffico. In cosa, un cittadino medio, avrebbe dovuto trovare così qualitativamente ed anche moralmente diversa una giunta di sinistra che non ti cambia la vita da una di destra?
E' paradossale il controtempo italiano rispetto al resto del mondo. A un mondo in movimento rapidissimo e caotico, da Obama in poi, si contrappone un'Italia stabilmente rassegnata alla dittatura dolce del berlusconismo e al declino della chiusura leghista. A un mondo che si affida ai giovani, si contrappone un'Italia paese per vecchi.
Ostinatamente, iMille si vedono il 20 dicembre per fare il punto su ciò che si può fare ancora. Speriamo bene...
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Una nota sulle elezioni abruzzesi. In questa tabellina ho messo a confronto i voti delle recentissime politiche con le regionali. L'ultima colonna riporta la differenza percentuale fra un voto e l'altro, e dice cose molto interessanti:
- ha votato solo il 73% di quelli che ad aprile lo avevano fatto (ovviamente le due platee elettorali non sono esattamente le stesse, ma la distanza di pochi mesi rende la cosa sostanzialmente irrilevante);
- il PD ha preso molto meno della metà dei voti che aveva ad aprile (41%);
- l'Italia dei Valori ha preso oltre il 40% in più dei voti che aveva ad aprile. In un contesto in cui complessivamente ha votato molta meno gente, l'aumento assoluto di voti è effettivamente un risultato eccezionale. Per spiegare il quale non basta certo la presenza del candidato presidente.
- Il PDL ha preso fra il 55 e il 70% (a seconda se si considera di fatto nel PDL anche "Rialzati Abruzzo") dei voti che aveva alle politiche: Chiodi non è stato eletto con la maggioranza assoluta dei votanti, ed è stato eletto da molte meno persone rispetto a quelle che ad aprile avevano votato PDL. Quindi non c'è nessuna valanga di consensi al governo Berlusconi e alla PDL, ma semplicemente c'è la scomparsa della sinistra e del centrosinistra.
- Niente di nuovo sul fronte della sinistra estrema: ammesso che ci sia, il voto della sinistra radicale non torna all'ovile ma, al più, passa dal voto "utile" al PD al voto "moralmente utile" a IdV.
| |
regionali |
apr-08 |
Variazione % |
| Pd |
106.410 |
277.190 |
38,4% |
| Democratici |
7.507 |
|
|
| PD Totale |
113.917 |
277.190 |
41,1% |
| Idv |
81.557 |
58.036 |
140,5% |
| Pdl |
190.919 |
344.129 |
55,5% |
| Liberalsocialisti |
7.753 |
|
|
| Rialzati Abruzzo |
40.256 |
|
|
| PDL Totale |
238.928 |
344.129 |
69,4% |
| Mpa |
18.040 |
13.373 |
134,9% |
| Udc |
30.452 |
48.534 |
62,7% |
| La destra |
9597 |
26.376 |
36,4% |
| Sinistra Arcobaleno |
12.054 |
26.248 |
|
| |
15.435 |
|
|
| Totale sinistra radicale |
27.489 |
26.248 |
104,7% |
| |
|
|
|
| Totale votanti |
605.104 |
827558 |
73,1%
|
http://corradoinblog.go.ilcannocchiale.it/
dicembre 14 2008
Il mio Pd corre un grave pericolo (di Michele Salvati)
Anche la fase che fece seguito alla sconfitta del 2001 vide incertezze e tensioni nel centrosinistra - Cinque nodi - Da Il Riformista
Anche la fase che fece seguito alla sconfitta del 2001 vide incertezze e tensioni nel centrosinistra. Ma i riformisti avevano ancora una carta da giocare e la giocarono, sia pure confusamente e in extremis: la trasformazione dell'Ulivo nel Partito Democratico. La fase che si è aperta dopo la sconfitta dell'aprile scorso vede incertezze e tensioni forse minori di allora, e sicuramente meno aperte, ma la carta da giocare non c'è più. Oggi non c'è una via d'uscita: o il Partito democratico regge e si consolida, oppure crolla l'intero disegno strategico che il centrosinistra ha perseguito da dodici anni a questa parte.
Poco male, diranno alcuni: la sinistra riformista non muore se muore il Partito Democratico. Se così avverrà, vuol dire che il progetto era mal congegnato, astratto, antistorico. Oppure - diranno altri - vuol dire che sono stati commessi errori irreparabili da parte dell'attuale segretario. Io la penso in modo diverso. Continuo a credere che il progetto del Pd sia un buon progetto, storicamente maturo nel nostro Paese, potenzialmente capace di unificare i riformismi che stanno tra il centro e la sinistra. E che, se il segretario ha commesso errori - quasi sempre condivisi dai massimi dirigenti del partito - questi non sono irreparabili. Penso anche, però, che il Pd sia in serio pericolo. Penso infine che, se fallisse, di certo la sinistra riformista non morirebbe, ma resterebbe tramortita per un periodo imprevedibilmente lungo.
Tranne queste ultime, si tratta di opinioni che qui non posso difendere: l'ho fatto tante volte in passato e le mie idee in proposito non sono cambiate. Posso però motivare il mio allarme per lo stato attuale del partito. Prima di entrare nel merito, due premesse. (a) La prima è imposta dal momento in cui scrivo, dall'esplosione della "questione morale" in riferimento alle amministrazioni locali di centrosinistra. Non ne tratto perché, pur essendo dannosa per l'immagine del Pd, non costituisce una di quelle minacce alla sua identità/sopravvivenza di cui intendo occuparmi ora. Anzi, esaurite le polemiche, essa potrebbe persino lasciare due conseguenze positive. Una maggiore attenzione del partito sull'attività delle persone che esso candida a cariche istituzionali, come è prevista con lungimiranza e dettaglio sia dallo statuto, sia dal programma. E una maggiore cautela nel fondare su questioni di moralità/legalità la distinzione tra il centrodestra e il centrosinistra. (b) La seconda premessa è che mi riferisco alle condizioni minime di funzionalità del Pd, come di fatto è uscito dalla fusione di due partiti e due ceti politici. Detto altrimenti, non mi riferisco ad una radicale riapertura del cantiere dell'Ulivo, come alcuni sognano e anche a me piacerebbe, ma che trovo al momento poco realistica.
Le difficoltà del Pd, quelle che ne appannano l'identità e ne minacciano la sopravvivenza, non stanno né nelle sue proposte di politiche europee e internazionali, né in quelle relative a questioni economico-sociali, né in quelle miranti ad una maggiore efficienza del settore pubblico. E neppure in quelle, delicatissime, riguardanti immigrazione e ordine pubblico. Insomma, per gran parte delle materie che maggiormente interessano ai cittadini, non vedo ostacoli che impediscano la costruzione di un programma buono e largamente condiviso. E infatti era buono e condiviso il programma presentato nelle ultime elezioni. Omettendo in questo articolo una dimostrazione di quanto ho appena affermato, tento un breve catalogo delle ragioni che, a mio parere, minano la credibilità del Partito democratico e l'efficacia della sua azione. Si tratta di interna corporis, di problemi che normalmente ai comuni cittadini non interessano, ma poi si riflettono in una confusione dell'immagine del partito e in incertezze della sua leadership.
1 Un residuo problema ideologico-culturale. Quante volte si è detto che il successo dell'operazione Pd lo si sarebbe misurato sull'effettiva integrazione tra le grandi tradizioni riformistiche che in esso confluivano, e soprattutto tra la tradizione cattolica e le altre: socialista, comunista, liberale! Che si sarebbe misurato sulla formazione di un nuovo patriottismo "democratico", che superasse e avvolgesse i precedenti patriottismi. Se questo è il metro di misura, si deve concludere che si è trattato di un insuccesso. Sinora. Le vecchie appartenenze continuano a dividere il partito e un nuovo patriottismo "democratico" non si è ancora formato. Perché?
I motivi ideologici di dissenso sono seri, anche se non insuperabili: sui temi della famiglia e delle convivenze, sui temi eticamente più delicati, sulla laicità, sui rapporti colla Chiesa cattolica e le altre confessioni, ci sono differenze reali, e su di esse si formano patriottismi tenaci. Patriottismi che la nuova identità democratica fa fatica a inglobare per la debolezza della distinzione tra destra e sinistra oggi, per la fragilità del "patriottismo di sinistra". Il centrodestra non è più reazionario e codino e il centrosinistra è venuto a patti con il mercato e l'individualismo liberale: passare dall'uno all'altro schieramento, per molti, non è più sentito come un tradimento identitario. Mentre può essere sentito come tale, da non pochi cattolici, il venir meno alle indicazioni delle gerarchie ecclesiastiche. Su gran parte dei problemi che interessano il cittadino comune c'è una notevole omogeneità tra le grandi tradizioni riformistiche. Ma anche il divorzio, l'aborto, la procreazione assistita, la differenza tra matrimonio e convivenze, l'accanimento terapeutico, l'eutanasia, il finanziamento statale delle scuole confessionali..., e via seguendo, sono temi che interessano i cittadini, e forti differenze nelle esternazioni di autorevoli esponenti del partito non avvantaggiano certo la sua immagine. In sintesi: il programma dell'Unione era molto incoerente; quello del Pd lo è assai di meno, ma residua un'area di incoerenza significativa. Dunque, motivi di dissenso ideologico ci sono. A mio avviso essi sarebbero facilmente componibili se non si sovrapponessero a vecchie appartenenze organizzative e ai modi in cui queste si sono trasferite nel nuovo partito: non è sempre facile capire se il dissenso ideologico è causa di separatezza organizzativa, o se è un puro pretesto per giustificarla. Per come si sono svolte, le primarie non sono state un'occasione di rimescolamento delle vecchie forze o di ingresso di nuove, ma un semplice veicolo mediante il quale si sono trasferiti nel nuovo partito i due ceti politici di Ds e Dl, più o meno - poche le sorprese - nelle proporzioni fotografate al momento della fusione. Dopo d'allora queste proporzioni si sono mantenute, sia a livello locale che a livello nazionale. Su questo tornerò subito, perché riguarda uno dei temi che dobbiamo trattare, l'organizzazione del partito. Ricordavo qui il problema perché la somma di differenze ideologico-culturali e di diverse origini organizzative ha creato un partito a "canne d'organo", a pilastri paralleli, attentissimi alla propria indipendenza e alle proporzioni relative, pronti alla polemica tutte le volte che le proprie bandierine sono minacciate: un esempio canonico (e noioso) è quello del gruppo parlamentare europeo, ma non passa giorno che non ce ne offra uno nuovo. Un partito a pilastri o a canne d'organo, oltre ad essere poco attraente per l'elettore, è un partito già predisposto per la rottura. Il Pd nasce sulla scommessa di fondere i riformismi storici, di creare una emulsione fine tra riformismi laici e riformismo cattolico. Se si perde la scommessa, si perde il partito.
2 Il modello di partito. Sale ovunque la richiesta di un partito solido, radicato nel territorio, con organi dirigenti ben definiti e ragionevolmente stabili: insomma, il vecchio modello del Pci e dei grandi partiti socialdemocratici europei. In modo diverso, della stessa Democrazia cristiana. E nello stesso tempo è forte l'attrazione per un modello di partito aperto ai potenziali elettori, continuamente rimescolato da elezioni primarie: l'Ulivo è nato su questo disegno, soprattutto perché è attraverso le primarie, primarie vere e competitive, che si pensava di sparigliare le vecchie appartenenze. Ora si tocca con mano che tra i due modelli c'è una forte tensione, se non una contraddizione di principio. E che l'attuale statuto è un compromesso precario e instabile tra i due. Non c'era bisogno di aspettare il pasticcio di Firenze per rendersi conto dell'effetto dirompente che primarie vere, fortemente competitive, esercitano sul vecchio modello: non è certo per ignavia che Bersani non volle affrontare la competizione con Veltroni. Per dirla con D'Alimonte «in gioco ci sono due diverse concezioni della democrazia e del ruolo dei partiti. Non si può avere tutto e il contrario di tutto - partiti forti e primarie vere, democrazia dei partiti e democrazia diretta - senza aver approfondito come questi diversi elementi possano coesistere in una sintesi coerente». Ma una qualche sintesi provvisoria, più spostata verso il partito tradizionale o verso il partito all'americana, bisognerà pur raggiungerla. Come bisognerà pur raggiungere una qualche sintesi tra il modello federale o nazionale: i due problemi sono parzialmente collegati, perché un modello di primarie regionali ben si adatta a un modello federale, a… un modello di "cacicchi", qualcuno direbbe. Ma il collegamento non è necessario: si possono avere primarie vere su un impianto nazionale e si può avere un modello federale anche con primarie finte e organizzazione di partito tradizionale. Comunque, per entrambi i problemi, è difficile presentare agli elettori un profilo convincente nel contesto delle continue polemiche suscitate dalla loro mancata soluzione. Da una soluzione tradizionale, o da una innovativa. O da un qualche compromesso tra le due, ma chiaro e lealmente accettato dalle parti in contesa. Il problema è serio, anche se, per fortuna, non si sovrappone al problema precedente, giacché "tradizionalisti" e "primaristi", con una netta prevalenza dei primi, sono ben distribuiti nel ceto politico che proviene dai due vecchi partiti.
3 La forma di stato e di governo. Anche la problematica istituzionale e costituzionale poco interessa gli elettori, ma è fonte di tensioni e polemiche interne e dunque raggiunge i comuni cittadini attraverso la cattiva immagine che da di sé un partito diviso e litigioso. Un pezzo importante di questa problematica è all'ordine del giorno, il federalismo fiscale, ma altri sono in lista d'attesa: in tema di giustizia, di forma di governo, di sistema elettorale. Sul federalismo fiscale, e ancor di più sugli altri temi di riforma costituzionale, i dissensi sono molto forti (lo sono anche nel centrodestra, ma è magra consolazione). C'è chi pensa (anche se non lo dice) che la riforma del titolo V sia stata una grande sciocchezza, un cedimento nei confronti della Lega, e che la Costituzione non dev'essere rimessa in alcun modo in discussione, né per quanto attiene alla forma di Stato, né per la forma di governo. E ci sono federalisti convinti e innovatori forti sulla forma di governo, disposti a significative modificazioni dell'intero ordinamento della repubblica, parlamento, presidenza, governo, ordine giudiziario. Per fortuna, anche in questo caso, i contrasti cui abbiamo accennato non si sovrappongono alla frattura tra i due ceti politici di provenienza, e dunque non l'aggravano, essendo largamente trasversali a entrambi. Ma creano tensioni e incertezze, ostacolano la libertà di movimento e l'iniziativa politica, specialmente quando il governo è impegnato in un programma di riforma costituzionale che esigerebbe una risposta chiara da parte dell'opposizione.
4 Il futuro del sistema partitico, le alleanze e la legge elettorale. Questo è un tema che divide il partito in profondità, anche se vale la stessa osservazione già fatta per i due precedenti: la linea di divisione non passa tra ex-Ds ed ex-Dl, essendo trasversale a entrambi. Insieme con la mancata integrazione dei due ceti politici, si tratta del (potenziale) conflitto più minaccioso per la sopravvivenza del Pd. Finora è rimasto latente perché lo strumento che potrebbe trasformarlo in conflitto aperto - una riforma della legge elettorale - non è disponibile: al centrodestra va benissimo la legge attuale, o comunque qualsiasi legge proporzionale con premio di maggioranza per la coalizione, e finché le cose stanno così ci si deve rassegnare al bipolarismo in cui ci troviamo. Si tratta di una condizione molto sfavorevole per il centrosinistra, perché non ha funzionato né la strategia di chiamare a raccolta l'intero fronte antiberlusconiano (2006, esito pari, e poi governo affannato e litigioso), né quella dell'"andare da soli" (2008, pesante sconfitta). Come reagire? Anche se l'attuale governo scontentasse profondamente gli elettori, montare una coalizione antiberlusconiana tipo 2006 difficilmente garantirebbe una vittoria: l'Udc e altri gruppi centristi mai parteciperebbero all'alleanza e, nel caso improbabile di una vittoria, sarebbe invece probabile un governo incoerente. Quanto all'alternativa dell'"andare da soli", essa può essere stata utile per affermare l'identità del neonato Pd nel 2006, ma si è visto quali esiti elettorali produce. È per questo che molti nel Pd, sia di provenienza Ds che Dl, guardano con interesse ad una possibile alleanza con l'Udc e - se e quando sarà possibile - ad una legge elettorale di tipo tedesco, proporzionale con sbarramento, ma senza premio di maggioranza per la coalizione. È evidente che, in questo caso, l'alternanza come si è praticata negli ultimi quattordici anni sarebbe finita, i governi non sarebbero scelti dagli elettori ma formati in parlamento, e sarebbero fortemente avvantaggiati i partiti che si collocano al centro dello schieramento politico e possono allearsi sia a destra che a sinistra. La strategia dell'Ulivo, strettamente legata ad una legge elettorale maggioritaria, alla possibilità di alternanza, alla formazione di due coalizioni contrapposte e tra le quali gli elettori devono scegliere, non sarebbe più praticabile e la stessa sopravvivenza del Pd com'è adesso, come tentativo di fusione delle tradizioni riformiste laiche e cattoliche, sarebbe probabilmente minacciata. Si creerebbe infatti lo spazio per un partito centrista moderato, a prevalente ispirazione cattolica, un partito che parteciperebbe a tutti i possibili governi, e il suo potere di attrazione sui cattolici moderati, ora costretti a schierarsi a destra o a sinistra, sarebbe molto forte. Il Pd, in questo caso resterebbe un partito a prevalente ispirazione socialdemocratica, che al governo potrebbe partecipare solo alleandosi con il partito (o i partiti) di centro, probabilmente destinato/i a rafforzarsi.
5 Come fare opposizione. Le incertezze che il Pd ha manifestato in questi otto mesi di opposizione non possono essere imputate solo al mutato atteggiamento di Berlusconi o al pressing incessante di Di Pietro, ma ad oscillazioni nel gruppo dirigente circa l'immagine che il Pd vuole dare di sé. Quale immagine? L'immagine di un partito responsabile, con idee proprie su ogni problema di governo, pronto a contrastare i provvedimenti della maggioranza se da quelle idee si discostano, ma anche a collaborare se è possibile trovare una mediazione benefica per il Paese? Insomma, l'immagine che si è data al Lingotto e in campagna elettorale, e che si voleva dare col governo ombra? Oppure l'immagine di un partito ostile in via pregiudiziale, che approfitta di ogni passo falso del governo per segnalarne l'inettitudine o lo spirito partigiano, senza curarsi più di tanto di proporre alternative realistiche ai provvedimenti che critica? Affermare la prima immagine non è facile e nel breve periodo può essere costoso: significa abbandonare il principale privilegio dell'opposizione, che è quello di criticare senza fare contro- proposte realistiche e di sostenere le ragioni di tutti gli interessi colpiti dai provvedimenti dei governo. Significa avere idee sufficientemente chiare e condivise su una vasta gamma di problemi, e abbiamo appena visto che su alcuni questa condivisione manca. L'immagine alternativa è più facile ed è quella cui buona parte del popolo di sinistra è stato assuefatto nei lunghi anni di demonizzazione reciproca tra centrodestra e centrosinistra. E siccome la concorrenza di Di Pietro su questo bacino elettorale è forte, e Berlusconi poco affidabile come interlocutore e anche lui pronto alla demonizzazione (Il Pd "marxista-leninista"? Suvvia!), lo spostamento in direzione di questa seconda immagine è stato quasi imposto dalle circostanze. Ma è proprio questa l'immagine che il Pd vuol dare? Dov'è andato a finire lo spirito del Lingotto e del governo ombra?
Madamina, il catalogo è questo. Questo è il catalogo delle difficoltà che incontra il progetto del Partito democratico: messe una di seguito all'altra, fanno una certa impressione e segnalano una situazione di pericolo. Il progetto può fallire. I due pilastri dei partiti costituenti sono ancora sufficientemente distinti da potersi staccare o frammentare, qualora un diverso sistema di incentivi istituzionali ed elettorali ne fornisse l'occasione. La grande innovazione delle primarie fa fatica ad attecchire in un partito che di fatto si è riorganizzato in modo tradizionale. Sulle riforme istituzionali e costituzionali le idee sono contrastanti. Si sta facendo sempre più forte la sensazione che il il Pd non sia in grado di vincere costruendo una grande coalizione, e men che meno correndo da solo. "L'Italia è fatta così", "è un Paese naturaliter di destra", e la via d'uscita che non pochi auspicano è quella lasciare liberi tutti in un gioco proporzionale: il governo, come prevede la Costituzione, lo si farà in parlamento e, se va bene, la sinistra riformista governerà insieme al centro. Forward to the Past, avanti verso il passato! Questa sarebbe la fine del bipolarismo, dell'Ulivo e probabilmente dello stesso partito democratico, come fusione delle grandi tradizioni riformiste.
Non credo affatto alle affermazioni che ho messo tra virgolette, ma la risposta di chi ci crede ha una sua forte e conservatrice coerenza: perché imbarcarsi in una faticosa convivenza - nel partito democratico - con chi proviene da diverse tradizioni? Perché mettere in piedi le primarie, macchine complicate e che rischiano di spaccare quel poco che rimane del partito? Perché rimaneggiare, nuovi apprendisti stregoni, la forma di stato e la forma di governo disegnate dalla Costituzione repubblicana? Perché non tornare al centro-sinistra, con un robusto trattino in mezzo? Come si vede, per tutti o quasi i problemi che ho menzionato, le possibili risposte si lasciano facilmente collocare su un asse dove, ad un estremo, c'è una posizione conservatrice ("ci siamo sbagliati, torniamo indietro"), all'altro estremo una posizione di rilancio del progetto ("non siamo stati abbastanza coraggiosi"). Sono entrambe posizioni comprensibili e legittime, come lo sono altre possibili, intermedie. Il guaio è che non vengono fuori con chiarezza. La mancanza di chiarezza, di discussione esplicita, induce sospetti e conflitto, un'atmosfera di crispacion, direbbero gli spagnoli - di irritazione, di esasperazione - che avvelena il partito. Non sarà certo la conferenza programmatica a metter fine a questa atmosfera. Forse potrà farlo un congresso ben preparato. Molto ben preparato, da dirigenti che si rendono conto del pericolo.
Fonte Il Riformista
http://www.welfarecremona.it/wmview.php?ArtID=10983
dicembre 12 2008
"Pd. Non disturbare i manovratori, primarie addio"
di Franco Monaco, Il Foglio - Ha ragione Francesco Cundari: nel PD, primarie indietro tutta. Ricordate la
disputa teorica e il braccio di ferro pratico, in sede di elaborazione
dello statuto PD, tra partito leggero e partito strutturato, tra primarie e
congressi, tra elettori e aderenti? Non ne resta nulla. Ora apprendiamo che
la parola d'ordine del vertice PD, che sulle primarie (ancorche' non
competitive) fonda la sua legittimazione, e': diffidare delle primarie,
scoraggiarne l'attuazione. Esse disturbano il manovratore al vertice, ora
che grazie alle primarie si e' insediato. Un tempo i loquacissimi
consiglieri giuridici del segretario ci ammannivano dotte lezioni sulle
primarie. Ora essi si sono consegnati al silenzio. Cosi' come, del resto,
su maggioritario e modello francese, sui quali non si azzardano a
incrociare le armi con il tedesco D'Alema. Non si tratta di questioni ai
margini, ma al contrario di nodi che decidono identita', missione e forma
politico-organizzativa del PD a loro volta inscritte in una visione
piuttosto che in un'altra dell'evoluzione del sistema politico italiano e
dei suoi attori.
Del resto, tutti, ma proprio tutti, i capisaldi della cosiddetta "nuova
stagione" del PD sono stati abbandonati o contraddetti, naturalmente senza
riconoscerlo: autosufficienza, rapporto esclusivo con l'IDV, partnership
con Berlusconi sulle regole, modello francese e ora appunto partito dei
cittadini che fa delle primarie il suo mito e il suo atto fondativo. Si
aggiunga, come sfondo sistemico, la teorizzata discontinuita' rispetto
all'Ulivo (quindici anni da buttare, si disse), teoria anch'essa rimangiata
di recente, al punto da sostenere che il PD avrebbe dovuto nascere nel
1999, al tempo del primo governo Prodi. Quando, sia detto per inciso,
Veltroni mollo' Prodi per passare, in ventiquattrore, a segretario dei DS
e sostenere il governo D'Alema insediatosi grazie al rinnegamento
dell'Ulivo preteso da Cossiga in nome di un centro-sinistra con ostentato
trattino. Di li' a poco, al congresso DS di Torino del 2000, il segretario
DS Veltroni urlo' dalla tribuna il suo sonoro no alla proposta di Parisi
che proponeva esattamente di fare insieme, allora, il partito nuovo e
unitario dell'Ulivo ovvero il PD.
Ma lasciamo stare il passato remoto. Limitiamoci all'anno del PD. Cio' che
piu' sconcerta e' la circostanza che la sconfessione totale della linea
adottata, buona o cattiva che fosse, sia stata operata senza alcuna
discussione e senza alcun passaggio democratico. Eppure in mezzo e' pur
succeso qualcosa: una disfatta elettorale e, a seguire, una catena infinita
di scontri di potere in orizzontale e in verticale, tra veltroniani e
dalemiani, tra centro e periferia. Non so se sia appropriato parlare di
questione morale (espressione oscura e suscettibile di fraintendimento). So
che e' immorale che sia stato impedito un aperto confronto politico
opponendovi due invincibili ostacoli: il patto oligarchico al vertice
foriero di finte paci e finte guerre mai connotate politicamente; la
negazione di luoghi democratici di confronto a cominciare dalla
liquidazione dell'unico organo eletto, e cioe' l'assemblea nazionale dei
delegati espressi appunto dalle primarie. Salutati e spediti a casa senza
tanti complimenti. Evidentemente le primarie sono state buone una sola
volta e per un solo giorno.
Se la radice del problema sta, come sta, nel blocco oligarchico, essa e'
semmai rimarcata dalla singolarita' di un comunicato ufficiale che informa
di un colloquio telefonico tra Veltroni e D'Alema. In quel "vertice
telefonico" e in quei rituali diplomatici non e' adombrata la soluzione ma,
all'opposto, e' enfatizzato il problema. Al piu' essi suggeriscono l'idea
che l'oligarchia inclina verso la diarchia. Evocano il vecchio spartito dei
"compagni di scuola" e la "guerra dei trentanni". Perche' i due non
dovrebbero diramare comunicati alla stregua di due capi di stato maggiore
alla testa delle rispettive truppe, ne' siglare patti o tregue piu' o meno
sincere, ma discutere di politica a viso aperto e con gli altri nelle sedi
di partito a cio' deputate. Gia', quali?
dicembre 5 2008
Parisi: "Walter doveva lasciare come Al Gore. Non è lui che può dare un futuro al Pd"
di Luciano Nigro, Repubblica -
ROMA - «Veltroni avrebbe dovuto farsi da parte, semplicemente, come Al Gore. E invece è dal giorno della disfatta di Roma che invoca "conte" e congressi impossibili. E´ come la supplente che più grida "basta" più alimenta il caos». E´ sferzante Arturo Parisi con il segretario del Pd che su Repubblica sfida i suoi avversari a venire allo scoperto e porre il problema della "leadership".
Perché, professore? Non crede che l´incontro del 19 dicembre possa essere l´occasione di un chiarimento nel Pd?
«Nessuna conta è legittima in quella direzione da lui stessa nominata. E il congresso è stato più volte rinviato, si figuri adesso quando ormai le elezioni europee bussano alle porte».
Da sei mesi lei attacca il segretario "inadeguato" e il Pd affossatore dell´Ulivo. Chi altri ha sfidato Veltroni, secondo lei?
«Sarebbe meglio chiederlo a lui. Invece di denunciare come "anonimi" oppositori che conosce benissimo, sarebbe meglio che li chiamasse in causa per nome e cognome e li invitasse ad un confronto aperto».
E i veleni da dove vengono?
«Non è dalla parte degli ulivisti che deve guardare chi li cerca. A differenza dei suoi oppositori occulti, ho denunciato apertamente i suoi errori politici. Semmai, di fronte alla profondità del danno, la mia opposizione è andata indurendosi».
Dunque non chiederà a Veltroni di farsi da parte?
«Solo chi non ha orecchie non ha sentito quello che gli chiedo da mesi. Il segretario ama rivendicare la sua vittoria nelle primarie. Dimentica che lui le primarie le ha vinte, ma ha perso le elezioni finali. Il suo caso è quello di McCain, non di Obama. Ce lo vede McCain a rivendicare la rivincita? Il guaio è che Veltroni ama riferirsi alla America per la parte che torna».
Con chi lo cambierebbe, se si facesse da parte?
«Con chi riesce a proporre un futuro al Paese e a costruire un partito che lavora per quel futuro. Ma se non apriamo un confronto sul futuro non riusciremo mai a capire chi intende mettersi al servizio di questo futuro e men che mai quali sono le sue proposte».
Quanto è grave la questione morale nel Pd?
«L´unica questione morale degna in un partito di questo nome è la questione del rispetto delle regole. Mantenere la parola data. Dire solo cose che si pensa di poter mantenere. Noi invece ci stiamo riempendo di paroloni in italiano, e ancor più in inglese, che sappiamo di non poter onorare. E la gente ci misura. Tra un peccatore confesso e un virtuoso finto gli italiani preferiscono sempre il peccatore confesso. Almeno non gli fa la predica».
A Firenze è giusto che gli indagati partecipino alle primarie?
«Firenze è meglio lasciarla ai fiorentini e a chi conosce le cose. Quanto agli indagati, dobbiamo abituarci all´idea che, fino a che non si è condannati, si deve essere riconosciuti innocenti. Anche perché si può essere indagati per cose molto diverse tra loro».
In Europa il Pd deve aderire al Pse o ha ragione Rutelli che non vuole morire socialista?
«Il Pd è un partito nuovo. Se il Pd deciderà di associarsi al Pse, mi assocerò al Pse, ma a precise condizioni, sulla base di un confronto aperto, e di una decisione democratica. Mai però entrerò nel Pse al seguito del segretario dei Ds».
Lei agita il referendum contro il lodo Alfano e contro la legge elettorale come una clava. E´ un Pd "dipietrista" quello che ha in mente?
«Su Di Pietro e il Pd io so una cosa sola. Che Veltroni lo ha scelto come unico alleato mentre diceva di presentarsi da solo, e soprattutto inaugurava una linea di dialogo con quello che lui definiva "principale esponente dello schieramento a noi avverso", quello che i cittadini continuavano a chiamare Berlusconi. A cambiare è stato Di Pietro, Berlusconi oppure Veltroni?».
novembre 13 2008
E dopo Trento le solite inutili manfrine
di Claudio Croci, L’esito positivo delle elezioni in Trentino non potevano che determinare un impatto peggiore nel PD nazionale : l’apertura di una sorta di ricerca della coalizione vincente con l’UdC , con l’IdV , con la sinistra o senza , un dialogo che prescinde da qualsiasi contenuto e soprattutto che non chiarisce a nessuno perché un elettore dovrebbe scegliere PD.
Ora è noto che la tradizione trentina è particolarmente diversa di quella di altre città italiane , a Trento ha fatto politica De Gasperi , non Fanfani, non Andreotti , non Gava né Rumor , ma De Gasperi . A Trento negli anni ’90 fu lanciato l’esperimento Ulivo , con la autoesclusione dell’allora partito dei DS , e quindi con la coniazione del simbolo Margherita inteso come un Ulivo “in attesa” e non “ senza “ i compagni dei DS. In definitiva Trento è stato un laboratorio in cui il centrosinistra come tale ha presentato le sue credenziali di proposta. Teniamo presente , anche, che a Trento l’UdC è stata esclusa dalle elezioni per cui i cittadini hanno votato senza il simbolo centrista e quindi sono stati costretti a scegliere tra il duo PD- lista del Presidente e PdL –Lega ed ovviamente i trentini per lunga tradizione saggi conservatori illuminati hanno preferito la scelta di sinistra , ma da qui a ritenere, questa coalizione, vincente in tutta Italia ce ne passa . Ricordiamoci che anche alle politiche la dissoluzione della presenza della sinistra unita, determinata da un sistema elettorale molto forte, ha portato all’aggregazione di voti sul PD in semplice antitesi alla proposta del PdL.
Questo consiglierebbe in primis il PD ha valutare con estrema attenzione il sistema elettorale e verificare ancora una volta che quanto più il sistema è polarizzante su poche e chiare scelte , il PD ottiene un consenso maggiore . Da questo ne dovrebbe scaturire una certa propensione verso tali sistemi elettorali , come il maggioritario o lo sbarramento al 5% mentre da parte di molti dirigenti del PD vi è spesso una posizione di avversione.
Ma profonda è ancora l’assenza di consapevolezza che agli elettori italiani ormai poco importa se il PD si allea con Tizio oppure con Caio , importa solo la proposta o le proposte politiche:
- come difendere gli stipendi;
- quale servizio sanitario fornire;
- quale tassazione effettuare;
- quale sistema di tutela civile dei cittadini avere;
- quale scuola disporre per i propri figli.
Questo interessa ai cittadini , ma soprattutto interessa quale corrispondenza vi è tra le parole ed i fatti , cioè qual è l’efficacia pratica della classe dirigente politica del paese . Su questo l’attuale dirigenza del PD sembra non volersi misurare e il fatto che il PD è fermo comunque ad un 35% ( al massimo dei massimi ) dovrebbe fare pensare che l’alleanza con chiunque non è affatto sufficiente a dare una prospettiva maggioritaria , a meno di non strappare al centrodestra un altro 8 %.
L’avanzata della Lega invece dovrebbe fare pensare e proprio su quel terreno di un forte localismo pratico e incisivo dovrebbe misurarsi in senso antagonista le capacità del PD , riproponendo un più smaccato sentimento nazionale europeista , moderno e aperto capace di ribaltare la prospettiva opposta proposta dalla Lega di chiusura e paura del nuovo . Ma per questo occorre una dirigenza credibile e coerente , capace di contrapporsi frontalmente all’assurdo localismo leghista ed allo spirito pre-risorgimentale e reazionario che nasconde tale cultura , ma chi continua a giocare su UdC sì UdC no, sembra attrezzato poco allo scopo.
http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=15081
settembre 8 2008
Perché non avremo mai
un Obama o un McCain
di ILVO DIAMANTI
UNA PERSONALIZZAZIONE impersonale e irresponsabile caratterizza la politica italiana. Una democrazia mediatica, affollata di volti e nomi noti e visibili. Che, tuttavia, ha ridotto e quasi abolito la possibilità, per gli elettori, di esprimere scelte e preferenze "personali". Visto che ormai la costruzione delle rappresentanze politiche e parlamentari è un fatto praticamente esclusivo dei partiti, ridotti a cerchie di gruppi dirigenti ristrette e centralizzate. Eppure, quasi vent'anni fa, la storia era cominciata diversamente. La crisi del sistema politico era stata sancita, è vero, dal referendum del 1991, che riduceva le preferenze elettorali a una sola.
Ma si trattava, allora, di ridimensionare un sistema partitocratico, nel quale le preferenze costituivano uno strumento di controllo della società e, al tempo stesso, un elemento di scambio fra gruppi di potere. In seguito, siamo passati a sistemi elettorali che personalizzano il rapporto fra elettori ed eletti. Anzitutto a livello locale, con l'elezione diretta dei sindaci, dei presidenti di Provincia e, quindi, di Regione. Un rapido processo di presidenzializzazione diffusa, che il sistema elettorale della Camera e del Senato ha assecondato attraverso il maggioritario di collegio, che rende più immediato e trasparente il rapporto tra i parlamentari, i cittadini e il territorio.
Quel modello, ne siamo consapevoli, non ha ridotto la frammentazione dei partiti, tanto meno il distacco fra sistema politico e società. Ha, tuttavia, segnato una frattura, almeno a livello simbolico. Partiti contro presidenti. Riassunto dell'opposizione fra vecchio e nuovo, come ha osservato Mauro Calise.
D'altronde, i partiti si sono, anch'essi, personalizzati tutti. Dal 1994 ad oggi. Dall'archetipo insuperato, Silvio Berlusconi, fino a Walter Veltroni. Da Forza Italia all'Ulivo. Dal Partito democratico al Popolo della libertà. Passando per le diverse liste. Per limitarci alle principali: Lista Pannella e Bonino, la Lista di Pietro. Ma anche Alleanza nazionale, prima di confluire nel Pdl, nonostante disponesse di identità e organizzazione, era un soggetto identificato con il suo leader, Gianfranco Fini. E nell'Udc, ormai, la C evoca l'iniziale di Casini.
La personalizzazione è, ovviamente, enfatizzata dall'uso dei media. La televisione, in particolare, ha dato ai partiti un volto, un'immagine familiare. Anche in questa fase. I ministri più popolari appaiono al pubblico personaggi caratterizzati, che recitano in fiction di successo. Due sopra tutti. Brunetta, il vendicatore dei cittadini contro i servi fannulloni dello Stato (gli statali, appunto).
Mariastella Gelmini, protettrice dei genitori e degli alunni dagli insegnanti incapaci; restauratrice delle virtù perdute: la buona condotta, i buoni costumi (i grembiulini), i buoni maestri (unici). Mentre, all'opposizione, incontra un successo larghissimo Antonio Di Pietro, che interpreta il garante della legalità contro ogni abuso della politica; e anzitutto contro Berlusconi (che ne è il compendio). Ma anche Beppe Grillo. Attore protagonista della protesta di piazza.
Passando dal versante della partecipazione a quello della comunicazione, occorre rammentare che la costruzione del Partito democratico e, prima, dell'Ulivo, è avvenuta attraverso le primarie. Un rito di massa per celebrare la scelta del leader. Prodi, Veltroni.
Tuttavia, da qualche tempo, la personalizzazione della politica avviene insieme alla spersonalizzazione della scelta di voto. Imposta, per quel che riguarda le elezioni politiche, dalla legge elettorale in vigore dall'autunno 2005. Un proporzionale con premio di coalizione e liste bloccate. Cioè: senza preferenze.
La legge, inventata in fretta dal centrodestra al fine di contrastare il successo annunciato del centrosinistra (particolarmente avvantaggiato dal maggioritario), ha, nei fatti, rafforzato le leadership centrali di "tutti" i partiti. Consentendo loro di controllare e condizionare le candidature e, quindi, gli eletti. Mentre ha spezzato il legame dei candidati con gli elettori. Tanto che i candidati sono quasi spariti dal territorio, nel corso della campagna elettorale, limitandosi, perlopiù, ad apparire accanto ai leader nazionali, durante le manifestazioni più importanti.
Il problema avrebbe dovuto e potuto essere ridimensionato attraverso il ricorso alle primarie. Che, tuttavia, è divenuto molto intermittente. Quasi assente. Anche il Partito democratico ha usato le primarie con cautela. Evitando, comunque, di renderle troppo aperte e competitive. A livello nazionale, d'altronde, sono servite all'investitura di leader pre-destinati.
Mentre l'elezione dell'assemblea costituente e degli organismi rappresentativi a livello territoriale è stata vincolata dall'esigenza di garantire l'equilibrio tra componenti oltre al controllo (e al mantenimento) dei gruppi dirigenti. Anche nella scelta dei candidati alle amministrative (sindaci o presidenti), le primarie vengono guardate con diffidenza e trattate con prudenza. Impossibile che emergano outsider. Un Obama o un McCain de noantri. Inutile attenderli.
La questione si ripropone, oggi, in relazione al sistema elettorale che si sta progettando in vista delle prossime elezioni europee. Prevede, com'è noto, una soglia di sbarramento (3-4 per cento), per ridurre la frammentazione. Inoltre, un numero più ampio di circoscrizioni. Infine: l'abolizione delle preferenze. Su cui non c'è accordo. Ma che, indubbiamente, non dispiace - anzi, piace - ai partiti, in generale. Anche ai maggiori: Pdl e lo stesso Pd. In quanto permette loro di regolare e distribuire, con precisione algebrica e senza rischi, i posti tra le componenti (sotto)partitiche. An e Fi, da un lato. Ds e Margherita, dall'altro. Che ancora resistono e agiscono. Accanto ad altre correnti.
Vorremmo ribadire che non siamo tifosi delle preferenze. Abbiamo memoria di quando costituivano un metodo di scambio clientelare. Però insospettisce la paura che suscitano nei partiti, oggi che non hanno più basi di massa e sono ridotti a ristrette cerchie di vertice. Il contrasto tra l'enfasi sulla personalizzazione e la crescente spersonalizzazione del voto riassume quanto sia fittizia, oggi, l'opposizione fra partiti e presidenti. Visto che i presidenti identificano partiti "chiusi", la cui classe dirigente si riproduce in modo endogamico. Al proprio interno. Senza competizione; ma, semmai, per cooptazione, dall'alto.
Questo modello, peraltro, è coerente con la biografia del centrodestra. Inventata, scritta e interpretata da un Sovrano: Silvio Berlusconi. (Se ne è discusso molto nel recente convegno della Società italiana di scienza politica, all'Università di Pavia). Ma il centrosinistra e, soprattutto, il Partito Democratico - per storia, cultura e sociologia - non hanno prospettive senza coltivare il rapporto con il territorio e con la società. Senza rivalutare le primarie come metodo "vero" di consultazione e di selezione della classe dirigente. Senza dare agli elettori la possibilità di esprimere - in nessun modo - le loro preferenze personali. Senza vincolare gli eletti a un rapporto responsabile con gli elettori. Meglio che il Pd ci pensi, in vista delle prossime elezioni europee. Che, come sempre, avranno anzitutto effetti politici "nazionali". http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/politica/diamanti-7settembre/diamanti-7settembre/diamanti-7settembre.html
settembre 5 2008
Pd: Parisi, ecco dove Veltroni ha sbagliato
AGI -
(AGI) - Roma, . -"Invece di candidarsi alla leadership del nuovo partito per succedere poi nella premiership del nuovo governo, Walter Veltroni rovescio' la sequenza, candidandosi immediatamente alla premiership e in quanto tale alla leadership del partito" dichiara Arturo Parisi a Panorama.
Dalle intercettazioni pubblicate dal settimanale risulta che Alessandro Ovi e Claudio Cavazza parlano delle primarie del Pd nei giorni che precedono l'investitura ufficiale di Veltroni.
"Nelle prime scelte sta tutto lo sviluppo successivo", dice Parisi a Panorama. "Innanzitutto nella sua investitura unanimistica da parte dell'apparato, che riconobbe in lui l'unico candidato spendibile nella gara di popolarita' con Silvio Berlusconi, anche se il meno adatto a fondare un partito. E poi nel discorso del Lingotto, che proponeva un programma per un nuovo governo e non un progetto di un partito nuovo. Tutto il resto ne viene di conseguenza".
Non e' questa l'unica critica che l'ex ministro della Difesa rivolge a Veltroni: "in vista di una accelerata sostituzione del governo" dice a Panorama, "c'era la separazione consensuale concordata con Fausto Bertinotti, guidata dall'illusione che dividersi da buoni fratelli fosse per ambedue elettoralmente piu' redditizio che arrivare a un vero confronto su un progetto politico. Mentre Berlusconi portava a ulteriore avanzamento, con le buone e con le cattive, il processo di unificazione del polo di centrodestra iniziato nel 1994, Veltroni metteva fine a quel processo proclamando la discontinuita' con i 15 anni della esperienza dell'Ulivo. (AGI)
settembre 2 2008
Pd: Barbi a Marini, questo Pd non è l'Ulivo
Adnkronos -
NECESSARIA RADICALE CORREZIONE DI ROTTA
Roma, (Adnkronos) - "Intervenendo alla festa del partito Franco Marini ha sostenuto ieri sera che il Pd e' l'Ulivo e che nel Pd, se si esclude Parisi, sono tutti d'accordo. Non ho capito bene che cosa voglia dire Marini, ma mi sembra che l'equazione Pd uguale Ulivo sia assai temeraria cosi' come andrebbe spiegato meglio in che cosa consista la coesione interna del Pd. A me sembra chiaro, contrariamente a quanto afferma Marini, che il Pd non e' l'Ulivo." Mario Barbi, deputato del Partito Democratico ha cosi commentato quanto detto da Franco Marini.
E ha poi spiegato: "E non lo e' per varie ragioni. Non lo e' perche' il Pd e' ridotto ad una somma, nemmeno riuscitissima, di Ds e di Margherita. Ma non lo e', innanzitutto e purtroppo, per scelta di Veltroni e di chi lo ha sostenuto nelle primarie e lo sostiene ora. Il Pd veltroniano ha infatti accantonato il progetto maggioritario e bipolare dell'Ulivo sostituendolo con la 'vocazione' del Pd a diventare prima o poi partito di maggioranza relativa in un sistema proporzionale. Vorrei chiedere a Marini se e' questo il 'compromesso' che tiene insieme la composita e larghissima maggioranza schierata con Veltroni e che gli fa dire che non ci sono sostanziali differenze interne nel Pd, per esempio tra 'tedeschi' o 'spagnoli', perche' tutti sarebbero d'accordo nella restaurazione della repubblica dei partiti e nel rendere omaggio a un Ulivo morto e sepolto. Se le cose stanno cosi' e' evidente che l'Ulivo, rievocato l'altro giorno da Prodi e puntigliosamente difeso da Parisi contro detrattori vecchi e nuovi, non e' un tema della nostalgia ma la proposta di una radicale correzione di linea politica del Pd".
Barbi ha concluso: "Quanto allo sconforto e alla depressione che alligna tra gli elettori e gli attivisti del Pd non e' con le giaculatorie che potranno essere rimossi, ma con una analisi della disfatta elettorale e del contributo dato al collasso del centrosinistra e alla crisi del governo Prodi da un partito nato, per una scelta tanto presuntuosa quanto sbagliata, nel segno di una ostentata e voluta 'discontinuita'', anche dall'Ulivo".
agosto 14 2008
Coordinamento Nazionale Rete dei Cittadini per L'Ulivo. Resoconto sintetico.
Coordinamento Nazionale Rete dei Cittadini per L'Ulivo.
Roma, \ Circolo PD Centro Storico, Via dei Giubbonari 38.
Introduzione
1. E' avvenuto nel Paese un passaggio politico importante. E' avvenuto attraverso un appuntamento elettorale a suo modo "storico", capace di fare da spartiacque nella vicenda italiana. Una sconfitta pesante per il Centrosinistra italiano. Una sconfitta che ancora dobbiamo cogliere in tutte le sue conseguenze.
L'Italia è dal 1992 dentro una lunga transizione politica che volevamo condurre verso un esito di rafforzamento della democrazia italiana, di maggiore libertà e giustizia sociale, verso il compimento del disegno democratico della Costituzione antifascista. Per questo è nato nel 1994 - 1995 il progetto e l'esperienza dell'Ulivo, per questo ci siamo battuti perché il Partito Democratico rinnovasse il quadro della politica italiana. E' stato difficile superare l'autoreferenzialità (fino alla impermeabilità) di gran parte del ceto politico del nostro centrosinistra, l'Ulivo è stato a lungo negato ed ostacolato, molti di coloro che oggi guidano il PD si sono piegati alla sua necessaria realizzazione solo nella stagione congressuale del 2007. Il Centrosinistra non ha accresciuto la propria capacità di ascolto della società italiana, anzi, sembra aver perso ulteriormente la propria forza rappresentativa. Il centrosinistra si è dimostrato inadeguato al governo del Paese decidendo autonomamente per ben due volte che il mandato ricevuto dagli italiani andava interrotto, una inadeguatezza pesante e decisiva che gli italiani, chiamati proprio dal centrosinistra a riconoscere il proprio fallimento, hanno sancito elettoralmente. Una vera e propria lacerazione tra società e proposta politica del centrosinistra. Oggi il centrodestra ha tutto gli elementi a disposizione per realizzare una svolta cruciale che non sarà guidata dal centrosinistra ma da una destra molto più solida che nel passato ma ancora pericolosamente non "costituzionale".
2. "[…] riemerge dal profondo della società italiana una destra senza storia di tipo non europeo, riemergono i vizi antichi di una società restia alla legalità, insofferente dello Stato e di uno Stato lontano dalla società…come può assumersi questo compito fondativi del sistema una destra che è nata proprio negli spazi della democrazia non compiuta? Penso alla deriva secessionistica delle rivendicazioni di autonomia della Lega, al rifiuto della legalità democratica come base della gestione del potere di cui ha dato prova Forza Italia nella sua esperienza di governo […]" Pietro Scoppola La coscienza ed il potere Laterza, 2008.
Questo è in gioco dopo la pesante sconfitta della prospettiva di governo del Centrosinistra
3. Abbiamo attivamente lavorato alla formazione del Partito Democratico. Lo abbiamo fatto per la scelta della Costituente. Lo abbiamo fatto in ottemperanza al nostro Manifesto. Lo abbiamo fatto dicendo chiaramente quanto il processo avviato fosse diverso da quello da noi proposto e atteso, ma anche da quanto deciso dai documenti congressuali dei partiti fondatori. La forzatura del Giugno 2007 ha alterato quanto precedentemente costruito, lanciando, sulla base di una lettura emergenziale del quadro politico e oggettivamente sempre più distante dal governo Prodi, una procedura segnata pesantemente dalla chiamata plebiscitaria alla elezione diretta del segretario nazionale e dei segretari regionali ma anche dalla volontà di rovesciare tale procedura proprio per le strutture di base, i circoli. La Rete ha più volte detto che si sovrapponevano procedure congressuali (discutibili) alla delicata esperienza costituente. Oggi il bilancio ci dice che è avvenuto quanto noi temevamo e rifiutavamo: una fusione dei gruppi dirigente DS-DL con il sostegno procedurale di tanti cittadini, ed un deficit di democrazia interna preoccupante. L'esito di tale processo è tutt'altro che scontato. Si apre ora una lunga fase di "necessaria comprensione" tra PD e società italiana così pesantemente lontana nel risultato elettorale. Una fase di comprensione che è il contrario dell'autismo politico che sta caratterizzando queste settimane. Una fase a tempi lunghi che presuppone umiltà, attenzione, ma soprattutto un di più di apertura per il PD. Quella apertura che abbiamo sempre chiesto per il rinnovamento della politica italiana, oggi è addirittura insufficiente perché il centrosinistra italiano ritrovi canali e sensibilità verso i problemi della società italiana. Un di più di apertura e di rischio contro la autoreferenzialità che ha caratterizzato questa fase di "posizionamento" dei due gruppi dirigenti DS-DL nel PD e che vede ancora oggi una situazione (nazionale e locale)a causa della quale possiamo dire che "ancora il PD non c'è".
4. La Rete dei Cittadini per L'Ulivo. Non è questo il luogo per un bilancio della nostra attività.
E' invece il momento di riflettere sul "che fare", di riflettere sulla possibilità di chiudere una esperienza politica importante e che merita rispetto anche nelle decisioni che dobbiamo prendere. Sicuramente si è chiusa quella esperienza di Rete che avevamo organizzato attorno ad un Manifesto politico e ad uno Statuto; si chiude per mutamento delle componenti e dei suoi soggetti aderenti, ma ci dobbiamo chiedere se si chiude anche per realizzazione del suo oggetto sociale ben espresso nel Manifesto della Rete. Cominciamo oggi a rispondere a queste domande. I Cittadini sono stati in primo luogo una associazione che ha messo in rete per collegare, rafforzare e sostenere, esperienze associative locali che già c'erano, che avevano ragioni di esistere che affondavano le proprie radici in vicende nazionali (comitati Prodi o poi i comitati rutelli) o vicende locali negli anni della trasformazione maggiore (sindaci della società civile, le cento città). Allora la prima domanda deve essere se ancora ci sono queste associazioni, se ancora ci sono queste esperienze con storie e radici proprie. Rispondiamo. Solo successivamente possiamo chiederci se c'è ancora il bisogno di questo sistema di Rete o di una altra forma di collegamento nazionale. Solo successivamente dobbiamo chiederci se c'è un compito, una condizione politica, che chiede eventualmente a queste associazioni ed esperienze di rilanciare un loro ruolo.
5. Tutto questo noi oggi lo facciamo senza il contributo di Pietro Scoppola. Ci manca l'amico con il quale abbiamo avuto la fortuna di condividere momenti di riflessione, di progetto, di speranza, ma anche di rabbia e delusione. Ci manca il punto di riferimento che in questi anni aveva permesso a questa esperienza politica di avere uno spessore ed una sensibilità alta. Personalmente ho sentito la sua morte come la fine di un percorso, la fine di un impegno cui personalmente non ero sicuramente adeguato ma che aveva potuto avvalersi del suo consiglio, della sua analisi, del suo sostegno. Credo che questo sia un elemento importante per la nostra decisione. Di sicuro penso che a Ottobre dovremmo organizzare un momento di ricordo di Pietro Scoppola. Un momento nel quale ricordare e sottolineare la generosità di Pietro negli anni in cui ha agito come Presidente della Rete, ma in modo che le sue idee, le sue proposte rimangano a fare da discrimine e criterio di lettura della evoluzione politica del Centrosinistra italiano, da proposta che attende ancora una adeguata attenzione e realizzazione da parte di un Centrosinistra inadeguato
Marina Ligabue
Volevo sentire questa denuncia forte del deficit di democrazia interna nel PD. I dubbi sono tanti e le opinioni su quello che sta accadendo nella costruzione del PD sono diverse. Anche la campagna elettorale ha messo in evidenza che il passaggio dai partiti precedenti, per me dai DS, al PD ha provocato uno spaesamento nel rapporto tra gli elettori, i simpatizzanti e il Partito. Non siamo state in silenzio di fronte a quanto accaduto nel PD di Reggio, dove molte procedure interne sono state verticiste e prive di trasparenza. Ci siamo fatte sentire ma per ora inutilmente. Nel nostro piccolo la Rete ha dato in questi anni un contributo vero. Ci siamo interrogate se l'associazione delle Donne per L'Ulivo di Reggio Emilia doveva chiudere. La maggioranza si è espressa in questa direzione. Io invece non chiuderei, ma lavorerei per una trasformazione della associazione verso obiettici e metodi nuovi
Angela Cecere
La domanda che ci stiamo facendo è precisa. Quale il rapporto tra il PD che si sta costruendo e quanto da noi posto come obiettivo nel Manifesto della Rete. La risposta è altrettanto precisa: quello che è nato non è in linea con il nostro Manifesto. C'è anche chi non ha aderito al Pd e bisognerebbe interrogarsi sul fenomeno dell'astensione dal voto. Siamo di fronte proprio alla fusione fredda di DS e DL, una fusione che porta in regalo al PD i vizi peggiori di entrambi. Vizi che già sopportavamo male ognuno nel proprio partito, ma che ora nel PD sono insopportabili. Il rapporto nazionale - locale è sempre decisivo elettoralmente e spesso vicende nazionali hanno deciso scadenze elettorali locali, credo che questa volta vicende locali abbiamo inciso pesantemente sul risultato nazionale. I Cittadini non hanno esaurito la loro missione. L'Ulivo stesso non è affatto superato, dovranno tornarci a fare i conti con quel progetto (partecipazione democratica, primarie, rinnovamento della politica). In fondo non siamo stati noi che parlavamo e credevamo nell'Ulivo quando tutti lo davano per morto e sepolto? Quali obiettivi ha raggiunto la costruzione di questo PD? Quello della democrazia ?No. Quello delle Primarie? No. Quella del superamento dei gruppi di potere? No. Solo quello della semplificazione del sistema politico. Allora ai Cittadini dico che
dobbiamo decidere il da farsi partendo da questo bilancio e la decisione come sempre la devono assumere coloro che ci stanno, coloro che intendono rilanciare, non coloro che non ci credono più e che giustamente si saranno allontanati. Chi sta nelle correnti del PD non crederà più utile stare qui, che è impegnato negli organismi del PD staccherà da questa esperienza, va bene. Devono decidere allora coloro che invece ci credono. Dobbiamo tornare ad aggregare cittadini. Il popolo degli scontenti, noi dobbiamo intercettarlo. Lo possiamo fare con la nostra associazione, lo possiamo fare a partire dai Circoli PD dove siamo, ma dobbiamo tornare ad aggregare perché la delusione è tanta, molti sono fuori da questo PD e noi dobbiamo rivolgerci a tutti.
Valentini Alberto
I Cittadini del lazio hanno da tempo avviato questa riflessione. Ci siamo incontrati il 20 di gennaio a Rignano, abbiamo proposto cose che trovate nel documento che vi abbiamo di nuovo inviato. Una proposta che ribadisce tre obiettivi: rinnovamento della politica, autonomia delle associazioni, Cittadini come laboratorio politico, mantenimento della struttura a "rete". Sicuramente la proposta andrà rivista e ricalibrata ma ve la riproponiamo alla attenzione. La svolta politica ed elettorale. Ritengo utile ripartire dallo studio che il Censis ha condotto intervistando duemila cittadini in uscita dal seggio elettorale. Alla domanda su come si forma l'opinione, ovvero quale fosse la fonte più importante della loro scelta politica l'ottantacinque per cento degli elettori PdL e il settantacinque per cento di quelli PD hanno detto la TV, solo il venti per cento la stampa. E il nuovo governo si è subito occupato di TV. Ancora, dove taglieresti nella spesa pubblica? Una alta percentuale taglierebbe nella scuola, nella ricerca, nell'aiuto alle imprese; cioè la strategia istruzione, ricerca innovativa e impresa è lontana dalla maggioranza dei cittadini. Infine il centrosinistra è forte solo tra alcune fasce di giovani e tra gli anziani. Ci attende un lungo e pesante lavoro culturale e di informazione. C'è una cappa sul Paese e va infranta. Pietro Scoppola ci ricordava che le associazioni sono il tramite tra partiti e cittadini. L'ultimo miglio di strada tra cittadini e PD non si fa senza un ricco mondo associativo. Chiaramente la crisi della sinistra arcobaleno carica di maggiori responsabilità il PD. Credo che possa avere un senso rilanciare un movimento come i Cittadini per l'Ulivo. Verificare la possibilità di collaborare con altre associazioni.
Pucci Stefano
Dal risultato di questa tornata elettorale non si torna indietro. La semplificazione c'è stata stata ed è positiva, era matura nell'elettorato. Non ritornare indietro nella semplificazione che conduce il bipolarismo al bipartitismo. Credo che i temi dell'Ulivo siano più che mai importanti. Abbiamo bisogno di una Rete di associazioni che conduca un lavoro di cultura politica e credo necessaria una organizzazione su base regionale come proposto nel documento di Rignano. Tutti concordiamo sulla necessità di una iniziativa rivolta al ricordo ed alla valorizzazione della figura e del pensiero di Pietro Scoppola. Propongo di istituire un premio Pietro Scoppola da attribuire ad un politico che si è distinto per la buona politica.
Paola Gaiotti
Passaggio elettorale importante. Siamo a trenta anni dalla morte di Moro e quindi a trenta anni anche dalla proposta della Lega Democratica. Tempi non casuali che sottolineano l'importanza di questo passaggio. Transizione irrisolta. La transizione politica di cui abbiamo a lungo parlato torna indietro. La lettura del Pd che è nato è preoccupata e preoccupante. Dobbiamo dire che i Circoli funzionano, cioè ancora funzionano e non so per quanto. Dobbiamo dire che le donne non ci sono e non contano. Le donne accettano di non esserci e di non contare e visto che quella di genere era la vera novità di questa Costituente non possiamo tacere su quanta sta accadendo. La Rete, la sua ragione sociale cambia, va ridefinita, va ricalibrata e l'Ulivo non va affatto buttato. La politica, la possibilità di cambiarla anche nei metodi. Sappiamo che esistono due politiche, quella della rete sociale (i mondi vitali di Ardigò) e quella delle strutture istituzionali. Entrambe importanti e sapevamo che noi avremo trovato un ostacolo a penetrare nella seconda politica. La politica è ciò che facciamo nella società e ciò che facciamo nella politica istituzionale: dobbiamo ridure la distanza. Dobbiamo chiedere a Realacci di tornare a convocare le associazioni, è stato fatto a suo tempo e noi vi abbiamo partecipato, dobbiamo chiedere che si torni a farlo per capire come esse, nella loro autonomia, possano contribuire. Abbiamo di fronte una difficile sfida culturale e sul terreno della informazione. Abbiamo sopravvalutato il foglio elettronico, in realtà la informazione cartacea, il libro sedimenta diversamente, più in profondità (pensate all'impatto di piccoli fogli come il riformista od il foglio). Io ho sempre chiesto che si pensasse prima a strumenti che uniscono e formano (una rivista, un foglio) e questo ancora credo sia urgente.
Truini
Mi fa piacere ritrovarmi con questo manipolo di irriducibili. Sicuramente negli ultimo tempi abbiamo sofferto di evanescenza, i Cittadini per L'Ulivo sono stati spesso evanescenti. La sollecitazione di Rignano attende ancora risposte. Leggete l'articolo due comma uno e due del nostro Statuto. Le finalità del comma uno sono ancora pienamente attuali, anzi ancora di più. Gli strumenti pensati al comma due vanno visti. Una fase si è conclusa certo, per questo bisogna ricalibrare. Necessario progettare subito l'incontro su Pietro Scoppola ad ottobre. Pietro Scoppola ha scritto che "il PD o non nascerà affatto o sarà poca cosa se non potrà innestarsi su questa lavoro di base" il lavoro delle associazioni libero dal condizionamento dei partiti. Se non si fonderà su forti presupposti. Certo sarebbe importante riuscire ad intervenire sul terreno della informazione, su quello che stiamo facendo, non so se un foglio scritto. Bisogna informare su ciò che sta accadendo nel Pd.
Figurelli Michele
Alla situazione nuova determinata dal voto, alle domande nuove e ai problemi nuovi posti dalla sconfitta grave del centrosinistra, all'urgenza di ri-definire contenuti politico-culturali e forme della Rete, noi dobbiamo saper rispondere facendo nostro il rapporto tra pessimismo e speranza stabilito da Scoppola nella intelligenza storica e critica che egli aveva della politica, da lui vissuta come "disegno per il futuro,valutazione razionale del possibile e sofferenza per l'impossibile". Quel che abbiamo letto proprio in questi giorni delle "conversazioni di Gerusalemme", il libro del cardinal Martini uscito in Germania e una intervista di Kung ci fanno ripensare alla grande preoccupazione politica di Scoppola per i possibili effetti del gran riflusso della Chiesa rispetto al Concilio proprio quando si dovrebbe invece andare oltre il Concilio consapevoli che "solo una Chiesa povera potrà riscattare la povertà della Chiesa". Ma oltre e prima dei "pensieri bianchi" e dei "pensieri aperti" che egli ci ha lasciato nella sua ultima straordinaria scrittura al computer, ci sia di lezione quel che abbiamo direttamente ascoltato e condiviso nelle stesse riunioni della nostra Rete, il rapporto conflittuale avuto da Scoppola con il tormentato processo ulivista e coi suoi tanti stop and go : nel suo ruolo di primo piano dalla costruzione della FED alla Costituente del PD, dalla fase preparatoria della sua relazione di Orvieto a quel che seguì a quell'incontro e alle altre due relazioni di Vassallo e Gualtieri, e ancora nel contributo dato al comitato dei saggi per quel manifesto per il PD che sarebbe poi stato chiuso a chiave in un cassetto, inutilizzato per il necessario dibattito di massa riaperto poi dai congressi e dal discorso di Veltroni al Lingotto. Quante volte lungo questo cammino la nostra Rete, le nostre idee e proposte, le abbiamo con sofferenza sentite come isolate e addirittura derise! Quante volte a momenti di entusiasmo sono seguiti ritorni indietro e grandi pessimismi! Se teniamo a mente tutto questo,sapremo evitare di essere reduci o nostalgici nel ragionare sulla prospettiva per dare alla Rete e al suo rapporto con il PD obiettivi nuovi.
Le ragioni storiche della Rete (nuova democrazia- strumenti nuovi della partecipazione-riforma della politica) non si sono esaurite con l'avvento del PD cui il voto ha conferito dimensioni e fisionomia analoghe a quelle dei grandi partiti di progresso europei. E non solo perchè sia nella democrazia nuova che il PD vuole costruire sia nel l'idea che il PD ha di sè, del proprio rapporto con la società e dei limiti della politica, il ruolo e la autonomia dell'associazionismo lungi dall'essere ridimensionati secondo una (totalitaria) reductio ad unum hanno la prospettiva di estendersi e di rafforzarsi. Quelle ragioni non si sono esaurite perchè l'esperienza concreta del PD, anche per come è stata fortemente segnata dalla crisi del centrosinistra e dalla convulsione delle elezioni anticipate, non ha visto ancora realizzarsi compiutamente e coerentemente diversi contenuti qualificanti che la elaborazione della nostra Rete e le speranze di tanti avevano affidato alla Costituente del PD come Partito-dell'Ulivo. I limiti e le contraddizioni dei comitati per il PD, poi delle liste e delle candidature per le assemblee costituenti, poi delle assemblee costituenti stesse, poi della non piena attuazione di Programma Statuto e Codice etico, poi della formazione delle liste di Camera e Senato (nelle liste in Sicilia anche persone già condannate, o,nella medesima lista, accanto al rappresentante dell'Antimafia chi era stato filmato in un suo incontro a due con il capomafia locale -e ciò contro l'esplicito appello di Addio Pizzo raccolto da Veltroni in una grande manifestazione al Teatro Politeama!-), la progressiva rarefazione dello spirito delle primarie e caduta della partecipazione, hanno materializzato il pericolo di quella "fusione fredda" che tutti noi si voleva evitare riproponendo la urgenza ,tanto più nell'attuale inedito bi-partitismo, di un partito effettivamente e capillarmente aperto a tante energie intellettuali e morali non solo non valorizzate dalla politica come si dovrebbe e potrebbe, ma spesso neppure rappresentate. Alla luce di tutto ciò si è rivelata illusoria la logica della cooptazione che ha animato il rapporto di diversi pezzi della nostra Rete con il PD fino ad una sorta di annullamento in esso.
Il PD esiste solo formalmente e come una grande forza elettorale. E' tutto quanto da costruire, ad un tempo dall'alto verso il basso e dal basso verso l'alto. Ma gli si dà corpo e forme, e se ne allarga la rappresentatività sociale e territoriale, sui contenuti, attraverso una emendatio anche culturale rispetto al centrosinistra che ha fallito la prova del governo e attraverso innovazioni di programma (innovazioni positive sono già cominciate nelle proposte sviluppate nella campagna elettorale). E questo cimento sui contenuti del riformismo deve saper parlare agli interrogativi, alle delusioni, alle disillusioni, alle inquietudini,ai disorientamenti che la sconfitta elettorale , il non-voto e il dissolvimento dell'arcobaleno hanno determinato. Superare l'incompiutezza non solo a lungo termine, ma guardando alla scadenza delle elezioni europee e alla data ancor più vicina dell'annunciato congresso tematico del PD in autunno : questo lavoro sui contenuti per la costruzione del PD come partito dell'Ulivo e la spinta ad una nuova partecipazione ad esso oltre i limiti e i confini già visti aprono obiettivamente un grande spazio anche alla nostra Rete, ad una Rete autonoma, che non si proponga di essere corrente nel PD e che veda al suo interno pluralisticamente cooperare insieme iscritti e non iscritti al PD e forze che avrebbero potuto essere già coinvolte nella Costituente. A Palermo non solo tra aderenti al PD e tra aderenti ai CxU, ma con diversi altri si sta discutendo della idea di dar vita ad un Osservatorio per la Democrazia. Su idee come questa e su altre, e sulla base della preventiva elaborazione di una proposta politica e organizzativa concreta da parte nostra, si deve svolgere in autunno -dopo il convegno su "Scoppola cittadino dell'Ulivo"- l'assemblea della Rete,che, altrimenti,rischierebbe di essere un funerale o la registrazione di un dissolvimento e di una rinunzia .Per questo documento di proposte (che tenga conto del programma che il 20-21 giugno si darà l'Assemblea nazionale del PD), per i compiti nuovi e le forme da dare alla Rete, potremmo anche prevedere per fine giugno primi di luglio un seminario?
Clelia Calisse
Un difetto della Rete dei Cittadini è sempre stato quello di avere una organizzazione farraginosa, esecutivi poco noti e con una attività che non ci arrivava. Dobbiamo cambiare organizzazione. La prima domanda, i Cittadini esistono? Rispondiamo a questo. L'Ulivo morto? Ma è ancora quello che vogliamo, quello per cui dobbiamo battersi. Inoltre, il PD non è la Sinistra, perché la Sinistra è più ampia, ma oggi deve caricarsi anche di questo compito di rappresentare la Sinistra. La nostra associazione si è posta il problema se cambiare nome in o nore di Pietro Scoppola, ma abbiamo deciso di continuare con l'attuale a testimonianza di un egame alle ragioni del nostro impegno. Non tutti gli iscritti alla associazione sono fondatori del PD, anzi, e l'associazione è vitale proprio per questo. Certamente se guardo a questo Coordinamento siamo pochi e questo deve farci riflettere. Sicuramente una iniziativa ad Ottobre su Pietro Scoppola, una iniziativa importante.
Quercini Giulio
L'esperienza dei Cittadini per L'Ulivo credo sia esaurita. Domande nuove di carattere politico culturale si impongono e per rispondere a queste domande non so se noi ci siamo. Faccio fatica a vedere una realtà organizzativa adeguata.
Queste sono state elezioni "critiche", periodizzanti. Da queste elezioni esce un quadro del paese e un quadro della politica, un Paese che è cambiato ed una politica che è cambiata. Il centrosinistra ha fallito come proposta di governo, e ciò che colpisce è che questo fallimento ha finito per fare da innesco per una miccia che ha cominciato a bruciare a bruciare ed è andata nel profondo di questo Paese a trovare umori e tensioni che evidentemente erano presenti e sono esplosi quando l'innesco del fallimento del centrosinistra li ha risvegliati. Il bipolarismo italiano sta evolvendo verso una forma prevalentemente bipartitica, quindi è chiaro che non sentiremo più parlare di Ulivo come coalizione, chiuso. Il bipolarismo a prevalenza bipartitica è acquisito. Non c'è più l'Ulivo. Non avremo più la dinamica di una società civile chiamata ad arricchire la politica, no, la fase nuova dice che tutto avviene dentro, noi dovremo portare questi momenti che prima ostra si proponevano dall'esterno, noi dovremo portarli dentro, farli contare dentro. L'esigenza di rinnovamento è interna al partito democratico. E' dentro il Pd che va portata questa esperienza di rinnovamento della politica. Ciò che eravamo non è più proponibile. La Rete.Non abbiamo più Abbiamo avuto un ruolo significativo fino a Giugno, fino alla fase congressuale fino alla quale ciò che facevamo e dicevamo era significativo anzi atteso e cercato. Poi siamo scomparsi. Intravedo con fatica una nostra nuova missione. Oggi se vado a cercare i miei a Firenze fatico a metterli insieme e a rimotivarli. Il PD docrà avere questi "mondi vitali" dentro di sé, allora potrà crescere.. certo assemblea in autunno ma solo quando andiamo con una proposta precisa. D'accordo con l'appuntamento per Pietro Scoppola, alto, ambizioso. L'assenza di Scoppola è altro elemento da tenere conto per le decisioni da assumere.
Bonacchi Rosalba
Come richiesto da Massimo Cellai, espone gli elementi fondamentali della analisi del voto presentata da Stefano Draghi al "Forum regionale dei Segretari Comunali e di Circolo della Toscana", il 24 maggio a Firenze, auspicando che presto la relazione, con le relative tavole, sia rintracciabile nel sito del PD toscano.
L'analisi di Draghi, rispetto ad altri osservatori dei flussi elettorali, nega la consistenza di spostamenti determinanti dalla Sinistra Arcobaleno alla Lega: ciò è avvenuto in alcune località del Nord, ma ha avuto più importanza simbolica che numerica (lo 0,5 % su scala nazionale), dal momento che da tempo, in particolare nei piccoli comuni del Nord, molti operai sono iscritti alla CGIL e votano i Sindaci della Lega senza per questo sentirsi in contraddizione, poiché da ambedue i soggetti, ciascuno nella propria sfera, si sentono meglio tutelati e rappresentati.
Draghi limita anche la responsabilità del voto "utile" (2,5% come media nazionale) per la disfatta della Sinistra Arcobaleno e sottolinea la consistenza determinante dell'area del non voto/scheda bianca/scheda nulla, rispetto alla quale il PD deve porsi l'obiettivo prioritario del recupero.
In particolare l'area del non voto mostra una differenza di circa 2 milioni di voti mancanti rispetto al 2006: qui si è riversata gran parte dei 2.774.000 di voti persi dalla Sinistra Arcobaleno. .
In questo scenario i Cittadini per l'Ulivo hanno ancora un ruolo: un ruolo nel PD e fuori, nella società. Sia la "zona grigia" che il Centrosinistra ha completamente mancato e che la destra ha catturato, sia l'area del non voto, debbono divenire i nostri principali interlocutori sul territorio, dal momento che, con la nostra storia, potremmo essere più credibili rispetto al ceto politico del PD. Anche coloro che, da sinistra, hanno scelto di dare un voto "utile", non è certo che lo confermino alle prossime elezioni, a meno che non si metta in moto un processo nuovo, che parta dalla base ed inizi a realizzarsi nei forum tematici territoriali del PD, dove i democratici di "sinistra e centrosinistra" dovrebbero incontrarsi per rispondere con progetti condivisi di buona politica ai problemi locali. Ricordiamoci che Berlusconi non ha vinto (ha perso 1 milione di voti), ma il suo arretramento è stato compensato dalla forte crescita della Lega al Nord. e delle clientele di Lombardo a Sud. La Lega ha vinto perché, pur non disponendo di televisioni, è da tempo insediata in una grande area , di cui rappresenta le paure e il bisogno di identificazione in una comunità, di fronte alle minacce della globalizzazione. La Lega fornisce risposte facili, basate sull'egoismo e sulla demonizzazione del diverso, ma il bisogno di comunità è vero e profondo e dovrebbe essere il PD, con il contributo dei CpU, laddove esistono, a realizzare sui territori comunità solidali e inclusive.
I poster del PD di questi ultimi mesi evidenziano la progressiva scomparsa dell'Ulivo. Malgrado ciò, il cammino associativo dell'Ulivo è ricominciato: quell'Ulivo a cerchi concentrici previsto nel nostro Manifesto, con un nucleo forte riformista, costituito dal PD, i partiti federati e gli alleati di programma, è più che mai attuale, anche in vista delle prossime elezioni amministrative.
Ciò che serve è un progetto comune alle associazioni della Rete. Divenire un Laboratorio politico e dar vita ad un Osservatorio della democrazia sono proposte interessanti. Va previsto un livello alto del nostro lavoro politico-culturale, ma anche un livello popolare e radicato localmente, fatto di banchetti, ascolto e presenza capillare, che va riavviato, con l'obiettivo di riconquistare la zona grigia e quella dell'astensione.. Potremmo agire come associazione, ma potremmo anche spingere a farlo i circoli del PD.
Lo spazio che ci riguarda è quello dell'Art 30 dello Statuto del PD, che ci conferisce piena autonomia, non quello di un circolo o nline o cose similari,
Il Sito è fondamentale, per l'attuazione di quanto finora proposto, poiché non ci sono le condizioni economiche per pubblicare una rivista cartacea, come proponeva Paola Gaiotti, bensì possiamo realizzare un periodico o ndine, che diffonda i nostri pensieri attraverso gli articoli di una redazione a ciò preposta .e di tutti coloro che invieranno i proprio contributi. E' possibile realizzare tutto questo in breve tempo, basta modificare il sito e trovare il coraggio di partire.
In autunno ci sarà il Congresso tematico del PD, che mi auguro si svolga per tesi e non per mozioni contrapposte, che potrebbero delineare correnti strutturate. Dovremo parteciparvi perché potrebbe essere l'occasione giusta per rimettere in moto quel percorso costituente che auspicavamo (così malamente bloccato e dirottato dopo la pubblicazione del primo Manifesto), volto a far nascere e diffondere finalmente nel popolo delle primarie la riflessione e il dibattito sull'identità democratica del popolo italiano, sui valori e i principi che in essa si incarnano, così da promuovere il completamento del processo fondativi della democrazia italiana, che per Scoppola e per i CpU é la vera missione storica del Partito Democratico.
Menzietti
Il risultato elettorale ha aperto uno scenario di un lungo periodo di governo del centro destra. Esito non scontato ma ipotesi concreta, dipenderà da come sapremo rapportarci al Paese reale. Distinguiamo nella nostra analisi le due proposte che abbiamo avanzato in campagna elettorale: una essenzialmente politica e una di governo.
1. la proposta politica di nascita del PD è stata accolta. Non era affatto scontato questo risultato elettorale per una formazione nata in condizioni difficili. Indubbiamente è un bilancio positivo.
2. La nostra proposta di governo è stata bocciata perché non siamo stati e non siamo credibili nella coerenza fra ciò che diciamo e ciò che facciamo. Su molti terreni. L'applicazione della legge chiamata "porcata" è stata il peggio di quanto potessimo immaginare, abbiamo fatto propri i principi peggiori di quella legge. Potevamo agire diversamente. Non siamo credibili in primo luogo perché non lo siamo nel territorio là dove governiamo: comuni, province e regioni (la mia è un'ottica limitata alle Marche, vi sono situazioni migliori, ma certamente anche peggiori in gran parte del Paese). Non c'è sintonia tra il sentire profondo del Paese ed il centrosinistra.
Corriamo il rischio del collasso dei fondamentali della nostra democrazia. Il PD non è ancora il partito che volevamo ma anche questo non è un destino, non ci piace ma non lo dobbiamo abbandonare. La Rete dei Cittadini per l'Ulivo è uno strumento importante per costruire il partito che vogliamo e che vogliono gli stessi cittadini. Siamo adeguati ai compiti che ci aspettano? No. Allora alziamo le mani? No. Dobbiamo far proprie le esigenze delle persone anche quando collidono con le scelte delle nostre amministrazioni e con le scelte del PD. In piena autonomia. Allora avremo il consenso e, quindi, la forza politica per essere adeguati. Siamo disponibili ad assumere questo ruolo?
Lella Massari
La sintesi di quello che è successo è semplice: è stato tradito il popolo delle Primarie. Per quanto riguarda il voto, dissento da parte della analisi di Draghi, analisi molto discutibile, i flussi ci sono stati e quella analisi non convince. Cosa è accaduto tra le Primarie ed il voto? La esclusione dei Cittadini in quella fase è evidente, esclusione anche dalle candidature dopo che invece abbiamo avuto una presenza importante negli organi della Costituente. Per quanto riguarda Veltroni mi pare di dover sottolineare che il risultato ottenuto è comunque positivo, quello possibile nella situazione data. Quindi un giudizio globalmente positivo sulla azione di Veltroni. La Rete. Chi siamo oggi? Innanzitutto la realtà della Rete va ben compresa. Bisogna sapere cosa effettivamente siamo nel territorio. Io sento molti che quando mi incontrano, anche persone inaspettate, mi dicono "non chiudete", siete una realtà diversa, unica, "non chiudete".Siamo conosciuti, perché buttare via una esperienza Certo noi non dobbiamo andare a fare la corrente del PD. Allora ci dobbiamo chiedere cosa? Come e con chi?. L'Ulivo è in realtà ancora da realizzare, è il compito e la misura della nostra azione politica. L'approdo è il Pd. Un passo è stato fatto. Ma di "ulivismo" ce n'è ancora bisogno. Il rinnovamento della politica deve essere compiuto. I circoli devono aprirsi al territorio, non devono essere realtà chiuse.
Pasquali
Siamo di fronte ad un gruppo dirigente di soggetti inamovibili, inamovibile e che utilizzano un indubbio radicamento sociale costruti con i partiti per rendere sé stessi ancora più inamovibili. Il radicamento di questo gruppo dirigente è un radicamento sociale antico e per questo è un radicamento sordo al nuovo. Un gruppo dirigente vecchio che no parla ai gruppi sociali che sempre più numerosi caratterizzano la società italiana, quelli del lavoro autonomo. Allora noi dobbiamo muoverci con due criteri guida 1.Le Primarie. Strumento da utilizzare e imporre per scardinare questo gruppo dirigente anche se so bene che proprio perché utilizzano rapporti vecchi e inerziali possono anche imporsi nelle Primarie 2. Tre\tre\tre. Cioè dobbiamo imporre quell'ingresso di persone che non provengono dai gruppi dirigenti dei vecchi partiti. Quella formula che era comparsa in una fase di costruzione e che ora dobbiamo rilanciare.
Mariella Laudadio
Gruppo dirigente del centrosinistra italiano non è cambiato, il processo democratico della costituente è stato neutralizzato dagli organismi verticisti. Circoli sono il nodo ancora aperto, ancora vivo. Rete. Partiamo dall'esecutivo, è stato costituito per elezione, è stato anche un impegno ma sempre una scelta. Ora chi ritiene esaurito questo progetto politico o questo compito lo deve comunicare, per correttezza, per un appello al buon senso. Poi, chiediamo un passo indietro ai politici dei gruppi dirigenti, allora dobbiamo anche dire a chi è nelgi organismi della Rete da tempo che deve fare un passo indietro, coerenza e buon senso, si invitano altri e via. Futuro della Rete. Mi pare si siano evidenziate due linee, 1. Valentini. Rilanciare la Rete per una funzione di comunicazione tra interno ed esterno al Partito, perché è all'interno ed all'esterno del Partito che crescerà il centrosinistra 2. Quercini. La nuova fase è tutta interna al Partito e quindi è lì che si deve giocare un ruolo. Allora io dico affrontiamo in maniera trasparente questa discussione ma soprattutto andiamo a decidere democraticamente, due mozioni diverse in assemblea , due mozioni che verranno votate. Compito ora affinare e preparare queste mozioni, verificare la forze residue. Infine dobbiamo parlare con chiarezza in questo e con questo Partito, dobbiamo dire chiaramente quello che non va, chiaramente, andiamo al loft, andiamo a dire quello che pensiamo, per il bene del PD e dell'Ulivo.
