ulivo velletri


novembre 3 2009

Collegi uninominali o ritorno alle preferenze di lista?
di Claudio Croci,
Le due più antiche e solide democrazie del mondo USA e Regno Unito sono governate da un sistema elettorale uninominale secco( o priority : chi arriva primo vince), la Repubblica francese,patria della democrazia repubblicana, dispone di un uninominale maggioritario a doppio turno. L’Italia unitaria, nella sua storia,ha adottato il sistema uninominale a doppio turno , con suffragio ristretto per censo, per poi passare al proporzionale a suffragio diffuso nel 1922 e dopo il ventennio fascista e la nascita della Repubblica,adottare il proporzionale, con pluripreferenza di lista , a suffragio universale fino al 1994 , anno in cui ha adottato il maggioritario uninominale secco ad un turno con correzione proporzionale per un 25 % dei seggi, sistema che è rimasto fino al 2005 , anno in cui siamo tornati ad un proporzionale corretto a liste bloccate.
La teoria e la realtà si sono congiunte sui risultati economici , infatti l’Italia del maggioritario ha sempre visto tendenzialmente una diminuzione del debito pubblico , mentre l’Italia del proporzionale una sua espansione. Anche l’ultimo sistema , quello del proporzionale corretto , dopo il biennio Prodi, di relativa stabilità , ha visto crescere il debito pubblico. Ora , a parte , le dovute eccezione,si asserisce che il sistema proporzionale favorendo coalizioni e governi poco omogenei determina continui compromessi che poco si conciliano con il rigore finanziario . E’ una logica non senza fondamenti. Sta di fatto che realtà complesse multirazziali , plurietniche per disciplinare i molteplici punti di vista adottano sistemi semplici di elezione che spingono a concentrare l’elettore su poche chiare scelte e consentono un puntuale controllo sull’operato dell’eletto, che non solo rappresenta il partito,in quel collegio , ma anche sé stesso. La soluzione proporzionale porta carenza di direzione nel governo e di conseguenza all’avvento di un potere forte e unico , come è accaduto nell’Italia del primo dopoguerra , alla Francia della quarta Repubblica ed alla repubblica di Weimar . E’ di contro vero che il collegio uninominale , in democrazia censitarie o a suffragio ristretto, portano ad una sorta di oligarchia di minoranze ricche e bloccano la circolazione delle nuove idee , generando spesso rivoluzioni sociali.
Una cosa è certa : il metodo elettorale adottato coinvolge un pensiero di governo che travalica il mero tecnicismo elettorale per coinvolgere la politica finanziaria ed istituzionale di una nazione e ne determina la storia . Ritenere che il metodo di scelta sia poco influente sullo sviluppo della democrazia è una deficienza notevole , essendo per chi crede nelle democrazia liberale spesso l’essenza stessa delle democrazia e non già una sovrastruttura formale . Su questo aspetto esiste la massima distanza tra il socialismo e la democrazia liberale . Comunque la si voglia guardare la forma di scelta nella democrazia coincide con scelte epocali nella vita di qualsiasi paese. Nell’Italia del 1992 , l’avvento del maggioritario coincise con l’intervento della magistratura a danno di un ceto politico corrotto e questa coincidenza non fu solo tale , ma una delle cause stesse. La sconfitta del referendum sull’estensione del maggioritario coincise con la fine della “rivoluzione” della nuova politica , voluta dai magistrati e dal nuovo ceto ulivista , il primo esperimento ulivista terminò esattamente in quegli anni. Il ritorno delle liste bloccate e di un proporzionale su nomina, coincise con la crisi del berlusconismo e il ritorno del centrosinistra al potere:il berlusconismo calante lasciò , come si suol dire,i pozzi avvelenati contro la possibile longevità di un governo della sinistra. La mancata cancellazione del “ porcellum” nel 2007 fu una delle cause della fine del secondo tentativo di Prodi. La scelta , oggi , verso il ritorno al proporzionalismo coincide con una forte complessiva insofferenza verso la magistratura e la sua invadenza , l’esplosione del debito pubblico , l’autoritarismo imperante , l’incapacità della sinistra a costruire una credibile alternativa , il berlusconismo sempre più declinante inconcludente unito al ritorno al passato sistema elettorale può coincidere con pesanti cambiamenti istituzionale del Paese. La sensazione è che chi proponga il ritorno a quel sistema , alle preferenze , ai governi “ parlamentari “ non si renda conto del devastante effetto destabilizzante che quel sistema può causare. Un paese , l’Italia , invasa da un forte individualismo , priva, oggi, di un senso civico diffuso, incanalata verso una comunità pluriraziale contestata, divisa tra nord e sud, sta diventando una polveriera sociale che può scivolare , come sta scivolando,verso un sistema autoritario . L’introduzione del proporzionalismo può essere l’ultimo anello di un processo che può legittimare interventi costrittivi del sistema costituzionale generati proprio dall’incapacità di dare senso ad un sistema democratico. L’effetto devastante che il proporzionale può avere su tutta la sinistra è quello di spingere tutti a trovare una soluzione pro-domo sua ,generando la fine delle ragioni dello stare insieme. L’uscita quindi o meno di Rutelli , non è affatto il problema anzi è del tutto marginale ,sostanziale è capire che d’ora in poi chiunque, in un sistema proporzionale,ha teoricamente più vantaggi nel costruire una sua piccola “ patria “ . Il sasso è lanciato , il sasso può divenire valanga.
http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=20749&sid=22


Renzi: “Rutelli sta sbagliando, non lo seguirò ma Pier Luigi deve evitare accordicchi” 


Fonte La Repubblica

L’intervista Il sindaco di Firenze Renzi boccia la svolta dell’ex capo della Margherita e chiede al neosegretario di uscire dalla “realtà virtuale”

Basta sinistra radicale L’Ulivo? Vorrei qualcosa di nuovo. Ma per ora mi accontenterei di non ripetere il disastro dell’Unione Rischio socialismo Veltroni si intende di socialismo molto più di me. Ma non vedo il rischio di un ritorno indietro

FIRENZE - «Francesco sta sbagliando». Il sindaco di Firenze Matteo Renzi non seguirà Rutelli. Lo ha seguito più volte, nella sua fulminante carriera politica che lo ha portato sulla poltrona più alta di Firenze a soli 34 anni, dopo aver sorpreso tutti vincendo le primarie. Questa volta, però, non lo farà. Resterà con Bersani. Anche se, confessa, «non l’ho votato».

Sindaco Renzi, turbato dalla scelta di Rutelli? «Mi spiace che Francesco se ne vada. Mi spiace personalmente e politicamente. Capisco il suo stato d’animo ma credo stia sbagliando. Dice che il Pd non è mai nato e ha ragione se guardo il dibattito attuale dei dirigenti: si fanno quotidianamente le pulci, a colpi di agenzia, l’un contro l’altro. Ma tra la gente il Pd c’è, c’è molto di più di quanto noi pensiamoe non sono solo le primarie a costituirlo. È l’idea che si possa uscire dal berlusconismo, non per una vicenda giudiziaria ma per una scelta politica e culturale».

Lei, però, non ha votato Bersani. «Io non l’ho votato ma adesso è il mio segretario. Spero che accolga la sfida del coraggio. E prenda atto che una stagioneè finita». Si riconosce nel suo progetto? «Spero che abbia il coraggio di non accontentare tutti. E che esca dal corto circuito dei politici che vivono una realtà virtuale.

Non prendiamoci in giro: grazie agli accordicchi tra correnti, abbiamo parlamentari che sono stati nominati. Ma le pare possibile che il Pd, il partito che ha fatto le doppie primarie per il segretario, quando si è trattato di scegliere i parlamentari si è inventato la scusa del “non abbiamo tempo”? Le pare possibile che ci sia gente in Parlamento che non riuscirebbe a farsi eleggere neppure nel consiglio della bocciofila? È ovvio poi che sul territorio ci siano solo gli amministratori… « Veltroni teme un ritorno al socialismo. «Veltroni s’intende di socialismo molto più di me. Ma non vedo questo rischio. Bisogna capire se Bersani ha voglia o no di scommettere su un gruppo dirigente dove ci sia spazio per chi vuole rivendicare il futuro e non solo rimpiangere il passato. C’è un sacco di gente in giro per l’Italia che aspetta di essere coinvolta». Lei fra queste? «No. Io faccio il Sindaco di Firenze. Che per me è la cosa più bella del mondo».

E quale partito si aspetta dal nuovo segretario? «Un partito che pensi al vertice sul clima di Copenaghen come alla più grande sfida del 2009. Che provi a migliorare la qualità della pubblica amministrazione senza bisogno di farsi dettare la linea e l’agenda dal compagno Brunetta. Che parli di lavoro senza i soliti schermi di un sindacato spesso autoreferenziale.

Che pensi un po’ meno a concertare e incroci le persone vere, quelle in carne e ossa. Quelle che non si iscrivono più ai partiti e ai sindacati ma hanno voglia di dare una mano lo stesso».

Teme che con Bersani i cattolici abbiano poco spazio? «Sono cattolico e penso che essere credente sia un valore, non un handicap. Ma bisogna farla finita di chiamare i cattolici solo quando c’è una storia scabrosa di sesso o quando si tratta di discutere dell’eutanasia o della procreazione assistita».

Anche lei vuole tornare all’Ulivo? «Più che tornare, vorrei andare verso qualcosa di nuovo. Ma per ora mi accontenterei di non ripetere il disastro dell’Unione.

Bene fare gli accordi, ma non dimentichiamo che oggi dovevamo essere nel quarto anno del Governo Prodi: se alla guida del Paese ci sono Berlusconi e soci, il meritoè tutto dei nostri litigi. Noi a Firenze abbiamo rinunciato alla sinistra radicale: siamo andati al ballottaggio, ma adesso governiamo senza ricatti. La fase in cui i veti contavano più dei voti è finita. Sono certo che Bersani non vorrà riniziare da dove abbiamo fallito».


ottobre 29 2009

Stiamo ai fatti

 

 

 

Enzo,

primarie
E’ finita la tournée congressuale, dove ci siamo impegnati per la mozione Marino. Lo abbiamo fatto senza grandi aspettative. Ritenevamo il PD irriformabile, poi è arrivato Marino con la sua mozione che parlava di modernità prospettando una rigenerazione del PD in senso “liberlal”, quasi un’iniezione di cultura politica in stile anglossasone.

Lo statuto del partito disegna un partito diverso rispetto ai vecchi partiti solo per quanto riguarda il metodo di elezioni del segretario, appunto primarie aperte agli elettori. Per questo la novità di proposta della Mozione Marino e la possibilità degli elettori di intervenire in modo diretto sono stati i due elementi che ci hanno indotto a buttarci nell’impresa. E ora eccoci qui a valutare il risultato di quest’ardita operazione. Al momento non ci sono ancora i dati definitivi (sic!) ma il risultato è delineato. Vince Bersani e Marino si attesta attorno al 12%.

Nel 2007 il popolo delle primarie (tremilioni e mezzo di votanti) scelse con forza il progetto costituente del PD racchiuso e definito nel discorso di Veltroni al Lingotto che era sostenuto (apparentemente) anche dall’intero gruppo dirigente. Vale la pena ricordare solo alcuni elementi caratterizzanti del PD veltroniano: il PD come logica conclusione dell’esperienza dell’Ulivo, quindi un partito “aperto” che va oltre gli steccati delle vecchie culture politiche ;“aperto” e fatto di iscritti ed elettori. Il PD come partito della semplificazione del quadro politico e che punta al bipolarismo attraverso una legge elettorale maggioritaria e di conseguenza che fa delle primarie lo strumento su cui si deve basare la partecipazione del cittadino alla politica. In questo contesto il PD come un partito riformista e di governo che supera le logiche proporzionaliste, spartitorie a favore della chiarezza e della trasparenza: in altre parole una nuova politica per un nuovo sistema politico.

A ottobre 2009 il popolo delle primarie (forse tre milioni votanti) ci consegna un PD fatto d’iscritti, (Bersani è stato molto chiaro sulla necessità di tornare al potere di scelta da parte degli iscritti) con una chiara identità di organizzazione, un PD che, consapevole che non sarà mai maggioranza, punta in modo deciso alla ricerca di alleanze per arrivare al governo del paese; un PD che, dentro un sistema politico bipolare riconosce, comunque, l’articolazione politica presente nel nostro paese che una legge elettorale di tipo proporzionale può consentire al centro sinistra di trovare la forza per battere le destre. Certo, Bersani ha sostenuto che le primarie, pur in quadro di questo tipo, vanno mantenute per le candidature monocratiche che, però, dovranno essere di coalizione, ma non ha mai spiegato come conciliare le primarie con la necessità di dare rappresentanza anche agli altri partiti della coalizione.

Da ultimo il congresso ci consegna un PD che, da un lato, riprende il percorso dell’Ulivo e, dall’altro, un partito che si fa casa comune di tutti i riformismi: quello di tradizione socialista, quello dell’ecologismo verde, quello del cattolicesimo popolare.

Nulla di nuovo sotto il sole. Anzi, come nel gioco dell’oca, siamo tornati alla casella del 1998. quando il PDS, sotto la direzione di D’Alema (sempre lui!), si trasformò nei DS per portare a conclusione il processo della Cosa 2, cioè l’unione nei DS dei vari riformismi. Dunque un partito che torna all’origine, quasi che gli anni e la storia non fossero passati.
Il popolo delle primarie ha scelto in modo deciso. Le proposte di modernità di Marino sono riuscite a superare gli ostacoli statutari, ma il risultato non è sufficiente per guardare al futuro con ottimismo.

Il popolo delle primarie si è affidato a una leadership rassicurante, che ha fatto intravvedere la possibilità di rimettere in gioco prassi politiche e idee che un tempo lontano furuno vincenti. Nessun spazio per il “coraggio” dell’innovsazione, nessuna possibilità per un “nuovo” personale politico che non sia “sperimentabile perché già sperimentato”. Ecco, questo slogan vincente di Bersani dice quanto il paese sia scivolato sul piano inclinato del declino. Un paese che ha paura. Una base elettorale di un partito progressista che ha paura. Paura di vedere messi in discussione le certezze a cui siamo aggrappati. Modernità, merito, riforma del welfare, partito contendibile sono i punti forti della mozione Marino ma sono anche obiettivi che se realizzati costringerebbero quella stessa base a uscire dal recinto protettivo di una società bloccata.

Dunque quello stretto varco in cui abbiamo tentato di infilarci ha finito per strittolarci. Abbiamo raccolto un risicato 12% di consensi e ora il PD è profondamente diverso da quello che avevamo immaginato. Siamo tornati indietro. A nulla sono valse le battaglie fatte in questo decennio. A lungo si è discusso sul dualismo tra società civile e politica, sulla presunta arretratezza della politica rispetto ad una società civile più virtuosa: nulla di più sbagliato.

Prendiamo atto che la classe politica è lo specchio della società. http://viagiordanobruno17.wordpress.com/



ottobre 26 2009

conservazione versus innovazione

 

La sfida delle primarie si è svolta sull'asse innovazione contro conservazione ,con la vittoria della bocciofila, esattamente come la sfida delle politiche si era svolta sulla stessa asse. La proposta di Marino   è stata troppo innovativa per un elettorato impaurito così come la proposta di Veltroni conteneva troppa innovazione rispetto alla proposta di Berlusconi .Il paradosso è che domani la proposta di D'alema ,ehmm, Bersani,   sarà sempre troppo avanzata rispetto al nano e troppo conservativa rispetto alle innovazioni ,manifeste ed in  incubazione , necessarie ed ormai ,anche se ancora minoritarie, presenti nel campo del centrosinistra ,con il risultato di perdere voti a destra e a manca. http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/10/26/conservazione_versus_innovazio.html


ottobre 12 2009

Pasticcio Bersani

 

Il discorso di ieri di Bersani presenta le consuete incongruenze logiche : un candidato che vuole diventare segretario del partito ,non necessariamente candidato premier , invece di indicarci come vuole costruire il partito ,concretamente ,visto che questa forma partito non gli piace e anzi si propone di abolire le primarie ,per oggi quelle per il segretario, presenta un programma .Ora un programma presentato dall'opposizione ha sempre qualcosa di irreale ,ma è  ancora più paradossale se quel programma è solo una indicazione di massima visto che dovrà essere discusso con tanti alleati ,magari dopo una riforma elettorale Tedesca in salsa Italiana, anche negli interventi degli altri due candidati è presente in qualche forma questo mito del programma che tanti danni ha fatto e ancora minaccia di farne ,ma comunque in forma attenuata. Altre considerazioni vanno fatte sulle nostalgie di D'Alema , è del tutto evidente che ha tirato fuori dal cassetto soluzioni ,socialdemocrazia ,sistema Tedesco, che potevano avere una parvenza di logica 10 anni or sono ,quando era lui Presidente del Consiglio , ma che oggi sono assolutamente surreali vista in prima luogo la crisi della socialdemocrazia Europea, tutto ciò evidentemente ci illumina sulle reali motivazioni di D'Alema-Bersani ,il  Prodismo prima,con il suo ulivismo maggioritario, il Veltronismo ,pur con i suoi numerosissimi limiti ed errori dopo ,hanno cominciato ,appena cominciato ,a scavare nella nomenklatura da parastato del centrosinistra ,provocando terrore ,come le varie primarie locali si sono incaricate di dimostrare, a Firenze il candidato dalemiano ad esempio ha ottenuto un risultato disastroso , provocando il rimbalzo all'indietro della nomenklatura che capito che oggi le primarie sono per il sindaco ,domani per tutto e senza paracadute ,chi perde va a casa . Il D'Alema-Bersani è insomma frutto di disperazione perchè con le primarie nessuno è garantito in anticipo ,meglio invece un bel proporzionale interno al partito ed esterno come sistema elettorale  che ritaglia comunque una posizione a tutti ,che così il centrosinistra starà all'opposizione i prossimi 35 anni è solo un effetto collaterale. http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/10/12/pasticcio_bersani.html


ottobre 10 2009

Sulla vocazione maggioritaria
di Claudio Croci,

Si legge che , “ anche “ , Franceschini oltre ovviamente al già dichiarato Bersani hanno abbandonato l’infausta vocazione “ maggioritaria “ scaturita dall’altrettanto mitico convegno del “ Lingotto “.
Questo punto è fonte di moltissimi equivoci e fraintendimenti e sul quale la “ passionaria “ Rosy Bindi sta impostando la sua campagna elettorale delle primarie : “l’antilingottismo “.
Chi non condivideva le idee di Veltroni e del “ suo appello del Lingotto “ , aveva in mente ben altri equivoci , presenti in quel programma e non la cosiddetta vocazione maggioritaria che era la fine di un discorso e non il principio.
La candidatura Veltroni si basava su un primo grande equivoco che anche oggi , a due anni di distanza , si tende a ripetere : la definizione di una chiara proposta politica su cui improntare la linea del partito. Non è “ centralismo democratico “ confrontare una linea , chiedere il parere degli elettori alle proposte e poi , sulla base del risultato , ovviamente a maggioranza, definire un’ inequivocabile linea sulla quale “ tutti” gli iscritti si adeguano , anche se ovviamente , alcuni , in via personale , restano delle proprie idee e lavorano per farle divenire maggioranza. Ma dal punto della linea , una è , una la classe dirigente che la sostiene e una è la scelta a cui tutti sono tenuti. Appunto Veltroni questo non fece , e si limitò ad incassare un voto basato su tre liste delle quali una era in contraddizione con l’altra. Il voto quindi fu dato alla persona “ Veltroni “ e non alla sua linea portandosi quindi dietro mille contraddizioni ( fu definita appunto “ maanchismo “) volendo riassumere il tutto ed il contrario di tutto . La lista democratici-davvero ,rappresentò esattamente l’antitesi logica a quel pensiero : una lista , un leader , una classe dirigente , una chiara proposta : un partito aperto .
Nella scelta del Lingotto non si può tacere la posizione dell’allora ministro Bersani , che era il possibile candidato alternativo , il quale all’epoca rifiutò la candidatura adducendo la possibilità di “ divisone “ del partito , fatto fisiologico ,che oggi tranquillamente si ripete dopo due anni , ma che affrontato allora poteva portare ad un chiarimento anticipato di ciò che oggi si sta discutendo . Il fatto che Veltroni e Bersani ieri , Franceschini e Bersani oggi rappresentano due visioni del partito diverse è un dato di fatto sul quale si deve fare chiarezza ed operare una scelta , le primarie di adesso , comunque le si voglia giudicare,rappresentano un chiarissimo confronto su due modi di vedere il PD. L’errore di Veltroni è stato proprio quello di accettare sulla sua persona l’una e l’altra versione pur sapendo che Veltroni storicamente e culturalmente era per la cosiddetta visione “ aperta “ del partito . Franceschini ha il merito, oggi, di farla totalmente sua e di affrontare il confronto , cosa che se fosse stata decisa due anni fa da Veltroni avrebbe sicuramente annullato la ragione d’essere della lista democratici-davvero che sarebbe tranquillamente annulata nella linea di Veltroni .
In questo contesto la vocazione maggioritaria era ed è una delle “ radici “ dell’ulivismo , in quanto vocazione ad un partito coalizionale “ aperto “ strutturato in maniera radicalmente innovativa , aperto ai territori ,alla partecipazione dal basso , basato su collegi elettorali uninominali in cui gli elettori attraverso primarie scelgono i candidati di quella coalizione-partito. L’asserzione di una fine della vocazione maggioritaria coincide con la fine dell’ulivismo e della concezione che: da una parte c’è una proposta ed in antitesi un’altra sulla quale gli elettori si confrontano e decidono , loro e non i loro eletti , ma in primis loro. La scelta, poi, di un governo che non solo vinca sulla parte avversa , ma che governi spinge a tessere una forza politica coesa che rappresenti non solo la contestazione , ma la scelta e la decisione di fare , questo impegno è ben più gravoso e difficile di quello di enunciare i mali ed è, appunto, quello di risolverli. Questa concezione è l’ulivismo e la sua vocazione maggioritaria è proprio questa , Veltroni scindendo sinistra radicale da quella riformista o presunte tali ha contraddetto proprio questa vocazione nella presunzione che i tempi erano maturi per una scissione di responsabilità e qui sta un altro tragico errore.
Franceschini ribadendo un centrosinistra senza trattino ci riporta alla “ vera “ visione originale dell’ulivo : la formazione di una forza politica nuova , interprete di tutto il centrosinistra votato al governo del paese. http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=20318&sid=22



ottobre 8 2009

Veltroni e l’ipoteca (dal libro “La comparsa”)

“…. Veltroni era solo funzionale allo scopo, tanto che, dopo poco il suo insediamento, è iniziata quella sorta di tiro al bersaglio, in cui il centrosinistra è campione, finché il bersaglio-leader è stato colpito e abbattuto: oggi Veltroni non è più segretario, ma gli altri sono tutti al loro posto.
Questo vuol dire che Veltroni ha ragione quando parla di veleni, di veti incrociati, di pressioni correntizie, nel PD?images
Ha ragione a parlarne, ma non a scandalizzarsene.

Quando ha accettato di candidarsi alla segreteria, ha accettato la regola delle” più liste” pur sapendo che questo significava portare dentro mentalità vecchie ed intrighi insani. Ha accettato di essere ipotecato dai vari capicorrente che sono corsi ad affollare le sue liste, non certo per simpatia nei suoi confronti, e così ha innescato una bomba ad orologeria: prima o poi, tutti sarebbero tornati a riscuotere.
Ecco perché non può stupirsi di quei veleni, né tanto meno lamentarsene, dopo aver accettato di fare da cavallo di Troia.Che non se ne sia reso conto? Improbabile: troppa esperienza ed intelligenza. Allora perché ha accettato? Questa è una risposta che spetta solo a Veltroni. Noi possiamo solo supporre che abbia influito, in qualche misura, una fiducia eccessiva in se stesso e nel sogno democratico. Avrebbe dovuto avere il coraggio di ammettere che anche i sogni hanno bisogno di cose terrene, che si chiamano buone regole, e che quelle regole sono la premessa perché il sogno decolli senza rischiare di schiantarsi poco dopo il decollo. Come infatti è avvenuto.

Noi abbiamo la nostra buona dose di responsabilità. Intendo noi che abbiamo affollato i gazebo per votare il 14 ottobre. Ogni volta che si è parlato di regole abbiamo storto la bocca, lamentando, dopo solo un mese, che se ne era parlato anche troppo. Tutti abbiamo reclamato i contenuti, giustamente. Ma senza assicurarci prima di dotarci degli strumenti adeguati per produrli. In parole semplici, è come se avessimo preteso di trovare il pilota migliore senza curarci della macchina che avrebbe dovuto guidare.http://paolacaporossi.net/2009/10/05/veltroni-e-lipoteca-da-la-comparsa/#more-437



settembre 12 2009

Walter l’Africano


Walter Veltroni l’altro giorno era a Milano per parlare dei Beatles alla libreria Feltrinelli. Siamo andati anche noi per chiedergli un’intervista su una questione di effettiva attualità: il baratto che nell’autunno-inverno 1985 consegnò a Berlusconi il monopolio della tv commerciale nazionale in cambio della gentile concessione al Pci di Rai 3. Ricordate? Il decreto Craxi passò con il concorso esterno del gruppo parlamentare comunista, che pure formalmente si oppose, ma rinunciando all’ostruzionismo e alla verifica del numero legale, come documenta nei dettagli il saggio “Il baratto” di Michele de Lucia (kaos edizioni). Responsabile comunicazione del Pci a quei tempi era un giovane politico di belle speranze di nome Walter Veltroni. Sarebbe interessante un giorno o l’altro registrare la sua testimonianza a distanza di ventiquattro anni. Ma ogni volta che ci proviamo è la stessa storia: Walter saluta, mi dice ciao Ricca come stai e poi gira le spalle e se ne va, magari dopo aver fatto l’elogio dei blog e dell’informazione on line. L’altro giorno prima di girare le spalle infastidito ha soggiunto: “come sai, sto facendo un’altra cosa”. La questione che siamo riusciti soltanto a lanciargli addosso non è poi così marginale e attiene alle antiche complicità fra Mister B e i suoi futuri (e presunti) avversari politici. Possiamo considerare alternativi allo stregone dei media coloro che lo aiutarono a consolidare la sua posizione dominante? Consegnare tre tv nazionali a un unico soggetto, e a quel soggetto, significava concedergli la possibilità di condizionare l’evoluzione della società italiana per i decenni successivi, di fatto mettergli in mano il paese: non era difficile da capire già alla metà degli anni ottanta. E ricordo che lo intuivo da semplice studente delle medie. Veltroni e i compagni comunisti non lo capirono o preferirono non capirlo, distratti dal famoso piatto di lenticchie. Ma oggi esprimono disagio per una società plasmata dal trash televisivo e il 19 settembre manifesteranno per l’informazione libera. Pensarci prima, no? E farsi definitivamente da parte dopo un così clamoroso fallimento o quanto meno sottoporsi a un severo esame delle proprie responsabilità? Macché! Più comodo, per il buon Veltroni, far conto sul facile oblio, al costo di fare scena muta e darsela a gambe di fronte agli ultimi disturbatori del letargo pubblico. Le interviste senza filtro possono attendere, come pure l’autoesilio in Africa. Il nostro amico Alessandro gli ha chiesto conto della promessa di dedicarsi alle missioni di carità internazionale dopo il secondo mandato come sindaco di Roma. Walter non ricorda di averlo mai detto: “lo diceva Gasparri”, ha risposto. Per l’Africa una grana in meno. Per la credibilità del barattiere una conferma in più.http://www.pieroricca.org/



agosto 28 2009

Il futuro del Pd? Ridiventare il Pci
Vittorio Macioce

È successo tutto di notte, da clandestini. I giornalisti si sono svegliati e hanno scoperto che il direttore era stato messo da parte. Non cacciato, ma ridimensionato in qualche sgabuzzino. Questa è la storia di una piccola televisione, che galleggia sul canale 890 di Sky, ma se qualcuno vuole sapere come sarà il futuro del Pd deve guardare da queste parti. Red tv è la televisione di D’Alema e dicono che qui sia cominciata la normalizzazione. Non c’è più spazio per la sinistra dalle tante anime, per il sogno democratico, per i radicali e i dipietristi, per le incursioni a destra e sinistra. Non si insegue più la leggerezza veltroniana. Le notizie che arrivano da questo avamposto dalemiano parlano di un ritorno alle cose serie, al partito, l’unico, quello ereditato dal Pci, quello che non ha mai smesso di sentirsi di casa a Botteghe Oscure.
La storia. Red tv poco tempo fa si chiamava ancora Nessuno tv. Era un nome da odissea e D’Alema non lo ha mai amato. Il suo tesoro è un contributo pubblico di 4,1 milioni di euro. Una bella montagna di soldi che arriva grazie a sei parlamentari, cinque del Pd più Pino Pisicchio, in quota Idv. Il presidente del Cda è Luciano Consoli, che qualcuno ricorda per le disavventure del Bingo e de La Voce. In questo comitato d’affari si inserisce un anno fa Massimo D’Alema, prima in sordina, poi con qualche fuoco d’artificio. Diventa di fatto il padrone della baracca. Il signore di Gallipoli porta nel consiglio di amministrazione il suo braccio destro, l’uomo che regge le sorti della fondazione «Italianieuropei». Il suo nome è Matteo Orfini e cura i rapporti di D’Alema con il mondo degli affari, della finanza e della cultura. Fino a ieri la parola d’ordine di Red tv era: apertura. Oggi è: identità.
Nella notte Claudio Caprara, fondatore e direttore responsabile di Nessuno tv, è stato commissariato da Francesco “Ciccio” Cundari, firma prima del Riformista e poi del Foglio, ventinovenne, amico di famiglia di Orfini e iscritto nel circolo elitario Mazzini del Pd. Roba romana. Quando la redazione ha chiesto all’editore il perché di questo cambio della guardia, notturno e clandestino, la risposta tra mezze parole e qualche imbarazzo è stata questa. Bersani ha fatto due conti e sa che la segreteria è nelle sue mani. È convinto di vincere. Il suo primo mandato è farla finita con il Pd. Archiviare questa farsa, cancellare la stagione disneyana di Veltroni, spegnere ogni nostalgia ulivista e togliere ossigeno a Di Pietro e alla sua confraternita giacobina di intellettuali. Questo è l’obiettivo di D’Alema, questo è il desiderio che, con la cautela di chi sta sul Colle, arriva anche da Napolitano. La sinistra, per battere Berlusconi, deve ricominciare dalle sue origini, con le alleanze tattiche con il pulviscolo post-democristiano o con ciò che resta dei dinosauri post-comunisti. Il resto non conta. Niente prodiani. Niente Rutelli, che può anche andare a scindersi da solo da qualche parte. La sinistra è apparato. È territorio, banche, poteri forti. Tutto ciò che D’Alema ha sempre teorizzato dall’altro secolo, dai tempi della Bolognina, quando il Muro era appena caduto. L’unica differenza è che, forse, si è sbarazzato una volta per tutte del suo eterno rivale. D’Alema ha la sensazione che Walter sia davvero ormai un fantasma politico. Di cosa ha paura ancora D’Alema? Si sussurra che il punto debole del suo «ultimo piano» sia l’inchiesta di Bari. È per questo che ancora tergiversa con Di Pietro. Non conosce le carte in mano all’ex pm.
Questi ragionamenti arrivano da Red tv. È quello di cui chiacchierano negli studi e nelle redazioni. Quando stavano con Nessuno tv si sentivano la voce del Pd. Ora hanno capito che il Pd è un morto che cammina. Qualcuno più disilluso tira fuori una storia che ricorda molto Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. I leader della sinistra in questi anni sono stati politicamente assassinati uno dopo l’altro. Come recita il titolo provvisorio del capolavoro della giallista inglese: E poi non rimase più nessuno. Chi è l’assassino? Come molti sanno è il più bravo a fingersi morto. D’Alema. Oppure Veltroni?
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=377411



luglio 19 2009

Veltroni: dopo l’Africa, l’antimafia?

Veltroni: dopo l’Africa, l’antimafia?

Mi ha messo un poco di malinconia leggere sul “Corriere della Sera” l’intervista di Walter Veltroni. Pare che neppure la nobile, rispettabile arte delle dimissioni venga d’aiuto ai professionisti della politica italiana nell’immaginarsi una vita soddisfacente lontano dal tran tran in cui hanno trascorso decenni. Veltroni, in particolare, che della politica istituzionale è stato un esponente navigato, pure ha sempre sentito il bisogno di differenziarsene. Ma solo sul piano dell’immagine. Per dire: badate, anche se lo sembro, io non sono un politico come gli altri. Tale pulsione lo spinse all’imprudenza di annunciare una prossima “seconda vita” in Africa dopo l’impegno come sindaco di Roma. Impegno disatteso senza troppe spiegazioni.
Quando si è dimesso da segretario del Pd, io davo quasi per scontato che il suo “beau geste” conseguente sarebbe stato quello di impegnarsi per il Continente Nero. Non dico andandoci a vivere, sarebbe troppo, ma costituendo una Fondazione o qualcosa di simile (e di utile, Veltroni ne avrebbe le capacità).
Invece oggi annuncia un nuovo impegno “nobile” (chi potrebbe sostenere il contrario?) contro la crescente pervasività del crimine organizzato in vaste regioni del paese. Solo che non si capisce bene quale sia il percorso d’impegno effettivo, a parte la iscrizione alla Commissione parlamentare antimafia.
Il timore è di trovarci di fronte solo a un nuovo annuncio, credibile nè più nè meno di quello africano. E la domanda resta sempre la stessa: chi ha vissuto gratificazioni enormi nella carriera politica, riuscirà mai a crearsi una nuova esistenza appagante e significativa?
Ultima considerazione. Anche le leadership politiche, oggi, sono determinate soprattutto dalla “biografia” in base alla quale si viene valutati. Cosa hai fatto, prima? Come hai dimostrato quel che vali? La le biografie, per l’appunto, non si inventano.http://www.gadlerner.it/2009/07/18/veltroni-dopo-lafrica-lantimafia.html


Walter Veltroni lavora alla legge sul conflitto d’interesse!

giustiniano Dante Alighieri impiegò circa 16 anni per scrivere la “Divina Commedia”, Alessandro Manzoni quasi 20 per passare dal “Fermo e Lucia” ai “Promessi sposi”.

La notizia che Walter Veltroni stia personalmente redigendo la “legge sul conflitto d’interessi”, che il centrosinistra doveva fare 15 anni fa (e che a meno che non sia ispirata direttamente da Patrizia, Noemi e altri autorevoli esponenti del PDL non passerà mai), ci restituisce il polso di un momento storico nel quale uno non sa se dire “finalmente, meglio tardi che mai” o contrirsi all’evanescenza di un progetto presentato solo a futura memoria e che non giungerà mai neanche in aula.

Attendiamo quindi senza nessuna trepidazione (tanto, a questo punto) la titanicità di un’Opera pensata per sfidare i millenni neanche fosse il “Corpus iuris civilis” di Giustiniano (per il quale, detto tra noi, bastarono cinque anni).

Don Walter il visionario, a pochi mesi dal passo indietro dalla segreteria del PD che commosse il mondo, fa dunque passi avanti e si sgranchisce le gambe. Farà campagna per Dario Franceschini (se fossi il ferrarese toccherei ferro), vuole impegnarsi nell’antimafia (perché non prima?) e scrive la magna opera sul conflitto d’interessi.

Caspita, ha scomodato perfino Roberto Zaccaria, ma dovrà costargli moltissimo un passo così conflittuale come “ci deve essere incompatibilità tra funzioni pubbliche e possesso di mezzi di comunicazione”, detto così, senza nemmeno la scappatoia di un “ma anche”.

Sbaglia chi pensa che un dirigente come Veltroni sia comunque una risorsa per il partito e il paese. Non lo è, ce ne sono ben altre di risorse, il suo tempo è passato come dimostra la tardività di questo progetto di legge. Se fosse coerente con se stesso si sarebbe già dimesso anche da deputato. Anzi in questo scrivere solo oggi finalmente una legge che ebbe il potere di scrivere e far approvare più di una volta da una maggioranza parlamentare (nella XII, XIII e pure nella XV legislatura) c’è tutta l’inconsistenza, il volontarismo, l’eroismo sterile e fine a se stesso del personaggio.

Non solo: in quest’annuncio, che più che tardivo è anacronistico, c’è la sconfitta epocale di un’intera classe dirigente, quella post-comunista e quella della sinistra DC alla prima strutturalmente alleata in questi tre lustri fino al PD. Lenta, timida, spesso connivente, culturalmente succube, forse con fumosi ideali ma sicuramente senza idee, sulla quale ricadrà per intero la responsabilità di aver incaprettato l’Italia al berlusconismo che, come ebbe il coraggio di affermare Alberto Asor Rosa, è oramai il punto più basso della storia del nostro paese dall’Unità ad oggi, fascismo compreso.

Berlusconi vince a mani basse perché l’opposizione politica ha la responsabilità storica di non aver voluto e saputo fare opposizione anche quando era governo, per esempio con una legge seria sul conflitto d’interessi. Per esempio arrivando a preferire la demonizzazione delle piazze quando queste si sono manifestate, dai movimenti ai girotondi. Per esempio preferendo dialogare con il nemico, qual è Berlusconi che non è certo un semplice avversario politico, arroccandosi nel Palazzo piuttosto che parlare con la società civile.

Ed è perché non c’è opposizione nel Palazzo per colpa di Veltroni, D’Alema, Bertinotti, Rutelli, Pecoraro Scanio e le loro rispettive corti dei miracoli, che Silvio Berlusconi sta a Palazzo Chigi e infesta da trent’anni il paese con i suoi miasmi televisivi (grazie al tuo caro Bettino Craxi, Veltroni!), invece di stare nel luogo dove un corrotto e corruttore come lui dovrebbe stare: in galera.

In Africa (per il bene degli africani) è meglio che non vada Walter Veltroni. Ma Don Walter non aveva comprato una bella casa a New York con vista su Central Park dove andare in pensione?

http://www.gennarocarotenuto.it/9377-walter-veltroni-lavora-alla-legge-sul-conflitto-dinteresse/#more-9377



luglio 14 2009

Uno Statuto che garantisce il Pd
O forse è meglio il congresso Pdl?

di SALVATORE VASSALLO*

Uno Statuto che garantisce il Pd O forse è meglio il congresso Pdl?

Dario Franceschini


Ho letto con il consueto interesse la stroncatura di Ilvo Diamanti al partito democratico e alle sue regole interne. Sono d'accordo con l'argomento di fondo. Nel Pd non è mai veramente maturata una convinzione univoca sul modello di partito da adottare, tanto che dopo qualche (documentabile) ipocrisia, chi era contrario al "modello delle primarie" torna a dirlo apertamente. Non sono invece d'accordo sulla conclusione tranciante che Diamanti trae in merito allo specifico contenuto dello Statuto attualmente in vigore. Credo che, in questo, si accodi ad una vulgata fuorviante.

Chi non sopporta le primarie dice che il processo congressuale disegnato dallo statuto è interminabile, che lo Statuto del PD è complicato, macchinoso, da cambiare se non da cancellare. Non che non siano necessari aggiustamenti. Ma tanti, proprio tanti, lo dicono senza averlo nemmeno letto, lo Statuto, e per un'unica ragione. A controprova, mi capita spesso di fare da un paio di mesi questo esperimento, con dirigenti nazionali o locali di partito. Chiedo innanzitutto se i congressi dei Ds o della Margherita prendevano meno tempo dei due mesi e mezzo (al netto di agosto) che impiegheremo a iniziare e chiudere la procedura congressuale 2009. Non ho mai ricevuto, come è ovvio, una risposta diversa. I congressi dei vecchi partiti duravano di più.

Procedendo nel test, chiedo allora di indicare tre degli aspetti che secondo loro vanno cambiati, per rendere il processo più semplice. Fino ad oggi non sono riuscito a ottenere nessuna risposta precisa. In un terzo dei casi mi vengono indicate come modifiche assolutamente necessarie cose che nello statuto sono già esattamente come si dice dovrebbero essere. In un altro terzo ottengo risposte generiche. In un altro terzo si ricade nella vera questione: se a determinare la scelta del segretario e gli equilibri interni deve essere il voto dei soli iscritti (purtroppo sempre di meno, sempre più anziani, sempre più coincidenti con chi fa o vuole fare politica) o anche di tutte le persone che dichiarano d'essere elettori del PD e sono disposte a versare un contributo minimo; se sia giusto che il gruppo dirigente del Pd si faccia giudicare dall'intera platea dei suoi elettori oppure se i cittadini che votano alle primarie siano degli "invasori".

Pierluigi Bersani


Proprio così, invasori, li ha chiamati D'Alema alla festa del PD a Roma: "le primarie per l'elezione del segretario sono una regola assurda, figlia di una concezione che ha portato la società civile a invadere, occupare il partito" (ANSA, Roma 5 luglio). Bersani aveva già espresso un'opinione simile e ora a catena i dirigenti territoriali che lo sostengono hanno perso ogni residua reticenza.

La contrarietà verso le primarie di D'Alema e della dorsale organizzativa pro-Bersani non mi stupisce. Registro purtroppo che anche nella Bussola di Diamanti acquista ingiustamente credito (a mio avviso) all'idea che il meccanismo congressuale sia contorto o insensato, che sia frutto di una costruzione contraddittoria e sgangerata. Cerco di dire perché secondo me non è vero.

In base allo statuto le (cosiddette) primarie, che si terranno il 25 ottobre 2009 per eleggere gli organismi nazionali e regionali, saranno precedute da una consultazione tra i soli iscritti. Nel mese di settembre i circoli si riuniranno per discutere le candidature a segretario e le connesse mozioni. Votando per una o l'altra mozione, gli iscritti nomineranno anche i loro delegati alla Convenzione nazionale che si terrà l'11 ottobre e i delegati per le Convenzioni regionali che si terranno qualche giorno prima.

Questa prima fase ha tre funzioni: a) verificare che le potenziali candidature a segretario (nazionale e regionali) siano dotate di un minimo consenso tra gli iscritti, scremando le candidature credibili da quelle fittizie o inadeguate; b) consentire ai candidati a segretario e ai sostenitori delle diverse mozioni di presentare le loro proposte e confrontarle di fronte a una platea qualificata di delegati (la "convention" nazionale dell'11 ottobre e quelle regionali); c) dare modo ai sostenitori delle diverse mozioni di coordinarsi e formare le liste per le assemblee nazionale e regionali in maniera meno verticistica di quanto accadde, per forza di cose, in assenza di una base organizzativa comune, nel 2007.

Alla elezione vera e propria, quella che si svolge il 25 ottobre, saranno ammessi tutti i candidati che hanno ottenuto almeno il 15% dei voti tra gli iscritti e comunque i primi tre, purché abbiano ottenuto almeno il 5% nella consultazione preliminare interna. Esattamente come nel 2007, il 25 ottobre, su una prima scheda si vota per liste di candidati all'Assemblea nazionale collegate alle candidature a segretario nazionale.

Su una scheda distinta, si vota per le liste di candidati all'Assemblea regionale collegate alle candidature a segretario regionale.

È davvero così complicato? Non mi pare. Anche se, certo, è stato più semplice lo svolgimento del congresso fondativo del PdL! C'è tutttavia un aspetto che può legittimamente generare qualche dubbio, che Diamanti rimarca nella sua Bussola. Siccome potranno accedere alle "primarie" più di due candidati alla segreteria, è possibile che nessuno di loro ottenga la maggioranza asssoluta dei delegati nell'Assemblea (il discorso vale ovviamente sia per il livello regionale che per quello nazionale). In teoria, potrebbe succedere che tre candidati ottengano ciascuno circa un terzo dei seggi. Che si fa a quel punto? Non sarebbe meglio allora limitare l'accesso all'elezione finale solo ai primi due più votati dagli iscritti?

Sono dubbi che ci si è posti in fase di redazione dello Statuto. Limitando l'accesso alle "primarie" solo ai due più votati tra gli iscritti sarebbe stato escluso dalla competizione qualsiasi outsider, comprese personalità molto popolari. In ogni caso, in fase di elaborazione dello statuto i "bindiani" posero come condizione per loro irrinunciabile che fosse lasciata una chance di partecipare anche ad una terza candidatura di nicchia.

Avendo accolto questa richiesta, c'erano tre alternative per chiudere il cerchio, ciascuna con un suo difetto. Una prima, apparentemente semplice, sarebbe stata quella di considerare in ogni caso eletto il candidato più votato, con il rischio di avere un segretario sostenuto da poco più di un terzo dell'Assemblea o addirittura portatore di una linea invisa ad una larga maggioranza del "parlamento" del PD. Una seconda alternativa poteva consistere nel chiamare di nuovo a votare tutti i simpatizzanti per un secondo turno di ballottaggio, ma era troppo costosa organizzativamente. Si è previsto quindi che, in caso non emerga un chiaro vincitore, ci sia un ballottaggio tra i primi due in Assemblea. Naturalmente l'Assemblea chiamata eventualmente a scegliere tra i primi due non è la "convention" eletta dagli iscritti, ma quella eletta dai simpatizzanti il 25 ottobre, in collegamento con i candidati a segretario e alle relative mozioni.

Anche in caso di ballottaggio, quindi, il voto del 25 ottobre non verrà vanificato, soprattutto se i rappresentanti eletti in collegamento con il candidato arrivato terzo voteranno per quello tra i primi due con la "piattaforma" più simile alla loro.

Considerando la professione accademica che condivido con Diamanti, mi permetto una chiosa finale. Anche nell'eventuale passaggio tra l'elezione del 25 ottobre e l'eventuale ballottaggio in Assemblea, per le ragioni che ho esposto, non ci sono in realtà contraddizioni tra diversi principi rappresentativi così stridenti come a prima vista potrebbe sembrare.

Ad esempio in Bolivia si usa un metodo simile per l'elezione del Presidente: in assenza di un chiaro vincitore tra gli elettori (esito possibile perché al contrario che negli Usa lì non c'è un sistema bipartitico) è il "congresso" a scegliere tra i primi tre candidati più votati. Aggiungo che ci sarebbe stata una contraddizione più stridente tra principi rappresentativi se, come ad un certo punto è parso possibile nelle primarie democratiche americane, per scegliere tra Obama e la Clinton fossero risultati decisivi i superdelegati di diritto alla convention di Denver NON eletti attraverso le primarie.

Ciò detto, concordo pienamente, ripeto, sull'argomento di fondo. Nel Pd ci sono idee diverse in merito al modello di partito. Io confido che nel corso della fase congressuale si parli soprattutto di altri argomenti che interessano di più gli italiani, ma credo che il nodo debba essere sciolto. Del resto i principali candidati hanno già preso una posizione abbastanza chiara e distinta sul punto. La pratica ci dirà poi ancora meglio cosa può essere migliorato. Per quello che mi riguarda, spero che nel frattempo non vinca chi vuole tornare al partito introverso ... liberandosi degli "invasori".

* L'autore dell'articolo è deputato del Pd, presidente della commissione per lo Statuto e professore di Scienza Politica e Politica Comparata all'Università di Bologna.
------------
Salvatore Vassallo difende le procedure adottate dal PD per eleggere il segretario e gli organismi nazionali (e locali). Lo fa con passione e con argomenti tecnici ragionevoli. La sua tesi di fondo è che i diversi passaggi del percorso congressuale si tengano e possano, anzi, rispondere alla pluralità di componenti che si riferiscono al PD. Io, per quanto mi riguarda, resto dell'idea espressa nella Bussola pubblicata venerdì scorso. In modo forse aspro, ma non livoroso.

Nelle Bussole, destinate all'edizione on line, uso un linguaggio più diretto. Servono a discutere e far discutere, più che a definire e a spiegare. Però ribadisco: il tracciato congressuale mi pare la somma di modelli di partito difficilmente conciliabili.

Il risultato di compromessi - come riconosce lo stesso Vassallo - fra idee diverse e contrastanti di quel che il PD dovrebbe essere e diventare. Il partito di massa, neo-socialdemocratico, a cui ha sempre guardato D'Alema. Il modello americano, evocato da Veltroni. In mezzo, l'Ulivo di Prodi: anch'esso "americano", maggioritario e personalizzato. Ma "inclusivo", largo come la Dc di un tempo e l'Unione di ieri. Inoltre: non "esclusivo" come quello immaginato da Veltroni. L'insieme di questi modelli a me pare, francamente, inconciliabile. Come il confronto fra i due principali candidati, che hanno in mente modelli di partito e di strategie agli antipodi.

Tuttavia, la critica espressa nella mia Bussola di qualche giorno fa non è metodologica, ma politica. Riguarda il modo in cui pare svolgersi il confronto tra i leader. Nella scelta del segretario. Di nuovo: ho l'impressione di un conflitto senza contenuti. Centrato sulle persone. Non solo quelle scese in campo, ma ancor più fra gli altri leader, che stanno dietro. Poche idee, poche parole. Il nuovo-in-sé, la "questione morale" (evocata in riferimento a un presunto "stupratore democratico". Roba da matti).

Vorrei, insieme a molti altri, sentir parlare d'altro. Anzitutto: di come fare opposizione a una maggioranza di destra che ha un'identità chiara, centrata su valori e messaggi chiari. E non condivisi da molti cittadini (me compreso). Come affrontare il tema della sicurezza senza fare il verso alla Lega? (Sempre meglio l'originale). Come affrontare il tema della crisi economica senza fingere che non esista e senza usarla come uno spot? Come costruire un partito che non solo permetta, ma favorisca la selezione e il ricambio dei leader? Per gli altri, in effetti, il problema non esiste, perché sono talmente personalizzati da essere personali. Creati e riprodotti da una persona. Gruppi dirigenti compresi. Per il PD non è così. Per fortuna. Ma a condizione che riesca a porvi rimedio.

Questo congresso, per le ragioni che ho indicato, mi lascia molto dubbioso (e qui uso un linguaggio fin troppo prudente). Però - e sono convinto di quanto affermo - non ce ne sarà un altro se non produrrà almeno alcuni dei risultati che ho suggerito. In particolare: un leader legittimato e autorevole, gruppi dirigenti e militanti locali rappresentativi e ascoltati. Idee. Un linguaggio democratico. Non ce ne saranno altri di congressi di un partito che in 3 anni ha cambiato 3 leader, due nomi, tre quattro modalità di organizzazione ed elezione della leadership. E ha perso un bel po' di elezioni e di elettori. Questo mi interessava sottolineare. E ribadire oggi. Non per rispondere a Vassallo (io non sono un leader democratico). Ma perché anch'io, come lui, sono interessato a che in questo paese e in questa democrazia opaca si formi un'opposizione vera. Per ora non c'è.


Ilvo Diamanti http://www.repubblica.it/2007/02/rubriche/bussole/vassallo/vassallo.html?ref=hprub


luglio 5 2009

le falene e la luce

 

è paradossale che sia nel caso di Bersani come quello di Veltroni ,vedremo che farà Franceschini, che gli elettori siano attratti, come le falene dalla luce ,in maniera inverosimile da una situazione irrealizzabile.Veltroni si presenta con un programma del tutto diverso da quello del governo Prodi in una situazione  in cui era palesemente impossibile realizzarlo ,con una maggioranza minima legata ad ottuagenari e palesemente instabile ,ed in cui l'alternativa alla maggioranza stessa era il ricorso alle elezioni come puntualmente si è verificato .Bersani si presenta oggi con un programma ,come se ci si trovasse domani di fronte alle elezioni e non si fosse invece ancora all'opposizione .Questo fuggire di fronte alla realtà non è una caratteristica perciò solo della classe politica ,ma anche degli elettori attratti da un non luogo e da una non realtà e sempre in cerca di un altrove. Eppure erano e sono possibili richieste di programma insieme innovative e realistiche ,sia per Bersani che per Veltroni , il centrosinistra governava e governa comunque in molte realtà e li era ed è possibile in tutta tranquillità e senza rischi di elezioni anticipate praticare la disconinuità tanto evocata a parole e  tanto poco  realizzata , ma il riformismo per non essere un concetto vuoto va riempito nei contenuti nelle realtà concrete e senza voli pindarici ,per un certo elettorato ,come per certi politici ,la realtà e troppo prosaica e c'è bisogno di sognare. http://giomannivedemarcorozzi.ilcannocchiale.it/2009/07/05/le_falene_e_la_luce.html


gennaio 19 2009

Primarie vere salvavita per il Pd
Mario Pirani
la Repubblica

Con l´aria che tira il Pd non dovrebbe trascurare qualche segnale di speranza, specie quando perviene dalla società civile, che altro non è se non quella parte di opinione pubblica democratica che riesce a farsi sentire al di fuori delle sclerotiche strutture di partito. L´esempio mi è fornito dall´ultimo numero dell´interessante mensile forlivese Una città (n. 161, gennaio 2009). Fra il materiale raccolto anche questa volta dalla rete, in gran parte volontaria, cui fa capo, spicca un forum sulle primarie svoltesi recentemente a Forlì e a Bologna, in vista delle amministrative del 6-7 giugno, cui hanno partecipato Salvatore Vassallo della direzione del Pd, costituzionalista assai vicino a Veltroni, Roberto Balzani, candidato sindaco di Forlì, uscito vincente sul sindaco in carica, Matteo Lepore, coordinatore del gruppo che a Bologna appoggiava l´assessore all´urbanistica, Virginio Merola, fedele cofferatiano, che pur con 5300 voti è stato battuto dal candidato della maggioranza, Flavio Del Buono, vincente col 49% dei voti e, infine, Roberto Fasoli, consigliere del Pd a Verona, estremamente critico verso il gruppo dirigente del suo partito.
L´esperienza delle primarie forlivesi rappresenta il punto focale della discussione. Hanno votato 8000 cittadini (circa il 70% di quanti avevano scelto Veltroni come segretario) e Balzani ha prevalso per 44 voti sul sindaco uscente, Nadia Masini per la quale si erano schierati tutti i dirigenti dei Ds e Margherita, sia locali che nazionali (erano venuti a parlare in suo appoggio, rispettivamente, sia Bersani che Pinza). La motivazione degli sfidanti all´inizio era incerta, come si evince dal forum di cui cito qualche frase, cominciando con Balzani, 47 anni, docente dell´Ateneo bolognese, aderente al Pd ma di provenienza repubblicana, discepolo di Spadolini: «Perché è nata questa sfida? Dopo le elezioni del 2008 molti di noi si sono chiesti se aveva ancora senso partecipare a una politica fatta così... Un gruppo di noi un po´ delusi ci siamo chiesti: cosa facciamo? Ci proviamo o ognuno torna a fare il suo mestiere? Ci siamo detti che c´era un modo di fare un´ultima verifica sulla fattibilità del progetto del Partito democratico, innanzi tutto delle primarie vere. Di vincere non avevamo l´idea, anzi pensavamo fosse altamente improbabile, però speravamo di resuscitare lo spirito iniziale. Accolta con malcelato fastidio la nostra candidatura ha, però, raccolto il 30% dell´Unione comunale (assemblea di tutti i quadri locali, ndr), senza la quale non avremmo potuto neppure formalizzarla... Abbiamo messo assieme persone molto eterogenee, più della metà donne e una quota altissima di giovani. Ci siamo messi a fare una campagna dal basso, con un linguaggio e forme di aggregazione diverse rispetto a quelle del partito. Alla prima riunione per il lancio della candidatura avevamo scelto una sala molto grande, perché ci eravamo detti: se sono pochi, meno di 400, chiudiamo il giorno dopo e tanti saluti. Un ragionamento opposto a quello dei politici che prendono la sala piccola per far stare in piedi le persone. Ebbene da noi la gente era in piedi e molti non riuscivano ad entrare. Allora siamo andati avanti, anche se il partito si è schierato monoliticamente per l´altro candidato. Ora resta l´interrogativo su un gruppo dirigente che continua a non capire assolutamente quello che è successo (gli ex ds e margherita stanno cercando di ingabbiare il candidato eletto in uno schema programmatico e di scelta degli uomini di loro fiducia, ndr). Ma noi lo abbiamo detto fin dalle prime battute, quel che ci interessa è dimostrare che il Pd può essere un elemento di rinnovamento della politica. Il sindaco a tutti i costi non lo voglio fare, perché tengo molto di più alla mia onestà intellettuale. Mi auguro che le pressioni non supereranno un certo limite, altrimenti noi non andremo fino in fondo».
Lepore: «A Bologna l´esito è stato differente da quello di Forlì. Però per la prima volta un candidato non ha preso il 90% ma il 49% e questo non è un elemento di debolezza ma di democrazia». Vassallo: «Queste sono le prime primarie in cui diventa plausibile una vera competizione. Finora c´erano state varie occasioni, chiamate impropriamente primarie... dall´esito largamente scontato in anticipo (ad eccezione della Puglia)». Fasoli: «Preferisco pensare che il Pd non sia ancora nato, perché se dovessi darlo per nato così, lo darei per morto. Se vogliamo che esca da questo stato le esperienze di Forlì e Bologna, devono diventare pratica concreta».
Dunque, le primarie vere come terapia salvavita.



gennaio 14 2009

Il caso Soru: perché il PD avrà comunque un leader fuori dal PD
Non vivo in Sardegna, non conosco la qualità dell’ultima amministrazione regionale e dunque non saprei se Renato Soru merita di essere rieletto governatore dell’isola. So però che la grande attenzione nazionale che si è subito prodotta intorno al “caso Soru”, come possibile leader del PD, racconta una storia che non ha niente a che fare con la Sardegna. Più chiaramente di qualunque analisi politica, quell’attenzione trasmette una convinzione che è ormai senso comune: il prossimo contendente di Berlusconi non sarà Veltroni né nessun altro esponente dell’attuale gruppo dirigente del PD.

È sufficiente che faccia capolino sulla scena nazionale un outsider capace di vantare un buon grado di lontananza dal gruppo dirigente democratico, associato come nel caso di Soru ad un rispettabile curriculum professionale e amministrativo, perché gli occhi e le riflessioni di tutti vi vedano subito una possibile soluzione al pantano dell’opposizione. Non importa quali siano le sue convinzioni più autentiche né se vi sia una reale innovazione di contenuti. La centralità del programma? Non scherziamo. La soluzione che il centrosinistra sta cercando è nella capacità di leadership, perché il suo problema è nell’assenza di leadership.

Evidentemente, come dimostra il caso Soru, nessuno lo dice ma tutti lo pensano. Perché per tutti, anche al di fuori dei circoli professionali della politica, il prossimo giro elettorale vedrà la guida del centrosinistra affidata a qualcuno che sia l’incarnazione quindici anni dopo di quello che fu Romano Prodi per il primo Ulivo. Una personalità che sia in grado di federare soggetti politici incapaci, ciascuno nella sua dimensione piccola o grande, di esprimere una leadership unificante e competitiva. Nel 1996 quella personalità fu espressione (forse l’ultima) della cultura politica della sinistra democristiana e di una precisa tradizione di managerialità pubblica. Nessuno al momento può sapere da quale tradizione culturale, civile o imprenditoriale sarà prodotto il prossimo federatore del centrosinistra, nel 2010 o quando ci troveremo nuovamente a votare per il Parlamento. Quel che è certo è che non sarà uno di loro, non sarà un qualunque esponente di quel vasto gruppo dirigente post-comunista e post-popolare che ha insediato Veltroni alla guida del PD ritenendolo l’unico spendibile sul mercato politico del 2008. Non sarà evidentemente Veltroni ma nemmeno D’Alema o chi possa contare sul suo mandato come Bersani. Non sarà Rutelli, se ancora farà parte del PD, né un altro esponente di quell’area “né PCI né DC” che non è riuscita a trovare nel partito democratico le forme per la propria rigenerazione. Quel prossimo leader che cercherà di entrare a Palazzo Chigi per il centrosinistra sarà una qualche variante dell’ipotesi Soru: forse proprio lui, se riuscirà intanto a vincere le prossime elezioni sarde, o comunque qualcuno che ne riproduca il modello di outsider chiamato in soccorso dai professionisti della politica.

Sarà un bene o un male ricorrere ancora una volta alla soluzione del federatore esterno? Sicuramente sarà una nuova manifestazione dell’eccezionalismo italiano, in virtù del quale la politica è costretta a cercare al di fuori dai propri confini il leader competitivo. Ma questa volta, davvero, sarà inutile prendersela con le tare storiche del nostro paese o con la subdola malevolenza di “poteri forti” nuovamente intenzionati a condizionare dall’esterno la politica democratica. Questa volta la colpa dell’ennesima manifestazione di particolarismo non potrà che essere attribuita a coloro che in questi anni hanno disposto del pallino del centrosinistra, godendo della piena e incondizionata facoltà di fondare nuovi partiti e definire i meccanismi di selezione e promozione dei gruppi dirigenti.

Se ancora una volta si torna a guardare fuori dal confine tradizionale dei partiti alla ricerca di un “cavaliere bianco”. è perché gli effetti di un controllo così totale sui destini del centrosinistra sono quelli che abbiamo di fronte agli occhi. Niente avrebbe impedito ai vari protagonisti di questo quindicennio di storia della sinistra italiana di essere loro stessi a determinare il proprio futuro, perché mai nella storia repubblicana si era avuto una tale debolezza delle tradizioni politiche e una così vasta disponibilità di spazi da riempire. Ma quel destino tornerà ad essere determinato dall’esterno dei partiti politici così come essi sono concretamente nell’Italia del 2009.