Buono Italo
Racconto la vicenda dell'incontro "Lucca ricorda Pietro Scoppola" e della reazione del segretario comunale lucchese che chiedeva che questo tipo di attività fossero ormai da fare all'interno del PD. Cosa ci sta dietro questo tipo di reazione, una forma di paura, un sintomo dell'incapacità di tradurre in realtà l'idea di un "partito aperto". C'è una responsabilità grande dell'intero centrosinistra nella sconfitta, una responsabilità dell'intera classe dirigente del centrosinistra. Su questo invito alla lettura del discorso di Prodi alla "assemblea dei Mille", lo scorso 2 maggio. (la trascrizione da radio radicale in www.viverelucca.it) La sconfitta è profonda e investe il rapporto tra il centro sinistra e la società italiana. Siamo davanti ad un compito ben preciso e che non permette ambiguità: lo sviluppo della nostra democrazia, il suo pieno compimento e per fare questo ci vuole un PD forte di una concezione pluralistica e liberale. La linfa per il Pd può venire anche dall'esterno a dare forza e possibilità di sviluppo pluralistico al PD. Per capire cosa dobbiamo fare, che compito svolgere, dobbiamo dirci che ci sono alcuni precisi nodi da affrontare.1. democrazia e legge elettorale, 2. democrazia ed eccesso di semplificazione, retorica della semplificazione, che non è sempre sinonimo di procedure capaci di rispondere alla complessità, 3. democrazia ed architettura costituzionale, 4. democrazia e rappresentanza dei diritti e doveri comuni, delle responsabilità comuni, del recupero del concetto di solidarietà, 5. democrazia e Primarie, guai ad assecondare l'uso inflazionato di questo strumento, la banalizzazione del chiamare i cittadini oltre ogni reale misura e responsabilità, ma le primarie rimangono uno strumento importante per il PD. Dobbiamo avviare una riflessione con umiltà, senza presunzione. Le responsabilità della sconfitta sono evidenti e bisogna dirle. Abbiamo possibilità di ricostruire una prospettiva politica se partiamo dalla consapevolezza di avere una responsabilità istituzionale, una responsabilità verso la democrazia, una responsabilità verso gli italiani. Oggi qui ci sono dodici realtà territoriali, facciamo dodici associazioni. Attenti, è chiaramente poco, ma non è cosa da sottovalutare una presenza territoriale di questo tipo. Bene, per l'appuntamento d'autunno, penso a queste associazioni che pensano, propongono e si convocano per un seminario aperto sulla base di un canovaccio di discussione, che in parte è già quello di oggi. Quanto al convegno su Scoppola ad Ottobre è un impegno che non possiamo derogare.
Giuliani Fabrizio
Le conseguenze della sconfitta sono gravi e chiedono una discussione che coinvolge tutti. E' vero non c'è ricambio di gruppo dirigente e ancora non c'è il PD. La situazione nel partito è difficile, le Primarie premiano i capi-corrente e questo toglie importanti strumenti di rinnovamento. Allora decidiamo e dedichiamoci al Convegno su Scoppola per l'autunno ed andiamo ad una Assemblea quando abbiamo una proposta. Il nostro atteggiamento nei confronti del PD, dei limiti e delle delusioni, non deve essere quello della polemica, dell'essere contro e basta, ma dobbiamo essere alimento positivo per il PD
Lucio Piselli
Questo partito ha forti difficoltà ad assumere una vita democratica all'insegna del pluralismo, quello che è accaduto a Lucca è accaduto in Umbria. Ho partecipato a questo dibattito pensando di fare il "fungo saprofita" e di ascoltare quello che potevate dirmi. Il dibattito è stato molto interessante. Allora io propongo che entro luglio ci si rivolga a tutte le associazione od ai singoli coinvolti nella Rete e gli si chieda se intendono partecipare a questa discussione ed intendono contribuire agli appuntamenti di autunno, il convegno su Scoppola e l'assemblea dei Cittadini. Ricordiamoci che è necessario ricordare che Pietro Scoppola è stata una voce rivolta a tutti, non rivolta ai cattoli ci o a parte di essi, rivolta a tutti.
Lazzari
Sono costituente regionale nelle Marche, una esperienza recente all'interno della Rete dei Cittadini per l'Ulivo. In poco tempo da noi sono sorti dodici circoli dei Cittadini. Io credo che ci sia stato un eccesso di timidezza da parte dei Cittadini, dovevamo osare di più, far sentire più forte la nostra voce, di fronte al deficit di democrazia di cui soffre il PD. Allora che fare? Io credo che ci sia bisogno di una associazione così e quindi alle due ipotesi che parevano delinearsi, valentini - quercini, io aggiungo una terza, i circoli dei cittadini dentro il PD, potremmo essere direttamente una serie di circoli del PD. I risultati elettorali ci dicono che il PD è il partito della sinistra italiana e che ci attendono cinque anni di grande impegno.
Conclusioni di Massimo Cellai
Metodo: 1. un verbale tratto dai miei appunti, integrato in bozza dai presenti ed infine inviato a tutti i Cittadini del Coodinamento nazionale
2. una richiesta a associazioni e singoli di rispondere al dibattito attestato dal verbale e di dichiarare un interessamento a partecipare a questa fase ed a queste decisioni, una specie di "ci sto" confermato dal gesto di versare nel C\C cinquanta euro che permettano di utilizzare questo il sito della Rete o altro strumento in funzione delle necessarie scadenze di settembre-ottobre
3. prospettiva di organizzare un appuntamento su Pietro Scoppola in autunno e di organizzare un appuntamento per la rete in cui assumere decisioni, una seminario aperto o una assemblea straordinaria convocata da coloro che hanno dichiarato il "ci sto".
Le associazioni. Le associazioni che davvero ancora fanno politica nel territorio non entrano in sonno quando la Rete deve assumere decisioni. Esse conducono la loro esperienza autonoma, è il valore aggiunto della Rete e del collegamento in Rete che è in questione.
Due brevi accenni a temi trattati nel dibattito. Il Rinnovamento del gruppo dirigente è prossimo allo zero, nonostante la Costituente, perché scientemente questa è stata annullata appena svolta: le assemblee nazionali e regionali trasformate in luoghi rituali e scontati assolutamente insignificanti, i regolamenti locali hanno subito integrato i costituenti e, se per caso il vecchio gruppo dirigente ha tentennato a mettersi in gioco nella Primaria, hanno subito rimediato.
Contenuti politici e CpU: abbiamo condotto delle battaglie politiche che abbiamo pagato con la marginalità, per esempio ricordo a tutti la posizione assunta dai Cittadini sul Referendum, che ribadisco carico di grandi responsabilità per la caduta del governo Prodi: ne è conseguito un isolamento in tutto il mondo associativo, su una questione su cui è calato un silenzio imbarazzato.
Infine, ci siamo chiesti se saremo in grado (ed io ancora dubito) di svolgere i compiti individuati ma siamo preoccupatissimi anche di chi si sta apprestando a rivolgersi ai Cittadini, di quali soggetti si apprestano ad utilizzare la delusione e il carattere chiuso e "freddo" del percorso del PD: si profilano soggetti lontani dall'Ulivo che si appelleranno alla cittadinanza delusa ma attiva, rivedremo i Grillo, rivedremo soggetti con alle spalle storie associative ed iniziative di cui abbiamo pesato la distanza dalla cultura profonda dell'Ulivo. E questo ci deve fare riflettere.
http://www.cittadiniperlulivo.com/wmview.php?ArtID=2719
marzo 14 2008
Addio Prodi
Vanity Fair,
Dunque il Professore esce (con un sorriso tirato) dal palcoscenico della politica. Chiudendo simbolicamente la stagione delle due Italie, quella prodiana, quella berlusconiana, contrapposte anche nel colpo d’occhio di superficie oltre che nelle profondità del carattere, dei modi e dei mondi di riferimento dei due leader.
Quella contrapposizione divenne il tema principale della politica, il suo reagente e il suo fondale. C’era l’Italia dell’uno e dell’altro. Quella della Bologna prodiana e di quieta provincia italiana, con regole e segreti da rispettare, Università di tradizione, establishment bancari, centri studi, capitalismo temperato dalla dottrina sociale della Chiesa, statalismo coniugato al mercato e alle liberalizzazioni, un po’ di noia, niente consumismo, molta bicicletta. E quella della Brianza berlusconiana di edonismo arrembante e tv commerciale, del successo economico a tutti i costi, della religione del fare e dell’avere, dell’ insofferenza alle regole, prima di tutto quelle fiscali, del vitalismo che crea e che innova, dei molti sacrifici necessari, e dei condoni sempre ben accetti.
Due volte Prodi ha sfidato e sconfitto Berlusconi, nel 1996 e nel 2006. Due volte ha risanato i conti dell’Italia. Due volte ha avuto in cambio coalizioni litigiose, finendo trafitto dai suoi alleati peggiori, la prima volta Fausto Bertinotti, la seconda Clemente Mastella. Non ha retto ai ricatti miopi della politica. Alle piccole e grandi congiure che si nutrivano della sua vittoria per imbrigliarlo e sconfiggerlo. Ai mediocri alleati incapaci di immaginare che solo dentro al suo progetto, l’Ulivo e poi l’Unione, la sinistra radicale e il centrismo cattolico stavano vivendo l’ultima occasione per governare insieme. Ora si volta pagina. E presto anche il declino di Berlusconi seguirà. http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
febbraio 2 2008
Buon compleanno, Ulivo
Il 2 febbraio del 1995 nasceva L*Olivo, che poi si trasformerà il L*Ulivo - Una *lettera* di auguri di Deo Fogliazza
Oggi é sabato 2 febbraio. Il 2 febbraio del 1995 nasceva "L'Olivo", che poi si trasformerà in "L'Ulivo"
Oggi l'Ulivo compie 13 anni.
Ne abbiamo fatta di strada.
Ne abbiamo date e ne abbiamo prese.
Sia tra schieramenti, tra centro destra e centro sinistra.
Sia all'interno del nostro stesso schieramento.
Partiva l'idea dell'Italia che vogliamo. L'idea di tenere insieme le diverse anime del riformismo italiano. L'idea della riforma della politica. Nascerà poi, da qui, l'idea delle primarie come metodo di selezione della nuova classe dirigente del centrosinistra.
Parecchie idee. E parecchie battaglie delle idee.
La gran parte sono oggi approdate nel progetto del PD.
Ci siamo lasciati alle spalle la pratica dell'Ulivo unanimista, dell'Ulivo che non sapeva e non poteva decidere.
E speriamo di non esserci arrivati tardi.
Certo é che se non ci fossero state formidabili resistenze, magari sarebbe stato possibile anche arrivarci prima. E forse la storia recente dell'Italia sarebbe stata diversa.
Oggi festeggiamo i 13 anni di vita di un soggetto che prometteva bene, che ha dato molti frutti. E che ora va recuperato nel PD - nel suo seme essenziale - rigenerato e modificato naturalmente, non geneticamente.
Durante questi 13 anni si sono incrociate storie, destini. Sono nate esperienze associative come i "Cittadini per l'Ulivo", che hanno cercato -spesso in piena solitudine, passando da Gargonza e dai giorni della "cicoria" - alle volte di rinsaldare il progetto, altre volte di salvarlo da chi voleva addirittura archiviarlo senza problemi.
Abbiamo spesso lavorato fianco a fianco, si sono rinsaldate amicizie. Sono anche nati amori, e nuove famiglie. E' stato bello.
Ma il più bello deve ancora venire.
Ci aspettano momenti difficili. Dobbiamo affrontare battaglie importanti. La prossima campagna elettorale - in qualsiasi momento avverrà - sarà particolarmente difficile ed importante.
Sapremo affrontarla con lo spirito di rinnovamento di 13 anni fa? Con la stessa voglia di cambiamento? Con la stessa fiducia?
Se sapremo rispondere di sì a queste domande, avremo fatto il pezzo più importante del lungo tragitto che ci aspetta.
A ben guardare, non c'é motivo per dire di no.
Buon compleanno.
Deo Fogliazza http://www.welfarecremona.it/wmview.php?ArtID=8551
gennaio 20 2008
s
PD; GLI 'ULIVISTI' ATTACCANO VELTRONI: SE FAI CADERE GOVERNO...
Roma, 19 gen. (Apcom) - E' un affondo diretto, quello che gli 'ulivisti' guidati da Arturo Parisi e Rosy Bindi portano al segretario del Pd Walter Veltroni: una requisitoria dura, senza sconti, sulla gestione 'leaderistica' del partito, sui principi-guida dell'Ulivo traditi, sul maggioritario abbandonato per il proporzionale. Soprattutto, i due ministri più prodiani del governo dicono chiaro e tondo quello che fino ad ora veniva solo sussurrato a bassa voce: Veltroni vuole le elezioni, si muove destabilizzando la coalzione. Ma, è l'avvertimento, sappia che gli ulivisti non ci stanno, si organizzano in un'associazione, i 'Democratici per l'Ulivo' e danno un primo assaggio della loro determinazione annunciando che non seguiranno la disciplina di partito sulla bozza Bianco. Una iniziativa dalla quale rimane fuori il presidente del Consiglio, ovviamente, anzi fonti vicine a Prodi tengono a sottolineare che Bindi e Parisi si muovono autonomamente. Ma alla riunione 'ulivista' c'erano buona parte dei prodiani, a cominciare da Mario Barbi che ha rappresentato Prodi durante la preparazione delle primarie. E poi c'era Marina Magistrelli, Franco Monaco... Insomma, buona parte del 'prodismo' storico. Nessuno, oggi, vuole dire di più, la Bindi assicura che la sua iniziativa non vuole creare "divisioni" nel partito, Barbi spiega che non si devono "trarre conclusioni". Ma il messaggio che arriva dal fronte ulivista sembra in realtà chiaro: il Pd deve muoversi in continuità con l'Ulivo e con i 'valori' che hanno segnato la nascita della formazione voluta da Prodi e Parisi. E dunque, difesa del bipolarismo, scelta del governo agli elettori; soprattutto, la vocazione ad unire le diverse anime del centrosinistra, dalla tradizione popolare alla sinistra radicale. Tutto il contrario, o quasi, di quello che predica Veltroni. In particolare, il timore, dichiarato, è che il segretario del Pd si stia ormai acconciando a chiudere una fase che ritiene troppo logorante per un partito nascente. Parisi lo accenna: "In tanti hanno la tentazione di spegnere il lumicino fumigante per difendersi dalla fine. Ma abbiamo il dovere di governare, anche con un voto in più". La Bindi attribuisce esplicitamente a Veltroni il retropensiero delle elezioni anticipate. Sospetti che gli ulivisti covano da tempo e che oggi, dopo la sortita di Veltroni sul Pd che è pronto a correre da solo, sono diventati certezze ai loro occhi. Barbi spiega: "Dicendo che punta ad un bipolarismo che poggia sulla vocazione maggioritaria dei due partiti principali Veltroni non può che produrre tensioni nel sistema". Il sospetto è che sia la "copertura per andare da solo alle elezioni, perché la tenuta della coalizione e l'esercizio della responsabilità di governo è considerato troppo pesante". Insomma, il segretario del Pd si appresterebbe, nonostante le rassicurazioni, a scaricare il governo, giudicato ormai agli sgoccioli e, comunque, incapace di dare quelle risposte di cui ha bisogno il neonato partito. In molti hanno notato, oggi, le diverse valutazioni offerte da Massimo D'Alema, sul Corriere, e da Goffredo Bettini, su Repubblica, a proposito delle conseguenze che il referendum avrebbe sulla coalizione: per D'Alema non c'è motivo di ritenere che Rifondazione faccia cadere il governo, "Bettini sembrava incitare Prc alla crisi", notano gli ulivisti. Insomma, il rapporto di fiducia sembra essersi definitivamente incrinato, visto che la Bindi accusa il segretario di praticare "giochetti" sulle elezioni anticipate. L'affondo frontale fa capire a Veltroni che una crisi verrebbe imputata direttamente a lui dagli ulivisti, insieme al tradimento dei valori dell'Ulivo e via dicendo. Un messaggio non rassicurante al leader di un partito ancora in fase di costruzione. Un avvertimento che lascia intravedere un forte scossone al Pd da parte degli ulivisti, se le cose dovessero prendere una certa piega. Tanto più che, se le cose dovessero precipitare, sarà interessante vedere se Prodi si terrà ancora fuori dalla mischia, o se seguirà la linea dell'avanguardia ulivista. Del resto, già oggi il premier ha avuto modo di bocciare il proporzionale, ricordando che non può funzionare oggi quello che non ha funzionato nella prima repubblica.
gennaio 4 2008
Quest'anno cercherò di scrivere poco di politica e di non pontificare su cose che non conosco.
Spara Dario Spara
Per esempio, sul semipresidenzialismo non mi pronuncio. Non mi faccio mica fregare. Qualche mese fa mi sembrava perfino un sistema interessante, per cui non posso mettermi a criticare Franceschini, che queste cose le avrà studiate meglio di me... e poi si vede che è uno serio, mica il tipo che la butta lì soltanto perché è davanti a una telecamera.
Vorrei soltanto capire: ma il PD funziona così? Cioè, c'è questa sede a Roma, praticamente un appartamentino in Piazza Sant'Anastasia, dove ogni tanto il segretario e il vice vanno a fare un vertice a due, Buon Natale, Buon Anno, senti, hai visto che forza quel Sarkozy? Mi è venuto in mente che nel 2008 potremmo fare anche noi il semipresidenzialismo, cosa ne dici?
"Figata! Però forse prima dovremmo consultare la base".
"Dici?"
"Sai com'è, io ho appena presentato un proporzionale misto alla tedesco-spagnola, se adesso salto fuori col modello francese rischiamo di incrinare questa sensazione di compattezza interna che finora abbiamo cercato di suggerire nel pubb... nell'elettorato"
"Hai ragione, soltanto... come facciamo a consultarla? Non ci sono le strutture intermedie, ci siamo soltanto io e te..."
"E io sono molto impegnato, faccio il sindaco, ho un sacco di ordinanze da firmare..."
"Sai cosa ti dico? Vado direttamente in tv, e la butto lì: Ehi, base, che ne diresti del semipresidenzialismo?"
"Figata! Però qualcuno si lamenterà".
"Eh, si capisce, adesso solo perché uno fa il vicesegretario del PD non può più andare in tv a suggerire la prima riforma istituzionale che gli viene in mente..."
"Sì, ti criticheranno tutti... intanto però inizieranno a discuterne".
"Poi tra qualche settimana si fa un sondaggio... e vualà, abbiamo consultato la base. Senza bisogno di tutte quelle ferraginose strutture intermedie".
"Noi sì che siamo moderni, ahò. Io conosco un'agenzia di sondaggi che non sbaglia quasi mai, mi dice sempre quello che voglio sentire, vedrai che ci fanno un lavoro coi fiocchi".
"Allora vado?"
"Va', va'"
"Sparo la riforma?"
"Spara, spara... No, aspetta, mi è venuta in mente una cosa. Berlusconi".
"E cosa c'entra Berlusconi, adesso".
"Ti sembrerà strano, eppure c'entra. Se facciamo il semipresidenzialismo, siamo sicuri che alla fine gli italiani non eleggano lui? Perché se andasse a finire così non ce lo leveremmo più dai..."
"Ma no, vedrai, eleggeranno te".
"Sul serio?"
"Vai tranquillo! Ti ricordi l'ultimo sondaggio?"
"Ah, già, i sondaggi, dimenticavo".
"Non sbagliano mai, no?"
"Quasi mai".
"E dicono sempre quello che vuoi sentire, no?"
"Con quello che paghiamo, ci mancherebbe".
"Allora vado, eh?"
"Vaivai".
"La sparo?"
"Sparaspara".
"Prodi se la prenderà".
"Pazienza".
"D'Alema s'incazzerà".
"Figata".http://leonardo.blogspot.com/
dicembre 28 2007
Tutte le sfide del Professore
Bruno Miserendino
l' Unità
Veltroni lo incoraggia: «Ha fatto moltissimo per il risanamento e i suoi obiettivi per il 2008 sono i nostri». Anche il resto della maggioranza lo sostiene.
Insomma, se l’obiettivo era scacciare il fantasma del governo istituzionale, e isolare Dini, che continua a minacciare defezioni, Prodi sembra aver segnato un punto a favore. Almeno per ora. Alla fin fine quell’accenno un po’ misterioso del premier alla «maggioranza cospicua della Camera», che ieri ha scatenato i cultori del retroscena, vorrebbe solo significare che Prodi continua a considerarsi senza alternative. Una maggioranza c’è, afferma, è quella voluta dagli elettori, e alla Camera è chiarissima, perché occuparsi solo del Senato, dove i numeri permettono il gioco dei ricatti individuali? È una sfida chiara a Dini: sfiduciami, ma non solo al Senato, e sarà chiaro che nessuno nella mia maggioranza vuole la crisi e il governo istituzionale.
È la realtà, probabilmente. Eppure ieri, alla fine della conferenza stampa, è aleggiata anche tra gli alleati un’impressione di debolezza. Come se quel puntello che ha sostenuto Prodi negli ultimi mesi, ossia la mancanza di alternative credibili, da solo non fosse più sufficiente a descrivere un futuro accettabile al governo e alla maggioranza. Indicativa la reazione di Veltroni alle parole di Prodi: pieno sostegno per i progetti economici di rilancio, silenzio sulla parte riguardante le riforme. È ovvio che quella parte del discorso del premier non può aver entusiasmato Veltroni ed è chiaro che qui si nasconde il punto debole. Prodi ha tranquillizzato i «piccoli» partiti, sostenendo che non può essere fatta una legge «che li penalizzi». Ha ricordato nuovamente il «Mattarellum», «legge che funzionava bene e che il centrodestra ha cancellato» per mettere i bastoni tra le ruote a chi governa. Ma poi quando ha risposto sull’eccessivo numero dei ministri e sulle fibrillazioni della maggioranza, il premier ha spiegato che molto dipende proprio dalla legge elettorale e dall’eccessivo numero dei partiti. Insomma, Prodi è il primo a sapere che una riforma elettorale ha senso solo se riduce la frammentazione, costringendo i piccoli ad aggregarsi e impedendo che si ridividano in frammenti dopo le elezioni. Solo che al momento vuole o deve per forza di cose interpretare il ruolo di paladino dei «piccoli» partiti. È questo che gli garantisce una verifica meno burrascosa, è questa la sua polizza per l’immediato futuro. Qualcuno al loft la mette così: «Al momento, se si stesse alle parole di Prodi, non si farebbe nessuna legge elettorale, oppure si tornerebbe al Mattarellum, che però costringe in ogni caso all’ammucchiata, perché solo così si vince...» Il problema è che c’è il referendum e quindi il nodo andrà sciolto. «Ma se l’intenzione è garantire con una riforma elettorale la presenza anche dei piccoli partiti è chiaro che non si fa nemmeno il sistema tedesco annacquato». Al Pd, o almeno a Veltroni, questa prospettiva continua a non piacere.
Naturalmente bisogna aspettare la verifica di gennaio, anche se la parola non piace a Prodi. La scontata riluttanza a parlare di riforme non potrà durare a lungo. E probabilmente non basterà che Prodi dica agli alleati “io mi occupo del rilancio del governo, le riforme le fa il parlamento”. Si sa cosa pensa Veltroni: una prospettiva di riforme nel 2008 aiuta il paese e il governo Prodi, non lo indebolisce. Quanto all’ipotesi di un esecutivo istituzionale per fare la riforma elettorale, il leader del Pd la considera al momento inesistente. Si prenderà in esame se la caduta di Prodi lo imporrà, ma sapendo che a quel punto il voto resta l’ipotesi più probabile. Del resto, osservano nel Pd, questa è materia del capo dello stato. Ma non si può ipotizzare un governo, tecnico-istituzionale per le riforme sostenuto da una maggioranza sbilanciata verso il centrodestra. Si ricorda il precedente proprio del governo Dini, ex ministro del governo Berlusconi e scelto dal presidente Scalfaro dopo la caduta del Cavaliere per mano di Bossi.
Del resto politicamente è stato questo il leit-motiv del discorso di Prodi. Il mandato popolare, dice il premier, è stato dato a me e a questa maggioranza e non si potrà non tenerne conto. Ieri a Palazzo Chigi hanno passato il pomeriggio a smentire le ipotesi più fantasiose sorte intorno all’accenno di Prodi al tema dei governi alternativi che devono avere una larga maggioranza alla Camera. Persino la vecchia e molto teorica ipotesi di scioglimento del Senato è stata rievocata per spiegare quell’accenno, ma a Palazzo Chigi hanno smontato tutto.
Quanto a Dini «uomo che parla e non chiede», Palazzo Chigi continua a non capire «cosa vuole davvero». Ma tanti brutti sospetti albergano. Infatti facevano notare la dichiarazione di Berlusconi: «Non sembra sua, ha qualcosa di diniano...». Prodi di certo non molla e avverte che non sarà certo Dini a ribaltare un mandato popolare: «Dobbiamo prendere sul serio l’impegno preso con l’elettorato. Non lo possiamo cambiare sulla base di sensazioni».
dicembre 19 2007
| Walter prepara l’offensiva di gennaio |
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Romano Prodi che invoca tregue e rinvii. I piccoli dell’Unione che ottengono un vertice e preparano le barricate. I due terzi delle forze politiche in Parlamento che gridano alla «legge-truffa». La commissione Affari costituzionali del Senato che ieri, al termine di una riunione marchiata dall’ostruzionismo, rimanda a dopo le feste il voto sul testo base di riforma. Infine Veltroni che, intervistato dal Foglio, per la prima volta entra nel merito sui possibili benefici del referendum. A metterli insieme, sembrano indizi sufficienti a provare l’imminente fallimento della riforma della legge elettorale per via parlamentare. La realtà è un po’ diversa.
I giochi vanno infatti avanti, insieme alle trattative sul testo. La tensione latente tra Prodi e Veltroni su tempi e modi della riforma è ancora sotto controllo, anche perché il leader del Pd continua a tenersi in contatto quasi quotidiano col premier e ha accettato la moratoria chiesta dal Prof per non destabilizzare l’esecutivo e la maggioranza in una fase di importanti voti parlamentari. Ma il leader del Pd non ha alcuna intenzione di rassegnarsi a soccombere sotto la mole di veti che gli pioveranno addosso a seguito del vertice dell’Unione del 10 gennaio. Al contrario, Veltroni sta preparando per il mese prossimo l’offensiva finale, nella convinzione che il quadro sarà più favorevole. «Aspettiamo, a gennaio le condizioni ci permetteranno di forzare», ha detto il sindaco a più di un interlocutore per spiegare la ritirata strategica di questi giorni. Il calcolo è il seguente: senza finanziaria in corso, i “piccoli” avranno meno potere di interdizione; con un’agenda 2008 per ora vuota e tutta da ricontrattare, il governo farà fatica a spendersi su un secondo tavolo di trattativa, Prodi avrà meno margine per capitanare rivolte interne e dovrà infine prendere atto - sempre via Bertinotti - che il suo governo non sopravviverebbe al fallimento della riforma. Dove non arriverà Bertinotti, ci penserà Berlusconi. Al quale Veltroni rivolge una nuova offerta: la condivisione del piano B nel caso il blitz parlamentare non riuscisse.
Ricorda in sostanza Veltroni al Cavaliere: la legge prodotta dal referendum funziona virtuosamente solo se alle elezioni concorrono i partiti, e non listoni creati ad hoc per fare “più uno” sulla coalizione avversaria. E aggiunge: io giuro di esser pronto a correre da solo, ma attenti, perché Berlusconi potrebbe fare altrettanto. Il guadagno, suggerisce Veltroni, sarebbe reciproco: Pd e Pdl potrebbero giocarsi una partita a due senza essere costretti a blandire alleati riottosi e inseguire maggioranze coatte. Uno scenario che si traduce automaticamente in un monito ai “piccoli” dell’Unione in vista del vertice e che suona più o meno così: non illudetevi di mettervi di traverso in Parlamento con l’idea di utilizzare gli effetti viziosi del referendum, perché proprio il referendum può diventare l’arma-fine-di-mondo dell’asse Veltroni-Berlusconi. Ma il messaggio è rivolto anche a quanti, dentro e fuori il Pd, pensano di poter spuntare in Parlamento una legge più tedesca. A loro il sindaco manda a dire che, piuttosto che il «pateracchio filo-centrista» denunciato dai “tecnici” veltroniani Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti, si andrà dritti e contenti al referendum. Il doppio monito del leader del Pd è riassunto in colpo solo da Enzo Bianco, firmatario della bozza di partenza e bene attento a muoversi in sincrono col leader del suo partito: «Quello che non intendo consentire - dice Bianco in vista della stretta di gennaio - è che la mia proposta di riforma venga snaturata in una legge-trappola che cristallizzi il panorama politico».
Intanto il dialogo Pd-Pdl va avanti. Ieri Gaetano Quagliariello, ambasciatore berlusconiano in commissione Affari costituzionali, ha formalizzato le modifiche che Forza Italia ritiene indispensabili per un accordo: voto unico, sbarramento su base circoscrizionale e riduzione del numero dei collegi. Una robusta correzione “spagnola” al testo base presentato la scorsa settimana da Enzo Bianco. Per Veltroni non ci sono problemi ad accogliere le richieste. Per i nemici del dialogo è invece l’ennesima conferma del «patto della frittata». «La coperta è corta, ma noi andiamo avanti», assicura Walter Vitali, “relatore” veltroniano della riforma.
Stefano Cappellini |
http://www.ilriformista.it/news/rif_lay_notizia_01.php?id_cat=4&id_news=3003
dicembre 14 2007
Bindi: “Dialogo col Cavaliere? Soltanto un sogno”
Amedeo La Mattina
La Stampa
Ministro Bindi, i «nanetti» del centrosinistra sono in rivolta e minacciano la crisi di governo. Ora è venuta fuori un’inchiesta della Procura di Napoli su un presunto «mercato» dei senatori del centrosinistra per far cadere il governo. Secondo lei, Berlusconi è un interlocutore credibile per le riforme?
«Se Berlusconi sia interlocutore credibile o meno, lo si sa sempre dopo, mai prima. Con lui il dialogo non si è mai concluso bene. La sua credibilità si valuta sempre dopo, e anche per questo non si può costruire il percorso delle riforme solo con Berlusconi. E’ evidente che non si può prescindere da Fi, ma non si possono prevedere corsie preferenziali. Per quanto riguarda la vicenda emersa a Napoli, così come il contenuto dei dialoghi tra dirigenti Rai e Mediaset, emerge una situazione molto grave. Ho visto che Berlusconi cerca di spostare il problema sul fatto che in questo Paese non c’è più la privacy, siamo al Grande Fratello, ma la gravità è ciò che accade, non che si rende noto. E’ gravissimo solo che si pensi alla compravendita del parlamentari».
Insomma, lei dice no al dialogo con il «diavolo»?
«Qualcuno può sognare di avere come interlocutore una persona diversa da quella che è Berlusconi, con una storia diversa dalla sua. Ma non è possibile. Può provare a immaginarselo e desiderarlo ma la realtà è un’altra, e a me interessa il risultato. Tutti auspichiamo che il 2008 sia l’anno delle riforme ma le condizioni perché questo avvenga sono molte. Prima di tutto il rispetto della coalizione di governo. Poi l’apertura del confronto con tutto il centrodestra perché lì ci sono posizioni diverse che non possono essere ignorate. Infine una vera e seria consultazione dentro il Pd. Il cambiamento delle idee di Veltroni non è avvenuto per le esigenze manifestate al tavolo del dialogo ma si è attivato il dialogo su contenuti che sono in assoluta discontinuità con tutto il percorso fatto in questi anni dal centrosinistra e in maniera particolare dall’Ulivo. Si è aperto il confronto sul proporzionale, ma abbiamo fatto una campagna elettorale non indicando mai questo modello, e nessuno può affermare che è stato votato Veltroni segretario del Pd su questo preciso contenuto di riforma elettorale. Anzi. Poi c’è una quarta condizione...».
Quale?
«Ogni volta che tentiamo di uscire dalle difficoltà del Paese, ci troviamo sempre in mezzo il grande macigno del conflitto di interesse. Non si può pensare, ancora una volta, che questo problema venga archiviato».
Ma allora lei vuole proprio far saltare il tavolo?
«Qualcuno mi spiega perché le ragioni dei piccoli partiti sarebbero di impedimento al dialogo, mentre le ragioni di Berlusconi vengono preventivamente accolte?».
Ora c’è in campo la proposta Bianco: che ne pensa?
«Ci fa tornare indietro rispetto a quelle che abbiamo considerato le grandi e fondamentali conquiste di questi anni. In particolare al bipolarismo, all’alternanza e alla possibilità che siano i cittadini a scegliere chi va in Parlamento, ma anche chi governa e quale coalizione sostiene il governo. Lo scettro non può passare dalle mani dei cittadini alle segreterie dei partiti, anche se sono grandi partiti».
Meglio il ritorno al Mattarellum?
«Il Mattarellum lo considero ancora una base di ripartenza. La bozza Bianco affronta doverosamente il problema della frammentazione ma con una logica che va tutta a vantaggio dei partiti principali».
Lei è del Pd e dovrebbe essere contenta, no?
«No, perché i grandi partiti a vocazione maggioritaria sono anche partiti a vocazione coalizionale, che non sono mossi da una tentazione di cannibalismo e annessione degli alleati. Anzi, si fanno carico degli alleati. Invece con la proposta di Bianco, i due maggiori partiti si ingrossano a spese degli altri».
Cosa deve fare Prodi?
«Prodi è persona di grande prudenza: l’ultima cosa che si può permettere è quella di mettere a rischio il governo del Paese. Non è pensabile che ci possa essere una sorta di strategia parallela tra governo e Pd: il principale partito della coalizione non può non collaborare con il premier che è anche il presidente del Pd. Prima di adottare la proposta Bianco come testo base, è necessario aspettare la riunione di tutto il centrosinistra e aprire le consultazioni nel Pd. E’ inutile che si continui a smentire che ci sia un rapporto privilegiato con Berlusconi, se non si fa la fatica di trovare prima un punto di incontro nel centrosinistra.
dicembre 13 2007
La lunga crisi italiana
di Claudio Croci,
Il 1989 giunse in Italia come termine di una lunga crisi politica del paese durante la quale , si ricordi bene , è maturato il pauroso debito pubblico della Repubblica. L’evento della fine del socialismo reale comportò per tutta l’Europa una profonda ridefinizione di sé stessa. Per l’Italia l’esplosione di una crisi politica , morale e finanziaria .
La scelta ,a sorpresa , nel 1991 , della preferenza unica e il sorprendente esito del referendum del 1993 sull’abolizione del maggioritario nelle elezioni senatoriali , indicarono in modo netto e chiaro una linea di tendenza che anche oggi viene confermata dai cittadini ad ogni elezione.
Tale scelta non significa solo una scelta per il sistema maggioritario , ma una scelta che è a monte di tale sistema e cioè la richiesta di una semplificazione politica basata su alternative concrete e reali .
Per anni la classe politica di fronte a nodi strategici: sostituzione di dirigenti incapaci , riduzione e non estensione della classe dirigente ha preferito scaricarsi le responsabilità aprendo i cordoni della borsa , spesso , bisogna dire , accontentando i cittadini , aumento della tutela pensionistica , difesa della salute ecc. , ma questa massa enorme di denaro aveva prodotto un debito ormai divenuto ingestibile da una classe decisamente corrotta. L’esplosione di tangentopoli fu un modesto campanello di allarme sulla precarietà del sistema Italia. L’adozione di un sistema elettorale semplificato fu un passo innovativo che innescò un primo ricambio direzionale del paese: partiti e classe dirigente fu parzialmente abolita e/o sostituita . Ma il processo doveva essere solo agli inizi , infatti il sistema maggioritario comportava tutta una riforma dei regolamenti parlamentari, delle sovvenzioni ai partiti , delle riforme dei sistemi di garanzia che non furono attuati anzi furono attuati all’incontrario favorendo proprio il proliferare di piccole formazioni autoreferenti ed il mantenimento di un precario statu quo invece di un continuo dinamico confronto e ricambio.
La rivoluzione politica del 1989 significava la scomparsa delle ideologie come fondamento di identità dei singoli partiti e la sostituzione dell’ideologia con programmi e progetti di governo . Quasi tutta l’Europa era pronta a tale cambiamento , anzi l’aveva praticamente già compiuto , l’Italia : no. Oggi 2007 leggiamo qualsiasi giornale o ascoltiamo qualsiasi dichiarazione e scopriremo che moltissimi partiti esistenti si difendono in nome dell’identità , della loro storia , della difesa di una cultura politica rappresentativa che non deve morire. Ascoltiamo alcuni che parlano di assassinio dei partiti attraverso la legge elettorale che vuole sbarrare al 5 % l’accesso al parlamento. Ma quei partiti quale ideologia difendono nel 2007 , retaggi di una cultura ormai morta in tutta Europa che in Italia sembra sopravvivere .
Questa effettiva tragedia politica si traduce in un immobilismo assoluto in una tacita assordante invocazione al passato , al ritorno a quei sistemi basati sul proporzionale che garantivano la permanenza al potere in base alla proporzione dei voti ottenuti , ma che poi si tramutavano in forme di occupazione del potere fuori della portata del voto elettorale . Partiti che passavano dall’opposizione alla maggioranza o viceversa senza alcun obbligo elettorale , governi che cadevano in base alle decisioni interne dei partiti senza alcun riscontro elettorale, una casta che giudicava sé stessa e che generava solo “ spese “, proprio perché fuori da ogni controllo: una variabile indipendente . Il contatto tra eletto ed elettore attraverso le liste diveniva semplicemente impossibile , molti parlamentari venivano eletti senza essere praticamente conosciuti dai più , ma votati , con preferenze , dai pochi addetti ai lavori , voti di preferenza che poi determinavano obblighi e quindi spese. Molti politici ricordano questo mondo , ma sembrano averlo scordato e dietro la frase “ i sistemi elettorali si approvano con la maggioranza di tutti “ cercano impossibili quadrature e addirittura accettano il proporzionale corretto come un male ineludibile , quasi una prescrizione medica e l’iniziativa parte proprio da quel partito, il PD, che con l’Ulivo ha vissuto sempre la stagione dei trionfi grazie al maggioritario , un hara-hiri annunciato , quasi accolto come una liberazione . Il Vassallum o Veltronellum coi sui marchingegni proporzionalistici sbandierato come la chiave della svolta che risolve tutti i mali . Proprio avanzato da quel partito che è nato promettendo agli elettori di unire e non dividere , di essere per una scelta chiara o all’opposizione o al governo , insomma il partito dell’alternativa e poi…. Ma , un domani , se gli elettori ci puniranno qualche ragione potrebbero avercela o no ? http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=10529
dicembre 3 2007
Riforme, Prodi a Veltroni "Pd garante di tutta l´Unione"
Goffredo De Marchis
la Repubblica
ROMA - Romano Prodi deve scendere in campo, dopo il colloquio tra Veltroni e Berlusconi. Ha osservato i contraccolpi che quell´incontro ha provocato sulla sua maggioranza e punta ad attenuarne gli effetti. «Non vi sono elementi di preoccupazione», garantisce. Lui non ne ha mai avuti, giura. Eppure agli alleati dell´Unione che sostengono il suo governo, sempre in bilico sui numeri risicati al Senato, deve mandare un messaggio chiarissimo: «Io sono il garante della coalizione». In questa veste si è presentato al "caminetto" del Partito democratico riunito ieri sera nel loft di Piazza Sant´Anastasia a Roma. Per esprimere i dubbi che in questi giorni sono stati affidati a battute, a frasi secche ma eloquenti. Anche ieri mattina, subito dopo i nuovi attacchi di Silvio Berlusconi al governo. «Vi sembra un uomo che vuole dialogare?», è il suo gelido commento alle parole del Cavaliere. Ma il segnale vale anche per Veltroni. Che il premier coinvolge nel gioco degli equilibri del centrosinistra. Come dire che Walter non può fare finta di niente. «Non sono solo io il garante - precisa - ma è tutto il Pd che garantisce anche gli altri partiti della coalizione».
Il vertice di ieri sera è il primo vero confronto dal giorno delle primarie, il 14 ottobre, cioè, un mese e mezzo fa. Insieme con Prodi e Veltroni, ci sono il vicesegretario Dario Franceschini, i ministri Rutelli, D´Alema, Parisi, Bindi, Amato, Fioroni, Bersani, Chiti e Gentiloni, il sottosegretario Enrico Letta, Fassino, Bettini, Follini, i capigruppo Soro e Finocchiaro e i due presidenti delle commissioni Affari costituzionali Violante e Bianco. Insomma, è il vero stato maggiore del Pd. Che scavalca di fatto gli organismi nominati nelle ultime settimane, segreteria e direzione. I leader devono parlarsi, anche perché siamo al giro di boa. Ed è il segno evidente che Veltroni ha tutta l´intenzione di andare fino in fondo, di stringere. Anche Prodi saluta con soddisfazione il confronto dentro il Pd, finora mancato. Entrando al vertice spiega: «Stasera teniamo una doverosa, normale riunione politica su temi generali e sulla legge elettorale. Di queste riunioni i partiti dovrebbero farne tante. Si è persa l´abitudine, ma si devono fare».
Per il dopo Veltroni-Berlusconi c´è già una scadenza parlamentare che conta, eccome, per verificare sul campo la possibilità di un accordo. Martedì si riunisce l´ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali del Senato, con l´obiettivo di stabilire il ruolino di marcia della riforma della legge elettorale. La settimana prima della pausa natalizia dovrebbe essere adottato il testo base della riforma. C´è tempo per tradurre l´intesa avviata da Veltroni e Berlusconi in un nuovo disegno di legge? È una delle domande sul piatto del vertice di ieri sera.
Rosy Bindi continua ad attaccare il metodo seguito dal segretario del Partito democratico e chiede il coinvolgimento di altri soggetti. «Il governo non potrà non fare la sua parte, anche per quanto riguarda la legge elettorale», spiega. E ci vuole un confronto più ampio del canale privilegiato con il Cavaliere. «Penso - insiste la Bindi - che accanto a Veltroni ci debbano essere un po´ di persone che hanno a cuore il Paese, anche perchè da soli si fanno poche cose». Vanno coinvolti anche gli altri dirigenti del Pd e gli altri partiti dell´Unione, soprattutto non spaventarli. «Io personalmente credo che il Pd abbia a cuore anche la coalizione e che la legge elettorale dia stabilità al paese e che questa stabilità c´è se c´è un grande partito che non cannibalizza gli alleati». Dubbi, preoccupazioni che il ministro della Famiglia spera di vedere fugati dal "caminetto". Ma insieme con Arturo Parisi la Bindi ha convocato per oggi una riunione dei dirigenti della sua lista e lì farà il punto.
novembre 26 2007
Bindi: "Il Veltronellum sa di Prima repubblica"
Antonella Rampino, La Stampa,
«Ha un bel dire Franceschini che nel Partito democratico la democrazia c’è davvero... Io la bozza di riforma elettorale per ora l’ho vista solo sui giornali, mentre Gianni Letta ce l’ha, il Veltronellum gli è stato consegnato personalmente dal coordinatore del partito Goffredo Bettini, alla sua festa di compleanno. Per carità, Bettini è più amico di Gianni Letta che mio e può invitare alle feste chi gli pare, ma andando avanti così Veltroni riuscirà pure ad avere il via libera di Berlusconi, ma magari io poi quella riforma non gliela voto...». Giornata di riposo a spasso per le amate Dolomiti. Ossigenazione profonda e rigenerazione. Dunque, una Rosy Bindi più grintosa del solito, se possibile.
Ministro Bindi, dica la verità: il punto è che il Veltronellum proprio non le piace. E ancora meno la gestione del Partito democratico.
«Infatti. Non è pensabile che la fase costituente del partito, quella che deve essere di maggiore coinvolgimento e pluralità, sia affidata alle decisioni di Veltroni e dei segretari regionali, e con regole improvvisate che cambiano a ogni riunione. Serve un ufficio politico ristretto, nel quale si condividano le decisioni politiche».
Bindi, ma così le replicheranno che lei vuole un politburo che affianchi Veltroni. Proprio lei chiede spazio per i Rutelli, i Fioroni, i D’Alema, i Fassino?
«Noto che il coordinamento nazionale non si è mai riunito, e che l’esecutivo non è un luogo decisionale, ma un organismo operativo del segretario. L’ufficio politico serve. E poi, scusi, quelle di cui lei parla sono figure istituzionali, vicepremier, capigruppo in Parlamento, segretari di partito, il gestore della fase costituente che è Bettini. E poi ci sono gli altri candidati alle primarie, certo».
E la proposta di riforma elettorale avanzata da Veltroni?
«Non è possibile che la si debba apprendere dai giornali. Io rappresento almeno le 500 mila persone che mi hanno votato, avrò diritto a conoscerla prima che la conosca l’opposizione, o no? La gestione personale del Pd rischia di far tornare proprio il partito delle tessere. Lo farà tornare, il partito delle tessere si riorganizzerà, e annullerà il percorso innovativo iniziato con le primarie. E una mano in questa direzione la darà proprio anche il tipo di riforma elettorale che si propone».
Addirittura?
«E’ una legge elettorale che ci riporta all’antico, perché i cittadini non scelgono le alleanze e i governi, ma lasciano il segretario del maggior partito, cioè il Pd, libero di decidere poi con chi allearsi per governare. Questo è un ritorno alla Prima Repubblica, alla vecchia Dc col proporzionale, ai governi con crisi extra-parlamentari. E, mi creda, di quella stagione non c’è nulla da rimpiangere. Dobbiamo avere la forza di scegliere una legge elettorale che restituisca al Paese un bipolarismo maturo».
Questo è proprio il fine che Veltroni dice di perseguire. Non la convince?
«No, perché la legge che ha proposto non persegue il bipolarismo, persegue una politica delle mani libere, nella quale a decidere non sono gli elettori. E le elezioni potrebbe vincerle Berlusconi, ricordiamocelo: il lancio della proposta di legge elettorale da parte di Veltroni ha coinciso con la fine della Casa delle Libertà, tanto che oggi apprendiamo dallo stesso Berlusconi che per cinque anni gli italiani sono stati governati da un ectoplasma... E’ come se Veltroni e Berlusconi dicessero: facciamo la competizione tra noi, e poi chi di noi vince decide che fare, con chi allearsi, con chi fare il governo. No, per il bipolarismo occorre una cosa sola: il maggioritario. Anche perché il Veltronellum non ferma il referendum. Che si vuol fare? Se il referendum si tiene, il governo cade, questo è chiaro. Si vuol far cadere il governo?».
Possiamo dedurre che lei non apprezza nemmeno la Cosa Bianca di Pezzotta-Tabacci?
«Che non piace nemmeno a D’Alema... Apprendo con piacere che non l’apprezza nemmeno Franceschini. Ma a Dario vorrei dire che se non gli va un Pd che è una evoluzione della socialdemocrazia, allora i cattolici devono fecondare il Pd, e questo può avvenire solo se si fa un partito plurale. Io voglio sapere: se nasce una Cosa Bianca e una Cosa Rossa, il Partito democratico con chi si allea?».
Lei con chi si alleerebbe?
«Io vorrei un Pd davvero di centrosinistra, che renda inconsistente la Cosa Bianca, e che lavori per una Cosa Rossa davvero democratica, con la quale allearsi. Ma soprattutto un Pd con la capacità di interpretare anche il riformismo cattolico, altrimenti saremmo una riedizione in salsa socialdemocratica dei diesse, con qualche satellite annesso».
Lei ha consigliato a Prodi la fiducia sul Welfare. Perché?
«Perché non si può lasciare un protocollo frutto di un accordo tra le parti sociali nel tira-e-molla tra Dini e Rifondazione. Ciò detto, quell’accordo non è l’omega: quello che manca davvero all’accordo di luglio è tutta la politica per le donne e la politica per la famiglia. Congedi parentali, asili nido, incentivi all’occupazione femminile, il part-time... Tutto ciò che serve a un Welfare moderno».
novembre 25 2007
Ceccanti: "Il nostro No
al sistema tedesco"
"Il PD non può, per salvare l’attuale governo, approvare una riforma che renderebbe il prossimo governo ancora più debole, perché derivante da accordi post-elettorali continuamente rinegoziati".
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RIFORME: DICO NO AL SISTEMA TEDESCO
di Stefano Ceccanti
Quello delle riforme istituzionali, e soprattutto di quella elettorale, sarà il primo vero test dopo la legge Finanziaria. Qualche giorno dopo che essa sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la sentenza di ammissibilità del referendum elettorale, con tutta probabilità positiva, segnerà le priorità dell’agenda politica. La possibilità di approvare incisive riforme delle istituzioni esiste, ma solo a patto di collegare strettamente l’iniziativa in Parlamento a quella nel Paese con obiettivi chiari e coerenti. Il Partito Democratico dovrà infatti promuovere, come ha preannunciato Walter Veltroni nel convegno dello scorso 6 ottobre al Cinema Capranica, una campagna di sensibilizzazione sulla necessità di ridurre i poteri di veto che affollano il nostro sistema. Le primarie hanno del resto dimostrato che c’è una forte domanda di semplificazione del sistema politico, come avevano già dimostrato le oltre 800.000 firme per il referendum, oltre ai dati delle ricerche di opinione ricordate nel citato seminario del 6 ottobre da Marco Filippeschi, che danno alle liberalizzazioni politiche, compreso il possibile voto al referendum, livelli di consenso pari all’80%. L’impegno sulle regole deve essere coerente e collegato con quello sul piano dei soggetti.
Il Convegno del Capranica, uno degli eventi programmatici qualificanti della campagna di Veltroni, merita di essere richiamato anche per alcuni passaggi fondamentali. Il posizionamento strategico sui nodi della chiusura della transizione istituzionale era già stato chiarito da Veltroni con un decalogo sul “Corriere della Sera” del 24 luglio, enunciando varie riforme costituzionali, legislative, regolamentari. Al centro di quel decalogo stava il vero costo della politica: la sua impotenza, il suo essere oggi abbandonata a una somma di veti che intralciano e bloccano. A sua volta il decalogo di Veltroni, nonché il convegno del Capranica, si sono posti in stretta continuità con la Tesi 1 del programma dell’Ulivo del 1996, il primo atto con cui quel simbolo e quel nome si sono sottoposti al giudizio degli elettori. Un testo che a distanza di anni rivela tutta la sua attualità e che spesso le forze che hanno dato vita al Pd non sono state in grado di potenziare coerentemente, correndo il rischio, negli anni di opposizione, di una deriva prevalentemente conservatrice. Quella tesi anzitutto esordiva parlando di “Un patto da riscrivere insieme” e precisava: “Il mandato che chiediamo agli elettori su questi temi non ha lo stesso significato di quello sugli ulteriori contenuti programmatici in cui è giusto che la maggioranza applichi il suo programma. Sulle regole comuni il mandato è per aprire un confronto aperto e libero, non per conclusioni unilaterali.” Il tema di nuove regole per il Paese è quello su cui lo sforzo di farsi carico delle ragioni altrui deve essere il maggiore, senza strumentalità di collocazione momentanea al Governo o all’opposizione. Non ci si schiera per questa o quella soluzione perché ciò risponde a esigenze elettoralistiche o perché può essere momentaneamente utile a creare divisioni nello schieramento avverso, ma perché essa serve al Paese sul lungo periodo. La Tesi 1 dell’Ulivo del 1996, entrando nel merito, recitava poi in questo modo: “Il nostro Paese ha bisogno di completare la transizione aperta dalla stagione referendaria senza indugiare oltre in una terra di nessuno dove rischiano di cumularsi i difetti del vecchio sistema e quelli del nuovo. Si tratta di rifarsi allo spirito riformatore di quella stagione per realizzare un equilibrio organico tra diritti della maggioranza e contropoteri dell'opposizione, nonché tra centro e periferia all'insegna di un federalismo cooperativo.” Anche se varie innovazioni sono state introdotte da allora, alcune nel segno di quel programma e altre nel segno opposto, si pensi in particolare all’ultima legge elettorale, le indicazioni di linea restano giuste, come pure l’esigenza di un raccordo, nella distinzione di ruoli, col movimento referendario, la cui rinascita negli scorsi mesi, anche per opera di molti che sono impegnati nel Pd, è stato uno dei segni più positivi di impegno civico di questo periodo. Anche sullo specifico terreno elettorale, su cui è rinato il movimento referendario, non lasciando così la scena a sole pulsioni negative, di critica senza sbocco, la Tesi 1 del 1996 diceva: “Ai fini di una maggiore legittimazione democratica per ciò che concerne il sistema elettorale, appare preferibile l'adozione del collegio uninominale maggioritario a doppio turno di tipo francese.” Questa indicazione risponde a due obiettivi di massima: il primo è quello di garantire un rapporto effettivo dell’eletto con i suoi elettori, evitando il rapporti del tutto spersonalizzato dell’ultima legge elettorale senza cadere nel difetto opposto, nell’anomalia italiana del sistema delle preferenze, che nessuna grande democrazia europea ha mai pensato di introdurre e contro le cui degenerazioni nacque il movimento referendario dei primi anni ’90. La competizione nei partiti per la designazione alle candidature, attraverso primarie, deve avvenire in una fase temporale diversa rispetto a quella della competizione tra partiti e coalizioni, altrimenti essa degenera e ogni eletto, avendo come rivale il proprio sodale di lista, finisce per ragionare in chiave individualistica, fuori da una coerenza complessiva, prima e dopo il voto. Il secondo obiettivo, garantito anch’esso dal collegio uninominale, è quello di condurre il più naturalmente possibile l’elettore a concepire la scelta della rappresentanza anche come una scelta in vista del Governo, per progetti in grado di essere tradotti in un indirizzo politico coerente. Come scriveva il filosofo Jacques Maritain nel 1944 “il suffragio universale non ha lo scopo di rappresentare semplicemente opinioni e volontà atomistiche, ma di dar forma ed espressione, secondo la loro importanza rispettiva, alle correnti comuni d’opinione e di volontà che sono in atto nella nazione” e per questo “la linea politica di una democrazia dev’essere francamente e decisamente determinata dalla maggioranza…La maggioranza e la minoranza esprimono la volontà del popolo in due modi opposti, ma complementari e egualmente reali”. Dopo di che, è evidente che trattandosi di materia pattizia è ragionevole ipotizzare anche delle subordinate a questa ipotesi principale, ma non fino al punto in cui le subordinate contraddicano la principale. Sarebbe ben strano, infatti, dopo aver evocato il sistema francese, optare dal punto di vista della scelta dei rappresentanti per gli opposti errori delle liste bloccate lunghe in cui i candidati non possono essere presenti sulla scheda o delle preferenze che scardinano i partiti e la coerenza interna dei gruppi. Sarebbe altrettanto strano, dal punto di vista della scelta dei Governi, superare i gravi limiti del sistema attuale per imboccare quella del ritorno ad alleanze post-elettorali, forse ugualmente eterogenee e per di più prive di un chiaro mandato elettorale, andando così in direzione opposta a quella richiesta dai referendum. Al di là delle scelte tecniche, resta la discriminante individuata da Maurice Duverger: c’è “una contraddizione insuperabile tra l’espressione delle opinioni e quella delle volontà..La prima implica che i seggi attribuiti siano esattamente in proporzione ai voti ricevuti. La seconda ha bisogno dei meccanismi opposti”, ma “un buon sistema elettorale non è una macchina fotografica” la cui “qualità principale sta nella somiglianza delle persone raffigurate”, è invece “un trasformatore che deve convertire in decisioni politiche le opinioni enunciate con le schede”. Possiamo e dobbiamo ragionare sui vari sistemi che funzionano da trasformatore, ma credo dobbiamo chiaramente escludere quelli che si limitano a fotografare e che, così facendo, sottraggono agli elettori la scelta effettiva sul Governo del Paese. A queste condizioni il Parlamento può essere in grado di rispondere in proprio con una nuova legge, unita anche a coerenti interventi sul piano regolamentare e costituzionale, alla sfida referendaria, che migliora già la legge vigente, prima o anche dopo la consultazione.
Detto ciò sui contenuti emersi al Capranica, pochi giorni dopo alla Camera dei Deputati, in Commissione affari Costituzionali, l’opposizione si è astenuta sul progetto di riforma della II Parte della Costituzione. Questa scelta rappresenta un dato ambiguo: per un verso segnala la difficoltà di opporsi a una serie di riforme che godono del favore dell’opinione pubblica (Camere più snelle e differenziate, corsia preferenziale per il governo, potere di revoca dei ministri al Presidente del Consiglio e così via), per altro, col richiamo alla maggioranza a produrre una riforma elettorale unitaria, evidenziano l’intento tattico di dividere l’Unione. Come fare in modo di cogliere la disponibilità evitando la strumentalità? Se si ragiona solo in termine di equilibri dentro il Palazzo la quadratura del cerchio sembra impossibile, soprattutto sulla riforma elettorale. Sembra che ci si debba arrendere a un’alternativa comunque inaccettabile. Da una parte stanno una gamma di sistemi coerenti in positivo col discrimine di Duverger, che possono ridurre la frammentazione e realizzare il bipolarismo molto meglio di quello attuale: il sistema francese, quello spagnolo, il vecchio Mattarellum nella versione Senato, per limitarci ai principali. Hanno modalità che incentivano al bipolarismo, diversi dal premio di maggioranza ma anche più incisivi, o grazie al collegio uninominale o a piccoli collegi plurinominali. Proprio perché questi sistemi riducono i poteri di veto, i depositari di quei poteri minacciano ritorsioni sul Governo e pertanto favoriscono involontariamente la celebrazione del referendum o volontariamente scenari traumatici di elezioni anticipate. Il Pd non può non farsi carico di mantenere l’impegno preso con gli elettori di governare per la legislatura. Dall’altra parte sta però un sistema, quello tedesco, che viene brandito da alcuni alleati e dall’Udc come un ricatto sul Governo e sulla legislatura: se non ci date quel sistema, che in Italia distruggerebbe sicuramente il bipolarismo, si dice, faremo cadere l’esecutivo. Ma il Pd non può neanche propter vivendi vitam perdere causam, cioè per salvare l’attuale Governo approvare una riforma che renderebbe il prossimo Governo ancora più debole, perché derivante da accordi post-elettorali continuamente rinegoziati e magari produrre subito una democrazia di nuovo bloccata al centro, con un’alleanza innaturale fino a Forza Italia. Per questo, in nome della coerenza del principio della scelta diretta dei cittadini sulla maggioranza e sul Governo e della distinzione tra centro-destra e centrosinistra che non può essere appannata, il ricatto è rifiutato chiaramente anche da ministri dell’attuale esecutivo come Arturo Parisi e Rosy Bindi, che schierandosi per il referendum hanno d’altronde optato per una strada opposta a quella del sistema tedesco. Non è neanche pensabile di ricorrere allo strattagemma di prendere quel sistema e di inserirvi un obbligo preventivo di alleanze: se non c’è un preciso incentivo bipolarizzante (o il collegio uninominale o il premio o piccoli collegi plurinominali) un partito come l’Udc indicherebbe semplicemente il proprio leader come candidato Premier e o direbbe di andare da solo aspirando al 50 +1% o, se fosse consentito, esprimerebbe una preferenza per una coalizione Pd-Udc-Fi. Stiamo quindi parlando di una correzione che semplicemente non esiste sul piano tecnico. Se poi vogliamo aggiungervi di nuovo un premio o qualcos’altro allora possiamo continuare a chiamarlo tedesco, ma sarebbe un’altra cosa e rientreremmo tra i sistemi accettabili.
Visto così il quadro sembrerebbe insolubile e tuttavia la campagna di opinione che dovrà promuovere il Pd nel Paese, se ben condotta, potrebbe cambiare i rapporti di forza. Perché da parte del primo partito italiano non obbligare a giustificarsi chi non vuole tornare a candidature vicine alle persone, come quelle garantite dai collegi uninominali o dai piccoli collegi plurinominali e/o chi non vuole realizzare processi di aggregazione solo per andare avanti in tanti isolotti autosufficienti ed egoistici chiamandoli partiti? Perché non debbono aver diritto ad elezioni primarie anche gli elettori del centro-destra? Perché l’opposizione deve ambire solo a riconquistare il potere a breve in un sistema che non funziona? Se queste domande e le relative risposte diventassero subito dopo l’apertura della Costituente un patrimonio diffuso, forse alleati ed avversari potrebbero cambiare attitudine. La nostra, pur con tutte le ovvie attenzioni in una materia per sua natura pattizia, non può che essere coerentemente quella del 14 ottobre, massimo di partecipazione e massimo di decisione.
Fonte : Le nuove ragioni del socialismo -
novembre 14 2007
| Primarie, c’è ancora molto da capire |
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| MICHELE SALVATI |
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La partecipazione alle primarie per il Partito democratico è stata superiore ad ogni aspettativa soggettiva – anche a quella delle persone informate e appassionate di politica come chi legge e chi scrive – e soprattutto ad ogni previsione professionale: i sondaggisti cercano giustificazioni, ma i limiti del loro strumento (e dunque le cautele che dobbiamo tener presenti quando lo usiamo) sono apparsi con tutta evidenza. Farò qualche congettura in proposito più sotto, ma ci vorrà tempo e buone analisi di sociologia elettorale per capire le ragioni della partecipazione straordinaria ad un evento che non era una primaria in senso proprio, ma un pezzo di congresso di partito, che ha eletto migliaia di delegati alle assemblee regionali e nazionale, nonché i segretari regionali e il segretario nazionale.
Ed è stata l’elezione di questi ultimi, e soprattutto quella del segretario nazionale, che ha trasmesso quel tanto di tensione competitiva che in una primaria vera ci dev’essere, per distinguerla da una semplice acclamazione.
La gara, la tensione competitiva, sono state sufficienti? Nonostante il successo, fioccano le critiche: no, non sono state sufficienti, i partiti hanno sempre avuto il pieno controllo della situazione, il sistema elettorale a liste bloccate ha impedito l’espressione di preferenze individuali da parte degli elettori, sono stati scoraggiati non soltanto gli outsiders, ma anche insiders la cui presenza in gara avrebbe allargato la scelta e fortemente influito sul risultato finale. Non per giustificare la procedura adottata, ma per spiegare la sua adozione, illustro brevemente i tre principali fattori che hanno condotto all’esito di cui siamo stati attori e testimoni.
Il Partito democratico nasce dalla fusione di due precedenti partiti, che hanno deciso di sciogliersi e confluire in uno nuovo. Partiti rappresentati (con consiglieri, assessori, sindaci, presidenti, ministri…) in migliaia di istituzioni democratiche dell’intero paese: non poteva esserci una soluzione netta di continuità e il grosso di questo personale politico doveva essere “trasportato” nel nuovo partito.
Il metodo di fusione è stato complicato e innovativo. (...) È la straordinaria partecipazione al voto ciò che dovremmo capire, il fenomeno politico più misterioso e interessante. Sinora abbiamo descritto come i partiti abbiano stimolato, organizzato e tenuto sotto controllo l’intero processo di mobilitazione: insomma, come abbiano pilotato e limitato l’offerta politica. È però la domanda, la risposta travolgente a margini di scelta oggettivamente ristretti, ciò che si fa fatica a spiegare. È come se, sotto sotto, esistesse una domanda latente di partecipazione diretta che si manifesta tutte le volte che le si offrono canali di espressione, anche parziali, anche limitati. Possiamo pensare che tre milioni e mezzo di persone si siano recati alle urne, in una bella domenica di autunno, perché pienamente convinti della bontà del progetto del Partito democratico? Mi piacerebbe pensarlo, ma bastavano quattro chiacchere con le persone che, insieme a noi, facevano la fila ai seggi per convincerci che non era così, che il progetto era capito e condiviso solo da una parte, che le critiche e l’insoddisfazione prevalevano sul consenso. Insomma, che a far la fila c’erano non pochi del popolo di Beppe Grillo.
(...) Il che pone due problemi, uno teorico e profondo, l’altro politico e immediato.
Il primo riguarda la democrazia rappresentativa e i correttivi di partecipazione diretta che sono necessari per darle vitalità e senso.
È un problema che riguarda tutti i paesi avanzati, dove la democrazia è in grave crisi, e che tocco nel primo dei due Manifesti qui pubblicati: per chi volesse approfondirlo il riferimento migliore è al recente libro di Pierre Rosanvallon, La contre-democratie, di prossima traduzione presso Il Mulino.
Il secondo problema, quello politico e immediato, riguarda il futuro del Partito democratico. Questo partito è ancora lontano dall’avere un’anima, un soffio vitale, una cultura condivisa e diffusa, come avevano, nei momenti migliori, i due partiti che ad esso danno origine. Che tipo di anima e di cultura è in gran parte da definire, perché il ritorno a partiti di massa ideologici è impossibile: ma anima e cultura sono indispensabili anche in un partito moderno e i Manifesti qui raccolti sono un piccolo contributo in questa direzione.
E poi, non fasciamoci la testa. Il primo passo per la costruzione di un grande partito di sinistra moderna è stato fatto, e come meglio non si poteva. Chi ritiene che Veltroni sia una minaccia per Prodi e per il governo pensi soltanto alle conseguenze di una partecipazione modesta e di una vittoria risicata: le primarie per la Costituente sono di gran lunga l’evento più positivo, quello con il quale il centrodestra deve fare più seriamente i conti, che il centrosinistra sia riuscito a produrre dalle elezioni del 2006 in poi.
dall’introduzione a “Il Partito democratico per la rivoluzione liberale” (Feltrinelli) di Michele Salvati, da domani in libreria
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http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
novembre 12 2007
I parisiani: “Grazie a Dio c’è il referendum”
Fabio Martini
La Stampa
Con la sapienza comunicativa che gli si conosceva, Veltroni in poche settimane è riuscito a imporre la sua agenda politica e in particolare la sua innovativa ipotesi di riforma elettorale ha costretto tutti a inseguirlo e a posizionarsi. Producendo no granitici (Berlusconi), aperture significative (la Lega e l’Udc), silenzi-assenso (Rifondazione), incoraggiamenti attesi (Ds e Margherita) e inattesi (Mastella che, per costringere Casini a unirsi a lui, chiede uno sbarramento alto), ma anche un violentissimo rigetto tra i referendari e i bipolaristi di «area Parisi». Dice Franco Monaco: «Grazie a Dio c’è il referendum! L’impianto prefigurato da Veltroni propizia una “Cosa rossa” a sinistra del Pd e una “Cosa bianca” alla sua destra. Una pacchia per i centristi che diventerebbero mobili e pendolari tra i due poli. Una scelta che metterebbe a rischio la stessa unità del Partito democratico».
E se Monaco minaccia senza perifrasi una scissione per un partito che formalmente non è nato, la proposta di Veltroni (sistema proporzionale spagnolo-tedesco, niente premi di maggioranza, nessuna dichiarazione preventiva di alleanza) viene bollata in modo pesantissimo anche da un referendario storico come Mario Segni: «Veltroni si sta comportando come un voltagabbana, si sta rimangiando 15 anni di battaglie fatte con noi, la sua proposta ci riporta dritti alla Prima Repubblica, ai governi fatti e distrutti in pochi mesi. Se i cittadini potranno scegliere tra un sì al referendum e una nuova porcata, saranno certamente con noi». Il referendum - visto come grimaldello salvifico di vecchie e nuove «porcate» dai guardiani del sistema maggioritario - potrebbe tenersi nella prossima primavera nel caso in cui il Parlamento non approvasse una nuova legge elettorale.
Ma per Veltroni il fallimento sta in questo sistema bipolare e nelle leggi maggioritarie che lo hanno accompagnato. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, che ha lavorato alla bozza Vassallo fatta propria dal leader del Pd, fa questa analisi: «E’ documentato che il sistema maggioritario ad un turno aumentava la frammentazione e la situazione era peggiorata col Porcellum. Per questo si sta lavorando ad un sistema diverso da quello tedesco, un modello italiano a base proporzionale con correttivi non meno efficaci di un premio, una soluzione che aiuterebbe il Pd e un “partito gemello” che nascesse sul centro-destra, ma che è in grado di soddisfare le esigenze di tutti i partiti. Il sistema, proprio perché non è l’ideale ma una “seconda scelta” per tutti, potrebbe diventare una base interessante di discussione». E infatti il primo impatto della sortita veltroniana - al netto di Berlusconi e dei referendari - è complessivamente positiva. E lo stesso presidente del Comitato referendario, Giovanni Guzzetta, non è apocalittico: «Chiunque avanza delle proposte deve dire chiaramente cosa non è negoziabile per evitare che si entri con una proposta e se ne esca con un’altra». Come dire: del progetto Vassallo-Ceccanti-Bassanini si può forse discutere a patto che non sia edulcorato. Ma il ministro della Difesa Parisi si dice convinto che «gli espedienti tecnici non potranno produrre nulla di diverso da quel che appare - il proporzionale come riferimento comune del centrosinistra - e dunque se non si interrompe il processo regressivo, in breve tempo saremo di nuovo lì da dove siamo partiti: alla Prima Repubblica». Raccontano che anche a Romano Prodi non sia piaciuto il modello-Veltroni, ma dopo la sua battuta ironica di due giorni fa («Oggi di proposte ce ne sono state di tutti i tipi...»), ieri si è limitato ad auspicare una riforma che garantisca «governi stabili e duraturi».
novembre 1 2007
Il Veltroni che vogliamo
La 'concordia discors' tra gli ulivisti e Walter
di Franco Monaco,
Mi propongo di rispondere a un interrogativo e di avanzare una tesi audace. L’interrogativo: perché gli ulivisti sono stati e sono così critici con Veltroni che avrebbe potuto essere il loro candidato naturale? La tesi audace: a certe condizioni, gli ulivisti potrebbero diventare i più convinti sostenitori dello stesso Veltroni.
C’è una risposta banale corrente all’interrogativo di cui sopra: Veltroni rappresenta oggettivamente il dopo-Prodi e gli ulivisti sarebbero in realtà semplicemente e ottusamente prodiani, inclini a contrastare pregiudizialmente la nuova stagione che è nelle cose. È risposta priva di fondamento. Che agli ulivisti stia a cuore il progetto dell’Ulivo e non la persona di Prodi è testimoniato dalla circostanza che, da tempo e in più occasioni, ci siamo distinti da Prodi, abbiamo condotto le nostre autonome battaglie sino ad entrare in tensione con lui. Penso all’azione critica che abbiamo condotto dentro Margherita sia contro il partito personale versione Rutelli, sia contro il partito feudale versione Marini, spesso entrambi soggetti a derive centriste. Penso, ancora, al nostro aperto sostegno al referendum elettorale da più parti interpretato come una minaccia per il governo Prodi, ma da noi sostenuto nella convinzione che neppure il bene prezioso della stabilità-continuità del governo ci autorizzi a rinunciare alla più ambiziosa prospettiva della riforma del sistema politico-istituzionale inscritta nel progetto originario dell’Ulivo. Lo stesso nostro deciso sostegno al governo non si spiega in rapporto alla persona che lo presiede, ma al principio – sacro nella “dottrina ulivista” – della fedeltà al mandato degli elettori: quello conferito all’Unione con il voto politico del 2006 e quello assegnato al premier Prodi con le primarie del 2005.
Non è un mistero che gli ulivisti furono i primi a sollecitare la candidatura di Veltroni alle primarie del PD. Ma, questo il punto, in un contesto competitivo, contrassegnato da più candidature politicamente distinte e distinguibili. La candidatura di Veltroni ha radicalmente cambiato segno quando è stata pensata e proposta dai vertici dei due partiti promotori come candidatura unica da investire con rito plebiscitario. Un modulo in palese contrasto con lo spirito delle primarie, che è quello della competizione tra piattaforme politiche, che metta i cittadini nelle condizioni di scegliere. Non una strategia di marketing che si affida alla moltiplicazione delle liste a sostegno di un unico candidato pigliatutto dietro il quale si occultano le differenze politiche. Un modulo che contraddice il profilo di novità del partito nel quale si entra come persone e non in quanto partiti o correnti di partito. Nella fattispecie come DS e Margherita rappresentata da Franceschini in un ticket davvero singolare anomalo. Un modulo, infine, nel quale fanno capolino tre patologie: il leaderismo, il correntismo da vecchia DC, il centralismo democratico di marca PCI ispirato al mito e al dogma dell’unità del partito (la “ditta” secondo la formula di Bersani) che, per definizione, doveva esprimere uno e un solo candidato.
Di alcuni di questi vizi c’è traccia nel concitato epilogo dell’assemblea costituente di sabato scorso: l’approvazione per acclamazione di un dispositivo ignoto all’assemblea con il quale si insediano figure e organi ancora in assenza di statuto e si fissano regole relative alle strutture territoriali che offrono garanzie ai vecchi apparati. Una partenza falsa che tuttavia non ci impedisce di sperare che si possa correggere la rotta, al punto da immaginare future convergenze. Esse potrebbero passare attraverso quattro questioni chiave che provo a isolare.
La forma partito. Nella relazione di Veltroni a Milano figura un’idea che ci piace: l’unità di base del PD è il cittadino elettore attivo e partecipante, non il titolare di una tessera. È la premessa giusta. Anche se tale premessa è stata poi contraddetta nel meccanismo di elezione degli organi provinciali e nella prospettazione di forme di cooptazione. Una norma dettata dall’alto che avvantaggia le oligarchie. Non ci sfugge che un partito dei cittadini deve essere guidato da una leadership forte, anche per resistere ai condizionamenti degli apparati, ma questo a fortiori esige rispetto di regole e procedure. Traduco: siamo pronti a sostenere un leader autonomo e forte, ma dobbiamo poterlo decidere insieme dentro la costituente attraverso lo statuto.
Il governo. Ci è parso convinto e sincero il sostegno al governo Prodi. Conveniamo che il PD debba pensare se stesso dentro un orizzonte lungo che trascende la sorte dei governi. Così pure concordiamo sull’idea che le alleanze non siano un tabù, che se ne può discutere. Solo giudichiamo intempestivo e autolesionistico aprire oggi la discussione e smarcarsi apertamente dal governo come fa il “manifesto” di Rutelli, quasi sottintendendo “con la sinistra radicale mai più”. Alla fine della legislatura – quando sarà – tracceremo un bilancio. Anticiparlo ora, quasi mettendo a verbale il fallimento di maggioranza e governo, ha il solo effetto di accrescere le fibrillazioni.
Partito a vocazione maggioritaria. È espressione che va chiarita. Un conto è non escludere l’ipotesi che si possa andare soli ad elezioni. Altro conto è coltivare il mito dell’autosufficienza. Mi spiego: sì al primato del progetto e del programma, sì a una discussione “laica” sulle alleanze utili e coerenti; no all’ipocrisia e all’illusione che da soli si possa agevolmente vincere. Perché un partito a vocazione di governo deve provare a vincere. Certo, senza perdere l’anima. Per noi, partito a vocazione maggioritaria, non è sinonimo di autosufficienza. Questo può essere solo l’epilogo cui si è costretti. Piuttosto significa partito più responsabile nel mirare alla sintesi di governo. Potremmo dire partito “fratello maggiore” che, pur avendo una sua autonomia di proposta, si dispone a farsi carico anche dell’unità della più vasta coalizione cui partecipa.
Legge elettorale. È decisiva per definire il profilo e la missione del PD. Su di essa non si può essere agnostici. A nostro avviso, soluzioni proporzionalistiche non solo acuirebbero frammentazione, instabilità, trasformismo, ma assimilerebbero il PD a un partito di mera rappresentanza tra gli altri. Vi era un cenno nella relazione di Veltroni, ma di qui a poco, a fronte della reiterata inerzia del Parlamento, il PD dovrebbe sposare la causa del referendum. Il cui esito – Veltroni lo ha riconosciuto – sarebbe comunque meglio della legge vigente. Su questo fronte sì ci attendiamo un di più di autonomo esercizio della leadership nel patrocinare una legge nitidamente maggioritaria.
Su queste basi – partito dei cittadini, con leadership forte, con vocazione di governo, dentro una democrazia maggioritaria – gli ulivisti potrebbero diventare i più convinti sostenitori di Veltroni e forse lui potrebbe essere più compiutamente il Veltroni che abbiamo conosciuto. Naturalmente, la condizione delle condizioni è che egli scelga, che non coltivi la pretesa di accontentare tutti, che metta nel conto una vera battaglia dentro il partito. Perché, lo sappiamo, lungo questo sentiero, molti di coloro che lo hanno sostenuto gli sarebbero contro. Specie se avrà il coraggio di sfidare davvero i vecchi apparati e i signori delle tessere. È su questo arduo terreno che si misurerà la sua leadership. Ed è su questo terreno che ci piacerebbe poter concludere che questa volta per davvero stiamo coronando il sogno e il progetto che da quindici anni inseguiamo testardamente: quello di un partito autenticamente nuovo che rappresenti l’effettiva realizzazione e il concreto compimento dell’Ulivo.
Il Riformista
ottobre 29 2007
Progetti
"Una partenza non democratica Walter cambi o potrei lasciare"
di Claudio Tito, la Repubblica -
ROMA - «Un´occasione sciupata, se non addirittura sprecata». Arturo Parisi sospira. Quasi non vuole credere a quello che è successo sabato all´Assemblea del Pd. «Con tre colpi di sciabola», è stato definito l´intero organigramma. Una procedura cui mettere riparo, altrimenti «non potrei non interrogarmi sulla possibilità di aderire». «E dire - premette il ministro della Difesa - che nella mattinata la consonanza profonda tra la relazione di Veltroni e quella di Prodi, mi avevano indotto a riconoscere nel Pd di Veltroni una nuova stagione dell´Ulivo. Una stagione guidata dalla stessa speranza che ci ha guidato negli ultimi 15 anni».
E poi cosa è successo?
«La gelata del pomeriggio non ci voleva».
Si è discusso poco?
«No, non si è discusso per niente. Se ci si fosse fatti carico di continuare sotto il segno dell´unità il cammino che stavamo aprendo, si sarebbe potuto anche accettare la riduzione di quello che era il primo passo del partito ad un momento di festa. Ma l´unico rischio che un Partito Democratico non può correre è quello di minare la base della qualifica di "democratico"».
Cioè?
«In tre minuti l´assemblea si è vista paracadutare dall´alto un partito preconfezionato. L´inesorabile finale del disegno iniziale. La conferma definitiva del peccato d´origine che ci aveva portati a pensare come primo atto del partito la consacrazione plebiscitaria del segretario designato dai vertici dei partiti passati, anziché il riconoscimento delle ragioni ideali del partito. E poi la sanzione di un vicesegretario prima ancora di definire nello statuto la presenza e i poteri di una figura di questo tipo».
Insomma si è perseverati nell´errore?
«È così. Questa era un´assemblea costituente e non una festa costituente. I partiti sono chiamati ad anticipare al loro interno la visione della democrazia che propongono ai cittadini come regola della Repubblica. Qui si è fatto tutto con tre colpi di sciabola. Chi avrebbe il coraggio, chi potrebbe mai essere orgoglioso di essere cittadino di una Repubblica governata con questo metodo?».
E la responsabilità è di Veltroni?
«Dal punto di vista formale mi sembra fuori discussione. Mi rendo anche conto che le condizioni in cui si è svolta l´Assemblea possono essere considerate delle attenuanti. Quello che mi preoccupa è l´indebolimento della cultura della legalità nei partiti. Sembra non interessare più a nessuno».
Anche Prodi in qualità di presidente del partito ha delle colpe?
«È evidente che se noi disponiamo di uno statuto che configura delle responsabilità, tutti quelli che fanno parte di quel processo ne sono coinvolti. A cominciare dalle mie responsabilità, dalle azioni ed omissioni che sento di dover imputare a me stesso come membro del comitato dei 45. Ma Romano ha una collocazione diversa, un ruolo distinto».
Quali sono le conseguenze?
«Dobbiamo mettere riparo a quel che è accaduto. Ma bisogna prima verificare se esista o meno una condivisione di giudizio».
E se non riscontrasse questa «condivisione di giudizio»?
«Ognuno deciderà ciò che la coscienza gli suggerisce. Abbiamo detto che partecipare al processo costituente non corrispondeva ad una adesione al partito, ma alla condivisione di una speranza, alla accettazione di una scommessa. È una scelta che farò da cittadino e da eletto all´Assemblea caricato almeno del dovere di dare conto dell´aggettivo "democratico" che abbiamo scelto per il partito».
È il primo effetto del partito "liquido", senza tessere?
«Quello che mi preoccupa è il partito delle tessere non quello dei tesserati. Io sono per il partito dei partecipanti, che si affida nelle grandi scelte alla partecipazione dei cittadini, e alla partecipazione degli aderenti per le scelte quotidiane. Noi corriamo invece da una parte il rischio di un partito inesistente e personale, e dall´altra parte di un partito anche troppo esistente come sempre nelle mani delle oligarchie costituite. Vorrei evitare il rischio peggiore. Sommare cioè i due rischi, dando luogo ad un partito oligarchico a livello locale e liquido a livello nazionale».
Da Veltroni si attendeva una linea diversa anche sulla riforma elettorale?
«È stato prudente. C´è stata una certa incompiutezza ma era doveroso accettare le sue spiegazioni per consentire al confronto la massima apertura. Mi sembra, comunque, che sia stata confermata la sua contrarietà - o il minor favore - nei confronti del sistema tedesco o pseudo-tedesco. In presenza delle diverse posizioni, svolte con chiarezza da D´Alema e Rutelli, nella prudenza di Veltroni ho visto il segno di una svolta. Forse è solo la mia speranza. Ma a questa mi aggrappo».
Un passaggio decisivo riguarda la possibilità per il Pd di presentarsi alle prossime elezioni senza la sinistra radicale. È un rischio per il governo Prodi?
«Vocazione maggioritaria significa sentirsi chiamati a governare da soli, ma con la consapevolezza dei propri limiti. Nel partito c´è chi crede che il nuovo soggetto nasca per dare compimento al progetto dell´Ulivo. Ci sono altri, che con coraggio, - lo dico senza ironia - ritengono che esso sia invece lo strumento per poter uscire dalla stagione dell´Ulivo. Non vorrei che qualcuno pensasse ancora al Pd come ad una gamba di un sistema duale: prima c´erano il Ppi e i Ds, poi la sinistra e il centro, ora il Pd e la sinistra radicale. Sempre uniti e divisi dal trattino, da quel maledetto trattino».
In conclusione che consiglio darebbe a Veltroni?
«Più che un consiglio, un memento sulle sue responsabilità. Svolga la guida di un processo unitario, guidato da uno spirito di unità all´interno di regole condivise. Insomma, faccia il segretario. Se, come mi auguro, saprà essere il segretario democratico di tutti i democratici, tutti i democratici saranno con lui».
Blitz sulle poltrone e scoppia la rissa
di Fabio Martini, La Stampa -
Dopo cinque ore di apprezzata «ninna nanna», Walter Veltroni li aveva tranquillizzati tutti. Romano Prodi, seduto lassù al tavolo della presidenza, era tutto contento per la ritrovata popolarità tra il popolo ulivista, che lo sta riscoprendo come tenace capo della «resistenza» ai voltagabbana e al ritorno di Berlusconi.
Massimo D’Alema, seduto in prima fila, sorrideva e non lasciava trasparire emozioni. Franco Marini, col cartellino «Invitato» sul taschino della giacca, scherzava su quella condizione per lui inusuale: «Che eresia!». Piero Fassino, gratificato da applausi e complimenti, si era andato a sedere nella terza fila delle poltroncine, come un delegato qualunque. Nessuno se lo aspettava, ma proprio in coda, durante la replica finale, Walter Veltroni ha strappato la tela nella quale, bene o male, si stavano ritrovando quasi tutti i notabili e quasi tutti i duemilaottocento costituenti.
E’ stato quando, senza preavvisi, il nuovo leader del Pd ha chiesto all’assemblea di «votare» un decalogo nel quale venivano avanzate proposte molto impegnative e mai discusse fino a quel momento: la nomina a vicesegretario di Dario Franceschini, a tesoriere di Mauro Agostini, l’istituzione di tre commissioni fitte fitte di nomi, quelli che saranno poi i veri costituenti, addetti a scrivere le bozze di Statuto e di Manifesto del nuovo partito; la decisione di far eleggere i segretari provinciali del Pd direttamente dai delegati eletti in ciascuna provincia per la Costituente, una formula originale, inedita e di cui non c’era traccia nel dibattito delle cinque ore precedenti.
Finito di leggere il decalogo, Veltroni si è appellato al cuore dei delegati («Fare questo partito è stato il sogno mio e di Romano») e subito dopo, anziché passare ai voti, la «regia» ha fatto partire l’Inno di Mameli. Come dire: la seduta è tolta. Notabili e delegati si sono alzati per cantare l’inno nazionale. Ma finita la musica - con tutti i delegati in piedi - si è «scoperto» che bisognava ancora votare. Si sono alzati mugugni e urla di dissenso, soprattutto quando sono stati letti i nomi di alcuni dei membri (come Ciriaco De Mita) chiamati a far parte delle Commissioni. Si è passati subito dopo al voto, col metodo de «prendere o lasciare», anche perché nessuno - dalla platea ma neppure dalla presidenza - ha proposto una votazione punto per punto. Formalmente una procedura ineccepibile, ma condotta secondo una regia tutta tesa a dissipare il dissenso. Ma prima che si voti per alzata di mano, senza dare nell’occhio, se ne va il ministro della Difesa Arturo Parisi, uno dei padri del Pd, e sussurra a Franco Monaco: «Un golpe, questo è un golpe!». Commento per gli amici, irriferibile in pubblico.
E gli altri big del partito? Basta avvicinarsi a Massimo D’Alema e chiedergli cosa ne pensa del decalogo e lui: «Quale decalogo? Sono le decisioni dell’Assemblea, è stato votato dal popolo...». Una risposta velata di sottilissima ironia, ma un professionista dell’esperienza di D’Alema non è tipo da mettersi a guastare il primo compleanno del Pd. Ma se, a caldo, si chiede al vicepresidente dei senatori dell’Ulivo Nicola Latorre, se lui e gli altri notabili sapessero qualcosa del «pacchetto Veltroni», lui sorride e sostiene: «No, l’ho appreso poco fa, assieme agli altri delegati». E Rosy Bindi: «Sono preoccupata e delusa ma confido e spero di non trovarci davanti al caso di Hyde e Jackyll...».
Certo, il Veltroni della relazione di apertura aveva invocato la «centralità del cittadino-elettore», la nuova figura attorno alla quale far ruotare un nuovo modello di partito, incardinato sul sistema delle primarie continue, dei forum, consultazioni a tema via Internet. Un modello che aveva entusiasmato un personaggio come Parisi, aveva fatto storcere il naso a qualche notabile abituato alle logiche di apparato e dunque nulla lasciava presagire lo strappo del pomeriggio. Sopraggiunto nella giornata in cui Romano Prodi e Walter Veltroni sono tornati a scambiarsi attestati di stima, frutto anche di contatti personali che si sono intensificati negli ultimi giorni. E il leader del Pd - che non vuole una riforma elettorale alla tedesca che scardinerebbe il progetto del Pd - ha lasciato intendere che lui preferirebbe «il referendum» alla permanenza dell’attuale legge elettorale. Proprio come Romano Prodi.
ottobre 28 2007
Primarie PD
Master in Comunicazione e Consulenza Politica | Associazione MODEM
in collaborazione con SpinDoc
MILLE DOMANDE A VELTRONI
Indagine conoscitiva tra i partecipanti alle elezioni per il PD del 14 ottobre 2007
a cura di
Pino Nazio (coordinatore), Gerardo De Rosa (elaborazione dati), Cynthia Canti, Lorella Cedroni, Roberto De Rosa
Nota bene: Di seguito i dati più significativi, con un primo commento tra parentesi. Per ulteriori approfondimenti, si rimanda alla categoria del blog apposito: ricerca pd.
genere %
maschio: 51,1
femmina: 46,8
non risponde: 2,1
Totale: 100,0
(Una valutazione riguarda un possibile trascinamento sul voto femminile che avrebbe dovuto avere la “rivoluzionaria” proposta nella politica italiana, e non solo, di attribuire il 50% di cariche nell’Assemblea nazionale e in quelle regionali alle donne. Le donne non si sono sentite particolarmente spronate da questa opportunità e sono state – anche in questo caso - superate dagli uomini.)
titolo di studio %
elementari: 1,6
medie: 16,0
diploma: 35,2
laurea: 38,7
non risponde: 8,4
Totale: 100,0
(E’ straordinario il dato sul grado d’istruzione dei votanti, dove – aldilà dei numeri della popolazione italiana - la presenza maggiore è quella dei laureati. Questo dato assume una ancor più alta rilevanza se si tiene conto che al voto sono andati coloro che per età non possono materialmente aver conseguito la laurea.)
età (%)
da 16 a 20: 5,8
da 20 a 30: 15,8
da 30 a 40 anni: 11,2
da 40 a 50 anni: 15,9
da 50 a 60 anni: 21,7
da 60 a 70 anni: 15,4
oltre 70 anni: 6,9
non risponde: 7,3
Totale: 100
(Il dato sull’età dei partecipanti è stato accorpato per classi di dieci anni, salvo il primo gruppo, 16/20, in cui confluiscono tutti quelli che hanno votato per la prima volta.)
1. Hai già votato alle primarie? %
no: 24,3
sì: 72,3
non risponde: 3,3
Totale: 100,0
1a. primarie Prodi %
no: 31,4
sì: 65,1
non risponde: 3,5
Totale: 100,0
1b. primarie locali %
no: 87,8
sì: 7,6
non risponde: 4,6
Totale: 100,0
(Il dato da noi rilevato appare diverso da altre rilevazioni che indicavano che la metà degli elettori non aveva partecipato alle primarie per Prodi di due anni fa. Nella nostra ricerca questo dato è superiore a un terzo dei votanti, che arriva fino a circa tre elettori su quattro se si indicano anche altre primarie.)
3. E’ iscritto ad un partito? %
no: 73,3
sì: 22,7
non risponde: 4,0
Totale: 100,0
(Poco meno di un elettore su quattro dichiara la propria iscrizione a un partito, generalmente Ds e Margherita, assolutamente in linea con il dato di affluenza generale.)
5. Per chi ha votato alle ultime elezioni? %
non ha votato: 0,9
Ds: 57,2
Margherita: 13,4
Rifondazione: 4,3
Comunisti Italiani: 3,5
Verdi: 1,7
Rosa nel Pugno: 3,6
Udeur: 0,9
Italia dei Valori: 2,5
Udc: 1,5
Forza Italia: 2,4
An: 0,7
Lega: 0,1
Bianca o nulla: 0,5
Altro: 0,7
non risponde: 6,1
Totale: 100,0
(La maggior parte di coloro che hanno preso parte alla consultazione per il Pd hanno votato in passato per i Ds. Ridotta la quota dei votanti Margherita (13,4), mentre per il 16.5% provengono da coloro che votano per altri partiti del centrosinistra, che potrebbe far dire che la seconda formazione che concorre – a livello di base elettorale - alla nascita del Pd non sono i Dl ma gli “altri di centrosinistra”. Significativa è la presenza del 4,7% di votanti che dichiarano di votare per i partiti di centrodestra.)
7. Cosa le è piaciuto di più del PD? (una sola risposta, %)
niente: 0,7
la fusione di due partiti (semplificazione sistema): 26,6
l’elezione diretta del Segretario: 18,5
l’elezione diretta dei Segretari Regionali: 2,4
l’obbligo del 50% di quote femminili: 20,7
possibilità per i sedicenni di votare e essere votati: 6,1
possibilità per gli immigrati di votare e di essere votati: 4,2
la partecipazione della gente: 17,9
tutto: 0,4
non risponde: 2,6
Totale: 100,0
8. Cosa le è piaciuto di meno del PD? (una sola risposta, %)
niente: 0,4
le polemiche tra dirigenti Ds e Margherita: 55,6
il meccanismo delle liste bloccate: 24,3
l’elezione diretta dei Segretari Regionali: 1,9
l’obbligo del 50% di quote femminili: 2,2
possibilità per i sedicenni di votare e essere votati: 4,3
possibilità per gli immigrati di votare e di essere votati: 3,2
l’esclusione della gente: 4,1
tutto: 0,5
non risponde: 3,5
Totale: 100,0
10. E’ d’accordo su come il PD ha gestito la comunicazione sulla sua nascita? %
non sa: 2,6
per niente: 8,2
poco: 35,2
abbastanza: 41,6
molto: 6,5
non risponde: 6,0
Totale: 100,0
11. Pensa che queste primarie possano avere influenza sul governo Prodi? %
no: 14,8
sì: 63,2
non sa: 8,8
non risponde: 13,3
Totale: 100,0
12. E’ soddisfatto del governo Prodi? %
non sa: 0,6
per niente: 11,8
poco: 37,7
abbastanza: 40,2
molto: 6,2
non risponde: 3,5
Totale: 100,0
(Poco meno di due elettori su tre affermano che il voto del 14 ottobre avrà influenza sul governo, ma la metà dei votanti non è soddisfatto del suo operato. I delusi (poco/per niente) 49,5 sono in maggioranza rispetto ai sostenitori (moto/abbastanza) 46,4, segno che il Pd viene avvertito come un’occasione di cambiamento anche tra coloro che in maggioranza alle ultime elezioni politiche hanno sostenuto Romano Prodi.)
14. Le testate l’Unità ed Europa devono continuare a restare separate? %
no: 21,3
sì: 35,4
non sa: 32,8
non risponde: 10,5
Totale: 100,0
15. Le Feste dell’Unità e della Margherita devono restare separate? %
no: 40,2
sì: 27,3
non sa: 21,6
non risponde: 10,9
Totale: 100,0
(Capire cosa pensano gli elettori delle testate e delle feste di due simboli riconducibili a Ds e Dl è in qualche modo scoprire se esiste una profonda convinzione circa la fusione delle due entità. Le risposte fornite fanno capire che molta strada è stata fatta per far passare a livello di base il concetto di unità. Questo dato è ancor più rilevante leggendo la prevalenza della volontà di fusione delle feste rispetto alle testate. E’ notorio che gli appuntamenti estivi dei due partiti vengono percepiti quanto di più identitario rispetto a una testata giornalistica come L’Unità (da tempo non più organo ufficiale di partito).
17. Ritiene che L’Unione sia l’unica alleanza possibile per il PD? %
no: 28,7
sì: 44,3
non sa: 20,0
non risponde: 7,1
Totale: 100,0
18. Pensa che su grandi temi il PD debba aprire un dialogo col centro destra? %
no: 23,9
sì: 58,7
non sa: 7,7
non risponde: 9,7
Totale: 100,0
(Più della metà degli elettori ritiene che si debba superare l’Unione come alleanza di governo o quantomeno non è convinto che si debba restare all’interno dell’attuale maggioranza. Solo meno della metà ritiene che il Pd debba restare ancorato all’Unione anche in futuro.)
19. Condivide l’azione di Beppe Grillo? %
non sa: 1,5
per niente: 31,4
poco: 27,0
abbastanza: 21,6
molto: 14,0
non risponde: 4,5
Totale: 100,0
(Più di un terzo degli elettori si dice d’accordo con Grillo, ma ben il 58,4 non è dalla sua parte.)
20. Con quale dei leader dell’Unione non andrebbe mai a cena? %
Non risponde: 37,8
Mastella: 23,4
Rutelli: 7,6
Prodi: 6,5
Diliberto: 5,2
Bindi: 2,6
Pecoraro Scanio: 2,1
Fassino: 1,9
D’Alema: 1,7
Giordano: 1,6
Di Pietro: 1,2
Letta: 1,1
Veltroni: 0,9
Berlusconi: 0,6
Fini: 0,6
Rizzo: 0,6
Rosy Bindi: 0,6
Bertinotti: 0,4
Mussi: 0,4
Parisi: 0,4
Visco: 0,4
Caruso: 0,2
Fioroni: 0,2
Gawronski: 0,2
Adinolfi: 0,1
Bersani: 0,1
Boato: 0,1
Capezzone: 0,1
Cicchitto: 0,1
Del Turco: 0,1
Dini: 0,1
Ferrero: 0,1
Grillo: 0,1
Luxuria: 0,1
Marini: 0,1
Pannella: 0,1
TOTALE: 100,0
21. Chi tra coloro che non hanno aderito al PD vorrebbe al suo fianco? (3 nomi)
Mussi: 6,079404
Di Pietro: 4,404467
Bertinotti: 3,846154
Angius: 3,411911
Pecoraro: 2,543424
Casini: 2,171216
Boselli: 1,985112
Capezzone: 1,799007
Diliberto: 1,488834
Bonino: 1,116625
Sondaggio Master Comunicazione Politica – Associazione MODEM. Campione rappresentativo della popolazione italiana di età compresa tra i 16 e gli 86 anni. Numero totale soggetti coinvolti: 1612. Metodo di rilevazione con questionario semistrutturato autosomministrato. Rilevazione effettuatali 14 ottobre 2007. Elaborazione SPSS. Documentazione disponibile c/o segreteria MODEM
La presente ricerca è licenziata con una creative commons. Ovvero è possibile segnalare la ricerca, senza alterazioni o fini commerciali, e a patto di indicarne la fonte e questa pagina. Per ulteriori informazioni: info@spindoc.it
ottobre 27 2007
«Meglio il Mattarellum»,
Rosy chiude al tedesco
«Non mi piace il sistema elettorale tedesco perché non solo non risolve i nostri problemi, ma rischia addirittura di complicare il quadro politico del nostro paese. Perché non torniamo a discutere di un modello italiano? Il Mattarellum, che ha un suono latino, ci darebbe molte più garanzie». A ventiquattr’ore dalla prima riunione dell’assemblea costituente del Pd, in programma oggi a Milano, Rosy Bindi fa il punto con il Riformista sulla riforma elettorale e sullo spettro del governo tecnico, sul rischio del dualismo Prodi-Veltroni e sull’esordio della nuova forza a vocazione maggioritaria del centrosinistra. Senza trascurare, in linea teorica, «il pericolo» che si torni alle urne in primavera.
Il ministro della Famiglia, reduce dalla sfida per la segreteria del Pd alle primarie («Non è stata una sfida “accesa”, semmai vivace...»), sostiene che il modello tedesco (rilanciato ieri anche da Massimo D’Alema, al Tg1) comporterebbe solo rischi per il paese. «Non amo quel sistema elettorale», è la premessa della Bindi. Che spiega: «Credo che questo tipo di modello potrebbe obbligarci, almeno per la prossima legislatura, alla “grande coalizione”». E la grande coalizione, aggiunge il ministro, «avrebbe gli stessi effetti negativi del governo tecnico». Oltre a rappresentare, puntualizza la Bindi, «la fine del progetto del Pd». E ancora: «Per carità, io comprendo pure chi, per perseguire la vocazione maggioritaria, sarebbe pronto a scommettere sul modello tedesco con uno sbarramento alto. Io però la penso in maniera diversa».
Secondo il ragionamento della Bindi, sarebbe meglio convergere tutti sul Mattarellum. «È un sistema che ci ha dato ampie garanzie in passato: ha il pregio di non intaccare il bipolarismo e garantisce sia l’alternanza sia il diritto di tribuna per le forze più piccole sia la funzione dei partiti. Nessuno dimentichi, tanto per fare un esempio, che la Margherita nacque grazie al risultato delle elezioni politiche del 2001».
Ma l’eventuale accordo sulla legge elettorale è subordinato ad altre variabili. È necessario un governo tecnico? La Bindi, sul punto, è irremovibile. «Vorrei che tutta la maggioranza si mettesse attorno a un tavolo per rispondere a una domanda: a chi serve il governo tecnico?». Il ministro della Famiglia dà le sue risposte. «Non ci serve certo a fare una riforma elettorale perché a quella provvede il Parlamento, non il governo. Di conseguenza, dovrebbe essere compito del centrosinistra, e in particolar modo del suo partito principale, trovare le condizioni perché maturi un’ampia convergenza alle Camere». In sintesi, il ragionamento della Bindi tiene conto di due ipotesi. «Se dobbiamo continuare a governare, allora tutta l’Unione e soprattutto il Pd si devono far carico di aumentare la stabilità dell’esecutivo. Se poi qualcuno ha deciso che si deve per forza votare nella primavera del 2008, e secondo me sarebbe una sciocchezza, allora facciamo in modo di arrivare all’appuntamento cercando il dialogo con l’opposizione su una legge elettorale e sostenendo il governo Prodi». Quanto alle ultime mosse della Cdl, la Bindi ricorda che «in tutte le altre democrazie occidentali, l’opposizione rispetta il risultato delle urne, anche quando è risicato. Il centrodestra, invece di attaccare la Montalcini, avrebbe l’obbligo di collaborare con noi per il bene del paese». Resta in primo piano il tema della coesistenza Prodi-Veltroni, che in molti (e non da ora) archiviano alla voce “dualismo”. Così la Bindi: «Guardi, su questo tema sono sensibile anche dal punto di vista sentimentale. Prodi e Veltroni hanno cominciato la loro avventura insieme. Oggi che il loro progetto politico trova una realizzazione nel Pd, io, che posso tranquillamente rivendicare di essere stata loro compagna di viaggio sin dalla prima ora, mi auguro che la loro collaborazione sia totale. Nel 1995 c’ero anch’io, con Sergio Mattarella e Giovanni Bianchi, nel momento in cui Nino Andreatta, per sbarrare la strada a Buttiglione, decise di chiamare Romano Prodi. Anche per questo, lo spettro di un dualismo tra Romano e Walter mi addolora». Il ministro della Famiglia sottolinea che «il dualismo non conviene a nessuno dei due. Se ci sono tentazioni in questo senso, dovrebbero essere accantonate. Quandanche avessero obiettivi diversi, il fallimento del premier danneggerebbe il segretario del Pd e viceversa». Morale? «Confido quindi che Prodi e Veltroni riescano a trovare una linea comune. Devono decidersi a collaborare, se non altro per un calcolo politico». La Bindi, sul punto, arriva fino in fondo. «Ho parlato dello spettro del voto in primavera solo per ribadire che, a mio avviso, l’ipotesi di un governo tecnico è una clamorosa bufala. Si tratterebbe di un altro governo politico che sovvertirebbe il mandato degli elettori. Inoltre, spero che la collaborazione tra Prodi e Veltroni ci consenta di evitare di dover scegliere tra l’uno e l’altro».
E visto che oggi a Milano si aprirà ufficialmente la nuova stagione del Partito democratico, Rosy Bindi - che il 14 ottobre ha ottenuto 453mila voti - lancia un appello al segretario: «Il Pd dev’essere una forza politica plurale. Per questo, da Veltroni mi aspetto un discorso plurale ma allo stesso tempo unitario. Dal segretario vorrei ascoltare “una cosa”, non “una cosa e il suo contrario”. Mi rendo conto che la richiesta non è delle più semplici. Ma in questo momento - conclude la Bindi - abbiamo tutti un gran bisogno di chiarezza».
Tommaso Labate
http://www.ilriformista.it/news/rif_lay_notizia_01.php?id_cat=4&id_news=3002
ottobre 26 2007
Spunti per una discussione politica
Documento dell’Assemblea degli aderenti al Comitato “Cremona per l’Ulivo” e all’Associazione per il Partito democratico di Cremona
L’Assemblea degli aderenti al Comitato “Cremona per l’Ulivo” e all’Associazione per il Partito Democratico di Cremona ha discusso, integrato ed infine approvato il documento allegato, sulla scorta di una relazione introduttiva proposta dall’amico Deo Fogliazza.
La forma volutamente schematica concentra l’attenzione sulla problematica attinente i temi del partito, del suo insediamento e delle modalità del suo funzionamento.
***
Spunti per una discussione politica
Documento dell’Assemblea degli aderenti al Comitato “Cremona per l’Ulivo” e all’Associazione per il Partito democratico di Cremona
L’Italia ha bisogno di essere governata. Il Paese ha bisogno di certezze. Gli italiani meritano di avere un Governo che sia in grado di governare, all’interno di istituzioni efficaci ed efficienti. In un clima ed all’interno di regole che prevedano, per la maggioranza, l’agibilità politica atta a permettergli di esprimere al massimo la propria azione di Governo e, per l’opposizione, la massima possibilità di svolgere fino in fondo una vasta azione di controllo, di proposta e di protesta.
Il contesto istituzionale.
1) Occorre ribaltare in maniera netta e chiaramente percepibile il rapporto tra eletti ed elettori. A questo fine occorre riportare l'elezione dei parlamentari in Collegi ristretti, nei quali l'eletto abbia un rapporto ravvicinato con i suoi elettori, che consenta all'eletto di informare delle propria attività i propri elettori e, nel contempo, consenta agli elettori un'azione di verifica attraverso la quale sia possibile chieder conto al proprio eletto delle sue attività.
2) E' coerente con questo obiettivo un sistema maggioritario a doppio turno, con collegi uninominali o anche una legge elettorale di tipo proporzionale (come quella spagnola) con collegi piccoli e con liste pur bloccate ma brevi.
3) In ogni caso i candidati devono sempre essere scelti attraverso il ricorso ad elezioni primarie di collegio e deve essere formalizzato il fatto che alle elezioni primarie possono votare tutti gli elettori del Collegio, così come tutti gli elettori del Collegio hanno la possibilità di candidarsi alle primarie medesime.
4) Lo Statuto deve stabilire in maniera esplicita che il Partito Democratico selezionerà le proprie candidature a tutte le cariche istituzionali (Parlamento europeo e nazionale, Presidenza e consiglio regionale, Sindaco e consigliere Comunale, Presidente e Consigliere provinciale ecc) sempre attraverso l'utilizzo delle elezioni primarie.
5) Dovrà essere definito un regolamento attuativo dei vari tipi di Primaria, che sia incardinato con nettezza al principio invalicabile che prevede la parità di condizioni, di agibilità politica e di accesso alla comunicazione da parte dei diversi contendenti.
La governabilità
1) Gli elettori devono aver chiaro per quale maggioranza di governo votano, perché agli elettori spetta di scegliere a quale coalizione affidare la responsabilità del Governo del Paese. Le alleanze vanno dunque dichiarate prima del voto e non possono essere modificate, pena lo scioglimento delle Camere ed il ricorso ad elezioni anticipate.
2) Un parlamentare deve far parte del Gruppo parlamentare per il quale é stato eletto e, se ne ravvede la necessità, può passare dal Gruppo parlamentare originario al Gruppo misto. Tranne nel caso del Gruppo Misto, non deve essere ammessa la formazione di Gruppi parlamentari composti da un numero inferiore ai 20 parlamentari.
La forma Partito
Il partito al quale vogliamo dare vita intende partecipare alle elezioni per candidarsi a governare: dal piccolo comune fino al Governo nazionale. Sarà un partito che, attraverso la propria attività, tende a selezionare la classe dirigente diffusa del Paese. Un partito che, in quanto tale, avrà una propria struttura, una propria vita democratica interna, valori condivisi, progetto politico, programmi politico-amministrativi, una complessiva lettura di come vanno le cose del mondo.
Un partito che - pur non disdegnando l’uso della tecnica dei sondaggi per conoscere meglio la situazione del Paese - saprà dotarsi di nuovi strumenti di analisi e nuove categorie di pensiero e di conoscenza, per individuare efficacemente i bisogni e le tendenze della società, le dinamiche della sua rappresentanza. Un partito che, radicandosi nel territorio ed perseguendo il metodo del confronto positivo con le diverse categorie sociali ed economiche, si pone nelle condizioni di affrontare i nodi e le strategie più coerenti per la loro soluzione.
Un partito Accogliente:
Un partito per aderire al quale il cittadino debba operare un’azione volontaria: quella di iscriversi.e di poter partecipare. Un partito accogliente apre le proprie porte al massimo della possibilità, fissa una cifra minima di adesione anche simbolica, agevola l’ingresso di tutti quei cittadini interessati anche ad un’adesione limitata sia temporalmente che tematicamente.
Un Partito nel quale tutte le cariche interne vengono decise con voto segreto di tutti gli iscritti. Un partito che si dota di regole di vita interne largamente democratiche ed improntate alla massima apertura, che riconosce cittadinanza ed agibilità politica a sensibilità politico-culturali diverse e che – nel contempo - inserisce nel proprio Statuto modalità tali che evitino la formazione di correnti di potere, incrostazioni burocratiche, cordate di potentati
Un partito Partecipato
Un partito partecipato non da tessere o da numeri, ma da persone (massima trasparenza interna dell’albo degli iscritti) . Di volta in volta nel Partito democratico – a tutti i livelli – decide chi c’è, opera, si impegna, lavora. Un partito che riserva, dunque, agli iscritti le decisioni di fondo (elezione degli organismi, scelta su diverse opzioni politico-programmatiche ecc), in occasione dei Congressi che dovranno prevedere la possibilità di iscrizione larga ed aperta.
Un partito, in buona sostanza, che vuole corrispondere pienamente allo spirito ed alla lettera dell’art. 49 della Costituzione Italiana.
Un partito Interattivo
Un partito che vive il proprio tempo e che assume modalità di decisione non soltanto valutando ovviamente il merito delle questioni, ma ponendo la massima attenzione anche ai tempi del dibattito e della decisione. Per questo le modalità tradizionali di vita interna saranno affiancate fortemente dall’utilizzo delle nuove tecnologie: mail, MMS, SMS, Blog ecc. Su opzioni precise, su tematiche locali o nazionali, sarà utilizzato lo strumento del referendum decisionale svolto anche per via telematica. A questo fine ogni iscritto sarà dotato di password unica e personale volta a facilitarne l’utilizzo.
Un partito che sa decidere
Nel quale la fase del dibattito e del confronto deve essere aperta e condivisa e la fase delle decisioni sia limpida, trasparente ed altrettanto condivisa. Ma che poi – una volta presa la decisione - sa praticarla, in un clima che prevede, da parte delle minoranze, il rispetto delle decisioni assunte.
Un partito Federale
L’esistenza di Assemblee Costituenti regionali sostiene la necessità di una struttura federale del PD. Ogni regione potrà assumere regole organizzative anche molto diverse l’una dall’altra. Momento unificante nazionale sarà il rispetto dello Statuto nazionale, del Decalogo Etico che indicherà regole di comportamento trasparenti e del Manifesto politico e valoriale.
Un partito Trasparente
Un partito che rende pubblicamente conto delle proprie posizioni, delle proprie azioni, delle proprie proprietà con modalità assolutamente trasparenti ed in tempo reale, anche attraverso un uso adeguato del web. Dal punto di vista finanziario e della gestione economica la trasparenza dovrà essere assoluta, attraverso la tenuta dei propri conti a disposizione di tutti e la pubblicazione on line.
Un partito Contendibile
Nel quale gli aspetti che riguardano l’“ambizione personale” non siano ipocritamente vissuti come un peccato del quale dolersi. Ma che, al contrario, rendendoli palesi e riconoscendo loro cittadinanza, stimola i propri aderenti a mettersi in gioco – con le proprie idee, con la propria storia, il proprio volto, la propria intelligenza – al fine di rendere aperto il confronto, far divenire prassi quotidiana la battaglia delle idee e la volontà di metterle in pratica.
Ci muove la convinzione che, anche nel confronto politico e delle idee, la libera concorrenza – governata ed organizzata con intelligenza, trasparenza e raziocinio – non può che fare del bene al Partito democratico e, di conseguenza, all’intero Paese.
Un partito dei Diritti e dei Doveri
Un partito che – sia nella vita interna che nell’azione esterna – sia organizzazione politica che si batte per il rispetto dei diritti di ciascuno, in un’azione che pretende, da parte di tutti, il rispetto dei propri doveri, a partire dalla indiscussa integrità penale dei propri candidati e rappresentanti.
Un partito dei Preventivi e dei Consuntivi
Un partito che volta pagina rispetto alla prassi del mero “Preventivo”: alla fase nella quale si determinano programmi, progetti, ipotesi di lavoro, assunzione di impegni deve sempre corrispondere uguale azione volta alla verifica di quanto progettato, al rendiconto delle azioni realizzate ed a quelle non realizzate.
In un sano e positivo equilibrio tra “fase preventiva” e “fase consuntiva” risiede la concreta possibilità di assumere decisioni corrette , positive , credibili e vincolanti per tutti gli aderenti, sia in ordine alla scelta delle linee di azione sia in relazione alla scelta degli uomini e delle donne incaricati di metterle in pratica.
Per concludere
Nella fase attuale è attorno a questi temi che attendiamo decisioni chiare da parte delle Assemblee Costituenti nazionale e regionali.
L’elezione dei Segretari provinciali del PD non può che avvenire – in questa fase costituente ed entro il prossimo mese di dicembre – che attraverso modalità uguali a quelle con le quali abbiamo eletto in ottobre il segretario nazionale e quelli regionali. In subordine, e nel caso la situazione lo richiedesse, è ipotizzabile che detta elezione venga effettuata dai componenti eletti delle Assemblee Costituenti. In questo caso verrebbe ad aprirsi con ciò una fase temporanea e transitoria che conduca al Congresso nella prossima primavera, chiamato ad eleggere in forma aperta e democratica gli organismi dirigenti provinciali del partito.
Il lavoro delle Assemblee costituenti non potrà che rispettare tempi adeguati, comunque non biblici.
Incalza, infatti, una situazione politica a dir poco fluida e portatrice di opzioni anche molto diverse tra loro in cui il P.D. dovrà mostrarsi - nelle sue regole, nei processi decisionali, nella formazione dei quadri e nell’apertura alla partecipazione dei cittadini – come la principale novità distintiva offerta agli elettori.
Occorre dunque mettere in campo il massimo sforzo affinché venga al più presto data vita alla fase congressuale (la prima fase congressuale) del nuovo PD. Fase alla quale sia demandata la decisiva funzione della scelta delle opzioni politiche e programmatiche e della selezione dei gruppi dirigenti locali, regionali e nazionali.
Documento dell’Assemblea degli aderenti al Comitato “Cremona per l’Ulivo” e all’Associazione per il Partito democratico di Cremona
http://www.welfarecremona.it/wmview.php?ArtID=7932
ottobre 19 2007
Con il Pd già mi sento meglio
di Giampaolo Pansa
Veltroni? Rapporto a prova di bomba. Il nuovo partito? Conquisterà più di un terzo degli elettori. Ridurre i ministri? Io ne volevo 15. A Palazzo Chigi? Fino al termine del mandato. Colloquio con Romano Prodi.
La carriera dalla A alla ZRomano Prodi e Walter VeltroniAccerchiato, tormentato, sgambettato da tante, troppe parti. Eppure scopro Romano Prodi tonico, asciutto, di umore buono e molto determinato. Dalla sera di domenica 14 ottobre si trova al fianco un leader di nuovo conio, Walter Veltroni, il numero uno del Partito democratico prossimo venturo. Ma è una presenza che non sembra cambiare la vita e il lavoro del presidente del Consiglio. Sentiamo che cosa ci dice lui.
La vedo accerchiata, presidente.
"Non è un'impressione sbagliata. Però non c'è nulla di nuovo. Era così anche il primo giorno a Palazzo Chigi, dopo il voto dell'aprile 2006. Le cause? Coalizione complessa e ricerca di visibilità. Tuttavia oggi c'è una differenza. La caccia alla visibilità è rimasta molto forte nei partiti della coalizione, ma è diminuita moltissimo nei ministri. Nel governo si è affermata una solidarietà interna molto alta. E il lavoro del Consiglio dei ministri è assai più omogeneo e più semplice".
Resta la babele tra i partiti di centrosinistra.
"Può darsi. Ma la funzione e la forza dei governi democratici è di attrarre nuove energie alla democrazia, cioè di assorbire quella che i politologi anglosassoni chiamano 'le frange lunatiche'. È quel che cerco di fare, suonando sia il violino che il violoncello: due strumenti molto umani".
Dovrà darci dentro con entrambi, presidente. Dopo il trionfo bulgaro di Veltroni, molti dicono che adesso il suo governo è più debole. Anzi, che la nascita del Pd è un salto nel buio per il suo ministero.
"L'aggettivo bulgaro non mi piace. E poi i tanti elettori delle primarie hanno espresso una richiesta di stabilità. Se c'è una logica, io sono più forte, non più debole. È la frammentazione dei partiti che rende più difficile fare una politica lineare e coerente".
Veltroni ha detto che il rapporto con lei è "a prova di bomba". E che sosterrà il suo governo sino al 2011. Lei gli crede?
"Sì. Tanto per la prova di bomba che per il sostegno. È interesse di entrambi raggiungere il 2011 con il governo in piedi e ben saldo. Ma è molto più importante ricordare che Veltroni ed io abbiamo costruito insieme l'Ulivo, che Walter è stato un pilastro del primo governo dell'Ulivo e che la nostra collaborazione e la nostra amicizia sono troppo collaudate per andare in crisi".
Ma il 2011 è lontano.
"Certo, sembra lontano. Ma ho scelto una strategia di governo che se mi ha portato un gradimento molto basso oggi, darà frutti importanti nel futuro. Però ci vuole tempo. E so bene che, lungo il cammino, possono esserci delle sorprese".
Una sorpresa negativa potrebbe venire dai sei senatori centristi che non hanno aderito al Pd: Dini, due suoi colleghi, Bordon, Manzione e Fisichella. Enrico Letta ha detto a 'Omnibus' de La7 che bisogna parlarci, con questi sei.
"Con loro parlo da sempre. E ne ho ricavato un'assoluta coincidenza di posizioni. Loro si fidano di me e io mi fido di loro. Ma è vero che bisogna continuare a parlare con loro. Lo farà anche Veltroni".
Un Veltroni trionfante può essere tentato di sfruttare la vittoria andando a elezioni anticipate?
"L'anticipo del voto lo decide il presidente della Repubblica. E poi si cercano nuove elezioni quando i sondaggi sono favorevoli. Non mi pare che siamo in questo caso".
Se si dovesse votare all'inizio del 2008, quale risultato prevede per il centrosinistra?
"Un risultato cattivo. E aggiungo: 'ovviamente' cattivo. Un paese malato si guarisce con le medicine amare. La terapia l'ho studiata con cura e nel 2011 farà vincere il centrosinistra. Comunque, l'anno prossimo non si andrà a votare. Ne sono sicuro".
Con chi starà Veltroni? Con la sinistra radicale o con i centristi dell'Unione? Pier Ferdinando Casini gli ha chiesto di scegliere, per cominciare a chiarire l'identità del nuovo Pd.
"Veltroni l'ha già detto: non ha altra alternativa che questa coalizione di governo".
Insomma, Veltroni non sceglierà.
"Non è così: Veltroni ha già scelto questa alleanza. Non confondiamo le decisioni con le discussioni. Walter non ha altra via che questa. Altrimenti gli scoppia il sistema in mano. Come scoppierebbe a me se cambiassi coalizione".D'accordo. Però il 14 ottobre è nato un leader davvero maximo, un imperatore. Veltroni sarà di certo esigente e poco malleabile. La preoccupa questa prospettiva?
"Per niente. Veltroni sarà esigente soprattutto con il suo nuovo partito. Deve costruirlo per intero. E avrà il suo daffare. Un conto è il ruolo di leader. Un altro conto è dare soddisfazione a tutte le voci del Pd".
Spesso si dice che Prodi è un politico della Prima Repubblica. Ma non lo è anche Veltroni? Non mi sembra un politico del tutto nuovo.
"Rispondo per me, non per lui. Certo, Prodi è nato nella Prima Repubblica. Ma è entrato in politica soltanto con la Seconda Repubblica. Vuole la data esatta? Il 2 febbraio 1995. Quel giorno alcuni amici troppo affettuosi e quindi sciagurati, tra i quali Nino Andreatta, fecero il mio nome come possibile candidato premier nella battaglia elettorale dell'anno successivo. Il mio nome ruzzolò, andò in giro. Fu così che mi chiesero se ero disposto a guidare il confronto con Silvio Berlusconi. Risposi di sì. E nel 1996 il centrosinistra vinse".
Veltroni dovrebbe dimettersi subito da sindaco di Roma?
"No. A Roma lui ha costruito una macchina grande e forte che può camminare quasi da sola. Certo, lo aspetta una fatica terribile, perché la gestione del Pd diventerà sempre più assorbente".
Lo penso anch'io. La lotta all'ultimo sangue per le candidature alle primarie ci fa prevedere un Pd diviso in correnti che si combatteranno.
"Ma non esiste un partito senza sfumature o espressioni diverse. Guardi che cosa succede nel Partito Laburista inglese. Nel Pd troveremo una sintesi per non farle diventare correnti organizzate. Veltroni si è già dato questo compito. Gli offrirò il mio aiuto: sono il presidente del Pd, garante di tutti".
Dunque, dal 14 ottobre il Pd ha due capi: Veltroni e lei. Le diarchie, i doppi comandi, non sono fonte di guai?
"I nostri ruoli sono diversi. Bisogna sempre distinguere fra governo e partito. Io guido il governo. E sono il capo di una coalizione che va ben oltre il Pd. E rispondo in modo intero all'alleanza che mi ha eletto".
Oggi i sondaggi parlano di un Pd che ha meno voti di quelli raccolti da Ds e Margherita alle elezioni dell'aprile 2006.
"Ha detto bene: oggi. Quando il Pd è allo stato nascente. La stabilità e la coesione faranno cambiare i sondaggi. Certo, ci vogliono i risultati buoni del governo. Insomma, occorre l'impasto di due farine. Ma sono convinto che il Pd conquisterà almeno un terzo degli elettori. E forse di più".
Per tentare di farcela, Veltroni dovrà agitarsi molto. Ha timore dell'inevitabile movimentismo del suo amico Walter?
"Assolutamente no. Ma non userei la parola movimentismo. Direi piuttosto movimento. Spero che Veltroni ne faccia molto. Abbiamo bisogno di mobilitare molta società, molti cittadini".
Il Pd si propone di riconquistare i ceti medi che hanno abbandonato il centrosinistra, soprattutto nell'Italia del nord. In che modo può riuscirci?
"Il modo è uno solo: fare. Il Nord ha bisogno di cose elementari: sicurezza, infrastrutture e fisco più equo. Per i più raffinati anche un po' di scuole, di ricerca, che per me, nel lungo periodo, sono l'aspetto primario anche al Nord".
Lo scrittore-ombra di Veltroni, il senatore diessino Giorgio Tonini, ha messo nero su bianco la seguente previsione: nel gennaio 2008, dopo l'approvazione della Finanziaria, il Pd chiederà a Prodi "un chiarimento politico e programmatico, che indichi le cose essenziali da fare in modo convinto e disciplinato nei prossimi tre anni. Altrimenti, meglio staccare la spina e tornare a votare". Che ne pensa?
"Che 'staccare la spina' è un'immagine truculenta. Mi stupisce che la usi Tonini, un mite cristiano sociale. Deve averla chiesta in prestito alla destra. Cosa posso rispondere? Che ha perfettamente ragione, purché lui abbia un generatore di riserva, una volta staccata la spina. Se lo ha, ci dica quale è".
Veltroni ha già annunciato che vorrà uno snellimento del governo.
"Questo è un problema mio. E lo specifico così. A) Il governo adesso funziona. B) Ho già ridotto molte spese. C) Io stesso, come tutti sanno, avevo proposto un governo di soli quindici ministri. Oggi sono venticinque. E sa perché? Me lo ricordo bene il giorno che Fassino e Rutelli entrarono nella mia stanza e mi dissero: devi dare nove ministri ai Ds e sei alla Margherita. E il resto è venuto da sé. Quando sarà il momento, provvederò io a ripensare la struttura del governo".Ma è vero che Fassino diventerà vice-premier, posto che sarà lasciato da D'Alema?
"Fassino si meriterebbe ben di più per le sue doti e per il suo spirito di sacrificio. Ma in questo momento non cambio niente".
Andrebbe fatta subito anche la legge elettorale. Ritiene che sia possibile?
"So benissimo che è un compito molto difficile, nel quale Walter e io dovremo buttarci a capofitto. Ma se non lo affrontiamo, trovando la soluzione giusta, non risolveremo i problemi dell'Italia. Con la stabilità del governo, saremmo il primo paese in Europa".
Ma ha discusso con Veltroni su quale sistema elettorale puntare?
"Walter e io ci siamo già confrontati su questo problema. E sappiamo bene che per varare una nuova legge occorre una maggioranza parlamentare molto ampia. Entrambi non vogliamo abbandonare il bipolarismo. Ovvero l'idea di due coalizioni che si alternano nel governo del paese. Speriamo di farcela. Ma le ribadisco che non sarà un'impresa semplice".
Che cosa può accadere al governo dopo la manifestazione della sinistra radicale a Roma, il sabato 20 ottobre?
"Non accadrà assolutamente niente. In questi ultimi sette giorni abbiamo avuto tre grandi manifestazioni di società civile: il referendum sindacale sul Protocollo del Welfare, la marcia di An per la sicurezza e le primarie per il leader del Pd. Quella della Cosa Rossa sarà la quarta. E non potrà che concludere un ciclo tutto a sostegno del governo".
Anche il corteo di An era a sostegno del governo?
"Sì. E per una ragione molto semplice: che ha saputo offrirci soltanto degli insulti. Dunque, ha giocato a nostro favore, sia pure contro l'intenzione degli organizzatori, perché credo che abbia riscaldato molti simpatizzanti del Pd alla vigilia del voto".
Che cosa farà Berlusconi dopo le primarie del 14 ottobre?
"La domanda giusta dovrebbe essere: che cosa dirà. Bene, continuerà a dire quel che ha sempre detto. Che quindici parlamentari della Margherita passeranno con lui. Che la maggioranza di centrosinistra sta per implodere. Che si andrà subito a nuove elezioni. Che il 98 per cento degli italiani spasima di tornare alle urne per votare compatto Forza Italia. Insomma, seguiterà a dire quello che dice da sedici mesi. E come vede la faccenda non mi preoccupa minimamente".
Posso dirle quello che mi domando sempre più spesso nel vederla alle prese con le difficoltà del governare? Mi domando: ma perché Prodi mostra tanta tenacia nel restare a Palazzo Chigi? Ne vale davvero la pena?
"Le offro due risposte. La prima è che le cose si fanno con tenacia oppure non si fanno. La seconda è che a Palazzo Chigi io ci sto volentieri".
È vero che lei se ne andrà soltanto quando sarà chiaro a tutto il paese che il governo Prodi è stato distrutto dai suoi alleati riottosi?
"Sì, se questa distruzione si manifesterà con un voto parlamentare. Altrimenti no: io rimango qui".
Che cosa succederebbe se il suo governo dovesse cadere, per esempio a causa di un incidente al Senato? Dopo di lei, verrà un governo istituzionale o si andrà subito a votare?
"Quello che potrebbe succedere lo deciderà il presidente della Repubblica".
Accerchiato, però tenace. Da vera testa quadra reggiana. Ma è felice di fare questa vita?
"Purtroppo sì".http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Con-il-Pd-gia-mi-sento-meglio/1834709//2
ottobre 17 2007
LETTERA APERTA ALLE DEMOCRATICHE ED AI DEMOCRATICI
Per il Partito Democratico:
Ripartiamo dalle cittadine e dai cittadini!
In sintonia politica con il Movimento per l’Ulivo e il Centro per
l’Innovazione della Politica del P.D.S. nell’ottobre 1998, con il sostegno
di alcune migliaia di cittadini Bolognesi (fra cui Gianfranco Pasquino,
Augusto Barbera, Renzo Imbeni, Vittorio, Luca e Marco Prodi, Luigi Pedrazzi,
Paolo Onofri, Renato Villalta, Renzo Costi, Pierpaolo Benni, Luciano Sita,
ecc.), organizzammo un primo movimento di opinione - “Cittadini per le
Primarie” - che creò anche un'Associazione Bolognese per le Primarie attiva
sul territorio negli anni successivi.
Nell’aprile 2004 chiedevamo che l’Unione svolgesse le Primarie. Nell’ottobre
2005, fra qualche timore e molte preoccupazioni, si tennero delle vere
Primarie che designarono Prodi candidato del centro-sinistra. Cogliemmo
subito l’occasione per chiedere a Prodi e ai segretari dei partiti
dell’Unione di svolgere, anche per ovviare alle liste orrendamente bloccate
del “Porcellum”, le Primarie per almeno il 50 per cento dei parlamentari.
Non ci fu nessuna risposta. Peccato, perché la mobilitazione dell’elettorato
dell’Unione avrebbe sicuramente garantito una maggioranza più ampia al
Senato della Repubblica.
Negli anni 2005 e 2006 si sono svolte in altre occasioni elezioni Primarie
per scegliere i candidati dell’Unione: in Puglia, in Sicilia, a Milano, a
Genova e in tanti altri Comuni Italiani.
Nel gennaio 2007 abbiamo presentato il “Progetto 10.000 Fiori” chiedendo di
coinvolgere i cittadini in tutte le fasi del Processo Costituente del
Partito Democratico.
Nel giugno 2007 abbiamo, per primi, chiesto di poter scegliere con il voto
diretto il Segretario Nazionale del Partito Democratico.
Il 14 ottobre 3,5 milioni cittadini hanno dato, tutti insieme, una nuova
speranza all’Italia!
Più volte Fassino ha chiesto, anche inserendo queste regole nello Statuto
del Partito Democratico, la convocazione di Primarie (o Elezioni Dirette)
per scegliere gli organi dirigenti di partito e i candidati alle cariche
istituzionali.
Nella sua campagna costituente il neo-Segretario del Partito Democratico, al
quale rivolgiamo gli auguri di un buon lavoro, ha inserito nei propri punti
programmatici l’istituzione delle Primarie per Legge.
Lo stesso Prodi ci ha invitato a collaborare per l’introduzione di una legge
quadro per le Primarie in Italia.
Siamo felici di tutto questo: le Primarie, in base all’impegno politico e
alla raccolta di firme dei cittadini residenti in un determinato territorio,
devono essere convocate se ci sono almeno due candidati per quel determinato
ruolo. Se questo sarà inserito nello Statuto del Partito Democratico e, un
domani, ci sarà anche una legge come è già avvenuto in Toscana, si
consoliderà sempre di più un buon rapporto fra cittadini e i propri
rappresentanti politici.
Ma noi primaristi-ulivisti siamo pienamente consapevoli che la “politica
alta” non può essere delegata al solo esercizio democratico, comunque
fondamentale, delle Primarie.
Intanto un’esigente concessione di fiducia dei cittadini c’è stata: è stato
concesso un forte e pieno incarico politico a Walter Veltroni e ancora di
più si è dato fiducia al Progetto Democratico nel suo insieme. Veltroni è
quindi il primo rappresentante di un processo costituente di un partito che
non potrà essere solo grande ma che dovrà essere altezza dei suoi compiti,
nel rispetto pieno degli articoli, a partire dal numero 49, della
Costituzione Italiana.
La domanda è: “Che fare adesso se vogliamo subito lavorare alla costruzione
democratica dal basso dal Partito?”
1) Approvare uno Statuto Nazionale, uno Statuto per ogni Regione ed un
Manifesto delle Idee coinvolgendo, coinvolgendo, anche con l’aiuto delle
nuove tecnologie, tutti i delegati eletti. Questo è l’importante compito,
nulla di più e nulla di meno, dei delegati eletti. Tale metodo di procedere
sarebbe un moltiplicatore democratico d’idee, di partecipazione e
d’entusiasmo altrettanto importante che le elezioni del 14 ottobre.
2) I Comitati Promotori Territoriali, integrati sicuramente da altri
cittadini che hanno dichiarato la loro intenzione di partecipare al Progetto
Democratico, devono sviluppare le attività organizzative e il dibattito sul
territorio. Appena possibile il Segretario Nazionale, che da oggi
sostituisce con pieni poteri il Comitato Promotore Nazionale, definirà le
regole per il completamento del Processo Costituente, nell’ambito del
Regolamento Nazionale in essere e delle disposizioni Statutarie che
interverranno. A livello nazionale, infatti, Veltroni e Prodi ricoprono,
entrambi con pieni poteri, gli unici due ruoli decisi ad oggi dalla fase
Costituente.
Ci permettiamo di allargare il dibattito, prendendo spunto anche da alcune
idee recenti dell’emiliano Bersani, su come potrebbe completarsi la fase
costituente.
A nostro avviso ci possono essere solo due strade democratiche:
1) Si apre subito la fase di tesseramento (salvo necessità di aspettare
l’approvazione degli statuti) gestita dai Comitati Promotori Territoriali.
Dopo un certo tempo si costituiscono le unità di base (sezioni, circoli,
ecc.) e contemporaneamente si procede alle elezioni dirette dei segretari e
dei delegati al congresso di Quartiere/Comune/Provincia/Regione. Il
principio fondamentale da seguire, per avere una forma innovativa di
partito, è quello che sono gli iscritti di un’unità di base ad individuare i
propri delegati congressuali e che un iscritto non può essere delegato per
più livelli. Questa fase, per coinvolgere una larga parte dei 3,5 milioni di
fondatori del Partito Democratico e tutti quelli che si uniranno al Progetto
Democratico, non potrà terminare prima di 5-6 mesi.
2) Rinviando al 2008 l’apertura del tesseramento, si convocano elezioni
dirette per dare una guida certa ed eletta democraticamente a tutti i
territori (Quartieri, Comuni e Province). L’impegno organizzativo sarebbe
quello di coinvolgere in tempi ristretti più elettori possibile di quelli
che hanno votato il 14 ottobre, tenendo la porta aperta ai nuovi cittadini
che vorranno partecipare. Questa fase, come attualmente previsto dal
Regolamento Nazionale del Processo Costituente, deve chiudersi entro due
mesi. In primavera si svolgeranno, partendo da basso, tutti i Congressi
stabiliti dalle norme statutarie.
Ci sono aspetti organizzativi e politici da considerare. Crediamo fermamente
che questa scelta debba essere assunta introducendo e rispettando, nella
forma e nella sostanza, le regole democratiche.
Guardando al futuro, dopo la larga partecipazione del voto del 14 ottobre
2007, non ci possiamo accontentare del principio una testa, un voto. Per
riformare al meglio l’Italia è vitale che molte cittadine e molti cittadini
contribuiscano attivamente alla politica italiana ed europea. Una politica
alta, bella e sicuramente al servizio di tutti i cittadini.
Sappiamo che in politica la legge elettorale e soprattutto la forma partito
faranno, nel lungo periodo, la differenza.
Sappiamo anche che “Riformisti” sono coloro che, una volta individuata una
priorità politica, la realizzano il giorno dopo!
p. Comitato Promotore Nazionale per le Primarie
Paolo Orioli
www.perleprimarie.org - info@perleprimarie.org - Tel. 349-4587965
Bologna, 16 ottobre 2007
ottobre 14 2007
| La repubblica di Topo Gigio |
Domani andrò a votare per le primarie ma non voterò per Walter Veltroni.
Qualcuno la ha bonariamente definito Topo Gigio, io invece mi sono letto con attenzione tutte le sue esternazioni programmatiche e non sono così bonario.
Non lo voterò per i seguenti motivi politici:
1) Veltroni propone un modello di Repubblica decisionista, non molto diversa, all'essenza, da quella del piano di rinascita nazionale della P2 e poi di Amato-Craxi. Il suo è un programma, nemmeno molto originale, di centro-destra. Da oltre vent'anni questo è il mantra della nostra classe politica, ma la transizione a questa Seconda Repubblica non ha funzionato. Per un semplice motivo: Craxi voleva fare la seconda Repubblica a forza di centri di potere, di corruzione diffusa e di nomenklatura socialista totalmente separata dai cittadini.
Non parliamo di Forza Italia, del primo Triciclo, dei Ds di Unipol, della Margherita di De Mita....
Questo modello non ha funzionato e non funzionerà: il mix tra decisionismo (finto) e corruzione e collusione (vera) genera costi iperbolici, debito, sfiducia civile, alla fine attiva poteri di controllo e tutto finisce nel suo esatto contrario, il caos istituzionale e civile. La paralisi.
E' successo nel 1992, e si è ripetuto più volte fino ad oggi....
In tre parole: un gollismo senza un De Gaulle (che aveva con sè la rete della Resistenza, l'esercito, l'Amministrazione e i contadini...e che ha servito il suo Paese).
Mentre Walter dietro c'ha un po' di appartenenze, tanti portaborse e miriadi di mezze figure....esattamente come la buonanima di Bettino...e di Berlusconi (lasciamo perdere...)....
De Gaulle ristabilì l'onore della Francia, e con essa la sua quarta Repubblica. Fino al Sarkozi di oggi. Oggi l'onore d'Italia è sepolto negli articoli della stampa mondiale su Bettino Craxi, su Silvio Berlusconi, i suoi processi estinti e le sue leggi ad personam, su Antonio Fazio, Cesare Geronzi, Fiorani, Consorte, D'Alema e Fassino. Aspettiamo un vero De Gaulle italiano, caro Walter.
Che non sei tu. Altrimenti ti saresti preso i rischi che si prese De Gaulle. E avresti detto parole serie sullo stato miserabile del tuo ex-partito. Non lo hai fatto, e questo è un fatto. Caro Walter.
E forse nemmeno c'è un futuro De Gaulle italiano. Non stiamo aspettando Godot. Forse (e spero) il De Gaulle italiano siamo solo Noi, comuni cittadini. Nonostante Voi.
Noi, di fronte alle reticenze, ai calci nel sedere e alle balle di quelli come te, siamo costretti a inventarci un diverso futuro. L'8 settembre 2007 ne hai avuto un eloquente segnale.
Infatti. Le riforme di rafforzamento dello Stato si fanno invece in direzione esattamente contraria. Si dà l'esempio con le riforme vere, tangibili, con un ridisegno serio e rischioso della casta e dello Stato; si ristabilisce, pagando prezzi, la legalità per tutti, senza guardare in faccia a nessuno, l'imparzialità e il bilanciamento dei poteri; si cambiano, con altrettanti prezzi, facce e si fa dolorosa autocritica; si coinvolgono, faticando, i cittadini.
Altrimenti questi ultimi si coinvolgono da sè....grazie a questa nostra libera rete, non certo grazioso regalo del vostro illuminato Palazzo......
Si spende e si investe il giusto per le cose giuste, si controlla, si fanno i cambiamenti giusti, ci si piglia grane e si danno ai cittadini i risultati, non chiacchiere. E si ricomincia, ogni santo giorno. Comprese le email. E se si sbaglia pesantemente, come Fassino, D'Alema e Mastella, prima ci si scusa in faccia al Popolo e poi ci si dimette. Questo è il lavoro politico. E' duro e serio guidare un Paese in crisi profonda, lo so. Ma altrimenti si fa altro. E non lo si prende in giro.
Veltroni non mi dà alcuna garanzia al proposito, nè nelle sue alate interviste vi sono al proposito impegni chiari. E' un debole, come lo fu Bettino. Ambedue sulla strada facile del potere, delle bugie, dei silenzi e del marketing. Anzichè su quella del servizio politico. Ambedue fragili, pertanto. Veltroni infatti resta nella comoda e prestigiosa poltrona di sindaco di Roma (non si sa mai...). Anzi, ha coperto, con il suo assordante silenzio, il patente discredito dei suoi compagni di partito Fassino e D'Alema (e dei dalemiani).
Veltroni vuole una repubblica decisionista, ma senza far pagare dazio alla casta, senza una strategia sui costi della politica (esorbitanti) e senza reali ambiti di partecipazione e di controllo. Quindi non lo voto. E rifiuto il suo programma, che ritengo quantomeno monco e fallimentare. Non voglio un Partito Democratico così. Voglio una forza politica di centrosinistra europea e moderna, non un fumoso richiamo al totem pubblicitario Kennedy....
Vuoi un leader di riferimento credibile, Walter? Chiedi a Carlo Azeglio Ciampi...
2) Veltroni ha esposto il solito programma economico, sulla riduzione da debito pubblico, di taglio finanziario-neoliberista-avventurista. Lo stesso discorso di Tremonti, in pratica. Vendere, vendere, vendere. O meglio svendere, magari facendo fare affari belli grassi (e a spese nostre) ai circoli finanziari preferiti (e già in calore). Abbiamo già dato, al proposito, a un capitalismo italiano rivelatosi del tutto inadeguato a gestire grandi beni pubblici (vedi caso Telecom, vedi Autostrade....). Per ridurre il debito dobbiamo spendere meno e meglio. E dobbiamo tornare a svilupparci, e per tornare a creare dobbiamo far funzionare pubblico e privato. Senza le solite scorciatoie finanziarie. Specie con i Geronzi ancora in giro, e sempre al potere....
Quindi io ritengo che per l'Italia sia venuto il tempo di fare, di progettare, di reinventarsi, di creare nuovo lavoro e nuovo valore, di reinventare anche il suo capitalismo, di sviluppare i mercati e le safety net connesse, e soprattutto di partecipare scientificamente e industrialmente da protagonisti alla grande trasformazione. E, insieme, di creare democrazia economica partecipata e cosciente. Ma di questo Veltroni non fa cenno, non ha idee concrete nè proposte sul tema e quindi non lo voto.
Veltroni capisce poco di ricerca, di innovazione, di mercati e di industria. E si vede.
3) Veltroni si tira dietro, con le liste bloccate, due nomenklature, e insieme un bel pacco di nani e ballerine, di fiocchetti e di campanelli (anche reclutati in rete). La non messa in discussione di queste nomenklature (che si sono già spartite le cariche nel Pd) la ritengo nociva per l'Italia. Quindi non lo voto.
Voterò la Bindi perchè esprime qualche elemento di partecipazione, di volontariato e di comprensione della realtà superiore al succitato. Ma la voto soprattutto perchè, credendo alla necessità di una drastica semplificazione della politica in Italia (e quindi credendo nel Partito Democratico, su cui cominciammo a discutere nel 96), non voglio lo strapotere dei Veltroniani e assimilati nel Pd.
Voto perchè le primarie (effettivamente combattute, secondo democrazia) divengano un dato costante sia del Partito Democratico che della politica in Italia. Voglio scegliere e continuare a scegliere.
Nè voglio che Veltroni o i suoi possano in alcun modo minare questa legislatura, dove non vedo davvero alternative migliori a quella schifezza di governo Prodi. Ma è il governo che ho votato nell'aprile del 2005, ed ero cosciente che sarebbe stato più o meno così. Lo critico ma non voto per chi gli sta facendo le scarpe (per lorsignori).
Quindi voto Bindi come principale voce di opposizione, e parte del mio personale meno peggio. La voto per mettere il mio granellino di sabbia negli ingranaggi già inchiavardati delle nomenklature e anche per incoraggiarla a mantenere le sue promesse.
Oggi preferisco la stabilità di governo (e i piccoli passi di rimarginamento di ferite passate piuttosto gravi), in attesa di una vera leadership e di un autentico programma democratico. E mi tengo il puzzone, come si diceva un tempo.
Domani, con la crisi che verrà, voglio un partito democratico aperto, e non monopolizzato da un nuovo craxismo. Autoritario (forte con i deboli ma debole con i forti), velleitario e in definitiva fallimentare. Di fronte alla grande crisi è ovvio che la sinistra legalitaria si rafforzerà, nella sofferenza, ed è ovvio che io li voglio, tutti, nel Partito Democratico. Nella futura Comunità aperta e innovativa degli italiani liberi. Come la pensammo nel 1996.
Fino a scegliere tra di loro il mio futuro leader, sul programma giusto. Io voto e resto aperto al futuro, di un Popolo che spesso mi ha insegnato e mai deluso.
Walter, un consiglio, non farti più scrivere il programma da Giuliano Amato, please...
Ti suggerisco invece una nuova chiave e un nuovo slogan. Questo:
Il tempo dei cialtroni è finito....
Auguri a tutti quelli che voteranno come me. Ci aspetta, come sempre, un difficile e lungo cammino. Forse però non solitario.
Perdonate le semplificazioni ma sono solo un comune cittadino italiano e europeo. Il mio potere è esattamente come il Tuo, che hai la pazienza di leggermi.
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Larga la foglia, stretta la via, dite la vostra che ho detto la mia.
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www.caravita.biz
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Siamo giunti alla vigilia del voto che darà l'avvio popolare al Partito Democratico.
Io avrei preferito che nel nome del partito fosse stata esplicitamente mantenuta la parola ULIVO.
Dicono che L'ULIVO sarà presente nel simbolo. Sarebbe stato meglio se fosse stato presente nello spirito dei 45 e, prima ancora, di Orvieto.
Il destino del nascituro dipenderà da quanto forte sarà l'avvio popolare, da chi sarà stato eletto all'Assemblea costituente, dal segretario che uscirà dalle urne, dalla resistenza al cambiamento della nomenklatura.
Quest'ultima è il solo dato certo. La resistenza al cambiamento è fortissima e neanche tanto mascherata. Anche da parte di molti di coloro che il processo hanno voluto accelerare, dopo anni di incertezze, rinvii, marce indietro. E hanno contribuito ad accelerarlo proprio per cercare di mantenere le cose il più possibile come prima. Nel sacro rispetto della migliore tradizione gattopardesca.
La fondazione di un partito NUOVO e non di un altro partito somma di partiti esistenti (anche se questo fatto, di per sé, è una novità controcorrente nel recente quadro politico italiano) richiederebbe lo sforzo intellettuale di spogliarsi dei vecchi vestiti e di considerare tutti i nuovi compagni e amici alla stessa stregua, senza pregiudizi. Almeno all'inizio, salvo prova contraria nel tempo. Invece no.
La prova?
Basta parlare con i compagni di partito (io sono iscritto ai DS) i quali si scandalizzano della mia scelta di appoggiare Rosy Bindi e di candidarmi nella sua lista: per spirito di partito avrei dovuto allinearmi con Veltroni. Ma, allora non abbiamo capito niente!
Con la stessa logica, per garantirsi anche il voto dei margheritini, le due nomenklature si sono dovute inventare il tandem Veltroni-Franceschini. Così il pacco è stato ben confezionato. Dimostrando ancora una volta che l'istinto di autoconservazione è superiore alla ragione. Che vorrebbe si tenesse ben conto degli umori che serpeggiano nella società italiana.
Quello che mi ha ancora di più sorpreso è stato l'atteggiamento di alcuni compagni di Sinistra Democratica i quali, dopo aver rifiutato il percorso costituente, aver, di fatto, provocato la scissione al congresso di Firenze, essere stati sempre molto critici sull'operato di Veltroni, specie da segretario del partito, oggi, su suggerimento (così mi dicono) di Mussi, dichiarano di voler partecipare alle votazioni del 14 e di dare il voto a Veltroni. Non ho parole.
Quanto forte sarà l'avvio popolare?
Questa chiamata alla partecipazione non poteva avvenire in un periodo peggiore. Questi eventi collettivi richiedono, per riuscire molto bene, un fortissimo coinvolgimento emotivo. Quale, per esempio, quello che si era avuto nel '96, subito dopo la vittoria elettorale.
Oggi, invece, subiamo l'effetto di oltre un anno di governo Prodi che, grazie alla litigiosità di tutti gli alleati e a una scarsissima capacità comunicativa, è stato e continua a essere percepito come estremamente deludente, nonostante i buoni risultati ottenuti. Ancor più rimarchevoli proprio per la precarietà della maggioranza e la non compattezza della compagine governativa.
E in questo clima (o, forse, anche grazie a questo clima) i due episodi del libro "la casta" e del "grillismo" hanno colpito prevalentemente proprio l'elettorato di sinistra.
E ancora una volta, le nostre nomenklature, come ai tempi dei "girotondi", sottovalutano, minimizzano, si rifiutano di capire, condannano "a priori". Classificano come "antipolitica" (come se il classificare con dalemiana supponenza bastasse da solo a rimuovere il problema).
Sul fronte delle candidature alla segreteria del PD, la nomenklatura aveva ben gradito la candidatura di tre outsider, ottima foglia di fico per una presunta pluralità di offerta politica. Molto meno, anzi palesando il fastidio, la candidatura di Letta e, forse anche di più (perché "più a sinistra" e più marcatamente "ulivista"), quella di Bindi. Ancora una volta, dimostrando tutta la propria, ormai incurabile, miopia politica.
Non sono un estimatore del sistema politico americano, però invito la nostra nomenklatura, che spesso guarda, anche a sproposito, oltre oceano, a osservare quanto accade, e per quanto tempo e senza esclusione di colpi, nell'omonimo partito in vista della scelta del candidato alle prossime presidenziali. E i giochi non sono mai fatti fino all'ultimo. E nessuno si richiama all'unità del partito (che deve esserci DOPO, non PRIMA delle scelte).
APPELLO
Invito tutti coloro che credono nel PD a scegliere ROSY BINDI votando la lista
con ROSY BINDI democratici, davvero
i motivi?
ulivista, concreta, coerente, laica pur essendo credente, sinceramente democratica, capace, donna.
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APPENDICE
Invito tutti coloro tacciati di essere antipolitici solo perché criticano il sistema a dimostrare chiaramente che antipolitici non sono. Anzi di essere proprio loro i paladini della vera democrazia.
Di volere un'ALTRA POLITICA.
Come?
Recandosi a votare il 14. Esprimendo un costruttivo voto di dissenso. Votando per un'alternativa credibile.
Sarò più diretto: VOTA. Come credi meglio, ma VOTA. Anche se non ti riconosci in nessuno dei candidati, ma pensi che l'Italia debba avere un partito NUOVO, recati a VOTARE e manifesta liberamente la tua opinione sulla scheda, eventualmente scrivendo che t'aspettavi una cosa diversa, cioè annullando le schede. Ma VOTA!
Ferdinando Longoni
candidato all'Assemblea nazionale
nella lista con ROSY BINDI democratici, davvero
nel Collegio 24
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ottobre 13 2007
Il partito secondo noi
di Arturo Parisi, www.scelgorosy.it - |
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Come è noto, Rosy Bindi si è ispirata alla convinzione che l’oggetto proprio del confronto di cui si sostanziano le primarie è la visione del partito. Oggetto programmaticamente omesso dagli altri candidati, a cominciare da Veltroni. Anche al fine di arricchire la riflessione sul punto, martedì 9 ottobre, a Roma, presso la storica sede dell’Ulivo di Piazza SS. Apostoli, è stato presentato il profilo del partito nuovo da Rosy Bindi e Arturo Parisi. Proponiamo qui di seguito la corposa introduzione del ministro della Difesa.
Meno 5 giorni. Lo dico con trepidazione, come capita alla vigilia di una nascita. Non a tutti è chiaro cosa sta al centro della scelta che proponiamo ai cittadini il 14 ottobre. Al centro di quella scelta non sta, infatti, quale Governo debba succedere a questo. Né chi dovrà guidare la coalizione di centrosinistra nell’ennesima gara contro Berlusconi. E neppure quale sarà il candidato del Partito Democratico nelle elezioni primarie dell’Unione. Al centro c’è, come ha detto Rosy Bindi, quale partito dare all’Italia e al mondo e chi dovrà applicarsi dal giorno dopo con tutte le sue energie alla costruzione di questo partito. Energie che Prodi – che è stato di questo partito l’ideatore e il fondatore – non ha potuto assicurare perché assorbito dagli impegni di Governo. Da qui nasce la necessità di questa scelta.
Partito per la PARTECIPAZIONE
Partito viene da “parte”, ma non a tutti è chiaro dove va. Per alcuni va verso “ripartizione” o, detto con una parola più pesante, “spartizione”. Per noi va verso “partecipazione”. Parlare di partito significa perciò parlare di partecipazione e da qui deve partire, secondo noi, ogni riflessione sul partito stesso.
Per molti, forse per i più, il Partito Democratico è una riaggregazione, l’unione tra due partiti preesistenti, secondo la logica che chiama tutti, dalle catene di ipermercati alle banche, a fare un passo avanti. Per noi, invece, è un nuovo tentativo di dare risposta alla domanda di partecipazione che è stata ed è da troppo tempo delusa. E’ per questo che il tema non è solo quello della partecipazione, ma anche quello dell’esistenza di una domanda delusa.
Mark Lazar, uno degli studiosi più attenti della vicenda italiana, la definiva “un appetito di democrazia partecipativa, un’aspirazione di energia rinnovatrice” che, diceva, “va a sbattere contro la sordità e l’autismo della maggior parte dei partiti”.
Anche se nel nostro Paese la partecipazione elettorale sembra in una fase di flessione (a detta di coloro che l’hanno considerata, con una inescusabile superficialità), noi dobbiamo riconoscere che, viceversa, la domanda di partecipazione è cresciuta. Innanzitutto negli anni ’70, camminando sulle gambe di quella generazione che è stata definita la protagonista di una rivoluzione silenziosa, e da allora non si mai contratta. Esiste nel nostro paese una cittadinanza attiva, la possiamo valutare anche attorno al 20-25 per cento. Percentuale molto minore purtroppo dei cittadini che partecipano alle elezioni, ma enormemente maggiore di tutte le misure comparabili, reperibili nel passato, dei cittadini che non si accontentano di votare.
E’ anche da questo che deriva una delle componenti della riduzione della partecipazione elettorale: non si accontentano di votare e chiedono viceversa di partecipare. Ma non a processi in cui tutto è stato già deciso. Da questa domanda, che si accompagna a una delusione ricorrente, è nato nel nostro Paese un gap tra la legittimità e il potere dei partiti, che vede i partiti detentori di un potere superiore alla legittimità o, se più vi piace, di una legittimazione inferiore al potere che si trovano a gestire.
Questo ha determinato quella situazione che è stata definita “partitocrazia senza partiti”, perché è questa la situazione in cui ci troviamo, di un insieme di strutture che portano il nome di partiti, che nel loro insieme sono riconducibili a quella che veniva chiamata la forma della partitocrazia, ma senza che dietro ai partiti ci siano partiti veri, quelle cose che nel nostro passato evocavano contemporaneamente sentimenti, ideali e vita quotidiana.
Gli ulivisti, quelli che hanno intrapreso questo cammino ormai 12 anni fa, lo sanno. Incontrarono questa domanda di partecipazione, dei cittadini attivi, nel lontano 1995. Adesso hanno fatto riferimento all’ultimo evento che l’ha registrata e misurata, che sono state le primarie di due anni fa. Esse sono il punto di riferimento ideale dell’appuntamento che ci siamo dati per il 14 ottobre. Ed è perciò che noi, in riferimento a questa domanda, sentiamo il bisogno di rimettere in campo innanzitutto, direi, la parola partito. Lo dico parlando da un luogo dove ho svolto la mia funzione come dirigente di un movimento, quello dei “Democratici”.
Dire partito è allo stesso tempo una conquista e una sfida. Una conquista perché è l’acquisizione matura della necessità di un’organizzazione permanente che offra ai cittadini contemporaneamente una porta per le istituzioni – che non riduca la partecipazione alle elezioni democratiche un fatto intermittente quinquennale – e un ponte, come è stato fin dal primo momento, tra il passato e il futuro. Nella consapevolezza che appunto un partito è chiamato a essere titolare di un progetto di lunga durata, un progetto pensato per quando ognuno di noi, anche i più giovani, non ci sarà più. Non il tempo delle escatologie di una volta, ma tuttavia non riducibile né a un programma né agli atti di Governo. E quindi espressione di un cammino di lunga durata. Non una zattera per attraversare un fiume ma una nave per attraversare un oceano.
Una porta e un ponte, ma anche un punto di sintesi che si offre ai cittadini per ricondurre a unità i diversi mandati che i cittadini affidano alle diverse istituzioni, al Comune, alla Provincia, alla Regione, allo Stato e all’Unione Europea, dentro l’unica cosa pubblica, res-pubblica, che tiene insieme questi centri di governo. Noi sappiamo che mentre mettiamo in campo, e ci mettiamo in campo, il nome del partito corriamo un rischio. Fin dall’inizio – Barbara Spinelli lo ha ricordato citando uno degli studiosi più illustri dei partiti, Robert Mitchel – il termine partito è affidato all’organizzazione e l’organizzazione è affidata al rischio dell’oligarchia, fino a indurre l’autore citato a immaginarla come una legge ferrea e fino a perdere ogni speranza e a lasciarsi andare alla tentazione del fascismo e al movimento dei leader carismatici contro l’organizzazione oligarchica. Lo sappiamo, ne siamo consapevoli, e tuttavia scendiamo in campo in nome di questa categoria, sapendo che la democrazia non cresce senza che i partiti svolgano la loro funzione, ma sicuramente la democrazia muore senza i partiti.
Non è stata un passeggiata. Fassino ha ricordato che esattamente un anno fa, a Orvieto, ci trovavamo a ragionare su una prospettiva che non immaginavamo così vicina. Non è stata un passeggiata il cammino che ci ha portati a Orvieto e non lo è stata il cammino che da Orvieto ci ha portato qui. E non è una passeggiata quella che ci attende per il futuro. Ho ancora nell’orecchio – e lo dico senza polemica – l’ironia di chi immaginava un nuovo appuntamento della democrazia dei cittadini, cioè della democrazia dei gazebo. Siamo qui a meno cinque giorni da quella che noi cerchiamo come una grande festa della democrazia dei cittadini, della democrazia dei gazebo.
Il partito che abbiamo di fronte, tra i tanti tipi di partiti (partiti di rappresentanti, partiti di quadri, partiti di fedeli, partiti di iscritti, partiti – ahimè – di tessere), è per noi un partito di partecipanti. Ed è pensando al partito di partecipanti che noi vogliamo dire che ci prepariamo comunque all’appuntamento di domenica come a una festa della partecipazione. Siccome abbiamo discusso di quantità, sia di associati, con forzature più o meno intenzionali, sia della quantità della partecipazione che renderebbero vere le primarie, voglio dire che non c’è cifra che possa mettere in discussione la capacità che in esse comunque si esprime, che nelle primarie, si è già espressa. Le discussioni sul milione, due milioni, tre milioni sono discussioni oziose perché il punto di riferimento della nostra democrazia, quella che ho definito una partitocrazia senza partiti, è quello di una democrazia come partecipazione.
Non possiamo dimenticare che gli ultimi congressi a cui facciamo riferimento sono quelli che hanno visto partecipare, con degli atti intermittenti, qualche centinaio di migliaia di persone. Voi capite quanto sia oziosa la discussione. Se raggiungessimo il milione, come io mi auguro – e ci auguriamo venga superato – sarebbe l’esplosione della partecipazione, perché in uno stesso momento, in poche ore, un numero di persone di gran lunga superiore a quello che vive nella vita dei partiti, che non è quello dei partecipanti ai congressi, si troverebbe a partecipare a una vicenda politica, comunque la vogliamo definire, come mai gli è stata data possibilità in passato.
Ed è per ciò che noi riteniamo che il risultato che ci attende debba essere protetto, attraverso il massimo di verifica e il massimo di trasparenza. L’ultima cosa che ci auguriamo è una ripresa della discussione che si svolse dopo un evento indiscutibile quale fu quello di due anni fa, quando immediatamente dopo si cominciò a discutere sulla effettiva entità. E poi dalla quantità si passò a discutere della qualità. Tutti sappiamo come è finita, perché è appunto dal mancato riconoscimento di quella partecipazione che derivano molte delle difficoltà che poi abbiamo dovuto incontrare.
Ed è per ciò che da qui rivolgiamo un appello al Comitato dei 45 chiedendo il massimo di trasparenza per tutti gli istituti che fossero interessati a studiare, certificare, documentare, dare informazioni sull’evento che ci attende. Perché sappiamo che, comunque, sarà un grande evento e perché vogliamo che questo evento sia un riferimento solido, nella quantità e nella qualità, per il cammino che abbiamo di fronte.
Noi sappiamo che coloro che partecipano a quelle che chiamiamo primarie, per ricordare la festa di due anni fa, partecipano in risposta a quella domanda che ho intestato prima alla cittadinanza attiva, che non si accontenta solo di partecipare alla risposta ma chiede di prendere parte alla proposta. Che non si accontenta solo di definire le politiche ma chiede anche di scegliere… vorrei dire i politici. Ed è qui che voglio ricordare che la scelta che noi abbiamo fatto in nome della scelta di due anni fa non può essere più giusta: le primarie sono lo strumento più importante attraverso il quale i cittadini partecipano non solo alla risposta ma anche alla proposta, a definire chi sarà presente volta a volta sulla scheda elettorale, nella competizione per il sindaco, per il presidente della Provincia, della Regione. Devono diventare un punto di riferimento stabile della nostra democrazia.
Lo dico sapendo che l’ultima legge elettorale ha fatto fare alla nostra democrazia un passo disastroso verso il passato. Il “Porcellum” ha messo nelle mani dei vertici di partito un potere ancora maggiore di quello che avevano, aumentando il gap con la legittimità di cui godono, e anche questa è una delle difficoltà in cui si trovano oggi i dirigenti di partito.
Debbo tuttavia ricordare che il problema si poneva già nella fase precedente. Lo ricordo qui, in questa sala, dove nel 2001 si sono svolti i famosi tavoli per la definizione delle candidature, che furono da noi individuati come un problema da superare. Noi dicemmo che mai più avremmo ripetuto quella esperienza, e infatti non l’abbiamo ripetuta. Ne abbiamo fatta una peggiore!
Bene, qui, in questa stessa sala, vorrei individuare nelle primarie un obiettivo qualificante della nuova stagione della democrazia per la quale ci dobbiamo tutti impegnare. Noi sappiamo che c’è una forte domanda contro l’attuale legge elettorale, che assume la forma di domanda di voto di preferenza. E’ una domanda che risponde all’esigenza di partecipare alla scelta delle persone preposte alla guida della cosa pubblica oltre che delle linee politiche. Noi riteniamo che questa sia insoddisfacente. Ma tuttavia o a questa si risponde in modo alto, forte, garantito pubblicamente, con l’introduzione del sistema delle primarie dappertutto, o altrimenti il destino che ci attende è la reintroduzione del voto di preferenza.
Lo dico con la preoccupazione che non può non accomunare tutti quanti sanno cosa sta dietro il voto di preferenza. Ho visto questa preoccupazione attraversare tutto l’ambiente politico. Ho visto Fini e altri esponenti del centrodestra che, immaginando di far riferimento solo ad alcune aree del Paese, hanno sollevato questo problema. Ma non abbiamo scelta. Ed è perciò che, facendo riferimento alla legge elettorale, nel mentre rinnoviamo qui la nostra richiesta di procedere velocemente, attraverso soluzioni che raccolgano la domanda del referendum e la raccolgano in Parlamento.
Qualora questo in tempi brevi non fosse possibile, dico che noi abbiamo una sola scelta: tornare al “Mattarellum”, tornare alla legge preesistente, attraverso una legge semplicissima, di un articolo unico, che consenta di tornare a una disciplina sostanzialmente neutra, in quanto ha consentito nel tempo ora a una coalizione ora all’altra di vincere, e quindi non è predefinita in funzione di una coalizione. In questo caso noi riterremmo che l’unica integrazione per via legislativa o anche extralegislativa debba essere appunto quella dell’introduzione delle primarie, in modo tale che i candidati nei collegi siano scelti dai cittadini tutti, a cominciare da quelli che si sentono attivamente coinvolti nella definizione della proposta.
Partito dalla LEGALITA’ ESEMPLARE
Il secondo punto che assieme alla parola partecipazione definisce il partito, secondo noi, è legalità, ma possiamo dire anche credibilità. Se un partito è l’anticipazione della società che propone e se la società che propone deve essere qualificata da una e una sola regola, la regola delle regole, come il pacta sunt servanda nel diritto internazionale, e cioè: dire solo le parole che si ritiene di rispettare e rispettare le parole dette. Se è così, allora il partito è chiamato a rispettare le regole innanzitutto al suo interno.
Il partito deve battersi per dare seguito alla Costituzione, dando finalmente seguito alla regolamentazione legislativa, dando uno statuto pubblico ai partiti. Ma non si può utilizzare questo tema come un alibi per non cambiare nel presente, immediatamente, la realtà della nostra democrazia. Ho letto che il nostro dovrebbe essere un partito che deve farsi carico di esportare la democrazia. Ma per esportare la democrazia prima bisogna produrla!