E allora dovremmo dirci che sarà un bene. Perché esistono nel paese disponibilità civili e morali, competenze intellettuali e professionali, capacità progettuali e di militanza che non possono andare perdute solo perché non si identificano con il berlusconismo e né riescono a farsi rappresentare da un Partito democratico che oggi è soltanto la scatola nella quale si sono rifugiate oligarchie residuali. Che sia Soru o un qualunque altro esponente di una parte del paese che vuole sottrarsi al declino politico, ben venga dunque chi costringerà quelle scatole vuote a tornare a darsi una funzione e una rappresentanza vitale.
http://www.andrearomano.ilcannocchiale.it/


gennaio 12 2009

«Basta imitare il Cavaliere Un errore far cadere Romano»

Quando ha letto che Renato Soru si rifaceva all'esperienza dell'Ulivo, ha rotto gli indugi. E, cosa che fa raramente, s'è lasciata andare a un commento: «Finalmente uno che riconosce le nostre ragioni». Sandra Zampa è stata l'ombra di Romano Prodi, responsabile dell'ufficio stampa di Palazzo Chigi.Home Politica
Oggi è deputata del Pd. Guarda e assiste. Parla poco, di solito.
Onorevole, è in corso una vera e propria rivalutazione di Prodi. Secondo lei, perché oggi? Appena sette mese fa, nel centrosinistra, non era possibile neanche citarlo.
«Ci vuole tempo».
Tempo per cosa?
«Tempo per capire le cose che Prodi affermava. Per esempio, parlava già apertamente di crisi economica, della crisi che sarebbe arrivata di lì a breve: lo diceva quando ancora era al governo. Parlava dei rischi che correvamo e delle cose da fare».
E che cosa capiranno, nel prossimo futuro, nel centrosinistra, a proposito del Professore?
«Si capirà che errore enorme è stato far cadere il governo Prodi, quale ferita epocale si sia aperta nel centrosinistra e quanto tempo ci vorrà prima che si possa rimarginare».
Ma perché lo considera un errore così grande? Quanto poteva durare ancora quell'esecutivo, in quelle condizioni?
«Aspetti, una domanda per volta. Intanto ricordiamo qual era la situazione. Berlusconi era politicamente morto. Si ricorda il predellino? Accadde dopo l'ultimo, sfrenato tentativo di far cascare il governo. Tentativo che era fallito. E allora Berlusconi tirò fuori una sortita disperata e finale, i suoi alleati l'avevano mollato, Casini ormai non lo seguiva più, con Fini se le dicevano di tutti i colori. E invece l'hanno resuscitato, l'hanno fatto resuscitare».
D'accordo, ma il governo è caduto dopo un'inchiesta che portò all'arresto della moglie del ministro della Giustizia di allora, Clemente Mastella. Fu quell'evento a provocare la rottura?
«Non è così. Ce ne fu uno prima. O meglio, una serie di fatti».
Cominciamo dal primo.
«Il Pd cominciò ad avviare una trattativa con il centrodestra per arrivare alla riforma elettorale. Poco dopo, ci fu l'annuncio, sempre da parte del Pd, dell'intenzione, comunque, di correre da solo alle successive elezioni».
E allora?
«Allora quel messaggio ne conteneva un altro intrinseco».
Quale?
«Che si era arrivati a un passo dal chiudere un accordo sulla nuova legge elettorale».
Legge che avrebbe comunque spazzato via i partitini.
«Esatto. Di sicuro Mastella intese quel messaggio in quel modo. Sarebbe stata la sua fine e sicuramente non sarebbe rimasto lì a farsi cucinare a fuoco lento».
Per lui e gli altri partiti era meglio andare a votare con la vecchia legge, quella in vigore: sarebbero sopravvissuti. Vuol dire questo?
«Almeno questo loro credevano sarebbe successo. E invece tutti quelli che hanno provato a chiudere intese con Berlusconi sono rimasti fregati. Si ricorda di quell'organismo che si chiamava Bicamerale?».
D'accordo, se non fosse stato Mastella sarebbe stato Dini. C'avrebbe pensato lui a far cadere il governo.
«Guardi, si era creato un clima ostile al governo, questo è chiaro. Clima reso difficile da un'intervista di Bertinotti che dichiarava di fatto chiusa quell'esperienza. La caduta ha più responsabili. Ma Dini non ne avrebbe avuto il coraggio. Sono d'accordo con chi la pensa così».
Chi, scusi?
«Niente, mi riferisco a colloqui privati. Dini non avrebbe fatto cadere il governo. Mastella è stato invece lo strumento della situazione, Berlusconi l'ha lusingato con mille promesse che poi regolarmente non ha mantenuto».
Eppure, in quel momento il govenro sembrava aver superato la fase critica, o no?
«Era esattamente quello che pensava Prodi. Fatto il protocollo sul welfare, approvata una Finanziaria di altissimo livello, la coalizione sembrava aver superato la fase più delicata, sembrava essere uscita dall'emergenza».
Va bene, onorevole. Il passato è passato. La scorsa campagna elettorale il Pd l'ha fatta marcando la differenza con l'Unione. Oggi Soru si candida a recuperare l'Ulivo. Che cos'è? Una rivisitazione storica?
«Reclutare Soru tra gli ulivisti sarebbe quanto meno una forzatura, ma almeno ha riconosciuto le nostre ragioni e non ha mai ripudiato quell'esperienza. Dal Pd non si torna indietro, quello che c'è da recuperare è lo spirito dell'Ulivo. Il presidente della Sardegna sa infatti benissimo che non solo Prodi è e resta l'unico ad aver battuto Berlusconi e ad aver vinto le elezioni, ma l'unico ad aver governato facendo riforme».
Ma come c'è riuscito?
«Perché Prodi non ha mai imitato Berlusconi. Al contrario, l'ha sempre criticato, s'è sempre presentato come qualcosa di diverso, alle volte anche l'opposto. La gente l'ha capito. E non l'ha dimenticato».
E Veltroni?
«Veltroni è il segretario del Pd, un soggetto in cui credo fortemente».
D'accordo, è innegabile però che abbia commesso errori clamorosi.
«Questo lo dice lei».
Perché? Non ne ha commessi?
«Se non abbiamo vinto le elezioni, se si sperava in una vittoria o almeno in una sconfitta di misura, bene allora errori ce ne sono stati».
Quali?
«No, non me la sento».
Me ne indichi tre.
«No, non partecipo a questo giochino».
Allora gli dia un consiglio.
«Raddoppi, triplichi la democrazia interna. Assieme a lui i cittadini hanno eletto un'assemblea costituente, che è il luogo della democrazia del Pd: abbia il coraggio di aprire un confronto vero. Venga e dica: ora parliamo. Farebbe il bene suo e del partito».
F. d. O.http://iltempo.ilsole24ore.com/politica/2009/01/12/975295-basta_imitare_cavaliere_errore_cadere_romano.shtml

Renato, l'ulivista sulle orme di Prodi
che Silvio vuol «soffocare nella culla»
L'obiettivo del Cavaliere: evitare cambi di scenario nell'opposizione


E' vero che Romano Prodi non ha più parlato di politica interna, da quando ha lasciato Palazzo Chigi. Ma ciò non vuol dire che abbia smesso di interessarsene. C'è traccia dei suoi recenti colloqui riservati con Renato Soru nell'intervista che il governatore della Sardegna ha concesso all'Espresso.
Su Soru la profezia di Francesco Cossiga risale a un mese fa, quando si disse «sicuro che il mio amico Renato punta a sbarcare a Roma». Ma ciò che l'ex capo dello Stato racconta oggi è se possibile ancor più interessante, perché, confermando recenti «contatti diretti» tra il governatore dimissionario e Romano Prodi, svela i contorni della sfida all'interno del Pd: «Sia chiaro, Soru gioca in proprio — dice Cossiga — ma non solo è appoggiato da Arturo Parisi. Il gioco politico, tutto incentrato sull'ulivismo, interessa anche Massimo D'Alema». Lo scenario è suggestivo. E gli indizi nell'intervista all'Espresso lo alimentano. Quel riferimento di Soru al modo in cui andò in crisi il governo Prodi riporta a un battuta che il Professore fece al segretario del Pri, Francesco Nucara: «Non è stato Clemente Mastella a farmi cadere ». Proprio quanto ieri il prodiano Barbi ha esplicitato: «Quando Walter Veltroni, da leader del Pd, parlò di una nuova stagione politica, diede una spinta determinante alla fine del governo di Romano».

LA DC O L'ULIVO - Ma c'è di più. L'esaltazione dell'Ulivo fatta da Soru evoca una confidenza che Prodi affidò poco prima della crisi a un altro esponente dello schieramento avverso, l'attuale ministro Gianfranco Rotondi. Allora Rotondi criticò il premier, ormai vicino alla caduta: «Hai commesso un errore, Romano. Tu dovevi rifare la Dc». E Prodi — secondo il racconto del dirigente di centrodestra — gli rispose: «Questo tema fu motivo delle mie incomprensioni con il cardinal Ruini. Anche Kohl mi suggerì la stessa cosa: "Va tutto bene, ma devi rifare la Dc". Così mi disse: "Devi rifare la Dc, costruire un nuovo Chi è centro che poi si allei con la sinistra". Tutti reputavano dovessi fare una cosa in cui non credevo ». Prodi puntava invece «sull'Ulivo », proprio come oggi fa Soru. Lo schema è simile a quello del Professore, al punto che è stata riesumata la bandiera dell'antiberlusconismo.

SOTTO OSSERVAZIONE - Il governatore sardo sapeva che il Cavaliere l'aveva messo sotto osservazione, arrivando a testarne le potenzialità di leader nazionale con sondaggi riservati. E se la scorsa settimana il premier aveva deciso di sfidarlo apertamente è perché — come ha riferito un autorevole ministro forzista — «Silvio vuole politicamente soffocarlo nella culla». Insomma, vorrebbe evitare un cambio di scenario in corsa: preferirebbe tenere gli attuali equilibri nel rapporto maggioranza-opposizione. Il punto è se davvero il Cavaliere — come ha annunciato giorni fa — passerà «tutti i prossimi fine settimana a far campagna elettorale» per le elezioni sarde. È «sorpreso» Cossiga: «Si tratta di una mossa azzardata». Certo, nell'isola, alle Politiche di quest'anno, la coalizione di centrodestra (senza l'Udc) ha battuto l'alleanza guidata da Veltroni: 43% contro 40%. Ma alle Regionali del 2004 Soru vinse con dieci punti di vantaggio, e ancora oggi nei sondaggi ha il più alto indice di gradimento tra i sardi, mentre lo sfidante Ugo Cappellacci è poco conosciuto. Ci sarà un motivo quindi se Berlusconi in Sardegna — al contrario di quanto decise per l'Abruzzo — ha accettato l'intesa con Pier Ferdinando Casini senza chiedergli di entrare nel Pdl... «Se mi impegno io, vinciamo », assicurava nei giorni scorsi il Cavaliere. Ma nei test riservati che ha preso ad analizzare, i «venti punti di vantaggio» su Soru — annunciati ieri — per ora non si tradurrebbero elettoralmente a favore del suo runner. La grande sfida si deciderà nei piccoli numeri, con le liste locali. In Sardegna il territorio è per gran parte controllato dal centrosinistra, sebbene Soru abbia «un problema» secondo Cossiga: «Prodiano di complemento, Renato è sostenuto da pezzi della Dc d'antan. Ma da giovane credo votasse socialista, certamente non sardista. Per questo il Psd'az si è schierato dall'altra parte». Psd'az e Udc insieme fanno sette punti percentuali, al fixing delle Politiche 2008. Un buon bottino di partenza per il premier, che tuttavia non sembra più del tutto convinto di gettarsi personalmente nella mischia. E comunque, «Berlusconi versus Soru» — alla luce dei contatti tra il governatore uscente e Prodi — richiama alla mente i duelli tra il Cavaliere e il Professore. Il modo in cui Soru ha attaccato ieri il premier («i problemi dei giovani non si risolvono con le barzellette») ha ricordato le stilettate del fondatore dell'Ulivo. «Ci sarebbe voluta una sala più grande», ha replicato Berlusconi giungendo alla convention di Cagliari: «Serviva una sala più grande per una Sardegna che vuole tornare a ridere ». Perché questo è il difetto di Soru, secondo il Cavaliere: «È sempre cupo, scostante», ha detto a Giuseppe Cossiga. E il sottosegretario alla Difesa, sardo come Soru, ha risposto: «Presidente, qui sono sardi, mica brianzoli».

Francesco Verderami
http://www.corriere.it/politica/09_gennaio_11/soru_ulivista_a_caccia_di_berlusconi_verderami_047dc5a6-dfbc-11dd-a8a3-00144f02aabc.shtml


gennaio 11 2009

Il Sole 24Ore: "L'ipotesi Soru è il segno che nel Pd qualcosa sta già cambiando"

Redazione

domenica 11 gennaio 2009 - ore 16:21
L'articolo di Stefano Folli pubblicato sabato 10 gennaio dal quotidiano Il Sole 24Ore

Non sappiamo se Renato Soru diventerà prima o poi il leader del Partito Democratico. Forse si, forse no. Dipende dalle infinite circostanze della politica più che dalle pressioni mediatiche. E anche, è evidente, dal risultato delle imminenti elezioni regionali in Sardegna. Quello che colpisce, è la ferma determinazione dell’uomo: testimoniata dall’importante intervista all’”Espresso” in edicola. C’è in lui l’ambizione di porsi come concorrente diretto di Berlusconi, ignorando o quasi la presenza di una figura minore come Ugo Cappellacci, il candidato del centrodestra sull’isola.

Ma è soprattutto nel linguaggio e nell’approccio alla battaglia politica che Soru si offre come un innovatore. Si sente che il fondatore di Tiscali non è uscito da una burocrazia di partito e non si attarda in nostalgie (magari inconsce) di un mondo anacronistico. Al tempo stesso non disprezza i partiti, non amoreggia – a differenza di Berlusconi – con l’anti-politica: quel suo cenno, in polemica indiretta con Veltroni, all’esigenza di un nuovo Ulivo, più vicino alla visione originaria di Prodi, dimostra rispetto per la storia recente del centrosinistra.
Soru finisce così per incarnare i tratti del leader moderno, post-ideologico in senso compiuto. Uno che non ha bisogno di nascondere o mascherare il suo passato di uomo di partito, proprio perché ha un altro passato, essendo stato un imprenditore di successo e un pubblico amministratore. Uno che anche nella sfida rivolta alle strutture ingessate del Pd sardo dimostra di non aver paura di spezzare certe incrostazioni. Sarà lui l’uomo del futuro? Non si sa. Tuttavia dell’uomo del futuro ha alcune caratteristiche fondamentali. È più credibile di altri (più credibile soprattutto degli attuali reggitori del Pd), nel rappresentare una sintesi politica capace di sedurre l’elettorato. È chiaro che si tratta di una storia ancora tutta da scrivere. Ma è facile, ad esempio, immaginare una sintonia naturale fra Soru (o un altro come lui) e i sindaci del Nord impegnati e recuperare consensi sul territorio. Non è poco, considerando invece le difficoltà di comprensione che esistono tra i vari Chiamparino e i vertici del Pd romano.

La critica che si sente nell’aria è ovvia: Soru porterebbe con se un’impronta “berlusconiana”. Il ricco imprenditore che entra in politica e ne stravolge gli schemi. Ma la realtà è un po’ diversa. Innanzitutto perché il Pd non sembra essere in grado di trovare da solo la via della rivincita. In troppi casi viene percepito, a torto o a ragione, come il mantello che copre un vecchio ceto politico (erede del Pci, sottolinea malizioso Rutelli). Quindi, una svolta o una rottura sono indispensabili per uscire dalla paralisi. Ed è necessario individuare un personaggio capace di interpretare questa urgenza nel sistema bipolarer.

Prodi è riuscito due volte nell’impresa di battere la destra: nel ’96 e dieci anni dopo. Ma poi non è riuscito a governare, sfiancato dalle mediazioni. Forse ha pesato in questo la sua cultura di cattolico di sinistra figlio di un’altra epoca. Veltroni ha tentato un’operazione spericolata che non è riuscita. Il prossimo leader non dovrà essere, è logico, un Berlusconi di sinistra. Ma dovrà apparire un riformatore plausibile, con una visione concreta del Paese. Dovrà ricostruire un’alleanza stile Ulivo, ma con un profilo più smagliante e una reale vocazione realizzatrice. Può darsi che sia Soru l’uomo adatto, ma di certo Soru, Chiamparino, Cacciari hanno già mostrato quanto sia obsoleta l’attuale dirigenza del Pd.


gennaio 8 2009

"Mi sono dimesso per molto meno..."

Soru: «Dopo le speranze abbiamo subito un'involuzione»
+



«Si sono riviste persone che rappresentano il vecchio»
RICCARDO BARENGHI
ROMA
Il Governatore della Sardegna Renato Soru non vorrebbe parlare di tutto quello che sta accadendo nel suo partito, il Pd. Vorrebbe parlare solo della sua campagna elettorale, «della sfida durissima che stiamo conducendo per riuscire a vincere le elezioni di metà febbraio, di fronte a una destra molto combattiva, con il suo leader che è sceso in campo direttamente qui da noi invece di occuparsi delle gravi emergenze internazionali che angosciano il mondo e che tengono impegnati tutti gli altri capi di governo...».

Però, Governatore, non esiste solo la Sardegna, il Partito democratico è al centro di un terremoto politico e giudiziario, qualcosa da dire ce l’avrà anche lei?
«Intanto sono un Governatore uscente, perché non è affatto detto che riusciremo a vincere. Come le spiegavo, qui il centrodestra sta mobilitando tutti i mezzi a sua disposizione, e sono tanti, per riuscire a ribaltare la situazione, a cominciare appunto dal premier che ha annunciato che sarà in Sardegna per nove volte: un record».

E secondo lei perché tutto questo interesse?
«Perché vogliono dimostrare che il centrosinistra non è capace di governare, esattamente il contrario di quello che vogliamo dimostrare noi».

Nel frattempo però nel Continente, come chiamate voi l’Italia, il Partito democratico non gode di ottima salute. Prendiamo il caso Napoli, lei al posto di Bassolino o della Iervolino si sarebbe dimesso?
«Posso risponderle solo così: io mi sono dimesso per molto meno. Dopo di che, ognuno decide per conto suo, non voglio giudicare gli altri».

Ma allora come spiega che Veltroni sta spedendo commissari in molte regioni, soprattutto quelle colpite dalla questione morale?
«Perché dopo un inizio promettente, le primarie, la grande partecipazione di forze nuove, di giovani che si sono affacciati alla politica sull’onda della proposta e della speranza suscitata da Veltroni, abbiamo subito un rinculo, un contraccolpo, una vera e propria involuzione».

Cioè, che cosa è successo?
«Che vecchie forze, vecchi personaggi, gente destinata ormai a uscire di scena è tornata alla ribalta e si è ripresa un pezzo di potere che non le spettava. E qui si sono riviste persone che rappresentano la parte meno nuova e meno proponibile del Pd. A livello nazionale e qui da noi».

Al di là dei nomi che Soru non vuole fare, nasce così la questione morale?
«Certo, quando si rinuncia alla politica, quando non ci si impegna in un lavoro lungo e faticoso, ricompaiono le scorciatoie. Gli egoismi, le piccole furberie di chi lascia fare abusi edilizi, di chi inquina o lascia inquinare, di chi evade le tasse e favorisce l’evasione... Ma il nostro dovere è di contrastare questa deriva, questa involuzione».

Ma lei non ha l’impressione che l’intero progetto del Partito democratico rischi di fallire?
«Neanche per sogno, sarebbe un disastro per l’Italia».

Nelle scorse settimane è stato fatto anche il suo nome tra i possibili successori di Veltroni nel caso si decidesse di cambiare leader. Lei sarebbe disponibile?
«Io mi sono appena ricandidato a guidare la Sardegna e spero di farlo per i prossimi cinque anni».

Neanche se la Patria chiama?
«La mia piccola Patria è la Sardegna».

Ma secondo lei la leadership di Veltroni è salda?
«Guardi, io non sono molto esperto di queste questioni. C’è stata un’importante riunione della Direzione del Partito che ha confermato la fiducia al segretario. Ci voglio credere».

Vi sentite spesso con Veltroni?
«Mi ha chiamato anche stamattina (ieri, ndr), mi ha incoraggiato per la campagna elettorale: abbiamo parlato solo di questo. E mi è arrivato anche un gradito messaggio di Di Pietro».

Ultima domanda: la sua «Unità» come va?
«Me ne tengo lontano, la compro, la leggo ma non telefono mai al direttore e tantomeno agli amministratori».

Almeno le piace?
«Molto. Prima non la leggevo, adesso invece sì». http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200901articoli/39853girata.asp


gennaio 7 2009

 Il gioco dell'Italia dei Valori ormai è chiaro e scoperto.
 
Le dichiarazioni rese da Antonio Di Pietro in questi giorni hanno fatto capire, in tutte le salse, che l'IdV è pronta a correre da sola se gli alleati non accetteranno il candidato sindaco dipietrista. "Non ci interessano né i tavoli né i tavolini", ha detto Di Pietro. Ed ha annunciato che il suo partito non si siederà a nessuno di questi tavoli. E nemmeno ha alcuna intenzione di partecipare a "primarie, secondarie e terziarie". Di Pietro ha in mente il "modello Abruzzo", nel quale l'Italia dei Valori ha imposto agli alleati il suo candidato presidente della Regione. Che ha perso, ma ha consentito al partito di Di Pietro di guadagnare consensi e di togliere il terreno dai piedi proprio del PD. In Abruzzo il Partito Democratico era indebolito dalle vicende giudiziarie che hanno coinvolto alcuni suoi esponenti, partendo dal presidente della Regione Del Turco. Ma certamente il PD abruzzese era ed è più forte di quello molisano. Per cui Di Pietro ha fatto i suoi conti ed ha fissato le regole. E per dare il colpo di grazia alle idee e ai piani del PD molisano ha anche bocciato, senza possibilità di tornare indietro, i due candidati che hanno in mente i vertici del PD, vale a dire Augusto Massa e GIuseppe Di Fabio. "NOn accetteremo mai - ha detto Di Pietro - vecchie facce della politica, di chi ha già ricoperto incarichi istituzionali anche ad altri livelli. Ci vuole rinnovamento, facce nuove, giovani". Le parole del leader dell'Italia dei Valori sono risuonate come un "de profundis" per Augusto Massa più che per Di Fabio. Infatti il nome di Di Fabio è stato messo sul tavolo dai vertici del PD più per provare a scompaginare i giochi altrui che con la convinzione di riproporre effettivamente il sindaco uscente. Insomma, per i vertici del PD Di Fabio è già "bruciato". Il suo nome si sarebbe potuto spendere soltanto se tutti gli alleati fossero stati d'accordo. Ma il principale alleato, l'IdV, ha già detto di no. E su Di Fabio non è d'accordo nemmeno la cosiddetta "sinistra radicale", che seppure frantumata e malridotta, è unita nel giudizio negativo della conduzione amministrativa di Di Fabio soprattutto per quanto riguarda la politica urbanistica. Nessuno ha condiviso le scelte del sindaco, per esempio, sulla realizzazione della nuova sede della Regione. GLi ambientalisti, i Comunisti Italiani, anche Rifondazione su questo argomento hanno espresso critiche durissime. E non è un caso che nel comitato "Città Sveglia!", costituitosi di recente ed impegnato proprio contro il progetto della coppia Iorio-Di Fabio di cementificare il vecchio Romagnoli, vi siano personaggi che militano nei partiti della sinistra: Verdi, Comunisti Italiani, Rifondazione Comunista. Dunque Di Fabio - lo sanno bene i vertici del PD - è un nome che non ha nessuna possibilità di aggregare le forze del centrosinistra. I dirigenti del Partito Democratico lo hanno messo sul tavolo anche con un altro obiettivo: quello di mettere in difficoltà i "dissidenti" del PD che fanno capo al presidente della Provincia, Nicola D'Ascanio. Un gruppo che dovrebbe sostenere, in linea teorica, Di Fabio, il quale è intervenuto proprio a sostegno di D'Ascanio durante la crisi alla Provincia. Ma è noto che il cosiddetto "gruppo D'Ascanio" ha uno stretto rapporto con l'Italia dei Valori e con Di Pietro. E tra il candidato di Di Pietro e Di Fabio, questi esponenti del PD si sarebbero trovati in grande difficoltà. Insomma Macchiarola e compagni avrebbero voluto che fossero anche D'Ascanio e i suoi ad "affossare" Di Fabio. Che, a quel punto, si sarebbe trovato fuori gioco in quanto ha già dichiarato che lui non parteciperà mai ad eventuali primarie. "Bruciato" Di Fabio, i vertici del PD avevano pronto il cosiddetto "piano B", vale a dire lanciare le primarie e candidare Augusto Massa, che avrebbe avuto anche il sostegno della sinistra "radicale". Ma Di Pietro non solo ha tolto le castagne dal fuoco a tutti, con il suo "no" a Di Fabio, ma ha anche annullato il "piano B" dei vertici del PD, perché il suo "no" lo ha esteso, in modo ancora più chiaro, ad Augusto Massa. Senza l'Italia dei Valori, tra l'altro, le primarie non avrebbero più senso e forse lo stesso Massa, qualora i dipietristi decidessero di correre da soli, magari supportati da una parte del PD e da espressioni della società civile, potrebbe scegliere di non candidarsi, per evitare una eventuale sconfitta. La situazione si è ulteriormente complicata dopo gli sviluppi che ci sono stati in casa PRC. I vertici del partito, che è orfano di alcuni esponenti passati nell'associazione "La Sinistra", hanno detto che, visto come si sono messe le cose, non parteciperanno, per il momento, a tavoli di trattative.  Il PD, dunque, di fronte alla posizione netta di Di Pietro, è in grande difficoltà. L'ex pm ha fatto capire che se non passa la sua linea è pronto a correre con il suo candidato sindaco Massimo Romano da solo o "con chi ci sta". E così facendo ha lasciato aperte tutte le porte. Rigettando la "bomba ad orologeria" in casa del PD. Infatti è probabile che una parte del Partito Democratico, quella che fa capo proprio al gruppo di D'Ascanio, possa chiedere ai vertici di accettare che sia il candidato di Di Pietro a guidare la coalizione di centrosinistra, che a questo punto potrebbe contare sul sostegno anche di associazioni civiche ma rischia di perdere però una parte della sinistra radicale. Il PD potrebbe "trattare", in caso di vittoria, una maggiore visibilità nella giunta. Se invece i vertici del Partito Democratico dovessero decidere di correre in contrapposizione a Di Pietro, gli scenari potrebbero mutare. A quel punto Di Pietro si sentirebbe autorizzato ad allearsi con "chiunque". E torna alla mente il "modello Venafro", dove l'Italia dei Valori si è alleata con Forza Italia ed An sotto le mentite spoglie di una lista civica. Ma potrebbe anche accadere che il centrodestra resti compatto e il centrosinistra scenda in campo con un candidato dell'Italia dei Valori ed uno del PD. Una situazione che potrebbe avere come effetto il ballottaggio tra il candidato del PDL e quello che prenderà un voto in più tra quello di Di Pietro e quello del PD. In un duello del genere è il PD che ha tutto da perdere. La Macchiarola proverà nei prossimi giorni a riproporre una riunione dei segretari del centrosinistra. Ma all'appello dovrebbero mancare i dipietristi e Rifondazione. Un tavolo "zoppo" che rischia, a quel punto, di perdere altri pezzi. E nemmeno il segretario regionale del PD può aspettarsi un "aiuto" dalla minoranza interna. Visto che ha deciso di escluderla dalla gestione del partito, questa "minoranza" starà alla finestra, pronta ad indicare i suoi candidati in una lista di partito oppure a regolarsi secondo l'evolversi degli eventi. Che a questo punto sembrano davvero imprevedibili. Nè è ipotizzabile un intervento romano. Di Pietro ha già chiara la sua strada, e non sentirà nessuna ragione. Nemmeno se a telefonargli fosse Veltroni. E' chiaro che la partita si gioca su Campobasso, dove esiste la possibilità di vittoria. Alla Provincia di Isernia, dove tutti sono convinti che si perderà e anche male, Di Pietro è pronto anche a cedere la guida della "disfatta" al PD. Che però, in questo caso, non ha nomi da spendere. La candidatura di Candido Paglione, dopo il passaggio del sindaco di Capracotta, Monaco nell'Idv, è fortemente compromessa. Carlo Veneziale, il cui nome pure era circolato in un primo momento, non sembra intenzionato a fare la "vittima sacrificale". L'unico che potrebbe essere interessato a giocare la partita, ad oggi, sembra il venafrano Franco Valente, che però è acerrimo avversario dei vertici regionali e provinciali del PD. Ma al leader isernino del PD, Danilo Leva, potrebbe non rimanere altra scelta che accettare la candidatura di Valente oppure chiedere il "sacrificio" al neosegretario provinciale del PD, Marco Amendola. Anche per saggiarne il gradimento e la forza in termini elettorali. Oppure scendere in campo lui direttamente. Più ampia la rosa di nomi a disposizione di Di Pietro: c'è il consigliere regionale Ottaviano, ci sono i coniugi Nicola Di Ronza e ROssana Di Pilla, c'è l'attuale coordinatore regionale del partito Giuseppe Caterina. Certo, sono nomi che non sono proprio in linea con il principio del "rinnovamento" che Di Pietro va predicando a Campobasso. Ma con una buona "verniciata" si può sempre spacciare per "usato sicuro".http://www.altromolise.it/notizia.php?argomento=politica&articolo=36059


dicembre 26 2008

Salve e Prodi,dove sei?
di gianluca
Prodi è stato un ottimo Presidente del Consiglio, sicuramente il migliore da alcuni decenni a questa parte.
Il suo progetto di Cs unitario era e rimane l'unico competitivo sul piano politico ed elettorale... ed i fatti lo cominciano a dimostrare ampiamente....
Il disastro del PD e del super deludente Veltroni è cominciato col rinnegare Prodi, col trattarlo quasi alla stregua di un impresentabile... Come se fosse possibile presentarsi come il nuovo, il diverso...
Ha ragione chi osserva che Prodi fosse in assoluto l'uomo più temuto dalla destra, forse l'unico...
Il motivo è semplice:
1) Prodi era l'unico uomo in grado di guidare un Cs unitario e quindi vincente;
2) Prodi è un uomo onesto, non corruttibile, la specie peggiore per i berlusconiani;
3) Prodi ha dimostrato con i fatti di saper governare.
Il governo Prodi è caduto perchè aveva 1 voto di maggioranza: nelle stesse condizioni molto probabilmente sarebbe caduto anche un governo monopartitico.
Gli autori della caduta sono:
1) il Cd che ha modificato la legge elettorale a proprio favore;
2) i personaggi che hanno votato contro la fiducia;
3) chi ha contribuito a creare un clima in cui tale sfiducia fosse condivisa dai cittadini, cioè la precedente opposizione ma anche molti nostri dirigenti, in primis Veltroni, che non ha difeso il Governo ed anzi lo ha indebolito lacerando i rapporti con gli altri partiti e partitini (invece di rinserrarli) e con i suoi flirt suicidi (al limite dell'incoscienza) con Berlusconi.
Il Cd, anche oggi, non è più unito del precedente Cs. Ha semplicemente i numeri per governare, cosa che il Cs non aveva e che non avrà mai se non ritrova lo spirito dell'Ulivo, in altre parole le ragioni per stare uniti, che sono tuttora molto più forti di quelle per stare divisi (almeno fra gli elettori di Cs....) .
A cominciare dall'unico alleato che ci è rimasto: Di Pietro.http://www.perlulivo.it/forum/viewtopic.php?f=4&t=806


dicembre 22 2008

Dichiarazioni e rassegna stampa
Pd/ Monaco: E' partito surreale, altro che partito vero
Apcom -
Veltroni e D'Alema, se le dicono e cantano il giorno prima e dopo

Roma, . (Apcom) - Il Partito democratico è "un partito surreale": parola dell'ulivista Franco Monaco. "Altro che partito vero - dice in una nota - il Pd è partito surreale. Votano un documento unitario e, il giorno dopo, a distanza, Veltroni e D'Alema, riprendono a cantare opposte canzoni su amalgama, primarie, correntismo. Se le cantano il giorno prima e il giorno dopo - prosegue - ma il giorno giusto, nella sede appropriata, fanno finta di essere d'accordo. Di più: tutti a dire che Veltroni non è un problema e, sempre il giorno dopo, Bersani si dice pronto a prenderne il posto più in là. Sì, Bersani - osserva Monaco - il solo che avrebbe potuto fare delle primarie Pd non un rito plebiscitario ma una competizione vera per un partito vero (visto che il partito leggero non gli piace), ma che si ritirò su ordine della vecchia 'ditta'-Ds. E questi predicano un partito vero. Naturalmente sempre rinviato a domani. Ma ci sarà ancora il Pd?", conclude polemicamente Monaco.



dicembre 21 2008

Il giorno più lungo (e il post pure)

 

 

Allora, un po’ di spiegazioni e opinioni, ora che sono davanti a una tastiera vera.
Per come la vedo io, la relazione di Veltroni è stata un ottimo discorso dell’anno scorso. Nel senso che si era davvero preparato, e c’erano molte analisi e anche molte proposte su come affrontare la politica a venire. Fossimo stati al Lingotto nel 2007, un ottimo intervento.
Invece eravamo a una riunione di un organo interno del PD, e dopo sei mesi di letargo del partito, e un’accelerazione di disastri delle ultime settimane. Quindi il contesto più estraneo a una relazione di programma e analisi dei contesti mondiali, e il momento più impellente per una riflessione sulle ragioni della crisi del PD e l’esposizione di proposte o cambi di regime per affrontarla.
C’era tutto il tempo per preparare, anche strumentalmente e saggiamente, alcune iniziative e proposte concrete, visibili, immediate, che dessero il segno di un andamento nuovo e più convincente. Ma Veltroni, avendo ottenuto garanzie di una tregua da parte dei suoi critici maggiori, ha preferito lavorare invece su altro.
Comunque, se leggete i giornali di stamattina vedrete espresse le stesse opinioni.
Per queste ragioni, con alcune persone che si erano messe in contatto attraverso l’indirizzario mail della Direzione Nazionale subito dopo la lettera di dimissione di Irene Tinagli (le uniche che le avevano risposto, e che avevano chiesto di parlarne, di fatto), abbiamo deciso di presentare un documento che sintetizzava le cose che ci eravamo detti nei giorni precedenti: conteneva una critica forte a questi otto mesi post-elezioni, e la richiesta di segni concreti e tangibili di un’altra direzione da prendere: tra gli altri, la garanzia che nei contesti previsti finora si continuassero a fare le primarie (vedi casino di Firenze) e l’impegno a non trasformare le liste delle elezioni europee in elenchi di prepensionamento eccellente per stimabili ex, ma piuttosto approfittarne per dare spazio a capacità nuove. I firmatari di questa mozione sono: Mario Adinolfi, Giovanni Bachelet, Olga Bertolino, Cristina Comencini, Pier Giorgio Gawronski, Teresa Marzocchi, Martina Simonini, Luca Sofri. Si sono poi aggiunti Nando Dalla Chiesa e Giulio Santagata.