Se noi abbiamo scritto “davvero”, come ha ricordato Rosy all’inizio, come specificazione del Partito Democratico, è perché riteniamo che la nostra democrazia, la democrazia dei partiti, non ancora una democrazia compiuta dei cittadini, vede nell’illegalità di partito una delle cause principali del nostro malessere. Se in piazza si raccolgono intorno a parole d’ordine occasionalmente improvvisate masse di cittadini di cui non riusciamo a ricostruire con esattezza la voce e neppure il volto, è perché l’antipolitica spesso prima ancora che esterna al sistema politico è stata fino ad adesso interna.
Questo è l’obiettivo che vogliamo porci nel momento in cui diciamo “diamo noi l’esempio”, mostrando come il partito possa essere contemporaneamente l’anticipazione della democrazia che proponiamo e lo strumento per costruirla. Un partito dove rimborso significhi rimborso e non finanziamento pubblico, elezione significa elezione e non acclamazione, per riferirci a due elementi qualificanti con cui abbiamo dovuto fare i conti già in questa esperienza.
LAICITA’: partito che guida e non occupa
Laicità, come sapete, è un termine che normalmente evoca il rapporto tra due ordini di valori e di organizzazioni che a quei valori fanno riferimento, nato per definire il rapporto tra lo Stato e la Chiesa. Per noi significa – a partire dall’esperienza che la civiltà occidentale ha fatto nei rapporti tra Stato e Chiesa – innanzitutto riconoscimento del pluralismo delle istituzioni e del rispetto reciproco, di tutte le istituzioni che concorrono alla cosa pubblica. Significa riconoscere – come diceva un mio vecchio maestro – che la libertà è una pianta di molte radici e che solo il riconoscimento della pluralità delle radici e della natura distinta delle radici è la garanzia della libertà e della crescita della democrazia.
Ed è da questo punto di vista che noi scendiamo in campo per un partito che guida, non per un partito che occupa. Per un partito che guida ed è luogo di sintesi tra i mandati che i cittadini rivolgono alle istituzioni, ma non un partito che occupa le istituzioni, a cominciare dall’istituzione Governo. Noi abbiamo in mente un partito nel quale la responsabilità di governo e la responsabilità dentro il governo debba essere tenuta distinta dalla responsabilità e dal tempo nel partito. Solo così la radice partito e la radice governo, ricondotte ai loro rispettivi mandati, possono diventare un elemento di ricchezza della democrazia.
Pertanto, così come noi sogniamo governi nei quali non siano imposte delegazioni di partito, per lo stesso motivo riteniamo che il Governo non possa essere definito nemmeno dal ritiro delle delegazioni di partito. Ritirare, mettere a disposizione deleghe o partecipare all’interno del governo come partito è per noi la stessa cosa. Perché, appunto, introduce dentro la logica di governo, il tempo di governo, un principio che si sottrae alla responsabilità di governo e dev’essere intestata, non solo nella teoria ma anche nella pratica, a chi del governo ha la responsaibilità prima, del rischio e del rendiconto.
Nello stesso modo, il partito che guida e non occupa, deve rispettare la sua laicità nei confronti della società. Noi sappiamo che è esistito un tempo in cui l’esistenza di controsocietà, di controculture ha avuto un ruolo particolare. Noi abbiamo conosciuto controsocietà, che hanno dato luogo a strutture economiche, a strutture per la difesa di interessi legittimi che erano collegati al partito come cinghie di trasmissione all’interno di una logica organica e unitaria. Questo tempo è finito! Pertanto, il Partito Democratico “davvero” deve abbandonare questa attitudine e introdurre un approccio nuovo.
E’ questo che noi affidiamo alla costituente del Partito Democratico. Se la costituente fosse stata preparata noi avremmo partecipato in questi giorni a dibattiti che attenevano a tematiche politiche in senso proprio. Purtroppo, il dibattito si è svolto spesso, se non sempre, in modo apolitico e quindi inevitabilmente personalistico. Una volta abbandonato il terreno politico, il confronto tra le proposte finisce per essere un confronto e spesso – ahimè – uno scontro tra persone. L’ultima cosa che ci siamo proposti, che riteniamo debba avvenire all’interno della politica e di un partito.
Anche un tema cruciale quale quello della legge elettorale, come mi è capitato di notare, è un tema che attraversa in modo neutrale e indifferente le diverse candidature e in particolare, mi sia consentito, quella della candidatura principale, che spesso è stata definita la candidatura ufficiale o istituzionale, dietro la quale convivono posizioni tra loro radicalmente diverse: da chi sostiene il sistema proporzionale alla tedesca a chi sostiene sistemi diversi, fino a persone, come lo stesso Veltroni, che riconoscono in questo arretramento una iattura per la nostra democrazia.
Ed è per ciò che nel rammaricarci del cammino fatto, e tuttavia scommettendo non solo sul partito ma comunque sulla partecipazione che si è messa in moto, noi riteniamo che il tempo futuro, quello che ci separa da oggi al 14 ottobre e ancor più quello successivo, debba essere messo a frutto per rovesciare la situazione. Che, come ha ricordato Rosy Bindi, ha mosso da uno schema opposto, come se noi dovessimo scegliere un governo e non pensare un partito per il governo. Correggere la falsa partenza e, se mi consentite, difendere la partecipazione come il punto di riferimento per ricominciare.
Noi non siamo – e se siamo qui è per questo – appartenenti al partito del 15 ottobre. Alcuni, come avete letto, non potendo partecipare a questa competizione si sono dati appuntamento al 15 ottobre, immaginando che lì inizi una storia nuova. Purtroppo, debbo dire, alcuni dei problemi che ci portavamo appresso non sono stati risolti ma sono stati per alcuni versi appesantiti. Noi siamo il partito del 9 ottobre, del 10 ottobre, di tutti i giorni dell’impegno politico. E tuttavia sappiamo che tutti i giorni che abbiamo alle spalle debbono essere recuperati perché il futuro corrisponda a ciò per cui siamo scesi in campo, per un partito democratico, davvero.
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ottobre 10 2007
Tra le persone che conosco, moltissime che avevano votato Prodi non andranno a votare, e non penso che si tratti di un campione poco significativo.
Credo, anche se spero di sbagliare, che sara' un flop dolorosissimo.
Come al solito, aveva ragione D'Alema (che ha ragione anche quando ha torto, e viceversa) intravedendo un collasso del ponte che lega cittadini e politica. D'Alema aveva tirato fuori dalle retrovie amministrative una "seconda linea" assai popolare, Veltroni, sindaco di Roma, suo avversario interno storico. E chissa' quanto la scelta gli e' pesata, visto che s'e trattato per lui di un passo indietro notevole.
Poi gli ha piazzato dietro l'apparato DS e gran parte di quello margheritino, ma di questo si parla sempre e non mi dilungo. Il solo esser candidato ha bruciato Veltroni: i miei amici veltroniani da sempre ora lo dileggiano per ogni veltronata che fa (le stesse veltronate per cui una volta lo adoravano, le stesse per cui io lo sentivo distante). E' diventato, ai loro occhi, il peggior esponente della casta (devo dire che Veltroni va apprezzato per aver accettato l'incarico in un momento come questo).
Ieri parlavo con la persona che meglio, tra quelle che conosco, condensa sensibilita' umana e acume politico, che e' poi una portinaia del mio dipartimento. Anche lei non votera', dopo aver per settimane pencolato verso la Bindi. "Ma questa e' l'ultima spiaggia, a centrosinistra", le dico. "Ne sono perfettamente consapevole," mi dice lei. "Ma quel che sta fuori dal PD e' peggio di quello che sta dentro," aggiungo cercando di fare breccia. "E' vero, fuori c'e' MOLTO DI PEGGIO: non c'e' nessuna speranza che da li' venga qualche cosa di buono".
"E allora?," cerco di capire. "Vede," mi dice lei, "ho visto gente nella lista che mai avrei voluto vedere" "In quale lista?" "Quella di Veltroni." "Allora puo' votarne un'altra, si fanno le elezioni apposta." Lei alza le spalle e sorride, come dire "troppo tardi, sono stanca".
Infatti e' proprio il sentimento di stanchezza quello che D'Alema aveva correttamente diagnosticato e che non e' riuscito, probabilmente non poteva, ad arginare (e dovrebbe pensare di tanto in tanto quanto ha contribuito a crearlo).
Un sentimento di stanchezza che si traduce, come d'uso, in certezze marmoree, in generalizzazioni fanatiche, nel rifiuto di ogni discrimine e, temuta come il Diavolo in persona, mediazione.
Proprio come ai tempi in cui la Lega muoveva i suoi primi passi, ma questa volta il fenomeno e' nazionale. Con demagoghi che fanno leva su ogni cattivo sentimento per accaparrarsi (come giustamente registrava D'Alema) "costole di sinistra".
Quelli che per anni lo hanno crocefisso per quella frase, ora me la ripetono parlando di Grillo: "non lui, ma i suoi seguaci sono di sinistra". E infatti, cominciano a tracimare fuori dal suo blog e tra i miei amici pericolosi luoghi comuni: contro i rumeni, gli zingari, Schengen e l'Unione Europea; a difesa dei sacri confini e del modo di vivere italiano.
ottobre 1 2007
Bindi: un milione al voto sarebbe un flop e Parisi dà l´allarme sul Pd "lottizzato"
di Giovanna Casadio, la Repubblica -
San Giovanni Valdarno - La candidata dell´aut-aut, Rosy Bindi. Per Arturo Parisi «Rosy è questo, una che sa scegliere, non come Walter Veltroni che è un "ma-anchista", cioè sta con i poveri ma anche con i ricchi, sta con l´America ma anche con la Russia. Rosy è la più ulivista di tutti i candidati segretari alla guida del Pd». Il ministro della Difesa la sostiene presentandosi alle primarie del 14 ottobre nella lista Bindi in Sardegna. E lei - nel raduno dei suoi sostenitori in Toscana - parte subito all´attacco: «Se resta questa legge elettorale, chi aderisce al Pd non deve candidarsi alle elezioni». Una provocazione, certo. «Lo chiedo perché serve una legge elettorale che metta in sicurezza il bipolarismo al più presto». E poi sulle primarie un altro "avviso": «Un milione di partecipanti non sarebbero un successo ma solo la somma degli iscritti ai due partiti fondatori, non l´avremmo spuntata». Sul welfare: «Buono l´accordo ma io non voglio lasciare la battaglia contro il precariato alla sinistra radicale. Non voglio un Pd moderato bensì un partito che rafforzi la coalizione di centrosinistra, rigorosamente alternativo al centrodestra e autonomo dalla sinistra massimalista».
Nel teatro Masaccio di San Giovanni Valdarno - colmo di gente comune e di personaggi da Vittorio Prodi a Nando Dalla Chiesa, Monica Guerritore e Sabina Ratti Profumo - si leva un´ovazione. C´è di tutto nella giornata che lancia il rush finale della campagna elettorale della Bindi: le risposte politiche e lo spettacolo; la commemorazione delle repressioni in Birmania con un minuto di meditazione guidato dal monaco buddista Raffaele Longo e il nastro arancione da appuntare sul petto; la risposta all´antipolitica di Grillo e l´annuncio-auspicio di Parisi che l´ulivo sarà il simbolo del Pd e sarà sulla scheda elettorale. «Ma a te, Rosy, chi te l´ha fatto fare?» le chiede la comica Anna Meacci che introduce la convention con Gad Lerner. Un duetto Bindi-Meacci: «Di questi tempi un comico che abbraccia un politico fa notizia, fatti abbracciare». E quindi, considerazione sul "grillismo": per la Bindi non è antipolitica ma richiesta di buona politica e «alla fine ci avrà aiutato se sapremo dare le giuste risposte alla gente». Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio, ucciso dalle Br mentre la Bindi era al suo fianco, legge la mail che ha inviato a Grillo: «Lei ha fatto un calendario dei santi laici e ci ha inserito anche mio padre. Oggi alcuni di noi sono schifati quanto lei ma non si vogliono tirare indietro. Scemi, illusi o più coraggiosi di chi si limita a un pur meritato vaffa?».
Dalla convention della Bindi, Parisi ha rilanciato le sue critiche ad un Pd che «sappiamo già organizzato con una struttura di corrente e, ancor peggio, di correnti ereditate dal passato, come i gruppi di "amici di", indifferenti alla politica, della ultima stagione democristiana». Per il ministro della Difesa, la soluzione è «correggere il danno fatto: con l´aiuto dei cittadini possiamo e dobbiamo provarci». «Non ci siamo arresi finora - ha detto Parisi - e non ci arrenderemo neppure questa volta».
settembre 15 2007
Prodi studia un altro colpo di Mattarellum
di Stefano Cappellini
Sei mesi fa, appena uscito da una crisi di governo gestita quasi al buio, Romano Prodi tornava in televisione dopo una lunga assenza scegliendo Matrix e Canale 5 per lanciare un appello sulle riforme a Silvio Berlusconi. «Vediamoci, conviene a tutti e due». In politica pochi mesi sono ormai pari a un’era geologica: nel frattempo il Professore si è rinsaldato a palazzo Chigi, le riforme sono un dossier che si è aperto e richiuso almeno un altro paio di volte e, non ultimo, oggi sono proprio i leader del centrodestra i più scettici sulla possibilità di una caduta a breve dell’esecutivo. Ed ecco che ieri, ben lontani i tempi dell’invito televisivo, e complice la bufera sul caso Rai, Prodi si è rivolto in modo ben diverso al Cavaliere: «Non vuole più il dialogo? Faccia come vuole», è stata la stizzita dichiarazione consegnata ai cronisti dal presidente del Consiglio prima di mettersi sul treno che lo ha portato a Bologna per il week-end.
Scatto di nervi? Tipica gaffe prodiana, caratteristica del suo essere outspoken, per dirla con il portavoce Silvio Sircana? C’è tutto questo, nell’ultimo Prodi, e qualcosa in più. C’è, per esempio, anche un’ostentazione di sicurezza, quella di chi non si sente più appeso a un filo e ritiene non sia necessario tendere a tutti i costi la mano all’avversario. Molto è cambiato nella strategia e nella tattica del Prof. Per tagliare in scioltezza il traguardo di metà legislatura, Prodi si è convinto che occorra sbloccare - anche d’imperio, se necessario - tutte le impasses che gravano sull’immagine e la stabilità del suo governo. La gestione super partes (fino a un certo punto...) delle primarie del Pd lo ha messo al riparo dalle beghe di partito, che ora incombono sull’immagine di Walter Veltroni. E lo scontro sul fisco con il futuro segretario del Pd dimostra che Prodi non accetta diarchie: vuole tutto per sé il pallino dell’azione di governo. La sostituzione del consigliere Petroni con Fabiano Fabiani nel cda Rai è stato il primo consistente indizio della nuova fase. Lo sviluppo della trattativa sulla legge elettorale potrebbe essere la conferma definitiva del nuovo trend decisionista. Sulla materia, il primo sussulto è arrivato con lo smarcamento di Arturo Parisi: «Se non si trova un accordo alto, meglio tornare al Mattarellum a maggioranza», ha detto pochi giorni fa il ministro della Difesa. Un’uscita tutt’altro che estemporanea. Franco Monaco, molto vicino a Parisi, già nella scorsa primavera ha depositato una proposta per il ritorno al vecchio sistema. «Quando l’ho presentata - spiega Monaco al Riformista - era più che altro un atto simbolico. Oggi mi pare che, in mancanza di una disponibilità del centrodestra, tornare al Mattarellum sia un’ipotesi concreta che risponde a uno dei punti del nostro programma, cioè l’abrogazione della “legge porcata”». Nel programma, però, l’Unione sottolineava l’esigenza di non procedere mai più a riforme a colpi di maggioranza. «Tornare allo statu quo ante non significa senza venir meno a quell’impegno», sostiene Monaco.http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=93545
settembre 14 2007
| I Grilli parlanti e la zavorra |
Il vero funerale del Partito Democratico?
Celebrato, con nemesi perfetta, nella piazza-tempio della vecchia grande sinistra operaia (dei loro padri)....
Sono esterrefatto, ma è possibile che nessuno noti la sostanza politica di quello che è successo?
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So per esperienza fatta, dopo, che questo post del 2005 mi è costato qualche simpatia. Tra i preesistenti blogger italiani.
Lo salutai così, quando aprì il blog. Credo di averci visto giusto e non ho cambiato idea.
Molti lo criticarono perchè non era un blogger, nel senso che non partecipava alla conversazioni con gli altri blogger.
Infatti Grillo non è un blogger, ma un catalizzatore. E lo ha ampiamente dimostrato in tutta la sua vita.
Catalizza con la sua vis comica, però basata su un sistema informativo fuori dagli schemi ufficiali, progressivamente ossificatisi.
Da quel 2 settembre del 2005 sono passati esattamente due anni. In ventiquattro mesi Grillo ha catalizzato un network (in massima parte di giovani) che ha prodotto la straordinaria esperienza di 300mila firme autenticate, su una proposta di legge, in meno di 12 ore.
Il network dei meetup di Grillo è un network imitativo: chi si attiva cerca di fare come lui, di controinformare, di agire....
Basta liquidarli con la puzza sotto il nasino.
Come mai? Qual è la sostanza politica di quello che è successo, e sta succedendo?
Grillo è l'anticamera di una dittatura (come sostiene oggi Scalfari in uno dei suoi più sfortunati e paranoici editoriali ideologici)?
Grillo è solo uno che ha sfruttato internet, e il vero web 2.0 per fare propaganda (come sostiene purtroppo Massimo)?
Dobbiamo forse valutare il fenomeno dei Grilli parlanti - e attivi - sul piano ideologico o della purezza della blogosfera, per capirlo?
O non è meglio inforcare dei vecchi e sani occhiali politici, e leggere i fatti politici per capire un fenomeno politico come sono i Grilli parlanti?
(vedo che c'è almeno uno che è uscito dalla demonizzazione montante, Giuliano Amato, che ha parlato di salutari calci nel sedere politici ricevuti dalla casta, e di provvedimenti di riduzione dei privilegi e delle autoblu da lui avanzati e poi messi nel cassetto... ma ora freneticamente tirati fuori...).
Grillo e i Grilli parlanti sono quindi innanzitutto, e per ammissione esplicita di Giuliano Amato e di Rosy Bindi, un fatto politico (anzi antipolitico, secondo la comoda vulgata dalemiana), ed è su questo metro, a mio avviso, della politica, della Polis, che va valutata la questione.
Vediamo quindi, cercando di stare ai fatti, e alle questioni politiche reali sul tappeto, il perchè di questo fenomeno (web 2.0 puro o web 2.0 sporco poco mi cale). Nell'Italia di oggi, e dall'avvio del Governo di centrosinistra in avanti.
La prima domanda semplice e banale da porsi è: l'Italia ha bisogno o no di legalità? Di regole non truccate?
La seconda: la società italiana è giusta o ingiusta, con questo dislivello pazzesco tra garantiti e non?
Ne aggiungo una terza: ci rendiamo conto della fragilità del nostro sistema, posto di fronte a una crisi epocale? Abbiamo un futuro credibile?
Risultante, per un ragazzo: se vuoi farti una vita decente devi stare alle regole truccate, vendere il c.... ai giri di potere, conquistarti privilegi e poi comunque finirai pure arrosto.
Beppe Grillo, e il suo network, non sono molto diversi da noi.
Lui ha solo amplificato e reso visibilmente politico ciò che sui nostri liberi blog, e da anni, scriviamo e discutiamo spontaneamente in tema di legalità, ingiustizie, mancanza di futuro in questo paese.
Oggi, e ce lo dice numeri alla mano Renato Mannheimer sul Corriere della Sera, abbiamo un governo che è riuscito a crollare al 30% dei consensi.
E tra la gente di sinistra, che resta liberal e che non vuole votare o tornare a Berlusconi....
Infatti questo è un calo di consensi, un calo di protesta, interno alla sinistra. Contro un Governo (e una Casta di politicanti) che non ha affrontato (o ha affrontato al contrario) la questione della legalità (basti citare l'indulto), delle ingiustizie, del futuro.
Con il nuovo Governo abbiamo visto meno regole truccate, meno privilegi, qualche idea di investimenti a guadagno condiviso?
No. Ed è questo il messaggio forte, e di pancia, che ha mosso i 300mila firmatari. La grande delusione.
Costellata di simboli repellenti. La presa in giro vergognosa di Unipol, del Porcellum nel partito democratico, della non riforma del mercato del lavoro (che è e resta un far west), della polvere sotto il tappeto sui privilegi della Casta, della vigliaccheria nelle liberalizzazioni, del senso di precarietà che avvertiamo, e della sordità reale di questi partiti, ormai contenitori di garantiti, di ipocriti impauriti e di formule mediatiche.
A chi ti rivolgi se vuoi opporti a tutto questo? A Berlusconi, Fini o Casini che sono anche peggio? Oppure a un Partito Democratico in cui i giochi sono già tutti belli e fatti? O a Rifondazione chiusa nel suo piccolo recinto massimalista? A Caruso che sproloquia? A chi?
Ma è stato il segnale del Porcellum nel partito democratico che è stato quello più offensivo e brutale.
Alle prime non ci credevo. Possibile che hanno usato le regole malate di uno come Calderoli?
E invece sì, e le hanno pure difese, compresi Prodi, Parisi e la Bindi. Incredibile.
Ma l'incredibile non era finito. Subito dopo ecco profilarsi la candidatura unica di Veltroni, con la pantomima di Bersani che si ritirava per lasciargli gentilmente il posto (garantito) e Di Pietro, la Bonino e quel gran signore di Furio Colombo buttati fuori e fraudolentemente a calci, e da quattro servi di partito.
Un Letta (ma chi è questo nessuno, questo figlio d'arte?) e una Bindi, perdente annunciata. Questo passa il convento. O ti mangi sta minestra o.....
Crollo di una (sia pur flebile) speranza. Senso di vuoto. Depressione. Rimbalzata su tutta la rete. Era dal 1995 che ci speravamo in un partito vero.
E non solo noi, vecchi dell'Ulivo di strada. E di rete (quella vera, non le loro brochure sulle finte nuove stagioni e panzane varie....).
Ecco il vuoto, ed ecco entrare in scena Beppe Grillo, l'escluso da sempre, a riempirlo. Insieme a quella sinistra legalitaria (e libertaria) cacciata fuori a calci dal partito democratico (altro errore storico della Casta).
Il messaggio di luglio è stato, in sostanza: il Pd è Cosa Nostra.
Ma a Bologna, 39 giorni dopo, gli è stato risposto: e allora tenetevelo! E V.....!
Ci vuole un cieco, o uno in malafede, per non capirlo....
Questa parte cruciale del paese si è così presa la sua bella rivincita sul palco di Bologna, sabato scorso....inaspettata al Palazzo dei De Rita. E degli Scalfari.
Ma a me (e a Voi, credo) non tanto inaspettata.
E nemmeno faccio i salti di gioia, avendo capito la triste canzone. Per l'Italia.
Per questo mi ha profondamente deluso Veltroni, lo facevo più intelligente. Lo facevo uno responsabile.
Doveva scegliere tra D'Alema e Fassino e, dall'altro lato, l'Italia. Ha scelto i primi.
E ora non lo ritengo nemmeno un buon leader per l'Italia. Troppo finto. Con me ha chiuso.
Preferisco tenermi Prodi. Il mio meno peggio personale. E domani pure un Parisi o una Bindi mi starebbe (si fa per dire) bene....
Ma spero in qualcosa di meglio...perchè non ho perso tutte le speranze. Non so chi, ma qualcuno forse in futuro, diverso....
Non Grillo.
Grillo è solo un gran catalizzatore, un provocatore, un comunicatore, un ottimo comico-polemista, e un uomo, un imprenditore di sè stesso che lavora onestamente sull'informazione e sull'ascolto della sua comunità di pubblico. E che ha storicamente fatto della sua esclusione il suo punto di forza.
Non è, nè sarà mai lo statista di cui l'Italia ha urgentemente bisogno.
Per me che ho assiduamente letto il suo blog mi pare evidente: ha letto in questi due anni la rete, ha contribuito con la sua redazione, e ha sviluppato con i suoi spettacoli una sorta di dialogo di massa con i suoi commentatori, fino a creare e coinvolgere un solido network di gruppi attivi, e mettere in campo un'iniziativa radicale, semplice e calibrata.
Discutibile quanto si vuole sul piano legislativo. Ma di una efficacia provocatoria come da anni non si vedeva.
Ha creato, a suo modo, un gioco sociale a guadagno condiviso. Di rappresentanza. E' oggi un difensore civico con un seguito attivo. E fa parte della sinistra legalitaria e liberal. Basta vedere chi gli sta attorno sul palco. Punto.
Ora il partito democratico, a mio avviso, nasce davvero morto. Svuotato dalla rivolta della sinistra legalitaria (esclusa). Guidata da Lui e dai Grilli.
Il funerale è stato celebrato sabato scorso a Bologna, nella piazza un tempo tempio della grande sinistra operaia italiana.
E dai suoi figli (come me), cresciuti e delusi. Anche dai radical chic Moretti spariti (e qui Grillo ha ragione).
Una nemesi geometrica perfetta, questa di Piazza Maggiore, un tempo campo dei Togliatti e dei Berlinguer. Ora il Pd sarà un partito a gran maggioranza di vecchi, di pecore rosse e bianche, di pensionati e di statali (nel migliore dei casi).
Soprattutto di 400mila politici di professione (e connessi portaborse e reggipancia vari). Fusi a freddo sotto un segretario di gomma.
Senza un'anima o un vero programma (che non sia la conservazione del potere).
Nonostante gli sforzi disperati della Bindi, isolata.
Se avessero accettato la competizione pulita e aperta con la sinistra legalitaria dentro il Partito Democratico, lorsignori della casta, (e i numeri del V-Day ne sono una patente conferma), avrebbero probabilmente perso il controllo di questo nuovo (si fa per dire) partito.
Di Pietro, Furio Colombo, Bindi e i Prodiani avrebbero formato una coalizione forse maggioritaria nel partito democratico. Mettendo in minoranza la vecchia nomenklatura Ds e margheritina, Veltroni, D'Alema, Fassino, de Mita compresi.
Ci sarebbe stato un terremoto. E salutare.
O quantomeno una opposizione corposa interna, capace di controllare Lorsignori.
Invece abbiamo questa triste fusione a freddo, e elezioni finte (mi spiace per Adinolfi, ma purtroppo è questa la realtà). E di conseguenza il V-day.
Con buona pace delle paranoie di Scalfari, non è questione di ideologia, ma di politica pratica, reale.
E così per Mantellini, internet ci entra solo in parte. La questione vera è che un progetto politico che poteva essere di respiro è stato castrato.
E 300mila italiani, ora informati meglio dalla rete, hanno scelto l'unica strada di espressione e di mobilitazione a loro possibile. Se la stanno costruendo con i meetup di Grillo. Sono i Grilli parlanti.
Questo aborto di partito democratico non rappresenta quindi nemmeno il centro-sinistra italiano. Ha già perso in partenza.
E non solo le elezioni. Si è perso l'Italia. Ha scelto Furbolandia, Bassolino e la munnezza, Mastella, Unipol e la sua Casta.
Ha scelto lo status quo, e l'autoconservazione, e nel modo peggiore.
Ha scelto l'indulto, gli insulti alla Forleo, il pubblico impiego, le baby-pensioni parlamentari, le autoblù e la tolleranza zero ai lavavetri....
Scelte politiche precise. Meditate e deliberate. Come il Porcellum per le finte elezioni di ottobre.
Peccato. A Milano forse avrei votato per qualche persona perbene. Chessò, un Dalla Chiesa, un Cortiana.... Ma mi è stato negato.
Da regole della peggiore furbolandia, cancro del Paese.
Questo Pd non vale oggi l'euro (subito ribassato, dopo Bologna) da spendere per votare alle sue finte elezioni.
Non ha una identità e un messaggio credibile sulla legalità, le ingiustizie, il futuro.
Lo scrivevo qualche settimana fa e i fatti me lo confermano.
Se fossi nei suoi malaugurati architetti (che l'hanno quasi del tutto rovinato) ne prenderei seriamente atto.
Stanno andando al disastro. E Grillo ci ha chiarito, con potenza e eloquenza, come e perchè.
Non si può avere la Casta piena e l'Italia ubriaca.
Beppe Grillo è stato semplicemente il ferro di lancia di un'Italia che è stata ed è esclusa.
Non solo i Travaglio, i Di Pietro, le Guzzanti, gli Strada, ma tanti altri esclusi. Dei suoi meetup (cioè noi). Troppi.
Da questa nomenklatura che esulta (privatamente) per farsi le banche e poi depreca l'antipolitica. Dai Mastella e le sue mine burocratiche all'antimafia. Dalle demonizzazioni rivolte alla Forleo, dai soldi pubblici elargiti al pubblico impiego e alle pensioni (e nemmeno mezzo euro ai precari)....
Dai programmi scopiazzati da quelli di Confindustria (l'ultimo think tank pensante rimasto, insieme a quello di Grillo...)
Andiamo, non prendiamoci in giro.
Finchè non vi sarà una lotta politica aperta e corretta tra sinistra legalitaria, sinistra precaria, sinistra politica e sinistra castale dentro un decente partito democratico non vi sarà legittimazione.
Quando Beppe Grillo ha detto: "io i partiti li voglio distruggere", si riferiva quantomeno ai due principali.
Forza Italia e il cosiddetto Partito Democratico.
Ce li abbiamo sotto gli occhi, e quotidianamente, purtroppo.
Di ambedue sappiamo come sono nati e con quali regole interne (vere).
Sono partiti democratici?
Quindi non prendiamoci in giro con la storia di Mussolini, del solito spauracchio.
E' la democrazia italiana che è in crisi, e profonda.
Non ci restano che le liste civiche...
Vogliamo invece raccogliere positivamente la provocazione dei Grilli, noi della sinistra?
Bene, rinviamo all'anno prossimo la nascita del Pd, ma con un disegno democratico vero, aperto e con regole credibili (prima fra tutte la scelta dei candidati).
Quelle regole firmate sabato scorso dai 300mila erano per noi, sì dirette proprio a noi della sinistra e dell'Ulivo (o quel che ne resta).
Erano un messaggio chiaro e eloquente.
Ci chiedono una semplice e necessaria rivoluzione. Di legalità, riequilibrio sociale, e di futuro. Di politica autentica, e non di ipocrisie.
Nel Labour inglese c'era Tony Benn a rappresentare i perdenti e gli esclusi. E combatteva. Vinceva e perdeva. Pulito.
In Italia la sinistra Ds è stata costretta a scappare dalla nomenklatura dalemiana straripante....
....e oggi sta per rinchiudersi nel solito ghetto massimalista. Purtroppo.
Cari amici e compagni della sinistra, qui ci vuole davvero un reset...
Così si salva la democrazia. Con un vero cambiamento.Con le regole truccate e i pateracchi castali invece la si affossa.
Tralascio la mia solita canzone sulle necessità politiche strutturali del prossimo futuro....
....e sul tempo dei cialtroni ormai finito.
Dico solo che sabato 300mila persone hanno votato, con tanto di firma autenticata,
un chiarissimo NO a questo partito democratico.
Fatto di scatolette chiuse, vuote di idee e di credibilità
ma solo piene di uomini di potere.
Senza possibilità di scelta reale.
In ostaggio dei D'Alema e dei Rutelli.
La nostra vera zavorra.
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www.caravita.biz
settembre 12 2007
Che il PD stia nascendo con un taglio cesareo invece che con un parto naturale, lo si vede benissimo qui nel cortile, e lo si vede dal fatto che nessuno ne parla. Stanno avvenendo “cose”, nei piani alti della politica, che tutto sommato non hanno molto a che vedere con le beghe di cortile, con la vendemmia e gli ultimi temporali d’estate che hanno divelto qualche pino, o le scuole, che riprendono. Con quel brulicare di attività che fanno la vita quotidiana.
I politici del cortile, diessinie margheritini, aspettano che lassù si decida qualcosa, e intanto non parlano e continuano a fare le cose di sempre, come non stesse succedendo niente: proprio come se la nascita del PD non fosse che una pratica burocratica da sbrigarsi al più presto, e soprattutto senza farsi troppo male, senza creare discontinuità negli assetti della circoscrizione. Voteranno tutti per Veltroni, diessini e margheritini, come da ordini di scuderia. Anche “la base”, quella che non ha incarichi ma si interessa di politica, magari ha anche la tessera, e una sera di servizio alla Festa dell’Unità ce la mette, voterà per Veltroni: non si ha notizia di fronde, qui nel cortile.
Poi ci sono tutti gli altri, quelli che con la politica, di palazzo o di cortile, non hanno niente a che fare. Attendono ai loro affari, lavorano, studiano, si informano, leggono i giornali oppure no, navigano su Internet, e chissà che altro, e ogni tanto, come dovunque, fanno una sorpresa: votano maggioritario nonostante una legge proporzionale, si riversano in massa alle primarie per Prodi, partecipano almeno in cuor loro – nemmeno Grillo riesce ad arrivare così tanto in periferia – al V-day… chissà se voteranno,e per chi, a queste pseudoprimarie.
Per sapere qualcosa di più su come nasce il PD, bisogna andare un po’ oltre il cortile, leggere i giornali locali, rubacchiare qualche informazione; tutto si può dire, ma che da queste parti il PD nasca fra grandi discussioni ed elaborazioni collettive, proprio no. Dice un trafiletto di cronaca:
“…ci saranno due liste a sostenere la candidatura di Walter Veltroni a leader del PD. Le due liste avranno una configurazione simile: ci saranno personaggi conosciuti in entrambe, per esempio il Sindaco Fabrizio Matteucci (DS) e il Presidente della Provincia Francesco Giangrandi (… Margherita!). Ma nessuna lista di nomenclatura composta da politici di spicco o dirigenti di Quercia e Margherita da contrapporre ad una della società civile”.
Insomma, le liste sono come i tortellini: molto meglio quelle fatte in casa!
Infatti un manipolo di coraggiosi ulivisti della prima ora, propone a Livia Zaccagnini, ravennate referente regionale di Walter, una lista fuori dalle nomenclature, una lista di bravi ragazzi che ci hanno creduto da sempre al PD, per il quale si sono dannati in tempi non sospetti. Sanno di non poter avere molte speranze di elezione, ma, poiché loro la politica l’hanno sempre considerata un servizio, pensano in questo modo di poter avvicinare e portare a votare molte persone che altrimenti se ne starebbero a casa. Ma… “Mi ha tirato fuori problemi di percentuali, di opportunità numeriche, di resti, e mi ha dato il numero di chi conta…”. Quello che conta è un rappresentante della Margherita, di Rimini, che conferma, da politico navigato, che non si può concedere il riconoscimento a questa lista di buona volontà, poiché non dà garanzia di avere almeno il 5% in regione: quindi i voti andrebbero dispersi.
Però non è cattivo, e una soluzione la offre: poiché “ le regole impongono che nelle liste ci siano anche rappresentanti della società civile….” suggerisce che, invece di presentare una lista, si propongano un nome o due, e si vedrà se poterlo inserire (in quale posizione della lista possiamo immaginarcelo). E, comunque, questo signore precisa che ”bisogna parlare con V., che rappresenta Veltroni in regione, mentre lui rappresenta Franceschini”. Chi avesse ancora delle illusioni, è servito.http://www.ulivoselvatico.org/territor/newindice.htm
settembre 7 2007

Il 30 agosto a Telese il capo dell’opposizione parlamentare ed ex presidente del consiglio è tornato per l’ennesima volta sulla regolarità delle elezioni, dicendosi vittima di brogli elettorali che avrebbero consegnato il governo alla coalizione di centrosinistra. In pratica ha denunciato un colpo di Stato: realizzato dall’opposizione. In un paese normale la dichiarazione susciterebbe un forte allarme: per la tenuta della democrazia o per la salute mentale del denunciante. Verrebbero richieste verifiche serie. Fioccherebbero le iniziative parlamentari. Il sistema dell’informazione sarebbe in fibrillazione. I cittadini scenderebbero in piazza. Qui da noi no, nessuno ha niente da ridire. Si preferisce sorvolare, parlar d’altro, dopo che l’unica inchiesta giornalistica sul tema, di Enrico Deaglio, ha dimostrato varie irregolarità e sollevato seri dubbi, che peraltro vanno in direzione opposta: il furto di voti sarebbe di matrice berlusconiana e l’Unione, accontentandosi di una risicata vittoria, avrebbe fatto finta di niente. Sia la denuncia del capo dell’opposizione sia i documentari di Deaglio chiamano in causa Giuseppe Pisanu, detto Beppe. Sassarese, classe 1937, già parlamentare democristiano, compagno di gite in barca di Flavio Carboni e Roberto Calvi, coinvolto nello scandalo P2, Pisanu è poi diventato un autorevole esponente di Forza Italia. Il 10 aprile 2006 era ministro dell’interno in carica e in quanto tale responsabile della regolarità delle elezioni. Rileggiamo che cosa sostiene il suo capo-partito: “A mezzanotte del 10 aprile (a scrutinio ancora in corso) venne da me il ministro Pisanu per dirmi: hai vinto le elezioni. Nelle tre ore successive ci furono brogli in Calabria e Campania, che rovesciarono l’esito del voto. E la vittoria ci fu rubata dalla sinistra”.
Confortato dalla solidarietà del centrosinistra, l’ex ministro dell’Interno tace. In diciassette mesi non ha dato agli italiani la sua versione dei fatti, non ha sentito l’esigenza di difendere la propria reputazione, limitandosi a dichiarare per dovere di ufficio che tutto si svolse regolarmente. Eppure sarebbe interessante (e in una democrazia rispettabile perfino doveroso) che l’ex ministro dell’interno rispondesse almeno a un paio di domande: 1 Vero o falso che diede quell’annuncio a mezzanotte del 10 aprile? 2 Accaddero dei fatti strani o irregolari durante le operazioni di scrutino e trasmissione dei voti in Campania e Calabria?
Abituato a non disturbare troppo il manovratore, il giornalismo ufficiale ha archiviato la questione e prevedibilmente non porrà mai a Giuseppe Pisanu queste domande. Tra i pochi che gli hanno chiesto un’intervista sul tema c’è il solito Deaglio, ricevendone un rifiuto e poi una querela. E allora proviamoci noi. La mia proposta è questa: videocamera alla mano, mettersi in tutta Italia, isole comprese, sulle tracce del taciturno onorevole Pisanu e rivolgergli queste e altre domande su quella brutta notte d’aprile. E poi mettere on line le risposte o le reazioni. Appena ci capiterà a tiro ci proveremo anche noi di Qui Milano libera. http://www.pieroricca.org/
agosto 31 2007
Pd: Boselli, basta con l'ipocrisia del doppio premier
Adnk -
"Quando Veltroni con il suo articolo su 'Repubblica' detta le sue linee guida in materia fiscale, che sono molto ambiziose, segnala quelli che a suo giudizio sono i vistosi limiti del governo Prodi". Lo sottolinea il segretario dello Sdi, Enrico Boselli, commentando il decalogo sul fisco illustrato oggi dal candidato leader del Pd in una lettera alla "Repubblica". "I partiti che fanno parte della maggioranza -aggiunge Boselli- non possono restare con le mani in mano a fare da spettatori di fronte all'eventualita' che, prima o poi, Prodi e Veltroni entrino in rotta di collisione ed infatti e' evidente che non si puo' andare avanti con un premier in carica e con un suo doppio virtuale".
"Per evitare questo corto circuito che -prosegue il leader dello Sdi- affosserebbe non solo il centro sinistra di oggi ma anche quello di domani, bisogna arrivare al piu' presto a un vertice tra tutti segretari di maggioranza nel quale avvenga un vero chiarimento vero tra Prodi e Veltroni. Non si puo' presentare all'opinione pubblica un programma di nuovo conio come se il centro sinistra fosse all'opposizione e mancasse poco meno di un anno alla fine della legislatura. Tutto cio' non e' comprensibile per gli elettori che ci hanno votato e da' solo vita -conclude Boselli- a un festival di ipocrisie a cui e' necessario mettere rapidamente la parola fine".
D'Alema e quei distrattoni di Repubblica
Repubblica s'è distratta. Oh succede, non stiamo sempre lì con i fucili puntati, non siamo mica leghisti. Avevano questa bella intervista di Massimo Giannini al suo pupillo Massimo D'Alema e ci hanno messo tutta l'attenzione possibile per titolarla, con il solito bel disegno di Mannelli. Il "Pd polizza vita del governo", l'esecutivo che "durerà tutta la legislatura", niente "interpretazioni assurde", niente "cambi di maggioranza". Tutto fantastico e perfetto. Se poi si sono dimenticati di evidenziare da qualche parte un passaggio non proprio irrilevante non è mica colpa di nessuno. Comunque si tratta di questo: per sventare il fantasma del '98, quando Prodi fu trombato da Bertinotti e D'Alema balzò in sella scippandogli un governo senza passare dalle urne, D'Alema dice che no e poi no, nessun ribaltone possibile, e la situazione allora era molto ma molto diversa. Ed ecco qui la frasetta assassina: "Le parole di Veltroni non significano poi che se cade il governo non se ne possa fare un altro". Ah no? Fossi Prodi mi verrebbe il formicolio alle gambe.http://stamparassegnata.splinder.com/
agosto 29 2007
Pd, Parisi attacca Veltroni e Rutelli
di Umberto Rosso, Repubblica -
TELESE - Parlare di grande gelo, con l´afa che fa, non si può. Diciamo allora che fra Parisi e Rutelli siamo allo scontro aperto, frontale. Il ministro contro Veltroni, il vicepremier a far quadrato attorno al candidato segretario. Arturo che non fa sconti, «Rutelli ha ormai scelto una posizione nitidamente centrista». Francesco che snobba il collega di partito e di governo, «non rispondo alle piccole schermaglie quotidiane».
L´arena per il duello a dire il vero è insolita, la festa di Mastella, che del Partito democratico è nemico giurato e infatti flirta con il segretario dell´Udc Cesa. Però i fili della ripresa politica passano da qui, dovrebbe passarci pure Berlusconi veramente, ma lo sbarco del Cavaliere a Telese previsto per domani è tutt´altro che sicuro. Nemmeno in fotografia s´è visto invece Francis Ford Coppola che, per uno scherzo di cui Mastella è rimasto vittima, era annunciato alle 18 per un dibattito con i giovani dell´Udeur.
Intanto va in scena lo scontro interno sul Pd. Il ministro della Difesa, prima di volare in Libano per incontrare i nostri soldati, approfitta dell´ospitalità e attacca. «Mi sorprende e mi preoccupa che Veltroni abbia sentito la necessità di dirlo». Che cosa? Che non punta affatto al cambio di cavallo in corsa, alla poltrona di Prodi anzitempo. Ora, chiosa e commenta un sarcastico Parisi, tutti sanno bene che «nella parte scritta e non scritta del nostro ordinamento la strada per Palazzo Chigi passa per il voto popolare». Insomma, sembrerebbe che le parole di Veltroni invece di rassicurare Parisi lo abbiano reso ancor più inquieto sul rischio di un rovesciamento di Palazzo stile ‘98. A fine giornata, dallo staff del ministro arrivano interpretazioni che provano a gettare acqua sul fuoco. Di certo, Parisi annuncia battaglia su una disparità di condizioni che denuncia nella sfida fra Veltroni e gli altri competitor, in particolare la Bindi alla quale tira la volata, lamentando una gara a due velocità fra «candidati ufficiali e candidati semi-ufficiali». Non basta. Al sindaco chiede di sciogliere rapidamente il nodo delle alleanze, perché fra i sostenitori della sua candidatura «c´è tutto e il contrario di tutto». E qui siamo al cuore della polemica con Rutelli. Che Parisi apertamente indica come l´anima centrista del Pd, contrapposta ai «gauchistes» - così li definisce - della lista che si chiama a «Sinistra con Veltroni», ovvero il cartello di Brutti e Vita. Centristi e gauchistes però entrambi sotto le ali protettive dello schieramento veltroniano. Eh no, non va, secondo il ministro. Faccia un esercizio per «anticipare la coerenza futura invocata sulle alleanze», il candidato segretario dica come intende muoversi fin d´ora nel Pd, insomma o Rutelli o la sinistra interna. La Bindi, anche lei a Telese in un altro dibattito, sta con Parisi, «ha proprio ragione, Veltroni deve chiarire le sue alleanze. L´intervista al Corriere? Troppo lunga, non l´ho ancora letta».
Quando Francesco Rutelli si presenta nel viali delle Terme, per un dibattito sulla questione cattolica insieme a Pezzotta, Cesa, Cusumano che continuano a fare prove di grande centro, parte la caccia alla replica. Veltroni? «Eccellenti parole, siamo in piena sintonia». Un´alzata di spalle sull´attacco lanciato poco prima da Parisi, alle piccole polemiche di giornata non si replica. Con la sinistra il vicepremier intende farci i conti, ma con la Cosa rossa che va in piazza contro il governo. «Ora che siamo in condizioni di raccogliere i frutti, come si può da parte di forze che fanno parte della maggioranza organizzare una mobilitazione di piazza per il 20 ottobre?». Una scelta sbagliata, che bisogna impedire. Quindi, Rutelli lascia ancora galleggiare il dubbio sulla presentazione di «liste dei coraggiosi» alle primarie, «entro due settimane decideremo ufficialmente», e respinge un altro attacco che stavolta gli arriva sul fronte opposto da Savino Pezzotta. «Non ho capito perchè si chiama partito democratico - attacca - è stato costruito con un accordo tra due partiti calato dall´alto, una fusione a freddo». Il presidente della Margherita assicura: alle primarie di ottobre parteciperanno tantissimi cittadini, altro che fusione a freddo.
agosto 27 2007
Primarie? No, elezione diretta
Gianfranco Pasquino
l' Unità
Qualcuno o, forse, troppi hanno sottovalutato i problemi che sono insiti nella costruzione di un partito nuovo. È un'operazione molto rara e raramente riuscita con successo. Purtroppo, invece di riflessioni approfondite, che pure erano state richieste e, persino, offerte, vi sono state accelerazioni frettolose che, come vediamo da qualche settimana e come, temo, ci accorgeremo ancora di più nel prossimo mese, provocano tensioni e conflitti che, a determinate condizioni, potrebbero essere evitati, anche perché non sono affatto conflitti creativi. Intendo fare un po’ di chiarezza su alcuni aspetti importanti.
Il primo è la definizione corretta dell'evento del 14 ottobre. Non saranno elezioni primarie, come furono quelle del 16 ottobre 2005 quando, fra una pluralità di candidati, gli elettori designarono Romano Prodi quale sfidante di Berlusconi per Palazzo Chigi. Saranno, invece, elezioni vere e proprie del segretario (del capo) del Partito Democratico. In concomitanza e, aggiungo, inopinatamente, si eleggeranno anche tutti i segretari regionali. Questa concomitanza fa piazza pulita di qualsiasi propensione, pure espressa da Veltroni, ad avere un partito federale con le organizzazioni regionali che godano di forte autonomia dal centro. Il rischio è che, a livello regionale, emergano i posizionamenti che Veltroni giustamente critica, ma che non sembra vedere proprio dove hanno già luogo.
Contrariamente a quel che ha scritto Ceccanti, ritengo che le regole possano essere discusse e debbano anche, quando esiziali, essere cambiate. Per quel che riguarda l'abbinamento della elezione del segretario nazionale con quella dei segretari regionali, la regola può essere subito cambiata poiché la scadenza di presentazione delle candidature è il 12 settembre. Una volta ascoltati gli umori e i suggerimenti dell'Assemblea Costituente, anche in materia di quale partito costruire, si potrà, in un secondo tempo, procedere ad una migliore scelta dei segretari regionali. Segretari eletti in concomitanza con il segretario regionale sono tutto meno che garanzia di partito federale. Al contrario, rischiano di essere e di volere essere dei potenti rappresentanti in sede regionale del segretario nazionale (in uno scambio, non virtuoso, di voti).
Il secondo punto che sollevo è quello della competizione fra candidati. Sicuramente, è aspra, ma non esageratamente tale. Lo è anche perché, ed è un peccato che Veltroni non se ne sia accorto, ci sono troppi suoi pretoriani, autorizzati o furbescamente auto-autorizzatisi, che vogliono correre sulle code del potenziale vincitore, salire sul bandwagon (anzi, sul carro del, probabilissimo, vincitore, si sono già installati). Per evitare che questo deleterio fenomeno si estenda a macchia d'olio, suggerirei a Veltroni di non procedere lui personalmente (operazione di stampo alquanto notabilare) alla nomina delle quattrocento personalità che desidera partecipino all'Assemblea Costituente, ma di dare indicazione ai suoi numerosi comitati elettorali che siano loro ad aprire le liste collegio per collegio, magari, visto che si è rinunciato troppo presto ad indire opportune primarie a questo livello, giustificando le candidature prescelte e proponendo anche, lo so che sarà molto difficile, se non improbabile, candidature di dissenzienti rispetto alle opinioni prevalenti in materia di organizzazione del partito, di riforme istituzionali, di alleanze di governo. Poiché queste opinioni esistono sarebbe opportuno e fecondo poterle ascoltare in sede di Assemblea Costituente.
In genere, i dibattiti aspri e i conflitti fra personalità dovrebbero non soltanto diffondere informazioni, ma anche condurre alla mobilitazione dell'elettorato potenziale. Questo è il terzo punto che elaboro. Dopo averne fatto grande e improprio uso, qualcuno sostiene oggi che non dovremmo fare nessun paragone con le primarie del 2005. Ho già detto che quella del 14 ottobre non sarà affatto una primaria, ma sarà una concretissima elezione popolare diretta del segretario, incidentalmente, del tutto inusitata nei partiti politici, che mira ad ottenere l'apporto non soltanto degli iscritti ai due partiti contraenti, ma di tutti gli elettori dei Ds e della Margherita.
Allora, perché mandare un segnale di preoccupazione e di debolezza sostenendo che l'asticella deve essere fissata al milione di partecipanti? Facciamo un po' di conti. Ricordo che alla Camera per la lista «Uniti nell'Ulivo» è stata votata da 11 milioni e 930 mila elettori; e al Senato, la somma dei voti di Margherita e Ds giunge a 9 milioni e mezzo ai quali credo sia giusto aggiungere 1 milione e 400 mila circa di elettori delle liste Insieme per l'Ulivo. Aggiungo che il 14 ottobre potranno votare anche i sedicenni. Perché, allora, dobbiamo autoingannarci o autodeprimerci (a meno che non si tratti di mettere le mani avanti...) sostenendo che un milione di votanti sarà già un successo? Meno di due milioni e mezzo costituirà, a mio parere, un clamoroso insuccesso. Sia chiaro, però, che se è giusto sostenere che sono i candidati alla segreteria del Partito Democratico che debbono suscitare la partecipazione, è ancora più giusto affermare che saranno i dirigenti locali che, continuando nelle loro lotte intestine, nelle loro discriminazioni, nelle loro preclusioni, nelle loro spartizioni a tavolino, proponendo candidature uniche, bloccate ed esclusive, finiranno per impedire un'alta partecipazione.
Spero che dire tutto questo adesso, a voce alta, chiara e forte, non venga considerato un delitto di lesa maestà di nessuno. Tutti nel centro-sinistra, se vogliono continuare a governare, hanno interesse a che nasca un buon Partito democratico. E alcune critiche perseguono e mirano a conseguire anche questo esito.
Il nuovo lessico del PD
«Le frettolose repliche polemiche alle ipotesi di "alleanze di nuovo conio" per i futuri governi di centrosinistra (...) ignorano le grandi potenzialità che può schiudere la nascita del Partito democratico; anzi, si affannano a cercare di sbarrare la strada a quello che sarà naturaliter un più che probabile sbocco per il Pd: decidere le alleanze in base al progetto in campo per governare e cambiare questo paese».
Messo in soffitta l'odioso "riformismo", usato e abusato negli ultimi 24 mesi, ecco che il nuovo asse Rutelli-Veltroni ( «è una intesa molto profonda e molto seria», conferma nientepopodimeno che l'impomatato per eccellenza, il cosiddetto senatore Antonio Polito, a uno così si crede a prescindere) si prepara a completare il ritorno allo schema parlamentare che ha consentito alla classe politica italiana di vivere negli agi per mezzo secolo.
 Messi ai margini i pericolosi comunisti (rivoluzionari DOC del calibro di Fausto Bertinotti, Cesare Salvi e Alfonso Pecoraro Scanio), il coraggioso duo Rutelli - Veltroni dà per cosa fatta la caduta di Romano Prodi e pensa alle elezioni anticipate, preparandosi a correre da soli, per poi sostituire i numeri di verdi, rifondaroli e sd-ini con la congrega cattolica di Casini più qualche raccogliticcio berlusconiano deluso.
Questa strategia permetterà di dar vita a un parlamento organizzato attorno a un grande PD al centro (era la DC) con partitulli ai lati (erano PSI, PSDI, PLI, PRI, Verdi, eccetera) con cui organizzare di volta in volta governicchi a tempo. Fino a pochi giorni fa si chiamava, molto volgarmente, "inciucio", oggi - nel lessico dei due bei giovani della politica italiana - diventa l'elegante modello delle "alleanze di nuovo conio". E' il PD baby, parole, non pugnette.
A margine di questa storiaccia giocata sulla pelle del paese c'è un aspetto pittoresco. Nell'orrido malforme bambino politico che sta per nascere, i più forti oppositori a questa deriva neodemocristiana sono proprio i due ex-democristiani (decenti) Rosy Bindi e Dario Franceschini. Come diceva il grande Indro Montanelli, "siamo nati sotto i democristiani e moriremo sotto i democristiani". Non c'è scampo, questo Partito (cosiddetto) Democratico l'Italia se lo merita proprio tutto. http://www.onemoreblog.it/archives/017280.html
agosto 25 2007
Cari amici ulivisti (e non o non più),
Vi scrivo per comunicarVi la mia intenzione di appoggiare la candidatura di Rosy Bindi, nonostante sia iscritto ai DS e nonostante su alcuni temi (v. bioetica) le mie idee di non credente e di laico non sempre coincidono con le sue di cattolica convinta.
Perché non mi allineo alle decisioni del partito al quale sono iscritto?
Espongo brevemente alcune delle ragioni:
- la Politica (con la P maiuscola) di questo secolo richiede strumenti nuovi e che rompano con un passato che si è dimostrato, anche e forse soprattutto nella sua recente estrema frammentazione pseudo-ideologica, del tutto inadeguato alle nuove sfide. Non rinnegando le proprie idee e convinzioni, ma le pratiche oligarchiche che tutti i partiti attuali ormai seguono. Non rinnegando il proprio passato ideologico, ma mettendolo al servizio di una comunità politica più ampia, in uno sforzo di sintesi. Costruire uno strumento veramente nuovo significa avere il coraggio e l'onestà intellettuale di fare tabula rasa e ripartire da zero. Dal basso. Da quella cittadinanza emarginata dai processi politici e corteggiata solo in occasione delle tornate elettorali.
- Al di là delle valutazioni personali, la candidatura Veltroni-Franceschini, per le modalità con cui si è verificata e si sta conducendo, anche sul territorio, si presenta inequivocabilmente come una operazione di autoconservazione delle oligarchie di DS e Margherita, confermata anche dai riusciti tentativi (ma quanta miopia!) di escludere altre candidature (Bersani, Colombo).
- Le recentissime affermazioni di Veltroni (v. La Repubblica del 24 u.s. - articolo a firma Veltroni) sulla necessità di rinunciare a mettere "in campo la coalizione più ampia possibile, a prescindere dalla sua coerenza interna e dalla sua effettiva capacità di governare il Paese" sono pienamente condivisibili, ma da che pulpito viene la predica? Si è dimenticato il "compagno" Walter che per essere rieletto sindaco di Roma con "la coalizione più ampia possibile" non ha esitato a legittimare liste con candidati a dir poco impresentabili?
Perché quindi Rosy Bindi?
Perché è l'unica che in tutti questi anni, con continuità, ha dimostrato di essere una ulivista convinta ed è sempre stata vicina alla nostra Rete dei Cittadini per L'ULIVO.
Perché non rappresenta gli (anzi è osteggiata dagli) apparati di partito.
Per le idee sulla politica del lavoro e dello stato sociale (più a sinistra di tanti sedicenti tali).
Per la sua coerenza.
Anche perché donna (altro fattore di novità nella politica italiana).
Un cordiale saluto a tutti Voi.
Nando
Politica e gentiluomini
Quando Veltroni è sceso in campo – no, cielo, che orribile frase fatta! Scusate, mi è scappata: a ‘sta cosa della “discesa in campo” dobbiamo trovare un’alternativa: quando ha annunciato la sua candidatura? Ecco già meglio, ma scevra di mordente; quando si rivolse al popol suo annunciando di partecipare all’agone? Carducciana e troppo risorgimentale, poi pare uno che vuol rivangare la Breccia di Porta Pia. Quando si è lanciato nella tenzone? Epica, inadatta alla bonomia del Walter. Quando si è proclamato disposto a bere l’amaro calice? Religiosamente paracula, siamo sulla strada giusta. Quando si è dichiarato un umile vignaiolo nella vigna del signore? Porca miseria, no, già presa. Quando si è iscritto fra i competitor …ok, darling, questa è la sua: moderna, discretamente liberale, con quel tocco di americano che fa Kennedy, lo snob di chi ha in tasca la tessera di un circolo esclusivo e una sostanziale vaghezza rispetto alla gara che va bene per tutto, dalle elezioni per la segreteria PD al torneo di bridge condominiale: praticamente perfetta – dunque, dicevamo, quando Veltroni si è iscritto fra i competitor per la segreteria PD ha contestualmente annunciato che voleva una campagna vera, uno scontro dall’esito non scontato. A fare il candidato unico, calato dall’alto delle segreterie, non c’era gusto, non c’era divertimento, e, soprattutto, non c’era senso, se si voleva dar l’idea che il Partito Democratico fosse qualcosa di diverso da un accordo fra le solite oligarchie di partito, una fusione fredda, come han subito ciarlato i giornalisti in caccia di definizioni ad effetto, e fusione fredda non va bene: pure dal punto di vista scientifico è una bufala, c’è il rischio che porti sfiga.
Detto fatto, al suo magnanimo annuncio sono spuntati altri competitor . L’algido Enrico Letta, con la sua faccia lunga da Harry Potter invecchiato (sposato, padre di famiglia, esperto di magheggi economici, studi in Inghilterra, che quando lo guardi ti chiedi sempre se lo abbiamo preso ad Hogwarts, ora che la Rowling ha smobilitato la compagnia di giro), si candida a intercettare i voti dei quarantenni seri e pallosi; l’Adinolfi, con la testa e la stazza giusta per poter essere definito a breve un Giuliano Ferrara di Sinistra, non fosse che, da quello che poi dice, l’Adinolfi c’entra con la sinistra come i babà con la cucina svedese, si incarica di prendere i voti di tutti gli altri quarantenni sul mercato; Furio Colombo, segaligno e incattivito come solo i borghesi radical sanno esserlo, calamita le simpatie degli anziani ragazzi chic votanti a sinistra perché Berlusconi ha l’aria di uno che, a invitarlo a cena, a fine pasto racconta barzellette sporche, così la cameriera finisce per andarsene, e si sa quanto sia difficile trovare personale qualificato oggi, signora mia; e poi Pier Giorgio Gawronski, che non si sa bene chi sia, ma certo aspira ai voti di una minoranza di bastian contrari cronici, amanti della novità e della stranezza a tutti i costi, elitari e di buona cultura, anche perché la cultura di base ci vuole, o non si riesce neanche a capire bene come vada scritto, quel nome del caspita.
Questi qui sono uomini, e gli uomini si sa come son fatti: pieni di senso pratico, conoscono bene come vanno le cose di potere, e sanno pure che possono anche fare i competitor, ma, checchè se ne dica, questa non è una competizione. Casomai un gentlemen’s agreement per far contento il Walter, le segreterie, e il popolo della sinistra che chiede trasparenza e novità. Alle primarie ognuno si conta i seguaci suoi, e poi tutti al club a festeggiare, fra sfoggio di ineccepibile fair play, perché c’è sempre spazio per essere corretti e britannicamente sportivi, quando si sa chi vince e chi perde perde sapendo di perdere con onore.
In mezzo a questo circolo della caccia, però, si presenta la Rosy Bindi. Che per stare sulle balle, ammettiamolo, le ha tutte. Perché non solo è donna, e già questo, ne converrete, denota una certa mancanza di senso politico; poi non è madre, non è moglie, e pure questo in Italia non va bene; per giunta, pur se ha un nome da sciampista, è brutta, quindi la sua presenza nei luoghi del potere proprio non si spiega, dato che di certo per entrarvi non ha potuto portarsi a letto nessuno; per soprammercato dimostra una certa intelligenza e, infine, da cattolica rispedisce spesso al mittente le ingerenze di porporati e preti vari senza troppi giri di parole, e se era per lei una legge sui Dico, per quanto timida, in Italia si sarebbe fatta, mentre per tanti laici di conclamata tradizione è una legge che non si può fare, né ora né mai, sennò il cardinale ci si intristisce, paraponzi ponzi pò.
Dal vivo è simpatica, la Rosy, lo posso garantire: me la ricordo quando è venuta nel mio paese per un comizio, qualche anno fa: quando parla puntuale e precisa, e soprattutto, cosa strana per un politico, se il pubblico le fa una domanda, ascolta, ci pensa e risponde nel merito, non ricicla qualche slogan premasticato. Ma in questo frangente non ha tatto, e non ha senso della decenza. L’ha presa sul serio, ‘sta cosa della corsa alla segreteria, come se fosse una gara vera. Ha tirato, raccontano le cronache, fuori dal garage la macchina e percorre scatarrando strade e stradine di provincia, per incontrare gli elettori uno ad uno. E dalle pagine dei giornali e dal suo sito rintuzza gli avversari, tallona il Walter, fa le pulci alle sue dichiarazioni.
Insomma, Rosy, dai, non si fa. Ecchediamine. Poi non ci lamentiamo se dopo cena i gentiluomini si rintanano in salotto, a bere il porto, fra maschi, da soli. http://ilmondodigalatea.ilcannocchiale.it/
agosto 23 2007
Pd: Andreatta al Corsera, no a leader alternativo a Prodi
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Il Corriere della Sera intervista Filippo Andreatta, figlio dell'inventore dell'Ulivo e intellettuale molto vicino a Prodi, che vede dietro le primarie del Partito democratico un tentativo di trovare un sostituto all'attuale premier: "Le primarie di ottobre non sembrano solo quelle per l'elezioni di un segretario di partito, ma quelle per incoronare un leader alternativo a Prodi. Gli elettori però non ci perdonerebbero se dovessimo ancora cambiare in corsa, come nel 1998, la composizione dei un governo sancito dalle urne". Tra i candidati alle primarie, Andreatta punta su Letta: "Enrico, a cui mi lega un'antica amicizia, è maturo per essere un vero leader. A differenza di Veltroni, non è stato candidato dagli apparati e ha posizioni cristalline sulle grandi scelte - economia e politica estera in particolare - che il Pd non potrà eludere. Bisogna essere grati a lui e a Rosy Bindi per aver avuto il coraggio di sfidare contro ogni previsione gli accordi tra maggiorenti. Anche se ormai la grande occasione si è persa". Infatti, aggiunge il docente di Relazioni internazionali all'Università di Parma, uno dei quattro giovani studiosi cui Prodi ha affidato in passato la "Fabbrica", l'elaborazione del programma del centrosinistra, "questi giochetti del ceto politico, queste regole fatte per esaltare le organizzazioni di partito, questa impressione di dover salvare la sedia a tutti i costi hanno impedito che ci fosse un autentico rinnovamento dei gruppi dirigenti. Gran parte della società civile si è tenuta fuori dalle primarie, e nelle liste ci sarà a malapena qualche foglia di fico, del tutto aggiuntiva rispetto alle quote di professionisti".
Pd. I nodi politici sono stati posti, manca l'interlocutore
di Franco Monaco,
E' tempo di farla finita con la litania secondo la quale la discussione nel PD si sarebbe concentrata su questioni ai margini, su regole e procedure, e non sui contenuti politici. Tesi totalmente infondata, sostenuta strumentalmente al fine di tacere la verità , e cioè che qualche candidato si esprime e invoca confronto e risposte, altri programmaticamente tacciono sulle questioni controverse.
Va premesso che, a tema, non è il programma di governo, ma il profilo del partito nuovo. Al riguardo, molte questioni cruciali sono state poste: il posizionamento politico del PD centrista, modulo De Mita, ovvero di centrosinistra; le sue alleanze, di "nuovo conio" alla Rutelli, o di conferma e rafforzamento-estensione di quelle attuali; una effettiva autonomia federale nel determinare i dirigenti territoriali oppure organigrammi regionali definiti a cascata grazie a "liste istituzionali" (definizione de L'Unità ); l'idea di laicità tutta da elaborare salvo contentarsi di sommare Binetti e Melandri; la rappresentanza femminile nel partito, di cui non si trova traccia nelle indiscrezioni che circolano sui vertici regionali; la collocazione internazionale ove si va dal mai con il Pse al Pse o morte; la questione sollevata da Sposetti delle risorse per finanziare il PD e la politica in genere; la continuità o meno delle tradizioni, dei simboli e delle manifestazioni dei partiti promotori, da ultimo la disputa sulla sorte delle feste dell'Unità .
A ben vedere le questioni chiave inerenti al partito sono affiorate quasi tutte. E, indiscutibilmente, la Bindi è il candidato che meglio le ha tematizzate avanzando una propria proposta. Ciò che manca è l'interlocuzione, il confronto che qualcuno caparbiamente invoca e altri rifugge. Cosa essa sì sorprendente, avendo deciso di fare le primarie e dunque di scegliere subito leader e linea politica. Cosa da sè espressiva, più di tante parole, di una concezione del partito che noi vogliamo unitario e plurale, l'opposto di plebiscitario e feudale, cioè affidato a un capo oggi designato dai due partiti e domani prigioniero di partiti e correnti che vengono dal passato e non ridefinite al vaglio di un reale e attuale confronto trasversale tra visioni politiche sul PD di oggi e di domani.
In sintesi, c'è molta ipocrisia nella leggenda secondo la quale mancherebbero gli argomenti politici e le differenze tra i candidati: al momento, manca piuttosto il confronto tra i candidati. E le differenze ci sono eccome, beninteso, trattandosi di differenze interne a un medesimo partito. A meno che si voglia sostenere che, in un partito che aspira a rappresentare la maggioranza degli italiani, tutti la si pensi allo stesso modo: da De Mita alla "sinistra per Veltroni", dalla Binetti alle donne Ds, da Polito a Vincenzo Vita. Davvero Veltroni e la chiarezza del suo eventuale mandato traggono vantaggio da un sostegno tanto politicamente indifferenziato da condannarlo domani alla paralisi? http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=8752
agosto 20 2007
A UGO SPOSETTI E AI MILITANTI DEI DS
di Mario Adinolfi per l'Unità
Caro direttore,
scrivo all'Unità perché vorrei dire qualche parola non ad un generico pubblico, ma ai militanti dei Ds. Il giornale che dirigi è certamente il luogo dove si ritrova non un indistinto (e)lettorato di opinione, ma il corpo vivo di un partito che è ad oggi il più importante della sinistra italiana. Dal 14 ottobre, da quando cioè si voterà per eleggere Veltroni, Bindi, Letta o io stesso alla segreteria politica del Partito democratico, i Ds apparterranno alla storia di questo paese. Ci sarà un'assemblea costituente di un partito nuovo e ieri proprio tu lamentavi il fatto che i giovani non si stessero appassionando a questa che dovrebbe essere una straordinaria avventura politica. Provo ad indagare in poche righe qualche perché, visto che la tua analisi è certamente corretta, anche se ti ricordo che la candidatura mia alla segreteria nazionale del Pd, di altri amici studenti, disoccupati o co.co.pro. alle segreterie regionali, sono forse un segnale di mobilitazione di una generazione, quella degli under 40, che meritava e merita più attenzione anche dai media. Ma non sto qui a scriverti per una lamentazione, bensì per un ragionamento.
Avrai come me letto le anticipazioni di Ugo Magri su La Stampa sull'idea di Silvio Berlusconi di fondare un nuovo partito, il Partito della Libertà, con segretario Michela Brambilla. Nello stesso giorno consentiamo al quotidiano di famiglia del leader di Forza Italia di titolare a tutta pagina che "i Ds rivogliono il finanziamento pubblico ai partiti", per un'intervista di Luca Telese a Ugo Sposetti che serve per fare dire al tesoriere della Quercia che nel libro scritto da due dei più documentati giornalisti italiani, Sergio Rizzo e Gianantonio Stella, sono contenute "frescacce". Lo stesso Sposetti che la scorsa settimana ha intimato di "mettere la museruola" ad uno studioso appassionato e puntuale come Salvatore Vassallo. Ora, la domanda che pongo (e la pongo dalle colonne dell'Unità non a caso) è: qualcuno nei Ds ha deciso di restituire il paese a Berlusconi?
Ora, io non scriverò mai che bisogna "mettere la museruola" a Sposetti. Ho rispetto dell'uomo, del parlamentare e della delicata funzione che svolge all'interno dei Ds. Peraltro, mi è simpatica la sua schiettezza. Però spero che non si offenda se gli chiedo di darsi una bella calmata e conto sul fatto che siano le donne e gli uomini della Quercia a spiegargli che rivolere il finanziamento pubblico dei partiti è una follia, che i denari che i partiti drenano dalle pubbliche tasche è davvero troppo, che Rizzo e Stella fotografano una realtà agghiacciante del rapporto tra politica e soldi in questo paese, altro che "frescacce". Una realtà che va drasticamente cambiata e certamente non con il ritorno al finanziamento pubblico, peraltro garantito attualmente in modo enorme e ingiusto dal sistema dei rimborsi elettorali.
Ma al di là della questione di merito, c'è una questione di metodo. Io sono con Sposetti e Paganelli quando esaltano il ruolo delle centinaia di migliaia di volontari delle feste dell'Unità. Ma il tesoriere dei Ds ci parla con quei volontari? Crede di convincerli alla militanza battendosi per la reintroduzione del finanziamento pubblico ai partiti? O in quella militanza "volontaria", cioè gratuita, c'è il messaggio della soluzione possibile alla devastante crisi che ha trasformato i politici in indubitabili dominatori di una casta?
Attenzione, il messaggio di Berlusconi sta arrivando forte e chiaro. La mossa del nuovo partito e del nuovo personaggio, giovane e aggressivo come Michela Brambilla, non deve essere sottovalutata. Se il paese paragonerà quel messaggio con la sposettiana richiesta di soldi pubblici ai partiti, verremo semplicemente travolti. Anche se sappiamo che c'è strumentalità, anche se sappiamo che quel tipo di destra contiene pericoli seri per la tenuta democratica del paese, anche se al governo stiamo facendo sideralmente meglio (pur tra mille pecche) di chi per cinque anni ha preceduto Romano Prodi.
I militanti dei Ds devono essere baluardo di un messaggio nuovo, perché nuovo è il Partito democratico che stiamo andando a fondare. Certo, caro direttore, con messaggi diversi dalla richiesta del finanziamento pubblico ai partiti riusciremo persino ad attrarre qualche giovane. Io ne avrò migliaia candidati (candidati, non meri spettatori-elettori o, peggio, cooptati) il 14 ottobre nelle liste di Generazione U alle primarie. E migliaia sono più di una, pur brava, Michela Brambilla.http://www.marioadinolfi.it/
agosto 19 2007
I ciellini di Rimini e i cannibali della Nuova Guinea
Non contenta del solito sciame di vip della politica che ogni anno passa dal suo Meeting a Rimini – politici di ogni colore, non importa, basta che abbiano un briciolo di potere – quest’anno Cl si pone anche un altro obiettivo: fare l’esame al nascente Partito Democratico.
Quale sia il tema dell’esame lo spiega il presidente della Compagnia delle Opere, Raffaello Vignali, in un’intervista a La Repubblica di oggi. La funzione del Pd, secondo Cl, sarebbe quella di fare chiarezza tra “sinistra radicale” e “riformisti” (sì, neanche più “sinistra riformista”, ma solo “riformisti”): «con il Pd si mette un confine netto fra riformisti e massimalisti» si augura Vignali. Che, ossessionato da tutto ciò che sa, seppur vagamente, di sinistra, conclude l’intervista con una dichiarazione di voto per Enrico Letta alle primarie del prossimo 14 ottobre.
A Port Moresby, capitale della Papua Nuova Guinea, si è svolta ieri una cerimonia solenne durante la quale i discendenti della tribù cannibale Tolai hanno ufficialmente chiesto scusa per l’uccisione (e la scorpacciata…) di quattro missionari metodisti da parte dei loro antenati nel lontano 1878. I religiosi erano giunti dalle vicine isole Fiji per diffondere il cristianesimo tra le tribù locali guidati da un pastore metodista inglese, il reverendo Brown. Di che pasta fossero fatte queste evangelizzazioni lo si vide subito dopo l’uccisione dei quattro, quando Brown organizzò una durissima spedizione punitiva, in cui i villaggi vennero dati alle fiamme e almeno dieci indigeni vennero uccisi. «L’incursione ha reso la regione più sicura per gli europei» commentò soddisfatto il reverendo «i nativi ora ci rispettano di più, poiché tutti riconoscono la giustizia della nostra causa e non ci portano rancore».
Non solo la chiesa metodista non ha mai chiesto scusa per i massacri, ma oggi sono gli indigeni a doversi scusare per essersi opposti a chi li voleva colonizzare a suon di incendi e di assassinî!
In questi due mesi che rimangono dalle primarie io mi batterò in tutti i modi per oppormi allo sterminio della sinistra. Non so come andrà a finire – se partecipo al processo delle primarie è perché sono convinto che ci siano ancora delle speranze… – ma quel che è certo è che se il Partito Democratico diventerà quello che si augura Cl, non sarò io quello che dovrà chiedere scusa.http://lacriptadeicappuccini.splinder.com/
agosto 16 2007
Le regole non sono neutre.
di Sergio Landi
Le regole non sono neutre. Con quelle varate dai 45 si va verso un nuovo partito più che verso un partito nuovo. La distinzione non è sottile ma sostanziale. Quello che si profila è un partito un po’ PCI ed un po’ DC. Del vecchio PCI ha l’impronta forte dell’unità, anzi dell’unanimismo; tutti dietro al capo incoronato che rappresenta la sintesi di facce molto diverse. Allora lo imponeva (!?) la lotta di classe e la divisione del mondo in blocchi contrapposti. Della vecchia DC porta l’impronta fortissima del correntismo: il capo protempore è uno ma mille sono i fiori dentro cui si giustappongono valori, sensibilità, interessi, visioni del futuro. La visione del futuro per i comunisti non poteva che essere una; la novità è che potrà essere bina e trina.
Poteva accadere diversamente? Si e no. Si dal punto di vista delle necessità della politica italiana, stanca e ripetitiva, incapace di darsi un altro/alto profilo, ingaggiata nella quotidianità e nel tatticismo, ancora machiavellica nel midollo. In fin dei conti ci si appresta ad un ennesimo scontro con il berlusconismo dando alla sinistra, dopo il declino di Prodi, un nuovo e giovane appeal, un populismo dolce, una capacità senz’altro linguistica di coniugare riformismo e radicalismo come fu per quelli di lotta e di governo, per i rivoluzionari e conservatori della storia berlingueriana.
No se si pensa al deperimento delle classi dirigenti che rimangono quelle dei tempi di Nanni Moretti e della sua invettiva. Non è facile per vecchie nomenclature scavare nuove buche. E’ più facile battere sentieri già conosciuti e scavare la solita buca, un pò più profonda, più larga, scavarla più velocemente, ma sempre li e sempre quella sul terreno della vecchia politica, quella che si incardina nel potere con i rischi ben noti di degenerazione in casta. A pensarci bene tra le vecchie storie di comunisti e democristiani, storie che hanno segnato la libertà dell’Italia, vi sono state concezioni complementari del potere strettamente legato allo Stato, alla sua presenza forte nella economia e nella società; Stato, non regolatore, ma attore e proprietario fino a diventare sprecone ed incapace di produrre ricchezza da ridistribuire con equità. I destini si sono incrociati dopo che la virtù della spesa pubblica e del disavanzo è diventata sempre di più un vizio. La domanda è se si può su un vizio costruire un paese migliore ed è questo interrogativo che sta di fronte alle classi dirigenti che stanno facendo del partito democratico un altro partito e non un partito “altro”. Sono certo che fra qualche anno riformisti sinceri, ma un po’ timorosi, diranno che questo era il tempo in cui si poteva e si doveva osare di più. Ma questa è una storia già nota è la storia del riformismo debole della storia italiana. http://www.libertaeguale.com/
agosto 15 2007
"No a un partito catto-moderato i nostri alleati non si cambiano"
Rosy Bindi: Fioroni e De Mita si rassegnino, la nuova formazione sarà di centrosinistra
di Alessandra Longo, Repubblica -
ROMA - Il fresco delle montagne del Cadore rende Rosy Bindi ancora più tonica nel difendere la sua battaglia di candidata segretario del Pd. Primo: «Solo grazie a me questa è diventata una competizione vera. Alla fine, comunque vada, Veltroni mi ringrazierà». Secondo: «Se qualcuno pensava che io sarei stata una candidata silenziosa, si sbaglia». Terzo: «Questa sfida dentro il Pd sta prendendo una brutta piega. La sensazione è che si stia riproducendo lo schema vecchio, la continuità dell´attuale classe dirigente nel nuovo partito. L´assalto alla diligenza non fa bene nemmeno a Walter». Quarto, sui cattolici: «Il Pd non nasce per risolvere i loro problemi, come qualcuno sembra suggerire, ma per dare risposte alla società italiana. E sarà un partito di centrosinistra, non di centro, nonostante quel che dicono Fioroni e De Mita». Quinto: «Mi chiedono il mio programma: semplice. Dignità alla politica».
Ministro, sembra che non le vada bene niente finora.
«Ecco: questa è la cosa singolare. Prima mi hanno lodato per il mio coraggio nel presentare la candidatura, adesso dò fastidio perché invoco regole e perché chiedo dei faccia a faccia tra i competitori. Non mi piace l´aria che tira. Spero che il ritorno di Veltroni faccia chiarezza».
Chiarezza su cosa?
«Chiarezza, per esempio, sul fatto che nel Pd non potrà convivere tutto e il contrario di tutto. Guai se si riproducono conflitti correntizi. Chiarezza anche sulla questione strategica delle alleanze. Veltroni è d´accordo con chi vuole cambiarle o con chi intende rafforzare il centrosinistra?».
Questo è quello che lei vuole chiedere a Veltroni. Io invece le chiedo: da cattolica, lei solidarizza con chi considera il Pd la vostra grande occasione per affrontare definitivamente il rapporto con i moderati?
«Il Pd non nasce per risolvere i problemi dei cattolici, non è la palestra di nessuno. I cattolici hanno un unico problema: quello di dire che contributo intendono dare alla democrazia italiana e questo nuovo soggetto politico deve rendere feconda la loro presenza, fondando una nuova laicità che superi le contrapposizioni con i laici e persino la fase della tolleranza reciproca. Così com´è impostato, il processo costituente mi sembra bizzarro. A un partito che non c´è si chiedono delle risposte, in una logica capovolta. E tutti si comprano un po´ di azioni pensando, come azionisti, di poter condizionare la struttura, la vocazione e la missione del Pd. Mi sembra un cattivo servizio alla politica e alla democrazia».
Adesso Veltroni torna e parlerà.
«Lo spero. Assisto in periferia a cose singolari. Le due corazzate, Ds e Dl, hanno dispiegato tutta la loro potenza organizzativa per sostenere un candidato. Mi chiedo se Walter ha bisogno di questo impegno così forte. Secondo me ce la può fare anche senza. E anche io ce la posso fare nonostante loro. L´assalto alla diligenza non aiuta il Pd e allontana la gente. Io comunque vado per la mia strada. Mi sono fortemente distinta da Veltroni. Io mi candido alla segreteria e basta, non alla presidenza del Consiglio. Un capo del governo ce l´abbiamo già».
Faccia il bookmaker di se stessa. A quanto si dà?
«Nessuna previsione, dipende da quanti andranno a votare. I partiti controllano il loro milione di iscritti. Ma se partecipa alle primarie un altro milione più uno di non iscritti e vota per qualcun altro? Forse potrei avere qualche chance. Ai miei simpatizzanti, comunque, ho dato la massima libertà nelle realtà locali. Non vedo perché, e qui è scoppiata un´altra polemica, un mio sostenitore non possa appoggiare un candidato veltroniano alla segreteria regionale. Questo è un partito nuovo, che si dice federale, che deve poter prevedere diversità di comportamenti».
Nell´attuale coalizione la sinistra radicale viene vissuta come piombo sulle ali? E´ d´accordo?
«No, nessun piombo, nessuna spina nel fianco. Insieme a Rifondazione possiamo interpretare le istanze vere e profonde della società italiana. Non voglio scambiare i loro voti con i voti dell´Udc. Appunto per questo devono stare attenti. Dentro questa maggioranza c´è chi è tentato dal cambio d´alleanza, approfitta dei loro eccessi, degli exploit alla Caruso. Rifondazione rischia di autoescludersi.
Ricordo a chi chiede la modifica o la cancellazione della legge Biagi che non sono previste dal programma mentre lo è la lotta alla precarizzazione.
Perciò dico alla sinistra radicale: State attenti a non fare il gioco di altri».
Al candidato segretario del Pd una domanda di politica estera.
«Il capo del governo e il ministro degli Esteri hanno detto cose sagge. Certo non è un´impresa facile».
agosto 14 2007
Scoppia la faida campana.
Certo che parlare di politica a ferragosto....ci vuole uno stomaco!
Ma come amministratore/autore di questo blog....mi tocca!
Riporto allora un reportage di Jacopo Jacoboni che illustra abbastanza bene la "ammuina" intorno al Pd campano.....
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LA STAMPA -
Bassolino, De Mita e il Pd scoppia la faida napoletana.
Lotta aperta per la segreteria regionale: «Qui è come Beirut»
JACOPO IACOBONI
INVIATO A NAPOLI
Più che Napoli sembra Beirut. Almeno nel Pd non si spara, ci si accoltella al caffè Gambrinus. «Antò, io intanto mi candido. E poi vediamo». Chi ha assistito la racconta così, la telefonata tra Andrea Cozzolino, assessore super-bassoliniano, e Antonio Bassolino, che anche assediato dai guai giudiziari resta uno dei signori della guerra per scegliere il candidato alla guida del Pd in Campania. Ma più che una guerra questa è una faida; dove altro che partiti, esistono tribù, la frase «è un amico» vuol dire «gli spaccherei la faccia», e nulla è come sembra, le candidature, le autocandidature, le disponibilità a candidarsi, le candidature subito bruciate. «È come il Libano», sussurra l’ospite dinanzi a un diplomatico, per introdurre ai misteri del Pd alla campana. Ma chi è l’uomo giusto per guidarlo, uno sciita, un druso, un cristiano maronita?
Stagione nuova, come no. «Senza primarie le cose erano più facili», ammette Enzo Amendola, trentatreenne segretario dei Ds calato a Napoli da Fassino, non certo un bassoliniano, dunque scettico sul nome Cozzolino. «Ma le primarie non sono un concorso di bellezza in cui uno si sveglia e dice “mi candido”. Noi Ds lavoriamo per una soluzione unitaria; la Margherita qui è al 14 per cento, è forte come noi in Emilia, e sarebbe logico che il segretario lo esprimessero loro. Ma siccome demitiani e rutelliani non sono affatto d’accordo, se serve siamo pronti a indicarlo noi, un nome».Insomma, tocca alla Margherita, ma... Amendola ha dialogato molto - parrà strano - con De Mita. L’anziano leader è deciso davvero a candidarsi, «e nessuno ha il coraggio di dirgli “no, non puoi”», confida uno dei suoi. Beppe Fioroni ha chiamato per dirgli «sai Ciriaco, bisogna capire se la tua candidatura unisce o divide...». Sennonché, raccontano ora a Borgo Marinari, la telefonata è arrivata mentre Ciriaco faceva la pennichella, il giorno del suo onomastico, l’8 agosto, festeggiato a Nusco con un centinaio di «amici», bufala e spaghettino al pomodoro. Capirete il fastidio. E poi, ancora peggio, è uscita sul Corriere del mezzogiorno riassunta così: Fioroni stoppa De Mita. Ecco, se volete che uno come De Mita si incaponisca, ditegli che Fioroni o Letta lo stoppano. Dopo il ministro ha smentito, «De Mita è un ottimo nome»; ma è parsa frase un po’ di circostanza.Il «ragionamento» demitiano è chiaro: «Dove sta scritto che io sarei il vecchio? E il nuovo quale sarebbe? Gente che ha incarichi da trent’anni?».
A complicare il quadro ci sono molti Ds che si muovono per fare liste per Letta; per esempio uomini come Umberto Ranieri; o Alfredo Budillon, ricercatore del Pascale, ex pupillo del deputato Pino Petrella. E si assiste a numerosi paradossi, tipo Anna Maria Carloni, moglie di Bassolino, che sostiene Rosy Bindi. Davanti all’hotel Vesuvio narrano questa storia. Tre mesi fa i giochi parevano scritti: la «Bimurti Santa Lucia-Nusco», alias Bassolino-De Mita, che controlla rispettivamente il 75 e l’80 per cento di Ds e Margherita, pilotava verso una divisione d’antan, in Regione Luigi Nicolais, a Palazzo San Giacomo Antonio Polito, che per De Mita è «l’unico vero uomo nuovo in giro». Nicolais non avrebbe potuto dire di no una seconda volta: la prima, quando volevano farlo capolista per il Senato, rifiutò. E fece bene; era un trappolone, il suo sostituto Roberto Barbieri venne trombato. Le primarie hanno complicato tutto; anche lo schema Nicolais-Polito.La discesa, tre mesi fa, dell’ex direttore del Riformista a Napoli è raccontata nel suo partito con toni leggendari: «S’è presentato in piazza de Martiri co’ ‘o cappiello e ‘o vestito ianc come un personaggio eduardiano». Polito era stato inviato da Rutelli a fare il coordinatore cittadino della Margherita; la mossa, nell’antica capitale del regno borbonico, ha leggermente irrigidito i cacicchi. Confida Salvatore Piccolo, segretario provinciale della Margherita, che «conta il processo, molto prima della rissa sui nomi». Certo c’è tutto un mondo che individua proprio in lui il nome che potrebbe essere lanciato contro la Bimurti. Piccolo non calza mocassini scamosciati Tod’s; in queste ore non sta a Capalbio, anzi fa la spola tra Napoli e Salerno; ma ha molti voti, perché dei 47 collegi che eleggeranno di fatto il Pd, 25 sono a Napoli e provincia - dove lui ha vasti serbatoi - e 9 a Salerno.
Infine, già raccoglie una serie di simpatie trasversali, anti-bassoliniane e certo non demitiane: come il segretario provinciale Ds Massimo Paolucci, la consigliera Luisa Bossa (ex sindaca di Ercolano, un pacchetto di sedicimila voti con cui squassò i giochi di potere diessini vesuviani), Giuseppe Russo, il presidente della provincia di Benevento, forse il suo collega casertano De Franciscis e, soprattutto, il sindaco di Salerno, il diessino eretico Vincenzo De Luca.
L’hanno chiamato il Sarkozy campano; e in effetti la sua vittoria - con una lista civica - aveva già avvisato i Ds e la Margherita. Nel 2005 ad Agropoli profetizzò: «Quello bassoliniano è ormai un sistema di potere che porterà la regione alla morte». Ora è anche più acre: «Sono passati due anni, in peggio; ormai con questi qui siamo al collasso democratico, al disastro amministrativo, a un intero territorio in cui domina la criminalità organizzata. Serve la svolta, non De Mita o Bassolino». Due settimane fa era ospite su La7, e i ds di Salerno hanno fatto una prova: controllare lo share campano. De Luca l’ha fatto impennare, per la gioia di Buttafuoco che lo ospitava.
La Bimurti, ovvio, non regalerà il proprio scalpo. Così come è imprevedibile l’atteggiamento di Veltroni. Il sindaco di Roma ha nominato capo del suo comitato campano Teresa Armato, giornalista, famiglia cattolica ma legame storico con Bassolino. Walter ha anche detto: «Sarebbe bello per il Pd campano avere una donna, magari cattolica; o un accademico». Poi ai suoi ha confidato: Napoli è «un ginepraio, però soluzioni vetero non possono passare».
La «stagione nuova» s’intreccia col passato. De Mita non ci pensa proprio a farsi da parte; e Bassolino, azzoppato, potrebbe provare la carta Nicolais, che però ha il difetto, appunto, di non essere uno della Margherita. Cambiare tutto, già; ma non cambiare troppo.
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....qui in Campania si sta preparando una "scoppola" per il centrosinistra (in particolare per i Ds) che solo l'insipienza e l'inconsistenza del Cd sta rimandando nel tempo. Tradizione fortemente democristiana (prima ancora monarchica...), missina e socialista, la Campania ha già dimostrato piu' volte nel tempo di essere capace di passare armi e bagagli da una parte all'altra....all'improvviso!
Ne vedremo delle belle!
Certo che qui la nascita del Pd è davvero quanto di peggio si possa immaginare...
http://suezpolitica.blogspot.com/
agosto 13 2007
Egregio direttore,
ho seguito con interesse l’articolo, comparso ieri sul Suo giornale, sulla “mancanza di un dibattito sui contenuti del Pd”. Marta Vincenti avverte che senza “forti contenuti di innovazione, questa cosa nascerà morta”; per Riechlin, le primarie sembrano a volte “un concorso di bellezza”; ecc.
Domanda: possono “forti contenuti di innovazione” venire dai politici di lungo corso? Se ne erano capaci, perché non li hanno tirati fuori in trent’anni di attività politica? O non sarà che vi sono “macroscopiche carenze culturali dei gruppi dirigenti” (Cacciari) che ne impediscono la genesi? E se i politici non ne sono capaci, come possono emergere dalla società civile, ricca di competenze ed idee ma povera di accesso a un sistema mediatico-televisivo autoreferenziale?
Detto ciò, parliamo di contenuti?
Che cosa significa dirsi democratici? Io credo, tre cose. Un partito di tipo nuovo, come non ne conosciamo in Italia. Una democrazia riparata e rilanciata. Istituzioni amministrative che la smettano di umiliare la gente.
Il Pd. Non bastano regole “democratiche” interne. Deve attivamente, clamorosamente favorire la partecipazione. Non solo degli iscritti: dei cittadini! In che modo? Mettendo in campo un apparato partitico di servizio studiato apposta per organizzare la partecipazione, la trasparenza; per abbattere le barriere all’ingresso nella politica. Puntando alla “trasparenza totale”, tutto on-line: bilanci, stipendi, situazioni patrimoniali degli eletti, regole, relazioni tecniche sul programma, le minute delle riunioni della Direzione Nazionale. Utilizzando internet, la democrazia diretta, le primarie ad ogni livello, aiutando i nuovi candidati. E poi, la partecipazione alla definizione del programma, coinvolgendo non solo le ONG, ma i cittadini, in base al valore delle proposte, senza chiedere da dove vengono. Dal lavoro sul programma nascano molte candidature: allora le “macroscopiche carenze culturali” delle classi dirigenti svaniranno.
La democrazia italiana. E’ nata liberale, fondata sulla divisione e l’equilibrio dei poteri, e su una Costituzione che è patto fra tutti i cittadini sulle cose importanti, un patto che va oltre le maggioranze di turno. Si scontra oggi con una visione populista, “giacobina”, dove la maggioranza “prende tutto”, non accetta ostacoli né limiti fuori di sè, essendo stata investita direttamente dal popolo (sono effetti collaterali dello sdoganamento della destra). Come può un candidato alla guida del PD fare tanta confusione, chiedendo ancora, dopo il “no” dei cittadini al referendum costituzionale, una “Costituente”? Una Costituente si fa dopo una grande tragedia nazionale, per rifondare la nazione; nasce dalla lotta di un popolo! Come si può lodare la riforma “giacobina” della Cdl (“non era tutto sbagliato”, ecc.) senza percepire la divergenza di fondo? Una visione chiara, invece, va proposta agli italiani; porta, assieme al rafforzamento del Presidente del Consiglio, alle leggi elettorali maggioritarie, ecc., anche all’attribuzione di maggiori poteri di controllo democratico al Presidente della Repubblica, alla Corte Costituzionale; a proteggere le maggioranze qualificate necessarie per cambiare la Costituzione (oggi aggirabili con leggi elettorali maggioritarie); a dare vera indipendenza alle Autorità garanti, alle Fondazioni bancarie; a liberare la RAI dal controllo della maggioranza di turno (non è la sinistra che ha fatto le attuali regole?). E poi anche a un programma proattivo per libertà nella società: i partiti devono essere democratici (Art.49 Cost.); liberalizzazioni vere; incentivi all’accesso sui giornali dei contributi esterni competenti; ecc..
Pubblica Amministrazione - E come parlare di libertà, di trasparenza, di controllo democratico sulle istituzioni, quando persino i bilanci della Presidenza della Repubblica e della Presidenza del Consiglio sono totalmente opachi, quando i concorsi sono finti (anzi, ormai non si fanno quasi più), lo “spoil system” è senza limiti, le competenze sono umiliate, la qualità della pubblica amministrazione e il senso civico decadono per le scorribande della politica? Le soluzioni, alcune le ho indicate; altre potrà costruirle il PD, se avrà questa priorità.
Bisogna capire da dove si deve cominciare. Secondo me, dall’eliminazione dei privilegi dei politici. Perché: impoveriscono lo stato; sono un pessimo esempio (come fai a chiedere sacrifici per abbassare il debito?); e generano attorno alla politica una riffa indegna, corrompendone la missione. Gli stipendi dei parlamentari: da 14000 Eu netti mese a meno di 5000, mettendo un tetto anche nella Costituzione! (Altrimenti le “riforme” durano poco). Poi i privilegi pensionistici. Poi i Parlamentari Europei, e via via tutti gli eletti; fino ai burocrati, alle pensioni d’oro. Poi i finanziamenti ai partiti, oggi fuori controllo; le regole sulle incompatibilità degli eletti per eliminare i conflitti di interesse; i tagli anche del 50%, in 12 anni, dei bilanci di organi ed enti pubblici. E una nuova Autorità Indipendente forte, che controlli, e intervenga. Questo è un programma politico per un grande partito; di prim’ordine.
I politici di lungo corso non hanno l’immaginazione per osare tanto; né la libertà dai loro apparati; né vogliono legarsi le mani con la pubblica amministrazione. Perciò si limitano a proposte estemporanee (le Asl), incoerenti (maggioritario, senza però i contrappesi democratici), irrealizzabili o poco incisive. Come ad esempio la riduzione del numero dei Parlamentari: sono d’accordo, ma - rispetto al taglio di stipendi e privilegi dei parlamentari - non migliora la qualità etica della politica; e richiede una non facile riforma Costituzionale.
Nei prossimi giorni presenterò idee su temi a me più congeniali: internazionali, economici, sociali. Proporrò una via per calare il “Manifesto” del PD nella realtà. Ma credo che il PD debba partire dal richiamo alla nostra dignità di cittadini ed uomini liberi che non devono più avere timore di tutti i poteri, piccoli e grandi, che ci prevaricano ogni giorno. Io non partecipo a concorsi di bellezza: offro una visione e un programma profondi e coerenti. Sessantacinque riforme, solo per le istituzioni. Vorrei contribuire al dibattito sui contenuti.
Grazie
PierGiorgio Gawronski
unita
agosto 10 2007
| Programmi a confronto |
Ho aperto questo blog il 27 settembre del 2002 (il giorno del compleanno di mio figlio, lo ricordo bene). E da allora un bel po' d'acqua è passata sotto i ponti.
Se fossi capace di guardare dall'alto questi cinque anni direi che la rete, e anche questa rete italiana che ormai tocca un cittadino su tre, ha espresso una sorta di suo programma politico, informalmente discusso, e fatto di paure (reali), sofferenze, desideri, e anche soluzioni innovative (bloccate dagli innumeri centri di potere parassitario di questo Paese).
Elenco qui solo alcuni punti che ho vissuto più da vicino:
1. Ci siamo opposti ai crimini di non trasparenza e alle bugie di un potere che ci ha portato a una guerra terroristica assurda. E abbiamo discusso seriamente del perchè noi italiani dovevamo partecipare allo scempio Afghano e Irakeno.
E ne abbiamo capito la ragione vera. Il potere energetico fossile (ormai al declino), il vero scettro dell'impero.
Ci sono voluti cinque anni almeno per andarcene dai pozzi di petrolio (non nostri) di Nassiryia...e in Afghanistan ci dobbiamo ancora, e malamente, restare....
2. Ci siamo entusiasmati (e tuttora ci entusiasmiamo, dato che proseguono bellamente nonostante la loro politica) per i giochi di rete, costruiti da noi stessi volontari (Open Source, Wikipedia, Web 2.0....) e abbiamo vissuto, concretamente, i loro benefici (conoscenza aperta, software migliore, informazione de-manipolata e non filtrata...). Ci hanno aumentato il reddito reale, in un'era di impoverimento.
Non ci ha filato nessuno, nel potere. Hanno preso la nostra idea (e pratica) di partecipazione, e, salvo belle parole e piccoli e brevi esperimenti mirati (fabbrica del programma), l'hanno trasformata in siti vetrina, blog autoreferenziali e consultazioni feudali di investitura.
Avete mai visto Di Pietro, Bassolino, o Pecoraro (non parlo di Prodi) citare un blogger oppure dialogare nei commenti? Io non ne ho nozione.... e non lo fa nemmeno Beppe Grillo. Queste star parlano dall'alto di un pulpito web e basta.
3. Ci siamo mobilitati per rendere Internet un sistema capace di produrre ricchezza e reddito anche per gli artisti, ma lobbies parassitarie (appoggiate da partiti di centro, compresa la Margherita) ci hanno impedito di trasformarla in un sistema a ulteriore guadagno condiviso. Relegandoci nella stupida cella della pirateria.
E hanno pure cacciato Fiorello Cortiana, l'unico parlamentare che ne ha capito qualcosa....
4. Abbiamo capito, discusso e analizzato i rischi mortali che stiamo correndo. Da un lato un'apocalisse climatica che pare inarrestabile e dall'altro una strisciante crisi energetica fossile (peak oil) che potrebbe accelerare il disastro.
Migliaia e migliaia di siti e di blog parlano di questo. Anche in Italia.
Nessun politico parla di questo, se non per frasi retoriche e vuote. Hanno messo quattro soldi in fondi di incentivo finti. E non sanno che pesci pigliare....
5. Abbiamo piena coscienza, tramite l'informazione non filtrata, dello stato disastroso in cui versa la vita di chi ha venti o trent'anni. E non è solo questione di vita dura e precaria, è questione anche di pesante ingiustizia sociale tra garantiti e non. E di debolezza della nostra industria, priva di un progetto.
Invece ci ammanniscono sempre le solite corse di automobili o di motociclette a energia fossile...
6. Sappiamo come e quanto si è instaurata in Italia una casta autoprotetta, una sorta di gramigna invasiva, che si è insinuata in tutti i gangli della spesa pubblica per produrre privilegio a sè e protezione via sperpero ai propri clienti.
Più federalismo si fa, oggi, e più questa gramigna politica-parassitaria trova buchi per riprodursi, a spese nostre.
7. Abbiamo sotto misura costante lo stato di sofferenza (e di malattia) di chi vive vicino a una centrale a carbone, nella camera a gas padana. Non siamo riusciti a elettrificare nemmeno un mezzo di trasporto rilevante, finora, salvo forse le nostre biciclette. Non siamo riusciti a trovare una soluzione decente per l'Alitalia, abbiamo ferrovie colabrodo per i pendolari, ma tante promesse e tante chiacchiere ecologiche (ma fondi reali pochi).
Provate a attivare il conto energia, una barzelletta.
8. Su questa rete il giudizio spesso ricorrente, in tanti post, è: siamo soli. Questo Paese non ha una sua idea di sviluppo sostenibile per i prossimi vent'anni. I migliori politici che abbiamo rabberciano quello che possono. Via tasse.
Non sanno nemmeno leggere una carta geologica, sono quasi tutti avvocati e scientificamente degli ignoranti...
9. Ci fanno entusiasmare con le liberalizzazioni, ma poi arrivano le lobby dei Tassisti e i sindaci (Veltroni in primis) calano subito le brache...poi arrivano le lobby degli speculatori agricoli e danno fuoco a mezza Italia, sotto l'utile ondata di calore.
Intanto quelli che cercano di far rispettare le leggi, i magistrati come Clementina Forleo vengono accusati e messi all'indice. Persino dal Presidente di questa Repubblica.
10. Abbiamo visto sei piaghe scendere dal Cielo, quest'anno. Un Papa sbagliato forse non le ha viste, accecato dall'Opus Dei e occupato nella sua strategia ultraconservatrice. E nessun politico (nessuno) ne ha parlato. Eppure le abbiamo sentite sulla nostra pelle e riportate in diretta su questa rete.
Un altro avrebbe levato il suo bastone per svegliare il mondo (come fece contro Bush), il tedesco ultraconservatore (e amico persino degli antisemiti) nemmeno un dito. Tesse, parola dopo parola, la sua suicida restaurazione...
E potrei dire tanto altro. Potrei parlare dello stato miserabile della nostra scienza e ricerca, di una politica energetica e industriale genuflessa al fossile Putin, di tante scoperte (mie comprese) che questa rete ci offre di continuo.
Silenzio, silenzio, silenzio: Parlano d'altro. Di quello che conviene a loro....
Ora vediamo. Pubblico qui, per semplice confronto con la nostra conversazione su dieci punti (nostri), i dieci punti del Candidato Walter Veltroni alla guida del Partito Democratico.
Uno chiede a un candidato di tale livello e di tale operazione storica che fa pure un sito di rete, proclamandosi aperto alla partecipazione: che cosa hai imparato da internet, dalla nostra conversazione aperta lunga cinque anni?
Che idea ti sei fatto di quali paure, aspirazioni, soluzioni esprimiamo?
Quanto ci ascolti? E quanto fai finta di ascoltarci?
Quale idea hai dell'Italia (quella vera e non solo quella politica) dei prossimi venti anni? Come faremo a sopravvivere, Walter?
Hai una ipotesi per creare lavoro sostenibile, ricchezza idem, con progetti e iniziative nuove (non scopiazzate dal solito programma dell'Unione...). Hai un'ipotesi per non finire a guerre mediterranee, contro immigrati da grande disperazione climatica? Hai un'ipotesi per ripulire dalla casta infestante la casa dei democratici? Hai un'ipotesi per rendere più redditizia la nostra rete da un italiano su tre? Hai un'ipotesi sull'energia futura di cui vivrà questo paese? Hai un'ipotesi per evitarci i Geronzi a capo di Mediobanca? Hai un'ipotesi per premiare, e non tartassare, chi crea posti di lavoro indeterminati e solidi?
Hai un'ipotesi per fornire capitale produttivo a chi ha un'idea funzionante (e qui in Italia, non a Londra chez Valentino Rossi...)?
Ma ce l 'hai un'idea di fuoriuscita dalla povertà e dalla paura, Walter? Che non sia l'infausto assalto alla diligenza di Massimino? Ce l'hai un'idea sull'Italia reale? Sulla vera, nostra ricerca della felicità, alias sopravvivenza, alias progetto credibile?
Come? Quali tempi? Con quali soldi? Con quali ritorni? E con quale partito, quello di 400mila professionisti della politica (e infestanti e reggipancia correlati)? Oppure con queste organizzazioni?
Che cosa sarà davvero il Partito democratico, al di là di un merger tra due sistemi di potere, con tanto di banche, supermercati, assicuratrici e tanti tanti (troppi) assessori e garantiti vari?
Leggo i dieci punti di Veltroni e dico: boh. Questo ci parla solo di architetture politiche più decisioniste. Magari ha pure ragione ma....ne parlava anche Craxi....
E' come se si candidasse a segretario dell'ufficio riforme istituzionali della sezione del Partito Democratico di Palazzo Chigi...
Giudicate Voi. Vi allego qui i dieci punti:
Primo: superare l'attuale bicameralismo perfetto, assegnando alla Camera la titolarità dell'indirizzo politico, della fiducia al governo e della funzione legislativa e facendo del Senato la sede della collaborazione tra lo Stato e le autonomie regionali e locali. Senato e Camera manterrebbero potestà legislativa paritaria nei procedimenti di revisione costituzionale.
Secondo: operare una drastica riduzione del numero dei parlamentari, coerente con la specializzazione delle due camere: 470 deputati e 100 senatori porterebbero l'Italia al livello delle altre grandi democrazie europee come quella francese alla quale sempre di più dobbiamo saper guardare.
Terzo: riformare la legge elettorale, in modo da ridurre la assurda frammentazione e favorire un bipolarismo basato su competitori coesi programmaticamente e politicamente. Il governo sarebbe così capace di assicurare l'attuazione del programma per il quale è stato scelto dagli elettori, come in tutte le grandi democrazie europee. E, infine, la ricostruzione di un rapporto fiduciario tra elettori ed eletti, mediante la previsione per legge di elezioni primarie per la selezione dei candidati. Tutto questo è ora reso ancora più necessario dalla positiva sfida del referendum.
Quarto: rafforzare decisamente la figura del Presidente del Consiglio, sul modello tipicamente europeo del governo del primo mini-stro, in modo da garantire unitarietà e coerenza all'azione di governo e coesione alla maggioranza parlamentare, attribuendogli, ad esempio, il potere di proporre nomina e revoca dei ministri al Presidente della Repubblica.
Quinto: rafforzare il sistema di garanzie nel sistema maggioritario e bipolare, in modo da scongiurare qualunque rischio di dittatura della maggioranza o di deriva plebiscitaria, prevedendo quorum rafforzati per la modifica della prima parte della Costituzione e per l'elezione delle cariche indipendenti, uno Statuto dell'opposizione, l'attribuzione alla Corte costituzionale delle controversie in materia elettorale, norme rigorose contro il conflitto d'interessi.
Sesto: previsione di una corsia preferenziale, con tempi certi, per l'approvazione dei disegni di legge governativi e voto unico della Camera sulla legge finanziaria nel testo predisposto dalla Commissione Bilancio, sulla falsariga dell'esperienza inglese.
Settimo: escludere nei regolamenti parlamentari la costituzione di gruppi che non corrispondano alle liste presentate alle elezioni e rivedere le norme finanziarie che oggi premiano la frammentazione, comprese quelle sul finanziamento pubblico dei partiti e della stampa di partito.
Ottavo: completare la riforma federale dello Stato, attuandone gli aspetti più innovativi, a cominciare dal federalismo fiscale e dalle forme particolari di autonomia che possono avvicinare le regioni a statuto ordinario alle autonomie speciali, con uno sguardo particolare alle grandi aree metropolitane.
Nono: attuare l'articolo 51 della Costituzione, prevedendo almeno il 40 per cento di candidati donne e di capilista donne a pena di inammissibilità delle liste. Il Partito democratico applicherà alle proprie liste la quota del 50 per cento.
Decimo: riconoscere il voto ai sedicenni per le elezioni amministrative, valorizzandone l'apporto di freschezza e di entusiasmo essenziale per la rivitalizzazione della democrazia e al tempo stesso la funzione di responsabilizzazione, di socializzazione e di apertura, essenziale nel delicato percorso dall'adolescenza alla maturità. Si tratta, come è ovvio, di proposte aperte, che implicano un iter non semplice di revisione costituzionale e legislativa, che a sua volta presuppone la convergenza di un ampio schieramento di forze. Molte legislature sono trascorse invano, da quando il tema della riforma della politica, delle sue regole, delle sue istituzioni, è entrata nell'agenda del paese. Ora la crisi di autorità della politica sta diventando un'emergenza democratica. Il Partito democratico al quale penso nasce per riportare l'Italia tra le grandi democrazie d'Europa. È una urgenza assoluta. Se non vogliamo che si avveri la lucida profezia di Calamandrei.
Walter Veltroni
24 luglio 2007
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Che c'azzecca con Noi, con trend autentici e con la rete (la vera democrazia che sta funzionando in questo Paese...) questa roba? Solo per il 10%. O forse pure meno.
E' un leader costui?
E' un partito quello per cui corre?
Bene o male la Dc, negli anni 50, un'idea dell'Italia futura ce l 'aveva...ce l'avevano De Nicola, Einaudi, Mattei, Menichella, Mattioli, Vanoni, Togliatti, e persino Fanfani.
Questi mi partoriscono solo questo. Un po' di ingegneria istituzionale romana. Tutta in tiro decisionista (eccheppalle...)
Quindi non voterò Veltroni (almeno fino a quando non ascolterò da lui discorsi di maggior respiro, più reali, più concreti, più impegnativi e più sensati).
Di politichese si muore, e si finisce nel ridicolo. Attenti a quella secca, altri candidati....
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www.caravita.biz

Mizar, Mizar…. Ci sei ancora?
Senti, ho bisogno che tu mi dia una mano a capire… Era un bel po’ che non davo uno sguardo sul Bel Paese, così, in un ritaglio di tempo, ho fatto un viaggetto.
Pare che ci siano i lavori in corso per la costruzione del Partito Democratico. Veramente non ho visto granché. Per lo più dichiarazioni sui giornali dei nostri eroi. Fiumi di buoni propositi da parte di Veltroni: “bisogna fare questo e quello e quell’altro….”. Prodi dice che “si sta costruendo un partito aperto….”. Però Bersani e Chiti si lamentano che si sta facendo un’operazione di vertice.
E la gente che non fa parte della nomenklatura non sembra minimamente interessata a tutto ciò; né, del resto, mi sembra che non le sia affidato alcun ruolo, tranne quello di confermare, alle cosiddette “primarie”, scelte già fatte altrove.
Dimmi, Mizar…. Sono io che non capisco o i nostri eroi hanno una personalità scissa: mentre dicono una cosa stanno facendo esattamente l’opposto?
E poi toglimi una curiosità: Bersani e Chiti hanno passato questi ultimi eoni con te, a folleggiare su Betelgeuse, che non si sono accorti di quel che stava accadendo, e, naturalmente, non ne hanno nessunissima colpa?
Eccomi, eccomi! Uffa, stavo facendo un pisolino.
Dai Alcor non fare l’ingenua. Li conosci benissimo i nostri eroi. Per anni hanno fatto di tutto perche l’Ulivo non crescesse e adesso che non hanno potuto fare a meno di lanciare il Partito democratico cercano che “tutto cambi perche nulla cambi”…..urca, anch’io sono capace di fare citazioni….hi! hi! hi!
Ma lo sai che Bersani, la Bindi, Veltroni fanno parte del Comitato “14 ottobre” che ha predisposto le regole per lo svolgimento del percorso costituente e delle primarie? Che poi primarie non sono. Allora devi sapere che hanno scelto un sistema elettorale proporzionale e non maggioritario, e che i candidati a segretario (fanno il segretario quando il partito non esiste ancora….sono matti questi terrestri) potranno essere sostenuti da più liste. Per esempio Veltroni ne avrà almeno tre: organizzate tutte da esponenti dei DS e della Margherita. Nulla di nuovo sotto il sole del Bel paese. Le regole quindi sono state fatte per favorire un processo governato dall’attuale gruppo dirigente. Ma che competizione! Bersani si ritira da candidato perché l’ordine di scuderia è di far correre solo Veltroni e poi si meraviglia che ci sia un percorso verticistico. Rutelli con i suoi “coraggiosi” presenta un documento a sostegno di Veltroni che sostiene una strategia antitetica a quella del candidato e Veltroni non dice no grazie, anzi! E la Binetti? Anche lei con Veltroni. Ma come lei è quella che sulla fecondazione assistita si è schierata con i “conservatori”: chi dovrà decidere se ha ragione lei o Veltroni? Nessuno visto che viaggiano sullo stesso carro.
Insomma Alcor, qui non c’è nulla di nuovo: c’è un apparato che si sta riposizionando a propria difesa….perchè nulla cambi….appunto.

http://suezpolitica.blogspot.com/
agosto 9 2007
Pd/ Parisi: partito neocentrista? Veltroni smentisca (Mattino)
Sistema tedesco piace perchè garantisce partiti al potere
di Gal, Apc -
Roma - "Sono sicuro che Veltroni troverà il modo di prendere esplicitamente le distanze da posizioni che non posso condividere". Lo dice in un'intervista al Mattino il ministro della Difesa, Arturo Parisi, riferendosi, in particolare alle dichiarazioni del veltroniano Goffredo Bettini, "a favore di un progetto del quale si sa solo che dovrebbe essere ispirato a un' 'allegra sfrontatezza'" e al vicepremier, Francesco Rutelli che si è espresso a favore di future 'alleanze di nuovo conio', che preluderebbero a una svolta 'neocentrista' per il nascituro Pd.
Parisi parla anche della riforma della legge elettorale e avverte: "Fino a quando il cambiamento dell'inqualificabile legge elettorale imposta da Casini non sarà assicurato dal Parlamento è il Paese, non il governo, a essere a rischio".
Parisi ribadisce inoltre che il referendum "è uno strumento pensato per il cambiamento quando esso non può essere raggiunto per le ordinarie vie parlamentari". E, quando si parla di 'sistema tedesco', osserva che forse si dimentica che "da noi, la cosiddetta coabitazione tra i due principali partiti da eccezione diverrebbe regola. E d'altra parte è proprio per questo che questo sistema è perseguito dai principali partiti. Per rendere stabile la loro permanenza al potere: litigiosa ma permanente.
Come era appunto alla fine della Prima Repubblica. Con un centro del 60-65 per cento che governa contro le due ali che, col 35, restano tagliate stabilmente fuori dall'accesso al governo e dalla cultura della responsabilità".
agosto 7 2007
Il ritmo giusto di Telese (e di Adinolfi)

Sull'Espresso Denise Pardo le chiama "affettuosità giornalistiche". Di solito riguardano la carta stampata, ma nei blog si sono diffuse a macchia d'olio. Prendiamo Mario Adinolfi, "ggiovane" blogger margheritino candidato per le primarie del Pd. Luca Telese, rampante finto sinistro che lavora per la destra per affondare da sinistra i concorrenti più temibili del centrosinistra (?), insomma, Telese gli ha fatto una dolce intervista sul Giornale, chiamandolo "il grande guastafeste" (qui si vede il finto sinistro che lavora per la destra...) E l'Adinolfi l'ha apprezzata assai, tanto che sul suo blog ora rilancia: "L'ho detto anche in un'intervista pubblicata oggi da il Giornale e realizzata con il ritmo giusto da Luca Telese, un altro di quelli che dovrebbe fare come minimo il direttore di un tg e invece deve ancora aspettare". Come minimo.
Cercasi altri intervistatori di Adinolfi aspiranti alla direzione di una testata. O alla santità subito. http://stamparassegnata.splinder.com/
agosto 5 2007
POLITICA
ESCLUSIVO / INTERVISTA A ROMANO PRODI
«Io non me ne vado»
«Non ho nessuna intenzione di lasciare. La lezione che ho imparato quando cadde il mio primo Governo è questa: guardare meno agli interessi delle categorie e di più a quelli del Paese». Nonostante le molte difficoltà, il presidente del Consiglio è convinto di "durare". E promette di proseguire l’azione di risanamento economico, combattere l’evasione fiscale, ridurre le tasse e investire su giovani, famiglie, imprese e opere pubbliche.
Un anno vissuto pericolosamente, con due distinte cifre che si rincorrono in modo asimmetrico e paradossale: quelle della popolarità del Governo che puntano al basso e quelle della situazione economica che indicano un Paese in ripresa sostenuta. I segretari generali delle confederazioni sindacali in un vertice a Palazzo Chigi.
Eppure Romano Prodi, capo di un Governo che naviga in mezzo ai marosi perpetui, conferma la fama di combattente duro e testardo: «Teniamo il campo», afferma in questa intervista esclusiva a Famiglia Cristiana: «A sentire loro non saremmo arrivati al panettone, alla colomba e alle ferie. Ma siamo qui a perseguire un disegno serio che non è quello dell’Italia dell’immagine che prevale sulla verità. Prima o poi i risultati ci daranno ragione, i frutti del lavoro di quest’anno si vedono già e si vedranno meglio fra un po’. Noi saremo anche degli ingenui, ma ricordo che ho battuto tutte e due le volte Berlusconi nonostante l’impressionante disparità di mezzi di comunicazione a disposizione dei nostri avversari. Ce l’abbiamo fatta e ce la faremo con una sola arma: serietà».
- Il Nord ha votato a destra, gli industriali sono sempre freddi e l’opinione pubblica resta talora anche ostile...
«Quando abbiamo messo a punto la manovra economica, sapevo che sarei andato incontro all’impopolarità, ma io non sono un illusionista, parto dalla realtà. L’Italia che ho ricevuto era un Paese a crescita zero da un quinquennio, con un debito pubblico talmente grande per cui ogni cittadino italiano è gravato di 1.200 euro di interessi ogni anno. Non parliamo del deficit di bilancio, che era del 4,5 per cento e che in pochi mesi abbiamo portato in linea con i criteri europei. Le anticipazioni dell’ultimo Rapporto Caritas-Zancan sull’esclusione sociale parlano di un tredici per cento di persone che vivono nella povertà, di una solidarietà che si è perduta. Dovevo inseguire la popolarità promettendo l’abolizione di questa o quell’imposta oppure tentare di rimettere in marcia il Paese stabilendo un nuovo patto fra Stato e cittadini? Ho seguito la seconda strada, sfidando interessi forti, gruppi sociali abituati a parcheggiare in seconda, terza e quarta fila, una mentalità del "fai da te" che ignora gli altri, l’abitudine ai condoni, una precarietà giovanile diffusa».
- Ma quando la gente potrà toccare con mano i risultati di questo lavoro?
«Una legislatura dura cinque anni, ma già adesso si vedono i primi segni positivi: a ottobre tre milioni di persone avranno una pensione più adeguata e qualche giorno fa abbiamo raggiunto l’accordo per ridisegnare lo Stato sociale e abolire il precariato perenne, pensando soprattutto ai giovani».

- È la questione delle tasse che angustia tutti. La gente è convinta che dove c’è la sinistra ci sono tante tasse.
«È vero, bisogna abbassare le tasse. È questo un impegno fondamentale della missione del mio Governo. Io voglio lasciare a chi verrà dopo di me un Paese sano, equilibrato e giusto. Per fare questo ho bisogno della solidarietà e del concorso di tutti. Non è perciò ammissibile che una parte del Paese si sia arricchita con l’aumento dei prezzi e con l’evasione fiscale mentre altre categorie, a partire dai pensionati, si siano ulteriormente impoverite. Qui veniamo alla sostanza del problema: un terzo dei cittadini italiani evade pesantemente il fisco. Mancano alla comunità le risorse necessarie per dare sollievo e slancio all’Italia».
- Cosa fare, dunque, per vincere la sfida contro l’evasione fiscale?
«Dobbiamo tutti fare il nostro dovere di contribuenti, perché tutti possano pagare meno. Per cambiare mentalità occorre che tutti, a partire dagli educatori, facciano la loro parte, scuola e Chiesa comprese. Perché quando vado a Messa questo tema, che pure ha una forte carica etica, non è quasi mai toccato nelle omelie? È possibile che su 40 milioni di contribuenti sono solo 300.000 quelli che dichiarano più di 100.000 euro l’anno? Ma, detto questo, contesto con forza che il mio Governo sia, come dice l’opposizione, "oppressivo". In una ricca città del Nord sono stati chiusi per brevissimo tempo due negozi per mancata emissione di scontrini fiscali. Senza far bandi, dopo qualche giorno l’emissione degli scontrini nella stessa città è aumentata del 100 per cento. Cifre alla mano, senza inasprire alcuna imposta, abbiamo recuperato 10 miliardi di evasione fiscale. Questo ha consentito non solo la diminuzione del debito pubblico, ma anche di destinare risorse per rivalutare le pensioni basse, per la famiglia e per la tutela dei lavoratori discontinui».
- Ma la gente si aspetta la diminuzione dell’Irpef...
«Quando la lotta contro l’evasione si sarà stabilizzata metteremo in atto un’altrettanto stabile diminuzione delle imposte. Ma io non sono uno scialacquatore: lo farò nel momento giusto e non un giorno prima, perché non voglio che la comunità internazionale di cui facciamo parte ci metta di nuovo in difficoltà. È così che si evita la rovina al Paese, lo si unisce e gli si dà futuro. Negli anni del miracolo economico pur di crescere si accettava qualsiasi ingiustizia, come oggi accade in Russia, in Cina e in altre parti del mondo. Nella terza generazione di sviluppo, per avere un Paese più unito devi fare in modo che sia più giusto».
- L’altro motivo di sfiducia, forse il più serio, è questo spettacolo spesso incomprensibile, se non indecoroso, di una maggioranza sempre in preda alle convulsioni...
«Quando affronti un disegno di questa portata le difficoltà le trovi dovunque. Però ci siamo dimenticati troppo in fretta che il Governo Berlusconi andò sotto in Parlamento decine di volte pur disponendo di una maggioranza schiacciante. Altro che la mia al Senato! Ma la democrazia è anche questo: la fatica quotidiana di ascoltare le ragioni di tutti e trovare la soluzione. E le soluzioni, alla fine, le troviamo in tutti i campi, dalle pensioni alle opere pubbliche».
- Ma lei ha già conosciuto una crisi e i suoi già tremano pensando a quando la riforma delle pensioni andrà al Senato.
«Non ho nessuna intenzione di cadere. La lezione che ho imparato quando andò in crisi il mio primo Governo è questa: guardare meno agli interessi delle categorie e di più agli interessi del Paese. Al presidente Montezemolo ho detto che non pretendo che la Confindustria parli bene di noi, nonostante abbiamo fatto cose molto più concrete rispetto al precedente Governo per il rilancio delle imprese. Ho chiesto soltanto che investano in innovazione, ricerca e potenziamento delle esportazioni, che approfittino dell’elevato livello dei guadagni. Quanto al problema della stabilità, voglio ricordare che la precarietà al Senato è il frutto avvelenato di una legge elettorale voluta dal Centrodestra, che lo stesso creatore, il leghista Calderoli, ha definito "una porcata". Una legge geniale per la sua diabolicità che consente ai perdenti la possibilità di rendere difficile l’attività di governo di chi ha vinto. La sfiducia nelle istituzioni si diffonde anche così».
- Nasce pure la voglia di un Sarkozy all’italiana...
«Intanto Sarkozy deve dimostrare di essere forte per più di tre mesi, ma, a parte questo, si dimentica che i francesi hanno un rispetto sacro del potere. La Francia ha costruito decine di centrali nucleari con la sola decisione del Governo. Da noi non è possibile senza il consenso delle comunità locali. Il nostro Paese è così, ci vuole più tempo, ma pure noi facciamo la Tav, il Mose e le altre opere pubbliche: non da soli, ma con il consenso di tutti».

- Il Partito democratico, quasi sicuramente guidato da Veltroni, aiuterà la stabilità o aumenterà i problemi?
«Il Pd è all’origine del mio impegno. Sono entrato in politica con l’obiettivo di mettere insieme tutti i riformisti, perché non possiamo cambiare l’Italia con la frammentazione. Quanto a Veltroni, lavora lealmente al rafforzamento del Governo. Il Governo, a sua volta, ha bisogno di un forte Partito democratico. Per parte mia ho già detto che mi farò da parte nel 2011».
- Non sarà come il "ritiro in Africa" di Veltroni?
«Potete esserne certi: nel 2011 lascerò. Quanto all’Africa, nei giorni scorsi abbiamo deciso insieme a Veltroni di costruire a Roma la "Casa dell’Africa" come punto di riferimento politico e culturale di questo grande e sfortunato continente».
- Il mondo cattolico, che è il suo mondo, dopo i Dico è sempre più diffidente. Non sarebbe stato meglio fare una grande politica per la famiglia prima di affrontare i Dico?
«Quello che ho promesso a Firenze alla Conferenza sulla famiglia sarà realizzato già a partire da questa Finanziaria. Abbiamo dato inizio a una inversione di tendenza, che era attesa da decenni e che per noi è prioritaria. È nostro dovere dare un contributo perché la famiglia sia aiutata a crescere e uscire dalla crisi in cui si trova. Non vi è però alcuna contraddizione tra una forte politica in favore della famiglia e il riconoscimento di diritti individuali delle persone che hanno deciso di convivere. La famiglia è quella sancita dalla Costituzione. Ma la Costituzione non basta, bisogna anche credere nella famiglia».
Romano Prodi con il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa.
agosto 4 2007
Il governo merita fiducia
Lettera di Romano Prodi, da "L'Unità"
3 agosto 2007
Care amiche e amici,
Questa lettera aperta è rivolta in modo particolare a quanti, sostenendo l’Unione, hanno espresso la loro preferenza per i partiti della sinistra. Al tempo stesso è una riflessione comune che credo doverosa e che forse era giusto fare anche prima.
Leggo spesso sulle pagine dei quotidiani di riferimento di questo elettorato parole pesanti e preoccupate. Non vengono da un'opposizione preconcetta, ma vengono da chi, con lealtà, sostiene il governo di centrosinistra, lo stesso governo che gli elettori-lettori di questi giornali hanno contribuito ad eleggere nell'aprile dell'anno scorso. Sono quindi parole da considerare con attenzione. E rispettare.
La critica costruttiva è l'anima di una politica vera. Sia negli editoriali che negli articoli o nei commenti ospitati su quelle colonne si legge spesso la parola «mobilitazione». In queste ultime settimane, poi, sembra quasi che il mantra della reazione sia una sorta di «liberazione» o «manifesto» (scusate il gioco di parole), con cui la sinistra cosiddetta radicale si prepari ad affrontare la ripresa del dibattito politico e dell'attività di governo.
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Chiariamo subito un primo concetto. Io non credo affatto all'idea di una sinistra «radicale». Ve lo dico come leader dell'Unione e come presidente del futuro Partito Democratico, un partito che non deve essere visto come un avversario ma al contrario come un motivo in più per una coabitazione rispettosa e serena. Ho troppa stima per le donne e gli uomini che compongono la grande area della sinistra (e che stanno giustamente lavorando affinché ci sia in questa area una forma di riunificazione moderna ed europea) per considerare come «radicale» qualcosa che invece è a mio avviso estremamente «popolare». L'idea stessa di considerarsi i difensori della società meno fortunata è un compito nobile. Specie quando si è chiamati a farlo ricoprendo incarichi di responsabilità.
La sinistra, dopo i cinque anni di devastazione sociale ed etica alimentati dal governo delle destre, ha testardamente voluto il governo di questo Paese. Ha lavorato per questo obiettivo insieme alle altre forze dell'Unione, costruendo un Programma e un'idea diversa di Italia. Ha fatto tutto questo ben sapendo che al primo posto delle emergenze c'era il risanamento dei conti pubblici. Non senza fatica ha condiviso un Dpef e una Finanziaria che hanno prodotto risultati mirabili a fronte di una nuova richiesta di sacrifici per i cittadini. Sacrifici che, anche grazie a tutti i ministri del Governo e ai gruppi parlamentari che ne rappresentano l'elettorato in Senato e alla Camera, sono stati equi e giusti, diminuendo privilegi ed ingiustizie.
Il percorso delle riforme ci ha portati nelle scorse settimane a definire con i sindacati il Protocollo sulle pensioni e sul welfare. Non è stato un atto isolato o autoritario, ma il frutto di mesi di concertazione, una parola che non vorrei venisse sottovalutata. Il governo precedente aveva imposto, noi abbiamo scelto di condividere. È stato così sulle grandi opere, sui temi ambientali, sulle riforme economiche. Non poteva che essere così anche sul welfare.
Non mi stupisco quando si dice che si poteva fare di più e che a settembre è necessario lavorare ancora per fare in modo che l'equità sia massima e che si cancellino i favoritismi. Ma vorrei che a quel mese di settembre si arrivasse dopo aver analizzato con trasparenza e serietà quanto è stato fatto finora in questo ambito.
Lasciatemi sintetizzare in poche parole orgogliose quanto è stato siglato il 23 luglio, una data importante.
Innanzitutto è stato evitato che, il 31 dicembre, entrasse in vigore una delle leggi più arroganti di sempre, uno «scalone» di disuguaglianze e finte responsabilità. Basterebbe questo, come il Programma firmato insieme ci stimolava a fare, per considerare un successo quell'accordo. Ma non basta: abbiamo deciso di investire sul futuro dei giovani e dei meno giovani attraverso un progetto da 35 miliardi di euro in dieci anni, garantendo assegni più alti e tutele più forti. Abbiamo allargato la platea dei lavori usuranti, abbiamo limitato le pensioni d'oro, abbiamo, in buona sostanza, fatto quelle politiche sociali che la sinistra ci chiedeva il 9 e il 10 aprile del
2006 mettendo la propria croce sul simbolo dell'Unione.
Ma non è tutto. Ferme restando le esigenze di riequilibrio dei conti pubblici, l'extragettito frutto delle politiche serie di lotta all'evasione e che proprio in queste ore è stato approvato in Parlamento ci ha permesso di alzare le pensioni minime a milioni di cittadini, far riscattare la laurea senza esborsi folli ai giovani, aumentare la lotta al precariato che già è stato limitato dalle politiche sul cuneo fiscale. Certo, si può fare di più, ci mancherebbe. Ma sfido chiunque a non definire queste scelte come «popolari».
Abbiamo ancora molto da fare e non solo su temi fiscali ed economici. Ci sono da portare a termine le riforme istituzionali imposte dalla destra, da risolvere il conflitto di interessi, da garantire il pluralismo dell'informazione e della formazione. C'è, forte, la necessità di lavorare per le sicurezze, a partire da quelle per i lavoratori. Le Camere hanno approvato una legge che abbiamo fortemente voluto ma non basta. Non è tollerabile piangere ogni giorno vite spezzate dalla mancanza di regole e di tutele. Siamo di fronte a un'emergenza nazionale che va combattuta con provvedimenti forti e controlli severi, come abbiamo iniziato a fare: in questi mesi sono stati assunti 1411 ispettori, sospese 1760 aziende prive dei requisiti di legge in materia e altre 711 regolarizzate. E non dimentichiamo che ben 143mila lavoratori sconosciuti all'Inail, metà dei quali stranieri, sono adesso garantiti.
Anche sull'ambiente abbiamo fatto solo una parte del lavoro che ci eravamo ripromessi. E che dobbiamo intensificare assolutamente dopo la pausa di agosto. Proprio in queste ore il ministro Pecoraro Scanio ha ricordato gli impegni programmatici su Kyoto, la Legge obiettivo, la lotta all'inquinamento, le biodiversità. Tutto il governo, tutta la maggioranza devono essere «verdi», perché è in gioco il futuro delle nuove generazioni e lo stesso sviluppo del Paese. Abbiamo investito in un piano sull'energia di grande profilo, ci siamo attivati nelle tutele e nella ricerca. Ma sappiamo di poter dare e fare di più, perché anche in questo siamo più responsabili e motivati di chi ci ha preceduto.
Per tutte queste ragioni vorrei davvero che in autunno ci fosse quella mobilitazione di cui si parla: nelle piazze, come sui luoghi di lavoro. Portando sì le vostre istanze, l'orgoglio «popolare», gli stimoli e naturalmente anche le critiche. Ma ricordando che questo Governo merita fiducia perché in soli 14 mesi ha rimesso a posto il debito, vede ripartire l'economia e tutelare i consumatori grazie alle liberalizzazioni, non teme i giudizi europei e internazionali, combatte la propria guerra alle guerre e si batte per la moratoria sulla pena di morte. E, appunto, sta ricostruendo un sistema di welfare che non deve essere giudicato tutti i giorni da «riformisti» o «radicali» come un qualcosa da cambiare comunque.
Se potremo migliorare ancor di più le nostre azioni sociali lo faremo, statene certi. E ascolteremo con attenzione tanto i cittadini quanto il Parlamento. Ma non dimentichiamo mai, prima di giudicare o attaccare, quello che stiamo riuscendo a fare insieme dopo tanti, troppi anni bui.
agosto 2 2007
La "chiamata" di Romano Prodi per il 14 ottobre
di Romano Prodi, www.ulivo.it -
Care amiche e amici,
chiedo ospitalità al “nostro” sito per salutare la nuova fase della costruzione del Partito Democratico. Abbiamo finalmente i candidati per il grande appello popolare del 14 ottobre, quello che è ormai nei nostri cuori “il giorno del Pd”.
La pluralità di persone, di esperienze e di motivazioni che compongono il ventaglio delle candidature mi fa capire che, ancora una volta, la nostra non è una scommessa ma una certezza. Il 12 luglio, nella lettera aperta scritta sul mio sito, confessavo la mia soddisfazione perché “a dodici anni dalla nascita dell’Ulivo, sento intorno la stessa voglia di cambiamento, di partecipazione.” Ebbene, oggi quella soddisfazione è il sentimento con cui saluto tutti i candidati in corsa. Perché sono soddisfatto di vedere esperienze e storie diverse pronte a fare proposte, ma soprattutto perché vedo persone pronte a proporre se stesse e a mettersi in gioco.
Sarà una competizione?, una gara?, una battaglia? Molto più semplicemente sono convinto sarà un confronto, uno di quei percorsi che arricchiscono sia chi vi partecipa che il risultato finale. Vedete, in democrazia ogni sfida – come ho già detto più volte – è “per”, non “contro”. Questo non significa che ci debba essere un appiattimento generale. La visione comune del “nuovo partito” deve assolutamente avere prospettive diverse a confronto. Chi farà emergere la propria avrà poi il compito e l’impegno di farsi contaminare positivamente dalle altre nella costruzione definitiva del progetto.
Agosto è il mese tradizionalmente dedicato al riposo e, possibilmente, al divertimento. I candidati alla segreteria probabilmente si divertiranno lavorando per questo grande progetto, ma sicuramente non si riposeranno. Anche per questo dobbiamo rivolgere loro un sincero grazie per quanto si apprestano a fare. E’ vero che saranno settembre e le prime due settimane di ottobre le giornate calde in vista del voto. Ma sono certo che già durante questo mese si faranno strada idee e proposte.
Anche per questo abbiamo il dovere di stare vicini ai candidati, ascoltare, tenerci informati. In una parola sola: partecipare.
Il Partito democratico, lo ripeto ancora una volta, non può nascere senza una grande partecipazione popolare. Verrebbe meno tutto il lavoro degli ultimi anni, non solo degli ultimi mesi. Il 14 ottobre, non dimentichiamolo, si scelgono i partecipanti all’assemblea nazionale e a quelle regionali. La mia non è una “offerta di lavoro”. E’ una pressante, determinata e convinta “chiamata”.
Chiunque dei candidati prevalga, qualsiasi linea programmatica adotti, deve sapere che il suo lavoro non può essere disgiunto da quello dei rappresentanti eletti delle assemblee. Abbiamo voluto un partito aperto e lo stiamo costruendo. Agosto servirà anche a molte migliaia di italiane ed italiani per decidere come e con chi concorrere. Contribuendo al confronto e non alle recriminazioni o alle contrapposizioni. E’ una scelta che non solo auspico, ma che appunto chiedo con forza.
Desidero infine rivolgere il mio grazie anche a chi è rimasto escluso dalla possibilità di correre per la segreteria. So che si è trattato di decisioni non semplici, ma so anche che gli amici che avevano dato la loro disponibilità continueranno a guardare con attenzione al Partito Democratico. Chi tra loro ricopre già rilevanti ruoli politici è atteso da una sfida appassionante, quella di arricchire il percorso del nuovo partito al di là delle pur comprensibili reazioni negative per non poter essere, da subito, protagonisti di questa avventura.
Il Partito Democratico non esclude. Il Partito Democratico non ha paura di nascere aperto e plurale. Il Partito Democratico è realmente democratico: le regole che ci siamo dati da Orvieto in avanti testimoniano la trasparenza e la perenne ricerca del confronto. A chi oggi si sente “respinto” chiedo solo di non emettere sentenze e di credere in questo progetto, sia prima che dopo il 14 ottobre, perché è un progetto che viene da lontano, è stato generato dall’Ulivo e dagli sforzi congiunti di chi ha già preso decisioni storiche. Saremo felici di abbracciarne altre, perché quella del partito Democratico sarà davvero una storia di tutti e per tutti.
Auguri di buon lavoro “per” il Pd a tutti i candidati. Auguri a noi.
Romano Prodi
maggio 17 2007
Meno partiti, più grandi. I cittadini capiranno
La road map sulla nascita del Partito democratico decisa venerdì 11 restituisce al progetto uno slancio rivoluzionario che sembrava appannato. Se le decisioni sui meccanismi di composizione per l' Assemblea Costituente saranno rispettate sino in fondo, va dato atto a Francesco Rutelli e Piero Fassino di aver accettato la proposta di Prodi con coraggio e lungimiranza fuori dal comune. L' elezione aperta e diretta da parte dei cittadini-aderenti e sulla base di una competizione di molteplici liste non riconducibili ai vecchi partiti, pone infatti le basi per un soggetto politico autenticamente nuovo. L' atto fondativo del Pd, così come le primarie di due anni fa, potrebbe finalmente avere conseguenze autenticamente significative sul sistema politico in Italia, affrontando, e forse risolvendo, nodi che hanno sistematicamente indebolito l' efficacia delle istituzioni nel nostro Paese. Il Pd ha infatti ora una chance di ridurre la frammentazione partitica, che ha sinora costretto i governi a reggersi su coalizioni eterogenee e rissose, non solo perché accorpa i due partiti maggiori del centrosinistra ma anche in quanto rende più permeabili i confini elettorali del Pd nei confronti dei suoi alleati. La forma aperta delle adesioni si rivolge potenzialmente a tutti gli elettori del centrosinistra, e potrebbe «prosciugare» alcuni partiti minori. I meccanismi scelti per la costituente, senza quote di rendita o preadesioni a garanzia dei partiti fondatori, consente agli elettori di tutte le forze dell' Unione - dall' Udeur a Rifondazione comunista - di bypassare il proprio ceto politico di riferimento e di veder rappresentate le proprie idee direttamente nel nuovo soggetto. Se gli ultimi congressi hanno portato a un ulteriore frazionamento del ceto politico (la scissione della sinistra Ds), non è detto che a livello di elettorato non avvenga invece un processo contrario di semplificazione. L' appello al «popolo delle primarie» di due anni fa è un esplicito segnale in questa direzione dal momento che quella fu una consultazione di tutti gli elettori dell' Unione, e non solo di quelli di Ds e Margherita, e sancì una richiesta, comune e universale, di unità da parte dell' intero elettorato di centrosinistra. Anche il richiamo alla simbologia dell' Ulivo conferma questa vocazione, in quanto l' Ulivo originario coincideva con la coalizione di centrosinistra alle elezioni del 1996, con l' eccezione di Rifondazione. Sarà un cantiere ancora lungo e difficile, ma in questo modo il Pd ha gettato le basi non solo per una forza più ampia, ma anche, in prospettiva, per un potenziale partito unico del centrosinistra. Solo con una vocazione «bipartitica» il nuovo soggetto potrà mantenere alcune delle sue promesse in merito a riavvicinare molti scontenti alla politica e di rifocalizzare l' attenzione sulle riforme concrete. Finché infatti i governi italiani si dovranno reggere su coalizioni numerose, precarie ed eterogenee, le formule e le forme politiche continueranno infatti a prevalere sui contenuti, e i contenuti tenderanno al ribasso del «minimo comune denominatore». Nessuno dei partiti attuali è in grado di formulare dettagliate ipotesi di policy alle elezioni, in quanto le proposte programmatiche devono poi essere mediate e negoziate con gli altri partner della coalizione. Ci sono quindi solo delle piattaforme di coalizione, ma queste vengono rispettate in modo solo indicativo in quanto ciascun partito della coalizione può esercitare un potere di ricatto sugli altri. Se invece ci fossero in Italia dei partiti più ampi, l' azione concreta del governo verrebbe rafforzata perché il premier potrebbe disciplinare la propria maggioranza non solo, come nella tradizione italiana, con la sola minaccia delle proprie dimissioni, ma anche con strumenti extra-istituzionali all' interno del proprio partito, come avviene nelle altre grandi democrazie occidentali. Una molteplicità di partiti ideologici era probabilmente necessaria all' Italia della prima fase della Repubblica, a causa delle ferite della Guerra mondiale e delle tensioni legate a una rapida modernizzazione. Ora quel tipo di sistema partitico - barocco e lontano dalle attuali preoccupazioni dei cittadini - è un lusso che l' Italia non si può permettere. C' è bisogno quindi di un tipo nuovo di partito, che sappia candidarsi a riunire al suo interno per intero una delle due coalizioni. L' approdo è ancora lontano, ma questa volta si è partiti con il piede giusto, e tutti gli elettori del centrosinistra dovrebbero tenerne conto.
Andreatta Filippo
http://archivio.corriere.it/archiveDocumentServlet.jsp?url=/documenti_globnet/corsera/2007/05/co_9_070515088.xml
maggio 12 2007
"Cinici" ed "idealisti"
di Claudio Croci,
L’amico Esposito in un delizioso artico ci illustra acutamente l’andazzo della politica nostrana , in cui spesso e volentieri navigano affiancati chi della politica fa una missione di valori e chi invece se ne serve per vivere. I cinici, appunto, coloro che lasciano sfogare gli idealisti che costruiscono nuove frontiere , alle quali poi loro si piazzano raccogliendone i frutti. Nel nostro caso ogni riferimento è voluto al partito del cosiddetto Ulivo. Ulivo costruito in quindici anni di battaglie, spesso stressanti e defaticanti , contro l’establisment dei partiti della sinistra, e volto a dare un ‘unità accompagnata anche da un nuova concezione di partito, cioè non gestore di “ potere“ puro e semplice, ma fornitore di servizi ai cittadini. L’Ulivo divenuto partito finalmente, rischia, una volta consolidato, di traghettare tutta la classe dirigente dei partiti originari, messa in sordina nel passaggio, al nuovo soggetto, insomma i cinici che ricompaiono dopo una breve stagione degli idealisti.
Questa visione altamente suggestiva ed efficace, descrive la realtà che molti stanno vivendo nel passaggio dal vecchio al nuovo. Il presente è in realtà così come ce lo dice Esposito, ma aggiungerei alcune varianti. La prima e sostanziale è quella “di senso politico”, intendendo con ciò che le categorie morali non fanno parte della gestione politica anche la più nobile. Premesso che il politico deve essere il non plus ultra dell’onestà, un vero politico fa del pragmatismo e della capacità di incidere il suo metro di misura. La visione quindi contrastante tra “ cinico “ e “ idealista“ termini morali in “ partitisti “ e “ parteciapzionisti “ descrive, secondo me, meglio la contrapposizione politica tra le due posizioni che entrambe avranno legittimazione a convivere nel PD, ma in quale misura è il vero nodo da sciogliere. Partitisti sono coloro che oggi vogliono un ‘Assemblea Costituente da eleggere o a brevissimo tempo, in maniera da prevenire l’organizzazione di nuovi gruppi, oppure a rinviare alle calende greche in maniera da consolidare il cosiddetto Comitato promotore dei due partiti fondatori, nelle posizioni di vertice. Partitisti sono coloro che considerano l’establisment dirigente in maniera chiusa, determinata da equilibri tra componenti, e basata soprattutto sulla quota di classe dirigente dei vecchi partiti . Partisti sono coloro che vogliono inserire parlamentari o notabili come membri di tutto diritto nell’Assemblea Costituente.
Partitisti infine sono coloro che la questione della leadership la demandano non al popolo elettore, ma all’interno dei due partiti fondatori, considerando già acquisito in partenza un ruolo nobile di laeder a Romano Prodi, imbalsamato in tale figura ed affiancato da un ristretto numero di pretoriani espressioni della forza “ vera“ del nuovo partito. Partitisti sono infine chi confonde i militanti del PD con gli eletti dell’Assemblea Costituente. Partecipazionisti sono invece coloro che reputano un dogma “ una testa un voto“ e che vogliono aprire il PD a tutti coloro che ci stanno e che vogliono un ‘Assemblea eletta da tutti i simpatizzanti dell’Ulivo sulla base di un impegno espresso lo stesso giorno delle elezioni. Partecipazionisti sono coloro che delle quote dei vecchi partiti non vogliono minimamente parlare, anzi ritengono che il PD debba perdere la memoria storica delle organizzazioni di provenienza e che i parlamentari dell’Ulivo facciano parte dell’Assemblea con diritto di voto solo se eletti nell’Assemblea Costituente.
Infine partecipazionisti sono coloro che reputano indispensabile che il popolo chiamato alle urna decida sulla leadership del partito subito ed in maniera chiara e che la scelta scavalchi le teste di qualsiasi direttorio e sia l’espressione di un palese e dichiarato progetto politico. Se questo è quanto invito gli amici “ idealisti “ o “ partecipazionisti “, che dir si voglia a mettersi in moto a scambiare e - mail (il mio è croci.claudio@tiscali.it) ad indire incontri e tessere una tela sottile di relazioni, non distinguendo tra appartenenza o non appartenenza a vecchi partiti e creare aggregazione , imponendo soprattutto un nuovo linguaggio di comunicazione , quello di Parisi mi va benissimo. Soprattutto bisogna tentare, come Popper insegna, di costruire nuovi schemi mentali e nuove interpretazioni e collegamenti logici nel descrivere la realtà nazionale, mettendola sempre in relazione con il mondo: siamo una parte di esso e non siamo la provincia del Belpaese. Credo che se faremo questo e basta poco tempo per farlo potremo facilmente pesare “ cinicamente “ negli assetti del nuovo PD. http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=7162
aprile 5 2007
PERCHE' DA FUORI
di Mario Adinolfi
Quando Ivan Scalfarotto mi ha annunciato la decisione di iscriversi ai Ds quasi non volevo crederci, era domenica e pensavo fosse un pesce d'aprile. Poiché voglio bene a Ivan, cercherò di essere il più duro possibile, perché tra amici non ci si risparmia niente. E io lo considero un amico, come considero amici i tantissimi con i quali abbiamo affrontato (principalmente attraverso la rete) questa complicata fase del rapporto con i partiti del centrosinistra. Amici con cui litighiamo un giorno sì e l'altro pure. Sono convinto che questo rafforzi la nostra amicizia.
Io non considero i partiti "un male necessario", li considero un bene per la democrazia e per il paese, tanto che vorrei contribuire a fondarne uno libero, forte e di massa. Andrebbe sotto il nome di Partito "democratico" se l'aggettivo non facesse ridere dopo i percorsi congressuali di Ds e Margherita. Generazione U si è concentrata sul processo congressuale della Margherita, documentando una serie infinita di magagne che proprio One More Blog ha avuto la gentilezza di rilanciare. Il congresso dei Ds è stato forse più limpido nelle forme, ma più claustrofobico nella sostanza. Alle segreterie locali sono stati elevati solo dirigenti di stretta osservanza e agli altri è stata indicata la strada per l'uscita.
Poi è spuntata la notizia che ho voluto anticipare sul mio blog: il 14 ottobre 2007 si voterà per la Costituente del partito democratico. E' fastidioso autocitarsi, ma da quel post un passaggio va preso, perché è utile al ragionamento: "Circola l'idea che l'assemblea costituente del Pd debba essere eletta e non nominata: è un passo in avanti, figlio delle lotte nostre e di altri che hanno gridato che il metodo della somma delle oligarchie Ds-Margherita portava il progetto complessivo a sbattere contro un muro. Ds e Margherita si preparano a presentare un listone unico alle elezioni per la costituente del 14 ottobre 2007, simile per logica alla candidatura Prodi alle primarie del 16 ottobre 2005. Immaginate la campagna elettorale, con migliaia di funzionari di partito e denari tutti da una parte, con le associazioni tipo la nostra a doversi fare il porta a porta su base volontaristica. Carriarmati contro cerbottane, appunto. Alle elezioni per la costituente del 16 ottobre 2007 una lista direttista, figlia di Generazione U-Democrazia Diretta e speriamo di tantissimi altri, ci sarà. Su questo non c'è dubbio. Ma è chiaro che siamo blogger e, anche se qualcuno lo crede perché pensa che viviamo solo nel virtuale, blogger non è sinonimo di coglioni. Dunque chiediamo regole e condizioni di partenza uguali per tutti. Chiediamo che gli apparati di partito stiano buoni in un angolo, che le risorse economiche siano identiche per ogni competitore, che gli spazi di propaganda siano equamente divisi. Se questo si farà, vorrà dire che si farà sul serio".
Noi potremo fare sul serio rispetto a questo processo solo se accetteremo la sfida di andarci a contare nei luoghi dove una parvenza di democrazia ce ne darà l'occasione. Dobbiamo dunque agire da fuori i partiti, per condizionarli attraverso una mobilitazione senza precedenti. Noi di Generazione U e Democrazia Diretta proveremo ad attivarla, da subito, senza accettare compromessi con gli apparati di partito, eppure chiedendo a loro di scrivere con noi regole serie per lo svolgimento della competizione. Se si farà sul serio noi non faremo mancare il nostro concreto e contundente contributo. Contundente, perché lorsignori dei partiti devono smettere di credere di potersi scegliere qualche utile idota e dirgli: "Tu fai la società civile". Il partito democratico, se è davvero democratico, deve accettare il rischio di una competizione tra opzioni realmente diverse. L'opzione direttista che noi riteniamo di rappresentare è una di queste e non è riconducibile a una proposta dei partiti esistenti: noi chiediamo primarie a tutti i livelli per la selezione delle candidature, referendum interni per la decisione delle principali linee politiche e per la soluzione delle controversie, tessera del pd che sia una smart card che abiliti al voto on line, congressi secondo lo schema dei congressi aperti (ci si può iscrivere anche il giorno del congresso, si paga la quota e si ha diritto al voto, da esprimere anche via web), delega revocabile ai leader a ogni livello attraverso mozione di sfiducia. Così si fa un partito democratico, questa è la nostra opzione direttista, questa sarà la ragion d'essere di una nostra lista alle elezioni per la costituente del partito democratico del 16 ottobre 2007. Intanto ci alleniamo alle amministrative, prima tappa del percorso: 13 maggio in Sicilia, 27 maggio nel resto d'Italia. In 41 comuni, di 10 regioni diverse, ci saranno le liste con il simbolo direttista (la chiocciola di internet blu in campo arancione, con la scritta Democrazia Diretta). Prima tappa e prova generale, per le cerbottane che non hanno paura dei carriarmati, ma che non per questo si faranno fregare.
La verità è che Ivan e altri con lui dopo l'esperienza delle primarie, da loro considerata deludente, hanno paura: temono di doversi contare, non hanno fiducia nella loro capacità di mobilitazione e chiedono di fatto al partito a cui si sono iscritti di vedersi garantire un posto nella "cabina di regia" del Partito democratico. Scalfarotto pensa che Fassino onorerà l'impegno e questo, se dovesse avvenire, gli basterebbe. Non avverrà. Ma se anche dovesse avvenire, poiché il metodo sarebbe il consueto metodo cooptativo per noi ormai assolutamente inaccettabile, non avrebbe alcun valore.
Non c'è altra strada che lo scontro: non dico che vinceremo la guerra, ma qualche battaglia la porteremo a casa e qualche risultato l'azione contundente la sta ottenendo. O credete che le aperture di questi giorni sono graziose concessioni che sarebbero arrivate comunque senza le lotte contro i percorsi congressuali di Ds e Margherita? Gli oligarchi ormai capiscono solo il linguaggio del bastone e se gli offriamo la carota rischiamo di vedercela infilata in-der-posto.
Sinceramente mi dispiacerebbe molto, il 14 ottobre 2007, di vedere Scalfarotto e altri nella lista di regime Ds-Margherita, al riparo dentro al carro armato, mentre noi con la nostra lista direttista dovremo cercare di colpirli con le nostre cerbottane. Sarebbe una divisione tra noi piuttosto stupida. Va bene il marciare divisi per colpire uniti, ma il passaggio chiave di quella frase che Ivan m'ha ripetuto tante volte è il colpire. Prima o poi, con durezza, per far male e poi, solo poi, avendoli indeboliti accettare di sedersi a un tavolo e discutere. Altrimenti non c'è alcun condizionamento possibile dei processi in atto, ma solo l'annessione al proprio disegno dei timidi progetti alternativi che erano in campo.
Non è tempo di tenerezze, purtroppo. E se ci si è scottati con l'acqua calda non si deve avere paura della fredda. Il clima è cambiato, le capacità di mobilitazione dell'area incavolata del centrosinistra sono enormemente cresciute rispetto a due anni fa, le interlocuzioni politiche possibili sono moltissime. Scambiarsi le lettere con Fassino no, proprio non si può. Lo dice uno che ai partiti crede, che alla Margherita è pure iscritto, ma che a Rutelli ha scritto solo due lettere: una di rifiuto della candidatura alle elezioni politiche del 9-10 aprile 2006, un'altra per inoltrare il ricorso sui congressi truccati della Margherita, con tanto di prove video immesse su YouTube.
Mentre noi andavamo allo scontro più duro e irreversibile, altri con le segreterie dei partiti si accordavano. Questo no, non lo possiamo né capire né giustificare.
Andiamo alla lotta, quella vera, ora ce n'è bisogno ed è ora o mai più.http://www.onemoreblog.it/archives/015878.html
aprile 3 2007

Gianni Barbacetto ha appena sfornato il suo ultimo libro. “Compagni che sbagliano”, edito da Il Saggiatore, nel quale fa un’analisi disincantata della realtà politica italiana a partire dai fatti dell’ultimo anno. Sarà in libreria nei prossimi giorni. Eccone uno stralcio, in tema di oligarchie di partito.
“Già, i partiti. Vivono in Italia un momento strano: sono al minimo storico di credibilità e capacità d’egemonia culturale, ma non hanno mai avuto così tanto potere. Negli anni ottanta della Prima Repubblica, fino al cruciale 1992 di Mani pulite, si era tanto polemizzato sul loro strapotere e la loro arroganza. Ma allora, almeno, i partiti esistevano. Avevano un seguito di massa. Avevano identità, strutture, classe dirigente. La partitocrazia era certamente un’indebita occupazione di spazi di potere, ma a opera di formazioni con alle spalle migliaia di militanti e valori condivisi.
Oggi di tutto ciò è rimasto ben poco, a destra e a sinistra. Sono restati gli apparati. E la loro prosopopea. Qualcuno prova a sperare che la costituzione del partito democratico possa risolvere ogni problema: ma quale partito democratico? Come e con chi? Non è cambiando il nome della cosa che si rinnova davvero la cosa, non è sommando due élite politiche (quelle di Ds e Margherita, oltretutto divise anche al loro interno) che si crea un partito davvero nuovo. Quando Salvatore Vassallo, al seminario di Orvieto sul partito democratico, nell’ottobre 2006 ribadisce l’elementare principio di democrazia «una testa, un voto» e parla di «popolo delle primarie» e perfino di «gazebo», vede davanti a sé, nella platea, gli sguardi corrucciati e le smorfie di disgusto di Ciriaco De Mita e Massimo D’Alema.
«Gazebo»: evoca le interminabili file di cittadini corsi a votare alle primarie, ricorda il popolo del centrosinistra che si mobilita in tutta Italia. Una forza tranquilla, inaspettata, imprendibile, ingovernabile per i partiti: ecco perché «gazebo», per le élite politiche, è diventata una parolaccia. In attesa del nuovo partito, comunque, continuano a tenere la scena le formazioni esistenti: i Ds, la Margherita e tutti gli altri, con i loro gruppi dirigenti, le correnti interne, i capi e i capetti. E gli imbrogli. Nella Margherita per esempio esplode lo scandalo delle tessere. A Striscia la notizia sfilano uomini e donne che sventolano la tessera del partito ricevuta per posta senza averla mai chiesta. A Torino sono segnalati casi di tessere intestate a cittadini defunti. A Modena si triplicano miracolosamente in pochi mesi. A Roma crescono da 50.000 a 70.000, più delle preferenze ricevute alle elezioni. A Terni la Margherita ha 5.000 iscritti, quanti i voti. In Calabria ha più tessere che voti…
L’imbroglio falsa il rapporto tra i cittadini e la politica, mina le basi della democrazia. Ma, in fondo, nessuno si stupisce troppo. Lo scandalo passa senza troppe scosse. E il sistema dei partiti, di destra e di sinistra, prosegue la sua corsa. Il Sip (sistema informale dei partiti) continua a perdere consensi e accumulare poteri. È multiforme ma solidale, attraversato da grandi conflittualità che convivono con profonde solidarietà trasversali. È l’insieme di forze e debolezze intrecciate, una cosa mischiata al suo contrario. Sembra una specie di pantheon indù incrociato con Paperopoli: strane creature dalle cento mani protese, esseri con metà del corpo informe, bambini dalla testa d’elefante.
Con il saldo controllo degli apparati, dell’informazione televisiva, del destino di molti cittadini. E una struttura fortemente oligarchica, a dispetto delle regole apparenti e dei riti esibiti. Con la nuova legge elettorale, una decina di persone ai vertici degli apparati di partito impone i nomi dei candidati alle elezioni e il loro posto in lista, decidendo così chi sarà eletto e chi no. I nomi dei nuovi parlamentari sono noti, con limitatissime incertezze, già prima delle elezioni. Ogni capo d’apparato sa chi tra i suoi passerà: ormai non sono eletti, ma nominati; a scegliere non sono gli elettori, ma la nomenklatura dei partiti.
Certo, la legge elettorale che ottiene questo bel risultato l’ha voluta il centrodestra. Uno dei suoi padri, il leghista Roberto Calderoli, l’ha definita una «porcata». Ma il centrosinistra non l’ha subita, l’ha invece felicemente utilizzata per regolare i conti interni. Altrimenti, per scegliere i suoi candidati avrebbe potuto lanciare le primarie, che sarebbero state oltretutto un grande momento di discussione nel paese e, perché no, anche di campagna elettorale. Non avevano avuto questo effetto anche quelle per il candidato premier? Il 16 ottobre 2005 Romano Prodi le aveva stravinte con un risultato clamoroso e inaspettato: a votare erano andati volontariamente più di quattro milioni di cittadini, che avevano raggiunto i famosi «gazebo» e avevano dato il loro nome e almeno un euro.
Quanti saranno stati, tra i votanti, gli iscritti ai partiti? Mezzo milione, ottocentomila? Tutti gli altri erano cittadini, cittadini italiani che investivano, con nome e cognome e speranza, nel futuro del loro paese. Un anno dopo, a elezioni vinte, scoppia il giallo degli elenchi: dove sono i file degli elettori delle primarie, con nome, cognome, indirizzo, numeri di telefono, professione, cifra versata? È la più preziosa banca dati politica mai creata in Italia. Chi può legittimamente detenerla e utilizzarla? Ugo Sposetti, il tesoriere dei Ds, sbotta: «Ma le primarie le abbiamo organizzate noi!».
Prodi, del resto, la sua grande occasione l’ha persa il giorno dopo le primarie: avrebbe dovuto lanciare subito una sua lista di rinnovamento dell’Italia; o almeno dire chiaro e netto quali spazi d’autonomia si sarebbe preso. Non lo ha fatto: e da quel giorno le oligarchie di partito hanno lavorato per far dimenticare le primarie e per mantenere il loro potere”.http://www.pieroricca.org/
Arturo salvaci tu
di Marco Damilano, L'Espresso - 29 Marzo 2007 |
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L'ultima volta che si sono incontrati, la settimana scorsa, Francesco Rutelli ha provato ancora una volta a convincerlo: «Arturo, i popolari mi stanno accerchiando, dobbiamo tornare all'ispirazione iniziale della Margherita, quella di cui io e te siamo fondatori».
"Arturo", il professor Arturo Parisi, non ha per niente gradito la mozione degli affetti. «Ci siamo scontrati troppe volte in questi anni», ha risposto il ministro della Difesa, ricorrendo a una metafora bellica. «Posso arrivare a prometterti che non ti farò la guerra, forse. Ma non puoi chiedermi di fare la pace». Quella di Parisi non è una scelta di neutralità, anzi. Nulla di quanto sta accadendo nella Margherita lascia indifferente l'inventore dell'Ulivo. Arrivati a venti giorni dal congresso di Cinecittà il partito di Rutelli è sull'orlo dell'implosione. Dilaniato dallo scontro tra il leader, sempre più isolato, e il Tridente dei popolari (Dario Franceschini-Enrico Letta-Giuseppe Fioroni).
Una guerra che si estende al governo: Rutelli invita i ministri a non partecipare al "Family Day" del 12 maggio organizzato dalle associazioni cattoliche, Fioroni gli risponde a brutto muso: «Io faccio quello che mi pare, non ho bisogno di compagnia». Il primo assaggio di quello che potrebbe avvenire tra il 20 e il 22 aprile negli studios di Cinecittà, già magnificati da Rutelli come luogo di incontro tra «il genio di Fellini e i popolani romani», fino all'esito più devastante: l'abbandono del leader. Dimettersi dalla guida della Margherita prima di finire commissariato o, peggio, rovesciato. La scissione dei rutelliani dal partito di Rutelli. La minaccia, fatta circolare dai fedelissimi del vice-premier, ha ottenuto almeno un risultato.
Per rassicurare Rutelli si è mosso il presidente del Senato Franco Marini, capo indiscusso dei popolari, ma ben attento alla regola numero uno degli antichi romani e dei democristiani, divide et impera. Per Marini le dimissioni di Rutelli sarebbero disastrose, ma ancor più difficile sarebbe scegliere un erede all'interno del Tridente: agli occhi di Marini Franceschini, Fioroni e Letta continuano a essere ragazzi da coltivare, nonostante la loro età si aggiri ormai tra i quaranta e i cinquant'anni.
Anche Parisi sta valutando che fare, se partecipare e in che modo al congresso della Margherita. Andare e intervenire in piena libertà, anche a costo di dire all'uditorio qualche parola sgradevole. Oppure non partecipare per niente, disertare il congresso di un partito in cui il ministro si è sentito in minoranza fin dall'inizio. Al congresso di Parma, nel 2002, di buon mattino salì su un treno e abbandonò i lavori spedendo un sms a Rutelli in cui spiegava di non riconoscersi «in quello che sta nascendo». Scatti d'umore? Macché: oggi come ieri Parisi non si ritrova in un Partito democratico fondato sull'asse tra ex democristiani e ex comunisti, tutto rivolto al passato. «Mi sembra un incubo», si è sfogato il ministro con il popolare Pierluigi Castagnetti che dell'asse è un convinto sostenitore. E sta preparando le contromisure: non a caso negli ultimi tempi, dopo un lungo periodo di freddezza, Parisi è tornato a conversare con il sindaco di Roma Walter Veltroni.
Due personaggi che hanno parlato di Pd in tempi non sospetti e che, per motivi diversi, sono insoddisfatti della creatura. In preparazione c'è un incontro a Roma, da mettere in piedi subito dopo Pasqua, nei giorni precedenti ai congressi di Ds e Margherita, per chiamare a raccolta gli esclusi di questi mesi: i non iscritti ai partiti, il popolo delle primarie, gli elettori del centro-sinistra che rischiano di trasformarsi nei grandi delusi del Partito democratico. I movimenti, le associazioni, gli intellettuali, le correnti uliviste di Ds e Margherita, le liste civiche, una parte del comitato referendario. E, naturalmente, il nume tutelare dell'Ulivo, il premier Romano Prodi.
Nei piani, ovviamente, serve a rilanciare il progetto del Pd. Ma nella realtà darà voce allo scontento per come sono andate finora le cose, alla vigilia dei due congressi di Ds e Margherita che si annunciano al calor bianco. Nei Ds, c'è la resa dei conti tra Piero Fassino e la sinistra interna di Fabio Mussi. Nella Margherita, dove tutti sono formalmente schierati con la stessa mozione, siamo alla guerra per bande. Basta scorrere le notizie arrivate dalla periferia nell'ultimo fine settimana: due coordinatori cittadini eletti a Pescara in mancanza di accordo tra i capicorrente; un ordine del giorno approvato in Lombardia che reclama i pieni poteri all'Assemblea nazionale; il parlamentino del partito dove i rutelliani sono in minoranza: di fatto, il commissariamento del leader. Dalla Sicilia, da Siracusa, arrivano addirittura voci di un
cospicuo pacchetto di iscritti-fantasma: tesserati sia per la Margherita che per Forza Italia. Anime morte bipartisan.