Poi sono successe un paio di cose. La prima è che dal dibattito sono uscite molte altre pesanti critiche alla conduzione del partito in questo mese, che hanno reso meno isolate e necessarie le nostre. La seconda è che dal tavolo della presidenza ci è stata offerta con molta gentilezza la disponibilità a integrare le richieste della mozione nel documento finale, fatte salve le parti critiche, essendo l’autocritica indigeribile per questo partito (malgrado qualche timidissimo sforzo di Walter Veltroni, ieri). A patto che non chiedessimo più il voto su quella mozione. L’unità finale è un totem carissimo a questa cultura politica: come ha dimostrato anche l’intensità della discussione sulla mozione Follini, piuttosto insignificante, e di cui lui era l’unico votante. Eppure, è andato via tempo e anche passioni nel chiedergli di ritirarla, facendo appello eccetera eccetera.

Noi comunque abbiamo risposto che eravamo disposti a ritirarla una volta constatato che il documento finale accogliesse esplicitamente le sue richieste, in particolare sulle primarie e sulle europee.

Adesso apro una lunga parentesi su queste due questioni.
Io non sono un appassionato sostenitore delle primarie. Penso che in condizioni politiche ideali possa persino non essercene bisogno, anche se una preselezione attraverso le primarie dei candidati uninominali (sindaco, eventuale parlamentare se si tornasse all’uninominale) mi sembra una buona cosa. Ma ci sono due però: il primo è che quelle attuali non sono condizioni politiche ideali, e l’affidabilità dei partiti di centrosinistra nella scelta delle candidature si è rivelata assai ridotta: dando così alle primarie un ruolo maggiore nell’ammortizzare i guai, e alle persone un senso del proprio contare qualcosa e del poter correggere errori e storture di cui c’è una percezione diffusa, diciamo. Il secondo però è che questo partito ha molto dichiarato il suo amore per le primarie fino all’altroieri, e l’ha messo nei suoi programmi e nelle sue regole: non si può ribaltare tutto dall’oggi al domani perché la dirigenza si è accorta di qualche controindicazione.
La questione del rinnovamento è complicata e ne ho scritto molte volte. Proverò a ripetere quel che ho detto ieri sulla sciocchezza e la gratuità di alcune obiezioni che le vengono mosse.
Ieri c’è stato un grande revival dei vecchi tempi, in diversi interventi: punteggiato da critiche e rimpianti sulle primarie e sul nuovo. Non parlo di Veltroni, che invece su questo è stato coerente, nei suoi interventi. Ma è impressionante il tempo che si perde ripetendo mille volte un paio di trucchi dialettici da bambini dell’asilo, e riportando indietro la discussione senza ragione. Uno di questi trucchi è la formula “voglio mettere in guardia dagli eccessi di”. In giro è pieno di gente che ”mette in guardia dagli eccessi di”. Mettono in guardia dagli eccessi di rinnovamento, mettono in guardia dagli eccessi della politica del fare, mettono in guardia dagli eccessi di primarie, mettono in guardia dagli eccessi di ricambio generazionale. E naturalmente tutti fanno di sì con la testa, e pensano: “è vero, bisogna stare attenti agli eccessi di”, ma in realtà stanno assimilando l’idea che questi eccessi ci siano.
Perché se ci pensate, è stupido e superfluo ”mettere in guardia dagli eccessi di”. Gli eccessi, per definizione, eccedono. Naturalmente nessuno li desidera o li auspica. Non troverete nessuno che dica invece “ci vorrebbero un po’ di eccessi di rinnovamento, e anche parecchi eccessi di primarie”. Quello di cui si parla, ogni volta, è una moderata ed equilibrata misura di questo o quell’intervento. Perché se dobbiamo discutere degli eccessi, siamo tutti d’accordo che forse è meglio evitarli. Solo che questo tipo di richiami servono in realtà a sostenere che ci sono degli eccessi e quindi forse è meglio rivedere tutto e buttare via il bambino con l’acqua sporca.
Dello stesso genere, generico e strumentale, è l’altro avviso “non può essere una panacea” : il rinnovamento non può essere una panacea, il ricambio non può essere una panacea, le primarie non possono essere una panacea. Come se fossimo tutti qui a dire invece che si fanno le primarie e oplà, il mondo sarà salvato. O che si scelgono dei candidati nuovi e in gamba e a quel punto fanno tutto loro. Invece, ovviamente, niente è una panacea: ma l’espressione serve ad attribuire valutazioni assurde all’interlocutore per poterle facilmente irridere.

Torno quindi al rinnovamento, cercando di non ripetere cose ovvie che ho già detto molte volte. Il rinnovamento non si contrappone al passato: il passato ha molto di buono e di efficace e riutilizzabile. Il rinnovamento si contrappone a parte del presente: quel che si vuole rinnovare è ciò che non funziona del presente, e credo sia difficile sostenere che non ce ne sia. In ultima analisi, rinnovamento significa persino recuperare cose del passato, laddove fossero migliori di certi meccanismi di oggi. Ma non si può sostenere che ci sono molte cose che non vanno, e al tempo stesso opporsi al cambiamento, come fanno alcuni: a meno di non essere in malafede o avere interessi in causa.
E il ricambio generazionale, se superiamo le sciocche discussioni del tenore “conosco molti giovani cretini e molti anziani in gamba”, ha a che fare con due dettagli ineluttabili e indiscutibili da nessuno, legati al tempo che passa: fino a che nessuno sarà capace di sovvertire questo fenomeno, persone più giovani avranno inevitabilmente una sensibilità del presente e una visione del futuro più solide di persone meno giovani. Ma soprattutto, fino a che nessuno sarà capace di sovvertire questo fenomeno, il dovere di un partito sarà anche la costruzione della sua leadership futura ma anche in generale di una classe dirigente preparata e pronta per questo paese. E il PD questo non lo sta facendo: e una ragione per cui oggi persino i dirigenti del PD dicono che ci vuole un ricambio, ma non sono in grado di praticarlo (ammesso che lo vogliano), è che non hanno fatto niente fino a oggi per costruirla, questa nuova generazione di dirigenti. Sarebbe ora di cominciare, promuovendo a responsabilità maggiori i molti giovani (giovani, poi: parliamo di gente che ha trenta e quarant’anni) bravi e capaci che stanno dentro il PD e intorno al PD. E le elezioni europee per molte ragioni sono un’ottima occasione in questo senso, e a molto a buon mercato.

Ok, torniamo al racconto di ieri.
Si arriva, sfiniti, alla presentazione del documento finale da parte di Dario Franceschini (lo trovate qui, in Word, e risparmio commenti su questo, ma è un bel sintomo). Sono tre pagine e passa che trattano la crisi mondiale e i problemi italiani, il ruolo del Pd, il difficle rapporto con la maggioranza, per le prime due. A una pagina è dedicata l’analisi sul PD, costituita da formule come questa:

Il Pd è il grande partito che nasce dalla convergenza delle grandi tradizioni riformiste e democratiche per dare una risposta forte alla crisi della democrazia. La sua affermazione ha determinato un positivo cambiamento del sistema politico italiano che, in quadro di consolidato pluralismo politico e culturale, ha tuttavia rafforzato l’impianto bipolare della nostra democrazia con l’obiettivo di dare maggiore efficienza al necessario equilibrio tra rappresentanza e riduzione della frammentazione. 

Niente suggerisce un cambio di corso, e le proposte per il futuro sono del genere “dopo l’approvazione dello Statuto nazionale e di quelli regionali, il PD promuoverà un’ampia riflessione sul modello di partito”. O “In questo percorso andrà fatto ogni sforzo per aprire i gruppi dirigenti anche a tutte quelle persone che hanno creduto e credono nel progetto politico del PD e che possono integrare le competenze e la presenza di quanti provengono da uno dei partiti promotori”.
Sulle primarie sta tutto qui: “rapporto tra valorizzazione delle primarie e responsabilità della direzione politica”.
Sulle candidature alle europee sta tutto qui: “sostenere una modifica della legge elettorale europea che introduca una soglia di sbarramento ma che mantenga le preferenze”.
Allora, non discuto i rituali e i gerghi politici, e rispetto la soddisfazione del gruppo dirigente per questo documento “unitario”. Ma semplicemente non è quello che io e altri chiedevamo, non è una garanzia di tempi migliori, ma non è nemmeno un sospetto di tempi migliori.
Lo dico bruscamente: l’unica novità è la richiesta di poter commissariare degli organi. Tutto il resto poteva essere detto e fatto già da aprile. Ne consegue che questa segreteria ritiene che i soli problemi del PD in questo mese si debbano al non aver potuto commissariare. Altrimenti perché dovrebbero essere credibili oggi propositi che le stesse persone non hanno attuato ieri, nè l’altroieri?
Insomma, con molto disagio - perché creare tensioni e risentimenti è sempre sgradevole, e perché eravamo tutti stanchi - noi chiediamo che a questo punto si voti anche la nostra mozione, non in dissenso ma a complemento di quella della segreteria. Dario Franceschini - stanco anche lui - ne è molto infastidito e obietta che non può accettare di votare una cosa critica contro se stesso, e che sicuramente la mozione perderà. Noi gli diciamo, con tutta la serenità che solo un grande sfinimento può dare, che non abbiamo mai pensato - conoscendo i meccanismi di queste cose - di mettere in minoranza nessuno, che ci interessava dire queste cose e condividerle, e che lui e chiunque altro possono votare contro e noi ci prendiamo i nostri quattro voti. Nel frattempo si accavalla la questione Follini, che vuole inserire nel documento un rinnegamento in eterno di ogni alleanza con Di Pietro: cosa un po’ assurda, anche condividendo il concetto.

A questo punto intervengono un’ingenuità e un’esperienza. L’ingenuità è la nostra, che abbiamo affidato la condivisione della mozione solo alla lettura da parte di Bachelet e a poche copie che avevamo stampato. Ma Bachelet ha parlato in un momento di stanca e disordine e non l’hanno ascoltato in molti. E insomma, malgrado io abbia cercato di risintetizzarne il contenuto quando ho chiesto il voto, gran parte delle persone in sala ora non sa di cosa si stia parlando.
L’esperienza è quella di Franceschini, che per chiudere tutto e andate a quel paese, chiama improvvisamente il voto su tutto con una rapidità da uomo di mondo: favorevoli, contrari, astenuti, favorevoli, contrari, astenuti. Faccio appena in tempo a vedere le braccia alzarsi che già si devono riabbassare. Quindi vado a a occhio e croce: la mozione Follini ottiene solo il suo voto, qualche astenuto (tra cui io, che trovo assurdo persino votare contro), e una montagna di contrari (a questo punto ci saranno circa centoventi persone). La nostra mozione - che ha perso alcuni firmatari andati via per prendere treni in tempo - ottiene direi una quindicina di voti, forse qualcuno in più; una trentina di astenuti, e il resto contrari. La mozione della segreteria non lo so: credo che abbia votato contro Follini (e Gawronski), una decina di astenuti (tra cui io, che non me la sento di votare una cosa equilibrata ma oggi inaffidabile), e un sacco di favorevoli.

A completamento: l’aereo ha tardato e sono arrivato a casa a mezzanotte. Ho scaldato la cena nel microonde e mentre la mangiavo da solo si è svegliata la bambina che ha voluto compagnia fino alle due. Lei è una grande fan di Veltroni perché una volta hanno fatto conversazione sui rispettivi buchi nei calzini. Insomma, le cose sono complicate.http://www.wittgenstein.it/2008/12/20/il-giorno-piu-lungo-e-il-post-pure/

 


L’ ora dei THINK TANKS.


Il sostituto del deceduto Heider è un giovanotto di 27anni senza ne arte ne parte che non fa che confermare che il partito di Heider era Heider stesso, il partito viveva di luce riflessa del leader ,si incarnava nella sua persona e non c’era nessun partito al di fuori della sua persona. Populismo ,senz’altro, demagogia ,anche ,ma è ormai evidente che la crisi dei partiti ,così come siamo stati abituati a conoscerli, è ormai un fenomeno mondiale e anche in democrazie proporzionali si inseriscono vieppiù elementi plebiscitari , basti come esempio per tutti come in Germania il segretario della SPD ,i socialdemocratici tedeschi, Beck sia stato allontanato a favore di Steinmeier ,più mediatico ,meglio piazzato nei sondaggi e scelto pur non essendo un politico di formazione , ad ennesima riprova che anche in Germania ,come oramai in tutto il mondo occidentale , l’era dei partiti come li conoscevamo è finita , ed il centrosinistra a livello mondiale ha vinto ,ad esempio in Australia, o come con Obama negli USA, se si inserisce in dinamiche maggioritarie e non si rinchiude in fortini identitari ormai assediati, d’altre parte a destra ,l’abbiamo visto, vi è la presenza di elementi populistici e plebiscitari nelle campagne elettorali che fanno si che i candidati si connettano direttamente ,senza filtri partitici , con l’elettorato .Pulsioni populiste da contrastare evidentemente ,ma con cui si deve necessariamente fare i conti e che non si possono affrontare nella società mediatica con strumenti inadatti , basti pensare alla campagna elettorale Presidenziale Americana in cui i due contendenti hanno fatto a gara a prendere le distanze da “Washington” ,noi diremmo da “ROMA”dall ’establishment ,e a presentarsi agli occhi degli elettori come outsider pur rappresentando entrambi ormai due partiti leggeri ,ma che ,nonostante tutto ,rappresentano comunque una zavorra insormontabile per qualunque candidatura che voglia essere minimamente competitiva.La crisi dei partiti ,della partitocrazia secondo una fortunata espressione , non è quindi una prerogativa Italiana ,anzi , nell’ultima tornata elettorale nell’arco alpino ,Austria ,Svizzera ,Baviera, c’è stata la contemporanea frana dei partiti storici e l’avanzata di nuove formazioni che con i partiti storici hanno poco in comune, si dirà ,invece, che ,in Italia , ben più pesanti ,lugubri e minacciosi sono gli elementi populistici e plebiscitari rappresentati da Berlusconi ,con una deriva che non ha eguali ,questa si ,nel mondo occidentale ,ma che proprio per questo richiede una risposta all’altezza delle sfide. Il partito democratico, nato non dimentichiamolo mai , dall’evoluzione dell’Ulivo ,geniale intuizione di Prodi difesa con perdite ,ma con successo dalla nomenklatura partitica testarda ed ottusa, non è stato invece all’altezza delle temperie in cui ci troviamo , le primarie sono si state recepite ,ma non comprese quasi che potessero inserirsi in continuità nelle politica dei vertici chiusi e delle decisioni prese da pochi e non rappresentare un momento di rottura con la politica fino ad allora praticata. Come era prevedibile le primarie, nonostante Veltroni ,hanno terremotato la riserva indiana della sinistra , legata a modalità di fare politica antidiluviane ,ma hanno intaccato solo in minima parte il recinto della destra proprio perché il confronto è stato vissuto nel centrosinistra ancora nello schema della forma partito , credendo che con la nascita del partito democratico non si fosse fatto solo il primo passo di un lungo cammino,ma si fosse giunti già all’approdo.
Il partito democratico infatti coltiva la pericolosa illusione da una parte di aver sterilizzato i contrasti , mentre inevitabilmente i contrasti sono destinati sempre a venire alla luce perché sono il sale della democrazia, e dall’altra di poter rimanere in mezzo al guado nella forma partito , con tessere e tesserine ,segreterie ,circoli e circoletti .Si crede ,infatti, che tutto il”kit” ,tutto l’occorrente per affrontare la realtà esterna sia presente nelle risorse interne dei partiti ,partiti che come vediamo tutti i giorni in tutto il mondo sono sempre più screditati , e ,soprattutto, in Europa si rinchiudono in se stessi invece di aprirsi alle realtà esterne. In tutte le democrazie inoltre ,anche in quelle bipartitiche, le differenti visioni del mondo ,gli scontri ,le dure lotte sono all’ordine del giorno ,quello che conta sono in realtà le regole d’ingaggio che permettono di sciogliere i nodi politici , non bisogna perciò aver paura dei contrasti ,ma semplicemente trovare le modalità democratiche per risorverli ,modalità che in realtà sono già presenti ,le primarie, ma di cui non si sono comprese le conseguenze .Un esempio aiuta a chiarire meglio la situazione a Firenze ,come in molte altre realtà, l’anno prossimo si vota, il sindaco uscente al termine dei due mandati non è più ricandidabile ,bisogna quindi trovare un nuovo candidato ,tutti i termini della situazione sono perciò ampiamente conosciuti ,si sa quando si vota , si sa che il sindaco uscente non è ricandidabile ,eppure il partito democratico si incarta in una spirale senza uscita quando i termini del problema sono apparentemente semplici, prima ,infatti , propone di tenere primarie solo per il partito democratico ,di fronte al fatto che con molte forze si andrà poi uniti alle elezioni comunali pare logico andare alle primarie aperte ,ma ecco l’apparente problema ,troppi candidati sembrano troppi ,vanno ridotti , magari con manovre d’apparato,mentre non ci si preoccupa minimamente di assicurarsi che il vincitore rappresenti almeno il 50% degli elettori ,con modalità sperimentate come la legge elettorale australiana ad esempio o il doppio turno ,preoccupazione del resto non affrontata per le primarie comunali di Velletri,in modo che sia veramente il candidato “migliore” a presentarsi alle comunali con maggior chance di successo, poi si preparano le primarie nel recinto del pd ,infine di fronte agli scandali si “ripiega” finalmente sulle primarie di coalizione con necessario doppio turno.Cosa si dovrebbe fare a Firenze e dappertutto invece dovrebbe essere chiaro ,stabilire con largo anticipo la data delle primarie ,primarie aperte a tutti,affinché outsider ,anche Obama all’inizio era un outsider, abbia aggio di crearsi una organizzazione in grado di intercettare voti ,la vera chiave da ora in poi di fare politica, e rendere la sua candidatura competitiva facendo inizialmente un favore naturalmente a se stesso ,ma poi in definitiva alla stessa coalizione poiché può portare valore aggiunto e soprattutto voti aggiuntivi. Il partito democratico perciò è chiamato a decidere se vuole essere in grado di immettere nel circuito della politica i valori le abilità e le competenze della società civile ,ovvero invece utilizzare le primarie come mero strumento per dirimere nodi ormai non più diversamente scioglibili .
La fine dei programmi e l’ora dei THINK TANKS.
Sono comprensibili le obiezioni di chi lamenta ,di fronte alla turbopolitica, la perdita dei programmi ,la coperta di linus della cosiddetta sinistra radicale, se contano i candidati ,le persone secondo la vulgata popolare, quale spazio c’è per programmi ben meditati e concertati ? A ben vedere questa età dell’oro dei programmi non è mai esistita ,come sa bene chi ha partecipato a qualunque livello alla stesura di un programma , con trattative in bilico fra il suk ,la farsa e la sceneggiata ,trattative farraginose e confusionarie che producono programmi altrettanto confusi o al massimo adatti ai libri dei sogni ,ma non si può necessariamente derubricare questa obiezione nel novero di quelle che non meritano risposte .Innanzitutto nella politica maggioritaria ,e maggioritaria è volente o nolente anche nel proporzionale o si governa o si sta all’opposizione tertium non datur, il candidato ,diremmo quasi il corpo del candidato , è politica ,lo è il suo modo di parlare ,di gesticolare lo è il modo di esporre che veicola un universo di valori che di per se già è in parte un programma ,la sobrietà di Prodi ,ad esempio, già indicavano un modo di governare che si sarebbe realizzato nell’azione di governo e dubitiamo che molti abbiano letto pienamente il programma di Berlusconi nondimeno si sono ritrovati nei suoi valori nei suoi disvalori e nelle sue televisioni senza bisogno di leggere una riga del programma , non c è nessuna necessità quindi di analisi ,report , paper position ,tutto dovrebbe essere affiditato unicamente ad una politica plebiscitaria senza spazio per la discussione? Ma quando mai, proprio questa modalità ,se ben utilizzata e compresa, offre la possibilità per una analisi raffinata e precisa anche se necessariamente conflittuale soltanto bisogna cambiare luogo di osservazione . Un think tank (letteralmente "serbatoio di pensiero") è un organismo ,un gruppo di lavoro o una società tendenzialmente indipendente dai partiti politici ,anche se spesso collaterale ad essi che si occupa di analisi delle politiche a qualsiasi livello a partire del livello locale fino al livello internazionale, producendo dati ,informazioni ,dando consigli e fornendo previsioni ,non è,come erroneamente si pensa una prerogativa del mondo anglosassone basti pensare alle Stiftung tedesche , un think tank ha un ruolo perciò di trasmissione di idee ,un ruolo non inteso in senso assoluto poichè i think tanks anche all’interno di uno stesso schieramento “lottano” nel senso buono del termine l’un l’altro per ottenere attenzione ,autorevolezza e per realizzare le politiche da loro proposte ,,”lottano” in maniera reattiva e veloce e contemporaneamente in maniera riflessiva e con un orizzonte di lungo periodo producendo sia soluzioni pret a porter che analisi per problemi dei decenni a venire. In questa ottica i politici sono le diramazioni finali di un organismo politico ,sono uno strumento necessario ,non sempre utili idioti come dice l’assessore regionale Di carlo, che però acquisiscono informazioni non più necessariamente in prima persona ,ma attraverso la mediazione di associazioni ,comitati ,istituti,reti che in qualunque modo li si voglia chiamare sono serbatoi di pensiero, e che ,spesso, in maniera informale e senza esserne pienamente consapevoli sono di fatto think tanks .In futuro quindi è del tutto evidente che questa modalità di fare politica si espanderà ,che lo si voglia o no, perché in una situazione di continuo cambiamento i partiti possono solo rispondere necessariamente in maniera non flessibile e quindi devono acquisire flessibilità presso attori esterni. In poche parole non esisterà più ,ma di fatto gia non esiste più, un programma unico ,una sorta di assicurazione casco ,un programma omnicomprensivo, in grado di proteggere la politica dai rischi degli imprevisti ,ma esisterà invece una serie di attori in concorrenza più o meno felice fra loro che discutono ,gareggiano fra loro con diverse interpretazioni della realtà non necessariamente incompatibili fra loro ,ma necessariamente diverse fornendo letture alternative e concorrenziali della realtà e basando il proprio successo unicamente sulla propria autorevolezza e non su posizioni di potere .In questa ottica perciò si incastrano primarie e think tanks ,distruzione creativa alla Schumpeter per il personale politico con la continua affermazione di volti nuovi e conseguentemente ,cosa più importante, con nuovi modelli di organizzazione politica ,la vera lezione che ci viene da Obama è questa , ,ma distruzione creativa anche per le idee in continuo e fecondo confronto fra loro ,il partito democratico può diventare ,deve diventare per la sua stessa sopravvivenza oltre che per il bene del sistema paese , il partito del centrosinistra non un partito del centrosinistra ,deve contenere al suo interno i cosiddetti riformisti e radicali , regolando di volta in volta secondo le contingenze di tempo e luogo con le primarie ,momentaneamente sempre momentaneamente i risultati non saranno mai definitivi, i rapporti di forza e facendo nel contempo continuamente affluire con i think tanks nuove idee .Il partito democratico così delineato è in realtà un campo di forze mai definitivamente strutturato in cui gli obiettivi ed i valori vengono scelti sempre unicamente dagli elettori e non dagli stati maggiori e che attraverso le primarie delimitano in maniera temporale e temporanea lo spazio fisico e valoriale del campo del centrosinistra .Solo ed unicamente in questo modo in Italia e ,oramai ,non soltanto in Italia, si potrà attrarre quell’elettorato non partitico decisivo in ogni elezione . Cittadini per l'ulivo"Velletri fuori dalla palude"circolo Volontè


dicembre 20 2008

Direzione

Thumbnail image for logo_pd.jpgLa piccola rissa avvenuta alle ore 18, quando Franceschini ha notato che a quell'ora c'erano ancora quarantuno iscritti a parlare, è stata secondo me un po' il simbolo di quest'importante Direzione Nazionale del PD. La fatica tremenda che fa questo partito a confrontarsi con la realtà delle cose, con la realtà del Paese e anche con le proprie stesse dimensioni.  


Lo stesso Franceschini che è parso così sorpreso del fatto che una DN fatta di più di 200 persone non riuscisse a terminare i propri lavori in una giornata sola, è alla fine il numero 2 di un partito che si è dotato di un'Assemblea Costituente di 3000 persone, seconda solo per dimensioni al Parlamento della Cina Popolare. 

Mi è sembrata una riunione molto deludente, un'opportunità malamente persa, dove il solito gruppo dirigente l'ha fatta ancora una volta da padrone. Giovani pochi (ma dov'erano anche quelli che Bettini indica senza sosta come il futuro del Partito? Madia, Colaninno e soci: dov'erano?), donne pochissime, non solo si è ignorata la crisi profondissima e forse irreversibile di questo partito ma si è parlato il solito linguaggio antico, il solito gergo sacerdotale: quando Marina Sereni, una delle sacerdotesse più allineate e ortodosse, non ha resisitito alla tentazione di evocare "l'autonomia della politica" mi sono definitivamente cadute le braccia. 

Veltroni, poi, ha concluso spiegandoci tutte le buone ragioni per le quali bisognerebbe fondare in Italia un Partito Democratico: un sacco di buone notizie, insomma, ma tutte sul nostro passato. "Siamo nati per superare i conservatorismi": bene, speriamo che qualcuno ci notifichi quando cominceremo seriamente a lavorare per farlo. 

L'impressione complessiva è stata quella di una sorta di allucinazione collettiva, di un distacco totale dal malessere profondo di questo partito e di questo paese. Tutti a battere le mani sulla bella e civile discussione, ma quando Luca Sofri ha spiegato che - rifiutandosi pervicacemente di allevare una nuova generazione di dirigenti - questo partito non esprime nessuna cura e nessun interesse per il futuro, al tavolo della presidenza si sorrideva col solito irridente distacco che è riservato agli outsider.

Insomma, un'altra grande occasione perduta. Chissà quante altre ce ne restano.http://www.ivanscalfarotto.it/2008/12/direzione.html#more

Fin qui

Relazione lunghissima di Veltroni, che ciurla un po’ nel manico della questione morale e dal rapporto tra politica e magistratura e presenta una piattaforma programmatica pienamente condivisibile: peccato che per realizzarla serva un partito che abbia capacità di generare consenso, e questo oggi non ce l’abbiamo. Inoltre, secondo Veltroni il problema sono le primarie, che vanno bene sì ma se fatte ogni tanto. Le primarie sono un problema solo se stiamo mesi a discutere se farle o no e poi quando le facciamo cerchiamo di fare di tutto perché siano una farsa. In tanti poi hanno ripreso questa cosa che le primarie “non devono diventare un totem” perché “scardinano i meccanismi di formazione della classe dirigente”. Ora, l’argomento ha fondamento, ovviamente. Dato che parliamo però di una classe dirigente che da qualche lustro ha completamente e colpevolmente abdicato a fare formazione e ha smesso di selezionare le persone sulla base della loro formazione, possiamo passare ad altro: meglio le primarie, sempre. Poi. Fassino ha detto delle cose condivisibili così come la Sbarbati, seppure con la solita irruenza. Bassolino sembrava catapultato da un altro pianeta. In generale tanti interventi ridondanti e inutili: sembra che siano obbligati per statuto a dire qualcosa, anche se non hanno niente di rilevante da dire. Bachelet ha presentato una mozione firmata da una decina di coraggiosi: la mozione è qui, non è molto ma è già qualcosa, aspettiamo il voto. Chiamparino si è dimesso dal governo ombra. Di collocazione europea del partito non si è parlato quasi per niente. Luca Sofri sta facendo liveblogging qui. Un po’ d’aria fresca la trovate da Giuseppe Civati e Marta Meo, che è intervistata sull’Unità di oggi. Rutelli ha appena detto che “la leadership o si esercita o si esercita”. Non è vero. La leadership o si esercita o non è. Quella di Veltroni non è e non è mai stata, per alcuni limiti suoi e tanti limiti imposti dai meccanismi con cui si è formata la coalizione che lo ha appoggiato alle primarie.

Tutto come previsto, insomma. Fino alle europee andremo avanti così, senza cambi di rotta, specie con queste bufere giudiziarie in corso: stringiamci a coorte nei momenti ufficiali, bastoniamoci a morte appena fuori dalla porta. Sarà un anno duro.http://www.francescocosta.net/2008/12/19/fin-qui/



dicembre 19 2008

Veltroni e l'ossessione della permanenza


Sul profilo Facebook, su questo blog, via sms, al cell piove l'indignazione, il sarcasmo, la rabbia per quanto sta accadendo al Partito democratico. La rete è un vulcano di parole infuocate e io provo a raccoglierle per nutrire le idee che porterò alla riunione della direzione nazionale del Pd di domani. Vorrei davvero che fosse possibile arrivare a questo importante appuntamento mescolando le riflessioni che ci agitano e per questo vi sottopongo le mie.

Io credo che la crisi che viviamo abbia la potenzialità di sfociare in un colossale naufragio per questa esperienza collettiva che è il Pd, oppure essere una grande opportunità per far nascere veramente il partito. La soluzione che Generazione U, figlia di un'altra esperienza collettiva di un qualche successo come quella della rete e del web 2.0, indica al Pd è sempre la stessa: democrazia diretta. Primarie aperte, referendum interni, protagonismo della base, rovesciamento della piramide, rinnovamento generazionale, no ad ogni involuzione oligarchica. La risposta che sembra arrivare dalla massima dirigenza del partito è sempre la stessa: chiusura a riccio, sindrome da fortino assediato, ossessione per la permanenza, elevazione a sistema dei meccanismi oligarchici, rinnovamento inefficace e attuato solo per via cooptativa.

Sui giornali si leggono ricostruzioni della riunione del coordinamento nazionale (per gli amici, caminetto) che raccontano una volontà espressa di rinunciare allo strumento delle primarie: sarebbe il tradimento definitivo del moivo fondante del Pd. Nata e legittimata dalle primarie, la segreteria Veltroni ora vuole caratterizzarsi per l'utilizzo del frangente di crisi per stringere ancora di più il controllo del partito: le nomine di Roberto Morassut qualche settimana fa alla guida del Pd del Lazio e di Massimo Brutti come commissario nella delicatissima situazione abruzzese, danno volti e nomi alla tentazione. Di contro, dalemiani e margheritini "ostili" puntano ad una sorta di condizionamento permanente della segreria veltroniana, mai amata.

Questo schema si regge tutto sul passato che ha generato il Pd. Del futuro possibile del Pd stesso nessuno si interessa. Coloro che intendono lavorare per un rinnovamento radicale, assolutamente necessario e urgente, del partito devono invece parlare di futuro. E il futuro è il modello digitale offerto dalla rete come metafora politica, dove la democrazia diretta è il perno. Nell'immediato questo vuol dire coinvolgimento di tutta la base dei simpatizzanti del Pd per la definizione delle liste per le europee con primarie aperte, ad esempio. Vuol dire anche responsabilizzazione per Veltroni e annuncio, che mi aspetto, di non essere un uomo ossessionato dalla permanenza. http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it/


dicembre 18 2008

 

  mercoledì 17 dicembre 2008

Ne ho dimenticata qualcuna?


http://blogs.it/0100206/images/inchieste%20in%20corso.jpg


L'immagine �http://blogs.it/0100206/images/compass2.gif� non può essere visualizzata poiché contiene degli errori. Pronto ad aggiornare o a correggere, sono solo andato a memoria.



   
 
Primarie


Se oggi si facessero oneste primarie (negateci) tra Veltroni e Di Pietro, chi vincerebbe?

-------------------

E se fosse proprio Di Pietro il leader che gli elettori del Pd vorrebbero?