La situazione più rovente è nel Lazio, la regione di Rutelli, dove votano molti big della Margherita e dove si fanno le prove generali del congresso nazionale. Da mesi la guida del partito regionale è stata promessa a un fedelissimo del vice-premier Mario Di Carlo, ma il patto tra rutelliani e popolari è saltato. Non si sa neppure con esattezza chi ha eletto i 174 delegati di Roma. Sul congresso che li ha nominati pesa un ricorso per gravi irregolarità: a Roma i tesserati risultano sulla carta oltre 49mila, perché il congresso fosse valido avrebbero dovuto votare almeno 15mila iscritti, un terzo. Nessuno li ha visti: sedie vuote e seggi deserti. A presentare il ricorso è stato l'iscritto Mario Adinolfi, molto di più di un semplice tesserato: influente giornalista-blogger, leader di un movimento giovanile (Generazione U), autore di una rubrica sul quotidiano della Margherita "Europa", consulente del senatore Willer Bordon. Il ricorso è stato accolto dalla commissione nazionale di garanzia che ha chiesto a Roma i verbali del congresso per ben tre volte. Ma di quei verbali, per ora, non c'è traccia.
Tesseramento gonfiato, delegati fantasma, numeri in bilico. Al congresso regionale del Lazio, in programma per il fine settimana, c'è quasi parità tra i seguaci di Rutelli e i popolari. Potrebbero essere determinanti gli uomini di Parisi, deputati eletti o residenti
a Roma come Mario Barbi e il ministro prodiano Giulio Santagata. Ma la loro partecipazione all'assemblea non è scontata: l'assenza sarebbe il segnale che anche Parisi ha deciso di mollare la Margherita al suo destino e di rafforzare quello che nel Pd ancora non si è visto, il terzo incomodo, il soggetto ulivista che raccoglie trasversalmente diessini e margheritini inquieti e tutto ciò che non si riconosce nei due soci fondatori. «Una componente molto forte nell'elettorato, ma molto debole nel ceto politico», spiega Salvatore Vassallo, l'uomo dei gazebo, il politologo che al seminario di Orvieto dello scorso autunno terremotò i partiti con la proposta di eleggere i nuovi vertici del Pd con le primarie. «Serve un federatore, qualcuno che dia voce a questa componente che esprimerà il futuro leader del Pd, come Prodi è stato il leader dell'Ulivo».
Anche Parisi la pensa così: per questo si prepara a dare battaglia, ancora una volta. In attesa che arrivi il federatore: Prodi non c'è più, troppo preso a governare, Veltroni non c'è ancora, per ora il professore sardo deve giocare in proprio.
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marzo 6 2007
Parisi e la sfida del referendum: Romano? Così aiuto il governo
di Maria Teresa Meli, Il Corriere della Sera
Roma - Il referendum è un'arma. Anzi, l'unica che serve a «mantenere il bipolarismo» e a evitare che il Pd diventi come i partiti di oggi «che hanno una serie di limiti autoreferenziali che rallentano la partecipazione dei cittadini alla politica». Da tempo Arturo Parisi si è andato convincendo di questo. Non solo. Quel che più dispiace al ministro della Difesa è che il suo «amico» Romano Prodi non abbia capito che il referendum «aiuta anche la quotidianità» dell'azione di governo. Di fare la parte del politologo anti-politica, che «pensa solo al futuro», Parisi non ha più voglia alcuna. «Guardare oltre il proprio naso aiuta meglio a risolvere l'oggi», è il suo motto di questi giorni.
In parole povere, Parisi non è un kamikaze che pensa solo al referendum. Quello può essere uno stimolo per rimettere mano alla riforma elettorale, e «non certo al sistema tedesco che affosserebbe sia il bipolarismo che il Partito democratico». Non che il ministro della Difesa ce l'abbia con Pier Ferdinando Casini e con quanti, nel centrosinistra, vedono in lui una sponda per la riforma. Semplicemente è convinto che «un sistema che consegni a un partito la parte dell'ago della bilancia» rappresenti un ritorno alla prima Repubblica.
Eppure in molti indicano ormai in Parisi, e nella sua decisione di andare avanti con il referendum, un elemento di destabilizzazione. Non è così, secondo lui: semmai il referendum è un sostegno all'esecutivo, perché ipotizzare un referendum nel 2008 significa immaginare le elezioni politiche con la nuova legge come minimo nel 2009. Ciò consentirebbe al governo, alla peggio, una durata di tre anni. E, come dovrebbe ben sapere Prodi, è quella la data che non da ora, ma da mesi e mesi, viene indicata dai suoi alleati come la più probabile per andare alle elezioni.
Anche il tema delle maggioranze variabili sembra impensierire Parisi. Non che, con realismo, il ministro della Difesa non si renda conto che in alcuni casi esse siano necessarie, a patto, però, che «non diventino la strada per arrivare ad altre soluzioni di governo». «Tutto deve avvenire alla luce del sole»: su questo Parisi è sempre stato chiaro. «Se Prodi cade - è il suo ritornello - ci sono solo le elezioni». Per intendersi, l'idea di un Pd versione Marini- D'Alema, che sceglie di volta in volta con chi allearsi, al centro o alla sua sinistra, è quel che Parisi non vuole. Un Partito democratico che sia la mera somma di Ds e Dl rappresenterebbe per lui una sconfitta. Non sua. Ma del progetto che «prese avvio nel 95». «Per il Pd - è il ragionamento di Parisi - il problema del se è stato risolto. Non c'è più quasi nessuno che vi si oppone. Il problema adesso è il come. Raggiungere quest'obiettivo in modo burocratico sarebbe un errore». Per tutto ciò si può veramente definire il ministro della Difesa un sognatore o un politologo che nulla ha a che fare con la politica-politica? Forse. Ma Prodi non può dimenticare che fu grazie alla caparbietà di Parisi che ottenne le primarie. Ossia l'unica soluzione che finora gli ha evitato il fuoco amico. Ora il premier vuole andare avanti. E durare cinque anni. Per questo mette la sordina al referendum. Ma proprio chi lo ha seguito sin dall'inizio di questa sua nuova avventura politica, come Gad Lerner, che oggi terrà un'iniziativa del comitato referendario a Milano gli ricorda: «Benché abbia seri problemi di governabilità, sia chiaro che Prodi, in materia referendaria, può esprimersi anche come privato cittadino». Lerner lo spera ancora, Parisi, probabilmente, non più.
marzo 2 2007
Partito Democratico e legge elettorale
Enzo
Cosa ce ne facciamo del Partito Democratico in un sistema elettorale proporzionale? La domanda non è peregrina perché appare ormai certo che se il Parlamento riuscirà a modificare la legge “porcata” lo farà con un sistema proporzionale. Il quale anche se corretto (sbarramento, premio di maggioranza ecc.) in modo da tale da salvaguardare il bipolarismo sarà pur sempre un sistema di rappresentanza proporzionale. Allora vale la pena porsi la domanda: cosa ce ne facciamo di un PD? In origine il PD/Ulivo era stato pensato come nuovo soggetto politico capace di raccogliere, interpretare le nuove istanze della società e per superare la “rappresentanza politica” figlia delle ideologie. In altre parole si affermava che, grazie al crollo del muro di Berlino, c’era la possibilità di mettere in campo una nuova cultura politica dove a nessuno sarebbe stato chiesto "da dove vieni?". Una nuova cultura politica basata sull’etica della responsabilità e, anche per questo, si vedeva nel maggioritario un sistema che avrebbe consentito la formazione di un nuovo ceto dirigente attraverso la selezione delle primarie - e la conseguente responsabilità verso l’elettorato - della realizzazione del progetto politico. Insomma un ruolo nuovo ed attivo per l’elettore e un nuovo modo di intendere il ruolo del politico e dei partiti. Oggi si prospetta, invece, un sistema proporzionale che nega in sé il concetto di responsabilità diretta. La nega perché il sistema politico, ancorché ridotto nei numeri dei partiti (peraltro tutto da vedere), lascia alla negoziazione tra le parti la definizione del progetto politico e non vi sarà mai nessuno che risponde direttamente al proprio elettorato. Nemmeno l’eventuale premier eletto più o meno direttamente potrà essere “responsabile” se i suoi parlamentari continueranno ad essere eletti in “liste di partito” e non dalla maggioranza degli elettori dei collegi. Allora il PD si traduce in un soggetto politico che porta con sé tutto ciò che è perfettamente inutile al superamento della crisi italiana. Porta il primato degli apparati (che continueranno ad esercitarlo malgrado forme di partecipazione come le primarie) perché ai “ruoli di rappresentanza politica” difficilmente parteciperanno forze nuove, forze estranee all’apparato. Perché non riuscirebbero ad avere la forza sufficiente per spezzare la coesione di casta, perché sarebbero isolati. Perché, appunto, il loro “datore di lavoro” non sarebbe l’elettorato che in un sistema proporzionale rimarrà sempre sullo sfondo. Il PD/Ulivo affondava la propria proposta nella valutazione di crisi dei partiti: crisi di partecipazione, crisi dei percorsi di democrazia interna, crisi di rapporto con la società. Per superare tutto questo serviva, appunto, una “riforma del sistema politico”, serviva cioè una “liberalizzazione” anche della politica, capace, come detto, di far entrare forze fresche. Ciò che va maturando va esattamente in senso contrario e il PD è già minato nel suo attuale progetto non solo dai modi e dalla cultura politica che si propone, ma da un ritorno indietro sulla legge elettorale. Un bel proporzionale all’italiana è ciò che ci vuole per la restaurazione definitiva della prima repubblica: altro che portare a termine la lunga transizione. http://www.ulivoselvatico.org/politica/nuovapol.htm
febbraio 28 2007
MAGGIORITARIO FULCRO DEL PARTITO DEMOCRATICO
Pubblichiamo un articolo di Claudio Croci sul nuovo sistema elettorale
MAGGIORITARIO FULCRO DEL PARTITO DEMOCRATICO
Nel manifesto del Partito Democratico purtroppo è assente ogni riferimento al sistema elettorale , ma questo non esime i costituenti ad integrare questa mancanza. L’Ulivo nacque sulla base di un riconoscimento agli elettori di una effettiva capacità di “ governo “. Con la svolta del 1992 l’elettore volle riappropriarsi di un diritto costituzionale riconosciuto : la sovranità. Molti politici bravi a citare ad ogni passo la bellezza della nostra carta si fermano là dove si cita questa semplice chiara inequivocabile formula : la sovranità appartiene al popolo , non ai partiti , non ai gruppi , ma al popolo . Un altro articolo cita il loro diritto ad organizzarsi liberamente in partiti per concorrere a determinare la politica nazionale. Il Prof. Guzzetta ispiratore dei referendum elettorali ha sempre ribadito il concetto di volere spostare l’equilibrio decisionale dai partiti agli elettori , non perché i partiti , come da Costituzione , non hanno diritto di esistenza ,anzi lo hanno eccome ,solo lo devono esercitare in maniera consona al dettato costituzionale e cioè al servizio dei cittadini e non sopra i cittadini . La sintesi politica non è solo del “ politico “ ma è diritto di tutti noi elettori in quanto noi siamo i possessori dell’equilibrio politico nazionale e non altri .
La scelta del maggioritario fu appunto voluta da ampia fascia di elettorato proprio per riappropriarsi delle scelte . I partiti , nei collegi , presentino le loro proposte ed i cittadini scelgano tra una , due , tre proposte alternative al massimo , come nelle aule parlamentari . Questo concetto di restituzione alla base delle scelte politiche e quindi del ruolo di servizio dei partiti è alla base del maggioritario , come sistema di scelta della classe politica che in occidente vede USA, Francia , Gran Brettagna su questa falsariga. Alcuni , anzi molti politici nostrani continuano a considerare che un sistema è tanto più democratico quanto più rappresentativo di una vasta scelta di posizioni. Ma queste posizioni sono reali o fittizie ? Cioè l’accanirsi a distinguere un proprio specifico punto di vista serve all’elettore oppure serve a quel partito a mantenersi in vita ? E di più ,visto che oggi i partiti di governo sono undici , che senso hanno le posizioni di tali Turigliatto e Rossi che votano contro le volontà dei propri partiti a che serve questo pluralismo che non copre tutto ? Perché stranamente le correnti interne minoritarie all’Ulivo chiedono il ritorno al proporzionale ? La risposta è che vogliono perpetrare una loro visibilità scippandola agli elettori . Tu elettore mi dai un mandato , a me partito , un mandato che io mi ritaglio su misura , e di misure ce ne sono tante dieci , quindici, venti , poi tu elettore stai buono per cinque anni e mi lasci lavorare.
Questa è la logica dietro al proporzionale nostrano . Il sistema tedesco che è un proporzionale quasi puro è però bilanciato da quattro fattori fondamentali : la legittimazione dei partiti attraverso la Corte Costituzionale , il Cancellierato , lo sbarramento del 5 %, la quasi genetica avversione dei tedeschi a parcellizzare le proprie opinioni , tant’è che il secondo partito in Germania ha più del 30 % dei consensi, quindi una situazione completamente diversa dal sistema politico e parlamentare italiano. Ma la formula più subdola di scippamento della sovranità ai cittadini sta dietro la formula “ Garantire l’alternaza “. Cioè un bipolarismo tipo comuni , in cui si scegli il premier e poi le coalizioni vengono proporzionate alla forza dei rispettivi partiti . In altre parole eleggiamo il nostro Sindaco e poi i partiti della coalizione vincente vengono proporzionati alla loro forza. In questa maniera si pensa di conservare solidità all’esecutivo e rappresentanza ai partiti. A parte il fatto che il Premier diviene al limite un vero dittatore poiché ha una maggioranza assicurata per cinque anni senza un reale vero controllo . A parte che le logiche dei partiti porteranno la maggioranza a dividersi a sua volta in una maggioranza–maggioranza ed una maggioranza- minoranza, quale valore resterà al voto dei cittadini una volta scelto il nome del Capo . Inoltre gli equilibri legislativo – esecutivo fondamentali per una democrazia costituzionale da chi saranno garantiti se per cinque anni premier e legislativo saranno per forza dello stesso segno ?
L’Ulivo nacque in corrispondenza del passaggio al maggioritario come elemento non solo di cartello elettorale dato dal sistema elettorale , ma come rivoluzione culturale politica che voleva trovare una nuova sintesi alle idee degli elettori una sintesi condivisa e partecipe ad un livello di coinvolgimento istituzionale , in cui le ragioni dello stare insieme venivano mediate più dalla cultura e mentalità dell’elettore che da quella dei partiti . Questa logica sta alla base del futuro Partito Democratico . Se non viene recepita , credo , che il P.D. rischia di diventare un grande soggetto della vecchia politica, un partitone anciene regime . La cultura del maggioritario è nel P.D. come la bandiera rossa era nel P.C.I. e D’Alema , uomo intelligente , credo che lo capisca per cui lasci , come sta ottimamente facendo in politica estera, le scorciatoie e comprenda la via maestra verso il nuovo sistema politico in cui il P.D. ha senso solo se il sistema politico parlamentare e costituzionale sarà basato sul maggioritario.
Claudio Croci, Redazione Margherita Municipio Roma XIII
http://www.e-margherita.it/index.php?pagina=articolo&idarticolo=5029
febbraio 25 2007
Déjà vu
Rowena,
La sera della caduta del primo governo Prodi, il 9 ottobre del 1998, ero in una sezione del PDS, a cui all’epoca ero ancora iscritta. Feci un accorato intervento in difesa del Governo, e soprattutto a favore dell’idea di Ulivo, quell’Ulivo che doveva essere il segno di un profondo rinnovamento della politica italiana, e il cui ramo qualcuno stava già segando. Il mio intervento piacque molto alla platea (i “compagni di base”, “la nostra gente”, ecc. ecc.) composta di molta gente più anziana di me e soltanto qualcuno di più giovane, che mi applaudì convintamente, e uno di quei vecchi comunisti si voltò verso di me che mi sedevo, arrossata per l’emozione e la fatica, e mi apostrofò in dialetto “Brava ragazza!”, facendomi sentire davvero molto giovane. Non ebbi nessun’altra risposta, tranne un intellettuale che, nel corso del suo lungo intervento, si dichiarò dispiaciuto della mia scarsa lungimiranza dacché, visto che ormai si stava costruendo la Cosa 2, che bisogno c’era dell’Ulivo? Il funzionario incaricato delle conclusioni, secondo lo stile del partito, non citò nemmeno di striscio il mio intervento, non citò nemmeno l’Ulivo se è per questo, ma parlò delle luminose sorti che aspettavano il partito (ops, il Partito), delle due gambe e di altre amenità. Il governo Prodi era ormai morto e sepolto, anche se ne ebbi la certezza solo dal televideo, una volta tornata a casa; e le luminose sorti del partito si tradussero nel governo D’Alema. Come è andata a finire lo sappiamo (e sto ancora aspettando l’occasione per rinfacciare a quel brocco di intellettuale la “sua” scarsa lungimiranza).
Questa volta è andata molto diversamente, anche se la sensazione di déjà vu è opprimente. Ma è un déjà vu del tutto superficiale, e riguarda la forma più che la sostanza; non c’era niente, in questo secondo governo Prodi della tensione ideale, delle aspettative, delle speranze che traboccavano dal primo. E la sua morte era nelle cose, come quando muore un lontano cugino malaticcio dalla nascita, che ci si spende giusto un pensiero, lo si sapeva che prima o poi sarebbe successo. Restava solo da sapere quando, e chi sarebbe stato, stavolta, il sicario. La cosa certa era che ci sarebbe entrato D’Alema, che da vent’anni c’è sempre quando c’è da sbagliare qualcosa, poiché è indubbio che da vent’anni è il miglior politico italiano.
A stento mi trattengo dal sibilare fra i denti un “io l’avevo detto”. Non ne vale la pena, e poi, chi mi ascolterebbe?http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm
gennaio 25 2007
Incontriamoci per il referendum elettorale
Personalmente, ma ho potuto verificare presso amici e conoscenti che molti
altri la pensano come me, ritengo il REFERENDUM su questa materia e con la
legge che si vorrebbe abrogare ESTREMAMENTE PERICOLOSO.
Infatti, SE NON SI RAGGIUNGE IL QUORUM (fatto certo) i fautori di questa
sciagurata legge strumentalizzerebbero questo fatto per affermare che agli
italiani, visto che non sono andati a votare, va bene questa legge. E allora
voglio vedere come la cambiamo. Dopo.
Come ho già avuto modo di dire, ad una nuova legge si dovrebbe arrivare in
due passi:
1. cancellare l'attuale e ripristinare la precedente SUBITO e senza
ricercare ampi consensi (loro non lo hanno fatto), mediante una semplice
legge di due soli articoli (si cancella l'attuale, si ripristina la
precedente)
2. lavorare ad una nuova legge, con calma e ponderazione, ricercando la
massima convergenza possibile (se si trova, altrimenti ci teniamo il
mediocre MATTARELLUM)
Per questo motivo, non intendo appoggiare la raccolta di firme per questo
referendum. La maggioranza si era impegnata a cancellare la legge elettorale
(anche pericolosa) della destra (come anche tante altre leggi vergogna). Noi
cittadini abbiamo votato questa maggioranza e il suo programma. Ora la
maggioranza si dia da fare e il Parlamento lavori.
Con cordiali saluti.
Dott. Ing. Ferdinando Longoni (a titolo strettamente personale)
dei Cittadini per L'ULIVO
Comitato "Montemario & Girotondi per L'ULIVO" di Roma
dicembre 4 2006
Berlusconi e la piazza
Davanti marciano le bandiere false dell´Udc. Il giornalista di «La7» domanda al manifestante che sventola la bandiera con il simbolo della Democrazia Cristiana: «Ma lei vota per Casini»? L´intervistato si offende. «Io? Casini è un casino. Io voto Berlusconi. Berlusconi è tutto per noi». Seguono, nel corteo, i dossier della Mitrokhin con i gagliardetti abbrunati, guardati dalla folla con un po´ di sospetto, nel caso vi fossero intorno tracce del letale Polonio 210.
Poi vengono i faldoni della Commissione Telekom Serbia, cariche di documenti già sequestrati dalla magistratura, e con il ritratto dell´eroe di quella istituzione repubblicana, Igor Marini, che manda un saluto da qualche prigione o «domiciliare». Un drappello è composto dalle majorette che, ai bei tempi, dovevano farsi vive in certi uffici della Farnesina prima di presentarsi alla Rai per firmare il contratto.
A passo più lento e con un incedere più grave, ciascuno conscio di essere un simbolo, viene avanti un vasto gruppo di inquisiti che fanno ala all´indomito signore dei Processi, il sen. Dell´Utri. Sfilano in un sventolio di citazioni, avvisi di garanzie, intercettazioni. Hanno l´aria deferente di dire: «Certo, siamo inquisiti, citati, processati, condannati, ma chi siamo noi a confronto con il nostro capo Silvio Berlusconi, che quanto a numero di incriminazioni e di assoluzioni per decorrenza dei termini o per cambiamento della legge nel corso del processo è alla testa di tutti noi»?
Prima della marcia di Roma, i processati e processandi si sono fermati a rendere omaggio ai colleghi e sodali caduti in prescrizione (una piccola folla destinata ad aumentare nei prossimi mesi), ai miracolati dell´indulto che ha messo al sicuro i reati finanziari, al miracolato della Cassazione, per grazia appena ricevuta, con la probabile motivazione «chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto», arguta canzone napoletana di viva attualità che avrebbe potuto essere inclusa fra gli inni del corteo.
Numerosi i proprietari di Suv, le immense vetture super inquinanti che occuperebbero quattro posti in ogni parcheggio, ma che preferiscono la doppia e la terza fila, se possibile in curva, se è possibile nei pressi di un ospedale, funzionando da blocca ambulanza.
Numerosi, nella folla, gli indignati all´idea di pagare le tasse. Cinque anni di non governo basato sul motto con Biscione rampante «Ciascuno si faccia gli affari suoi. Il vero patriottismo è nelle mie tasche». Ma l´importante è sventolare la bandiera. Più è lunga, più sono patriottico. Più sono patriottico più posso accusare «il nemico» (non il nemico in guerra, ma il nemico politico) di essere contro i soldati e di averli «abbandonati». Più è lunga la bandiera e meno devo spiegare per che cosa esattamente sono morti i trentanove giovani italiani che non sono mai più tornati a casa, lasciando soli famiglie e bambini di cui nessuno di loro (lo dicono le madri e le mogli) si è mai più occupato. Più è lunga la bandiera più copre le tasse.
Con grazia una signora con l´aria di una maestra buona dice, su un pullman che la sta portando alla manifestazione patriottica: «Io sono contro Prodi perché ci ha il pisello troppo piccolo». E mostra con il dito quanto piccolo. Con consueta e gagliarda disinvoltura Totò Cuffaro dice da Palermo, dove avviene la manifestazione divisa dell´Udc: «Non siamo divisi. Abbiamo un minimo come multiplo». Breve pausa, forse lui stesso è stupito del concetto forte ma oscuro. Come un ricercatore del Cnr che sa di avere usato un linguaggio troppo scientifico, si sposta a un livello più popolare. Afferma senza imbarazzo: «Questo governo sta affamando l´Italia». Evoca l´idea che sia finita la distribuzione delle minestre e che non ci sia più legna o carbonella da portare a casa, come nei primi anni del Soviet.
Sa di poterlo fare. Lo hanno fatto per cinque anni. Infatti sono qui per questo. Sono in piazza perché non è facile svegliarsi di soprassalto per scoprire che non era vero niente, che tutti i telegiornali e gran parte dei giornali avevano scherzato, che non ci sono grandi opere, non esiste e non può esistere il ponte di Messina, che la trovata della Moratti di annunciare decine di nuovi licei, con varie specialità, costa la carta e le fotocopie del ministero della Pubblica Istruzione, che la crescita della occupazione era dovuta alla parziale messa in regola di centinaia di migliaia di immigrati, che le «36 grandi riforme» sono difficili persino da ricordare a memoria, per non dire della realtà, in cui nulla resta perché nulla è accaduto. E che persino le peggiori ferite, come la cosiddetta «riforma costituzionale» sono state cancellate dal voto popolare e da un numero di voti (raccolti a cominciare dall´impegno dell´ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro) alquanto più grande della «folla del pisello» di piazza San Giovanni. E che tutte le altre leggi erano solo parte della grande offensiva del premier di allora contro i suoi processi.
Questa piazza è una immensa crisi di astinenza dal mondo immaginario fermato un istante prima che l´Italia precipitasse fuori dall´Europa, fuori dall´euro, e dentro il buco nero del debito pubblico senza fine. Quanto sia stato grave il pericolo per l´Italia lo dicono le voci nette e preoccupate di tutti gli enti europei e internazionali dalle agenzie di rating che hanno declassato l´Italia, le voci che avvertono: il segnale d´allarme sui conti dell´Italia continua, fino a che un modo responsabile di fare i conti (e di rendere conto, comprese le decisioni sgradevoli) cominceranno a dare frutto.
Certo l´alleanza fra chi non ha mai pagato le tasse, chi non intende pagarle e chi crede in buona fede (sotto la dittatura dei media del padrone, che ha spavaldamente controllato tutto il pubblico e tutto il privato delle comunicazioni) che il niente pieno di spettacolo messo in scena da Berlusconi («Adesso l´Italia conta nel mondo»; «gli ambasciatori d´ora in poi saranno valutati a seconda di quello che vendono»; «Ho portato Putin da Bush, è il nuovo alleato») fosse qualcosa che accadeva davvero, produce una bella folla. Una rabbia sincera per l´idea, anche solo l´idea di pagare le tasse, una volta che si allea col vero stupore di trovarsi in un mondo reale con debiti veri, buchi veri, vuoti di cassa veri, evasione vera e nessuna (nessuna) riforma, non può che dare luogo a un grande spettacolo.
Ed ecco la parola. Ecco la vendetta di Berlusconi.
Non può dire ve lo faccio vedere io il governo.
Ma è tutto suo il privilegio di dire: ve lo faccio vedere io lo spettacolo.
* * *
Lo spettacolo ha le sue regole, e chi le conosce meglio del grande impresario che per cinque anni si è travestito da statista? Una delle regole è la volgarità, come si vede da tutto il cinema di serie B.
Sentite la domanda squisitamente politica di un collega giornalista allo statista Borghezio (Lega Nord): «Ce l´avete duro? Ce l´avete ancora duro?».
Ma l´altra regola è impossessarsi dello spettacolo in modo da occuparlo tutto, senza misericordia per gli attor giovani che fanno parte della stessa compagnia.
Con un discorso vagamente funebre (come a riprendere l´ultima frase di Montecatini «vi lascio in eredità..») vagamente mussoliniano (le stentoree ripetizioni, le frasi dette ciascuna come se fosse l´ultima, ma anche portatrici di verità mai prima ascoltata) e, in modo più netto, sudamericano dell´altro secolo, Berlusconi ha parlato per primo. Ha parlato per un´ora, ha frugato in ogni angolo del non immenso spazio mentale della Casa delle Libertà, ha eliminato ogni possibile spunto o argomento, in una parola ha stroncato soprattutto Fini che ha avuto un decimo di applausi e a cui è restata come unica frase originale: «Sapete perché le bandiere della sinistra sono rosse? Perché sono rosse di vergogna!»). Berlusconi ha occupato la piazza ed esaltato la folla con i seguenti argomenti: il sequestro delle risorse; una società prospera e autonoma (ovvero libera dalle tasse); governo contro la proprietà; oppressione fiscale; oppressione giudiziaria; oppressione ideologica (dei comunisti, da Prodi a Parisi); l´invidia sociale; l´odio sociale; la difesa del patrimonio.
Si è spinto a invitare alla ribellione «come hanno fatto gli americani per la tassa sul tè nel porto di Boston nel 1773». Ha rassicurato Chiesa e Forze armate, come si fa prima di ogni bene organizzata rivolta. Ha confermato che, sotto la guida del suo ministro dell´Interno, ci sono stati brogli gravi e sistematici alle elezioni (ma s´intende, dei comunisti). E ha fondato il partito della Libertà.
Per farlo ha stroncato anche il povero Bossi, a cui sono rimasti sette-otto minuti e una manciata di applausi. L´evento ha ricordato un famoso scontro nelle elezioni primarie americane del 1979, fra Ronald Reagan e George Bush, quando Reagan ha afferrato il microfono all´inizio di un dibattito e ha detto: «Questo microfono l´ho pagato io e ci parlo io!». Berlusconi ha dato all´evento persino i titoli di coda. E l´elenco delle varie formazioni del «partito liberale» della libertà, che lui stesso ha scandito, imbarazzerebbe chiunque in Europa. La famiglia comprende: Alessandra Mussolini («Meglio fascista che frocio»); Romagnoli della Fiamma Tricolore (e dalle non remote parentele stragiste). Oltre alla Lega Nord di Borghezio e Gentilini e dell´urina di maiale versato sul terreno della moschea di Lodi. E tutto ciò è stato illustrato dalla frase: «Siamo un fronte unito e compatto, non come loro» (i comunisti, dalla Binetti a Prodi).
* * *
Se tutto ciò dovesse avere un reale sbocco politico sarebbe preoccupante. Nel momento in cui gridi in una piazza a centinaia di migliaia di persone inviperite per le tasse (lui dice «due milioni») «Viva la libertà», vuol dire che una spallata è necessaria, a qualsiasi costo e subito, perché la libertà è stata negata.
Berlusconi ha fatto un poderoso discorso nel vuoto.
La sola libertà che ha definito con chiarezza è quella del profitto e del patrimonio. Avrà certo i suoi sostenitori. Ma è dubbio che un intero Paese si possa scatenare per la ricchezza di alcuni.
Allora? Allora la storia italiana è giunta a un capolinea, dove vige un lungo sciopero dei mezzi di trasporto politici. Sommate tutte le cose dette (forse con qualche fatica, dunque con dedizione) di Berlusconi non resta niente.
O meglio, resta solo la frase: «La vostra presenza qui ha bandito la malinconia del tramonto».
Quella malinconia però gira nel Paese. Non si chiama tramonto. Si chiama solitudine. Il resto del Paese, che non era a scalmanarsi in quella piazza, avrà voltato la testa per dire a chi governa (e verso il quale non ha tremendi verdetti di condanna, se non altro perché la famosa legge finanziaria non la conosce ancora nessuno): «Ci dite una parola? Quanto è difficile la situazione? Quanto è dura la rimonta? Quanto è lungo il periodo difficile? Quanto è grave (o è stato grave) il rischio?».
E anche: «Si potrebbe essere rassicurati da poche voci chiare?»
Abbiamo capito tutti che questo governo, serio e impegnato in una missione drammatica, ha giurato che mai e poi mai si abbandonerà a spettacoli come il «Berlusconi show» del 2 dicembre, che mai praticherà il governo «liberale degli affari propri» coperto dal grande spettacolo virtuale e impacchettato nella bandiera.
L´abbiamo capito e apprezzato. Ma il contrario dello spettacolo non è il silenzio.
C´è una piazza piena di italiani desiderosi di partecipare. Chiedono che cosa devono fare. E in cambio di che cosa. Avranno risposte oneste, vere e di buon senso, lo sanno. Ma hanno diritto di averle, quelle risposte, e le aspettano.
L´altra Italia, quella civile, europea, democratica non ruba bandiere, microfoni, scena e invenzioni virtuali. Sa che ognuno deve fare la sua parte e che il grande lamento è imbarazzante. Ma, a intervalli ragionevoli, questa Italia deve avere una voce.
di Furio Colombo
da www.unita.it
ottobre 7 2006
First day in Orvieto - 2. A sleeping blogger
Hanno invitato un blogger e dunque ora si beccano la cronaca in diretta. Non quella paludata, stile il tavolo da politburo che ci becchiamo noi nello splendido Palazzo del Popolo di Orvieto: c'è la scritta Partito democratico, c'è il simbolo dell'Ulivo, poi c'è lo schema 'n'omo-'na donna-'n'omo di verdoniana memoria. Sostituire alla dicotomia 'n'omo-'na donna la più banale un diesse-un margheritino. Per cui, tavolo di presidenza: Fassino e Rutelli, Finocchiaro e Franceschini, professore diessino (Gualtieri, noioso e banale) e professore margheritino (Vassallo, più efficace ma non sorprendente) più lo spazio per i prodiani, per cui Prodi ha scelto se stesso (fa il moderatore, dà la parola, fa tutto lui) e il coetaneo Scoppola (in realtà è persino più vecchio).
Età media della platea: over fifty. De Mita si siede vicino alla Bindi e sembrano Sandra e Raimondo. Presenza giovanile, alla percentuale classica: under 35 all'uno per cento.
Le relazioni contengono alcuni elementi interessanti. Scoppola parte forte e dice una cosa che penso anche io, mi verrebbe da applaudirlo, ma non si può, c'è il clima cloroformizzato che si respira all'auditorium di via della Conciliazione quando qualche direttore ottuagenario propone l'ennesima rilettura rallentata di Mahler. Insomma, quando Scoppola dice che il partito democratico può essere solo "octroyé", concesso dall'alto, come le Costituzioni dai sovrani dell'Antico Regime, io nel vedere Ds e Margherita raffigurati con le parrucche dei Luigi di Francia e dei Filippi di Spagna, mi entusiasmo. Hai capito, 'sto vecchio professore, ancora c'ha le rotelle dell'immaginazione che marciano.
La relazione di Roberto Gualtieri serve a sostenere (tra le righe e con mille cautele), quel che D'Alema pensa: che il partito democratico va fatto e presto, nel solco del socialismo europeo, tanto sta cambiando e chi è cristiano va benissimo, ma sia laico. A questo punto potevano far parlare D'Alema e amen.
Poi tocca a Sebastiano Vassallo che prova a immaginare nuove forme organizzative, dice cose sensate (struttura federale, leggere, elastica), alcune francamente innovative ("partecipazione diretta" e diretta è scritto in corsivo, non è la democrazia diretta, ma è musica per le nostre orecchie) e parla di necessità di un "partito antioligarchico". Lo volesse iddio.
Ora cominciano i gruppi di studio ed è l'unico luogo dove si può provare a parlare. Il dramma di questo convegno a Orvieto è sempre il solito: tutto è ingessato, viene annunciato un dibattito generale per domani fino alle 18 e pare che gli interventi siano tutti pre-determinati. Insomma, non ci si può iscrivere e parlare in assemblea. Se fosse vero sarebbe grave e toccherà reagire. Speriamo che il sussurro sia infondato. Qui bisogna cominciare a costruire un'evoluzione vera del sistema politico italiano e il dirigismo delle consuete oligarchie non ci porterà da nessuna parte.
I professori ora li abbiamo ascoltati, ci siamo addormentati solo qua e là. Adesso lasciateci fare politica.http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it/blogs/style/acquario/dettaglio.asp?id_blog=710
settembre 20 2006
Primo: niente pensiero unico
di Filippo Andreatta, il Corriere della Sera - 19 Settembre 2006
Non vi è dubbio che il progetto che porterà al Partito democratico preveda la costituzione di un nuovo partito capace di ridurre la frammentazione del nostro sistema partitico. Ma è altrettanto indubbio che il Partito democratico debba anche essere un partito nuovo, un soggetto politico diverso da quelli che sostituisce per forma e per funzionamento, e più adatto alle sfide del XXI secolo. La necessità del Partito democratico è infatti dovuta all'esigenza, non soltanto italiana, di trovare nuovi meccanismi di comunicazione tra società e istituzioni, in un'era nella quale, in tutte le grandi democrazie occidentali, i modelli tradizionali di partito sono in crisi. Due sono le principali caratteristiche di una forma partito moderna.
La prima riguarda l'elaborazione dei contenuti e delle piattaforme programmatiche, che non potrà più essere ispirata da un sistema di credenze ideologiche rigide, come invece succedeva nei partiti di massa tradizionali. Questo significa, da un lato, che non ci potrà essere un unico organo di comunicazione, o un unico luogo di elaborazione, ma che questi compiti saranno svolti da una pluralità di soggetti non esclusivi, ciascuno dei quali si richiama al Partito democratico ma con diverse sfumature ideali. Questo del resto è il modello del Partito democratico americano, e in modo crescente di altri partiti europei, nel quale molteplici think tank, riviste e giornali producono un dibattito culturale e programmatico ufficioso poi sintetizzato in modo ufficiale dalle istituzioni di partito o dai candidati alle cariche monocratiche.
Questo significa anche, dall'altro lato, che il Partito democratico dovrà svolgere, anche sui temi ideologici, un'opera di mediazione e di identificazione di nuove sintesi adatte ai problemi del nostro tempo. È pertanto necessario che il pluralismo culturale che caratterizza il progetto del Partito democratico venga disciplinato da procedure, aperte e partecipate come i forum tematici, che permettano alla fine di mettere sul tavolo proposte organiche e coerenti su questi temi. È quindi evidente che si deve trattare principalmente di risposte concrete piuttosto che di principio, perché in quest'ultimo caso una composizione sarebbe ben più ardua.
Non ci sarà quindi un breviario ideologico del Partito democratico che mantenga proposizioni astratte costanti nel tempo. A ciascuna scadenza elettorale, piuttosto, sarà necessario elaborare di volta in volta una piattaforma di proposte sulle più rilevanti politiche pubbliche.
In secondo luogo, l'altro principale strumento tramite il quale il Partito democratico sarà un soggetto aperto e innovativo è quello delle primarie, che già in occasione delle scorse politiche hanno dato un decisivo contributo alla vittoria del centrosinistra.
La scelta delle primarie è quella decisiva per il passaggio a un soggetto autenticamente nuovo, con una propria e unica base, in quanto rende impraticabili soluzioni «per quote» che prefigurerebbero invece un modello di semplice giustapposizione di etichette esistenti. Il modello delle primarie, inoltre, comporta a sua volta dei cambiamenti nei tradizionali assetti partitici. Da un lato, cambia l'equilibrio di potere tra segreterie dei partiti e gruppi di eletti, dal momento che non saranno più le prime a selezionare i secondi, che invece godranno di una legittimazione propria e autonoma derivante dalla scelta della base. Dall'altro lato, sarà necessario un modello di finanziamento meno dipendente dai fondi pubblici, in quanto la sproporzione di risorse che si verrebbe altrimenti a creare tra i candidati «ufficiali» che hanno accesso a quei fondi e gli «altri» sarebbe eccessiva.
Si tratta di obiettivi ambiziosi e difficili da conseguire per una coalizione frammentata che gode di una maggioranza risicata, ma è una strada obbligata per il rafforzamento della maggioranza di governo e per la modernizzazione del nostro sistema politico, attualmente così bizantino da rappresentare un freno per il dinamismo della società e dell'economia. Il fallimento del progetto del Partito democratico sarebbe infatti un problema non solo per il centrosinistra, ma anche per il Paese, che sarebbe condannato a governi più preoccupati dalle alchimie della politica di coalizione che dalla necessità di guidare il Paese verso il futuro.
settembre 19 2006
Da Orvieto il via al Partito democratico
di ROMANO PRODI
Pubblichiamo la lettera di invito al seminario sul Partito democratico che si svolgerà a Orvieto il 6 e 7 ottobre.
Care amiche, cari amici, con questa lettera desidero invitarvi a partecipare al seminario sulla costruzione del Partito democratico, che si terrà ad Orvieto il 6-7 ottobre prossimi. L’incontro è promosso da me quale presidente dell’Ulivo, di intesa con i massimi dirigenti di Ds e Margherita, i soggetti che, insieme, hanno presentato le liste unitarie per la camera dei deputati alle scorse elezioni politiche. Questa iniziativa nasce da una discussione approfondita e risponde ad una esigenza posta da milioni e milioni di cittadini che ci hanno sostenuto e che ci sostengono.
Con il seminario di Orvieto vogliamo realizzare un incontro fecondo e libero tra i rappresentanti di partiti, associazioni, movimenti e personalità interessati a trasformare l’Ulivo da alleanza elettorale a soggetto politico che unisca tutti i democratici. A questo seminario, daranno un contributo fondamentale i professori Pietro Scoppola, Roberto Gualtieri e Salvatore Vassallo, che ringrazio fin d’ora per essersi assunti l’incarico gravoso ma decisivo di introdurre i lavori con relazioni impegnative e basilari.
Da più di dieci anni – cioè da quando ho deciso di partecipare attivamente alla vita politica – l’Ulivo è il centro ed è l’orizzonte del mio impegno.
In questi lunghi anni ci sono stati successi e battute d’arresto. Nei momenti belli e in quelli meno belli ho cercato sempre di tenere ferma la rotta, convinto che il nostro paese avesse bisogno di una grande forza democratica e progressista e che questa forza dovesse nascere dall’incontro delle tradizioni riformiste che hanno accompagnato la crescita culturale, sociale e civile del nostro popolo e hanno sostenuto attivamente quel processo storico che ha condotto le masse degli umili e dei diseredati, uniti dall’impegno nel lavoro e dal desiderio di una vita migliore e di una società più giusta per sé e i propri figli, a diventare protagonisti della vita pubblica e, anche attraverso i partiti che hanno dato loro voce e rappresentanza, parte fondamentale e costitutiva della Repubblica e dello stato democratico.
Oggi più che mai mi sento di ripetere quello che tante volte ho detto negli anni passati: non ci sono più ragioni perché le tradizioni riformiste dei socialisti, dei popolari e dei cattolici-democratici, dei liberaldemocratici e dei laico-repubblicani, divise dalla storia e dai contrasti ideologici del ‘900, continuino ad essere divise anche in un secolo nuovo, cominciato con qualche anticipo con la caduta del muro di Berlino.
Le divisioni del passato non hanno dunque più ragione di esistere, ma è nel futuro che dobbiamo cercare le ragioni di una unità nuova e feconda.
Queste ragioni oggi sono forti ed hanno il loro fondamento nella domanda di cambiamento del paese che sale dalla nostra gente che si attende sia un orizzonte di crescita economica e sociale guidata da criteri di equità, di merito e di solidarietà che un quadro di stabilità di governo assicurato da un sistema politico bipolare trasparente e moderno.
Offrire una risposta a questa domande è ciò che ci ha guidato nella elaborazione del programma di governo e nella costruzione della coalizione di centrosinistra – l’Unione – che abbiamo candidato con successo a guidare il paese.
Le elezioni le abbiamo vinte. E certo oggi l’impegno nel governo è di importanza fondamentale perché la realizzazione del programma dell’Unione – di cui l’Ulivo è tanta parte – a cui gli italiani hanno dato fiducia è la condizione di successo di ogni ulteriore iniziativa politica.
Ora, mentre il paese è unito nell’assunzione di responsabilità internazionali per la pace e il governo è impegnato nella definizione di una legge finanziaria che rilanci crescita e sviluppo, potremmo essere portati a dimenticare quanto sia stata dura e difficile la battaglia contro la destra e a sottovalutare l’impegno necessario a consolidare la coesione della coalizione e a portare a compimento il progetto dell’Ulivo.
Non sono trascorsi ancora tre mesi dal referendum costituzionale che ha respinto la sciagurata riforma della Casa delle libertà, chiudendo una stagione politica lunga e densa di appuntamenti elettorali vinti dal centrosinistra. È ai successi della stagione appena conclusa che dobbiamo riallacciarci per dare sostanza e futuro al progetto del Partito democratico. Il risultato delle elezioni politiche del 9-10 aprile ha premiato la proposta dell’Ulivo, che, insieme agli altri partiti dell’Unione, ha offerto al paese un programma di governo affidabile, nel quale la maggioranza degli elettori ha riconosciuto le possibilità di rilancio dello sviluppo economico e sociale del paese in una cornice di giustizia ed equità per tutti i cittadini. Le successive elezioni amministrative hanno confermato la fiducia conquistata alle politiche, consolidando ed ampliando il radicamento dell’Ulivo e dei suoi rappresentanti nei comuni e nelle amministrazioni locali.
La destra è all’opposizione. L’Ulivo – unito da un comune programma agli altri partiti dell’Unione – è al governo. Dare al paese il governo di cui ha bisogno è prioritario ed è l’impegno che abbiamo assunto con tutti gli italiani.
Eppure la responsabilità che oggi avvertiamo non si esaurisce nell’esercizio del governo, ma si estende anche all’impegno a condurre in porto quel processo politico che, dopo anni di sforzi ed esperimenti, ha portato, anche attraverso le primarie del 16 ottobre 2005, alla decisione di proporre la lista unica dell’Ulivo alla camera dei deputati e, quindi, riconoscendo il successo di questa proposta e le speranze sottese in questo successo, alla costituzione dei gruppi parlamentari dell’Ulivo in entrambe le camere.
Ho voluto brevemente ripercorrere le tappe del nostro cammino recente perché nulla di quanto abbiamo raggiunto era scontato, perché nulla di quanto abbiamo conseguito è assicurato per il futuro se non avremo la forza di proseguire sulla via delle riforme e dell’innovazione.
È giunto il momento di formulare proposte ed assumere impegni per costituire quel grande soggetto democratico di cui l’Italia ha bisogno per dare stabilità al governo e per consolidare – anche attraverso gli opportuni aggiustamenti istituzionali e la modifica della legge elettorale – l’impianto bipolare del nostro sistema politico. L’Italia ha bisogno di un grande partito moderno che unisca tutti i democratici e che costituisca il baricentro politico e programmatico del campo riformatore e progressista.
Taluni, dinanzi alle difficoltà dell’impresa, avanzano dubbi, nutrono incertezze, temono la fretta e mettono in guardia dalla effettiva possibilità di una sintesi di tradizioni e valori distinti. Altri mettono in guardia dal rischio verticistico e burocratico, immaginando un partito che si costituisca per sommatoria di Democratici di sinistra e di Margherita, a cui pure viene riconosciuto da tutti – al di là delle critiche – un ruolo fondamentale nella promozione del nuovo partito. Altri ancora immaginano la nascita del nuovo partito come una palingenesi che dovrà azzerare le organizzazioni esistenti e sostituirle con un nuovo ordine che nasce da un nuovo inizio senza passato.
In tutte le obiezioni che vengono mosse al progetto di Partito democratico vi è qualcosa di vero.
Ma noi dobbiamo tenere conto di tutti i dubbi e di tutte le obiezioni e non farci bloccare da nessuna di esse. Dobbiamo avere pazienza, ma dobbiamo anche procedere spediti. È quello che stiamo facendo – nell’Ulivo, nei gruppi parlamentari di camera e senato, nelle regioni e nei comuni – sforzandoci di immaginare la forma e il percorso da dare a un processo che trasformi l’alleanza elettorale dell’Ulivo in unità in un partito politico che sia nuovo e aperto. Sono persuaso che occorra innescare – e re-innescare – un processo che investa sul desiderio di discussione e sulla voglia di partecipazione della nostra gente, un processo che, per ampiezza e per profondità, si ispiri alla grande esperienza delle Primarie.
Senza entusiasmo e senza passione non costruiremo il partito nuovo di cui abbiamo bisogno. Ci vuole fiducia e ottimismo. Quando abbiamo deciso di svolgere le primarie – la decisione fu presa nel giugno del 2005, dopo passaggi e confronti anche aspri – chi credeva che più di 4 milioni di cittadini vi avrebbero preso parte? In quella esperienza noi abbiamo costruito un incontro virtuoso tra organizzazione dei partiti ed elettori, abbiamo abbattuto barriere e costruito ponti. Abbiamo evitato che dicotomie negative quali base/ vertice o partiti/società-civile costruissero finte polarità e finte alternative.
Il Partito democratico non potrà nascere che dall’incontro tra la responsabilità dei gruppi dirigenti (che sarà anche verifica degli stessi) e la voglia di partecipazione, di quello che, per semplicità, chiamo popolo delle primarie.
Dobbiamo immaginare un percorso in cui le scelte e le decisioni dei partiti (nei loro organi decisionali, fino ai congressi) si incontrino e convergano con una platea di soggetti più ampia e meno, o diversamente, strutturata.
Avendo presente tutto quanto detto, penso quindi che noi dobbiamo iniziare a definire il progetto del Partito democratico, ragionando su tre questioni: le ragioni storiche e politiche del nuovo partito; il suo profilo ideale e programmatico; la sua forma organizzativa e il processo costituente.
Sono proprio questi i temi centrali del seminario di Orvieto, che sarà una tappa fondamentale nella costruzione del Partito democratico se offrirà l’occasione non solo per interrogarsi ma anche per dare forma e prospettiva alla discussione sulla carta fondativa del nuovo partito e sulla partecipazione larga e strutturata dei nostri sostenitori al processo costituente che, fino da ora, può darsi l’obiettivo del battesimo politico alle prossime elezioni europee. La complessità e le difficoltà di questo processo non devono spaventarci.
Semmai devono spronarci. È in questo spirito che rinnovo l’invito a partecipare al nostro incontro di Orvieto, tappa di un viaggio lungo di cui ormai intravediamo il traguardo e che dobbiamo apprestarci a concludere.
settembre 18 2006
Un nuovo Partito
Pitio
I politici somigliano spesso a coloro che, attraversando il deserto, e, tormentati dalla sete, si immaginano di vedere oasi,cascate, ruscelli, mentre in realtà quello che vedono è unicamente un miraggio. Non si spiegherebbe se no altrimenti, il dibattito che accompagna o frena ,l’approdo al Partito Democratico.
Così come quei saltatori in alto che, fallita la misura più bassa, rimastogli un solo tentativo, provano il tutto per tutto mettendo l’asticella all’altezza del record del mondo, all’insegna della o la và o la spacca, altrettanto fanno molti politici che dopo aver fallito nei compiti più semplici si cimentano in compiti ancora più difficili. Eppure i risultati, anche delle politiche, sono stati chiari, vince il partito “leggero”, l’Ulivo,trascinando in maniera decisiva alla vittoria l’ intera coalizione, e non vincono,non sfondano i partiti ”pesanti”. Il risultato del Senato infatti, ricordiamolo, vede ad esempio la somma dei voti della Margherita e dei D.S. sotto di ben 3 punti rispetto al risultato prodotto dall’Ulivo alla Camera. A meno, quindi, di ritenere che l’elettore sia preda di una schizofrenia elettorale inspiegabile, il messaggio è, o dovrebbe essere, chiaro, l’Ulivo non vince per il programma, lo stesso della coalizione, per i candidati , comunque sempre dei D.S.e Margherita, nominati, in virtù della pessima legge elettorale voluta dalla Destra, in ogni caso dalle segreterie dei partiti, ma unicamente in grazia della sua “leggerezza”, verrebbe quasi da aggiungere grazie alla sua assenza. Anche i risultati delle Politiche del 2001, del resto, erano stati coerenti con questo schema, sia per la Destra che per il Centrosinistra. L’Ulivo, infatti, nel 2001 nel maggioritario, prendeva più voti, molti più voti,dei partiti del Centrosinistra presenti nella quota proporzionale, di converso Forza Italia, il Partito di plastica, al proporzionale arrivava, sempre nel 2001, al 30%, non certo in forza delle sue virtù, un partito inesistente senza classe dirigente come gli anni successivi avrebbero abbondantemente confermato, o in forza delle capacità politiche del suo fondatore, il fallimento al governo sta lì a dimostrarlo. A riprova di ciò nel maggioritario, difatti, la Destra subiva una forte emorragia di voti a favore dell’Ulivo, insufficienti per quest’ultimo per vincere, ma illuminante sulle tendenze generali.
In altre parole sia nei confronti della Destra che nei confronti del Centrosinistra l’elettore esprime la sfiducia od il rifiuto dei Partiti votando di volta in volta i Partiti più ”leggeri” più “gassosi”. Ad ulteriore conferma di ciò, se ce ne fosse bisogno, basterebbe vedere i risultati delle Comunali, delle Provinciali, delle Regionali, decise, quasi sempre grazie all’”effetto candidato”, i voti, cioè, espressi unicamente per il candidato Presidente o Sindaco ovvero il voto disgiunto, candidato di una coalizione Partito della coalizione avversaria. Basti, perciò, ricordare quanto la vittoria di Marrazzo piuttosto che quella di Vendola alle Regionali debba ai “senza Partito”. Si può sostenere, dunque, che coloro che hanno votato un candidato ed un Partito della coalizione che lo sorregge, esprimano ancora, in qualche modo, fiducia nei Partiti, anche se i sondaggi e le analisi sulla fiducia, ma sarebbe meglio dire sulla sfiducia, nei Partiti sono estremamente chiari, ma è difficile credere che coloro che non votano i Partiti, ma soltanto il candidato, possano essere l’ oggetto di una offensiva “democratica”. Finiti i Partiti Chiesa, i Partiti monolite, i Partiti ideologici, l’elettorato, dunque, non più “ingessato”, sceglie, cambia, e non è più rappresentabile secondo schemi datati ed oramai del secolo scorso. Fondare oggi un Partito illudendosi che bastino manifesti di intenti, programmi o scuole di Partito significa non rendersi conto della realtà. Evidentemente il fatto che Partiti personali, plastificati, nostalgia, centristi o radicali,ideologici o a-ideologici in questi anni siano stati fondati , ed affondati, non toglie l’illusione a nessuno che l’ennesimo Partito sia quello di cui si senta disperatamente il bisogno.
Il tetto prima delle fondamenta.
Solo un miraggio, come detto all’inizio del nostro intervento, può spiegare che si creda in virtù di chissà quale magia, che si possa iniziare prima dal fondare un Partito che occuparsi della legge Elettorale. Come chi pensi prima al tetto che alle fondamenta di una casa, così si comporta chi non affronta per primo il nodo, decisivo e dirimente, della legge Elettorale. Eppure in tutto il mondo i Partiti maggioritari, che cioè raggiungono il 50+ 1 dei voti, stanno scomparendo o sono scomparsi del tutto. Solo per l’efficacia della legge Elettorale i Laburisti sono passati da uno scarso 35% alla maggioranza dei seggi grazie alla legga maggioritaria, l’ uninominale secco. Anche dove vige il proporzionale, poi, i partiti pivot “dimagriscono” lentamente, ma inesorabilmente a favore di scialuppe “pirata” , piccole, ma agili.
La frantumazione Italiana non può quindi essere risolta da un Partito, ma, unicamente, da una legge maggioritaria. Il Partito unico, se vogliamo ,è la conseguenza, viene dopo, la legge elettorale, non prima. Del resto, ulteriore tocco surreale, quale eventuale legge maggioritaria , doppio turno o uninominale secco, non è minimamente nelle preoccupazioni di chi fa mostra di appassionarsi alle nuove aggregazioni. Nonostante ciò nell’ attuale panorama politico Italiano, quale legge elettorale venga approvata non è affatto neutro rispetto ai risultati politici che essa produce. Un doppio turno alla Francese, ad esempio, da certamente governabilità , ma produce automaticamente ,quasi come scarto inevitabile, una crescita delle ali estreme , ali estreme che non incidono direttamente sull’azione di Governo , ma indirettamente con movimenti , proteste, scontri come la realtà Francese ben documenta. Il Mattarellum , con tutti i suoi difetti, ha forzato ad avere cultura di Governo forze che in partenza non ne avevano nessuna. L’ inclusione può essere un obiettivo auspicabile o meno, ma resta comunque difficile credere che forze che sono o sono state al Governo votino docilmente per la propria eutanasia, chi pensa al doppio turno, quindi, lavora contro il maggioritario e, indirettamente, contro il Partito Democratico.
Le Primarie paracadute dei cittadini.
Cosa possa essere, invece, almeno in potenza, il Partito Democratico, lo mostrano bene le Primarie. Volute, appoggiate, le Primarie, da Romano Prodi su proposta di 4 gatti, i Cittadini per l’Ulivo, visionari, ma forniti di solidi argomenti. Naturalmente tutti, anche noi, ci siamo riempiti la bocca di valori quali partecipazione, impegno e così via in rapporto alle Primarie, ma la realtà è che esse sono state molto più spesso un paracadute per gli elettori nei confronti di scelte nefaste e suicide della dirigenza Politica ,impedendogli ulteriori danni.
Le Primarie, perciò, se comprese correttamente, sono, non solo il gerovital della Politica, come è stato detto, ma dovrebbero essere la ragione stessa di un Partito Democratico, ragione senza la quale viene a mancare qualsiasi spinta di rinnovamento. Primarie per ogni carica monocratica, dunque, ma non solo, concorrenza ,alla luce del sole, a tutti i livelli, affinché anche in Italia divenga prassi quella assunzione di responsabilità che fa si che, all’estero, chi perde un minuto dopo la sconfitta si dimette ed esce di scena dalla vita Politica, assumendo su di se quella accountability che indica chi è responsabile di che cosa. Difficile credere, perciò, che chi ha ottenuto posti in un altro contesto si ritiri di buon grado, ma senza “distruzione creativa “ di Schumpeteriana memoria, senza rinnovamento totale nella prassi e negli uomini il Partito Democratico potrà forse essere un nuovo Partito, ma non certo un Partito nuovo. Del resto le competenze, le pressioni, le spinte, gli stimoli, le svolte, le innovazioni vengono oramai da fuori i Partiti, anche quando sono espresse dai Politici, che, però, portano capacità, competenze acquisite al di fuori della Politica. Questa analisi potrà sembrare troppo Americaneggiante, con i suoi think tank, le sue lobby , ma in realtà non si tratta altro che di una diagnosi e certo non di un auspicio, realtà, comunque, da cui bisogna partire per comprendere i cambiamenti dello scenario Politico futuro.
Non si creda, però, che tutto ciò riguardi unicamente il futuro Partito Democratico o il Centrosinistra in senso lato, analoghi problemi, solo in formato mega-gigante, attanagliano ben più pesantemente la Destra, non per caso finora non in grado di metabolizzare una novità gradita ai cittadini come le Primarie. Fondazioni, associazioni, movimenti, prevedibilmente nel prossimo futuro orienteranno il dibattito Politico, oggi vivacissimo sulla rete e sui blog, più di quanto potrà fare qualunque Partito, nuovo o vecchio che sia. Lungi dal demonizzare assemblee, congressi, direttivi, essi andranno affiancati dai nuovi strumenti di Democrazia o altrimenti rimarranno sempre più un rito senza significato. Andrà realizzata una vera e propria cessione di sovranità dalle strutture partitiche alla società civile, con creatività. Ci si illude di cambiare tutto perché niente cambi, non rendendosi conto, per citare Rilke, che il futuro è già in noi, per cui o il Partito Democratico sarà all’altezza di questo futuro, o, al contrario, che nasca o meno non potrà che rivolgersi e gestire il passato.
http://www.ulivoselvatico.org/politica/Discussione.htm
settembre 15 2006
Prodi e Telecom Italia
Angelo Rovati è il tesoriere di Prodi, l'uomo di fiducia che ha
fatto
il collettore dei finanziamenti esterni, cioè di tanti militanti e
simpatizzanti dell'Ulivo e 2interni", cioè i soldi che Ds e
Margherita
hanno girato a Prodi per la campagna dell'Ulivo. Rovati gode della
fiducia incondizionata di Prodi, che è stato anche pochi giorni fa suo
testimone di nozze come tutta la stampa italiana ha voluto farci sapere
con ampia dovizia di particolari. Ora, Rovati, che lavora nella
segreteria particolare manda a Tronchetti Provera un documento per il
riassetto diTelecom Italia che prevede lo scorporo della Rete che
alcuni giorni dopo Tronchetti decide aggiungendo la decisione di
scorporare e possibilmente poi vendere(anche a stranieri) quei
telefonini che con grandi investimenti nemmeno due anni prima aveva
assorbito in Telecom Italia. Una decisione discutibile e pericolosa
sotto molti profili che crea preoccupazione per i destini
dell'occupazione e di un asset strategico per il Paese come le Tlc,
Prodi dichiara di non esserne a conoscenza e di voler capirci di più
prima di dare una valutazione che gli spetta perché se Telecom Italia è
un'azienda privata, gestisce un settore delicatissimo come le
comunicazioni personali, è la più grande azienda italiana, una delle
poche grandi in un Paese molto debole ed esposto alla concorrenza
internazionale. Per controbattere le critiche di Prodi che chiede,
giustamente, trasparenza, Tronchetti Provera, furbescamente, rivela il
contenuto del dossier inviatogli da Rovati, che afferma essere una sua
iniziativa personale di cui Prodi non era conoscenza. Può un uomo
vicinissimo a Prodi, anche come incarico istituzionale, intrattenere in
un momento così delicato rapporti così stretti con il capo della
maggiore impresa del Paese e non informare il Capo del Governo? Se lo
fa tradisce la fiducia di Prodi e quella del nostro Paese:
l'Italia,
esponendo Prodi a critiche durissime da parte dell'opposizione e al
sospetto, speriamo infondato, di avere ricevuto finanziamenti da
Tronchetti che giustificassero rapporti stretti e personali. A questo
punto Prodi anche dolorosamente deve disapprovare il comportamento del
suo collaboratore e allontanarlo immediatamente da Palazzo Chigi, ne va
dell'onore dell'Ulivo. E' giusto che la politica si occupi
del caso
Telecom Italia ma in piena trasparenza e non con episodi che ricordano
i discutibili rapporti di D'Alema e Fassino con Consorte.
Pier Luigi
Tolardo
Pier Luigi Tolardo
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settembre 12 2006
Dietro al Pd la volata del dopo-Prodi
Fabio Martini, La Stampa
Era l’ultimo martedì di agosto, il solito «circo» formato da politici e cronisti non aveva ancora rimesso le tende a Roma e nessuno si accorse di quelle finestre accese al secondo piano della sede nazionale della Margherita. Attorno a una cena frugale era riunito il «caminetto» dei capi del partito per una chiacchierata sui massimi sistemi, e in quella occasione Franco Marini stupì tutti: «Non mi dovete rompere le scatole, ‘sto partito democratico dobbiamo farlo!». Il presidente del Senato non ce l’aveva con nessuno, per Marini parlare colorito è un modo per fare il gigione, ma quelle parole qualcosa volevano pur dire. L’ex segretario del Ppi (iniziamente contrario a tutte e tre le ipotesi di liste unitarie dell’Ulivo), ora faceva sapere agli otto maggiorenti del suo partito (Francesco Rutelli, Arturo Parisi, Dario Franceschini, Paolo Gentiloni, Pierluigi Castagnetti, Ciriaco De Mita, Beppe Fioroni, Lamberto Dini) che per quanto lo riguarda il partito democratico non è più un tabù. Anzi.
Nel dibattito molto iniziatico e spesso incomprensibile ai più sul futuribile partito democratico, lo spostamento del presidente del Senato dal fronte dei contrari a quello dei favorevoli è soltanto una delle novità che dietro le quinte stanno mutando la disposizione delle forze in campo. Passaggi di fronte nei quali non è facile decifrare tatticismo, convinzioni, necessità e virtù. Prima delle elezioni le forze, grosso modo, erano così spartite: la maggioranza Ds (Fassino e D’Alema) e la minoranza Dl (Parisi) a favore del partito democratico; prudente la maggioranza Dl (Rutelli, Marini, Franceschini); contraria la minoranza Ds (Mussi e Salvi). Ma dopo dieci giorni di dibattiti alle feste di partito, dopo le impegnative parole pronunciate due giorni fa da Francesco Rutelli a Caorle e quelle ancora più incisive scandite da Dario Franceschini, la Margherita sembra essere diventato il partito che guida e la Quercia quello che insegue. Ma è davvero così?
Sostiene Ermete Realacci, battitore libero della Margherita ma anche amico vero di Rutelli: «Diciamolo. Subito prima delle elezioni nella Margherita si temeva di andare sotto il 10 per cento e di svegliarsi come un partito meridionalizzato. Nulla di questo è accaduto, ma il partito sembra non avere una significativa prospettiva. La decisione di puntare sul partito democratico è autentica e semmai la Margherita non deve commettere l’errore di fare il primo della classe, di tirare la volata mettendo in difficoltà i Ds». E per il partito di Rutelli il modo migliore per fare il primo della classe sarebbe quello di fare il congresso in primavera, lasciando la Quercia ad arrancare. E Romano Prodi, dicendo da Caorle «fate i congressi in contemporanea», ha voluto lanciare un ponte proprio ai Ds. E Rutelli non si è tirato indietro: «Facciamo documenti comuni ai due partiti».
Ma dentro la Quercia, il segretario Piero Fassino è impegnato in una impresa complessa. Da una parte cerca di non perdere pezzi, anche se le recenti parole del capo della minoranza Fabio Mussi («Se non ci saranno più i Ds, ognuno andrà dove lo porta il cuore») non sono molto incoraggianti. Dall’altra Fassino, con la recente missione a Strasburgo, dove ha parlato con i vertici del Pse, ha sondato i capi del socialismo europeo per capire se, mutatis mutandis, sia possibile replicare l’operazione condotta da Helmut Kohl subito dopo il crollo della Dc italiana: allargare il Ppe - mutandone l’originario dna democristiano - ai popolari spagnoli e a Forza Italia. E Massimo D’Alema? Sul tema non parla da più di un mese, ma Pierluigi Bersani ad una festa dell’Unità lontana dai riflettori nazionali (Reggio Emilia) è stato problematico: «I partiti non nascono senza passioni», «sono il frutto di un processo», «tutti devono essere coinvolti». E Piero Fassino, alla festa della Margherita di Caorle, è sembrato rivolgersi ai dirigenti di quel partito quando ha dichiarato: «Io dico no al gioco del cerino acceso su chi frena sul partito democratico».
Il segretario Ds sa che la Margherita è entrata nella stagione precongressuale e che in quel partito è maturata una novità: gli ex popolari, per 5 anni divisi in tre «anime» (Marini, Franceschini, Castagnetti-Bindi-Letta) hanno deciso di accorparsi e per farlo hanno indetto un convegno a Chianciano a fine settembre. Una mossa destinata a condizionare il dibattito interno (nei gruppi parlamentari gli ex Ppi sono il gruppo più numeroso) ma soprattutto a prefigurare una vera e propria corrente cattolico-democratica nel futuro partito democratico. Pierluigi Castagnetti, che (assieme a Franco Marini) è il regista dell’operazione, spiega: «Il partito democratico si può fare ma a due condizioni non negoziabili: deve esserci un riconoscimento esplicito che la cultura cattolico-democratica è fondatrice al pari di quella socialista; e che non si va da nessuna parte con le risposte burocratiche del Pse alle richieste di un dialogo». Molto più spinto il capogruppo dell’Ulivo a Montecitorio Dario Franceschini: «Il congresso del Pd si deve fare già nel 2008». E a Caorle è arrivato a dire: «Se fossi francese voterei socialista e se fossi inglese sarei per il Labour». L’attivismo degli ex popolari non sembra poter mettere in discussione la leadership di Rutelli che ad ogni buon conto si è intestato senza equivoci la linea del partito democratico.
Una partita, quella del «pd», nel quale giocano molto anche le ambizioni personali, il posizionamento in vista del dopo-Prodi. Walter Veltroni, dopo aver raccontato per anni che dopo l’esperienza da sindaco si sarebbe trasferito in Africa, ora ha spiegato che è pronto a «restare in politica» se ci fosse l’elezione diretta del premier. E’ il segnale che la prossima volta Veltroni se la giocherà senza ipocrisie e questo scorcio di fine estate 2006 lascia intendere che la sua volata è già partita. A tutte le feste dell’Unità nelle quali si è presentato, da Pesaro a Milano, Veltroni ha suscitato ondate di pathos collettivo che hanno colpito chi vi ha assistito. Il primo settembre, alla Festa di Ravenna, quando l’attore Ivano Marescotti ha letto un brano del romanzo di Veltroni, per 12 minuti il pubblico è rimasto in religioso silenzio per poi abbandonarsi ad un lunghissimo battimani, l’ultima prova che pochi sanno «interpretare» le emozioni come il sindaco che voleva emigrare in Africa.
settembre 8 2006
Partito Democratico - La via europea
di Salvatore Vassallo, Corriere della sera
L'aria che si respira in questi giorni nelle feste dei partiti dell'Ulivo sembra incoraggiare il progetto di dare vita ad un soggetto politico unitario, su cui però continua a pendere la spada di Damocle del dissidio tra i leader Ds e Dl in merito alla collocazione internazionale del nuovo partito. Un dissidio che rischia di non essere affatto attenuato dall'iniziativa avviata da Piero Fassino nei giorni scorsi.
Chi si appassiona al progetto del Partito democratico potrebbe ritenere che il dissidio sia ingigantito ad arte, dato che l'oggetto del contendere è in se stesso poco consistente. In effetti, il Pse, il Ppe o il Pde (di cui è parte la Margherita), a dispetto del nome, non sono partiti dentro cui ci si «scioglie», quanto club di cui si diventa soci. I relativi gruppi nel parlamento europeo non possono imporre una seria disciplina di voto. E le «internazionali» di oggi sono forum che promuovono convegni, offrono una passerella ai leader che vi partecipano e producono generiche dichiarazioni di intenti.
Le relazioni dirette che singoli partiti o leader stabiliscono con partner di altri Paesi - si pensi al New Labour di Blair - sono spesso molto più significative dei legami coltivati all'interno di quei contenitori. Ciononostante il tema attiva un complicato puzzle in cui sono in gioco questioni identitarie e aspettative di ruolo. Tocca nervi scoperti di quadri e leader degli attuali partiti perché riguarda la genealogia del Pd. In questo, è un test ineludibile della loro attitudine a «perdere la propria identità per trovarne una nuova», o meglio, della loro predisposizione a riconoscere apertamente che i simboli identitari del passato (che li dividono) non corrispondono più alle loro convinzioni presenti (che in larga misura li uniscono).
Se questo è vero, l'identità nuova sarà molto più simile nei fatti a quella attuale di quanto ciascuno immagini. Ma, come dimostra istruttivamente il caso in questione, non può essere concepita come «erede diretta» di una sola delle tradizioni, ideologiche ed organizzative, che le lasciano il passo. D'altro canto, lo stesso caso dimostra come la visione alternativa, confederale, che vorrebbe il Pd erede diretto di «entrambe» le tradizioni incarnate da Ds e Dl, sia, alla resa dei conti, semplicemente impraticabile.
I Ds hanno dalla loro il dato di fatto che in quasi tutti i Paesi dell'Unione Europea il più grande partito di centrosinistra è affiliato al Pse. Cosicché, nei vertici promossi dal Pse e nel suo gruppo parlamentare si incontrano il maggior numero di interlocutori naturali dei leader e dei parlamentari dell'Ulivo. Inoltre, in vari Paesi europei l'etichetta «socialista» ha effettivamente una accezione più inclusiva e plurale di quella sedimentata dalla nostra storia politica.
Ma è pur vero che la storia conta, tanto che i simboli della seconda internazionale, faticosamente acquisiti dagli eredi del Pci, continuano a respingere espressioni importanti del riformismo, non solo italiano. Si tratta di difetti non secondari per un progetto che pretende di archiviare le fratture culturali dei secoli scorsi, che si ispira ad una concezione post-ideologica della sinistra e riconosce di avere molto da imparare anche dal liberalismo democratico americano. Inoltre, i soci fondatori del Pd - sia i Ds sia gli altri - rischiano di interpretare la garanzia ex ante di una «permanenza» nel Pse come la dimostrazione di una continuità organizzativa tra il nuovo soggetto ed uno solo di quelli che l'hanno fondato.
Come ha già detto Romano Prodi, una soluzione appropriata può essere trovata solo deformando gli attuali contenitori internazionali. Si tratta peraltro di una strada già preparata dal lavoro svolto negli ultimi anni, nei rispettivi gruppi europei, da giovani dirigenti di talento di Ds e Dl, e che sarebbe facile spianare se la invocassero all'unisono i leader di un partito italiano del 40%. In ogni caso, la soluzione del puzzle può essere affidata solo alla sovranità del futuro partito e alla responsabilità dei «suoi» leader. Essere onesti nel riconoscere la natura del problema è una premessa necessaria per dare vita al nuovo soggetto. Considerare un qualsiasi approdo come condizione da ottenere ex ante segnala l'esistenza di riserve mentali che ne potrebbero mettere a repentaglio l'avvio.
Legge elettorale: Gitti (Apd), referendum e' dietro l'angolo petizione per il ritorno al collegio uninominale
Ansa - 7 Settembre 2006
Roma - Gregorio Gitti, portavoce dell' Associazione per il partito democratico (Apd) afferma che 'il referendum abrogativo dell'attuale legge elettorale e' dietro l'angolo'. Questo a sostegno della petizione al parlamento per il ritorno al sistema uninominale maggioritario, che sara' presentato nella convenzione a Napoli, il 23 settembre.
La petizione chiede, oltre al ripristino del collegio uninominale maggioritario, l'indicazione sulla scheda del candidato alla guida del governo e del simbolo della coalizione o del partito. Inoltre, si chiede una disciplina per le elezioni primarie, alle quali dovrebbero necessariamente presentarsi tutti i candidati, uno statuto giuridico dell'opposizione 'anche dal punto di vista finanziario ed organizzativo', e l' introduzione del 'principio di corrispondenza tra liste elettorali e gruppi parlamentari, salvo la liberta' di mandato del singolo parlamentare nell'ambito del solo gruppo misto'.
Inoltre, si chiede la 'riforma radicale' del finanziamento ai partiti, attraverso 'rimborsi elettorali erogabili solo ai gruppi parlamentari ed ai partiti rappresentati in Parlamento ed ottemperanti al regime fiscale posto a tutela della natura democratica del rispettivo ordinamento'.
Per Gitti, si tratta di 'una riforma necessaria per determinare maggioranze di governo ampie e stabili, per favorire la riduzione del numero dei partiti, per assicurare una maggiore coerenza interna delle coalizioni, per impedire alle segreterie dei partiti di scegliere gli eletti, per garantire ai cittadini il diritto di conferire responsabilita' personali e di scegliere chiaramente alternative di governo'.
agosto 5 2006
P.D. e Gruppi Unici (Enrico Morando su Il Riformista)
L'esperimento (finora) funziona - Sono trascorsi ormai tre mesi da quando - con l'elezione a scrutinio segreto dei rispettivi presidenti - si sono costituiti i gruppi parlamentari dell'Ulivo.
Sono trascorsi ormai tre mesi da quando - con l'elezione a scrutinio segreto dei rispettivi presidenti - si sono costituiti i gruppi parlamentari dell'Ulivo.
Gruppi unitari, non federati. Gruppi nei quali si decide - è accaduto al Senato sull'indulto - secondo il principio una testa, un voto. Si è trattato di tre mesi assai intensi - manovrina con annesse liberalizzazioni e Dpef; Afghanistan e Iraq; indulto - che hanno messo a dura prova il governo e la sua maggioranza. Così che non appare affatto arbitrario il tentativo di trarne un primo bilancio: come hanno "funzionato" i gruppi dell'Ulivo? La loro esperienza è fonte di incoraggiamento, per i sostenitori del progetto del partito
democratico, o tende piuttosto a ribadirne le difficoltà?
Proverò a rispondere a queste domande sulla base dell'esperienza che conosco meglio, quella del gruppo dell'Ulivo del Senato. Non senza aver prima richiamato il peso decisivo che, nel processo costituente del nuovo partito, è destinato ad esercitare il successo - o, al contrario, l'insuccesso - della scommessa rappresentata dalla scelta di dar vita ai gruppi parlamentari dell'Ulivo. Non solo perché - anche senza voler
ipotizzare che il nuovo partito sia "a predominanza parlamentare" - le forme della rappresentanza parlamentare influenzano in modo determinante natura e funzione di qualsiasi partito in qualsiasi democrazia contemporanea. Ma anche perché - nella specifica situazione in cui versano le forze del riformismo italiano - dal buon esito del tentativo messo in atto con la creazione dei gruppi dell'Ulivo dipende la verifica della effettiva praticabilità del processo costituente di una nuova e unitaria formazione politica. Non è stato certo per caso che i più precoci sostenitori del partito democratico (il gruppo Artemide e le assemblee autoconvocate di centinaia di parlamentari) abbiano concentrato il fuoco della loro iniziativa sul tema della
costruzione di gruppi unici. Se, conseguito finalmente lo scopo, l'esperienza dei gruppi dell'Ulivo desse luogo ad un fallimento, l'intera costruzione della Costituente ne subirebbe un serio danneggiamento, forse irreversibile.
Il mio giudizio è che - per ora - l'esperienza stia riuscendo, persino al di là delle più rosee (le mie) previsioni. Non perché il gruppo (sto parlando di quello del Senato) sia stato sede di costante confronto tra i suoi componenti, al fine di elaborare scelte e posizioni che avessero al tempo stesso il carattere di coerente sostegno all'azione del governo e di puntuale interpretazione riformista del programma di coalizione. Su entrambi i fronti, ci sono stati ritardi e limiti. No. Io parlo di esperimento riuscito perché, quale che fosse l'argomento di discussione (e di decisione), sempre si sono manifestate posizioni diverse, ma mai esse
hanno assunto a riferimento l'appartenenza di partito. E' stato così nel confronto - molto acceso - sul Dpef. Un osservatore che non conoscesse gli oratori poteva ben catalogare gli interventi distinguendoli tra i sostenitori della linea Padoa Schioppa-Draghi e i sostenitori della linea Ferrero. Poteva persino comprendere - con buona approssimazione - la Regione di elezione del senatore che stava
parlando. Ma non sarebbe mai e poi mai stato in grado di desumere - dalle tesi sostenute e dalle proposte avanzate - l'appartenenza dell'uno o dell'altro ai Ds o alla Margherita.
Realtà interessante, ma limitata ai temi economici? Niente affatto. A distanza di pochi giorni, la discussione sull'indulto ha avuto esattamente lo stesso carattere.
Il nostro "osservatore esterno" avrebbe potuto procedere a molte e complesse catalogazioni degli interventi, ma non avrebbe avuto alcuna speranza di riuscire nel tentativo di distinguerli tra iscritti ai Ds e iscritti alla Margherita. E il voto finale - in cui i favorevoli hanno prevalso nettamente sui contrari - è stato assolutamente "trasversale".
Con un'aggiunta tutt'altro che marginale: proprio i contrari all'indulto hanno preteso che ci fosse il voto in Assemblea, così da poter considerare il suo esito impegnativo per tutti i membri del gruppo (ferma restando la tutela del diritto alla libertà di coscienza). Un'altra significativa scelta costituente.
Infine, le questioni "eticamente sensibili": vita, morte, sessualità, famiglia.
Poche righe per ricordare ciò che tutti sanno: assieme al tema della collocazione internazionale del nuovo partito, si tratta di quella che viene (veniva?) generalmente indicata come la maggiore difficoltà sulla strada del partito democratico. Il confronto interno al gruppo dell'Ulivo del Senato ha portato alla stesura di una risoluzione - poi approvata dall'Aula di strettissima misura - in tema di ricerca scientifica sulle cellule staminali anche embrionali. Non è questa la sede per illustrarne in contenuti: qui mi interessa rilevare che, alla costruzione di questa posizione unitaria, hanno attivamente concorso senatori che si sono apertamente combattuti - da sponde opposte - nel recente referendum sulla fecondazione medicalmente assistita. E aggiungo che, anche in questo caso, resistenze e giudizi critici - per altro numericamente molto limitati - rispetto alle conclusioni raggiunte, sono venuti da senatori iscritti ad entrambi i partiti.
Morale della favola: noi sostenitori del progetto del partito democratico abbiamo preso un bel rischio quando abbiamo preteso e ottenuto che i gruppi dell'Ulivo nascessero subito dopo il voto, sottraendo questa scelta al tira e molla in atto sulla Costituente del nuovo partito. Vale a dire, a quel gioco che ora fa venire in campo, non come difficoltà reale - quale è - ma come insormontabile ostacolo, il tema della collocazione internazionale del nuovo partito, solo perché proprio la risoluzione su ricerca e cellule staminali anche embrionali ha dimostrato che nessun tema è inattingibile da un robusto sforzo di confronto culturale e mediazione politica. Per ora, l'assunzione di quel rischio ha il sapore di una scommessa vinta.
luglio 26 2006
Superare la fase di stallo del Partito democratico dell’Ulivo (di Iginio Ariemma)
E’ mia convinzione che il Partito Democratico dell’Ulivo stia nascendo male. E’ vero: c’è stata la costituzione dopo le elezioni dei gruppi unici in Parlamento.....
E’ mia convinzione che il Partito Democratico dell’Ulivo stia nascendo male.
E’ vero: c’è stata la costituzione dopo le elezioni dei gruppi unici in Parlamento; qua e là nelle istituzioni territoriali nascono, senza sollecitazioni, gruppi unitari; in varie località del Paese, soprattutto nelle grandi città si sono svolte assemblee anche con una buona partecipazione che hanno dato vita a comitati, coordinamenti o centri di iniziativa per il PDU.
Ma tuttora non c’è un clima costituente, non c’è, sia nei partiti che fuori, nella società, quello “spirito” costituente che dovrebbe informare il nuovo partito. Soprattutto è mancata finora una guida politica autorevole del processo costituente che indichi le tappe del percorso, che solleciti l’iniziativa e dia slancio e scriva l’agenda dei problemi da discutere, quelli che hanno già trovato una comune definizione e quelli ancora aperti.
Nelle recenti riunioni degli organi dirigenti dei DS e della Margherita si è continuato a discutere del se,se fare o no il nuovo partito. Con una non leggera amnesia: non si tiene conto che se c’è un dato dai cui partire per l’Ulivo è il voto di aprile, il quale ha messo in evidenza non soltanto che i due partiti non sono autosufficienti, ma soprattutto che l disegni strategici di cui erano portatori sono falliti. Mi riferisco all’ipotesi della Margherita di sfondare nell’elettorato centrista e a quella DS di avere un risultato ben oltre il 20% in modo da assicurare l’egemonia del processo futuro (dopo quindici anni sono passati dal 16% a poco più del 17%). Come disegno strategico è rimasto l’Ulivo, Ho l’impressione che se si continua così invece dello slancio aumenti la diffidenza, la confusione e la frammentazione in centinaia di rivoli del processo.