(si chiede, in ritardo, Lucia Annunziata)
http://blogs.it/0100206/



dicembre 17 2008

Lo stato delle cose
Vista la loro palese incapacità a non litigare, e la voglia di tutto il popolo di sinistra di vedere finalmente dirigenti coesi, e i sondaggi in picchiata, i nostri chiamarono Veltroni a fare il salvatore della patria. Uòlter, solleticato nell'ambizione di una vita e sinceramente convinto di poter porre delle condizioni e di poter fare finalmente anche in Italia il partito democratico americano che da tempo sognava, accetta e si imbarca nell'impresa.
Dato che è anche lui ceto politico, commette l'errore di utilizzare l'investitura popolare delle primarie non per puntellare il governo Prodi, ma per lanciarsi in impossibili accordi istituzionali con un esperto di bidoni come Berlusconi. Per una specie di nemesi della storia, commette lo stesso errore del Baffino della bicamerale e così permette a un Berlusconi attaccato da tutti gli alleati di risorgere e di mangiarseli in un sol boccone, i suoi alleati riottosi.
Le elezioni anticipate vanno come dovevano andare. La campagna elettorale di Veltroni è certo troppo solitaria, ma per certi versi geniale e piena di idee e di entusiasmo. Ed infatti il risultato nazionale è il migliore possibile nelle condizioni date.
Ma la disgrazia del ceto politico del centrosinistra è la distanza abissale dalla gente, cosicché di fronte all'impuntatura di Rutelli, nessuno è in grado di dire al Cicoria una cosa del tipo TSRAR (Tutto Salvo Rutelli A Roma). La sconfitta a Roma distrugge Veltroni o, meglio, segnala il "liberi tutti" del ceto politico peggiore annidato nel PD. Veltroni, pugile suonato non dal risultato nazionale ma da quello romano, non sa reagire in tempo. Invece di chiamare a se il popolo delle primarie, quando ancora era possibile perché l'entusiasmo elettorale e delle primarie era fresco, per governare il partito nuovo contro la nomenclatura dei dirigenti, accetta di sciogliere la sua segreteria di giovani, di formare il direttorio dei vecchi col bilancino delle correnti, insomma di farsi commissariare. Nella speranza di rifiatare e di tenere insieme il partito, il partito reale e solito, quello fatto dalla somma mai veramente sommata dei ceti politici di DS e Margherita.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I bei discorsi veltroniani, le sue idee di innovazione, di bella politica, di riformismo moderno, di rottamazione del petrolio e ambientalismo del sì, si fanno rapidamente vacua perorazione di fronte a un partito che si trasforma in pochi attimi in un insieme di bande di amministratori e in centinaia di militanti sempre più sconsolati e sbandati. Anche in questa sua seconda esperienza di segretario, Veltroni non ha saputo governare la macchina partito - un disastro in organizzazione, con idee brillanti ma che restano idee.
Le bande di amministratori poi, comportano anche un conto salato da pagare. La Magistratura, che non è mai stata di sinistra (come alcuni si sotinano a credere) neanche durante la prima mani pulite, in parte fa certamente bene il suo lavoro, in parte annusa l'aria. E l'aria - e l'impagabile faccia di tolla di Berlusconi- dice che la questione morale esiste solo nel PD.

Che questo comporti il travaso di voti verso il furbo Di Pietro in Abruzzo, è in fondo la cosa meno importante. Ciò che conta, è il crollo della partecipazione elettorale. Le persone, pur di non votare PD (e non solo), non votano. E non votano perché la credibilità di questo nuovo partito è irrimediabilmente persa. Almeno fino a quando non ci saranno facce davvero nuove a tutti i livelli.



Quando si dice che il voto non è più ideologico o di appartenenza, si dice una cosa vera solo in parte, perché c'è ancora molta gente che si rifiuterà sempre di votare a destra (e, dall'altra parte, che si rifiuterà sempre di votare a sinistra). Però chi sta a sinistra è disposto a non votare, piuttosto che dare un voto turandosi il naso come ha continuato a fare in questi anni. E però c'è davvero anche una quota grande di voto mobile, che cambia da destra a sinistra in funzione di fattori complicati e semplici al tempo stesso. Ad esempio, l'amministrazione comunale di Veltroni alla fine si è concentrata o è stata percepita come concentrata essenzialmente su due temi: cultura e spesa sociale - ossia sul doppio target "intellettuali" e "poveri". Non ha dato risposte visibili di vivibilità concreta per chi non è né povero né intellettuale, le risposte sule buche nelle strade, sulla manutenzione del verde, sulla vera trasformazione del trasporto pubblico, incluso il coraggio apparentemente suicida dal punto di vista elettorale ma sicuramente pagante nel medio periodo di azioni drastiche di chiusura del traffico. In cosa, un cittadino medio, avrebbe dovuto trovare così qualitativamente ed anche moralmente diversa una giunta di sinistra che non ti cambia la vita da una di destra?



E' paradossale il controtempo italiano rispetto al resto del mondo. A un mondo in movimento rapidissimo e caotico, da Obama in poi, si contrappone un'Italia stabilmente rassegnata alla dittatura dolce del berlusconismo e al declino della chiusura leghista. A un mondo che si affida ai giovani, si contrappone un'Italia paese per vecchi.

Ostinatamente, iMille si vedono il 20 dicembre per fare il punto su ciò che si può fare ancora. Speriamo bene...

_______
Una nota sulle elezioni abruzzesi. In questa tabellina ho messo a confronto i voti delle recentissime politiche con le regionali. L'ultima colonna riporta la differenza percentuale fra un voto e l'altro, e dice cose molto interessanti:
  • ha votato solo il 73% di quelli che ad aprile lo avevano fatto (ovviamente le due platee elettorali non sono esattamente le stesse, ma la distanza di pochi mesi rende la cosa sostanzialmente irrilevante);
  • il PD ha preso molto meno della metà dei voti che aveva ad aprile (41%);
  • l'Italia dei Valori ha preso oltre il 40% in più dei voti che aveva ad aprile. In un contesto in cui complessivamente ha votato molta meno gente, l'aumento assoluto di voti è effettivamente un risultato eccezionale. Per spiegare il quale non basta certo la presenza del candidato presidente.
  • Il PDL ha preso fra il 55 e il 70% (a seconda se si considera di fatto nel PDL anche "Rialzati Abruzzo") dei voti che aveva alle politiche: Chiodi non è stato eletto con la maggioranza assoluta dei votanti, ed è stato eletto da molte meno persone rispetto a quelle che ad aprile avevano votato PDL. Quindi non c'è nessuna valanga di consensi al governo Berlusconi e alla PDL, ma semplicemente c'è la scomparsa della sinistra e del centrosinistra.
  • Niente di nuovo sul fronte della sinistra estrema: ammesso che ci sia, il voto della sinistra radicale non torna all'ovile ma, al più, passa dal voto "utile" al PD al voto "moralmente utile" a IdV.

   regionali  apr-08 Variazione %
Pd  106.410   277.190 38,4%
Democratici      7.507
 
PD Totale  113.917   277.190 41,1%
Idv    81.557     58.036 140,5%
Pdl  190.919   344.129 55,5%
Liberalsocialisti      7.753
 
Rialzati Abruzzo    40.256
 
PDL Totale  238.928   344.129 69,4%
Mpa    18.040     13.373 134,9%
Udc    30.452     48.534 62,7%
La destra 9597     26.376 36,4%
Sinistra Arcobaleno    12.054 26.248  
     15.435
 
Totale sinistra radicale   27.489     26.248 104,7%
 

 
Totale votanti  605.104 827558 73,1%
http://corradoinblog.go.ilcannocchiale.it/


dicembre 16 2008

Di Pietro: "Puniti certi strateghi del Pd"
di Giovanna Casadio, Repubblica - 
ROMA - «Con quegli strateghi del Pd...», non vuole polemizzare. Non ora, non oggi. Ma Antonio Di Pietro, protagonista delle elezioni abruzzesi - è stato lui a imporre al centrosinistra il candidato Carlo Costantini e a fare di queste elezioni una sfida sulla questione morale - ha molti sassolini da togliersi. «Ho fatto 128 comizi in Abruzzo; voglio dire che quando si ha un risultato, questo è frutto di impegno, del lavoro, di un linguaggio chiaro, di un comportamento limpido e della determinazione». Insomma, le virtù dei dipietristi.
Il suo partito ha avuto un ottimo risultato, ma per il centrosinistra è stata una débacle. Di chi è la colpa, onorevole Di Pietro?
«Non è un´analisi corretta. Nel centrosinistra c´è stata piuttosto una resa dei conti tra le due anime. Una è la nostra, di chi pensa che la questione morale, se risolta, porta a una democrazia migliore e compiuta. E noi, Italia dei valori, abbiamo stravinto: siamo passati dal 2,4% delle regionali al 14 per cento. E poi c´è un´altra realtà, quella che dice: facciamo a meno di Di Pietro e passa il "pizzino" all´avversario. È questa anima della coalizione di centrosinistra che è stata sconfitta. È bene che il partito riformista faccia un bagno di umiltà e invece di criminalizzare sempre la nostra azione ammetta che l´elettore si riconosce di più in questa nostra linearità di comportamento che nelle alchimie del Palazzo».
È una critica forte al Partito democratico, la sua?
«Non è il momento. Italia dei valori ha avuto un risultato importante e quindi ci sentiamo la responsabilità di guidare la coalizione di centrosinistra verso il riscatto e verso una alternativa di governo possibile. Con questo successo non ci mettiamo certo a fare le pulci agli altri, ma puntiamo a impegnarci ancora di più. Ripeto, vogliamo governare il cambiamento che passa attraverso la questione morale, davvero da risolvere una volta per tutte. È la questione morale che ha punito i partiti maggiori i quali hanno fatto orecchie da mercante. Anche il Pdl ha perso quattro punti, e non è cosa da poco».
Il Pdl ha vinto, onorevole Di Pietro. Il Pd ha perso, dove ha sbagliato?
«Nelle file dei Democratici c´è stato chi ha avuto voglia di liberarsi di Idv e chi invece ha sempre voluto dialogare. Veltroni non ha mai rotto i ponti con noi, ha mantenuto questo contatto ed è stato anche avversato per la sua scelta. Ebbene, il segretario salti il fosso e gli altri sappiano che l´alleanza con noi porta a un risultato che può permetterci di competere con il centrodestra, altrimenti si va nel ghetto dell´opposizione a vita come il vecchio Pci, con tutto il rispetto».
Veramente nel Pd l´opinione che sembra prevalere, proprio dopo il risultato abruzzese, è che Idv "cannibalizzi" gli alleati.
«Ma facciano un bagno di umiltà: se l´elettore vota un partito piuttosto che un altro, si devono interrogare su chi sono loro, se sono ancora specchio della società, se la rappresentano, Credo che questa sia la giusta impostazione. Se uno perde voti deve chiedersi perché li ha persi, non perché ha vinto l´altro».
Sarebbe possibile un´alleanza più ampia, anche con l´Udc di Casini?
«L´Udc è una sigla dietro la quale si trova un partito che deve ancora decidere cosa vuol fare e come si vuole collocare. Un partito che pensava di lucrare correndo da solo in Abruzzo e invece è stato lucrato, infatti Udc e Udeur insieme alle ultime regionali avevano il 10 per cento, ora i centristi hanno la metà dei consensi. E poi sono come quella donna che si fa corteggiare a destra e a sinistra, e alla fine nessuno se la prende. Premesso quindi che non sappiamo quali idee hanno, guardiamo alle persone. Dall´Udc dei Tabacci imparo qualcosa, dall´Udc dei Cuffaro mi scanso per evitare di rimanere sfregiato».
Il candidato del centrosinistra, Costantini, ha avuto meno voti della coalizione: non è stato trainante?
«Lo dicono quegli strateghi del Pd? Anche su questo dovrebbero riflettere, il voto disgiunto predicato da Del Turco e praticato dai tanti turchi nostrani ha prodotto questo effetto. Ci sono state attività lobbistiche per fare votare il partito e non il candidato presidente. Si credeva di fare un dispetto a me, invece si sono comportati come quel marito tradito che per punire la moglie...».


dicembre 14 2008

L’anno che verrà - ovvero il mio primo Post sotto l’Albero

Quello che segue è il mio primo Post sotto l’Albero.
In quanto versione stalinista del Grinch, con punte quasi autolesioniste di odio per tutto ciò che è vagamente natalizio, mi sono perfino sorpreso io stesso della mia partecipazione ad una simile iniziativa.

Poi ci ho riflettuto e ho scoperto che scrivere il PSLA è una sorta di passatempo per sadici. Il fatto è che Sir Squonk, uomo dal multiforme talento, è una persona prima di tutto paziente. Quindi pone una data di scadenza in cui raccogliere i post dei partecipanti e attende fiducioso. E rigorosamente si trova a mani vuote o quasi.

Ecco, quindi, che scattano i primi appelli, con l’inevitabile arrivo dell’improcrastinabile. Prima appelli pubblici, inizialmente autorevoli, poi minacciosi, poi complici, poi ricattatorio/affettivi, poi ancora livorosi e infine disperati. E in seconda battuta gli appelli privati, dall’SMS vagamente mafioso fino alla mail dai toni barocchi del periodo bizzarro.

Il risultato è che chi partecipa e tarda a consegnare (cioè praticamente tutti) riceve dal Sir nel corso del tempo vere e proprie opere d’arte multimediale, da semplici haiku via SMS a lacrimevoli e-mail con biliosi allegati. Uno scritto meglio dell’altro, in un’escalation in cui è palese che l’autore ha un talento alimentato a disperazione.

Il resto è trascurabile: un po’ di gente attende proprio l’ultimo istante utile, pur di collezionare altre gemme squonkiane, e consegna un post. Il risultato della dialettica sfuggente fra il talento del raccoglitore e la cialtronaggine media dei partecipanti è, incredibilmente, ottimo nonostante l’impaginazione un po’ così, le clipart d’illustrazione prese da Office 95 e una generalizzata propensione al refuso. 

E’ qualcosa di inspiegabile, una sorta di ossimoro in cui la combinazione tra alto e basso, tra talento e intima bruttezza dei partecipanti produce accostamenti inaspettati  e forieri di gioia, come il tartufo bianco: un alimento eccellente che dà il meglio di sé su piatti vili, come l’uovo fritto. 

Quindi godetevi l‘intera raccolta di quest’anno di Post sotto l’Albero e, se proprio ci tenete, solo il mio contributo, che è qua sotto. 
Per fare quello filologico (leggi: non avevo altro), non ho scritto un post ad-hoc, ma ho letteralmente rubato al blog un post, l’ho incollato in Word e spedito al talentuoso curatore.
Risultato, una brutta figura: gran parte dei partecipanti ha prodotto piccole perle narrative e io sto qui a scaldarmi per un calendario con la Carfagna. Vestita, peraltro.

Buona lettura, neh

 

 

Uno ci prova anche a fare quello che non demonizza Berlusconi, che si dimentica la tessera della Loggia P2, i mafiosi e i corruttori in parlamento, l’ego smisurato che confina col borderline e tutte le altre porcherie che tutti conosciamo benissimo e che quasi tutti scordano quando si tratta di votare.

E giuro che io ci provo davvero, faccio un sacco di docce tiepide, mi stronco di tisane al tiglio e continuo a ripetermi “suvvia, è solo un governo di destra come tanti altri, siamo tutti democratici, sotto sotto siamo tutti fratelli, è la democrazia dell’alternanza e via di mantra rassicuranti.”

Ormai privo di riferimenti politici al di là del signor Spock in “Star Trek, l’ira di Khan”, uno arriva perfino a dirsi che tutto sommato un mezzo regime vagamente argentino, con a capo un ibrido tra un re travicello e un miles gloriosus, non è poi questo dramma, che alla fine perfino le cose brutte e cattive hanno un ruolo nel grande schema dell’esistenza e poi, insomma, in Argentina c’è il tango che non è così male, no?

Insomma, si cerca la via zen e si prova - dopo aver fallito nell’intento del “non pensiamoci, dimentichiamoci che la politica esiste e occupiamoci di altro” - ad accettare o quantomeno rendere più digeribile il male che non si riesce a rimuovere.
Serenamente. Pacatamente. Piano piano. Come vuole Veltroni.

L’operazione dopo un po’ ti riesce, perché l’essere umano ha grandi capacità di adattamento e se riesce a vivere negli igloo a sessanta sotto zero nutrendosi di yogurt di renna, figuriamoci se non può reggere queste cosucce qui.
Ci vuole ben altro per abbatterci, ha!

Poi, però, quando hai finalmente ottenuto la tanto sospirata semiserenità politica e ti sei quasi convinto che perfino La Russa al governo abbia una sua razionale utilità e che se non la vedi è solo perché lo schema delle cose è più grande della tua comprensione, Orazio, ecco il crollo, il rigurgito dell’inevitabile.

Maledetta Internet.
Sì, maledetta. Perché senza la Rete sicuramente mi sarei perso tutto ciò: apro La Stampa online e scopro che esiste il calendario 2009 “Grandi tra i grandi: i politici per i bambini“. 
Ora, già il nome è tremendo, ma il disgusto da copy è il meno. Ci si mette pure il progetto: fotografie di politici “casualmente” ritratti in atti di grazia e tenerezza con dei bambini.

Di norma detesto tutto ciò che sfrutta l’immagine dei bambini, ridotti spesso a versioni umane dei LOLCats da genitori infami. Figuriamoci che reazioni può suscitare un mix “bambini sfruttati + Schifani”, sponsorizzato dalla Presidenza del Consiglio, del Senato e della Camera.

Se poi clicchi sul link, attratto dall’orrido e poco propenso a cliccare sui calendari alternativi con l’ennesima velina photoshoppata desnuda, il gioco è fatto: ecco il regime che salta fuori.
Il regime, sì, quello vero, cioè quello fenotipico, che puoi toccare. Suvvia, gli aspetti estetici del regime, quelli più tangibili.

Perché tutti gli elementi “reali” del regime (i privilegi, le pastette, l’assenza di democrazia, la disuguaglianza, ecc.) un po’ te li nascondono, un po’ ormai li accetti come assodati e un po’ li dai per scontati come espressione dell’italianità.

Insomma, a noi che ci sia o meno il retroscena del regime non importa.
Ma a noi ultimi mohicani di sinistra danno fastidio alcuni aspetti visivi, cioè l’estroversione del regime, la sua retorica pubblica e i suoi atti trionfali.

Avete corroso la già esile tenuta democratica di questo paese? Fa lo stesso. Ma almeno fate finta che tutto vada bene.
Tanto noi siamo tra quelli che mangiano il surimi a forma di gambero e si convincono davvero che un po’ il gusto gli assomiglia.

Il pensiero del regime già ti aveva sfiorato la mente nei giorni intorno al 4 novembre, quando in tv passava uno spot – tutto rallentatore e controluce - che celebrava le Forze Armate con toni da dittatura bielorussa ed estetica da tv di stato irakena ai tempi di Saddam: militari che passano per le strade e la gente impettita che si alza e gli fa l’applauso, chissà poi perché.

Va visto, perché certe cose tra le righe si percepiscono meglio live che con una descrizione.
Vi basti sapere che si intitola “Grazie ragazzi”, come allo stadio.

Il calendario politici+bambini è la conferma di quel retropensiero novembrino: il regime, stufo del retrobottega, sta venendo fuori nei suoi aspetti estetici, i più fastidiosi per noi sinistrorsi.
Segno che dall’altra parte hanno rotto gli indugi e si stanno finalmente togliendo qualche soddisfazione personale.

Ecco, il calendario “Grandi tra i grandi” è la perfetta incarnazione della weltanschauung berlusconiana.
No, non quella antidemocratica, aziendalista e “brianzola” dell’imprenditore con le mani sporche prestato alla politica. Quella, invece, del “re buono” (che da queste parti era un certo Umberto I, noto cannoneggiatore di poveri che chiedevano pane), del presidente che riceve le classi delle elementari alla Camera e interrompe un Consiglio dei Ministri per andare a recitare a memoria “Rio Bo” ai bambini forzosamente plaudenti.

Basta scorrere un’immagine dietro l’altra, controllando la bile.
Non c’è una casualità nelle fotografie, c’è un indice preciso, un piano estetico/retorico e una line-up studiati a tavolino perfetti nei loro intenti.
E i valori di questa operazione d’immagine sono perfetta espressione di cosa è l’Italia da cartolina di Natale dell’immaginario berlusconiano.

Sembra l’ennesima pubblicità della Bauli, in cui la keyword dominante è “bontà”.
E allora ostentiamola, questa bontà!
Ed ecco i vari politici colti in casuali pose carine accanto a bambini sorridenti. Bambini da cartolina, peraltro, vestiti appositamente a festa (ho già messo in preallarme l’equipe di psichiatri che si occuperà di curare, una volta adulta, la povera bambina col papillon marrone nella foto con Cossiga) e messi lì a figurare, dopo chissà quante dolorose prove circondati da fotografi incazzati e urla del tipo “Michela fai più l’occhio da derelitta, altrimenti il Presidente Schifani poi ti sculaccia, eh!?”.

Telefono Azzurro? Sì, già all’altezza di maggio ho composto le prime 2 cifre del numero. Ma siamo il paese di “Piccoli fans”: di fronte a scene simili la stragrande maggioranza degli italiani si commuove, non chiama di certo la polizia.
Bisogna rassegnarsi.

Al di là dello sfruttamento paraculo dell’immagine dei bambini in situazioni potenzialmente pericolose (ve lo vedete Cossiga che chiede ai frugoletti “la vostra maestra è ancora viva? O è stata bastonata ad arte, come ho - modestamente - proposto?”), quello che spaventa è soprattutto la lineup delle playmate politiche di ciascun mese.

In primis l’opposizione non esiste. O meglio, esiste quello che il berlusconismo considera l’opposizione ideale. Cioè, su 12 fotografie gli “oppositori” sono 2, ovvero un nonnetto democristiano di lungo corso come Franco Marini e - ripescato dall’oblio nonostante politicamente e istituzionalmente conti quanto il mio verduriere - nientemeno che Fausto Bertinotti.

Peraltro il cittadino semplice Bertinotti è ritratto - a conferma di una precisissima progettazione estetica di queste foto - con le uniche due bambine non vestite a festa, anzi opportunamente conciate un po’ da zingare e un po’ da hippy, con un non trascurabile dettaglio per cui una delle due sfoggia sul vestitino un’inspiegabile quanto eloquente stella rossa.

Facendo i ragionieri, un’opposizione democristianissima, vecchia e alle soglie dell’impresentabile, con in più il “comunista fenotipico” da zoo o da commedia di Pozzetto: il mostro da tenere in salotto perché fa chic e anche un po’ orrore alle madame. 

Insomma, Bertinotti se lo coccolano su Mediaset da secoli, è tempo di ritirarlo fuori non appena la crisi si ammoscia un po’.

E dire che l’assenza di esponenti dell’opposizione sarebbe tecnicamente una buona notizia. Pensate che bello sarebbe se i vari Fassino, Rutelli, ecc. si fossero semplicemente eclissati dicendo “Il calendario coi bambini fatevelo voi, noi nonostante tutto abbiamo un senso della decenza e non ci prestiamo ad operazioni paracule di questo genere”.
Ma conoscendo Veltroni & C. è inevitabile pensare che su un calendario così i “nostri” si sarebbero buttati a pesce.
Semplicemente non li hanno invitati.

Segnalo a parte, in quarta di copertina, defilata, una figura mezzo bipartisan come Umberto Veronesi, che sì, si è candidato per il PD “ma alla fine è uno dei nostri, perché fa i miliardi”.

Il resto delle 10 immagini è emblematico: i ministri più in vista, quelli più televisivi, presentabili e utilizzabili a fini professionali (quindi niente leghisti e spazio ai più popolari secondo i sondaggi), due senatori a vita (in sostanza gli unici due ascrivibili alla destra, cioè Andreotti e Cossiga) e i presidenti di Camera e Senato, cioè un untuosissimo Schifani e un Fini a cui bisognerebbe spiegare che gli anni Ottanta sono finiti e il “bronzo” non tira più, soprattutto nella versione “fratello di Sammy Barbot”.

In ultimo, lui: Silvio la Tigre, rigorosamente a dicembre, in una posa che non lascia spazio ad interpretazioni terze: sguardo adorante e - notate bene - bambini non ariani, anzi vagamente stranieri ma non “negri” o “musi gialli” o peggio ancora “arabi”: quel bel mulatto da spot della Barilla, che piace tanto alle nonnine.
E Lui in mezzo, che li tiene in braccio, occhi socchiusi a dire “dio mio come sono buono, sto proprio bene in mezzo ai bambini”. 

Insomma, l’immagine perfetta per il “nonno d’Italia”, che in un paese civile sarebbe qualche vecchietto fotogenico infastidito dalla stampa che lo obbliga a fare la faccia buona mentre beve vinaccio alla bocciofila
In Italia, tristemente, il nonnino buono nazionale ha un ruolo precisissimo: Presidente della Repubblica.

Se vi state chiedendo cosa voglia fare Berlusconi da grande, guardate quella foto e la risposta verrà da sé. Come la nausea. http://www.suzukimaruti.it/


Il mio Pd corre un grave pericolo (di Michele Salvati)
Anche la fase che fece seguito alla sconfitta del 2001 vide incertezze e tensioni nel centrosinistra - Cinque nodi - Da Il Riformista

Anche la fase che fece seguito alla sconfitta del 2001 vide incertezze e tensioni nel centrosinistra. Ma i riformisti avevano ancora una carta da giocare e la giocarono, sia pure confusamente e in extremis: la trasformazione dell'Ulivo nel Partito Democratico. La fase che si è aperta dopo la sconfitta dell'aprile scorso vede incertezze e tensioni forse minori di allora, e sicuramente meno aperte, ma la carta da giocare non c'è più. Oggi non c'è una via d'uscita: o il Partito democratico regge e si consolida, oppure crolla l'intero disegno strategico che il centrosinistra ha perseguito da dodici anni a questa parte.

Poco male, diranno alcuni: la sinistra riformista non muore se muore il Partito Democratico. Se così avverrà, vuol dire che il progetto era mal congegnato, astratto, antistorico. Oppure - diranno altri - vuol dire che sono stati commessi errori irreparabili da parte dell'attuale segretario. Io la penso in modo diverso. Continuo a credere che il progetto del Pd sia un buon progetto, storicamente maturo nel nostro Paese, potenzialmente capace di unificare i riformismi che stanno tra il centro e la sinistra. E che, se il segretario ha commesso errori - quasi sempre condivisi dai massimi dirigenti del partito - questi non sono irreparabili. Penso anche, però, che il Pd sia in serio pericolo. Penso infine che, se fallisse, di certo la sinistra riformista non morirebbe, ma resterebbe tramortita per un periodo imprevedibilmente lungo.

Tranne queste ultime, si tratta di opinioni che qui non posso difendere: l'ho fatto tante volte in passato e le mie idee in proposito non sono cambiate. Posso però motivare il mio allarme per lo stato attuale del partito. Prima di entrare nel merito, due premesse. (a) La prima è imposta dal momento in cui scrivo, dall'esplosione della "questione morale" in riferimento alle amministrazioni locali di centrosinistra. Non ne tratto perché, pur essendo dannosa per l'immagine del Pd, non costituisce una di quelle minacce alla sua identità/sopravvivenza di cui intendo occuparmi ora. Anzi, esaurite le polemiche, essa potrebbe persino lasciare due conseguenze positive. Una maggiore attenzione del partito sull'attività delle persone che esso candida a cariche istituzionali, come è prevista con lungimiranza e dettaglio sia dallo statuto, sia dal programma. E una maggiore cautela nel fondare su questioni di moralità/legalità la distinzione tra il centrodestra e il centrosinistra. (b) La seconda premessa è che mi riferisco alle condizioni minime di funzionalità del Pd, come di fatto è uscito dalla fusione di due partiti e due ceti politici. Detto altrimenti, non mi riferisco ad una radicale riapertura del cantiere dell'Ulivo, come alcuni sognano e anche a me piacerebbe, ma che trovo al momento poco realistica.

Le difficoltà del Pd, quelle che ne appannano l'identità e ne minacciano la sopravvivenza, non stanno né nelle sue proposte di politiche europee e internazionali, né in quelle relative a questioni economico-sociali, né in quelle miranti ad una maggiore efficienza del settore pubblico. E neppure in quelle, delicatissime, riguardanti immigrazione e ordine pubblico. Insomma, per gran parte delle materie che maggiormente interessano ai cittadini, non vedo ostacoli che impediscano la costruzione di un programma buono e largamente condiviso. E infatti era buono e condiviso il programma presentato nelle ultime elezioni. Omettendo in questo articolo una dimostrazione di quanto ho appena affermato, tento un breve catalogo delle ragioni che, a mio parere, minano la credibilità del Partito democratico e l'efficacia della sua azione. Si tratta di interna corporis, di problemi che normalmente ai comuni cittadini non interessano, ma poi si riflettono in una confusione dell'immagine del partito e in incertezze della sua leadership.

1 Un residuo problema ideologico-culturale. Quante volte si è detto che il successo dell'operazione Pd lo si sarebbe misurato sull'effettiva integrazione tra le grandi tradizioni riformistiche che in esso confluivano, e soprattutto tra la tradizione cattolica e le altre: socialista, comunista, liberale! Che si sarebbe misurato sulla formazione di un nuovo patriottismo "democratico", che superasse e avvolgesse i precedenti patriottismi. Se questo è il metro di misura, si deve concludere che si è trattato di un insuccesso. Sinora. Le vecchie appartenenze continuano a dividere il partito e un nuovo patriottismo "democratico" non si è ancora formato. Perché?
I motivi ideologici di dissenso sono seri, anche se non insuperabili: sui temi della famiglia e delle convivenze, sui temi eticamente più delicati, sulla laicità, sui rapporti colla Chiesa cattolica e le altre confessioni, ci sono differenze reali, e su di esse si formano patriottismi tenaci. Patriottismi che la nuova identità democratica fa fatica a inglobare per la debolezza della distinzione tra destra e sinistra oggi, per la fragilità del "patriottismo di sinistra". Il centrodestra non è più reazionario e codino e il centrosinistra è venuto a patti con il mercato e l'individualismo liberale: passare dall'uno all'altro schieramento, per molti, non è più sentito come un tradimento identitario. Mentre può essere sentito come tale, da non pochi cattolici, il venir meno alle indicazioni delle gerarchie ecclesiastiche. Su gran parte dei problemi che interessano il cittadino comune c'è una notevole omogeneità tra le grandi tradizioni riformistiche. Ma anche il divorzio, l'aborto, la procreazione assistita, la differenza tra matrimonio e convivenze, l'accanimento terapeutico, l'eutanasia, il finanziamento statale delle scuole confessionali..., e via seguendo, sono temi che interessano i cittadini, e forti differenze nelle esternazioni di autorevoli esponenti del partito non avvantaggiano certo la sua immagine. In sintesi: il programma dell'Unione era molto incoerente; quello del Pd lo è assai di meno, ma residua un'area di incoerenza significativa. Dunque, motivi di dissenso ideologico ci sono. A mio avviso essi sarebbero facilmente componibili se non si sovrapponessero a vecchie appartenenze organizzative e ai modi in cui queste si sono trasferite nel nuovo partito: non è sempre facile capire se il dissenso ideologico è causa di separatezza organizzativa, o se è un puro pretesto per giustificarla. Per come si sono svolte, le primarie non sono state un'occasione di rimescolamento delle vecchie forze o di ingresso di nuove, ma un semplice veicolo mediante il quale si sono trasferiti nel nuovo partito i due ceti politici di Ds e Dl, più o meno - poche le sorprese - nelle proporzioni fotografate al momento della fusione. Dopo d'allora queste proporzioni si sono mantenute, sia a livello locale che a livello nazionale. Su questo tornerò subito, perché riguarda uno dei temi che dobbiamo trattare, l'organizzazione del partito. Ricordavo qui il problema perché la somma di differenze ideologico-culturali e di diverse origini organizzative ha creato un partito a "canne d'organo", a pilastri paralleli, attentissimi alla propria indipendenza e alle proporzioni relative, pronti alla polemica tutte le volte che le proprie bandierine sono minacciate: un esempio canonico (e noioso) è quello del gruppo parlamentare europeo, ma non passa giorno che non ce ne offra uno nuovo. Un partito a pilastri o a canne d'organo, oltre ad essere poco attraente per l'elettore, è un partito già predisposto per la rottura. Il Pd nasce sulla scommessa di fondere i riformismi storici, di creare una emulsione fine tra riformismi laici e riformismo cattolico. Se si perde la scommessa, si perde il partito.

2 Il modello di partito. Sale ovunque la richiesta di un partito solido, radicato nel territorio, con organi dirigenti ben definiti e ragionevolmente stabili: insomma, il vecchio modello del Pci e dei grandi partiti socialdemocratici europei. In modo diverso, della stessa Democrazia cristiana. E nello stesso tempo è forte l'attrazione per un modello di partito aperto ai potenziali elettori, continuamente rimescolato da elezioni primarie: l'Ulivo è nato su questo disegno, soprattutto perché è attraverso le primarie, primarie vere e competitive, che si pensava di sparigliare le vecchie appartenenze. Ora si tocca con mano che tra i due modelli c'è una forte tensione, se non una contraddizione di principio. E che l'attuale statuto è un compromesso precario e instabile tra i due. Non c'era bisogno di aspettare il pasticcio di Firenze per rendersi conto dell'effetto dirompente che primarie vere, fortemente competitive, esercitano sul vecchio modello: non è certo per ignavia che Bersani non volle affrontare la competizione con Veltroni. Per dirla con D'Alimonte «in gioco ci sono due diverse concezioni della democrazia e del ruolo dei partiti. Non si può avere tutto e il contrario di tutto - partiti forti e primarie vere, democrazia dei partiti e democrazia diretta - senza aver approfondito come questi diversi elementi possano coesistere in una sintesi coerente». Ma una qualche sintesi provvisoria, più spostata verso il partito tradizionale o verso il partito all'americana, bisognerà pur raggiungerla. Come bisognerà pur raggiungere una qualche sintesi tra il modello federale o nazionale: i due problemi sono parzialmente collegati, perché un modello di primarie regionali ben si adatta a un modello federale, a… un modello di "cacicchi", qualcuno direbbe. Ma il collegamento non è necessario: si possono avere primarie vere su un impianto nazionale e si può avere un modello federale anche con primarie finte e organizzazione di partito tradizionale. Comunque, per entrambi i problemi, è difficile presentare agli elettori un profilo convincente nel contesto delle continue polemiche suscitate dalla loro mancata soluzione. Da una soluzione tradizionale, o da una innovativa. O da un qualche compromesso tra le due, ma chiaro e lealmente accettato dalle parti in contesa. Il problema è serio, anche se, per fortuna, non si sovrappone al problema precedente, giacché "tradizionalisti" e "primaristi", con una netta prevalenza dei primi, sono ben distribuiti nel ceto politico che proviene dai due vecchi partiti.

3 La forma di stato e di governo. Anche la problematica istituzionale e costituzionale poco interessa gli elettori, ma è fonte di tensioni e polemiche interne e dunque raggiunge i comuni cittadini attraverso la cattiva immagine che da di sé un partito diviso e litigioso. Un pezzo importante di questa problematica è all'ordine del giorno, il federalismo fiscale, ma altri sono in lista d'attesa: in tema di giustizia, di forma di governo, di sistema elettorale. Sul federalismo fiscale, e ancor di più sugli altri temi di riforma costituzionale, i dissensi sono molto forti (lo sono anche nel centrodestra, ma è magra consolazione). C'è chi pensa (anche se non lo dice) che la riforma del titolo V sia stata una grande sciocchezza, un cedimento nei confronti della Lega, e che la Costituzione non dev'essere rimessa in alcun modo in discussione, né per quanto attiene alla forma di Stato, né per la forma di governo. E ci sono federalisti convinti e innovatori forti sulla forma di governo, disposti a significative modificazioni dell'intero ordinamento della repubblica, parlamento, presidenza, governo, ordine giudiziario. Per fortuna, anche in questo caso, i contrasti cui abbiamo accennato non si sovrappongono alla frattura tra i due ceti politici di provenienza, e dunque non l'aggravano, essendo largamente trasversali a entrambi. Ma creano tensioni e incertezze, ostacolano la libertà di movimento e l'iniziativa politica, specialmente quando il governo è impegnato in un programma di riforma costituzionale che esigerebbe una risposta chiara da parte dell'opposizione.

4 Il futuro del sistema partitico, le alleanze e la legge elettorale. Questo è un tema che divide il partito in profondità, anche se vale la stessa osservazione già fatta per i due precedenti: la linea di divisione non passa tra ex-Ds ed ex-Dl, essendo trasversale a entrambi. Insieme con la mancata integrazione dei due ceti politici, si tratta del (potenziale) conflitto più minaccioso per la sopravvivenza del Pd. Finora è rimasto latente perché lo strumento che potrebbe trasformarlo in conflitto aperto - una riforma della legge elettorale - non è disponibile: al centrodestra va benissimo la legge attuale, o comunque qualsiasi legge proporzionale con premio di maggioranza per la coalizione, e finché le cose stanno così ci si deve rassegnare al bipolarismo in cui ci troviamo. Si tratta di una condizione molto sfavorevole per il centrosinistra, perché non ha funzionato né la strategia di chiamare a raccolta l'intero fronte antiberlusconiano (2006, esito pari, e poi governo affannato e litigioso), né quella dell'"andare da soli" (2008, pesante sconfitta). Come reagire? Anche se l'attuale governo scontentasse profondamente gli elettori, montare una coalizione antiberlusconiana tipo 2006 difficilmente garantirebbe una vittoria: l'Udc e altri gruppi centristi mai parteciperebbero all'alleanza e, nel caso improbabile di una vittoria, sarebbe invece probabile un governo incoerente. Quanto all'alternativa dell'"andare da soli", essa può essere stata utile per affermare l'identità del neonato Pd nel 2006, ma si è visto quali esiti elettorali produce. È per questo che molti nel Pd, sia di provenienza Ds che Dl, guardano con interesse ad una possibile alleanza con l'Udc e - se e quando sarà possibile - ad una legge elettorale di tipo tedesco, proporzionale con sbarramento, ma senza premio di maggioranza per la coalizione. È evidente che, in questo caso, l'alternanza come si è praticata negli ultimi quattordici anni sarebbe finita, i governi non sarebbero scelti dagli elettori ma formati in parlamento, e sarebbero fortemente avvantaggiati i partiti che si collocano al centro dello schieramento politico e possono allearsi sia a destra che a sinistra. La strategia dell'Ulivo, strettamente legata ad una legge elettorale maggioritaria, alla possibilità di alternanza, alla formazione di due coalizioni contrapposte e tra le quali gli elettori devono scegliere, non sarebbe più praticabile e la stessa sopravvivenza del Pd com'è adesso, come tentativo di fusione delle tradizioni riformiste laiche e cattoliche, sarebbe probabilmente minacciata. Si creerebbe infatti lo spazio per un partito centrista moderato, a prevalente ispirazione cattolica, un partito che parteciperebbe a tutti i possibili governi, e il suo potere di attrazione sui cattolici moderati, ora costretti a schierarsi a destra o a sinistra, sarebbe molto forte. Il Pd, in questo caso resterebbe un partito a prevalente ispirazione socialdemocratica, che al governo potrebbe partecipare solo alleandosi con il partito (o i partiti) di centro, probabilmente destinato/i a rafforzarsi.

5 Come fare opposizione. Le incertezze che il Pd ha manifestato in questi otto mesi di opposizione non possono essere imputate solo al mutato atteggiamento di Berlusconi o al pressing incessante di Di Pietro, ma ad oscillazioni nel gruppo dirigente circa l'immagine che il Pd vuole dare di sé. Quale immagine? L'immagine di un partito responsabile, con idee proprie su ogni problema di governo, pronto a contrastare i provvedimenti della maggioranza se da quelle idee si discostano, ma anche a collaborare se è possibile trovare una mediazione benefica per il Paese? Insomma, l'immagine che si è data al Lingotto e in campagna elettorale, e che si voleva dare col governo ombra? Oppure l'immagine di un partito ostile in via pregiudiziale, che approfitta di ogni passo falso del governo per segnalarne l'inettitudine o lo spirito partigiano, senza curarsi più di tanto di proporre alternative realistiche ai provvedimenti che critica? Affermare la prima immagine non è facile e nel breve periodo può essere costoso: significa abbandonare il principale privilegio dell'opposizione, che è quello di criticare senza fare contro- proposte realistiche e di sostenere le ragioni di tutti gli interessi colpiti dai provvedimenti dei governo. Significa avere idee sufficientemente chiare e condivise su una vasta gamma di problemi, e abbiamo appena visto che su alcuni questa condivisione manca. L'immagine alternativa è più facile ed è quella cui buona parte del popolo di sinistra è stato assuefatto nei lunghi anni di demonizzazione reciproca tra centrodestra e centrosinistra. E siccome la concorrenza di Di Pietro su questo bacino elettorale è forte, e Berlusconi poco affidabile come interlocutore e anche lui pronto alla demonizzazione (Il Pd "marxista-leninista"? Suvvia!), lo spostamento in direzione di questa seconda immagine è stato quasi imposto dalle circostanze. Ma è proprio questa l'immagine che il Pd vuol dare? Dov'è andato a finire lo spirito del Lingotto e del governo ombra?

Madamina, il catalogo è questo. Questo è il catalogo delle difficoltà che incontra il progetto del Partito democratico: messe una di seguito all'altra, fanno una certa impressione e segnalano una situazione di pericolo. Il progetto può fallire. I due pilastri dei partiti costituenti sono ancora sufficientemente distinti da potersi staccare o frammentare, qualora un diverso sistema di incentivi istituzionali ed elettorali ne fornisse l'occasione. La grande innovazione delle primarie fa fatica ad attecchire in un partito che di fatto si è riorganizzato in modo tradizionale. Sulle riforme istituzionali e costituzionali le idee sono contrastanti. Si sta facendo sempre più forte la sensazione che il il Pd non sia in grado di vincere costruendo una grande coalizione, e men che meno correndo da solo. "L'Italia è fatta così", "è un Paese naturaliter di destra", e la via d'uscita che non pochi auspicano è quella lasciare liberi tutti in un gioco proporzionale: il governo, come prevede la Costituzione, lo si farà in parlamento e, se va bene, la sinistra riformista governerà insieme al centro. Forward to the Past, avanti verso il passato! Questa sarebbe la fine del bipolarismo, dell'Ulivo e probabilmente dello stesso partito democratico, come fusione delle grandi tradizioni riformiste.
Non credo affatto alle affermazioni che ho messo tra virgolette, ma la risposta di chi ci crede ha una sua forte e conservatrice coerenza: perché imbarcarsi in una faticosa convivenza - nel partito democratico - con chi proviene da diverse tradizioni? Perché mettere in piedi le primarie, macchine complicate e che rischiano di spaccare quel poco che rimane del partito? Perché rimaneggiare, nuovi apprendisti stregoni, la forma di stato e la forma di governo disegnate dalla Costituzione repubblicana? Perché non tornare al centro-sinistra, con un robusto trattino in mezzo? Come si vede, per tutti o quasi i problemi che ho menzionato, le possibili risposte si lasciano facilmente collocare su un asse dove, ad un estremo, c'è una posizione conservatrice ("ci siamo sbagliati, torniamo indietro"), all'altro estremo una posizione di rilancio del progetto ("non siamo stati abbastanza coraggiosi"). Sono entrambe posizioni comprensibili e legittime, come lo sono altre possibili, intermedie. Il guaio è che non vengono fuori con chiarezza. La mancanza di chiarezza, di discussione esplicita, induce sospetti e conflitto, un'atmosfera di crispacion, direbbero gli spagnoli - di irritazione, di esasperazione - che avvelena il partito. Non sarà certo la conferenza programmatica a metter fine a questa atmosfera. Forse potrà farlo un congresso ben preparato. Molto ben preparato, da dirigenti che si rendono conto del pericolo.

 


       CommentoFonte Il Riformista

 

http://www.welfarecremona.it/wmview.php?ArtID=10983



dicembre 13 2008

Dalla monarchia alla diarchia
Intervista ad Arturo Parisi, leader dei Democratici per la Democrazia nel Pd
di Nicola Maranesi - da La Discussione


Qual è se c'é il nesso tra ondata di indagini che riguardano i democratici e crisi interna al Pd?

"Gli episodi a noi difronte sono tra loro molto diversi e come tali vanno considerati. Pur distinti dal punto di vista oggettivo, non soprende tuttavia che dal punto di vista oggettivo di chi li osserva possano essere considerati e raccontati come espressione di un fenomeno unitario. Questo é appunto a causa della indiscutibile crisi che il Partito attraversa. In un partito che, come purtroppo capita oggi a tutti i partiti, si era illuso di poter affidare il suo funzionamento, la sua identitá, e prima ancora la sua legittimazione alla incoronazione di un leader, é inevitabile che la sconfitta elettorale producesse una crisi della leadership e quindi una crisi del partito. Da questo punto di vista, negare la sconfitta piú che una tentazione é una necessitá, una necessitá che accomuna piú o meno tutto il gruppo dirigente del partito. Da questo punto di vista la vicenda del Pd é un "memento" per tutti i partiti che si affidano alla personalizzazione della leadership. Oggi siamo di turno noi. Quello che capita a noi capiterebbe e capiterá tuttavia a qualsiasi altro partito che non disponga di regole condivise e, soprattutto, praticate che gli consentano di superare le sconfitte".

Qualcuno sta pensando di approfittare dell'ondata giustizialista per avviare un ricambio della classe dirigente?
"Non mi risulta. Ma considererei questa tentazione inevitabile. Quando salta il principio di solidarietá e non si dispone di regole per superare assieme le difficoltá ognuno cerca di trarre il proprio bene dal male comune. Battere il "mea culpa" sul petto del vicino e da sempre nei partiti una delle pratiche piú diffuse".

É un caso che tutto ciò avvenga alla vigilia del "chiarimento" interno al Pd?
"Se il chiarimento é quello che dovrebbe uscire dalla conta dalla Direzione del 19 dicembre alla quale Veltroni ha sfidato quelli che vengono definiti "i suoi anonimi oppositori", penso che non ci sará nessun chiarimento perché in quell'organo non ci potrebbe nessuna conta. Rispondendo a questa stessa domanda Rutelli l'ha detto molto bene nei giorni scorsi in una intervista alla Repubblica.
"Walter Veltroni é stato scelto da due milioni e mezzo di cittadini che lo hanno votato alle primarie solo un anno fa. Le pare possibile che lo possano mettere in minoranza duecento dirigenti di partito?" Il fatto é che Rutelli ha ragione perché quei dirigenti sono privi di ogni legittimitá perché nominati dallo stesso segretario. Peccato che "i duecento dirigenti di partito" sono appunto la Direzione del Partito. Poiché nessuna conta é possibile escludo che qualcuno faccia alcunché per paura di una cosa impossibile".

Quali sono i "nodi politici" sui quali secondo Veltroni-D'Alema ci sarebbe bisogno di un chiarimento?
"Forse é meglio chiederlo a loro. Sarebbe utile a tutti. Se il chiarimento fosse possibile, o, almeno, desiderato, i temi non mancherebbero. Gran parte di essi sono peraltro gli stessi che tutti, tutti i partiti, e non solo dentro il mio partito, ci portiamo appresso da troppo tempo irrisolti. La forma di Stato. la forma di Governo, la concezione della democrazia, il ruolo dei Partiti, la presenza dello Stato nella economia. Il mancato chiarimento al nostro interno impedisce invece ai cittadini di capire quali siano le differenze con la maggioranza e a noi di svolgere con forza e credibilitá la funzione di opposizione. É anche per questo che siamo finiti al paradosso. Con Tremonti che ogni giorno rovescia una delle sue posizioni di un tempo e forte solo dei suoi errori passati pretende di darci lezioni senza avere alcun titolo a farlo. Questo per non parlare delle lezioni di morale del Presidente Berlusconi".

A cosa servirà quindi questa Direzione?
"Purtroppo si annuncia come una occasione per sottoscrivere una ennesima tregua tra i principali contendenti, e comporre per un momento le divergenze e le recriminazioni interne al gruppo dirigente. Non credo che la sostituzione di una facciata monarchica con una diarchica, cambierá la natura oligarchica della attuale conduzione del partito. Il fatto é che si va aprendo nel Paese una stagione che puó farsi drammatica, una stagione che potrebbe chiedere alla politica una serietá e una veritá della quale sembra spesso sprovvista. Dove troveremo l'autoritá e la forza per confrontarci con la disperazione se non le cerchiamo nel consenso dei cittadini con le regole della democrazia? É a questo che servono i partiti: porte, ponti e canali tra la societá e le istituzioni. Non vorrei proprio che finissimo nelle mani di nuovi "uomini della provvidenza". Lei mi chiede sull'appuntamento che attende il mio partito e io le ho risposto per quel che riguarda il mio partito, con la severitá di chi chiede al suo partito quello che non chiede a partiti che non ha mai scelto come suoi. Mi consenta tuttavia di ricordare che se i nostri fatti sono spesso lontani dalle nostre parole, in altri partiti ad essere inadeguate, oltre che i fatti, sono le parole. Non vede, almeno in televisione, a che cosa sono ridotti tutti i partiti. Non é un caso che ho riconosciuto sconsolato agli altri che almeno non fanno nemmeno finta di essere una cosa che non sono piú. Non é proprio un complimento. No! Il momento chiede ad ognuno di fare la sua parte. Chi é al governo governi. Chi é alla opposizione faccia l'opposizione, una opposizione di governo, ma pur sempre opposizione. Due voci dicono meglio di una. Quattro occhi vedono meglio di due, soprattutto quando dietro di esse ci sono le voci e lo sguardo di milioni di cittadini attivi".

Veltroni presenterà un documento pregnante o fumoso?
"Io resto convinto della totale illegittimitá democratica della Direzione e della sua inadeguatezza alle urgenze del momento, e quindi confermo il mio severo giudizio sulle responsabilitá della Segreteria del mio partito. Non posso tuttavia non augurarmi che Veltroni corrisponda alle attese con una proposta nitida. Anche se, purtroppo, non mi é dato di discuterne nel partito e meno che mai partecipare a decidere secondo le regole della democrazia, anche quello di Veltroni puó essere un contributo utile e comunque importante. Nonostante al Segretario di un partito, piú che un discorso si chieda una coerente condotta di azione credo che tutti dovrebbero leggerlo con attenzione".


dicembre 12 2008

"Pd. Non disturbare i manovratori, primarie addio"
di Franco Monaco, Il Foglio - Ha ragione Francesco Cundari: nel PD, primarie indietro tutta. Ricordate la
disputa teorica e il braccio di ferro pratico, in sede di elaborazione
dello statuto PD, tra partito leggero e partito strutturato, tra primarie e
congressi, tra elettori e aderenti? Non ne resta nulla. Ora apprendiamo che
la parola d'ordine del vertice PD, che sulle primarie (ancorche' non
competitive) fonda la sua legittimazione, e': diffidare delle primarie,
scoraggiarne l'attuazione. Esse disturbano il manovratore al vertice, ora
che grazie alle primarie si e' insediato. Un tempo i loquacissimi
consiglieri giuridici del segretario ci ammannivano dotte lezioni sulle
primarie. Ora essi si sono consegnati al silenzio. Cosi' come, del resto,
su maggioritario e modello francese, sui quali non si azzardano a
incrociare le armi con il tedesco D'Alema. Non si tratta di questioni ai
margini, ma al contrario di nodi che decidono identita', missione e forma
politico-organizzativa del PD a loro volta inscritte in una visione
piuttosto che in un'altra dell'evoluzione del sistema politico italiano e
dei suoi attori.
Del resto, tutti, ma proprio tutti, i capisaldi della cosiddetta "nuova
stagione" del PD sono stati abbandonati o contraddetti, naturalmente senza
riconoscerlo: autosufficienza, rapporto esclusivo con l'IDV, partnership
con Berlusconi sulle regole, modello francese e ora appunto partito dei
cittadini che fa delle primarie il suo mito e il suo atto fondativo. Si
aggiunga, come sfondo sistemico, la teorizzata discontinuita' rispetto
all'Ulivo (quindici anni da buttare, si disse), teoria anch'essa rimangiata
di recente, al punto da sostenere che il PD avrebbe dovuto nascere nel
1999, al tempo del primo governo Prodi. Quando, sia detto per inciso,
Veltroni mollo' Prodi per passare, in ventiquattrore, a segretario dei DS
e sostenere il governo D'Alema insediatosi grazie al rinnegamento
dell'Ulivo preteso da Cossiga in nome di un centro-sinistra con ostentato
trattino. Di li' a poco, al congresso DS di Torino del 2000, il segretario
DS Veltroni urlo' dalla tribuna il suo sonoro no alla proposta di Parisi
che proponeva esattamente di fare insieme, allora, il partito nuovo e
unitario dell'Ulivo ovvero il PD.
Ma lasciamo stare il passato remoto. Limitiamoci all'anno del PD. Cio' che
piu' sconcerta e' la circostanza che la sconfessione totale della linea
adottata, buona o cattiva che fosse, sia stata operata senza alcuna
discussione e senza alcun passaggio democratico. Eppure in mezzo e' pur
succeso qualcosa: una disfatta elettorale e, a seguire, una catena infinita
di scontri di potere in orizzontale e in verticale, tra veltroniani e
dalemiani, tra centro e periferia. Non so se sia appropriato parlare di
questione morale (espressione oscura e suscettibile di fraintendimento). So
che e' immorale che sia stato impedito un aperto confronto politico
opponendovi due invincibili ostacoli: il patto oligarchico al vertice
foriero di finte paci e finte guerre mai connotate politicamente; la
negazione di luoghi democratici di confronto a cominciare dalla
liquidazione dell'unico organo eletto, e cioe' l'assemblea nazionale dei
delegati espressi appunto dalle primarie. Salutati e spediti a casa senza
tanti complimenti. Evidentemente le primarie sono state buone una sola
volta e per un solo giorno.
Se la radice del problema sta, come sta, nel blocco oligarchico, essa e'
semmai rimarcata dalla singolarita' di un comunicato ufficiale che informa
di un colloquio telefonico tra Veltroni e D'Alema. In quel "vertice
telefonico" e in quei rituali diplomatici non e' adombrata la soluzione ma,
all'opposto, e' enfatizzato il problema. Al piu' essi suggeriscono l'idea
che l'oligarchia inclina verso la diarchia. Evocano il vecchio spartito dei
"compagni di scuola" e la "guerra dei trentanni". Perche' i due non
dovrebbero diramare comunicati alla stregua di due capi di stato maggiore
alla testa delle rispettive truppe, ne' siglare patti o tregue piu' o meno
sincere, ma discutere di politica a viso aperto e con gli altri nelle sedi
di partito a cio' deputate. Gia', quali?


dicembre 9 2008

di Valter Gallo
Renato Soru

A me, Renato Soru, piaceva già da un pezzo, da quando, come imprenditore (Tiscali), fece delle audaci scelte di politica commerciale. La stima era poi cresciuta quando, primo tra i governatori di regione, accettò di far accollare alla Sardegna un po’ dei rifiuti campani. Non è da tutti dimostrare di avere le “palle” prendendo una decisione che gli avrebbe alienato consensi tra i suoi conterranei.

Fatta questa premessa, l’intervista rilasciata domenica sera a Fabio Fazio, che segue quella rilasciata alla Bignardi qualche settimana fa, ha “illuminato” molti facendo di Soru un credibile candidato alla successione di Veltroni, l'unico, attualmente, in grado di ergersi sopra i giochi delle correnti del PD, l'unico che, già da ora, potrebbe erodere il consenso del Cavaliere, insomma una (non) giovane speranza bianca, l’Obama italiano da tanti cercato.

Peccato che, con le “nostre” abitudini politiche, con i “nostri” politici perpetui, per avere qualche chances, dovrà aspettare almeno altri dieci anni.

ps. spero vivamente di essere smentito dai fatti. http://pennarossa.splinder.com/


dicembre 8 2008

Viva i tedeschi (quando fa comodo)




Vignetta di Molly Bezz

Signornò
dall'Espresso in edicola

Berlusconi scioglie Forza Italia dopo 15 anni con un discorsetto di mezz’ora. Veltroni annuncia la rottura con Di Pietro a “Che tempo che fa”, da Fabio Fazio, ma poi si scopre che era uno scherzo. D’Alema commissaria Veltroni e auspica un leader di nuova generazione a “Crozza Italia”, e il suo non è uno scherzo. Chissà l’invidia di Bruno Vespa, abituato a ospitare le svolte politiche a “Porta a Porta”. Partiti, leadership e alleanze nascono e muoiono in tv, senza congressi né dibattiti interni. Dopodichè, tutti a interrogarsi sul discredito della classe politica e sulle “grandi riforme” necessarie per uscirne. Ne basterebbe una piccola piccola, ma rivoluzionaria: una legge sulla responsabilità giuridica dei partiti, che regoli la democrazia interna e la gestione trasparente degli enormi finanziamenti pubblici. Non occorrono voli pindarici: basta copiare dalla Germania, dove i deputati guadagnano la metà dei nostri, sono uno ogni 112.502 abitanti (da noi, uno ogni 60.371), e i partiti devono rispettare regole ferree: l’articolo 21 della Costituzione del 1949 e la legge sui partiti del 1967.

Strano che D’Alema, grande supporter del modello (elettorale) tedesco, non ne parli mai. In Germania ogni partito, per essere tale, deve riunire il congresso almeno una volta ogni due anni, dandosi un programma, uno statuto e un vertice. E ha diritto a finanziamenti statali solo se supera il 5% dei voti alle elezioni europee o federali e il 10% alle regionali. Sennò, nemmeno un euro. I partiti devono pubblicare rendiconti annuali con le entrate (pubbliche e private) e le uscite. Come da noi. Solo che in Germania chi presenta bilanci nebulosi o falsi è costretto dal presidente del Bundestag a restituire tutti i fondi statali. E se un partito riceve soldi illegalmente, deve pagare una multa del triplo della somma incassata, più il doppio se non l’ha messa a bilancio. Le multe vengono poi devolute dal Bundestag a enti assistenziali o scientifici. I bilanci dei partiti sono equiparati a quelli delle società: se falsi o poco trasparenti, chi li firma rischia 3 anni di galera.

Con queste regole, i partiti italiani sarebbero fuorilegge o avrebbero già chiuso per fame. E molti dei loro tesorieri sarebbero in carcere. Da noi i congressi o non si fanno (Forza Italia ne ha tenuti due in 15 anni di vita); o, se si fanno, sono finti (si sa chi vince in anticipo) o finiscono in risse sulle regole malcerte, le tessere fasulle e l’uso disinvolto dei cosiddetti “rimborsi elettorali” (usati addirittura per stipendiare i leader). D’Alema, sempre da Crozza, ha spiegato il discredito dei partiti italiani con la presenza di “troppa società civile: medici,  imprenditori, avvocati anzichè politici di professione”. Strano: Obama è avvocato ma, essendo popolarissimo, ha raccolto fondi da centinaia di migliaia di cittadini, senza prendere un dollaro dalle casse dello Stato. In Italia, senza i soldi dello Stato, i partiti sarebbero tutti morti: dagli elettori non prenderebbero un euro. E provare a darsi una regolata, o almeno qualche regola?http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/


dicembre 5 2008

Parisi: "Walter doveva lasciare come Al Gore. Non è lui che può dare un futuro al Pd"
di Luciano Nigro, Repubblica -
ROMA - «Veltroni avrebbe dovuto farsi da parte, semplicemente, come Al Gore. E invece è dal giorno della disfatta di Roma che invoca "conte" e congressi impossibili. E´ come la supplente che più grida "basta" più alimenta il caos». E´ sferzante Arturo Parisi con il segretario del Pd che su Repubblica sfida i suoi avversari a venire allo scoperto e porre il problema della "leadership".
Perché, professore? Non crede che l´incontro del 19 dicembre possa essere l´occasione di un chiarimento nel Pd?
«Nessuna conta è legittima in quella direzione da lui stessa nominata. E il congresso è stato più volte rinviato, si figuri adesso quando ormai le elezioni europee bussano alle porte».
Da sei mesi lei attacca il segretario "inadeguato" e il Pd affossatore dell´Ulivo. Chi altri ha sfidato Veltroni, secondo lei?
«Sarebbe meglio chiederlo a lui. Invece di denunciare come "anonimi" oppositori che conosce benissimo, sarebbe meglio che li chiamasse in causa per nome e cognome e li invitasse ad un confronto aperto».
E i veleni da dove vengono?
«Non è dalla parte degli ulivisti che deve guardare chi li cerca. A differenza dei suoi oppositori occulti, ho denunciato apertamente i suoi errori politici. Semmai, di fronte alla profondità del danno, la mia opposizione è andata indurendosi».
Dunque non chiederà a Veltroni di farsi da parte?
«Solo chi non ha orecchie non ha sentito quello che gli chiedo da mesi. Il segretario ama rivendicare la sua vittoria nelle primarie. Dimentica che lui le primarie le ha vinte, ma ha perso le elezioni finali. Il suo caso è quello di McCain, non di Obama. Ce lo vede McCain a rivendicare la rivincita? Il guaio è che Veltroni ama riferirsi alla America per la parte che torna».
Con chi lo cambierebbe, se si facesse da parte?
«Con chi riesce a proporre un futuro al Paese e a costruire un partito che lavora per quel futuro. Ma se non apriamo un confronto sul futuro non riusciremo mai a capire chi intende mettersi al servizio di questo futuro e men che mai quali sono le sue proposte».
Quanto è grave la questione morale nel Pd?
«L´unica questione morale degna in un partito di questo nome è la questione del rispetto delle regole. Mantenere la parola data. Dire solo cose che si pensa di poter mantenere. Noi invece ci stiamo riempendo di paroloni in italiano, e ancor più in inglese, che sappiamo di non poter onorare. E la gente ci misura. Tra un peccatore confesso e un virtuoso finto gli italiani preferiscono sempre il peccatore confesso. Almeno non gli fa la predica».
A Firenze è giusto che gli indagati partecipino alle primarie?
«Firenze è meglio lasciarla ai fiorentini e a chi conosce le cose. Quanto agli indagati, dobbiamo abituarci all´idea che, fino a che non si è condannati, si deve essere riconosciuti innocenti. Anche perché si può essere indagati per cose molto diverse tra loro».
In Europa il Pd deve aderire al Pse o ha ragione Rutelli che non vuole morire socialista?
«Il Pd è un partito nuovo. Se il Pd deciderà di associarsi al Pse, mi assocerò al Pse, ma a precise condizioni, sulla base di un confronto aperto, e di una decisione democratica. Mai però entrerò nel Pse al seguito del segretario dei Ds».
Lei agita il referendum contro il lodo Alfano e contro la legge elettorale come una clava. E´ un Pd "dipietrista" quello che ha in mente?
«Su Di Pietro e il Pd io so una cosa sola. Che Veltroni lo ha scelto come unico alleato mentre diceva di presentarsi da solo, e soprattutto inaugurava una linea di dialogo con quello che lui definiva "principale esponente dello schieramento a noi avverso", quello che i cittadini continuavano a chiamare Berlusconi. A cambiare è stato Di Pietro, Berlusconi oppure Veltroni?».



novembre 28 2008

Soru: resto se i traditori vanno a casa
di Umberto Rosso, Repubblica - CAGLIARI - «Sì, forse potrei anche riprovarci. Ma solo alle mie condizioni». Pianta paletti. Maurizio Migliavacca, inviato di Veltroni nel pasticciaccio sardo, gli chiede di ritentare, «presentati alla prova d´aula, fra un mese, per una nuova investitura», e lui detta l´unica rotta possibile. Renato Soru vuole garanzie. Perché un´altra botta in consiglio regionale sarebbe difficile da reggere per il suo futuro politico. Impegni romani blindati allora, chiede, con la controfirma del segretario del Pd. Punto primo: le liste del presidente della Regione. Nel suo nome, alle prossime elezioni un mini-arcipelago di civiche per allargare i confini del centrosinistra. Metti: sardisti per Soru, comunisti per Soru, centristi per Soru. Che fa, «prodeggia» il governatore? Fa come Romano Prodi e getta sul piatto le sue liste personali come pistola puntata? «Ma no, io sto con il Pd. E quelle forze in campo sarebbero strettamente legate al partito». Certo che la cosa qualche dubbio può seminarlo, «una lista del presidente, insomma il bis di Progetto Sardegna è uno schema possibile, però - confidava lo stesso inviato di Veltroni - una pluralità di sigle...». Non solo. E´ la prefigurazione di una nuova stagione di alleanze, la bestia nera soprattutto dei minori, Idv, socialisti, anche il Prc. «Ma il 2004 è lontano - insiste Soru - un´altra era politica, quella maggioranza non esiste più».
Vogliamo parlare del rinnovamento delle liste alle regionali? Certo, parliamone. E qui arriva il secondo paletto di Soru. «Via, al prossimo giro, tutti i consiglieri con due mandati alle spalle, aria nuova per davvero». Tira fuori l´elenco dell´assemblea in carica, e segna: Pirisi due, Pinna due, quest´altro tre, e questo qui cinque legislature. Risultato: quasi tutti gli uomini che gli hanno voltato le spalle risultano essere naviganti di lungo corso, e la metà dell´intero Pd dovrebbe dire addio al seggio. «Che dite, ce l´avranno con me e hanno fatto cadere la giunta anche per questo?». La domanda del governatore, davanti ai caffè per gli ospiti venuti da Roma, è retorica. Già, ma l´uomo solo al comando dovrà passare attraverso la legittimazione delle primarie? Anche qui, il patron di Tiscali ha idee chiare: primarie sì ma di coalizione, io contro un candidato di un altro partito, non uno che porta la mia stessa casacca dei democratici.
Migliavacca dopo due ore lascia lo studio del presidente. L´esplorazione continua con la segretaria regionale Barracciu, il capogruppo del Pd, il presidente del consiglio regionale. Niente incontri con i ribelli. Ma loro, i siluratori, trovano lo stesso il modo di fargli arrivare un messaggio. «Sinistra immobiliare? Chi ci chiama così ci offende». Sarà forse anche per questo che l´ambasciatore di Veltroni è tornato a Roma con un briciolo di ottimismo, convinto che solo qualcuno fra i ribelli ha impallinato Soru per tornare a cemento selvaggio. E se la partita è politica, allora sull´emendamento salva-Sardegna forse è ancora possibile ricucire. Almeno su quello.


novembre 24 2008

Il dalemismo 2008 non salverà il PD

Difficile a credersi, ma nella sinistra italiana c’è qualcosa di peggio del veltronismo. È il dalemismo in versione 2008. Non più una corrente di partito né un orientamento di opinione, niente che sia tenuto insieme da interessi materiali o motivazioni ideali. Molto più di questo, il dalemismo dei nostri giorni è un abito antropologico che rifiuta la politica e sceglie la dissimulazione come modalità del proprio stare al mondo. Poco o niente a che fare con Massimo D’Alema, il quale si avvia ad essere per il nostro futuro quello che l’ultimo Andreotti è stato per il nostro presente: incarnazione innocua e persino divertente di una stagione conclusa ma dotata di forza evocativa, con i celebri tic verbali al posto della celebre gobba.