Dico subito che, mentre ritengo che questa guida autorevole debba essere attivata presto, il più presto possibile, il processo di costruzione del PDU non deve essere frettoloso, ma richiede il tempo necessario – ovviamente entro il 2008, prima delle elezioni europee- per un dibattito approfondito e ampio che investa non soltanto i gruppi dirigenti e il ceto politico, ma gli iscritti, gli elettori, il Paese nel suo insieme. Pertanto ritengo prioritario che si apra una discussione sui principi costituivi del nuovo partito e sulla guida del processo costituente.
.Per valori o principi costitutivi intendo le fondamenta, la basi prima di tutto culturali, che dovranno essere comuni e insieme ad esse il progetto strategico che deve avere come minimo un respiro generazionale. Essi sono i pilastri della casa comune, senza i quali il nuovo partito non nasce o se nasce nasce male e non regge. E’ stato detto e scritto che il nuovo partito trova la sua “necessità storica” nell’essere motore di una nuova rivoluzione democratica. Non amo l’enfasi retorica. Ma è indubbio che il PDU deve rispondere in modo persuasivo alle ardue sfide che gli sconvolgenti mutamenti dell’epoca (processi di globalizzazione, nuova era scientifica e tecnologica, e così via) ci pongono e pongono all’Italia. Alla base del partito nuovo ci deve essere una idea di società e in particolare del nesso tra libertà, eguaglianza e democrazia, che non è astratto ma è storicamente determinato, da diventare appunto un progetto generazionale.
Non è possibile in questa sede affrontare in modo compiuto tale tema, ma mi soffermo su tre punti che considero essenziali: la collocazione politica del nuovo partito, la partecipazione democratica, la dimensione internazionale.
Collocazione politica
A me pare che stia nelle cose che il PDU debba essere una formazione non di centro, ma di centro sinistra. Un partito non moderato, come collocazione, poiché, a seconda delle circostanze, delle stesse misure in discussione, e specialmente delle maggioranze che si formano può vedere anche la prevalenza al proprio interno dell’asse di sinistra rispetto al centro. Al PDU fa bene una permanente dialettica democratica tra sinistra e centro. Non vedo alcuna realistica ed efficace alternativa a questo posizionamento. Una collocazione centrista avrebbe effetti dirompenti e non corrisponde alle aspirazioni dell’elettorato ulivista. Nello stesso tempo va preso atto che la sinistra da sola non ce la fa a rappresentare una alternativa maggioritaria di governo. E non soltanto perché mancano i numeri, ma per le idee. La proposta di federare tutte le forze di sinistra, per quanto velleitaria come dimostra il passato, dà un risultato sempre largamente minoritario, in una dimensione da partito di testimonianza e di opposizione, non di governo.
Del resto l’indirizzo di aggregare la sinistra con il centro prevale nelle forze progressiste europee, al di là del nome che portano. Da anni c’è un processo nei partiti socialdemocratici che da sinistra va verso il centro. Ovviamente mutatis mutandis. Ognuno ha la propria storia e la rispettiva tradizione nazionale. Lo stesso Zapatero, che viene preso come riferimento dalla sinistra radicale, non contraddice questo indirizzo, sebbene abbia accentuato le politiche sulla libertà individuale. Michele Salvati parla addirittura di una egemonia della cultura liberale di sinistra. Io. che continuo ad essere affezionato alla dimensione sociale e socialista, non posso però fare a meno di osservare che in questi decenni è avvenuto un rovesciamento della dualità tra socialità e libertà. Oggi non c’è più la discussione della mia gioventù, tra socialismo liberale e liberal socialismo. Il mio professore, Norberto Bobbio, mi diceva che preporre un termine o l’altro non era la stessa cosa. Oggi si parla di libertà e giustizia, non di giustizia e libertà come faceva Rosselli. Persino il socialismo cristiano di Tasca e Silone si è trasformato in cristiano sociali.
Tutto ciò non mi sorprende, non soltanto per la dura replica della storia dinnanzi alla catastrofe del socialismo reale, ma anche perchè, nelle società più ricche, i diritti di libertà, i diritti individuali stanno avendo la prevalenza sulla questione sociale. Il nuovo partito deve essere attento alle maggiori domande di libertà, ma deve saperle affrontare con equilibrio e giudizio, perché l’innovazione anche culturale deve andare di pari passo con la coesione sociale, anche nelle società più ricche. L’eccessiva rincorsa ai diritti individuali, come ci insegna la storia recente della lotta politica negli USA, ha un duplice rischio: da un lato di far perdere consensi tra gli strati più popolari alle forze progressiste e di sinistra; dall’altro lato di spostare a livello di massa l’elettorato cristiano, a partire dai temi della famiglia, della sessualita’ e in generale dei temi eticamente sensibili verso posizioni fondamentaliste e di destra. Non solo, ma, come è strato osservato, il libertarismo eccessivo, oggettivamente, può entrare in contraddizione con la democrazia, dando il pretesto a strette autoritarie.
C’è un errore che va evitato e su cui vorrei attirare l’attenzione. Come dice il mio amico Pietro Scoppola il PDU sarà meno influente e avrà una vita più limitata, quasi monca, se non sarà capace di coinvolgere fin dai primi atti la componente cattolico democratica, dando ad essa spazio e visibilità,. Io sono molto d’accordo con questa esigenza. Il che – è ovvio- non significa inserire nello statuto di esso le radici cristiane, come sostiene strumentalmente qualche esponente della Margherita, e tanto meno la rinuncia alla laicità. Anzi, a mio parere, proprio la presenza dei cattolici democratici darebbe alla laicità un significato più forte e convincente, consentendo una discussione più pregnante e aggiornata nel costituendo partito.
A partire da quanto detto sul rapporto tra sinistra e centro non capisco il rifiuto verso il PDU , che ho trovato un po’ pregiudiziale, della sinistra interna DS. Mi sembra sbagliato dare per scontata e ineluttabile la deriva moderata del partito che sta nascendo. Alla radice colgo una concezione della sinistra che non ho mai condiviso: una concezione verticistica e autoreferenziale che alla fin fine porta all’impotenza politica.
Così come non riesco a spiegarmi il silenzio che se continua diventa assordante di alcune grandi organizzazioni sociali , come i sindacati dei lavoratori, il movimento cooperativo, le organizzazioni del mondo produttivo, ecc. Ovviamente so bene che la loro autonomia non consente pronunciamenti, ma altra cosa è la partecipazione alla discussione dei dirigenti e dei militanti. Il nuovo partito senza un radicamento forte in questo mondo e soprattutto nel mondo lavoro, in quello vecchio e in quello nuovo (la nuova imprenditorialità,le nuove professioni, il lavoro precario ecc) non fa molta strada.
Partecipazione democratica
La partecipazione democratica è e deve essere un valore costitutivo del PDU: La stessa idea di un partito democratico ha un senso se visto come strumento di democratizzazione del sistema politico nel suo insieme. Ciò pone vari problemi, che riguardano la sua democrazia interna (applicazione dell’art.49 della Costituzione), ma prima di tutto la cancellazione dell’attuale legge elettorale , che tende a favorire la frammentarietà, le rendite di posizione, l’annullamento del diritto di scelta da parte dei cittadini, e la sostituzione con una legge che rafforzi il bipolarismo politico e istituzionale e la cittadinanza attiva.
Non ho assolutamente il mito della società civile e neppure quello del popolo delle primarie, ma è indubbio che il partito nasce bene se riesce a parlare a quei milioni di cittadini che il 16 ottobre del 2005 sono andati votare per le primarie. A questo proposito c’è una questione che ritengo decisiva: il modo con cui vengono eletti i delegati all’assemblea costituente del PDU, cioè se l’elezione sarà libera e democratica –una testa e un voto-, garantendo un largo e approfondito confronto sulle liste e sulle candidature, sulla base degli stessi principi che regolano le primarie che si sono tenute in tante parti del Paese..
La dimensione europea
E’ naturale che il PDU debba nascere con respiro europeo e una dimensione europea. Se non nasce europeo guardiamo indietro, non avanti.
So bene quale sia la complessità del problema, soprattutto sul piano dell’affiliazione organizzativa.
Ma io credo che non sia insormontabile se si parte non dalla coda ma dalla testa, cioè dal confronto e dal dialogo sui contenuti culturali e politici, non soltanto tra Margherita e DS, ma anche tra le varie appartenenze europee. Confronto e dialogo che, se si esce dalle etichette, pone problemi a tutti, anche a coloro che oggi sostengono più rigidamente l’ancoraggio passato. Sono convinto, come lo ero nel 1989, quando si trattò l’adesione all’Internazionale socialdemocratica, che lo sbocco è quello del PSE, ma tale esito può essere soltanto graduale, sulla base di mutamenti reciproci, a livello nazionale e internazionale.
La guida del processo costituente
Vengo ora al punto più urgente, cioè alla guida politica del processo costituente.
La risposta immediata è addirittura ovvia è Romano Prodi. Credo che sarebbe sbagliato mettere in discussione la leadership di Prodi. Ma ecco la domanda: è obiettivamente, materialmente, possibile a Prodi esercitare la laedership sia del governo sia di un processo costituente così complicato? E ancora: è veramente opportuno politicamente che lo faccia, considerando che è anche il leader dell’Unione che è una alleanza più larga e ha un programma di governo già sottoscritto che ha tempi e contenuto necessariamente diversi da quello del costituendo partito? Non ho dubbi che l’azione di governo può essere utile alla costruzione del futuro partito (per es, lo è con il decreto sulle liberalizzazioni), così come il nuovo partito sarà un fattore di ricchezza e di stabilità del governo. Ma il rapporto non è mai meccanico, e non lo è specialmente in questa fase.
Inoltre l’ipotesi Prodi, lo si voglia o no, darebbe una torsione al PD in senso elettoralistico e presidenzialista, sulla falsa riga del modello statunitense, che a me lascia parecchie perplessità.
C’è una seconda soluzione che è venuta avanti in queste settimane: un patto di alleanza tra DS e Margherita .sia sul percorso sia sull’agenda dei problemi e sul punto di caduta. Sarebbe opportuno e necessario, ma se guardo alle cose successe dalle elezioni ad oggi mi pare che un tale patto stia incontrando forti difficoltà interne ai due partiti e tra i due partiti. Spero di sbagliarmi, ma nei due partiti c’è una reciproca riserva che impedisce l’accordo: la Margherita è propensa a dare compimento al processo a condizione che DS siano più deboli, magari perdendo per strada una parte, e sarebbe una sciagura ; i DS, dalla parte opposta, continuano a considerare il processo di unificazione producente e positivo se in esso sono egemoni.
Il risultato è l’attuale stallo e l’attuale schermaglia, sia pure svolta con stile dai due gruppi dirigenti. Anche il regolamento sui gruppi unici in Parlamento, che pure è un risultato positivo, è indicativo a questo proposito: In esso non esiste una decisione presa a maggioranza semplice, senza la quale non c’è trasversalità di merito, ma tutte o all’unanimità o maggioranza dei due terzi o dei tre quarti. Conservando quindi il diritto di veto delle componenti.
Infine resta la proposta del comitato promotore costituente. Proposta antica, che più volte in questi ultimi anni è stata ripercorsa. Ha possibilità di realizzazione ad una condizione: se viene fatta propria dai due partiti maggiori, anche con una certa generosità perchè ha capacità di attrazione se è aperta e viene estesa ad altre forze politiche, a associazioni e movimenti e soprattutto a personalità autorevoli e indipendenti che credono nell’Ulivo.
In un primo tempo ho considerato la proposta di Paolo Prodi di far eleggere il Comitato promotore dal cosiddetto popolo delle primarie bizzarra e velleitaria. Ma poi, pensandoci bene, date le difficoltà, potrebbe veramente sbloccare l’attuale situazione. A condizione che la proposta dei nomi sia accompagnata dalla tavola dei valori costituivi del nuovo Partito Democratico dell’Ulivo e sia data la possibilità a chi va a votare di esprimere con chiarezza il proprio sì o no e al limite anche se vuole il nuovo partito o la federazione.
Questa operazione- che, è ovvio, deve essere fatta bene, non in fretta- potrebbe costituire una sorta di preadesione di massa al nuovo partito. E’ una utopia? Può darsi. Ma qualche volta un pizzico di utopia affonda nella realtà parecchio di più della realpolitik e di tanti opportunismi.
Iginio Ariemma
http://www.cittadiniperlulivo.com/wmview.php?ArtID=2408
aprile 16 2006
L’Italia in pericolo
Furio Colombo
da l'Unità - 16 aprile 2006
Una terribile frase italiana, che mi disorientava quando, da bambino, la sentivo dire da adulti che si guardavano prudentemente intorno è: «qui lo dico e qui lo nego». È una espressione intraducibile che rappresenta il peggio dell’opportunismo italiano.
È ciò che sta accadendo adesso, in questo Paese, sotto gli occhi del mondo, dopo la vittoria di Prodi.
In alto e in basso, e persino a sinistra e non solo a destra, si dice o si nega, si afferma e si attende, si contano i numeri giusti ma poi si fa finta di non saperli, si usa l’esiguità del margine (ormai tipico di tutte le democrazie, e consacrato da ben due successive elezioni americane) per dire che la vittoria di Prodi forse è accaduta e forse no, e magari sarebbe meglio trattare.
Trattare che cosa, trattare con chi?
C’è infatti una variazione molto importante al modello nazionale di dire e negare che ha consentito tante decisioni ambigue nella storia italiana.
Berlusconi, il leader battuto (nel voto italiano in casa e nel voto italiano dall’estero) della Casa delle libertà non dice. Nega. In questo unico senso è più moderno. Nega risolutamente di avere perduto, nonostante l’evidenza e cogliendo lo spazio libero che gli viene offerto da un grande silenzio. Come in tanti suoi processi, Berlusconi nega tutto. Esattamente come in tribunale, accusa di broglio chi lo ha battuto. La stampa internazionale nota l’affinità fra processi e politica. La stampa nazionale appare affascinata dalla sua straordinaria capacità di negare. E benché la negazione sia sprezzante e deliberatamente provocatoria, intorno al leader che ha inventato il “sit in” dello sconfitto, una Valle di Susa delle elezioni perdute, si forma un capannello di interlocutori interessati a vedere che cosa si può mediare con lui.
Siamo in presenza di un paradossale abbaglio logico: l’idea che sia bene trattare e progettare scambi con chi ha rifiutato e continua a rifiutare di avere perso le elezioni, persino in presenza della ammissione (purtroppo tardiva) del ministro dell’Interno.
L’Italia in pericolo
Per avere un resoconto attendibile e definitivo di ciò che è accaduto davvero in Italia, occorre rivolgersi non alla televisione, in cui Berlusconi continua ad apparire come il protagonista, non ai giornali, colmi di retroscena che coprono di cortine fumogene i fatti. Non ai politici, anche del centrosinistra, alcuni dei quali discutono volentieri di scenari di possibile collaborazione saltando il dato: chi ha vinto?
Occorre la voce di un cardinale. Sentite le parole di Mons. Severino Poletto, arcivescovo di Torino, raccolte ieri da La Stampa e dite se non sono l’unica cronaca attendibile di ciò che è appena accaduto in Italia. «C’è stato un evento che ha interessato non soltanto noi, ma l’Italia intera. Una lunga e non serena campagna elettorale, e poi le elezioni politiche di cui già conosciamo i risultati, che in una democrazia matura devono essere accettati e rispettati. I risultati dunque li conosciamo. Attendiamo ora che il nuovo Parlamento si insedi, che il Governo sia formato e si metta all’opera. Ora non è più tempo di parole ma di fatti per dimostrare che governare un Paese significa realizzare il bene comune non con strumentali finalità ma con sincerità di intenti. Bene comune vuol dire soprattutto il bene dei ceti più poveri e svantaggiati della nostra società».
Ciò che consola ma anche tormenta, in queste parole di un cardinale, è la chiarezza con cui la sequenza delle vicende italiane è descritta.
Provate a smentirle. Primo, le elezioni sono finite, sono state vinte, e la democrazia matura le accetta. Secondo, è evidente il messaggio del risultato delle elezioni: governare per il bene di tutti e non con strumentali finalità. Terzo, che cosa si aspetta a dare seguito ai risultati e mettere il Parlamento in condizione di riunirsi e il Governo in condizione di cominciare a governare? Si può essere più chiari?
È un testo (rileggete, vi prego, il virgolettato) che non nasconde l’ansia di un cittadino democratico per lo “stallo” che non esiste. Ma è stato creato con «strumentali finalità» e ci butta in un tempo vuoto e con un pericolo immenso.
Nell’ansia del cardinale c’è una domanda che è anche un ammonimento autorevole: «che cosa aspettate?».
* * *
Ma se le parole di Saverio Poletto sono chiare, non prendetele come la controprova che Silvio Berlusconi sia uno stravagante che, per autodifesa interiore, ha scelto di separarsi dalla realtà.
L’uomo è un calcolatore accorto che si muove fuori e lontano dalla «democrazia matura», continuamente mosso da «finalità strumentali».
Questa volta la finalità strumentale è non far finire la campagna elettorale. Se finisce, lui ha perso. Se non finisce, le sue probabilità di rivincita aumentano di giorno in giorno, a mano a mano che si espandono il silenzio istituzionale e il vuoto in cui sono stati lasciati gli italiani.
Ha teso una trappola: discutiamo di possibili accordi.
Deliberatamente butta sul tavolo questioni che hanno mobilitato l’opposizione democratica fino all’ultimo voto. La giustizia, per esempio, e l’umiliante precariato del lavoro.
Cadere nella trappola vuol dire sciogliere le fila di una grande mobilitazione civile, mandare a casa chi si è battuto per vincere anche senza Tv e senza miliardi.
Tutta la gente che non si lascia dire di aver dato l’anima per questa vittoria (senza neppure sapere i nomi di coloro per cui votava, a causa della «porcata» detta nuova legge elettorale) e poi sentirsi annunciare che «si può trattare» prima ancora di sapere che Romano Prodi ha ricevuto l’incarico.
Berlusconi, il candidato battuto, sa fare bene una cosa, con rabbia e dovizia di mezzi: la campagna elettorale. La sta facendo, proprio mentre alla sinistra giungono segnali, (per fortuna solo da parte di alcuni) di benevola smobilitazione. E mentre la vittoria, faticata, rischiata e conseguita, continua a non diventare un incarico di governo.
Berlusconi sta dimostrando di poter continuare a tenere sotto ferreo controllo mediatico la sua metà dell’Italia. Ha perso, ma non gli importa. Lui non è stupido come Al Gore o John Kerry, che hanno pensato prima di tutto alla pace istituzionale del loro Paese. Lui tiene tirata la corda dello scontro, tiene la tensione altissima. Lui stesso, e chi lo rappresenta, rifiutano ogni gesto di accettazione democratica. Fino al punto da fare in modo che manchi al legittimo risultato elettorale del nostro Paese il riconoscimento degli Stati Uniti. È un fatto su cui andrebbe concentrata tutta l’attenzione dei leader della coalizione vittoriosa. Chi sta mentendo all’America, Berlusconi o il suo ministro degli Esteri Fini? Non sarebbe il caso di chiedere un chiarimento all’ambasciatore degli Stati Uniti che è uomo esperto, buon conoscitore del nostro Paese e che certo ha a cuore la profonda amicizia fra i due Paesi, radicata nella storia della nostra libertà, del nostro diritto di decidere col voto?
È vero, la situazione è grottesca, ha venature di ridicolo. Ma una cosa occorre oggi riconoscere, una cosa che su questo giornale abbiamo detto fin dall’inizio. Berlusconi, che adora se stesso ed è davvero convinto di avere sempre ragione, è un pericolo per la democrazia.
In questi lunghi giorni di inspiegabile silenzio istituzionale, lui e i suoi stanno sbarrando la porta al verdetto del voto. Lui vede benissimo il rischio in cui sta buttando l’Italia. Lo calcola. Gli giova che tanti, che dovrebbero essere infaticabili e senza pace come lui, ma in senso opposto, in difesa della democrazia, sembrano non notare il pericolo.
Tre sono i risultati che Berlusconi sta incassando con la sua azione eversiva: tiene in ostaggio il Paese affinché, in un modo o nell’altro, la sua sconfitta venga annullata. Pone una minaccia pesante sul futuro italiano. Tiene i suoi mobilitati e pronti a nuove elezioni, che sono il suo vero progetto, contando sulla smobilitazione di chi ha votato per mandarlo a casa e ha vinto.
* * *
Non so rispondere, nelle frequenti interviste con le televisioni europee e americane, alla domanda: perché glielo lasciano fare? È vero, è ricco, è potente, controlla i media, possiede molti giornalisti, è senza scrupoli. Ma perché glielo lasciano fare, visto che ha perso? I colleghi della stampa internazionale notano che, a volte la fermezza di Prodi appare isolata. Lo si lascia a patire l’oltraggio del negato riconoscimento della vittoria (che è una offesa a una bella parte degli italiani). Una delle due campagne elettorali continua a svolgersi furiosamente, dopo avere provocato una spaccatura che si vuole a tutti i costi allargare.
Per mettere fine a questa situazione mai accaduta (un Paese ostaggio del premier battuto) alcuni esortano a “mediare”. Dicono per esempio che bisogna “mediare” sulla giustizia. Bene, da dove cominciamo, dai «giudici infami» o dai «giudici malati di mente»? Dal complotto delle toghe rosse con l’attività criminale delle cooperative, o della riforma Castelli che trasforma i magistrati in impiegati dello Stato sotto controllo del governo?
Ma il Cardinale ha detto bene. I risultati ci sono. Adesso gli italiani si aspettano che si formi il legittimo governo del Paese. Potrà chi deve proclamare ufficialmente i risultati continuare a non farlo? Potrà Prodi restare il vincitore senza incarico di formare il governo? Come racconteremo questi giorni, che dovrebbero essere di normale e civile alternanza democratica, nei nostri libri di Storia, fra qualche anno? Diremo che soltanto il Cardinale Poletto ha letto i risultati, ha constatato che il vincitore era Prodi e che era bene per il Paese consentirgli di cominciare subito a governare?
Possiamo continuare a dire e a negare i risultati delle elezioni politiche italiane del 9 e del 10 aprile 2006?
furiocolombo@unita.it
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Ds Milano - Rassegna stampa
Prodi apre solo sul Colle e preme per i gruppi unici
"Ministri, scelgo io". Sale Padoa Schioppa
Cercheranno di delegittimarci, per mesi... Io devo far capire che lavoro per un´Italia diversa
MARCO MAROZZI
da Repubblica - 16 aprile 2006
BOLOGNA - «Presidente, niente inciuci. Niente inciuci». E´ molto preoccupato il signore sotto le Due Torri. Romano Prodi quasi tirato per un braccio, si ferma. «Stia sicuro che io di inciuci non ne faccio. Noi tutti non ne facciamo».
«Ci conto». «Io conto su di voi». Prodi è quello della gran foto in prima pagina del Financial Times che racconta la sua «seconda vittoria« su Berlusconi: tuta da jogging, «Italia» sulla schiena, telefonino all´orecchio. Corre, cerca disperatamente di rilassarsi, la settimana terribile che lo aspetta a Roma gli si para continuamente davanti. Non ha nessuna intenzione di cedere a Berlusconi, convinto che l´offensiva del Cavaliere ne mostra sempre più la disperazione. Non può solo attendere, ma mostrare che sta lavorando davvero per «un´Italia diversa». Le rassicurazioni alla gente che lo ferma per strada diventano messaggi di comportamento alla sua coalizione. A non farsi prendere dalle fibrillazioni.
«Niente inciuci». «Dialogo istituzionale», partendo dal riconoscimento da parte degli avversari della sua vittoria. «Unire» l´Italia in un progetto di rinascenza. Scelta dei presidenti delle Camere, elezioni del presidente della Repubblica sono i primi appuntamenti della strategia. Sapendo che Berlusconi e i suoi cercheranno continuamente di delegittimarlo nei tempi a venire.
In questo quadro la prima prova è che Ds e Margherita costituiscano un gruppo unico. Magari non solo alla Camera, dove si sono presentati uniti, anche al Senato. Scelta entro aprile. «Subito». In gioco la possibilità di innalzare di fronte agli avversari una compattezza da loro negata, mostrare che la leadership di Prodi è concreta, ben rappresentata da quei 2-3 punti in più dell´Ulivo rispetto ai due partiti divisi. Decisivi per la vittoria alla Camera. «Mai successo».
Gruppi unici - i più forti del Parlamento, oltre Forza Italia, con il Partito democratico come prospettiva reale - nella visione prodiana renderebbe darebbero più forza e credibilità al «dialogo istituzionale» con l´opposizione. Sulle riforme future, dalla devolution da tramutare in federalismo alla legge elettorale. Sulla nomina dei presidenti delle Camere, che saranno del centrosinistra - nessuno apre ad altre possibilità «in questo quadro politico», dice Prodi - ma che dovrebbero nascere non in un clima da guerra civile fredda. Sull´elezione del presidente della Repubblica.
Prodi vorrebbe ancora Ciampi, la stima si unisce ad un affetto antico. Il presidente ripete di non accettare un altro incarico. Muterà idea? La partita è comunque complicatissima. Intrecciata con le presidenze delle Camere. Franco Marini punta al Senato. Per la Camera c´è il dualismo Bertinotti-D´Alema. Prodi come tanti vede nel leader di Rc una garanzia per «tenere» una coalizione a rischio di sfangiarsi. Contemporaneamente comprende le aspettative di D´Alema e dei Ds, un partito che ha dato il sangue, ha avuto un risultato non entusiasmante, deve definire leadership e collocazioni: D´Alema, Fassino, Bersani, Veltroni non certo sullo sfondo. Gioco di interviste pubbliche e telefonate private. E se D´Alema ha prospettive per il Quirinale, il ruolo di Prodi è ancora una volta decisivo. Per la sua leadership, per il rapporto con l´opposizione e con un altro pretendente come Giuliano Amato.
Equilibri intrecciati. Mentre si lavora a un governo con grandi tecnici come Padoa Schioppa mixati con Fassino, Rutelli, Rosi Bindi, le aspettative di Di Pietro reduce da un buon risultato elettorale, di Boselli uscito deluso. «Deciderò io» ripete Prodi. Sull´autorevolezza si gioca il futuro. Nei mitici cento giorni deve dare una scossa all´economia, al costo del lavoro fra imprese da accontentare verso il basso e salari da incamminare verso l´alto, deve avviare la legge sulla concorrenza e il conflitto di interessi, deve gestire il ritiro dall´Iraq. Mentre attorno ribollono situazioni come al Rai, dove a tutti i livelli sono scattate infinite manovre di posizionamento dei partiti. Il Professore per ora assiste, lascia dire. Ma sta studiando assetti e prospettive, nel quadro del rilancio del servizio pubblico. I nomi arriveranno come incastro a un identikit professionale. Un modo per segnare lo stacco dai tempi berlusconiani.
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Ds Milano - Rassegna stampa
aprile 13 2006
Tra gli under 23 ha vinto l´Unione
Ma quasi un quarto dei giovani esordienti ha preferito astenersi
Quasi la metà dei non votanti ha ripetuto la scelta
La Swg analizza i flussi. Fedeltà più forte a sinistra
VLADIMIRO POLCHI
da Repubblica - 13 aprile 2006
ROMA - I giovani preferiscono l´Unione. Chi nel 2001 era troppo giovane per poter votare, nel 2006 ha premiato il centrosinistra con il 42% dei consensi. Quasi un quarto degli ex under 18 ha però disertato l´appuntamento con le urne, dando un segnale di prematura disaffezione verso la politica.
L´istituto di ricerche Swg ha elaborato una prima mappa dei flussi elettorali 2006. Il risultato? Tra i nuovi votanti (gli elettori dai 18 ai 23 anni) ha avuto la meglio il Professore. Il 42,1% di loro ha infatti appoggiato il centrosinistra di Romano Prodi. I consensi per la Casa delle libertà si sono fermati al 34,6%. Un altro dato, però, salta agli occhi. Il tasso d´astensione dei giovani elettori (circa tre milioni) è infatti del 23,3%: nettamente superiore a quello medio, che è stato inferiore al 17%. «Segno – sostiene Maurizio Pessato di Swg – di una certa estraneità di parte dell´elettorato più giovane dai principali temi dell´agenda politica».
Per quanto riguarda poi i "movimenti di voto" tra le due coalizioni, si assiste a una buona tenuta dell´Unione. Il centrosinistra conserva infatti oltre l´80% dell´elettorato 2001, ne perde l´11,8% nell´astensione e ne "regala" il 7,2% agli avversari. Di poco inferiore la performance del centrodestra. La Cdl mantiene il legame con il 77,2% di chi l´ha votata cinque anni prima, perde per strada il 14,4% che diventano astensionisti e cede all´Unione l´8,1% dei propri elettori. Insomma, «il centrosinistra – spiega Pessato – mantiene il voto e incassa in termini di flussi».
Berlusconi però convince di più gli astensionisti. Tra coloro che nel 2001 hanno disertato le urne, il 26,9% ha scelto di votare Cdl e il 25,6% ha preferito l´Unione. Circa la metà (il 47,3%) ha deciso di replicare l´astensione.
Che i giovani avrebbero premiato Prodi, già emergeva dai dati forniti dall´Osservatorio pre-elettorale di Tns Abacus. Il 55% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni, consultati a una settimana dal voto, dichiarava infatti di votare centrosinistra: il 10% in più di chi preferiva la Cdl. Non solo. «I neo-elettori – afferma Carla Natali, responsabile della ricerca – hanno mostrato di prediligere le ali estreme delle coalizioni». Tra gli under 25, infatti, il 13% prevedeva di votare Rifondazione comunista. Mentre, nell´altra parte dello schieramento, il 16% dichiarava il proprio consenso per Alleanza nazionale.
Un´indagine post-voto, effettuata con metodo CATI il 10 aprile da Tns Abacus (il testo integrale è su www.sondaggipoliticoelettorali.it) dà poi un giudizio negativo sulla qualità della campagna elettorale appena conclusa. Il 64% ha dichiarato di aver votato "a prescindere", senza tenere cioè in conto slogan o promesse. Ancora meno hanno inciso le "gesta" dei leader. Silvio Berlusconi infatti non avrebbe influenzato il voto per il 68% degli intervistati e comunque, se un influsso il premier ha avuto, questo è stato negativo per il 74% degli elettori. Prodi, invece, pur non avendo condizionato il voto degli italiani (il 72% dice che non ha avuto alcuna influenza), quel poco che ha smosso è stato per lo più positivo (per il 62%). Infine, più dell´80% ha dichiarato che se Berlusconi o Prodi non si fossero candidati leader delle coalizioni, essi avrebbero votato esattamente allo stesso modo.
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L´INTERVISTA
Draghi, professore di scienze sociali all´università di Milano: ma tra loro ci sono molti ex giovani
"Così la Generazione Ulivo è nata tra i ragazzi delle primarie"
al nord I figli di quelli del ‘68 sono cresciuti a sinistra Le loro battaglie sono per la pace e la scuola
ETTORE LIVINI
MILANO - La vittoria dell´Unione alla Camera non è merito solo dei giovani. Certo il loro contributo è importante visto che «ormai dal ´94 tendono a schierarsi in maggioranza con il centrosinistra». Ma la nuova "Generazione dell´Ulivo" sbocciata con il successo del listone per Montecitorio «è una realtà con un´età anagrafica molto trasversale, figlia – più che di un fenomeno generazionale – del popolo delle primarie». Stefano Draghi, politico Ds ma in questo caso soprattutto professore di metodologia delle scienze sociali all´Università di Milano, va un po´ controcorrente. Certo, dice anche lui, «la maggioranza dei ventenni già da qualche anno vota per il centro-sinistra». Ma il contributo dei ragazzi al successo complessivo della coalizione in termini anche solo numerici «è marginale». La vera chiave di volta delle ultime elezioni invece è stata quella di dare a un elettorato «a vocazione maggioritaria un´ancora di salvezza, il simbolo dell´Ulivo alla Camera, con cui premiare chi unisce rispetto a chi divide». Malgrado una legge elettorale «fatto proprio per scoraggiare questo meccanismo».
Qual è stato professore il vero peso del voto dei giovani a Montecitorio?
«In realtà in termini scientifici si tratta di un fenomeno relativamente modesto visto che questa fascia d´età rappresenta circa il 10% dell´elettorato. Certo tanti studi dicono che se oggi votassero solo i ventenni la maggioranza, anche se non enorme, andrebbe all´Unione. È un fenomeno iniziato nel ´94 che dura ancora oggi ma che genera accumuli significativi solo nel lungo periodo».
Perché il centrosinistra ha più appeal sui ragazzi?
«Si tratta di un fenomeno generazionale che segue onde demografiche. I trentenni di oggi, ad esempio, "reduci" di Tangentopoli, sono stati attratti dal berlusconismo come tutti i giovani che tendono a essere più radicali e scelgono il cambiamento. Poi c´è quello che noi chiamiamo effetto-coorte: i giovanissimi del 2000 sono cresciuti alla scuola di politica di socializzazione della sinistra. Anche per motivi ereditari, visto che sono i fligli dei sessantottini. E contrariamente alle teorie secondo cui con l´età da rivoluzionari si diventa conservatori, i cinquantenni italiani, soprattutto al centronord, sono rimasti una fascia d´età politicamente molto estremista».
Possibile che le battaglie contro il precariato degli studenti francesi abbiano reso più popolare tra i giovani un´Unione molto impegnata su questo fronte?
«Non credo sia stata un fattore decisivo. Le grandi battaglie dei nostri giovani sono state quelle per la pace o contro la riforma-Moratti. Più effetti delle loro scelte che cause. Il precariato in Italia ha causato meno guai, forse perché la famiglia ha fatto da supplente allo Stato diventando una sorta di modello di welfare sostitutivo».
E allora come spiega il successo dell´Unione alla Camera?
«Lo spiego con quella grande fetta di elettorato, poco meno di due milioni di persone, per cui il simbolo unitario dell´Ulivo è un reale punto di attrazione. La stessa gente che si è messa in fila pagando un euro per votare alle primarie. I numeri parlano chiaro, non solo perché il listone ha preso più voti di Ds e Margherita messi assieme. Di Pietro ha preso il 2,8 al Senato ma poi per Montecitorio i suoi elettori hanno scelto il listone e lui è sceso al 2,3%. Lo stesso discorso vale per Rifondazione. In teoria il voto radicalizzato dei giovani avrebbe dovuto premiare Bertinotti. Invece il suo partito ha preso il 7,2% alla Camera, dove il popolo delle primarie era spaesato in una giungla di simboli, per scendere al 5,8% a Montecitorio».
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Ds Milano - Rassegna stampa
aprile 11 2006
è stata dura, ma ...
contava solo vincere
E' finita un'epoca, stentiamo a rendercene conto perchè la bestia ferita ha sferrato un colpo di coda talmente forte da farci tremare le gambe. Il leader delle destre, acclamato come nuovo duce durante il comizio di Napoli, era riuscito nell'impresa di catalizzare l'attenzione del suo elettorato convincendo molti incerti, e soprattutto molti probabili astensionisti, a votare per lui. E' stato un recupero di dimensioni inaspettate, ottenuto giocando sulle paure di questo Paese piccolo piccolo, conquistato raschiando a mani nude il fondo del barile ed imbarcando persino neofascisti e neonazisti. Ma non è bastato. Dopo una notte in bianco, che ha messo a dura prova le nostre coronarie, 25.000 voti separano Napoleone dalla tanto agognata vittoria. Il distacco è minimo ma è sufficiente per consegnare a Prodi 341 deputati, ai quali se ne aggiungeranno 7 o 8 delle circoscrizioni estere. La "porcata" di Calderoli, voluta dalla destra per fregare l'Unione, si è rivelata un boomerang. Gli effetti di questa legge sono ancora più divertenti al Senato dove Dorian conquista la maggioranza dei voti espressi in Italia ma ha un solo seggio di vantaggio. E' proprio vero, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. A dare il colpo di grazia alle speranze di Berlusconi, che ieri sera parlava già di nuove elezioni, è stato il voto degli italiani all'estero. Sul sostegno degli emigrati contava molto AN, ma la legge fortemente voluta da Tremaglia ha regalato 4 senatori al centrosinistra ed una nuova delusione alle destre. Adesso Prodi ha tutti i numeri che gli servono per governare il Paese. I dati non ci consentono toni trionfalistici, ma una cosa è certa: al posto del governo Berlusconi ci sarà il governo Prodi. E questo basta per ridarmi il sorriso. Poi dovremo interrogarci seriamente sul perché e il percome di questo risultato da cardiopalma. Gli sconfitti stanno facendo un mucchio di chiacchiere. Parole inutili: con il maggioritario qualcuno vince, magari solo di un voto, e qualcuno perde. E così è andata grazie al voto dei giovani, determinante alla Camera, e a quello degli emigrati che, evidentemente, in questi anni si sono vergognati molto dello stile del nostro ex presidente. Si volta pagina, compagni. Oggi ci godiamo questo sofferto risultato, ne abbiamo pieno diritto, ma da domani ci rimboccheremo le maniche ed inizieremo a lavorare sodo. Ci sarà da faticare, ma questo lo sapevamo anche prima.http://zadig.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=947239
Vittoria all'ultimo voto
La sopravvivenza politica di Berlusconi è il primo dato che emerge dalle urne mentre la sinistra paga la sua debolezza identitaria
Alice Frei
Alle tre di stanotte il centrosinistra ha tirato un sospiro di sollievo: è maggioranza alla Camera e può festeggiare pur senza gioire. Ha vinto senza però quell'entusiasmo pronto ad esplodere quando erano arrivati gli exit poll. Ma nel pareggio di ieri c'è un dato che risalta agli occhi e alle orecchie di tutti. C’è un solo politico a cantar vittoria a spoglio ormai concluso: è Silvio Berlusconi. Dato per spacciato, ha dimostrato di saper interpretare l’universo dell’antipolitica meglio di chiunque altro.
E’ lui con il suo nome sulla scheda, con la sua campagna elettorale cattiva, sguaiata e avvelenata, a fare la differenza con gli altri appuntamenti elettorali dal 2001 ad oggi. Berlusconi meglio di qualunque altro politico ha dimostrato di saper raccogliere gli umori profondi dell’Italia e imporre ad un paese i temi della paura e della conservazione: la sicurezza, le tasse, la giustizia, il pericolo rosso. Per i suoi obiettivi si è servito di una perfida legge elettorale le cui insidie nefaste non sono state abbastanza colte a suo tempo dal centrosinistra. La porcata di Calderoli, la legge proporzionale senza preferenze ma con premio di maggioranza a livello regionale, si è trasformata nella chiave di volta per mettere in discussione il vantaggio virtuale dell’Unione. Hanno messo nel conto l’ingovernabilità del paese, contando che qualunque fosse stato il risultato finale, il nuovo assetto parlamentare avrebbe di fatto reso difficile un’opera di risanamento e ripresa economica e morale dell’Italia. Una legge elettorale sciagurata, congegnata per impedire che si raccogliessero i frutti dell’opposizione ad un governo che ha fatto tutti i danni che sappiamo.
Una maledetta legge elettorale, tutt’altro che neutra dunque, che si è sposata con un’altissima affluenza alle urne. Aver portato alle urne oltre l’84 per cento degli elettori costituisce un altro dato su cui riflettere nelle prossime ore per capire, socialmente e culturalmente, come il premier uscente sia riuscito a portare al voto tutta la sua potenziale base elettorale. Intanto, con tutto il suo portato per noi negativo, occorrerà tornare a fare il punto sulla politica mediatica. Chi si è provato a denunciare la forza d’urto che Berlusconi è riuscito a sviluppare con le sue reiterate occupazioni della televisione è stato tacciato di vuoto allarmismo. Se con il suo 23/24 cannibalizza il voto dell’antipolitica, tagliando le ali a qualsiasi aspirazione delle altre punte della Casa delle libertà, ora davvero nessuno altro leader del centrodestra se la sentirà di metterlo in discussione. Ha recuperato il gap di partenza, riducendo ai minimi termini i sogni di gloria dei moderati dell’Udc. Avremo già oggi altri fuochi d’artificio da parte di Silvio Berlusconi che approfitterà dei dati per infierire come può e come sa sull’occasione mancata da parte del centrosinistra per un successo tanto annunciato quanto incerto nell'esito finale.
Un centrosinistra chiamato a fare i conti intanto sui dati ma ancor più a fondo sulla debolezza dell’identità della coalizione, innanzitutto in termini di valori, di ideali. L’angoscia, la delusione, il non sapersi capacitare di tanti elettori dell’Unione di fronte ai dati inesorabili che arrivavano dallo scrutinio testimonia la difficoltà di rapporto e di rappresentanza con interessi diffusi e domande di cambiamento. A scrutinio ancora non concluso appaiono significativi i buoni risultati di Rifondazione dei verdi e del Pdci (specie al Senato), mentre per la Rosa nel Pugno assistiamo a una buona affermazione ma senza alcun exploit.
Chi davvero avrà molto da riflettere sui risultati sono, oltre a Romano Prodi, soprattutto Fassino e Rutelli. Ds e Margherita, rispettivamente con il 18 e il 10 per cento, pagano in una volta sola il moderatismo programmatico, l'incerta identità accompagnata da una certa confusione dei propri simboli.
L’Ulivo, ovvero il soggetto politico chiamato a segnare la prossima fase politica, registra un buon dato con un 31/32 per cento circa, superiore al voto delle europee. Ma si tratta di un risultato verrebbe da dire “sterile” per il contesto in cui viene conseguito. A riprova che un pervicace politicismo ingegneristico mai ha pagato e mai pagherà. Anzi, proprio Berlusconi dimostra che non è quello delle formule e dei contenitori il terreno sui cui può essere sfidato e possibilmente battuto.http://www.aprileonline.info/articolo.asp?ID=9721&numero='141'
aprile 7 2006
Coglioni
Rowena 7 aprile 2006
In effetti, ci poteva riuscire solo Berlusconi. E poi dite che non è vero che fa i miracoli!
In questa campagna elettorale televisiva, incarognita e senz’anima, non c’era niente che ci potesse emozionare. La legge elettorale aveva già messo preventivamente fine ad ogni velleità di contare qualcosa nella scelta dei candidati; la politica era stata tolta – per quel po’ che c’era stata – di mano ai cittadini e riconsegnata agli apparati; la campagna elettorale era stata decisa nelle segreterie e rappresentata per televisione, lasciando cadere ogni parvenza di partecipazione e di volontariato. Eravamo ridotti a muti ostaggi della necessità di liberarsi di Berlusconi. E soprattutto, non sapevamo più chi eravamo. Non c’erano più gli ulivisti, ridotti a sparuti drappelli testimoniali, emarginati e blanditi, come si fa con i sopravvissuti partigiani il 25 aprile. Ormai c’erano solo i diessini e i comunisti, e i margheritini, e via elencando, in una pletora di sigle e siglette, elenco puntiglioso di identità e di diversità, sovrapposizione confusa di visi maschili in una sequenza dei tiggi. Noi c’entravamo ben poco in tutto ciò, orfani di vecchie identità, e disperando che se ne potesse avere una nuova.
Ma poi è arrivato lui, e ha cambiato tutto con una parola sola. Una parola che voleva essere offensiva e derisoria, e invece, con uno spettacolare salto mortale, è diventata fonte di orgoglio e di identificazione. Così i coglioni si sono riconosciuti e incontrati; e quando qualcuno dichiara di essere orgogliosamente un coglione, si sa che è uno dei nostri, e non importa sapere altro, men che meno di che partito è: l’epiteto ci accomuna tutti, da Rifondazione a Mastella. Quell’identità nuova che per tanto tempo abbiamo vanamente cercato – l’Ulivo, la lista unica, il partito Democratico, tentativi forse generosi, sicuramente fallimentari – ce l’ha regalata “lui”, in una sola, folgorante battuta. E il popolo dei coglioni si è riconosciuto, e finalmente unito, ha adottato questa parola – croce dei corrispondenti stranieri, e da ora in poi, per i molti significati che stanno oscurando quello letterale, sempre più intraducibile – e l’ha portata a simbolo definitivamente e assolutamente unitario. Nella risata spontanea, nei giochi di parole, nei calembours, nell’ironia di nuovo al potere, si è rivisto l’entusiasmo che colorava gli anni ruggenti dell’Ulivo, e di cui i comizi con “9 segretari 9” erano solo una pallida farsa. Si è ritrovato, per un giorno, l’entusiasmo della politica.
Provate a dire, adesso, che “lui” non f ai miracoli! http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm
aprile 6 2006
contro berlusconi
enzo marzo
Siamo finalmente giunti al termine. Gli italiani potranno – se vorranno – mettere alla porta Berlusconi e la sua bella compagnia. Per rimediare ai danni perpetrati dal Presidente-macchietta ci vorrà una generazione. Sempre che l’Italia rialzi al testa e con un orgoglio da paese civile – quale oggi non è – sappia ricreare a sinistra e a destra una nuova classe dirigente di stampo europeo e ritrovi costumi pubblici da Stato liberale. Non scorgiamo le premesse di questo moto di rigenerazione, ma almeno ora si ha la possibilità di allontanare il danno maggiore.
Alla vigilia del voto noi di Critica liberale non abbiamo bisogno di dilungarci sulle malefatte del presidente-Napoleone, perché in questi anni siamo stati severi critici dell’azione di governo e soprattutto delle premesse morali e politiche di quel gruppetto di corruttori, di razzisti e di fascisti che si era impadronito dello Stato grazie alla “disattenzione degli elettori e all’imbecillità politica della sinistra italiana. Siamo stati tra i promotori di “Opposizione civile”. Siamo scesi in piazza, abbiamo documentato anche all’estero la personalità del Presidente-venditore di tappeti. Siamo altresì convinti che nonostante l’egemonia televisiva e i residui dell’inciucio, gli italiani si siano potuti fare un’idea chiara del berlusconismo. Non hanno attenuanti. Se votano il governo Berlusconi-Mussolini sanno ciò che li attenderà.
la grande ipocrisia
Le nostre posizione passate ci dispensano dallo scendere nei particolari. Ma dobbiamo ricordare che se si vuole racchiudere il berlusconismo in una sola parola questa è “corruzione”. Ai deficit dello Stato un buon governo può tentare di porre mano, ma contro la corruzione della mentalità pubblica i rimedi sono incerti, occorre molto buon esempio e molto tempo. E chi è in grado di farlo? Certamente non questa sinistra che da tempo s’è fatta contaminare dall’affarismo, dal compromesso ad ogni costo, dall’insofferenza per le regole. Certamente non quei larghi settori della cultura che in questi anni si sono asserviti all’”ideologia televisiva” e all’”ideologia clerical”, o sono stati tanti pesci in barile fingendo di non accorgersi dei mutamenti profondi che il berlusconismo andava operando nella società italiana. Avallando così le peggiori malefatte.
Berlusconi ha corrotto il paese, lo ha screditato agli occhi del concerto internazionale, ha distrutto il senso dello Stato e infine ha scassato il sistema della divisione dei poteri. Che, poi, abbia provocato anche il disastro economico e l’impoverimento del paese è forse ciò di cui si accorgono con più facilità i più distratti, ma questo è soltanto l’ovvia conseguenza dell’imbarbarimento che ne è la causa.
Tutto questo sta sotto gli occhi di tutti. Eppure destra e sinistra hanno continuato, persino nei momenti più aspri della campagna elettorale, ad obbedire alla “Grande Ipocrisia”, che è la vera ideologia di fondo che regna dal 1993. La accuse possono essere avanzate anche con durezza, ma sempre su obiettivi laterali. Siamo in pieno surrealismo. Berlusconi accusa la sinistra di “comunismo” come se il comunismo costituisca un dato attuale e come se egli stesso non si sia stra-arricchito proprio durante il governi D’Alema. La sinistra ricambia criticando certi effetti pratici del conflitto d’interessi ma dimenticando le cause profonde e i danni maggiori, che non sono nel baratro economico ma nello scasso della democrazia italiana. Dimenticando che un ceto politico che va da Berlusconi e Previti a Cuffaro e Dell’Utri non può produrre che degenerazione politica. Ma di questo è proibito parlare. Ci si dilunga piuttosto su cifre passate e future del tutto immaginarie. A cui non crede nessuno. Da una parte si dimenticano le prescrizioni di Berlusconi, dall’altra si tace su Consorte. Il bacio di Fazio a Fiorani appartiene alla preistoria. Le domande rivolte dall’”Economist” al Presidente-unto del Signore sono rimaste senza risposte, e nessuno le ha riproposte. E’ come se reggesse da sempre un accordo bilaterale sotterraneo di non disturbare il manovratore. E’ questa la corruzione maggiore. Temiano che anche una vittoria del centrosinistra non porrà termine a questa ipocrisia. Anzi, gli inciucisti, convinti di aver vinto loro e non che sia stato Berlusconi a perdere, saranno restii al ripristino delle regole di un buongoverno liberale, con la scusa di non voler sembrare “ghigliottinatori” o persecutori. Continueranno a ragionare non in termini di regole generali ma – paradossalmente – come se l’Italia fosse condannata per un verso o per un altro a una legislazione ad personam. Se si è pervicacemente rimasti refrattari a un’analisi che constatava il disegno organico di pervenire a una sistema azzoppato da un regime ad personam, è difficile che si cambi politica all’improvviso e che si passi da una “buonismo” compiacente e ipocrita a un ripristino serio di regole erga omnes. E saranno aiutati dall’ultimo frutto avvelenato, il peggiore in senso assoluto, del Berlusconi –statista.
Tangentopoli portò un solo cambiamento apprezzabile: il maggioritario. Certo, una caricatura di maggioritario corretto, anzi scorretto, che non riusciva a riequilibrare tra il potere elettorale dei cittadini e il potere dei partiti (che per di più non offrivano alcuna garanzia di democraticità). Ma era pur sempre un maggioritario. E quindi offriva bene o male, più male che bene, l’alternanza di gruppi dirigenti. Anche se lo specifico del berlusconismo non poteva non adulterare una vera contrapposizione tra una destra e una sinistra. Perché Berlusconi non è solo destra. E’ impossessamento, manu televisiva, del potere pubblico. E’ il trionfo del monopolio. E’ ovvio che – dall’altra parte – si è dovuto coagulare un CLN, un comitato di liberazione nazionale, contro il pericolo generale. Definire “sinistra” questo CNL, con Mastella, Fisichella, Rutelli, Sgarbi, Binetti, ecc. pare improprio.
Quasi alla vigilia delle elezioni, Berlusconi – dopo aver distrutto ogni correttezza di rapporti tra potere esecutivo e potere giudiziario – ha demolito il rapporto tra potere esecutivo e potere legislativo. Imponendo una legge elettorale che condanna perlomeno il Senato all’impotenza,Berlusconi ha costruito un meccanismo perverso (quello che la stessa maggioranza definisce “una porcata”), che mira a un parlamento impossibilitato a correggere le “porcate” della passata legislatura e costretto a perenni mediazioni tra maggioranza e minoranza. Per non parlare delle migrazioni continue di trasformisti da una parte e dall’altra. E ciò che è più grave è che il parlamento pararalizzato non potrà sanare questi guasti, perché la difficoltà maggiore sarà proprio nell’impossibilità di modificare la legge elettorale. Così il cane si morde la coda. L’unica via d’uscita sarebbe un’affermazione dell’Unione talmente vistosa da sbloccare il programmato immobilismo parlamentare. Ce lo auguriamo.
un voto decente
Votare contro Berlusconi è un obbligo di decenza poltica. Ma un liberale oggi a quale dei tanti partiti dell’Unione può accordare il suo favore? Parliamoci chiaro. I nostri lettori detestano Berlusconi, non hanno bisogno d’essere convinti sul voto negativo, ma purtroppo molti di noi possono sentire prepotente il desiderio di non andare a votate. Perché, dopotutto, all’interno della cabina elettorale, bisognerà apporre un segno positivo. Bisognerà votare per una lista. Quale? E qui casca l’asino. L’elettore liberale si rigirerà tra le mani quel lenzuolo di scheda elettorale coerente con la nostra repubblica delle banane o degna della bulgaria pre-caduta, sa che non potrà esprimere alcuna preferenza sui candidati, sa che il parlamento per il 90% è stato già predeterminato da un piccolo fascio di segretari di partito, sa che, comunque andrà, le Camere saranno riempite non da eletti dal popolo italiano, ma da famigli, impiegati, mogli e amanti, servitori, consulenti, tutti scelti dall’alto. Per chi, come noi, da tempo giudicava il sistema democratico azzoppato e svuotato dei suoi principali significati perché pressoché ridotto al semplice rito elettorale è quasi una beffa. Invece di cercare di riempire quel vuoto si è smantellato persino l’ultimo baluardo formale. Anche solo quest’ultimo scasso basterebbe a far giudicare il regime berlusconiano come antidemocratico ed eversivo. In campagna elettorale non se ne è parlato quasi affatto. Anche queste constatazioni non aiutano a uscire da casa per andare a votare.
Poi ci si è messa direttamente l’Unione a incentivare l’assenteismo. La sua analisi della natura del berlusconismo è sbagliata, la sua contaminazione con i peggiori costumi di casa Arcore è evidente a tutti. Nei piccoli centri ormai l’alternativa è tra comitati d’affari uguali e contrapposti. La mediocrità della classe dirigente salta agli occhi. Vogliamo portare qualche esempio? Quella che si autodefinisce estrema sinistra, per l’intera legislatura, ha pervicacemente ricoperto nei salotti televisivi la funzione di “opposizione di Sua Maestà”: opposizione ricercata, riverita e sdentata, massimalista quel che basti, compiacente quel che necessario. E soprattutto surclassata persino da Fini in capacità di rinnovamento ideologico. Mentre Bertinotti a “Porta a porta” attende con ansia l’arrivo della Fede, Diliberto è rimasto agli anni ‘50 e ’60, chiuso tra i due santini di Togliatti e di Castro. E quando vuole offrirsi un brivido di disinvoltura precipita nella gaffe di candidare sul “Giornale” del Cavaliere come ministro degli Esteri della futura maggioranza progressista quel Giulio Andreotti che il giorno dopo comunicherà al paese tutto che voterà Alleanza nazionale. Dei Ds abbiamo parlato più volte. Inutilmente abbiamo atteso un’autoanalisi critica della legislatura precedente. Il dalemismo impera tuttora. Quello dei Ds non è un partito, è un minestrone indigesto dove ci si trova di tutto: persone perbene e affaristi, burocrati e giovani entusiasti, clericali e laici. Il tutto condito da una buona dose di opportunismo e di cinismo. Un partito dove non conta nulla Trentin e conta molto un Bersani (sì, quello che se la prese contro che si accaniva verso quel gran servitore dello Stato che era Fazio), dove il conflitto d’interessi contemporaneamente è giudicato dal presidente del partito e una dal segretario dello stesso partito. E’ il partito degli ultimi due presidenti-quisling della Rai a maggioranza berlusconiano.
Con ciò voglio dire che tutte le critiche che sono state rivolte all’Unione hanno un serio fondamento. Potrebbero essere ancora più gravi ma non sarebbero comunque sufficienti a motivare l’astensione al voto. Ricordiamoci che, se da una parte ci sono mediocrità e nessuna visione strategica, dall’altra ci sono il regime e la distruzione morale, politica ed economica del paese. Non c’è scelta. Bisogna andare a votare contro Berlusconi. E non farsi bloccare dalla necessità di dover dare un voto positivo. Non voglio influenzare nessuno, ma faccio la mia dichiarazione di voto personale. Voterò l’Unione, che vedo come il CLN che deve liberare l’Italia dal berlusconismo. Dopo, i giochi saranno tutti diversi. All’interno dell’Unione voterò quasi a caso. Non ritrovo tracce visibili di liberalismo in nessuna lista. Terrò presenti soltanto due avvertimenti: non tutti i partiti sono uguali, ci sono partiti più illiberali di altri. Sicuramente il partito più lontano dal liberalismo è la Margherita, ormai preda d’un disegno politico di centrismo democristiano e , sulla questione dei diritti civili individuali, certamente il più clericalizzato. Seri problemi sono posti anche dalla “Rosa nel pugno”. Apprezziamo la coraggiosa svolta laica di Boselli e sappiamo che i suoi socialisti rimarranno sempre nello schieramento antiberlusconiano. Non possiamo giurarlo per la componente radicale, che è totalmente inaffidabile. Per una dozzina d’anni i pannelliani hanno costituito una forza poltica ed ideologica di complemento per il Cavaliere. Sono stati iscritti nel gruppo parlamentare di Forza Italia. Sono stati mal ricompensati. Poi si sono messi all’asta. Pur incarnando un pericoloso trasformismo di gruppo, sono rimasti tenacemente aggrappati a politiche neo-con, di liberismo selvaggio e antisociale. Non sappiamo – perché nessuno ce lo ha spiegato – se il loro giudizio su Berlusconi sia cambiato, e non accettiamo la favola che è stato Berlusconi a tradire le aspettative d’un vero “liberalismo di massa” perché averci creduto fa troppo disonore alla loro intelligenza. Nel caso di un parlamento bloccato, chi è sicuro che Pannella non giocherà anche sul tavolo di destra lo voti. Chi ha dei dubbi scelga altro, perché il suo voto ai radicali potrebbe grottescamente tramutarsi poco dopo in un aiuto alla destra.
il baratro
Quello che noi definimmo il “Grande buco”, ovvero l’assenza di liberali organizzati nell’Unione, è diventato ancora più visibile, ora è un baratro. Lo denunciammo mesi fa, siamo stati promotori, noi di Critica liberale, di varie iniziative, tutte andate a male, abbiamo inventato un Appello che ha additato alla classe politica le Priorità liberali. Ha raccolto autorevolissime adesioni. Ma non è stato sufficiente. L’ordine di scuderia era di non dargli peso. L’Unione ha una mezza dozzina di partiti che si riferiscono in vario modo al socialismo, sono ben accetti perché tutti sanno che quel richiamo al socialismo è retorico. L’Unione non ha alcun partito liberale. Eppure larghi strati dell’opinione pubblica sono antiberlusconiani proprio perché liberali. A parte un paio di accenni di Prodi a una componente liberale che si sono dimostrati solo di maniera, ogni tentativo di creare una forza liberale autonoma è stata vana. Forse si è temuto che sarebbe stata davvero liberale. Anche quell’oggetto misterioso che è il Partito democratico non riesce a staccarsi da una concezione di piccolo accordo da compromesso storico. Neppure la stretta convenienza elettoralistica di ricoprire tutto l’offerta politica (né la presenza in campo avverso del simbolo liberale) hanno avuto la meglio sui veti, su una chiusura netta. Eppure si sapeva che non sarebbe stata sufficiente la presenza di puro ornamento di alcune figure che si richiamano al liberalismo a recuperare integralmente il voto liberale. Perché alcune persone cooptate, slegate tra loro e immerse in cattivissime compagnie non costituiscono una politica. Le forse dell’Unione non hanno voluto accogliere lo specifico liberale perché forse non sanno neppure cosa sia il liberalismo. Lo confondono ancora col moderatismo o addirittura con un berlusconismo senza Berlusconi. Lo stato confusionale è tale che si è arrivati al paradosso di offrire una candidatura diessina a Ostellino.
Noi rimaniamo con le nostre Priorità e, chiuse le urne, garantiamo che quelle costituiranno la nostra politica futura. Forti o deboli che saremo, l’Unione avrà il nostro fiato sul collo. Senza sconti per nessuno.
[enzo marzo]
marzo 23 2006
Allarme Usa: violenza sul voto Prodi smaschera il governo
di red
Allarme rosso per i cittadini Usa in Italia: attenzione alle manifestazioni e ai cortei, sembrano pacifici ma in realtà sono violenti. Uno strano allarme, lanciato dal Dipartimento di Stato americano nei giorni in cui, tanto per fare un esempio, esplode, senza provocare preoccupazione a Washington, la protesta dei giovani di Parigi contro il precariato. Uno strano allarme, che descrive il Bel Paese quasi fosse una democrazia vacillante sotto i colpi dei moti di piazza. E proprio per questo, forse, è un allarme che piace al governo di Roma.
Avvisi pubblici del genere, da parte del Dipartimento di Stato, sono frequenti, in caso di vertici o di riunioni internazionali che possono innescare proteste o là dove la situazione socio-politica è molto tesa o i sentimenti anti-americani sono forti. Qui si fa riferimento agli scontri dell'11 marzo a Milano, una manifestazione spontanea «divenuta violenta, con vetrine infrante, strade bloccate, 15 agenti di polizia feriti e 40/45 individui arrestati». Attenzione, allora: nei prossimi giorni «dimostrazioni sono programmate in diverse parti d'Italia». Quindi «ai cittadini americani si ricorda di essere vigili, di fare quanto necessario per migliorare la sicurezza e d'essere prudenti nei luoghi pubblici e sui trasporti pubblici. Qualsiasi attività sospetta in Italia dovrà essere riferita immediatamente alla polizia o all'Ambasciata degli Usa a Roma».
In realtà sul sito dell'Ambasciata Usa in Italia, nella rubrica Frequently Asked Questions (Faq) la questione dell'allerta italiano risulta decisamente ridimensionata. Alla domanda «c'è una minaccia specifica che ha indotto alla diffusione di questo annuncio pubblico?» gli esperti statunitensi rispondono: «No. L'annuncio pubblico vuole mettere in guardia gli americani che viaggiano sul fatto che l'Italia continua ad essere in un accresciuto stato di allerta a causa delle note minacce di estremisti per la sua partecipazione in Iraq e in Afghanistan e che le autorità italiane hanno dichiarato che il periodo precedente alle prossime elezioni costituisce una ragione di preoccupazione».
Il governo soffia sul fuoco
Deiventa sempre più chiaro che c'è qualcosa che non va. Romano Prodi telefona all'ambasciatore: «Ho chiesto spiegazioni all'ambasciatore americano, mi ha spiegato che è la prassi, ma io sono rimasto molto colpito, perchè una mossa del genere, con elezioni così vicine, può portare un senso di angoscia e di paura, e non ce n'è proprio bisogno». E alla fine, in serata, l'intera faccenda diventa più chiara proprio grazie a quello che c'è scritto nelle Faq del sito dell'Ambasciata Usa . «Leggo sul sito del'ambasciata Usa- chiarisce infatti Prodi- che l'allarme lanciato è stato diffuso perchè le autorità italiane hanno dichiarato che "il periodo precedente le prossime elezioni costituisce una ragione di preoccupazione". Leggo anche che di "questo annuncio il governo italiano è al corrente e corrisponde a varie dichiarazioni pubbliche fatte da vari esponenti del governo italiano". Ancora una volta, come nel caso delle politiche fiscali, si è voluto agire sull'emozione e sulla paura, senza curarsi dei danni prodotti al paese».
Insomma la segnalazione è «partita dall'Italia». Qualcuno ha architettato il tutto, qualcuno che soffia sul fuoco....
Silvio Berlusconi ribatte non solo parlando di «intromissione indebita di Prodi in ambito americano», ma esplicitamente accusa il Professore di «coprire la realtà delle cose e cioè che la sinistra ospita al suo interno chi pratica la violenza in molte direzioni e in occasioni differenti». Reazioni che certo non vanno nella direzione auspicata sempre dal leader dell'Unione, che aveva chiesto a tutti serenità, perché «si avvicina il momento della riflessione, i cittadini devono poter decidere liberamente. E il dibattito politico deve muoversi con regole precise, non con fuochi d'artificio tutti i giorni».
E invece fin da subito, anziché chiedere spiegazioni agli Usa per l’inusuale ingerenza in campagna elettorale, il governo italiano ha scelto di cavalcare l’onda dell’allarmismo. Dalle parole di Gianfranco Fini sembra quasi una strategia concordata: «Un cittadino americano che va ad una manifestazione di certi segmenti della sinistra radicale, dove si bruciano bandiere dell' America ed Israele e dice: “Sono americano ed ho votato Bush” sicuramente corre dei rischi», ammonisce il ministro degli esteri. E «se per emergenza democratica si intende che in campagna elettorale c'è chi cerca di impedire con la violenza libere manifestazioni, sicuramente sì».
Di ben diverso avviso Fausto Bertinotti, che si rivolge direttamente al governo: «Chi rappresenta il Paese dovrebbe assumersi la responsabilità di farlo, e dire a Bush che in Italia la sicurezza e l'ordine sono gestiti dalla vocazione democratica del popolo italiano». Difficilmente l’appello sarà ascoltato.www.unita.it
marzo 18 2006
Outing
Pitio16
Il voto spesso assomiglia ad un messaggio affidato ad una bottiglia lanciata nel mare, per quanta razionalità, per quanto si faccia uso di righello e calcolatrice, non si è mai sicuri che la decisione, per quanto meditata, che con il voto si voleva esprimere venga recepita. Nella politica italiana, che si caratterizza d’altra parte per irrazionalità e autoreferenzialità, un voto espresso per un motivo può essere preso per tutt’altro, interpretato secondo codici lunari o antiquati, vanificando qualsiasi ragionamento per quanto lucido. Un voto emotivo, di cuore, senza riflessioni può alla fine essere più razionale, in una situazione irrazionale come quella italiana, di un voto pesato e dato con il bilancino.
Tutta questa premessa, quasi una captatio benevolentiae, per giustificare razionalmente il mio voto, anzi i miei voti. Alla Camera voterò Ulivo, pur non credendo nel Partito Democratico, anzi non credendo più nella forma Partito, e sentendomi come qualcuno che affronta i raggi cosmici con un ombrellone da mare, voterò comunque Ulivo per una illusione di stabilità, per quanto precaria e aleatoria, facendo finta che ci sia ancora il maggioritario e affidandomi, ad occhi ben aperti però, al Partito pivot della coalizione. Sperando, il contrario della lucida analisi, che in qualche modo questo voto sia prodromo ad una nuova stagione del maggioritario, con primarie che, finalmente, disarticoleranno i Partiti facendo affluire le, poche, energie vive della società. Al Senato, invece, starò il più lontano possibile da D.S. e Margherita, se infatti in alcune Regioni del sud era ancora plausibile presentarsi divisi i dati, specie per le Regioni del nord, sono univoci: nei territori metropolitani in particolare l’Ulivo attrae più dei Partiti divisi, creando un effetto idrovora nei confronti di una parte marginale, ma decisiva dell’elettorato della Destra. L’ostracismo contro l’Ulivo al Senato non si spiega ne con utilità di coalizione, una presentazione a macchie di leopardo sarebbe stata più comprensibile, e neppure per utilità partitica, i dati delle Europee ci indicano che l’operazione è quantomeno neutra. L ‘unica logica, dunque, non può che essere che quella di strozzare l’Ulivo in culla, l’unica flebile possibilità di bipolarismo adulto, puntando magari ad un risultato D.S. Margherita che divisi al Senato prendono più voti dell’Ulivo alla Camera.
Se questa analisi è giusta al Senato l’ unica possibilità ragionevole è non votare gli Ulivisti per caso e rivolgersi magari a qualche lista, che so il P.S.D.I. la lista consumatori che con certezza non eleggerà nessuno e di fatto nemmeno esiste, personalmente, ma è solo una questione di sfumature, voterò Di Pietro, voterò il Partito in franchaising perché dopo l’ approvazione della “porcata” elettorale, avendo scritto a tutti i Partiti del centrosinistra, è l’unico che mi ha risposto che intende fare qualcosa per contrastare questa legge indecente e distruttiva, ma come detto è unicamente questione di sfumature i Pensionati vanno altrettanto bene.
Il 10 aprile oltre a vedere Berlusconi uscire di scena, di gran lunga la cosa più importante, spero di vedere la faccia da pugili suonati, come dopo le primarie, di Fassino e Rutelli che annunciano la nascita dell’Ulivo, dopo che l’Ulivo alla Camera ha preso più voti dei loro due Partiti al Senato.http://www.ulivoselvatico.org/politica/Discussione.htm
marzo 16 2006
Ci scusi Professore, lei ci ha sorpreso
Dobbiamo chiedere scusa a Romano Prodi. Lo facciamo con gran soddisfazione. Le cinque previsioni messe per iscritto alla vigilia del duello le abbiamo azzeccate tutte (compreso il fatto che lui sarebbe stato brillante e avrebbe vinto) tranne la più importante, che era quella che implicava un giudizio critico sulla campagna dell’Unione: che cioè neanche Prodi, per non dire di Berlusconi, avrebbe cercato di parlare all’altra metà dell’Italia, quella a lui ostile. Era un pronostico negativo basato su una costante del centrosinistra come del centrodestra, che per anni non si sono posti il problema di capire le ragioni degli elettori altrui e di dialogare con loro in qualche modo.
Prodi invece, almeno a parole e comunque smentendo Europa, il tentativo lo ha fatto. Ha detto una cosa semplice ed efficace, che infatti è suonata insopp o r t a b i l - mente demagogica alle orecchie stropicciate dei supporters berlusconiani: che l’Italia non ce la farà se non unirà le forze, non supererà il clima di divisione costante, non la pianterà con questa parodia di guerra civile permanente.
Non sappiamo se fra i tredici milioni abbondanti di elettori della Casa delle libertà questo discorso abbia fatto breccia, forse no.
Però ha stabilito una differenza: Berlusconi si ripropone come l’uomo del contrasto, della divisione, del conflitto; Prodi tenta un’altra strada, non perché sia buonista ma perché è consapevole di parlare a un paese stressato, esausto, che non apprezza più i toni alti e le risse, tant’è vero che rimane appiccicato a un televisore per un’ora e mezza di dibattito non al cardiopalma.
Questo è l’aspetto di Prodi che Berlusconi e i berlusconiani soffrono di più. Li manda in bestia. Ne denunciano ipocrisia e falsità. Dai giornali della destra ieri traboccava la bile, per questa precisa ragione.
In realtà, colgono l’insidia di un modulo comunicativo che il Cavaliere non possiede, quello della rassicurazione.
Quello che suggerisce che l’Italia, se governata dal centrosinistra, potrà andare più o meno bene ma non sarà il saloon western degli ultimi cinque anni.
L’appello di Prodi a ritrovarsi è una novità nella linea del centrosinistra, che per molto tempo si è distinto per un atteggiamento di suf- ficienza e di disinteresse verso “l’altra Italia”. È un passo avanti, che non dovrebbe essere solo tattico (per quanto sia tatticamente efficace).
Una nuova e diversa strategia dovrebbe seguire, adeguati strumenti politici dovrebbero interpretare quest’ambizione di parlare a tutti, che è poi un progetto di inedita egemonia politica e culturale sulla società italiana. Nell’agenda dei riformisti del centrosinistra strategia e strumento ci sono. Si chiamano Partito democratico.www.europaquotidiano.it/
marzo 15 2006
Luci ed ombre delle Primarie lucchesi
Quidicimila elettori hanno scelto il candidato dell’Unione alla carica di Presidente della Provincia di Lucca. - Documento di *Vivere Lucca*
Quidicimila elettori hanno scelto il candidato dell’Unione alla carica di Presidente della Provincia di Lucca. Alle prossime provinciali il centrosinistra si presenterà quindi con un candidato unitario che sarà appoggiato lealmente da quanti hanno condiviso la scelta delle Primarie per la sua investitura.
Alcuni avevano coltivato la convinzione di risolvere la questione con altri metodi, con vecchie procedure riservate alle segreterie dei partiti. Chi allora chiedeva una scelta tempestiva per le Primarie riceveva dai partiti risposte negative, variamente giustificate. Poi l’irruzione della straordinaria Primaria per Prodi e qualcuno ha cominciato a temere l’effetto negativo di una procedura politica chiusa e inaccettabile: le Primarie per la Presidenza della Provincia sono divenute inevitabili per ogni candidato che volesse l’appoggio del popolo del centrosinistra. La candidatura di Carla Guidi e le migliaia di cittadini che l’hanno sostenuta hanno permesso che le Primarie si svolgessero e fossero vere.
Crediamo che la mobilitazione partecipata e democratica delle Primarie sia un fattore positivo sia in vista del decisivo confronto alle politiche, sia perché Baccelli possa vincere alle provinciali successive. L’unità del centrosinistra è stato un presupposto dichiarato di questa Primaria e pensiamo si possa pienamente realizzare alla scadenza elettorale se tutti sapranno dimostrare sensibilità ed attenzione al carattere “plurale” dell’Unione, apertura concreta verso la società lucchese sul terreno dei contenuti e delle competenze.
Dopo l’esperienza delle Primarie tra Lazzarini e Barsotti, si è quindi tornati a dare voce agli elettori per la scelta del candidato ad una carica istituzionale lucchese. E’ un passaggio importante nella battaglia per il rinnovamento della politica, rinnovamento che può avvenire solo attraverso una nuova assunzione di responsabilità decisionale da parte dei cittadini.
E’ quindi necessario condurre una riflessione politica attenta sulle luci e sulle ombre di questa Primaria per la Provincia, ombre che vanno definitivamente eliminate, perché è solo confermando stabilmente il metodo democratico nella scelta della candidature e rispettandone lo spirito, che l’Unione avrà dimostrato l’irreversibilità del proprio processo di cambiamento e crescita.
Primo. Vivere Lucca ha chiesto sin dal giugno scorso le Primarie per la Provincia ed il Comune. La decisione doveva essere assunta nei tempi utili perché il territorio esprimesse candidature adeguate e rappresentative. L’Unione si è trascinata nella indecisione più totale fino all’ultimo momento: le conseguenze negative per la selezione delle candidature, per la loro azione nel territorio, sono state evidenti. Questo perché l’Unione lucchese ha tenuto in ostaggio le Primarie, liberandole solo a tempo quasi scaduto. Da ora in poi le Primarie non appartengono a nessuno e non si discutono, i processi unitari e condivisi le esigono.
Secondo. Le Primarie sono un luogo di confronto che valorizza la cittadinanza attiva, l’elettorato partecipe e consapevole. Utilizzare i metodi delle elezioni di massa, con mega-manifesti e spese in crescita, è una forzatura di questo strumento, una forzatura che intende alterarlo e forse liquidarlo (due campagne elettorali, due spese ecc). La questione delle Regole è essenziale. L’Unione di Lucca ne ha introdotte alcune talmente inaccettabili che sono state smentite e criticate anche da chi le ha sottoscritte. Ebbene alcune regole devono prevedere tetti di spesa e trasparenza dei finanziamenti, in modo che certe pratiche viste nelle settimane scorse siano escluse.
Terzo. Se i cittadini aprono il giornale e leggono che esponenti di spicco del centrosinistra lucchese minacciano di querela una candidata dell’Unione per un problema di congruità del simbolo, quale cultura delle Primarie intravedono? Chi ha scelto quei comportamenti, ha accresciuto la credibilità politica dell’Unione in funzione delle politiche e delle amministrative che ci attendono?
Quarto. Vivere Lucca aveva sottolineato la centralità della “dichiarazione di adesione all’Unione”, cioè di un documento sottoscritto dai candidati e dai cittadini che, proprio in forza di tale dichiarazione, acquisivano il diritto di accesso alla Primaria. Così è accaduto nella Primaria per la Presidenza del Consiglio. La cosa è stata detta e scritta pubblicamente. L’Unione provinciale non ha ritenuto di stendere tale documento, di sottoporlo ai candidati e soprattutto agli elettori. Per questo ha potuto votare in assoluta legittimità il Consigliere Comunale di Forza Italia Marco Baccelli. Marco Baccelli, iscritto a Forza Italia, appartenente al Gruppo consiliare di Forza Italia, Presidente della Commissione Urbanistica nel secondo mandato Fazzi, noto in consiglio comunale per la sua totale chiusura ad ogni dialogo con l’opposizione, ha potuto votare alla Primaria dell’Unione perché non era necessaria nessuna dichiarazione di adesione politica, perché le regole erano volutamente lacunose e brutte. Insomma Marco Baccelli non ha dovuto manifestare politicamente la sua nuova convinzione politica per decidere che l’Unione aveva bisogno del suo contributo. Vivere Lucca è stata invitata una sola volta all’Unione Provinciale ed ha posto l’indice e l’attenzione sulle regole perché sono una fondamentale questione politica. Alcuni hanno condiviso, alcuni hanno espresso ostilità contro quanto proponevamo, alcuni il fastidio per questa nostra permanente attenzione alle regole. Dopo tutto questo, l’Unione provinciale dovrebbe dare una spiegazione ed assumere decisioni perché quanto accaduto non si ripeta.
Quinto. Vivere Lucca aveva più volte sottolineato il ruolo importante di coloro che ricoprono cariche istituzionali monocratiche. Presidente della provincia e sindaci dovevano lasciare tali istituzioni fuori da un confronto squisitamente politico; inoltre dovevano mantenere, nel centrosinistra che li ha eletti, una posizione di forte tensione verso l’unità, facendosi interpreti delle diverse anime che alimentano l’Unione e appoggiano la loro azione amministrativa. Così non è accaduto. Anzi si è visto un utilizzo spregiudicato di tutte le possibili cariche istituzionali, di per sé inopportuno, senza percepirne l’impoverimento politico conseguente, forse perché da una parte c’erano una serie di partiti in blocco e d’altra una identità più variegata, quasi i primi fossero i mandanti di quelle cariche e gli altri fossero un valore aggiunto che, quando il gioco si fa duro, può essere messo in secondo piano.
Infine, le Primarie sono sempre un esercizio di libertà, di laica libertà, perché non sono neppure segnate dal laccio forte della identità di parte, dovendo i candidati essere tutti di “una parte”. E Vivere Lucca le ha così interpretate, come un atto di grande libertà di ognuno, permettendo a molti di noi di lavorare per Carla Guidi ed a Vivere Lucca di pensare sé stessa, come dovrebbe essere anche L’Ulivo e L’Unione, come una casa comune aperta, libera e plurale.
Luci ed ombre di una Primaria lucchese, un passaggio politico per il quale ci siamo battuti, che i cittadini apprezzano e ritengono finalmente acquisito, che dovremo riproporre ad un livello politico più alto ed adeguato.
Lucca 12 marzo 2006
VIVERE LUCCA – RETE DEI CITTADINI PER L’ULIVO
marzo 11 2006
Un mese di grande impegno
Appello dell'Esecutivo nazionale CpU alla rete ed ai cittadini tutti
Cari amici,
con la presentazione delle Liste collegate all’Unione di Romano Prodi si è conclusa una lunga fase politica avviata dalla straordinaria partecipazione alla Primaria 2005.
Ci attende ora un lungo mese di impegno elettorale nelle nostre città.
Consapevoli della posta in gioco, le Associazioni della Rete dei Cittadini per L’Ulivo, riunite in assemblea straordinaria a Firenze il 13 – 14 novembre 2005, avevano elaborato una piattaforma di precise proposte consegnate a Romano Prodi ed ai responsabili dei partiti dell’Unione. Il bilancio politico dei passi compiuti e di quelli mancati è ancora tutto da fare. La Lista dell’Ulivo da votare, che riteniamo debba superare la semplice somma dei partiti, i Gruppi unici nei due rami del Parlamento, ci dicono di obiettivi raggiunti in una battaglia complessa e che la Costituente dell’Ulivo, per cui si è costituita la Rete dei Cittadini, rimane il nostro obiettivo politico ed una esigenza reale di larga parte del Paese. Alla irresponsabile legge elettorale della Destra, che vuole recidere il rapporto tra territorio e politica, si doveva reagire con liste più aperte e più radicate nel territorio, ma riteniamo che il grande popolo della primaria 2005 saprà mobilitarsi con ancora maggiore forza. La cancellazione di questa legge elettorale con la riproposizione dei collegi territoriali e di un adeguato maggioritario devono essere impegno prioritario dell’Unione e di Romano Prodi.
Ogni rilancio della nostra piattaforma politica, ogni progetto che coinvolga L’Italia in un nuovo sforzo di rinnovamento è possibile solo se Romano Prodi, L’Ulivo e L’Unione avranno il 9 Aprile il consenso necessario per governare. Sottolineare il carattere storico di questa scadenza elettorale è il dovere prioritario di ognuno di noi. A sessanta anni dalla nascita della Costituzione repubblicana è in gioco l’assetto istituzionale, il modello sociale e democratico, il fondamento su cui poter rilanciare una stagione di sviluppo e speranza per L’Italia. Raggiungere questo obiettivo insieme a tutte le forze del centrosinistra è ora compito prioritario che intendiamo svolgere proprio con quella attenzione al territorio ed ai cittadini in esso attivi, che sola può permettere di vincere il 9 aprile e il giorno del Referendum costituzionale.
Il Coordinamento nazionale della Rete dei Cittadini per L’Ulivo, il 15 gennaio, prima di ribadire gli obiettivi della nostra piattaforma politica, lanciava un appello forte
“a tutti i cittadini ed a tutte le associazioni aderenti alla Rete dei Cittadini per L’Ulivo perché tutte le nostre energie, tutte le nostre competenze, tutta la nostra passione politica siano impegnate nella campagna elettorale che si chiuderà il 09 aprile e che deve permettere all’Italia di voltare pagina ed, attraverso il nuovo governo guidato da Romano Prodi, dare al Paese la fiducia e la forza necessarie per realizzare in Italia un nuovo progetto politico, sociale ed economico. La posta in gioco è l’identità della democrazia italiana che è oggi garantita dalle regole e dalle istituzioni previste dalla Costituzione repubblicana che si vuole invece manipolare in senso populista, autoritario e disgregatore. L’Italia ha bisogno che tantissimi cittadini diano il proprio consenso ad una grande opera di rilancio e ricostruzione: tutte le associazioni della Rete saranno impegnate al raggiungimento di questo comune obiettivo.”
Ripetiamo oggi questo appello che ci impegniamo a divulgare capillarmente tra i cittadini. 07 marzo 2006
per il Comitato Esecutivo
Massimo Cellai
marzo 8 2006
Primarie dell’Unione per la Provincia di Lucca; il mio sostegno a Carla Guidi
di Alessandro Bonini, 7 Marzo 2006
Sono appena tornato a casa dopo essermi recato al seggio delle primarie provinciali. Lo ammetto, questa volta ho votato in modo istintivo, non conoscendo personalmente o anche attraverso la tv nessuno dei quattro candidati mi sono affidato al mio intuito.