Oltre D’Alema e la sua storia personale di svolte e controsvolte, l’abito che si ispira a quell’eroe eponimo pervade lo spazio sempre più vasto di tutto ciò che nel PD non è veltroniano e lo costringe a mimetizzarsi nell’attesa che accada qualcosa. Qualunque cosa, a patto che non si tratti di uno scontro politico comprensibile da persone normali.

C’è per caso qualcuno che ha davvero capito dove passi oggi il confine politico che separa veltroniani e dalemiani? Naturalmente no, perché non è la politica ma l’appartenenza etnica a separare due tribù che hanno preso in ostaggio il Partito democratico concorrendo di comune accordo a consolidare il regno berlusconiano. Due tribù che si sono affrontate in campo aperto in un’unica occasione, nell’ormai lontanissimo 1994, scegliendo poi il metodo della reciproca e alternata investitura come regime di convivenza e convenienza. Fu un’investitura quella del 1998, quando D’Alema sistemò Veltroni alla guida dei DS dovendo temporaneamente occuparsi del governo. È stata un’investitura quella del 2007, con primarie fasulle che hanno visto i dalemiani benedire Veltroni come il miglior candidato possibile. Si prepara l’ultima (?) investitura di qui a pochi mesi, dopo elezioni europee che nelle intenzioni dei dalemiani dovranno vedere Veltroni sfiancato e ormai incapace di opporsi ad alcunché che non sia una soluzione concordata di successione. Nasce da qui il rifiuto di un congresso da tenersi al più presto, per quanto la giustificazione sia di nobilissimo profilo: perché è “ora di dire basta ai lanci di pietre” e perché “oggi la crisi può mettere in ginocchio l’Italia”, secondo quanto hanno dichiarato ieri Pierluigi Bersani e Gianni Cuperlo. E va da sé che l’Italia, impegnata nello sforzo di rimettersi in piedi, non può assolutamente essere distratta da qualcosa che somigli ad una discussione politica che restituisca forza e autorevolezza al principale partito di opposizione.

Non so se gli ottimi Cuperlo, Letta o Bersani si stiano davvero preparando a lanciare la propria candidatura alla guida del PD. Quello che so è che il primo passo di chiunque abbia l’ambizione di conquistare quella leadership politica – e non solo la titolarità di un ufficio vuoto – dovrebbe essere lo scrollarsi di dosso l’investitura di un fan club intitolato a chi ha smesso da anni di fare politica.

Una leadership, una politica. È questa la legge che tiene in piedi i partiti democratici nell’era della personalizzazione. Nel PD sequestrato dalle tribù uguali e contrarie di veltroniani e dalemiani la leadership è scomparsa da tempo e la politica viene nascosta con cura sotto il tappeto, anche mentre le pareti di casa stanno crollando. Facciano pure: in fondo è il metodo che hanno seguito nell’ultimo decennio. Ma almeno chi ha intenzione di rimettersi a costruire si liberi dall’abbraccio dei serafici distruttori.http://www.andrearomano.ilcannocchiale.it/?r=142403



novembre 23 2008

" Irene, che è Successo ? "

Ivan Scalfarotto intervista Irene Tinagli.

irene tinagli x imille.jpg
La prima volta che ho incontrato Irene Tinagli non sapevo che faccia avesse
ma sapevo benissimo chi fosse. Avevo letto avidamente il saggio "L'ascesa
della nuova classe creativa" scritto dal suo maestro Richard Florida e ne
ero rimasto affascinato. La tesi portante del libro era semplice e geniale:
tanto più le società sono aperte e tolleranti, tanto più sono capaci di
attrarre quella parte di popolazione che produce più idee e più ricchezza.
Sapevo che Irene aveva partecipato alle ricerche alla base del libro e
vederla partecipare alla prima riunione dell'Assemblea Costituente del PD,
stringerle la mano e godere del suo sorriso così franco e aperto mi era
sembrato un buon segno. Poi, oggi, la sveglia. Irene Tinagli se ne va,
scrive una dura lettera a Veltroni e si dimette dai suoi incarichi
direttivi.


Irene, che è successo? 
Niente. E' quello il problema. 
Va bene. Ripartiamo dall'inizio. Come sei entrata nel PD? 
E' nato tutto dal lavoro di Florida e da Paola Concia che mi ha contattata. Ero titubante ma l'idea era interessante: un partito moderno che tentava di affrancarsi da quelle forze che avevano ostacolato il cambiamento sembrava un progetto da appoggiare.

E cos'è che non è andato? 
Prendiamo la questione Gelmini. Invece di incalzare il ministro con posizioni coraggiose e innovative ci siamo rifugiati nella retorica del precariato e arroccati sui tagli, che sono solo una parte del problema. Nemmeno un tentativo di risolvere le piaghe del sistema italiano, e anzi ci siamo schierati con quei rettori che hanno ostacolato ogni riforma nel passato.

In questi giorni, poi, non abbiamo dato una grande immagine all'opinione pubblica... 
Sulla vicenda Villari ci sono stati tre problemi: in primo luogo non è stato un bello spettacolo vedere un partito che investe il suo tempo a giocare la peggiore vecchia politica. Poi, nessuno si è assunto la responsabilita delle scelte che hanno portato certe persone a sedere in parlamento. E alla fine è arrivata la soluzione, ma questo è un classico dell'Italia intera, che è rappresentata da un validissimo signore di 85 anni.

Ma tu, Irene, che PD vorresti? 
Mi piacerebbe aprire il giornale la mattina e non trovarci polemiche tra veltroniani e dalemiani. Non sarebbe male se Veltroni e D'Alema si dimettessero tutti e due: mi pare che abbiano fatto più danni al partito della grandine. Vorrei proposte veramente innovative, vorrei vedere il partito incalzare il governo in maniera compatta e convincente. L'obiettivo non è portare 1 milione di persone in piazza, ma conquistare la fiducia della maggioranza degli italiani.

E cosi te ne torni all'estero a tempo pieno. Ma dimmi, Irene, com'è fatta l'Italia dove vorresti tornare? 
Mi piacerebbe un paese dove nessuno dicesse: "Ma come, non trovi lavoro? Aspetta che tiro su il telefono". Un paese dove i giovani che incontro non fossero tutti cosi sfiduciati e depressi.

E per avere un partito e un paese come quelli che descrivi quale sarebbe la prima cosa da fare? 
Ci vorrebbe un ricambio. Drastico.http://www.imille.org/2008/11/_irene_che_e_successo_1.html#more



novembre 21 2008

Il Pd come la Somalia

Non so a voi, ma a me gli strascichi della vicenda Latorre hanno un po’ impressionato.

Ricapitolando: c’è un esponente dell’opposizione che in un dibattito televisivo dà una mano a uno stordito esponente della maggioranza perché riesca ad argomentare contro un altro esponente dell’opposizione.

La cosa non sarà fondamentale per le sorti del Paese, però fa schifo - e Latorre ha palesemente tradito tutti quelli che hanno votato Pd per avere un’alternativa alla compagine berlusconiana, non per soccorrerla.

Bene, cosa provoca lo svelamento di questo episodio? Le dimissioni immediate di questo signore da ogni incarico parlamentare - visto che non rappresenta i suoi elettori - e il suo ritiro in una baita di montagna fino alla pensione?

Macché: provoca soltanto un ulteriore (e immaginiamo quanto gradito agli elettori del Pd) megascazzo tra dalemiani e veltroniani, con i primi che accusano i secondi di “metodi stalinisti”.

Ora, veltroniani e dalemiani, bindiani e lettiani, rutelliani e parisiani, tutti ben rinchiusi nei loro palazzi e nei loro corridoi, non si rendono neppure lontanamente conto che agli elettori del Pd - a quei milioni e milioni di italiani che si vergognano di questo governo - non gliene fotte assolutamente nulla se Latorre è un dalemiano o un veltroniano o altro. Infatti è soltanto un falsario, uno che va in tivù a dire cose che non pensa e fa dire quello che pensa al suo avversario. Uno che dovrebbe dimettersi subito, indipendentemente dalla corrente a cui appartiene e dai santi che ha in paradiso.

In un partito vivo e vero, Latorre avrebbe chiesto scusa e tolto il disturbo. In quella Somalia che è il Pd la sua grezza è diventata solo un una nuova occasione di scontro tra i signori della guerra impegnati giorno e notte a preservare e ampliare il proprio territorio, mentre attorno sta tutto bruciando.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/



ottobre 26 2008

CIRCO MASSIMO: POCHE LUCI E TANTA OMBRA



Marco Cedolin

Sarebbe facile liquidare la grande manifestazione del PD al Circo Massimo, semplicemente ironizzando sul fatto che questa adunata dell’opposizione ombra, con il suo corredo di viaggi a Roma pagati dall’organizzazione e migliaia di bandierine ancora inamidate distribuite gratuitamente, somiglia drammaticamente a quella del dicembre 2006 organizzata da Berlusconi, stessa demagogia distribuita a piene mani, stessa ricerca della partecipazione oceanica (siamo 2 milioni), stessa ostentazione di una “diversità” assolutamente inesistente fra due forze politiche che da 15 anni si specchiano l’una nell’altra alternandosi nella spartizione delle poltrone che contano.

Ascoltando le parole di Walter Veltroni, leggendo gli slogan che adornano i manifesti coniati dal PD per l’occasione e gli striscioni srotolati dai manifestanti, non si tarda però molto a rendersi conto di come la commedia dell’assurdo messa in scena al Circo Massimo meriti qualche riflessione in più in virtù della veemenza con la quale Veltroni rivendica il diritto ad “uscire dall’ombra” per diventare opposizione, non soltanto di Berlusconi ma anche e soprattutto del suo stesso partito.

Dice Veltroni fra le tante cose: “Tornano indietro gli artigiani, gli operai. C’è stato un tempo in cui la fatica, i sacrifici e il talento, la specializzazione, davano dignità al lavoro e permettevano anche di metter su un laboratorio in proprio, e poi magari una piccola fabbrica. L’ascensore
sociale funzionava, le condizioni di vita miglioravano. E comunque c’era la speranza
che questo potesse accadere”.
E poi ancora “Oggi come vive un operaio che fatica tutto il giorno, e che troppo spesso in questo
Paese sul lavoro rischia la vita, per 1.200 euro al mese? Che speranza può avere di
poter star meglio, se deve invece preoccuparsi di essere messo in cassa integrazione,
di arrivare in fabbrica una mattina e di leggere nella bacheca di servizio che fra sei
mesi si chiude perché la produzione si ferma? Tornano indietro le aziende, rischiano di tornare indietro i piccoli e medi imprenditori. Quelli che sanno mettere a punto nuove tecniche e creare nuovi prodotti, e che così hanno fatto crescere il Paese”.
E ancora “Su un muro di Milano qualcuno ha scritto: non c’è più il futuro di una volta. E’ la
cosa più grave. Ieri a vent’anni e a trenta si raccoglievano i frutti dello studio o già si
lavorava, e comunque si pensava al domani convinti che sarebbe stato migliore
rispetto alla vita vissuta dai propri genitori. Oggi i giovani italiani sono prigionieri della gabbia del precariato. Sono storie umilianti, e sono tantissime. La risposta ad un annuncio su Internet e l’invio di un curriculum, le cuffie in testa e il microfono per rispondere alle telefonate, i 1.200 euro
lordi promessi dai selezionatori che diventano 800 e cioè 640 netti considerando i
giorni effettivi di lavoro. Quattro euro l’ora. Una vita precaria e i sogni mortificati per quattro euro l’ora. Ma si accetta, perché con il contratto a scadenza si è sotto ricatto. E si accetta”.
Per concludere “la nostra è una delle società più diseguali dell’Occidente, siamo uno dei paesi nei quali la forbice tra chi ha tanto e chi ha poco o niente si è fatta più larga”.
Poi cambiando argomento e parlando di ambiente “Davvero non si capisce perché se la Germania è riuscita a creare, nel comparto delle fonti rinnovabili, duecentomila posti di lavoro negli ultimi dieci anni, da noi non possa avvenire qualcosa di simile. O perché non sia possibile seguire l’esempio della California, che puntando sull’efficienza energetica ne ha creati un milione e mezzo”.

Leggiamo sui manifesti e sugli striscioni: “ Stipendi e pensioni così non va” “Ospedali più efficienza meno liste d’attesa” “Ricercatori universitari no ai talenti svenduti” “Chi nega il futuro ai precari nega il futuro al paese” e poi ancora “NO Dal Molin si alla democrazia” “più trasporto pubblico più risparmio per le famiglie” “Italiani Sveglia!!” “ Istruzione = -7,8 miliardi, 131 cacciabombardieri F35 = 11 miliardi, più chiaro che così” “Editoria libertà e pluralismo” “Meno inquinare più riciclare per un’Italia da salvare”.

Tutti pensieri e slogan, in larga parte condivisibili, che meriterebbero la massima dignità qualora a pronunciarli fosse il leader di un partito che fa opposizione in parlamento e nelle amministrazioni locali insieme ai suoi sostenitori che portano nel Paese quella stessa opposizione. Tutti pensieri e slogan che lascerebbero intuire come il PD sia una forza politica che aspira a contrapporsi all’imperante modello neoliberista che costruisce precarietà, annienta la dignità dei lavoratori, impoverisce le famiglie e distrugge l’integrità dell’ambiente.
Ma Veltroni e il suo partito (integrazione di due partiti esistenti da molti anni come DS e Margherita) cosa hanno fatto fino ad oggi e cosa stanno facendo attualmente che li ponga in sintonia con le frasi e gli slogan che hanno composto la coreografia del Circo Massimo?
Nulla, assolutamente nulla, in quanto sono sempre stati e continuano a rimanere supinamente appiattiti su quel modello neoliberista che in maniera abbastanza ridicola oggi fingono di contestare.

Veltroni e la consorteria politica che lo contorna non arrivano da decenni di opposizione, magari extraparlamentare, ma sono stati al governo fino a sei mesi fa e governano ancora attualmente la maggior parte delle regioni del Centro- Nord Italia insieme ad un cospicuo numero di province e comuni. Durante gli ultimi 2 anni di governo gli uomini del PD non hanno varato una riforma del mondo del lavoro che contribuisse ad eliminare la precarietà, continuando al contrario ad immolare i diritti dei lavoratori sull’altare della “competitività” dispensando crescenti regalie agli amici di Confindustria. Non hanno varato una riforma dell’istruzione finalizzata ad impedire la fuga dei cervelli, limitandosi a lasciare che la perversa riforma Moratti continuasse a fare il suo corso. Non hanno riformato la sanità nel tentativo di rendere più efficienti gli ospedali e più brevi le liste di attesa, ma si sono limitati a tagliare i finanziamenti per la spesa sanitaria. Non hanno “aiutato” le famiglie ad arrivare alla fine del mese ma hanno preferito aumentare le spese militari e destinare 11 miliardi di euro all’acquisto di 131 cacciabombardieri F35. Non si sono battuti per la libertà ed il pluralismo dell’editoria ma hanno tentato a più riprese d’imbavagliare l’informazione. Non si sono contrapposti alla nuova base militare americana Dal Molin di Vicenza, ma al contrario ne hanno deciso la costruzione. Non hanno seguito l’esempio della California o della Germania, preoccupandosi invece di mettere in cantiere decine di forni inceneritori e centrali a carbone e turbogas, annientando anche in prospettiva la raccolta differenziata e ripristinando perfino (pochi giorni prima di lasciare il governo) quei contributi cip6 per gli inceneritori che di fatto riducono al lumicino i finanziamenti per le fonti energetiche rinnovabili. Non hanno finanziato il trasporto pubblico per le famiglie, abbandonando il servizio ferroviario per i pendolari ad un triste destino da terzo mondo, preferendo invece investire decine di miliardi di euro pubblici nella costruzione delle tratte TAV.

Sicuramente quella del Circo Massimo, al di là delle bandierine inamidate è stata una bella manifestazione, ricca d’idee, di calore e di argomenti pregnanti, ma con tutto ciò il PD di Veltroni cosa ha a che fare?



settembre 8 2008

Perché non avremo mai
un Obama o un McCain
di ILVO DIAMANTI

UNA PERSONALIZZAZIONE impersonale e irresponsabile caratterizza la politica italiana. Una democrazia mediatica, affollata di volti e nomi noti e visibili. Che, tuttavia, ha ridotto e quasi abolito la possibilità, per gli elettori, di esprimere scelte e preferenze "personali". Visto che ormai la costruzione delle rappresentanze politiche e parlamentari è un fatto praticamente esclusivo dei partiti, ridotti a cerchie di gruppi dirigenti ristrette e centralizzate. Eppure, quasi vent'anni fa, la storia era cominciata diversamente. La crisi del sistema politico era stata sancita, è vero, dal referendum del 1991, che riduceva le preferenze elettorali a una sola.

Ma si trattava, allora, di ridimensionare un sistema partitocratico, nel quale le preferenze costituivano uno strumento di controllo della società e, al tempo stesso, un elemento di scambio fra gruppi di potere. In seguito, siamo passati a sistemi elettorali che personalizzano il rapporto fra elettori ed eletti. Anzitutto a livello locale, con l'elezione diretta dei sindaci, dei presidenti di Provincia e, quindi, di Regione. Un rapido processo di presidenzializzazione diffusa, che il sistema elettorale della Camera e del Senato ha assecondato attraverso il maggioritario di collegio, che rende più immediato e trasparente il rapporto tra i parlamentari, i cittadini e il territorio.

Quel modello, ne siamo consapevoli, non ha ridotto la frammentazione dei partiti, tanto meno il distacco fra sistema politico e società. Ha, tuttavia, segnato una frattura, almeno a livello simbolico. Partiti contro presidenti. Riassunto dell'opposizione fra vecchio e nuovo, come ha osservato Mauro Calise.

D'altronde, i partiti si sono, anch'essi, personalizzati tutti. Dal 1994 ad oggi. Dall'archetipo insuperato, Silvio Berlusconi, fino a Walter Veltroni. Da Forza Italia all'Ulivo. Dal Partito democratico al Popolo della libertà. Passando per le diverse liste. Per limitarci alle principali: Lista Pannella e Bonino, la Lista di Pietro. Ma anche Alleanza nazionale, prima di confluire nel Pdl, nonostante disponesse di identità e organizzazione, era un soggetto identificato con il suo leader, Gianfranco Fini. E nell'Udc, ormai, la C evoca l'iniziale di Casini.

La personalizzazione è, ovviamente, enfatizzata dall'uso dei media. La televisione, in particolare, ha dato ai partiti un volto, un'immagine familiare. Anche in questa fase. I ministri più popolari appaiono al pubblico personaggi caratterizzati, che recitano in fiction di successo. Due sopra tutti. Brunetta, il vendicatore dei cittadini contro i servi fannulloni dello Stato (gli statali, appunto).

Mariastella Gelmini, protettrice dei genitori e degli alunni dagli insegnanti incapaci; restauratrice delle virtù perdute: la buona condotta, i buoni costumi (i grembiulini), i buoni maestri (unici). Mentre, all'opposizione, incontra un successo larghissimo Antonio Di Pietro, che interpreta il garante della legalità contro ogni abuso della politica; e anzitutto contro Berlusconi (che ne è il compendio). Ma anche Beppe Grillo. Attore protagonista della protesta di piazza.

Passando dal versante della partecipazione a quello della comunicazione, occorre rammentare che la costruzione del Partito democratico e, prima, dell'Ulivo, è avvenuta attraverso le primarie. Un rito di massa per celebrare la scelta del leader. Prodi, Veltroni.

Tuttavia, da qualche tempo, la personalizzazione della politica avviene insieme alla spersonalizzazione della scelta di voto. Imposta, per quel che riguarda le elezioni politiche, dalla legge elettorale in vigore dall'autunno 2005. Un proporzionale con premio di coalizione e liste bloccate. Cioè: senza preferenze.

La legge, inventata in fretta dal centrodestra al fine di contrastare il successo annunciato del centrosinistra (particolarmente avvantaggiato dal maggioritario), ha, nei fatti, rafforzato le leadership centrali di "tutti" i partiti. Consentendo loro di controllare e condizionare le candidature e, quindi, gli eletti. Mentre ha spezzato il legame dei candidati con gli elettori. Tanto che i candidati sono quasi spariti dal territorio, nel corso della campagna elettorale, limitandosi, perlopiù, ad apparire accanto ai leader nazionali, durante le manifestazioni più importanti.

Il problema avrebbe dovuto e potuto essere ridimensionato attraverso il ricorso alle primarie. Che, tuttavia, è divenuto molto intermittente. Quasi assente. Anche il Partito democratico ha usato le primarie con cautela. Evitando, comunque, di renderle troppo aperte e competitive. A livello nazionale, d'altronde, sono servite all'investitura di leader pre-destinati.

Mentre l'elezione dell'assemblea costituente e degli organismi rappresentativi a livello territoriale è stata vincolata dall'esigenza di garantire l'equilibrio tra componenti oltre al controllo (e al mantenimento) dei gruppi dirigenti. Anche nella scelta dei candidati alle amministrative (sindaci o presidenti), le primarie vengono guardate con diffidenza e trattate con prudenza. Impossibile che emergano outsider. Un Obama o un McCain de noantri. Inutile attenderli.

La questione si ripropone, oggi, in relazione al sistema elettorale che si sta progettando in vista delle prossime elezioni europee. Prevede, com'è noto, una soglia di sbarramento (3-4 per cento), per ridurre la frammentazione. Inoltre, un numero più ampio di circoscrizioni. Infine: l'abolizione delle preferenze. Su cui non c'è accordo. Ma che, indubbiamente, non dispiace - anzi, piace - ai partiti, in generale. Anche ai maggiori: Pdl e lo stesso Pd. In quanto permette loro di regolare e distribuire, con precisione algebrica e senza rischi, i posti tra le componenti (sotto)partitiche. An e Fi, da un lato. Ds e Margherita, dall'altro. Che ancora resistono e agiscono. Accanto ad altre correnti.

Vorremmo ribadire che non siamo tifosi delle preferenze. Abbiamo memoria di quando costituivano un metodo di scambio clientelare. Però insospettisce la paura che suscitano nei partiti, oggi che non hanno più basi di massa e sono ridotti a ristrette cerchie di vertice. Il contrasto tra l'enfasi sulla personalizzazione e la crescente spersonalizzazione del voto riassume quanto sia fittizia, oggi, l'opposizione fra partiti e presidenti. Visto che i presidenti identificano partiti "chiusi", la cui classe dirigente si riproduce in modo endogamico. Al proprio interno. Senza competizione; ma, semmai, per cooptazione, dall'alto.

Questo modello, peraltro, è coerente con la biografia del centrodestra. Inventata, scritta e interpretata da un Sovrano: Silvio Berlusconi. (Se ne è discusso molto nel recente convegno della Società italiana di scienza politica, all'Università di Pavia). Ma il centrosinistra e, soprattutto, il Partito Democratico - per storia, cultura e sociologia - non hanno prospettive senza coltivare il rapporto con il territorio e con la società. Senza rivalutare le primarie come metodo "vero" di consultazione e di selezione della classe dirigente. Senza dare agli elettori la possibilità di esprimere - in nessun modo - le loro preferenze personali. Senza vincolare gli eletti a un rapporto responsabile con gli elettori. Meglio che il Pd ci pensi, in vista delle prossime elezioni europee. Che, come sempre, avranno anzitutto effetti politici "nazionali". http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/politica/diamanti-7settembre/diamanti-7settembre/diamanti-7settembre.html


settembre 5 2008

One people one vote

E poi un bel giorno, all'improvviso, Veltroni batte un colpo.

Non è chiaro perché proprio adesso. È comunque tardi, ma sarebbe stato tardi anche tre anni fa. Il voto agli immigrati. Ha ragione anche Di Pietro a dire che per ora è un annuncio a vuoto. Uno slogan. Ma almeno è uno slogan. È chiaro. E riporta alla luce una verità sacrosanta. Se sono regolari, lavorano. E se lavorano, perché non possono votare?

La senti, la forza della verità che mette all’angolo gli avversari? Non c’è una sola risposta che essi possano dare a una domanda del genere. Non una che non riveli grettezza, egoismo, paura. Qui non c’è destra o sinistra, ci sono semplicemente due modi diversi di considerarsi italiani. Chi sono gli italiani? Quelli che hanno ereditato un cognome dal papà, e col cognome i diritti, i privilegi, i posti fissi e al limite i treni gratis per la partita? Oppure italiano potrebbe essere chiunque viva qui, chiunque tra Ventimiglia e Trieste si dia in qualche modo da fare per tenere in piedi questa penisola traballante. Che è più o meno quello che c’è scritto nella carta costituzionale, art. 1. Ma quella è carta, si può usare in tanti modi, ormai lo abbiamo capito. Si tratta di scegliere: che italiani vogliamo essere? Bianchi, vecchi, micragnosi attaccati ai nostri minuscoli privilegi, o un po’ più scuri e un po’ più giovani, e un po’ più aperti a un mondo che comunque ha fretta e non chiede il permesso? Ci ha messo un bel po’, Veltroni, ma ha scelto. È la prima buona notizia.

Per molti anni la Sinistra è stata accusata di favorire l'immigrazione perché voleva sostituire la classe immigrata alla vecchia classe operaia. Magari una vera sinistra avrebbe operato così, ma certo non la nostra, timida e arroccata nella difesa di privilegi di corporazione. La battaglia per il voto agli immigrati è sempre stata relegata a questione secondaria, così secondaria che a un certo punto se ne impossessò persino l'inutile Gianfranco Fini. In mala fede si dipingeva come un complotto terzomondista quello che era il primo effetto della tanto osannata (a quei tempi) globalizzazione: è stato il libero mercato del lavoro a cambiare il colore della pelle agli operai e ai braccianti, così come è stato il mito borghese dell’ascesa sociale a portare i figli bianchi degli operai sui banchi dell’università. È andata così e non c’è nulla da recriminare. Ora si tratta di ricordare che non ci sarà vera democrazia, in Italia, finché i nuovi braccianti e i nuovi operai non avranno gli stessi diritti degli altri. Questa è la vera campagna sui diritti civili.

E quando avranno il voto, magari voteranno Lega. E allora? Io me lo sogno, il giorno in cui la Lega comincerà a fare i conti con una base di elettori dalla pelle scura o dal cognome strano. Sarà il giorno in cui smetterà di essere un partito di cialtroni, in mano di pagliacci trucidi alla Borghezio. Il giorno in cui in Parlamento nessuno oserà più parlare di “reato di immigrazione clandestina” o di “reato di associazione in famiglia Rom”. Quel giorno potrei farmi leghista anch’io – perché no? Il partito che oggi candida Obama, era il partito dei segregazionisti del Sud, neanche un secolo fa. Tempo al tempo.http://leonardo.blogspot.com/


Pd: Parisi, ecco dove Veltroni ha sbagliato
AGI -
(AGI) - Roma, . -"Invece di candidarsi alla leadership del nuovo partito per succedere poi nella premiership del nuovo governo, Walter Veltroni rovescio' la sequenza, candidandosi immediatamente alla premiership e in quanto tale alla leadership del partito" dichiara Arturo Parisi a Panorama.
Dalle intercettazioni pubblicate dal settimanale risulta che Alessandro Ovi e Claudio Cavazza parlano delle primarie del Pd nei giorni che precedono l'investitura ufficiale di Veltroni.
"Nelle prime scelte sta tutto lo sviluppo successivo", dice Parisi a Panorama. "Innanzitutto nella sua investitura unanimistica da parte dell'apparato, che riconobbe in lui l'unico candidato spendibile nella gara di popolarita' con Silvio Berlusconi, anche se il meno adatto a fondare un partito. E poi nel discorso del Lingotto, che proponeva un programma per un nuovo governo e non un progetto di un partito nuovo. Tutto il resto ne viene di conseguenza".
Non e' questa l'unica critica che l'ex ministro della Difesa rivolge a Veltroni: "in vista di una accelerata sostituzione del governo" dice a Panorama, "c'era la separazione consensuale concordata con Fausto Bertinotti, guidata dall'illusione che dividersi da buoni fratelli fosse per ambedue elettoralmente piu' redditizio che arrivare a un vero confronto su un progetto politico. Mentre Berlusconi portava a ulteriore avanzamento, con le buone e con le cattive, il processo di unificazione del polo di centrodestra iniziato nel 1994, Veltroni metteva fine a quel processo proclamando la discontinuita' con i 15 anni della esperienza dell'Ulivo. (AGI)


settembre 2 2008

Pd: Barbi a Marini, questo Pd non è l'Ulivo
Adnkronos -
NECESSARIA RADICALE CORREZIONE DI ROTTA

Roma,  (Adnkronos) - "Intervenendo alla festa del partito Franco Marini ha sostenuto ieri sera che il Pd e' l'Ulivo e che nel Pd, se si esclude Parisi, sono tutti d'accordo. Non ho capito bene che cosa voglia dire Marini, ma mi sembra che l'equazione Pd uguale Ulivo sia assai temeraria cosi' come andrebbe spiegato meglio in che cosa consista la coesione interna del Pd. A me sembra chiaro, contrariamente a quanto afferma Marini, che il Pd non e' l'Ulivo." Mario Barbi, deputato del Partito Democratico ha cosi commentato quanto detto da Franco Marini.

E ha poi spiegato: "E non lo e' per varie ragioni. Non lo e' perche' il Pd e' ridotto ad una somma, nemmeno riuscitissima, di Ds e di Margherita. Ma non lo e', innanzitutto e purtroppo, per scelta di Veltroni e di chi lo ha sostenuto nelle primarie e lo sostiene ora. Il Pd veltroniano ha infatti accantonato il progetto maggioritario e bipolare dell'Ulivo sostituendolo con la 'vocazione' del Pd a diventare prima o poi partito di maggioranza relativa in un sistema proporzionale. Vorrei chiedere a Marini se e' questo il 'compromesso' che tiene insieme la composita e larghissima maggioranza schierata con Veltroni e che gli fa dire che non ci sono sostanziali differenze interne nel Pd, per esempio tra 'tedeschi' o 'spagnoli', perche' tutti sarebbero d'accordo nella restaurazione della repubblica dei partiti e nel rendere omaggio a un Ulivo morto e sepolto. Se le cose stanno cosi' e' evidente che l'Ulivo, rievocato l'altro giorno da Prodi e puntigliosamente difeso da Parisi contro detrattori vecchi e nuovi, non e' un tema della nostalgia ma la proposta di una radicale correzione di linea politica del Pd".