Ho scelto di sostenere una donna, l’avvocato Carla Guidi. Sono consapevole che probabilmente non sarà lei a vincere il confronto, mi rendo conto che forse il mio voto servirà a poco; nonostante ciò sono certo che sia stata una scelta giusta. Volete sapere perché? Semplice, perché io sono un ulivista convinto, uno di quelli che non sentono le ragioni di “partito”… uno di quelli che non seguono in modo acritico le indicazioni che piovono dall’alto delle segreterie dei ds, della margherita, dei verdi o tantomeno dell’udeur.
Non sono comunista e quindi non avrei potuto sostenere Mallegni, avrei potuto appoggiare Rossi ma non avevo strumenti sufficienti per valutare la sua candidatura.
Non conosco nemmeno Stefano Baccelli, eppure le sue foto campeggiano ovunque, i suoi volantini pure. So già che probabilmente vincerà lui e dico fin da ora che sono pronto a votarlo quando sarà candidato alle elezioni provinciali contro il centrodestra; non oggi, oggi ho preferito votare la signora Guidi.
Sono certo che pure Baccelli sia una persona valida e competente, uno che ha serie possibilità di diventare presidente della nostra provincia….
Eppure, non so cosa mi ha oggi impedito di sceglierlo come mio rappresentante dell’Unione.
La sensazione che sia già stato prestabilito che sia lui il vincitore da parte dei partiti del centrosinistra lucchese è forte. La campagna elettorale messa in atto dai partiti che lo appoggiano è stata di dimensioni notevoli, questo mi ha fatto riflettere tantissimo.
Sono arrivato alla conclusione che chiunque al suo posto con tutta quella pubblicità avrebbe avuto la possibilità di essere il vincitore delle primarie dell’Unione, e questo indipendentemente dagli altri candidati.
In realtà ciò che conta per me non è cosa dice il partito x o il partito y, è la persona che si va ad eleggere che deve prevalere prima ancora che le logiche di ripartizione del potere. Non mi interessa se il futuro candidato presidente sia diessino o della Margherita, mi interessa principalmente che sia un candidato in grado di battere la destra e di governare in modo serio ed onesto.
Tutto il resto non conta.
Votare Carla Guidi alle primarie per me ha il sapore di chi sceglie con la propria testa, di chi non vuole essere condizionato da nessuno, di chi preferisce votare sapendo di perdere piuttosto che seguire a testa bassa le indicazioni dei partiti. Già… i partiti…. Sappiamo tutti quanto siano importanti, ma sappiamo anche che il centrosinistra se vuol sopravvivere deve cambiare, deve scrollarsi di dosso tutto quell’apparato di certi personaggi che da decenni decidono in modo oligarchico la vita politica locale e nazionale.
Il partito democratico che noi tutti auspichiamo può nascere solo quando i cittadini del centrosinistra ed in particolare gli elettori dell’Ulivo con le loro scelte sapranno condizionare in modo decisivo i loro rappresentanti affinché questi riescano a prescindere dalle logiche attuali.
Per caso ci siamo già dimenticati quanto accadde lo scorso anno a Maggio quando Rutelli, Marini e De Mita si opposero alla lista unitaria poi fortunatamente riproposta dopo lo straordinario successo di Prodi alle primarie? Per caso ci siamo già dimenticati il sottile filo rosso che lega da decenni l’Unipol ai diesse? Ecco, io personalmente queste cose non le ho dimenticate, così come non ho dimenticato che ancora oggi esiste la competizione trai due maggiori partiti dell’Ulivo per la spartizione del potere tipica delle prima repubblica o del “manuale Cencelli”.
Ciascuno è troppo spesso ancorato alle proprie origini, ai propri amici, ai propri interessi. Dobbiamo voltare pagina, l’Ulivo sappia rinnovarsi partendo dalla volontà dei cittadini che compongono la società civile, sappia prescindere dalla militanza o meno nei partiti. Prodi è un esempio di quanto si possa essere di centrosinistra pur non appartenendo ufficialmente a nessuno dei partiti che lo compongono. Vogliamo un paese nuovo, diverso, serio e onesto… basta con i democristiani, con i radicali, con i comunisti e con i socialisti, lanciamo lo sguardo oltre; seguiamo l’arcobaleno fino a giungere al Partito democratico…
Se ci riusciremo scopriremo quanti talenti sono rimasti finora nascosti e oscurati dalle logiche della vecchia politica… Se saremo capaci di questo slancio di orgoglio ci renderemo conto che davvero, come direbbe l’onorevole Willer Bordon… “Domani è un altro giorno”!
Montezemolo oltre l’antipolitica
di ALDO BONOMI
Lo scontro Berlusconi-Montezemolo di questi giorni rappresenta qualcosa di molto più profondo della banalizzazione che ne fa la piccola polemica di Palazzo. Il capo del governo oggi dice: Montezemolo è di sinistra. Naturalmente non è così, ma per capire cosa è successo tra Confindustria e politica in questi anni occorre fare un passo indietro.
Berlusconismo e leghismo sono nati con la presunzione e la voglia di rappresentare direttamente, in prima persona, le piccole e fredde passioni economiche. Ricordiamo tutti il Cavaliere all’assise confindustriale di Parma: «Il vostro programma è il mio programma ». Leghismo e berlus c o n i s m o quotavano direttamente al mercato della politica gli interessi e le passioni di un certo mondo imprenditoriale, interpretando alla perfezione la lunga stagione dell’antipolitica, di fatto delegittimando la società di mezzo e scavando in profondità nella crisi della rappresentanza che è tutta prepolitica. La Confindustria di D’Amato ha rappresentato i soggetti delle piccole imprese rancorose nei confronti del Palazzo, anche riecheggiando le parole d’ordine del berlusconismo nella sua fase ascendente.
Cosa è successo da allora a oggi? La Confindustria di Montezemolo ha avviato un processo di rivisitazione della rappresentanza e della sua stessa identità. Basta guardare i nomi: tutti i vicepresidenti di via dell’Astronomia sono leader di medie imprese, quelle stesse medie imprese che oggi pongono alla politica il problema della modernizzazione del paese e della competività del sistema-Italia. Nella sua stessa persona Montezemolo incarna la crisi della grande impresa fordista (Fiat) e il tentativo di uscirne, e insieme la media impresa Ferrari.
L’errore che il centrosinistra non può oggi commettere è di limitarsi a utilizzare strumentalmente certe polemiche. Che, anzi, gli pongono tre ordini di problemi.
Primo. In questi anni la crisi della rappresentanza è stata forte, molto più di quanto si sia disposto a riconoscere. Il centrosinistra non può pensare di riproporre alle parti sociali la stagione della concertazione precedente, quella per intenderci del ’93.
Secondo. Il centrosinistra deve dire cosa vuole fare rispetto al problema della competitività del sistema- paese, posto con forza oggi dalla Confindustria di Montezemolo.
Terzo. Non si può riproporre il vecchio schema capitale-lavoro. Il paese è molto cambiato. Oggi la rappresentanza deve fare i conti anche con altri soggetti del mondo dei lavori e con altri attori del nuovo capitalismo.
Ad esempio, il capitalismo delle reti di cui tanto si discute in queste settimane. E non è un caso.http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
febbraio 25 2006
Umberto Eco
Elezioni: regia di Groucho Marx
Lo sport preferito nelle due coalizioni sembra quello di parlar male del proprio gruppo e di esaltarne le divisioni interne
Leggo su uno dei più importanti e seri quotidiani italiani un titolo su molte colonne: 'Scontro Berlusconi-Prodi'. O basta là, come si dice dalle mie parti. Visto che siamo in periodo elettorale e che i due competitori sono appunto Berlusconi e Prodi, che cosa vi sareste attesi, che andassero insieme di nascosto a passare i week-end in un motel per coppiette? Che notizia sarebbe stata, nel corso delle ultime elezioni americane, parlare di uno scontro Kerry-Bush? Eppure anche questo accade, in una corsa dei mass media a trovare ogni giorno spunti drammatici, come se non bastassero le altre pagine dove si parla di assalti alle ambasciate, dell'aviaria, o del gas latitante.
Queste sono indubbiamente elezioni all'insegna della follia, e sembrano svolgersi con la regia di Groucho Marx (che aveva detto "non diventerei mai membro di un club disposto ad ammettere uno come me"). Quello che ho imparato da ragazzo, uscito dal fascismo e iniziato ai misteri della democrazia, è che in periodo elettorale due o più gruppi sono in mutua concorrenza, e gli appartenenti al gruppo A, per tutto il corso della tornata elettorale, debbono parlare bene del gruppo A esaltandone le capacità di governo e parlar male del gruppo B. Ora invece pare che ciò che preoccupa maggiormente gli appartenenti a ciascun schieramento sia parlare male del proprio gruppo ed esaltarne le divisioni interne. Questo non è vero soltanto dell'Unione, che ne ha fatto uno sport ormai consolidato, ma anche della cosiddetta Casa delle Libertà, dove si è solo liberi di sbranarsi a colpi di tridente.
L'epitome, ovvero la sintesi esemplare di questa tendenza, la si è avuta quando è apparso a 'Matrix' Marco Ferrando. Questo signore ha alcune opinioni che sarebbe arduo condividere e altre che, nel corso di una conversazione pacata, non apparirebbero necessariamente deliranti. Per difendere queste opinioni Ferrando ha fatto il possibile per riequilibrarne la portata ed escludere le interpretazioni eccessivamente malevole, ma in compenso ha dedicato la maggior parte del suo tempo a dimostrare che il programma Prodi è praticamente equivalente a quello di Berlusconi, se non peggio, e la sua spietata critica ha presumibilmente fruttato al Polo una cospicua manciata di voti (o all'Unione una manciata di astensioni).
Certo si deve apprezzare l'intemerato coraggio di chi vuole dire a tutti i costi quello che ritiene essere la verità, ma chi fa questa scelta rinuncia a far politica, o almeno non tenta di farsi eleggere parlamentare nello schieramento che disprezza, e sceglie uno sdegnoso esilio di oppositore in pianta stabile. La politica è l'arte del compromesso e, una volta scelta una parte, bisogna fare del proprio meglio per non metterla pubblicamente alla berlina. Almeno, non in periodo elettorale. Se si vuole partecipare alla lizza, si rimanda il dibattito interno a dopo.
Gli spettatori (come suggeriva continuamente Mentana tentando di arrestare, dopo averla scatenata, quell'enfasi suicida) avranno avuto l'impressione che Ferrando sia sul libro paga di Berlusconi. Impressione certamente errata, perché l'ipotesi più ragionevole (e più tragica) è che faccia quello che fa assolutamente gratis.
Le follie elettorali non finiscono qui. Si veda la guerra dei sondaggi. In principio chi fa fare un sondaggio dovrebbe tenerlo segreto, visto che ha il vantaggio di conoscere qualcosa che l'avversario ignora. Ma ormai il sondaggio ha assunto la funzione di profezia che si autodetermina: esso deve elettrizzare gli indecisi, partendo dal principio che essi siano una manica di sottosviluppati il cui unico ideale è stare col vincitore - o con chi si proclama tale in anticipo.
Visto che questa è l'immagine che Berlusconi ha dei suoi elettori, e non solo di quelli indecisi, è ovvio che non si preoccupi se i suoi sondaggi siano o meno attendibili. Potrebbe affidarli anche a Vanna Marchi - e forse lo farà. Ma perché impostare tutta la campagna contraria per dimostrare che i sondaggi della sinistra sono migliori? I veri indecisi che potrebbero votare per l'Unione non sono portati ad amare il vincitore (anzi, molti di loro adorano stare all'opposizione). Essi sono dei delusi del centro-sinistra, che sono però ancora dominati dal terrore che vinca di nuovo Berlusconi. Pertanto potrebbero essere trascinati al voto proprio lasciando capire che (con la loro astensione) Berlusconi ha ancora possibilità di vittoria.
Perdendosi nella guerra dei sondaggi l'Unione rischia di lasciare cadere nel vuoto innumerevoli menzogne dell'avversario. Il Polo sta facendo circolare manifesti che dicono 'Leva obbligatoria? No grazie' e mi pare che, chi dell'Unione appare in televisione, dovrebbe a ogni istante ricordare a gran voce che la leva obbligatoria è stata abolita proprio dal governo di centro-sinistra - e che pertanto Berlusconi sta manifestando ancora una volta la sua impavida fiducia nella sprovvedutezza e nella memoria corta degli elettori. www.espressonline.it
febbraio 24 2006
Intervista a Les Echos
La nostra priorità: risanare le finanze pubbliche italiane
di Pierre de Gasquet,
Perché nel vostro programma c’e’ la promessa emblematica di ridurre del 5% il costo del lavoro?
Non è emblematica, è necessaria. In Italia ci sono tre grandi problemi che bisogna affrontare: un debito pubblico altissimo che oscilla tra 108% e il 110% del PIL, un lungo periodo di stagnazione con indicatori di crescita e produttività dal segno negativo, e infine una bilancia commerciale in grave difficoltà. Una politica economica seria deve quindi innanzitutto dare un segnale di respiro alle aziende. La diminuzione dell’ imposta sull’ora lavorata, che in Italia raggiunge un livello fra i più elevati in Europa è sicuramente un segnale in questa direzione.
Avete promesso delle riforme radicali per contrastare il declino, ma il vostro programma non è molto preciso sulla riforma fiscale destinata a migliorare la ridistribuzione del reddito.
Faremo riforme radicali non solamente in campo fiscale. Nel nostro programma viene considerata tutta una serie di misure destinate ad alleggerire l’economia italiana dal peso delle lobby tradizionali, tanto nelle professioni che nel settore terziario. Riguardo alla ridistribuzione del reddito abbiamo avanzato delle proposte molto precise volte a sostenere i redditi minimi. Inoltre vi è in programma una lotta severa all’ evasione fiscale, il che è di primissima importanza per un paese come l’Italia. Tra l’altro, quando è lo stesso Presidente del Consiglio a vantarsi del fatto che il 40% dell’economia italiana è “in nero”, vuol dire che ci troviamo davanti a un problema molto serio. La lotta al sommerso è inoltre il modo migliore per aumentare il gettito fiscale, e se un governo è serio nella lotta all’evasione, la gente se ne rende conto immediatamente. Per esempio, le prime iniziative del governo Berlusconi di moltiplicare i condoni in tutti i campi, furono un chiarissimo segnale di scarsa severità.
La tassazione dei redditi finanziari potrà essere un altro modo di aumentare il gettito fiscale?
Certamente, ma non ne costituirà la parte sostanziale. Innanzitutto perché pensiamo di esentare dalla tassazione i redditi finanziari di livello modesto. Inoltre in questo momento c’è una grossa sfiducia nei confronti del governo italiano nel modo finanziario, dove è sempre presente la tendenza a esportare i capitali all’estero. Voglio dunque fissare dei paletti che evitino di mettere in moto dei meccanismi perversi di sfiducia. Tuttavia siamo decisi a tassare le plusvalenze sui titoli azionari. Quanto accaduto l’estate scorsa, quando degli speculatori hanno intascato 1, 2 miliardi di euro di plusvalenze nel quadro delle OPA bancarie senza pagare nemmeno un euro di tasse, è un abuso che non deve essere permesso.
Il rischio del declassamento del debito italiano brandito da Standard & Poor’s vi sembra possa venire evitato prima della fine dell’anno?
Se vinciamo le elezioni il nostro impegno fondamentale è di dare un forte segnale di risanamento delle finanze pubbliche. Il nostro obiettivo è di ritornare progressivamente a un deficit soddisfacente, e nell’arco di cinque anni, di fare addirittura meglio di quanto previsto dai criteri di Maastricht. Bisogna trasmettere chiaramente che il nostro obiettivo è la riduzione del debito pubblico, dato che un eventuale aumento dei tassi d’interesse sul mercato mondiale rappresenta un grave rischio per l’economia italiana.
Standard & Poor’s ha espresso il suo giudizio sulla base di quello che ha fatto il governo Berlusconi. Spero, ma ne sono anche certo, che potrebbero cambiare opinione se al governo dovesse ritornare qualcuno con un’esperienza di risanamento delle finanze pubbliche. Io ho dimostrato di poterlo fare, sia durante il mio primo governo, sia alla Commissione Europea.
Fra le promesse compare anche il ripristino della tassa di successione. E’ una misura simbolica?
Su questo punto bisogna fare una riflessione. I grandi patrimoni hanno sempre avuto l’abitudine di evitare l’imposta sulla successione attraverso il ricorso a società di copertura o vari artifici e hanno approfittato dell’abolizione delle tasse sulle donazioni. Bisogna inoltre ricordare che è stato l’ultimo governo di centro-sinistra a compiere l’abbassamento sostanziale della tassa di successione, portandola dal 10% al 4% per i figli in linea diretta. Fu il mio governo a portarla dal 32% al 10%, e al 6% e 7% per i discendenti indiretti e gli affilati. Tutto il baccano fatto dal governo Berlusconi per l’abolizione della tassa di successione è dunque totalmente ingiustificato.
Il governo Berlusconi si vanta di aver creato 1, 5 milioni di posti di lavoro in quattro anni e mezzo, i sindacati dicono invece che 177.000 posti sono stati andati perduti in due anni. Chi dice la verità?
I dati Istat ci mostrano che l’anno scorso sono andati perduti 200.000 posti di lavoro tra i giovani. L’occupazione è aumentata solamente nella fascia d’età compresa tra i 35 e i 55 anni , ma cio’ è dovuto esclusivamente grazie alla regolarizzazione dei lavoratori immigrati. E qualche pensionato ha continuato a lavorare. Non c’e’ stata nessuna creazione di nuovi posti di lavoro. Inoltre è molto diminuito il lavoro autonomo. È un paradosso, perché questo governo avrebbe dovuto favorire l’auto-creazione di posti di lavoro e invece oggi i giovani non si mettono più in proprio, come invece accadeva cinque o dieci anni fa.
Come si fa a ridare fiducia agli investitori internazionali dopo i recenti scandali finanziari?
Si possono prendere due misure preliminari molto semplici. Innanzitutto bisogna delineare un nuovo quadro regolamentare, cosa in parte fatto con la nuova legge sul risparmio. Inoltre bisogna ridare autonomia alle autorità di controllo, la cui credibilità è stata fortemente ridotta dalle nomine politiche di persone non all’altezza. Riguardo al governatore della Banca d’Italia, se non avesse goduto di un mandato a vita e dell’assenza di collegialità nel suo processo di decisioni, queste cose non sarebbero successe: si è trattato della conseguenza di regole inadatte. Bisogna ridare fiducia con le persone e con le regole. La nomina di Mario Draghi alla Banca d’Italia, alla quale abbiamo partecipato, è un primo passo in questa direzione.
Lei viene ancora bollato qualche volta come un “vecchio democristiano”. Come si definirebbe lei oggi?
Da quando il muro di Berlino è caduto, ci siamo resi conto che era nato un nuovo contesto politico. Oggi io sono colui che vuole riunire i riformisti italiani: i cattolici (gli ex democristiani), i socialisti del vecchio partito comunista (oggi i Ds) e del vecchio partito socialista e la corrente laica dei repubblicani e i radicali. L’Italia è stata troppo a lungo divisa in modo drammatico tra cattolici e laici. Presentarsi con una lista unica e dei gruppi parlamentari unici alla Camera e al Senato è quindi gun passo enorme in avanti verso un partito democratico unito, che chiameremo il Partito dei Democratici.
Per quando s’immagina un rilancio della Costituzione Europea?
Non vedo nessuna seria possibilità prima delle elezioni presidenziali francesi. Il no francese è stato dettato da un malessere economico e sociale, in misura forse quasi maggiore che rispetto al contenuto stesso della Costituzione. Fintantocée non avremo fatto comprendere che è l’Europa che può ridurre questi malesseri, la Costituzione non potrà venir approvata dall’opinione pubblica.
www.romanoprodi.it
febbraio 19 2006
Margherita, dove vai?
di Claudio Croci,
Il partito nuovo , democrazia è libertà la margherita , sta attraversando il momento più critico dalla sua fondazione . Dopo la svolta del 24 maggio, compensata solo parzialmente dalla conversione del 16 ottobre , imposta dalle primarie , D.L. si sta avvicinando alle prossime politiche ed amministrative in maniera assai contradditoria .
Nato come partito che unisce e fonde esperienze diverse nel clima del rinnovamento alla partecipazione , sta abbandonando questa linea per darsi una propria identità più caratterizzante. Il rifiuto della lista unitaria al Senato fa trasparire l’esperienza unitaria come un punto non totalmente decisivo , come sembrava essere il DNA del partito originale . La necessità di identificarsi nella Margherita come simbolo distinto dall’Ulivo non è semplicemente il rifiuto di una non assimilazione ai ds , è chiaramente qualcosa di diverso. Nessuno vuole morire né democristiano , come sostengono i diessini non ulivisti , né nessuno vuol morire comunista , come sostengono troppi diellini , il problema è inventare un soggetto nuovo che rappresenti
il centro motore di una sinistra liberale , riformista e progressita.
Una sinistra meno apparato e più cittadini , una sinistra di servizio concreta , positiva , governante , capace di dare al paese sicurezza , soluzioni , prospettive . Una sinistra bilanciata da un bipolarismo dell’alternanza in un sistema sostanzialmente maggioritario , in cui la classe dirigente viene scelta anche dagli elettori attraverso le primarie .
Questa è la prospettiva che chiedono gli italiani , che indica Prodi e che invece non vede assolutamente questa Margherita . Una Margherita che sta costruendo un apparato interno tradizionale invece di sperimentare una diversa concezione del concetto di partito , più agile , più fantasiosa .
Clamoroso è il totale disinteresse nella ricerca del popolo delle primarie che è invece il simbolo vivente dell’Ulivo e quindi delle radici concettuali su cui si basa la Margherita . Ne discende direttamente la vicenda Orlando in Sicilia , in cui la posizione a favore della Borsellino viene definita come apostata rispetto alla posizione del partito , quando la regola delle primarie è quella di svincolare i partiti dal candidato e lasciare la decisione agli elettori. Il vincolo partito-candidato potrebbe essere sostenuto dalla sinistra d’apparto tradizionale , ma mai può essere la posizione del “ partito nuovo “ : è una posizione talmente contradditoria con le ragioni stesse di sussistenza della margherita , posizione che fa prospettare quasi una metamorfosi sostanziale delle basi stesse del partito . “Pazzesca” poi l’esclusione dello stesso Orlando dalle nostre liste e l’inclusione invece di Fisichella , notorio esponente di tutto rispetto culturale , morale ,ma di destra , della destra più nobile sicuramente , ma sempre di destra . “ Pazzesca “ tra virgolette se non vi fosse una strategia volta a collocare il partito in un’area diversa da quella a cui siamo abituati a collocarlo e cioè all’interno di un rinnovato “centro” che guarda a sinistra , ma nella sua essenza è di destra cioè teso a conservare alcuni interessi di una base sociale decisamente conservatrice e tradizionalista . Un partito che si allea con la sinistra per motivi elettorali , ma in posizione competitiva in attesa di un’evoluzione o della sinistra verso la destra , leggasi le condizioni di Rutelli per il partito democratico fatte ai ds, , o della destra verso la sinistra , leggasi la dissoluzione di forza italia dopo Berlusconi. Un partito sostanzialmente verticistico , in cui l’apparato si trasforma in veicolatore delle decisioni di vertice e di assenso e di supporto ai vari
personaggi che riescono ad aggregare dei supporters su interessi condivisi .
Il “ pazzesco “ quindi diviene in tale ipotesi comprensibile . Diviene comprensibile la scelta Senato in un modo , Camera in un altro , diviene comprensibile la scelta di Roma , in cui similmente alle politiche si andrà alle Comunali con l’Ulivo ed alle Municipali con la Margherita .Tutte soluzioni tattiche legate al contingente , secondo un vecchio collaudato schema di potere ,basato sul consenso elettorale “ calcolato “ e non veicolato da un progetto di fondo , ma semplicemente ancorato ad un simbolo , come ad un prodotto , uno schema che esalta non cosa si fa , ma chi lo fa indipendentemente da cosa fa. Inevitabilmente , nonostante la possibile sincerità degli attori , si va verso la costruzione di un nuovo soggetto politico “ conservatore “ , con un consenso elettorale difficilmente valutabile , ma sicuramente limitato , in particolare da due fattori:
1) l’impossibilità economica del paese di sopportare costi della politica in espansione;
2) la palese avversione del nuovo soggetto verso il popolo delle primarie, in quanto fattore di destabilizzazione degli equilibri interni. www.ulivisti.it/
febbraio 10 2006
«Lista per il Partito Democratico».
Da Milano il via al movimento
Tra i promotori Gitti, Sarfatti, Lerner, Salvati, Bragantini e Ranci. L'interesse di Pezzotta e Giarda
Marco Cremonesi
dal Corriere - 10 febbraio 2006
MILANO - Il più deciso è il professor Gregorio Gitti: «Ci appelliamo al garante della coalizione, Romano Prodi: gli chiediamo di consentirci di dare il nostro contributo. Oppure di spiegarci le ragioni del no, assumendosene la forte responsabilità politica». Il più sereno è Gad Lerner: «Ci ragioneremo pacatamente e sono convinto che avremo sorprese positive».
Domattina una folta rappresentanza dell'ulivismo (non soltanto) lombardo terrà a battesimo a Milano l'Associazione per il Partito Democratico. Tra i promotori, oltre a Gitti e Lerner, gli economisti Salvatore Bragantini e Michele Salvati, l'ex presidente dell'Autorità per l'Energia Pippo Ranci e Riccardo Sarfatti, fondatore di Luceplan e già sfidante di Formigoni alle ultime regionali. Osservatori attenti, il segretario della Cisl Savino Pezzotta, che ha appena declinato l'offerta di candidatura dei Dl, e Piero Giarda.
Se il futuro partito è il tema d'orizzonte, i promotori hanno un obiettivo assai più immediato: la presentazione di una lista civica per il Senato che possa, per dirla con Sarfatti, «raccogliere il voto di chi non si riconosce nelle forze maggiori dell'Ulivo e voglia dare una chiara indicazione a favore del nuovo partito». Ma c'è anche una ragione più concreta e meno strategica. Spiega ancora Gitti: «La sola Lombardia elegge 47 senatori. Se qui si riesce a conquistare il premio di maggioranza assegnato dalla nuova legge su base regionale, ciò significa rendere nitida la maggioranza e la governabilità anche a Palazzo Madama». Senonché, i partiti non sembrano entusiasti dell'iniziativa. Freddini i Ds, tiepida la Margherita. Così come lo erano stati in occasione del lancio dell'Unione delle liste civiche che hanno per testimonial Rita Borsellino e Riccardo Illy. L'obiezione, magari espressa a mezza voce, è che le nuove liste, uliviste quanto si vuole, possano rosicchiare consensi soprattutto ai partiti maggiori. Non ne è convinto l'economista Bragantini: «È importante individuare il messaggio giusto ed è importante il contatto con la parte di società a cui ci si rivolge. In Lombardia, per una lunga serie di ragioni storiche, i partiti fondanti dell'Ulivo non hanno lo stesso insediamento che altrove. Per contro, esiste una società civile attenta che potrebbe ben raccogliere il messaggio rappresentato da questa lista». Mentre Ranci ritiene che «l'offrire una scelta in più agli elettori possa comunque allargare l'area complessiva del consenso». Secondo il sondaggio Demetra commissionato dai promotori della lista, il nuovo soggetto catturerebbe il 3,5% dei consensi. Ma la cosa che fa luccicare gli occhi è che tali consensi sarebbero erosi solo per il 40% ai partiti tradizionali: tutto il resto sarebbe recupero dell'astensione e dal centrodestra: l'8,5% a Forza Italia e addirittura l'11% alla Lega.
Se il cuore pulsante dell'Associazione è lombardo, ci sono alcuni illustri invitati da Piemonte e Veneto: il sindaco di Verona Paolo Zanotto, l'imprenditore Massimo Carraro, il sociologo Bruno Manghi. Che potrebbero creare iniziative analoghe nelle loro regioni. Lunga la lista delle adesioni lombarde: il direttore generale Ubm (Unicredit) Paola Pierri, Lella Costa, l'avvocato Alfredo Bazoli, Angelo Patti (Acli). Gregorio Gitti conclude da dove era partito: «La lista si inserisce e completa il parterre dell'Ulivo al Senato. Sosterrà a spada tratta l'Ulivo alla Camera, e i vantaggi verranno ai partiti: se non vogliono, ci devono dire perché no».
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Ds Milano - Rassegna stampa
gennaio 31 2006
Prodi: da Berlusconi cinque anni di intimidazioni sui media
L’analisi del Professore in «Ci sarà un’Italia»,
scritto con Furio Colombo. Ecco alcuni brani
da l'Unità - 31 gennaio 2006
(...) COLOMBO Fatalmente le cose che hai detto ci portano a Berlusconi. È il vissuto italiano, come direbbe uno psicologo. È un leader autoritario e debole che ha fatto sbandare il veicolo Italia in un modo pauroso. Dunque dobbiamo parlarne. Come è potuto ac-
cadere?
PRODI Quello di Berlusconi è stato un caso di creazione prevalentemente mediatica della leadership, in cui non c’è stato gioco di squadra. Tale leadership non può per sua natura prendere alcuna decisione capace di riformare in modo profondo ed esteso il paese. Essa trova le energie per prendere solo le decisioni che riguardano direttamente i leader interessati. Questa non è perciò vera leadership, è esercizio di un ruolo personale – ma che non può essere in grado di coinvolgere tutto il paese. (...) A una coalizione riluttante è stata imposta la scelta personale del capo. Il prezzo pagato è quello di non fare scelte per il paese, perché quando imponi nella leadership un interesse personale paghi il prezzo di una paralisi generale delle azioni di governo. O perché non ha mai avuto una linea di governo, o perché ha pagato il prezzo dei suoi interessi, non c’è una riforma che sia in rapporto con l’interesse generale del paese. La scelta della Lega come alleato d’eccellenza di questa battaglia politica non è una scelta casuale ma naturale: è l’unico alleato che può piegarsi benissimo agli interessi personali, una volta ottenuto il proprio particolare obiettivo, una volta incassato il prezzo del proprio appoggio politico. La Lega non ha interesse al quadro d’assieme, non si cura dell’interesse generale, non ha né moralità né idee che non siano quelle della difesa del suo “particulare”. La necessità di durare, garantendo così i parlamentari fino alla fine della legislatura, ha reso possibili decisioni non condivise. Ma questa non è leadership. Può anche esserci una leadership che sfrutta la necessità di sopravvivenza e riesce a portarla fino in fondo ma a costo di non potere mai affrontare riforme di carattere generale. Per fare queste riforme bisogna sensibilizzare, motivare e coinvolgere un numero di persone che il governo ha sempre preferito tenere in un angolo.
(...) COLOMBO Come spieghi, io me lo domando da giornalista, che i media e i suoi rappresentanti abbiano ceduto così presto, su un fronte così vasto, alle intimidazioni di Berlusconi? Come spieghi che in tanti abbiano accettato una limitazione clamorosa alla libertà d’informazione?
PRODI Non lo so. Io in questi anni non ho fatto che incontrare persone che tacevano in pubblico, o partecipavano al gioco, e mi incoraggiavano a “tenere duro” in privato. L’unica risposta che ti do è che la condizione umana è fragile, che tutti abbiamo una famiglia, e che l’intimidazione di Berlusconi sui media è stata potente e prepotente. Non trovo altre spiegazioni, come non mi spiego come mai tante persone non c’erano e, se c’erano, dormivano. Non potrò mai dimenticare la toscana brutalità di Montanelli, che conosceva Berlusconi; ricordo che mi parlò a lungo degli atteggiamenti padronali che aveva avuto al “Giornale”, del modo esplicito con cui si occupava esclusivamente dei propri interessi. La sua conclusione, con un misto di intelligenza e scetticismo, fu: “Caro professore, bisogna provarlo”. Lui era anche certo che avrei perduto nel 1996 contro la grande forza di uno che prometteva tutto e sembrava rappresentare una novità. La prossima campagna elettorale si giocherà su mille problemi, ma il grande fatto nuovo è l’esperienza di Berlusconi che tutti gli italiani hanno provato. Berlusconi è stato “provato”, e il risultato è che ha fatto il suo interesse e che il paese sta molto peggio. (...)
COLOMBO Tu dicevi che la natura umana è fragile, ed è vero. Inoltre la storia italiana dimostra la debolezza della nostra opinione pubblica, repressa e scoraggiata. Eppure un bel po’ di cittadini, come dimostra il fenomeno dei cosiddetti “girotondi”, oppure il milione di piazza San Giovanni, sembra aver capito molto prima la verità, indipendentemente da come ha votato. Forse anche molti di loro hanno visto in lui una novità ma sembrano essersi svegliati prima di tanti illustri commentatori.
PRODI Negli ultimi mesi ho incontrato migliaia di persone. È chiaro che non sono rappresentativi del paese, perché sono nostri simpatizzanti. Mi vengono a salutare e a parlare, ma il loro stesso linguaggio è cambiato. Sono molto più seri e coerenti di molti commentatori. D’altra parte il mestiere di molti editorialisti è anche quello di tirare una polemica in lungo, meglio se una polemica vuota o finta. Da un aggettivo si riescono a fare dieci-quindici giorni di polemica, che è un bel modo per non occuparsi della realtà. Ciò che mi colpisce è la scarsità delle inchieste nei giornali: mancano le inchieste profonde sui temi più importanti, sulla criminalità o sugli andamenti delle economie regionali. Mancano le analisi su come stiano veramente le cose. Ora tocca andare a cercare in altro modo queste informazioni: la conoscenza del paese c’è meno nei media che tra la gente. (...)
COLOMBO Ricordi quando a New York Berlusconi esortava gli investitori a venire in Italia dove – diceva – ci sono belle segretarie?
PRODI Quello fu un errore di grossolano provincialismo. Qualcuno diceva che lo faceva per scherzo; ma quanti “scherzi” malriusciti si possono citare! Per esempio lo show al Parlamento europeo contro il capogruppo socialista. Ho, in quella occasione, avvertito un profondo senso di vergogna come tutti gli italiani presenti. Fini attraversò l’emiciclo e mi venne vicino, sussurrandomi di non infierire. Io l’ho rassicurato: “Ho senso patrio. Non infierisco”. Ma c’era poco da infierire. C’era il senso di uno scollamento totale del nostro paese rispetto agli altri. Sarà una bella fatica per un nuovo governo riacquistare la fiducia e il rispetto. Ma il secondo e più grave problema a lungo termine creato da questo governo è la politica economica nei confronti del resto del mondo. Non abbiamo seguito con la rapidità necessaria i cambiamenti, abbiamo perso contatto con i paesi del Mediterraneo. Abbiamo perso rapporti economici e penetrazione commerciale nei paesi dell’euro. I dati dell’export verso Germania, Francia e altri paesi dell’euro sono pesantemente negativi. Questi sono danni permanenti, nel senso che non sono rimediabili da un giorno all’altro. Soprattutto c’è l’idea di un’Italia non credibile, inaffidabile, che cambia bizzarramente la propria politica e le proprie alleanze. Questo è il maggiore elemento di preoccupazione. Poi c’è anche un problema che va al di là delle colpe di Berlusconi. Il nostro è un paese diventato meno interessante, in cui la discussione, il dibattito e l’innovazione intellettuale languono. Questo è un fatto difficilissimo da ricostruire, ma che ha un’importanza fondamentale. Sarà possibile far tornare l’Italia a essere un punto di riferimento di intellettuali, di giovani? Non tutto il danno è avvenuto negli ultimi cinque anni, ma il peggioramento durante questo periodo è innegabile. Il nostro viene visto come un paese disorganizzato e costoso. D’accordo, abbiamo San Pietro e gli Uffizi. Ma, come stiamo constatando, non basta.
COLOMBO Questo porta al problema, che a volte viene trattato solo come polemica politica, ma che ha molta importanza per un futuro governo. Che fare con il lascito legislativo di questo governo e di questa sua maggioranza che non è stata una maggioranza ma uno schieramento succubo, agli ordini dell’esecutivo, al punto da approvare misure particolarmente importanti o particolarmente ver- 68 gognose senza alcuna discussione con l’espediente del voto di fiducia?
PRODI Il primo impulso è quello di dire rifacciamo tutto, anche perché il paese vuole rifare quello che va rifatto. Tutte le leggi ad personam si cancellano subito. Ma non possiamo pensare che si possa semplicemente fare e disfare in ogni momento le cose. Bisognerà avere un atteggiamento saggio e problematico. Si devono cambiare aspetti importantissimi della legislazione passata, ma guai a farlo con la logica del pezzo per pezzo, o con la logica vendicativa.
Il problema è avere un disegno riformistico complessivo, sempre dalla parte della rinascita del paese, del risveglio dell’economia, del rispetto della legge, della solidarietà, della diminuzione delle differenze esasperate fra gruppi e fasce sociali che si sono avute negli ultimi anni. C’è da seguire un binario di ripresa, di innovazione, ma anche di equità e sicurezza. Cambiare per cambiare non è il nostro progetto. Ma cambiare lungo linee precise di riorganizzazione e legalità questo sì, perché è così che si dà un grande impulso al paese. E da qui deriva la grande scelta degli investimenti produttivi rispetto a quelli finanziari. (...)
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IL LIBRO Prodi riporterà democrazia, dignità, sicurezza
Oggi il governo è chiuso in un ascensore bloccato
L’ Italia sarà civile e libera una volta chiuso il talk show dell’odio e degli affari...
L’Italia del potere e del peggior governo è ferma in un ascensore bloccato fra il non fatto e il non fattibile. Dentro ci sono ingiurie e sospetti, tradimenti e abbandoni, saluti sgarbati e bruschi ritorni, in una piattaforma immobile.
La discussione politica è concitata e cieca, promette proditorie leggi elettorali e poi le ritira, nasconde sondaggi disastrosi per chi governa. È patetica e violenta. È un febbrile furto di poltrone, un rinfacciarsi di demeriti, un auto-attribuirsi di meriti che non hanno alcun rapporto con l’esito di una legislatura rovinosa per il Paese.
I cittadini guardano tra condanna e sorpresa. Condannano perché coloro che governano hanno fatto così male, così poco, persino al di sotto della loro stessa moralità e immagine. Sono sorpresi perché nessuno, neppure gli avversari, si aspettavano una così accanita e rabbiosa autodistruzione.
Mentre nell’ascensore bloccato del potere ci si dilania, sulle scale del malandato edificio Italia sale uno che porta con sé, e con chi lavora con lui, l’impegno di cancellare il peggio, ricostruire l’immagine del Paese e proseguire il cammino. Ha le persone adatte per farlo, integre e competenti. Vuol far tornare a vivere il condominio Italia.
Qualcuno ha parlato con un po’ di sarcasmo del «condominio». Eppure è proprio questo che c’è da fare, con tenacia e saggezza: ogni abitazione, ogni vita, ogni attività e lavoro, in un contesto civile e ordinato, la strada bene illuminata che porta dignità, sicurezza e futuro.
In questo libro Romano Prodi, giustamente orgoglioso delle cose che ha fatto, prima in Italia, poi in Europa, esamina i crolli, i vandalismi, le spaccature, i rischi. E dice ciò che si dovrà fare.
Che mondo è, che mondo sarà? Che mondo è quello in cui non si possono soccorrere e assistere tutti i cittadini dopo un uragano nel Paese più ricco del mondo, dove i più poveri hanno atteso due settimane senza cure, senza cibo né acqua negli ospedali di New Orleans pieni di morti? Che mondo sarà se modernità è tagliare ogni spesa sociale, se solidarietà è una parola elettoralmente dannosa, se ti dicono che per governare bene devi abbandonare le coppie di fatto al loro destino e i Paesi poveri alla loro iniziativa privata, se la marcia dell’umanità ci deve condurre al centro, cioè da dove eravamo partiti? Che mondo è senza Nazioni Unite?
E noi? In Italia, nell’Italia di questo governo, le leggi sono contro le leggi, contro i cittadini e a favore di una sola persona. Ti dicono con allegro entusiasmo di non pagare le tasse. La legge per le comunicazioni serve a bloccare le comunicazioni. La legge sulla giustizia ha il solo scopo di far tacere i giudici. La legge sull’istruzione taglia la scuola pubblica e separa gli studenti - chi lavora da chi continua a studiare - mentre sono ancora bambini. Le modifiche alla Costituzione sono contro la Costituzione. E un ministro raccomanda ai cittadini di non far storie e di imparare a convivere con la mafia.
È un’Italia dove c’è chi sta al governo ma scardina l’armonia del Paese, brucia i giacigli degli immigrati, distrugge le abitazioni di lavoratori legali, dichiara la guerra santa, versa orina di porco sulla terra in cui doveva sorgere una Moschea, abbatte - come ha fatto il sindaco Gentilini a Treviso - le povere abitazioni di lavoratori stranieri e legali mentre sono al lavoro e le loro donne e i bambini devono cercare rifugio nella Cattedrale come nel Medioevo.
È un’Italia dell’odio che attacca, offende, esclude, perseguita e poi si proclama civiltà superiore profittando del fatto che tutto quello che accade in questo Paese allo sbando non si è visto in televisione.
È un’Italia in cui chi è al potere, quando è sicuro di perdere, tenta di cambiare in modo prepotente e bizzarro la legge elettorale, sperando di tenere a bada lo schiamazzo nell’ascensore fermo fra due piani, bloccato dal cumulo di promesse mancate, fatte in tutte le televisioni e nei manifesti giganti sei metri per tre, una lunga fila di cose impossibili perché inventate nell’entusiasmo allegro e bugiardo dei talk show, solo per fare spettacolo.
In queste pagine Romano Prodi racconta, ricorda, risponde, preannuncia e parla dell’Italia che propone di governare. È lo stesso Romano Prodi che aveva governato con integrità e buon lavoro come Primo Ministro portando - con sorpresa di tanti - una Italia affannata tra i Paesi fondatori della moneta unica. È lo stesso Prodi che andava poco in televisione, non faceva false promesse e ogni volta manteneva con esattezza la parola data ai cittadini. È lo stesso Prodi che la gente, dalle finestre, ha applaudito a lungo quando ha lasciato Palazzo Chigi, e che i deputati europei hanno applaudito a lungo a Strasburgo quando ha concluso il suo compito in Europa.
Finisce lo spettacolo, costato troppo all’Italia in ricchezza e reputazione, mentre dietro le quinte aumentano vantaggi personali e si accumulano leggi private per qualcuno. Finisce il silenzio stampa imposto da un governatore controllore-uomo d’affari-proprietario che era in grado di far tacere chi voleva, quando voleva, e di fare apparire sullo schermo solo chi lo rappresentava.
Comincia la strada per tornare dalla finzione del talk show alla democrazia del Paese, quella in cui il dialogo non è fra televisione e televisione o tra proprietà private del padrone-premier, ma quello normale di tutti i Paesi liberi, fra cittadini e governo.
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Ds Milano - Rassegna stampa
gennaio 25 2006
AGENDA SETTING Leader dell’Unione parlate di gas
Si discute molto in questi giorni nel centrosinistra del cosiddetto agenda setting: come infilarsi tra un Berlusconi e un altro? come smettere di occuparsi solo delle polemiche da lui sollevate? come evitare di rispondere sempre e mai domandare? come imporre temi per lui ostici (l’economia, per esempio) invece di rincorrerlo sui suoi diversivi (Unipol, per esempio)? E’ vero, non è facile. Ma se si perdono le occasioni più clamorose, vuol dire che non ci si prova nemmeno. Un esempio: la crisi energetica. Il paese potrebbe intaccare tra qualche giorno le riserve strategiche; gli italiani dovranno abbassare il termostato dei loro caloriferi; ogni giorno di più dipendiamo dall’«amico Putin», la cui amicizia evidentemente non ci è di grande aiuto. Ora, a parte qualche battuta qua e là nei talk show, non si è levata una voce dai leader del centrosinistra per accusare il governo di ciò di cui può correttamente essere accusato: di imperizia, incuria, impreparazione. E’ evidente che la dipendenza energetica dell’Italia è un problema antico, come tutti i problemi italiani. Ma è altrettanto evidente che il governo ha sottovalutato il pericolo e ha agito tardi e male. Se fossimo gli spin doctor dei leader del centrosinistra suggeriremmo loro di farne un grande tema da campagna elettorale. Subito dopo lo statement sulla data di scioglimento delle Camere, tema certamente importante ma di nessun interesse per il grande pubblico, Prodi avrebbe potuto fare uno statement sull’emergenza energetica, assumendo sul campo le funzioni di primo ministro in pectore, dicendo che cosa farà appena insediato. Berlusconi avrebbe dovuto rispondere, e finalmente rincorrere. Se fossimo gli spin doctor del centrosinistra avremmo organizzato un girotondo di gente incappottata e infreddolita intorno a palazzo Chigi. Ci saremmo fatti fare una photo opportunity mentre spengevamo il riscaldamento di casa. Avremmo sfilato insieme alle organizzazioni dei consumatori, che in questi giorni stanno facendo il lavoro che spetterebbe all’opposizione. Avremmo dato alle stampe migliaia di manifesti: «Meno gas per tutti, firmato l’amico di Putin». Insomma, saremmo usciti per un paio d’ore dall’ennesimo vertice e avremmo parlato al paese. Dite che tutto ciò è un po’ demagogico? No, se si accompagna a un piano per l’autonomia energetica del paese, ubicazione dei regassificatori compresa. E poi, dove sta scritto che la demagogia, in campagna elettorale, può usarla solo Berlusconi? www.ilriformista.it
gennaio 17 2006
Mille firme per Romano, intellettuali in campo Un appello via email: vogliamo mobilitare il popolo delle primarie Gianna Fregonara
dal Corriere - 17 gennaio 2006
ROMA — Mille firme in poche ore, per dire «stiamo con Romano Prodi, vogliamo il partito democratico al più presto» e già prima delle elezioni un segnale concreto. Le ha raccolte via mail e spedite ieri pomeriggio al medesimo Prodi perché le portasse al vertice con Piero Fassino e Francesco Rutelli, un gruppo di giovani professori universitari non solo di Bologna, che hanno collaborato a vario titolo con i progetti di Prodi e che sogna un progetto politico nuovo per il centrosinistra: si tratta di Filippo Andreatta, Massimo Bergami, Gregorio Gitti, Claudio Lodici, Franco Mosconi, Maurizio Sobrero, Salvatore Vassallo. Annunciano anche che, qualsiasi cosa succeda nei vertici politici del centrosinistra, stanno fondando «un'associazione per il partito democratico». Il popolo delle primarie diventa il popolo delle email: «Un bel successo: in cinque ore, avendo spedito duecento messaggi, abbiamo ricevuto mille risposte», spiegano gli animatori del progetto, facendo riferimento alla potenza di fuoco del loro messaggio. Un modo per mobilitare gli ulivisti della prima ora, per rilanciare un progetto che vada oltre «un'intesa provvisoria e tattica che sarebbe un messaggio perdente». «Un'iniziativa culturale, innanzitutto», spiegano, che ha consentito però a Romano Prodi di arrivare al vertice con i leader di Ds e Margherita «sostenuto» da nomi come quello di Michele Salvati, Aldo Bonomi, Carlo Feltrinelli e Gad Lerner. Di far sapere ai suoi alleati che quanti hanno lavorato al programma del centrosinistra, da Paolo Onofri a Fabrizio Onida, da Salvatore Bragantini a Pippo Ranci, da Fabio Gobbo a Piero Giarda, vogliono vedere realizzato il loro progetto. E che con lui ci sono anche imprenditori come Federico Minoli, che è presidente della Ducati, Paola Pierri, vicepresidente dell'Ubm del gruppo Unicredit, e persino cuochi di successo come il marchigiano Mauro Uliassi. E poi ci sono anche politici, delle amministrazioni locali come Massimo Carraro e Riccardo Sarfatti, che in primavera hanno sfidato Formigoni e Galan in Veneto e Lombardia, l'assessore toscano Massimo Tosco e l'assessore all'Economia a Bari Francesco Boccia. Se si aggiunge che nelle stesse ore in Lombardia e in Veneto Sarfatti e Carraro hanno rilanciato pubblicamente la lista unitaria al Senato «perché favorisce la vittoria», si ricostruisce la mappa del nucleo duro del progetto prodiano, che è disponibile ad andare fino in fondo: anche a costo di ricominciare da capo, cioè dalle liste separate, Margherita, Ds e Lista Prodi, se alla fine non si dovesse trovare l'accordo definitivo sulla lista unitaria anche al Senato o alle liste civiche nelle regioni a rischio: «Prodi ha detto domenica scorsa una verità scomoda, una parresia, si è messo in gioco per segnalare che se si sbaglia progetto c'è il rischio di una mancata vittoria, di non poter governare e di avere poi grandi difficoltà nell'opera di cambiamento politico», spiega Gregorio Gitti. I problemi, nella ricostruzione dei prodiani ad oltranza, risalgono alla legge elettorale: «Con la nuova situazione è a rischio la vittoria piena al Senato, fare la lista unitaria in tutte le Regioni ci permetterebbe di avere quel valore politico aggiunto che può fare la differenza, altrimenti si dovrebbe recuperare spazio e rappresentanza politica per più liste». L'alternativa che questo gruppo di intellettuali ha esaminato è stata quella della «terza lista», la lista per il partito democratico, la lista della società civile, aperta tutt'al più agli amministratori locali. E ieri sera speravano di potercela fare. Sullo sfondo poi c'è l'associazione per il partito democratico, che si sta costituendo e che ha uno scopo di elaborazione culturale e politica di più lungo periodo, che lavorerà con «i rappresentanti più aperti» di Ds e Margherita. Uno dei temi principali allo studio è quello della democrazia interna ai partiti: «Un problema — spiega Gitti — che riguarda anche il centrosinistra: bisogna che i partiti oltre a norme trasparenti per il tesseramento e la gestione dei bilanci, rispettino gli statuti e prevedano strumenti democratici per la partecipazione e per la scelta dei candidati, condizionando il finanziamento pubblico al rispetto di questi paletti». Ai partiti gli intellettuali prodiani contestano di essere vecchi nel pensiero e nelle regole. Vorrebbero un ricambio generazionale e un'ispirazione culturale che «superi le ideologie del Novecento».
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IL CASO Gitti ha raccolto mille firme in poche ore. L´appello firmato da Onofri, Giarda, Cavazzuti, Andreatta e Celli Gli intellettuali prodiani sul web "Il popolo dell´Ulivo è deluso" Sul sito del Professore inviti espliciti a varare una lista. "Forza Romano, fatti sentire" Su Repubblica.it inviti all´unità, tentazioni astensionistiche e proclami: voto Prc GOFFREDO DE MARCHIS
da Repubblica - 17 gennaio 2006
ROMA - Mille firme in poche ore. Mille voci a sostegno di Prodi, del suo grido per il Partito democratico subito, qui e ora, prima delle elezioni, non dopo come dicono i leader dei partiti. Parte dal professore prodiano Gregorio Gitti un appello via mail che spinge sull´acceleratore di una nuova forza politica, dell´Ulivo alla Camera e al Senato. «Condividiamo il messaggio di Prodi. È necessario recuperare lo spirito delle primarie e costruire il Partito democratico, unico strumento per una chiara vittoria alle elezioni e per dare al Paese un governo capace di superare la crisi». È il succo del messaggio che gira sul web e al quale si può aderire scrivendo a movimentoprolibero.it. Hanno già risposto in molti. La cerchia dei professori e dei tecnici legati a Prodi: Paolo Onofri, Fabrizio Onida, Salvatore Vassallo, Filippo Cavazzuti, Piero Giarda, Filippo Andreatta, Salvatore Bragantini. Gli intellettuali Michele Salvati, Aldo Bonomi, Carlo Feltrinelli e Gad Lerner. I politici come Francesco Boccia, assessore a Bari, Riccardo Sarfatti, ex candidato alla presidenza della Lombardia, Massimo Carraro, leader ulivista in Veneto. Esponenti della società civile: da Piero Celli, direttore della Luiss, a Federico Minoli, presidente Ducati, a Mauro Uliassi, chef di Senigallia. L´appello lanciato dal Professore attraverso l´acquisto di uno spazio a pagamento su Repubblica non doveva cadere nel vuoto. Per questo i prodiani e gli ulivisti si sono mossi subito, alla immediata vigilia del vertice di ieri sera. Mobilitando la loro rete, fiutando quell´aria di «stanchezza e di delusione del popolo dell´Ulivo», di cui parlava ieri sera Giulio Santagata, il campaign manager di Prodi. Il messaggio vuole essere l´avamposto dei cittadini che hanno votato alle primarie e che vedono messa sottotraccia quell´esperienza e quella prospettiva. Ieri Prodi ha chiesto «una risposta alla domanda di Partito democratico», per usare sempre le parole di Santagata, ai capi di Ds e Margherita. Ma quella risposta i prodiani sanno di trovarla più facilmente mobilitando i fan del Professore. E alla gente ulivista si offre un´alternativa. Nell´appello di Gitti si ricorda che «sta nascendo un´associazione per il partito democratico». È questo il nucleo di una possibile lista Prodi alle prossime elezioni? Un simbolo da affiancare alla Quercia dei Ds e alla Margherita di Dl nella corsa al Senato? Non è detto esplicitamente, ma il numero delle adesioni sarà anche un segnale per il futuro. Del resto chi usa Internet come un passaparola informatico sta molto attento alle voci che si fanno sentire nei forum sul centrosinistra. Il sito di Romano Prodi raccoglie i pareri degli elettori dopo la sua lettera dell´altro ieri. «Forza Romano, fatti sentire», scrivono. Alcuni lo invitano esplicitamente a varare una propria lista. Ci sono elettori diessini che ora giurano fedeltà solo al candidato dell´Unione. Ancora più animato è il forum di Repubblica.it sul partito democratico. Uno sfogatoio dove ai giudizi sul caso Unipol si alternano le richieste di vera unità, di non arrivare divisi all´appuntamento elettorale. E dove, di fronte alle divisioni, si moltiplicano le tentazioni astensionistiche o una scelta diversa, sempre dentro il centrosinistra: il voto a Fausto Bertinotti. I fedelissimi negano l´eventualità di una lista del Professore, in diretta concorrenza con Ds e Margherita. «L´avrebbe fatta all´indomani delle primarie», ricorda Santagata. Quando i primi sondaggi davano questa creatura vicina a percentuali vertiginose: il 18 per cento. Ma il tema resta sullo sfondo e gli appelli come quello di Gitti servono a tenere vivo il progetto del Partito democratico, a non lasciarlo in mano alle segreterie dei partiti. E a tenersi una via d´uscita.
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Ds Milano - Rassegna stampa
gennaio 10 2006
Prodi: Partito Democratico, perchè occorre accelerare Sono scelte che dobbiamo prendere tutti insieme e in tempi rapidi. Su di noi ricade una grande responsabilità, la responsabilità di vincere per governare.
E’ già da tempo che il tema delle regole destinate a garantire la trasparenza e la stabilità dei mercati finanziari e la tutela dei risparmiatori si è imposto come un tema centrale del dibattito nazionale.
Nel corso dell’ultimo anno, con un crescendo legato in particolare allo svolgersi delle vicende e delle operazioni che hanno avuto come oggetto la Banca Antonveneta, la Banca Nazionale del Lavoro e la società editrice del “Corriere della Sera” e che hanno portato alle dimissioni del governatore della Banca d’Italia, tale tema è diventato non solo ancora più caldo ma si è esteso sino a comprendere la più vasta questione dei rapporti tra economia e politica.
Su questi argomenti, che sono già stati al centro della proposta politica con la quale mi sono presentato alle primarie dello scorso ottobre, sono intervenuto a più riprese, da ultimo, la settimana scorsa, con un articolo pubblicato sul quotidiano “La Stampa”.
Se intervengo di nuovo è perché l’importanza del tema e l’appuntamento elettorale impongono a coloro che si candidano a governare il paese di spiegare nel modo più esauriente possibile cosa intendano fare e come intendano organizzarsi per contribuire a costruire un’Italia migliore.
Le regole per i mercati
Per quanto necessari e decisivi siano i comportamenti dei singoli individui, non è a questi soltanto che si ci si può e deve affidare per assicurare il corretto funzionamento dei mercati.
Trasparenza delle operazioni, stabilità degli operatori, tutela dei risparmiatori sono condizioni che debbono essere garantite da regole precise, da autorità forti e competenti, da sanzioni proporzionate e severe.
Garantire l’esistenza delle regole, la capacità di agire delle autorità, l’efficacia delle sanzioni: questo, e non altro, è il compito della politica. Una politica che, orgogliosa del proprio ruolo pubblico, stia in campo sempre e soltanto indossando la maglia dell’arbitro e mai quella del giocatore.
E’ ragionando così che, nell’agosto dell’anno scorso, in giornate che la pubblicazione dei testi delle prime intercettazioni telefoniche disposte dalla magistratura rendevano ancora più calde e rifiutandomi di guardare ai problemi sul tappeto nell’ottica sbrigativa del sì o del no alla cacciata del governatore, affidai alle pagine del “Sole-24 Ore” una riflessione dettagliata sulla necessaria riorganizzazione dell’intero sistema delle autorità indipendenti responsabili del controllo sui mercati finanziari.
Quattro sole autorità (Banca d’Italia, Antitrust, Consob, Autorità per le reti), ciascuna responsabile per una specifica funzione (stabilità, concorrenza, trasparenza, efficienza delle reti) e con regole precise sui criteri di nomina e sulla durata degli incarichi per assicurare loro alta professionalità e indipendenza dal potere politico.
Questo è il quadro che avevo disegnato allora, che gli avvenimenti degli ultimi mesi hanno contribuito ad avvalorare, che la recentissima legge sul risparmio ha iniziato a recepire per quanto riguarda la Banca d’Italia, che con la nomina a governatore di una personalità quale Mario Draghi trova un solido ed affidabile punto di appoggio.
C’è altro da fare? Sicuramente sì, con due campi che a me paiono, prima di altri, bisognosi di interventi rapidi e radicali: il governo e la gestione delle imprese (con particolare riguardo al ruolo dei consiglieri indipendenti, dei sindaci, dei revisori dei conti e ai rapporti tra società controllanti e controllate) per impedire che i massimi dirigenti abbiano un potere che sfugge ad ogni controllo e per tutelare i diritti delle minoranze, dei risparmiatori e dei creditori; la regolamentazione dell’attività delle banche per evitare il conflitto di interessi causato dalla sovrapposizione tra attività bancaria e distribuzione di titoli ai risparmiatori.
Le norme di comportamento per i politici
Il 2 di giugno dello scorso anno, in una lettera dall’isola di Creta, scrissi che la prima condizione per la credibilità della politica è il buon esempio.
Sollevando più di una critica, parlai della necessità di ridurre il costo della politica proponendo, al riguardo, una serie di misure concrete: tra queste, la fissazione di limiti alle spese delle campagne elettorali e alle spese di funzionamento delle istituzioni e l’accorpamento in due sole tornate, una per le elezioni politiche, una per le elezioni amministrative, delle occasioni di voto nel corso di una legislatura.
Oggi, le parole scritte in quella lettera non fanno più scandalo. Il problema è quello di metterle in pratica.
Il primo passo non può che essere quello di una campagna elettorale condotta non solo con sobrietà di toni ma, soprattutto, con sobrietà di spese.
Ma c’è di più, molto di più e di più preciso, che la politica può e deve fare per dare l’esempio.
Quando, nella primavera del 1999, i capi di Stato e di governo dei paesi europei mi nominarono alla presidenza della Commissione Europea in una situazione di smarrimento per le forzate dimissioni della Commissione precedente, immediatamente mi impegnai non solo per introdurre una totale riorganizzazione della istituzione fondata sulla separazione netta tra le responsabilità politiche del collegio dei commissari e le responsabilità amministrative della struttura, ma anche per adottare limpide regole di condotta per tutti, a partire dai commissari.
Regole per stabilire i rimborsi delle spese di viaggio; regole per definire quali fossero gli incarichi esterni e gli investimenti finanziari da considerarsi come compatibili durante il mandato da commissario e quali gli incarichi esterni da potersi accettare alla fine del mandato; regole per dichiarare la situazione patrimoniale dei commissari all’inizio e durante il corso del loro mandato; regole sul valore massimo dei regali accettabili e così via.
Il tutto, con una disposizione di base: che ogni commissario si impegnava a presentare le proprie dimissioni qualora, per il bene dell’istituzione, il presidente gli chiedesse di farlo.
A tal punto sono entrate quelle regole nel costume della Commissione, che anche la nuova presidenza le ha confermate, così che chiunque ne abbia interesse le può oggi consultare sul sito della Commissione.
Centrosinistra e centrodestra
Si è discusso molto di diversità tra centrosinistra e centrodestra.
Io dico che è una diversità politica, che si traduce e si è tradotta in una lunga serie di fatti molto concreti, che tutti hanno potuto vedere con i propri occhi negli ultimi anni.
Mi riferisco al conflitto di interessi del presidente del Consiglio che è stato, tra tutti, il filo di maggior continuità e spessore nel determinare il segno complessivo e le singole scelte politiche di questo governo e della sua maggioranza.
Mi riferisco alla tolleranza e, addirittura, al alla giustificazione morale dell’evasione fiscale da parte dal presidente del Consiglio, all’indifferenza, per un tempo pari alla metà dell’intera legislatura, verso il tema, sollevato dalle crisi Cirio e Parmalat, della tutela dei risparmiatori, alla lunga serie di leggi scritte ed imposte per difendere interessi privati e che hanno, tra l’altro, messo a repentaglio la piena partecipazione dell’Italia al sistema giudiziario comune dei paesi dell’Unione Europea e che hanno determinato il pericoloso indebolimento delle norme a protezione della correttezza dei bilanci e, quindi, della trasparenza dei mercati.
Mi riferisco, insomma, ad un diverso modo di intendere la politica e il richiamo ai valori fondanti della nostra Repubblica: per gli uni intesa come una cosa propria, le cui leggi, sino alla legge elettorale, si possono cambiare per meglio servire i propri interessi; per gli altri, per noi, intesa come una cosa di tutti, da proteggere così come deve essere protetto un bene pubblico.
L’Ulivo e il Partito Democratico
Detto tutto questo, non possiamo, non posso chiudere gli occhi di fronte ai segni di disagio tra i cittadini e gli elettori del centrosinistra. Un disagio in parte determinato dalle vicende e dalle polemiche di questi giorni ma che trova altre e forse più profonde cause nello scompiglio creato dalla nuova legge elettorale e nel confronto e nel contrasto tra l’entusiasmo suscitato, soltanto tre mesi fa, dall’esperienza delle primarie e la realtà della politica con la quale si è dato seguito a quell’esperienza.
Le primarie furono, lo scorso 16 ottobre, il felice incontro tra i partiti e la società civile. Ai partiti venne lo slancio di milioni di donne e uomini pronti a vivere la politica con entusiasmo. A quelle donne e a quegli uomini, determinati a farsi sentire dalla politica e a contare nella politica, andò il supporto della professionalità, della competenza, della consolidata passione radicate nelle strutture dei partiti.
Dare una risposta concreta e credibile, politica ed organizzativa, all’entusiasmo delle primarie, un entusiasmo che si traduceva, sopra tutte le altre, in una parola precisa, “unità”, non è stato facile, perché sul cammino del centrosinistra è stato gettato un masso enorme e pesante.
Imposta con l’unico scopo di impedire all’attuale opposizione di diventare domani maggioranza nelle medesime condizioni che hanno permesso al centrodestra di governare per un’intera legislatura, la nuova legge elettorale ha spazzato via l’impianto maggioritario della politica italiana deciso dagli italiani con la loro risposta al referendum del 1993.
Per il centrosinistra questo ha voluto dire non potersi più presentare agli elettori con il simbolo comune dell’Unione. Pur legati da un comune programma di governo e tutti riconoscendo come proprio leader e candidato alla guida del governo il vincitore delle primarie, i partiti dell’Unione dovranno andare al voto ciascuno con la propria lista ed il proprio simbolo.
Questo carica di una responsabilità ancora più grandi i due maggiori partiti del centrosinistra, i Ds e la Margherita, partecipi di un condiviso progetto riformista, il progetto dell’Ulivo.
Chiedete agli italiani come si sentono oggi, dopo cinque anni di governo del centrodestra, e la maggioranza di loro risponderanno che si sentono delusi, più poveri e meno sicuri.
Dalla società italiana viene una forte domanda di rinnovamento, di impegno per il bene di tutti e non di pochi, di una politica vissuta in conformità con i principi dell’etica.
A questa domanda dobbiamo dare risposta. La nuova legge elettorale spinge e induce alla frammentazione. Noi abbiamo fatto una scelta diversa, la scelta dell’Ulivo.
A questa scelta si deve ora dare seguito con coerenza e decisione affinché gli elettori la possano leggere come prova della nostra volontà unitaria.
Subito dopo le primarie, aderendo al mio invito e cogliendo con intelligenza l’elemento di novità portato dai 4,3 milioni di elettori che avevano partecipato al voto e, in particolare, degli oltre 3 milioni che, nella scheda, avevano fatto il segno sul mio nome, Ds e Margherita hanno formalmente deliberato di presentarsi uniti sotto il simbolo dell’Ulivo alle elezioni per il rinnovo della Camera e, cosa che considero ancora più rilevante, di dare vita, nel prossimo parlamento, a gruppi unici.
Ma questo non è tutto. Mentre decidevano di dire di sì alla lista dell’Ulivo alla Camera e ai gruppi unici nel prossimo parlamento, Ds e Margherita hanno pure dichiarato di guardare all’Ulivo come al segno anticipatore dell’obiettivo finale rappresentato dalla costituzione di un Partito Democratico.
Si tratta di decisioni importanti.
Su questa linea, milioni di italiane e di italiani ci chiedono oggi di fare di più, di affrettare con decisioni concrete il cammino verso il Partito Democratico.
Ci chiedono di dare vita ad un Ulivo in grado di rispondere e di dare rappresentanza alla domanda che sale dalla società, dalle realtà locali che nelle elezioni regionali hanno con successo sperimentato liste civiche di centrosinistra, dai movimenti che cercano forme più aperte di espressione politica, dalle forze e componenti politiche che hanno condiviso l’esperienza dell’Ulivo e che guardano al progetto del Partito Democratico come all’esito maturo dei nostri ideali e della nostra storia.
Ci chiedono di dare corpo a un soggetto politico unitario, forte delle diverse identità e dei valori condivisi dei partiti che lo compongono, aperto alla partecipazione di tante donne e uomini che si riconoscono nel progetto di una nuova Italia; un soggetto dotato di organi propri e, dunque, capace di assumere decisioni impegnative; un soggetto in grado di porsi, per il numero e la qualità dei suoi eletti, come punto di riferimento dell’intera coalizione di centrosinistra nel Parlamento e nel governo per guidare con mano sicura l’Italia.
Ci chiedono, quei milioni di italiane e di italiani, di decidere adesso, di procedere subito e ovunque alla costruzione del Partito Democratico.
In una situazione di crescente disagio, di fronte al rischio di perdita del primato della politica, di fronte a questo centrodestra che ha sgovernato l’Italia e si è fatto una legge elettorale per non perdere e per impedire di governare a chi verrà dopo, questo è il momento delle scelte.
Sono scelte che dobbiamo prendere tutti insieme e in tempi rapidi.
Su di noi ricade una grande responsabilità, la responsabilità di vincere per governare. www.cittadiniperlulivo.com/
gennaio 9 2006
Dialogo perplesso di due extraterrestri sull'orlo di emigrare in Cina... Mizar Alcor Mizar... Mizar.... per mille galassie, dove sei finito? Avevi promesso che mi avresti avvisato se ci fosse stato qualche fatto nuovo. Io mi fidavo di te, e me ne stavo a prendere il sole sulle Isole di Betelgeuse... dovresti vedere che abbronzatura! Insomma, me ne stavo tranuqilla sapendo che c'eri tu a vigilare... E invece vengo a sapere per caso (ripeto: per caso! da un autista di trasporti interstellari) che nel belpaese c'è un bel po' di maretta. Insomma, per te, che il segretario del maggior partito di opposizione sia implicato in faccende poco chiare, non è una cosa che merita attenzione? Non ho ancora avuto il tempo di aggiornarmi del tutto, ma butterei là due considerazioni: l'incidente di Fassino dimostra l'irrisolto rapporto dei DS con il capitalismo; mette, se ce ne fosse ancora bisogno, in discussione la credibilità - non solo morale, soprattutto politica - di questa classe dirigente, e la sua capacità di proorsi come alternativa all'attuale govero. Giusto per darti due cosine sulle quali riflettere....
Uffa! Uffa! Stavo facendo un pisolo. Alcor stai tranquilla, niente di nuovo nel bel paese. E' vero c'è una grande discussione. Il cavaliere e i suoi sono all'attacco dei DS e dentro all'Unione non sono da meno e si lanciano fendenti. Il cavaliere è arrivato ad ergersi a paladino della separazione tra politica e affari.... roba da matti! Per contro nell'Unione la sinistra radicale spara su Fassino e i DS, la Margherita sembra un gatto pronto ad azzanare il topo e oggi D'Alema ha minacciato gli alleati che cavalcano l'aggressione ai DS: insomma nulla di nuovo. O meglio di nuovo c'è che si vanno sommando fatti che (prevedo) porteranno il sistema politico all'implosione. Mi spiego: dopo un decennio i nostri eroi non hanno saputo "riformarsi". Hanno fatto fallire l'Ulivo (inteso come superamento di questo quadro politico) non sono stati in grado di costruire un soggetto politico con una nuova identità capace di farsi riconoscere dal nuovo mondo nato dopo l'89; anche dopo le primarie del 16 ottobre hanno finto di esultare per poi riproporre il solito balletto delle identità di partito, di culture politiche. Certo è come tu dici: i DS (e non solo) non hanno risolto il rapporto con il capitalismo, ma la cosa più grave è proprio quella del perpetuare le identità di partito. Con la scusa delle radici si mantengono in vita differenze artificiose che non corrispondono alla realtà sociale, si "conservano" culture politiche che erano divise ieri e lo sono ancora oggi. Cosa c'entra tutto questo con l'Unipol? C'entra, eccome. Questo ceto politico frammentato, autoreferenziale e per ciò costretto ad usare categorie interpretative obsolete, come può realizzare la separazione tra politica ed affari? Come può essere portatrice di etica politica se quotidianamente vive e prospera dentro a tatticismi tutti interni al ceto politico? Come può essere adeguata alle sfide di questo secolo se continua ad ostacolare il ricambio del ceto politico? Se continua a tenere a distanza le energie e le forze migliori di questo paese? Però dal palazzo della politica stanno venendo scricchiolii sinistri. Prima il biennio dei movimenti, poi i 4 milioni di elettori delle primarie ed ora, a vittoria quasi certa, l'affare Unipol. Ho la sensazione che non tengano più. In questa vicenda il fatto serio non sono gli attacchi del centro destra. Sono i dubbi, le grida di mortificazione che vengono da elettori (certi e potenziali) di centro sinistra. Cara Alcor non siamo ancora al crack, ma il centro sinistra è sulla strada giusta........ti avviserò quando capiterà qualche altro inghippo......perchè è certo che capiterà.
Quindi ancora una volta, la cifra di questa fase politica è la paralisi? La risposta a tutti gli sconquassi - che siano positivi, come la grande partecipazione alle primarie, o negativi, come lo scivolone Unipol - è la paralisi: stare fermi e parare i colpi, sperando di arrivare sani e salvi alla vittoria elettorale. La incapacità di prefigurare nuovi sbocchi politici che non siano solo operazioni verticistiche, il grande problema del ricambio delle classi dirigenti, il problema stesso della democrazia, delle regole, e del rigore morale, a partire soiprattutto dall'alto, vengono oscurati, quando non ne viene addirittura negata l'esistenza. A me sembra che la situazione si vada sempre più aggravando; pur assumendo contorni abbastanza ridicoli, come quando D'Alema sostiene la propria infallibilità, o la questione morale viene imbracciata la Berlusconi o Giovanardi, come un fucile col quale spararsi nei piedi.... Forse hai ragione tu Mizar. Gli scricchiolii diventano sempre più inquietanti e qualcosa finirà per implodere. Ma non ti sento molto preoccupato; sta a vedere che savolta la più pessimista dei due sono io....
Staremo a vedere cara Alcor......intanto goditi le tue vacanze...io vado a fare un giro in Cina........fra alcuni anni dovremo spostarci là.....qui nel Bel paese rimarrà O sole mio e la pizza....a presto!! www.ulivoselvatico.org/
dicembre 15 2005
Primarie, partite 100mila lettere Sono i "certificati elettorali" di chi ha già votato per Prodi
da Repubblica - 15 dicembre 2005
Centomila lettere-certificato elettorale per votare alle primarie del 29 gennaio. Le sta inviando l´Unione ai milanesi, che hanno già partecipato lo scorso 16 ottobre alla scelta del candidato premier. Aumenteranno fino al 20 per cento anche i seggi. In questo modo, si eviterà il ripetersi delle code e si aiuteranno gli anziani che dovranno votare in uno dei giorni tradizionalmente più freddi dell´anno. Corsa finale anche per la consegna delle firme dei cinque candidati del centrosinistra. Mercoledì 21 presentazione ufficiale di tutti i candidati. Domani, invece, Bruno Ferrante con l´ex ministro Pierluigi Bersani parteciperà all´intitolazione della sede del Cantiere a Letizia Ghilardotti. Sabato, seminario della Quercia sullo sviluppo. BERIZZI E MONTANARI A PAGINA V
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L´Unione le ha spedite a chi si era presentato a scegliere il premier. "Sarà la festa di chi non ne può più della Cdl" Centomila lettere per le primarie Serviranno da certificato elettorale, aumentano i seggi All´ombra della Madonnina non c´è spazio per le alterazioni dell´ordine pubblico ANDREA MONTANARI
L´Unione accelera sulle primarie e invia centomila lettere ai milanesi che hanno già votato per la scelta del candidato premier il 16 ottobre scorso, con allegato un coupon che fungerà anche da certificato elettorale. L´appuntamento clou con la presentazione ufficiale di tutti i candidati sarà mercoledì 21, probabilmente al circolo della Stampa. La decisione è stata presa ieri e la macchina organizzativa è già partita. Lo scopo è quello di accorciare i tempi delle operazioni di voto, evitare il ripetersi delle code e soprattutto non penalizzare gli elettori più anziani. Anche perché il 29 gennaio coincide con il primo dei tre giorni della Merla, che la tradizione vuole siano i più freddi dell´anno. Per lo stesso motivo aumenteranno tra il dieci e il venti per cento i seggi. La scorsa volta solo a Milano erano 124 (400 compresa la provincia) più i tre speciali per consentire il voto ai non residenti, che questa volta non saranno necessari. I votanti in città sono stati 101.769 sui 230.769 tra Milano e provincia. Questa volta, invece, come annunciato, potranno partecipare anche gli immigrati purché regolari. «Sarà la festa - spiega il segretario cittadino dei Ds Pierfrancesco Majorino - di tutti quei milanesi che non ne possono più del modo in cui la Casa delle libertà ha governato questa città». Tra i dirigenti del Cantiere nessuno vuole sbilanciarsi in previsioni sulla partecipazione, ma c´è ottimismo. Anche se questa volta gli elettori dovranno fare i conti non solo con il freddo, ma con la probabile domenica a piedi della Regione e con il previsto arrivo a Milano lo stesso giorno della fiaccola olimpica. In vista del voto del 29 gennaio si intensificano anche gli appuntamenti con i candidati. Ieri, a pochi giorni dalla data di scadenza per la consegna delle firme dopo Bruno Ferrante ha annunciato di aver raggiunto l´obiettivo anche Davide Corritore. In dirittura d´arrivo anche Dario Fo e Milly Moratti. Venerdì l´ex ministro Pierluigi Bersani parteciperà all´intitolazione della sede del Cantiere di via Pergolesi all´unica donna ex presidente della Regione, la diessina Letizia Ghilardotti, scomparsa a settembre. Sabato, invece, i Ds hanno organizzato allo spazio Guicciardini un seminario sullo sviluppo e l´innovazione di Milano. Oltre a Bruno Ferrante e al segretario della Quercia Franco Mirabelli parteciperanno, tra gli altri l´ex presidente della Camera di commercio Piero Bassetti, il rettore del Politecnico Guido Ballio, l´ex sovrintendente del teatro alla Scala Carlo Fontana, don Virginio Colmegna, Marco Vitale, Giorgio Roilo e il direttore generale del gruppo bancario San Paolo Imi Pietro Modiano.
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Ds Milano - Rassegna stampa
dicembre 7 2005
L’Ulivo, l’Unione? NUOVA LEGGE ELETTORALE
Se entrerà in vigore la nuova legge elettorale la prossima legislatura difficilmente potrà essere portata a termine regolarmente e dovrà ancora reggersi sull’architrave tarlato e marcio della partitocrazia con un serio ulteriore rischio per la legalità costituzionale.
Bloccata preventivamente qualsiasi possibilità di referendum abrogativo sarà altrettanto difficile, nelle nuove condizioni parlamentari, la promulgazione di una nuova legge elettorale maggioritaria. La più forte garanzia politica del paese risiede, perciò, unicamente nella forte capacità di mobilitazione e di partecipazione dimostrata dagli elettori nelle primarie dell’Unione. Dopo la peggiore elezione politica della storia repubblicana e la confusione che giungerà all’apice con l’elezione del Presidente della Repubblica, gli elettori dell’Unione avranno di nuovo la possibilità di organizzarsi liberamente per bocciare il referendum confermativo della riforma costituzionale e ritornare da protagonisti sulla scena per vincere le residue resistenze al rinnovamento delle strutture politiche. Sarebbe l’occasione più propizia, che imporrebbe una svolta definitiva, per preparare e raccogliere, contemporaneamente, le firme di una proposta di legge popolare di un nuovo sistema elettorale, semplice e comprensibile, che preveda, naturalmente, anche le primarie!. Tanto per far vedere le capacità degli elettori, di sinistra e di molti di destra, e restituire con la mancia la cortese furbata della partitocrazia di centro-destra. Non sarebbe male.... Per il momento guardiamo con soddisfazione questi risultati parziali con uno spezzone d’ipocrisie a corrolario….
Estratto dall’analisi sulla partecipazione alle primarie dell’Istituto Cattaneo ..... Quando nei DS partecipano in molti ad una consultazione in cui si elegge direttamente il leader del loro partito, vota circa il 35% degli iscritti. Gli iscritti ai DS al momento del 3° Congresso nazionale (2005) erano, secondo le dichiarazioni dei responsabili organizzativi del partito, 561.193. La Quercia è sicuramente il partito dell’Unione più strutturato e radicato sul territorio. Per questo il dato del 35% può essere proiettato su tutto il centrosinistra senza correre il rischio di sottostimare la partecipazione negli altri partiti. Ebbene, se il tasso di partecipazione alle primarie fosse stato elevato quanto quello che ha fatto gioire Fassino, se il numero totale degli iscritti dichiarati dai partiti del centrosinistra fosse veramente affidabile, e se le primarie si fossero limitate a coinvolgere i soli militanti, domenica 16 ottobre avrebbero dovuto votare circa 350.000 persone.
Dall’esperienza pugliese si poteva trarre un ulteriore termine di raffronto per giudicare la riuscita dell’iniziativa dell’Unione. Alle primarie pugliesi aveva votato poco più del 9% degli elettori di centrosinistra, rispetto alle Europee del 2004. Se le primarie nazionali dell’Unione avessero rispettato questa percentuale, avremmo dovuto attenderci una partecipazione in tutta Italia di circa 1.300.000 persone. Alla vigilia del voto questo dato pareva assai difficile da raggiungere, anche considerando altre recenti esperienze europee. Quando ad esempio in Gran Bretagna, nel 1994, Tony Blair fu scelto come capo del Labour e candidato premier, furono chiamati a votare, attraverso una scheda postale, circa 5 milioni di iscritti al partito o ad organizzazioni collaterali, ma furono solo 900.000 quelli che, rimanendo comodamente a casa loro, rispedirono la scheda. La partecipazione alle primarie di circa 4.300.000 elettori ha dunque dimensioni del tutto straordinarie, che superano di gran lunga non solo le attese di quanti avevano criticato aspramente o considerato con sufficienza questo esperimento, ma anche degli analisti, oltre che gli stessi promotori.
..... Proprio perché l’ampiezza della partecipazione è molto consistente, i risultati riflettono atteggiamenti e comportamenti degli elettori che non possono essere stati influenzati, se non in casi eccezionali e in una quota molto ridotta, da specifiche sollecitazioni di questa o quella macchina organizzativa di partito, di questo o quel candidato. Banalmente, se i partiti fossero in grado di mobilitare tante persone, lo avrebbero fatto anche in altre occasioni simili della loro vita interna. Lo stupore degli stessi dirigenti di partito per la dimensione della partecipazione ne è una ulteriore conferma. Più precisamente, maggiore il tasso di partecipazione, minore la possibilità che la distribuzione dei voti tra i candidati sia stata influenzata dalle pressioni delle organizzazioni di partito (o di corrente).
Estratto dall’intervista di Massimo Giannini a Rutelli del 29 ottobre:
Diciamo la verità: dopo il trionfo di Prodi alle primarie la Margherita non aveva altra scelta, se non quella di cavalcare l'onda.
"Certo, anch'io sono convinto che quei 3 milioni di elettori che hanno votato per Prodi siano molto più interessati al partito democratico, che non ai destini dei nostri singoli partiti. Ma il pur clamoroso successo di quella domenica è un fiore che non sboccia dal nulla. È un seme che i partiti stessi hanno piantato, hanno annaffiato, hanno fatto crescere".
Questo, ormai, lo riconosce anche il Professore. "E ne sono felice. I partiti restano la carne viva della s |