Barbi ha concluso: "Quanto allo sconforto e alla depressione che alligna tra gli elettori e gli attivisti del Pd non e' con le giaculatorie che potranno essere rimossi, ma con una analisi della disfatta elettorale e del contributo dato al collasso del centrosinistra e alla crisi del governo Prodi da un partito nato, per una scelta tanto presuntuosa quanto sbagliata, nel segno di una ostentata e voluta 'discontinuita'', anche dall'Ulivo".


agosto 14 2008

Coordinamento Nazionale Rete dei Cittadini per L'Ulivo. Resoconto sintetico.





Coordinamento Nazionale Rete dei Cittadini per L'Ulivo.
Roma, \ Circolo PD Centro Storico, Via dei Giubbonari 38.


Introduzione

1. E' avvenuto nel Paese un passaggio politico importante. E' avvenuto attraverso un appuntamento elettorale a suo modo "storico", capace di fare da spartiacque nella vicenda italiana. Una sconfitta pesante per il Centrosinistra italiano. Una sconfitta che ancora dobbiamo cogliere in tutte le sue conseguenze.
L'Italia è dal 1992 dentro una lunga transizione politica che volevamo condurre verso un esito di rafforzamento della democrazia italiana, di maggiore libertà e giustizia sociale, verso il compimento del disegno democratico della Costituzione antifascista. Per questo è nato nel 1994 - 1995 il progetto e l'esperienza dell'Ulivo, per questo ci siamo battuti perché il Partito Democratico rinnovasse il quadro della politica italiana. E' stato difficile superare l'autoreferenzialità (fino alla impermeabilità) di gran parte del ceto politico del nostro centrosinistra, l'Ulivo è stato a lungo negato ed ostacolato, molti di coloro che oggi guidano il PD si sono piegati alla sua necessaria realizzazione solo nella stagione congressuale del 2007. Il Centrosinistra non ha accresciuto la propria capacità di ascolto della società italiana, anzi, sembra aver perso ulteriormente la propria forza rappresentativa. Il centrosinistra si è dimostrato inadeguato al governo del Paese decidendo autonomamente per ben due volte che il mandato ricevuto dagli italiani andava interrotto, una inadeguatezza pesante e decisiva che gli italiani, chiamati proprio dal centrosinistra a riconoscere il proprio fallimento, hanno sancito elettoralmente. Una vera e propria lacerazione tra società e proposta politica del centrosinistra. Oggi il centrodestra ha tutto gli elementi a disposizione per realizzare una svolta cruciale che non sarà guidata dal centrosinistra ma da una destra molto più solida che nel passato ma ancora pericolosamente non "costituzionale".
2. "[…] riemerge dal profondo della società italiana una destra senza storia di tipo non europeo, riemergono i vizi antichi di una società restia alla legalità, insofferente dello Stato e di uno Stato lontano dalla società…come può assumersi questo compito fondativi del sistema una destra che è nata proprio negli spazi della democrazia non compiuta? Penso alla deriva secessionistica delle rivendicazioni di autonomia della Lega, al rifiuto della legalità democratica come base della gestione del potere di cui ha dato prova Forza Italia nella sua esperienza di governo […]" Pietro Scoppola La coscienza ed il potere Laterza, 2008.
Questo è in gioco dopo la pesante sconfitta della prospettiva di governo del Centrosinistra
3. Abbiamo attivamente lavorato alla formazione del Partito Democratico. Lo abbiamo fatto per la scelta della Costituente. Lo abbiamo fatto in ottemperanza al nostro Manifesto. Lo abbiamo fatto dicendo chiaramente quanto il processo avviato fosse diverso da quello da noi proposto e atteso, ma anche da quanto deciso dai documenti congressuali dei partiti fondatori. La forzatura del Giugno 2007 ha alterato quanto precedentemente costruito, lanciando, sulla base di una lettura emergenziale del quadro politico e oggettivamente sempre più distante dal governo Prodi, una procedura segnata pesantemente dalla chiamata plebiscitaria alla elezione diretta del segretario nazionale e dei segretari regionali ma anche dalla volontà di rovesciare tale procedura proprio per le strutture di base, i circoli. La Rete ha più volte detto che si sovrapponevano procedure congressuali (discutibili) alla delicata esperienza costituente. Oggi il bilancio ci dice che è avvenuto quanto noi temevamo e rifiutavamo: una fusione dei gruppi dirigente DS-DL con il sostegno procedurale di tanti cittadini, ed un deficit di democrazia interna preoccupante. L'esito di tale processo è tutt'altro che scontato. Si apre ora una lunga fase di "necessaria comprensione" tra PD e società italiana così pesantemente lontana nel risultato elettorale. Una fase di comprensione che è il contrario dell'autismo politico che sta caratterizzando queste settimane. Una fase a tempi lunghi che presuppone umiltà, attenzione, ma soprattutto un di più di apertura per il PD. Quella apertura che abbiamo sempre chiesto per il rinnovamento della politica italiana, oggi è addirittura insufficiente perché il centrosinistra italiano ritrovi canali e sensibilità verso i problemi della società italiana. Un di più di apertura e di rischio contro la autoreferenzialità che ha caratterizzato questa fase di "posizionamento" dei due gruppi dirigenti DS-DL nel PD e che vede ancora oggi una situazione (nazionale e locale)a causa della quale possiamo dire che "ancora il PD non c'è".
4. La Rete dei Cittadini per L'Ulivo. Non è questo il luogo per un bilancio della nostra attività.
E' invece il momento di riflettere sul "che fare", di riflettere sulla possibilità di chiudere una esperienza politica importante e che merita rispetto anche nelle decisioni che dobbiamo prendere. Sicuramente si è chiusa quella esperienza di Rete che avevamo organizzato attorno ad un Manifesto politico e ad uno Statuto; si chiude per mutamento delle componenti e dei suoi soggetti aderenti, ma ci dobbiamo chiedere se si chiude anche per realizzazione del suo oggetto sociale ben espresso nel Manifesto della Rete. Cominciamo oggi a rispondere a queste domande. I Cittadini sono stati in primo luogo una associazione che ha messo in rete per collegare, rafforzare e sostenere, esperienze associative locali che già c'erano, che avevano ragioni di esistere che affondavano le proprie radici in vicende nazionali (comitati Prodi o poi i comitati rutelli) o vicende locali negli anni della trasformazione maggiore (sindaci della società civile, le cento città). Allora la prima domanda deve essere se ancora ci sono queste associazioni, se ancora ci sono queste esperienze con storie e radici proprie. Rispondiamo. Solo successivamente possiamo chiederci se c'è ancora il bisogno di questo sistema di Rete o di una altra forma di collegamento nazionale. Solo successivamente dobbiamo chiederci se c'è un compito, una condizione politica, che chiede eventualmente a queste associazioni ed esperienze di rilanciare un loro ruolo.
5. Tutto questo noi oggi lo facciamo senza il contributo di Pietro Scoppola. Ci manca l'amico con il quale abbiamo avuto la fortuna di condividere momenti di riflessione, di progetto, di speranza, ma anche di rabbia e delusione. Ci manca il punto di riferimento che in questi anni aveva permesso a questa esperienza politica di avere uno spessore ed una sensibilità alta. Personalmente ho sentito la sua morte come la fine di un percorso, la fine di un impegno cui personalmente non ero sicuramente adeguato ma che aveva potuto avvalersi del suo consiglio, della sua analisi, del suo sostegno. Credo che questo sia un elemento importante per la nostra decisione. Di sicuro penso che a Ottobre dovremmo organizzare un momento di ricordo di Pietro Scoppola. Un momento nel quale ricordare e sottolineare la generosità di Pietro negli anni in cui ha agito come Presidente della Rete, ma in modo che le sue idee, le sue proposte rimangano a fare da discrimine e criterio di lettura della evoluzione politica del Centrosinistra italiano, da proposta che attende ancora una adeguata attenzione e realizzazione da parte di un Centrosinistra inadeguato

Marina Ligabue
Volevo sentire questa denuncia forte del deficit di democrazia interna nel PD. I dubbi sono tanti e le opinioni su quello che sta accadendo nella costruzione del PD sono diverse. Anche la campagna elettorale ha messo in evidenza che il passaggio dai partiti precedenti, per me dai DS, al PD ha provocato uno spaesamento nel rapporto tra gli elettori, i simpatizzanti e il Partito. Non siamo state in silenzio di fronte a quanto accaduto nel PD di Reggio, dove molte procedure interne sono state verticiste e prive di trasparenza. Ci siamo fatte sentire ma per ora inutilmente. Nel nostro piccolo la Rete ha dato in questi anni un contributo vero. Ci siamo interrogate se l'associazione delle Donne per L'Ulivo di Reggio Emilia doveva chiudere. La maggioranza si è espressa in questa direzione. Io invece non chiuderei, ma lavorerei per una trasformazione della associazione verso obiettici e metodi nuovi

Angela Cecere
La domanda che ci stiamo facendo è precisa. Quale il rapporto tra il PD che si sta costruendo e quanto da noi posto come obiettivo nel Manifesto della Rete. La risposta è altrettanto precisa: quello che è nato non è in linea con il nostro Manifesto. C'è anche chi non ha aderito al Pd e bisognerebbe interrogarsi sul fenomeno dell'astensione dal voto. Siamo di fronte proprio alla fusione fredda di DS e DL, una fusione che porta in regalo al PD i vizi peggiori di entrambi. Vizi che già sopportavamo male ognuno nel proprio partito, ma che ora nel PD sono insopportabili. Il rapporto nazionale - locale è sempre decisivo elettoralmente e spesso vicende nazionali hanno deciso scadenze elettorali locali, credo che questa volta vicende locali abbiamo inciso pesantemente sul risultato nazionale. I Cittadini non hanno esaurito la loro missione. L'Ulivo stesso non è affatto superato, dovranno tornarci a fare i conti con quel progetto (partecipazione democratica, primarie, rinnovamento della politica). In fondo non siamo stati noi che parlavamo e credevamo nell'Ulivo quando tutti lo davano per morto e sepolto? Quali obiettivi ha raggiunto la costruzione di questo PD? Quello della democrazia ?No. Quello delle Primarie? No. Quella del superamento dei gruppi di potere? No. Solo quello della semplificazione del sistema politico. Allora ai Cittadini dico che


dobbiamo decidere il da farsi partendo da questo bilancio e la decisione come sempre la devono assumere coloro che ci stanno, coloro che intendono rilanciare, non coloro che non ci credono più e che giustamente si saranno allontanati. Chi sta nelle correnti del PD non crederà più utile stare qui, che è impegnato negli organismi del PD staccherà da questa esperienza, va bene. Devono decidere allora coloro che invece ci credono. Dobbiamo tornare ad aggregare cittadini. Il popolo degli scontenti, noi dobbiamo intercettarlo. Lo possiamo fare con la nostra associazione, lo possiamo fare a partire dai Circoli PD dove siamo, ma dobbiamo tornare ad aggregare perché la delusione è tanta, molti sono fuori da questo PD e noi dobbiamo rivolgerci a tutti.

Valentini Alberto
I Cittadini del lazio hanno da tempo avviato questa riflessione. Ci siamo incontrati il 20 di gennaio a Rignano, abbiamo proposto cose che trovate nel documento che vi abbiamo di nuovo inviato. Una proposta che ribadisce tre obiettivi: rinnovamento della politica, autonomia delle associazioni, Cittadini come laboratorio politico, mantenimento della struttura a "rete". Sicuramente la proposta andrà rivista e ricalibrata ma ve la riproponiamo alla attenzione. La svolta politica ed elettorale. Ritengo utile ripartire dallo studio che il Censis ha condotto intervistando duemila cittadini in uscita dal seggio elettorale. Alla domanda su come si forma l'opinione, ovvero quale fosse la fonte più importante della loro scelta politica l'ottantacinque per cento degli elettori PdL e il settantacinque per cento di quelli PD hanno detto la TV, solo il venti per cento la stampa. E il nuovo governo si è subito occupato di TV. Ancora, dove taglieresti nella spesa pubblica? Una alta percentuale taglierebbe nella scuola, nella ricerca, nell'aiuto alle imprese; cioè la strategia istruzione, ricerca innovativa e impresa è lontana dalla maggioranza dei cittadini. Infine il centrosinistra è forte solo tra alcune fasce di giovani e tra gli anziani. Ci attende un lungo e pesante lavoro culturale e di informazione. C'è una cappa sul Paese e va infranta. Pietro Scoppola ci ricordava che le associazioni sono il tramite tra partiti e cittadini. L'ultimo miglio di strada tra cittadini e PD non si fa senza un ricco mondo associativo. Chiaramente la crisi della sinistra arcobaleno carica di maggiori responsabilità il PD. Credo che possa avere un senso rilanciare un movimento come i Cittadini per l'Ulivo. Verificare la possibilità di collaborare con altre associazioni.

Pucci Stefano
Dal risultato di questa tornata elettorale non si torna indietro. La semplificazione c'è stata stata ed è positiva, era matura nell'elettorato. Non ritornare indietro nella semplificazione che conduce il bipolarismo al bipartitismo. Credo che i temi dell'Ulivo siano più che mai importanti. Abbiamo bisogno di una Rete di associazioni che conduca un lavoro di cultura politica e credo necessaria una organizzazione su base regionale come proposto nel documento di Rignano. Tutti concordiamo sulla necessità di una iniziativa rivolta al ricordo ed alla valorizzazione della figura e del pensiero di Pietro Scoppola. Propongo di istituire un premio Pietro Scoppola da attribuire ad un politico che si è distinto per la buona politica.

Paola Gaiotti
Passaggio elettorale importante. Siamo a trenta anni dalla morte di Moro e quindi a trenta anni anche dalla proposta della Lega Democratica. Tempi non casuali che sottolineano l'importanza di questo passaggio. Transizione irrisolta. La transizione politica di cui abbiamo a lungo parlato torna indietro. La lettura del Pd che è nato è preoccupata e preoccupante. Dobbiamo dire che i Circoli funzionano, cioè ancora funzionano e non so per quanto. Dobbiamo dire che le donne non ci sono e non contano. Le donne accettano di non esserci e di non contare e visto che quella di genere era la vera novità di questa Costituente non possiamo tacere su quanta sta accadendo. La Rete, la sua ragione sociale cambia, va ridefinita, va ricalibrata e l'Ulivo non va affatto buttato. La politica, la possibilità di cambiarla anche nei metodi. Sappiamo che esistono due politiche, quella della rete sociale (i mondi vitali di Ardigò) e quella delle strutture istituzionali. Entrambe importanti e sapevamo che noi avremo trovato un ostacolo a penetrare nella seconda politica. La politica è ciò che facciamo nella società e ciò che facciamo nella politica istituzionale: dobbiamo ridure la distanza. Dobbiamo chiedere a Realacci di tornare a convocare le associazioni, è stato fatto a suo tempo e noi vi abbiamo partecipato, dobbiamo chiedere che si torni a farlo per capire come esse, nella loro autonomia, possano contribuire. Abbiamo di fronte una difficile sfida culturale e sul terreno della informazione. Abbiamo sopravvalutato il foglio elettronico, in realtà la informazione cartacea, il libro sedimenta diversamente, più in profondità (pensate all'impatto di piccoli fogli come il riformista od il foglio). Io ho sempre chiesto che si pensasse prima a strumenti che uniscono e formano (una rivista, un foglio) e questo ancora credo sia urgente.

Truini
Mi fa piacere ritrovarmi con questo manipolo di irriducibili. Sicuramente negli ultimo tempi abbiamo sofferto di evanescenza, i Cittadini per L'Ulivo sono stati spesso evanescenti. La sollecitazione di Rignano attende ancora risposte. Leggete l'articolo due comma uno e due del nostro Statuto. Le finalità del comma uno sono ancora pienamente attuali, anzi ancora di più. Gli strumenti pensati al comma due vanno visti. Una fase si è conclusa certo, per questo bisogna ricalibrare. Necessario progettare subito l'incontro su Pietro Scoppola ad ottobre. Pietro Scoppola ha scritto che "il PD o non nascerà affatto o sarà poca cosa se non potrà innestarsi su questa lavoro di base" il lavoro delle associazioni libero dal condizionamento dei partiti. Se non si fonderà su forti presupposti. Certo sarebbe importante riuscire ad intervenire sul terreno della informazione, su quello che stiamo facendo, non so se un foglio scritto. Bisogna informare su ciò che sta accadendo nel Pd.

Figurelli Michele
Alla situazione nuova determinata dal voto, alle domande nuove e ai problemi nuovi posti dalla sconfitta grave del centrosinistra, all'urgenza di ri-definire contenuti politico-culturali e forme della Rete, noi dobbiamo saper rispondere facendo nostro il rapporto tra pessimismo e speranza stabilito da Scoppola nella intelligenza storica e critica che egli aveva della politica, da lui vissuta come "disegno per il futuro,valutazione razionale del possibile e sofferenza per l'impossibile". Quel che abbiamo letto proprio in questi giorni delle "conversazioni di Gerusalemme", il libro del cardinal Martini uscito in Germania e una intervista di Kung ci fanno ripensare alla grande preoccupazione politica di Scoppola per i possibili effetti del gran riflusso della Chiesa rispetto al Concilio proprio quando si dovrebbe invece andare oltre il Concilio consapevoli che "solo una Chiesa povera potrà riscattare la povertà della Chiesa". Ma oltre e prima dei "pensieri bianchi" e dei "pensieri aperti" che egli ci ha lasciato nella sua ultima straordinaria scrittura al computer, ci sia di lezione quel che abbiamo direttamente ascoltato e condiviso nelle stesse riunioni della nostra Rete, il rapporto conflittuale avuto da Scoppola con il tormentato processo ulivista e coi suoi tanti stop and go : nel suo ruolo di primo piano dalla costruzione della FED alla Costituente del PD, dalla fase preparatoria della sua relazione di Orvieto a quel che seguì a quell'incontro e alle altre due relazioni di Vassallo e Gualtieri, e ancora nel contributo dato al comitato dei saggi per quel manifesto per il PD che sarebbe poi stato chiuso a chiave in un cassetto, inutilizzato per il necessario dibattito di massa riaperto poi dai congressi e dal discorso di Veltroni al Lingotto. Quante volte lungo questo cammino la nostra Rete, le nostre idee e proposte, le abbiamo con sofferenza sentite come isolate e addirittura derise! Quante volte a momenti di entusiasmo sono seguiti ritorni indietro e grandi pessimismi! Se teniamo a mente tutto questo,sapremo evitare di essere reduci o nostalgici nel ragionare sulla prospettiva per dare alla Rete e al suo rapporto con il PD obiettivi nuovi.
Le ragioni storiche della Rete (nuova democrazia- strumenti nuovi della partecipazione-riforma della politica) non si sono esaurite con l'avvento del PD cui il voto ha conferito dimensioni e fisionomia analoghe a quelle dei grandi partiti di progresso europei. E non solo perchè sia nella democrazia nuova che il PD vuole costruire sia nel l'idea che il PD ha di sè, del proprio rapporto con la società e dei limiti della politica, il ruolo e la autonomia dell'associazionismo lungi dall'essere ridimensionati secondo una (totalitaria) reductio ad unum hanno la prospettiva di estendersi e di rafforzarsi. Quelle ragioni non si sono esaurite perchè l'esperienza concreta del PD, anche per come è stata fortemente segnata dalla crisi del centrosinistra e dalla convulsione delle elezioni anticipate, non ha visto ancora realizzarsi compiutamente e coerentemente diversi contenuti qualificanti che la elaborazione della nostra Rete e le speranze di tanti avevano affidato alla Costituente del PD come Partito-dell'Ulivo. I limiti e le contraddizioni dei comitati per il PD, poi delle liste e delle candidature per le assemblee costituenti, poi delle assemblee costituenti stesse, poi della non piena attuazione di Programma Statuto e Codice etico, poi della formazione delle liste di Camera e Senato (nelle liste in Sicilia anche persone già condannate, o,nella medesima lista, accanto al rappresentante dell'Antimafia chi era stato filmato in un suo incontro a due con il capomafia locale -e ciò contro l'esplicito appello di Addio Pizzo raccolto da Veltroni in una grande manifestazione al Teatro Politeama!-), la progressiva rarefazione dello spirito delle primarie e caduta della partecipazione, hanno materializzato il pericolo di quella "fusione fredda" che tutti noi si voleva evitare riproponendo la urgenza ,tanto più nell'attuale inedito bi-partitismo, di un partito effettivamente e capillarmente aperto a tante energie intellettuali e morali non solo non valorizzate dalla politica come si dovrebbe e potrebbe, ma spesso neppure rappresentate. Alla luce di tutto ciò si è rivelata illusoria la logica della cooptazione che ha animato il rapporto di diversi pezzi della nostra Rete con il PD fino ad una sorta di annullamento in esso.
Il PD esiste solo formalmente e come una grande forza elettorale. E' tutto quanto da costruire, ad un tempo dall'alto verso il basso e dal basso verso l'alto. Ma gli si dà corpo e forme, e se ne allarga la rappresentatività sociale e territoriale, sui contenuti, attraverso una emendatio anche culturale rispetto al centrosinistra che ha fallito la prova del governo e attraverso innovazioni di programma (innovazioni positive sono già cominciate nelle proposte sviluppate nella campagna elettorale). E questo cimento sui contenuti del riformismo deve saper parlare agli interrogativi, alle delusioni, alle disillusioni, alle inquietudini,ai disorientamenti che la sconfitta elettorale , il non-voto e il dissolvimento dell'arcobaleno hanno determinato. Superare l'incompiutezza non solo a lungo termine, ma guardando alla scadenza delle elezioni europee e alla data ancor più vicina dell'annunciato congresso tematico del PD in autunno : questo lavoro sui contenuti per la costruzione del PD come partito dell'Ulivo e la spinta ad una nuova partecipazione ad esso oltre i limiti e i confini già visti aprono obiettivamente un grande spazio anche alla nostra Rete, ad una Rete autonoma, che non si proponga di essere corrente nel PD e che veda al suo interno pluralisticamente cooperare insieme iscritti e non iscritti al PD e forze che avrebbero potuto essere già coinvolte nella Costituente. A Palermo non solo tra aderenti al PD e tra aderenti ai CxU, ma con diversi altri si sta discutendo della idea di dar vita ad un Osservatorio per la Democrazia. Su idee come questa e su altre, e sulla base della preventiva elaborazione di una proposta politica e organizzativa concreta da parte nostra, si deve svolgere in autunno -dopo il convegno su "Scoppola cittadino dell'Ulivo"- l'assemblea della Rete,che, altrimenti,rischierebbe di essere un funerale o la registrazione di un dissolvimento e di una rinunzia .Per questo documento di proposte (che tenga conto del programma che il 20-21 giugno si darà l'Assemblea nazionale del PD), per i compiti nuovi e le forme da dare alla Rete, potremmo anche prevedere per fine giugno primi di luglio un seminario?

Clelia Calisse
Un difetto della Rete dei Cittadini è sempre stato quello di avere una organizzazione farraginosa, esecutivi poco noti e con una attività che non ci arrivava. Dobbiamo cambiare organizzazione. La prima domanda, i Cittadini esistono? Rispondiamo a questo. L'Ulivo morto? Ma è ancora quello che vogliamo, quello per cui dobbiamo battersi. Inoltre, il PD non è la Sinistra, perché la Sinistra è più ampia, ma oggi deve caricarsi anche di questo compito di rappresentare la Sinistra. La nostra associazione si è posta il problema se cambiare nome in o nore di Pietro Scoppola, ma abbiamo deciso di continuare con l'attuale a testimonianza di un egame alle ragioni del nostro impegno. Non tutti gli iscritti alla associazione sono fondatori del PD, anzi, e l'associazione è vitale proprio per questo. Certamente se guardo a questo Coordinamento siamo pochi e questo deve farci riflettere. Sicuramente una iniziativa ad Ottobre su Pietro Scoppola, una iniziativa importante.

Quercini Giulio
L'esperienza dei Cittadini per L'Ulivo credo sia esaurita. Domande nuove di carattere politico culturale si impongono e per rispondere a queste domande non so se noi ci siamo. Faccio fatica a vedere una realtà organizzativa adeguata.
Queste sono state elezioni "critiche", periodizzanti. Da queste elezioni esce un quadro del paese e un quadro della politica, un Paese che è cambiato ed una politica che è cambiata. Il centrosinistra ha fallito come proposta di governo, e ciò che colpisce è che questo fallimento ha finito per fare da innesco per una miccia che ha cominciato a bruciare a bruciare ed è andata nel profondo di questo Paese a trovare umori e tensioni che evidentemente erano presenti e sono esplosi quando l'innesco del fallimento del centrosinistra li ha risvegliati. Il bipolarismo italiano sta evolvendo verso una forma prevalentemente bipartitica, quindi è chiaro che non sentiremo più parlare di Ulivo come coalizione, chiuso. Il bipolarismo a prevalenza bipartitica è acquisito. Non c'è più l'Ulivo. Non avremo più la dinamica di una società civile chiamata ad arricchire la politica, no, la fase nuova dice che tutto avviene dentro, noi dovremo portare questi momenti che prima ostra si proponevano dall'esterno, noi dovremo portarli dentro, farli contare dentro. L'esigenza di rinnovamento è interna al partito democratico. E' dentro il Pd che va portata questa esperienza di rinnovamento della politica. Ciò che eravamo non è più proponibile. La Rete.Non abbiamo più Abbiamo avuto un ruolo significativo fino a Giugno, fino alla fase congressuale fino alla quale ciò che facevamo e dicevamo era significativo anzi atteso e cercato. Poi siamo scomparsi. Intravedo con fatica una nostra nuova missione. Oggi se vado a cercare i miei a Firenze fatico a metterli insieme e a rimotivarli. Il PD docrà avere questi "mondi vitali" dentro di sé, allora potrà crescere.. certo assemblea in autunno ma solo quando andiamo con una proposta precisa. D'accordo con l'appuntamento per Pietro Scoppola, alto, ambizioso. L'assenza di Scoppola è altro elemento da tenere conto per le decisioni da assumere.

Bonacchi Rosalba
Come richiesto da Massimo Cellai, espone gli elementi fondamentali della analisi del voto presentata da Stefano Draghi al "Forum regionale dei Segretari Comunali e di Circolo della Toscana", il 24 maggio a Firenze, auspicando che presto la relazione, con le relative tavole, sia rintracciabile nel sito del PD toscano.
L'analisi di Draghi, rispetto ad altri osservatori dei flussi elettorali, nega la consistenza di spostamenti determinanti dalla Sinistra Arcobaleno alla Lega: ciò è avvenuto in alcune località del Nord, ma ha avuto più importanza simbolica che numerica (lo 0,5 % su scala nazionale), dal momento che da tempo, in particolare nei piccoli comuni del Nord, molti operai sono iscritti alla CGIL e votano i Sindaci della Lega senza per questo sentirsi in contraddizione, poiché da ambedue i soggetti, ciascuno nella propria sfera, si sentono meglio tutelati e rappresentati.
Draghi limita anche la responsabilità del voto "utile" (2,5% come media nazionale) per la disfatta della Sinistra Arcobaleno e sottolinea la consistenza determinante dell'area del non voto/scheda bianca/scheda nulla, rispetto alla quale il PD deve porsi l'obiettivo prioritario del recupero.
In particolare l'area del non voto mostra una differenza di circa 2 milioni di voti mancanti rispetto al 2006: qui si è riversata gran parte dei 2.774.000 di voti persi dalla Sinistra Arcobaleno. .
In questo scenario i Cittadini per l'Ulivo hanno ancora un ruolo: un ruolo nel PD e fuori, nella società. Sia la "zona grigia" che il Centrosinistra ha completamente mancato e che la destra ha catturato, sia l'area del non voto, debbono divenire i nostri principali interlocutori sul territorio, dal momento che, con la nostra storia, potremmo essere più credibili rispetto al ceto politico del PD. Anche coloro che, da sinistra, hanno scelto di dare un voto "utile", non è certo che lo confermino alle prossime elezioni, a meno che non si metta in moto un processo nuovo, che parta dalla base ed inizi a realizzarsi nei forum tematici territoriali del PD, dove i democratici di "sinistra e centrosinistra" dovrebbero incontrarsi per rispondere con progetti condivisi di buona politica ai problemi locali. Ricordiamoci che Berlusconi non ha vinto (ha perso 1 milione di voti), ma il suo arretramento è stato compensato dalla forte crescita della Lega al Nord. e delle clientele di Lombardo a Sud. La Lega ha vinto perché, pur non disponendo di televisioni, è da tempo insediata in una grande area , di cui rappresenta le paure e il bisogno di identificazione in una comunità, di fronte alle minacce della globalizzazione. La Lega fornisce risposte facili, basate sull'egoismo e sulla demonizzazione del diverso, ma il bisogno di comunità è vero e profondo e dovrebbe essere il PD, con il contributo dei CpU, laddove esistono, a realizzare sui territori comunità solidali e inclusive.
I poster del PD di questi ultimi mesi evidenziano la progressiva scomparsa dell'Ulivo. Malgrado ciò, il cammino associativo dell'Ulivo è ricominciato: quell'Ulivo a cerchi concentrici previsto nel nostro Manifesto, con un nucleo forte riformista, costituito dal PD, i partiti federati e gli alleati di programma, è più che mai attuale, anche in vista delle prossime elezioni amministrative.
Ciò che serve è un progetto comune alle associazioni della Rete. Divenire un Laboratorio politico e dar vita ad un Osservatorio della democrazia sono proposte interessanti. Va previsto un livello alto del nostro lavoro politico-culturale, ma anche un livello popolare e radicato localmente, fatto di banchetti, ascolto e presenza capillare, che va riavviato, con l'obiettivo di riconquistare la zona grigia e quella dell'astensione.. Potremmo agire come associazione, ma potremmo anche spingere a farlo i circoli del PD.
Lo spazio che ci riguarda è quello dell'Art 30 dello Statuto del PD, che ci conferisce piena autonomia, non quello di un circolo o nline o cose similari,

Il Sito è fondamentale, per l'attuazione di quanto finora proposto, poiché non ci sono le condizioni economiche per pubblicare una rivista cartacea, come proponeva Paola Gaiotti, bensì possiamo realizzare un periodico o ndine, che diffonda i nostri pensieri attraverso gli articoli di una redazione a ciò preposta .e di tutti coloro che invieranno i proprio contributi. E' possibile realizzare tutto questo in breve tempo, basta modificare il sito e trovare il coraggio di partire.
In autunno ci sarà il Congresso tematico del PD, che mi auguro si svolga per tesi e non per mozioni contrapposte, che potrebbero delineare correnti strutturate. Dovremo parteciparvi perché potrebbe essere l'occasione giusta per rimettere in moto quel percorso costituente che auspicavamo (così malamente bloccato e dirottato dopo la pubblicazione del primo Manifesto), volto a far nascere e diffondere finalmente nel popolo delle primarie la riflessione e il dibattito sull'identità democratica del popolo italiano, sui valori e i principi che in essa si incarnano, così da promuovere il completamento del processo fondativi della democrazia italiana, che per Scoppola e per i CpU é la vera missione storica del Partito Democratico.

Menzietti
Il risultato elettorale ha aperto uno scenario di un lungo periodo di governo del centro destra. Esito non scontato ma ipotesi concreta, dipenderà da come sapremo rapportarci al Paese reale. Distinguiamo nella nostra analisi le due proposte che abbiamo avanzato in campagna elettorale: una essenzialmente politica e una di governo.
1. la proposta politica di nascita del PD è stata accolta. Non era affatto scontato questo risultato elettorale per una formazione nata in condizioni difficili. Indubbiamente è un bilancio positivo.
2. La nostra proposta di governo è stata bocciata perché non siamo stati e non siamo credibili nella coerenza fra ciò che diciamo e ciò che facciamo. Su molti terreni. L'applicazione della legge chiamata "porcata" è stata il peggio di quanto potessimo immaginare, abbiamo fatto propri i principi peggiori di quella legge. Potevamo agire diversamente. Non siamo credibili in primo luogo perché non lo siamo nel territorio là dove governiamo: comuni, province e regioni (la mia è un'ottica limitata alle Marche, vi sono situazioni migliori, ma certamente anche peggiori in gran parte del Paese). Non c'è sintonia tra il sentire profondo del Paese ed il centrosinistra.
Corriamo il rischio del collasso dei fondamentali della nostra democrazia. Il PD non è ancora il partito che volevamo ma anche questo non è un destino, non ci piace ma non lo dobbiamo abbandonare. La Rete dei Cittadini per l'Ulivo è uno strumento importante per costruire il partito che vogliamo e che vogliono gli stessi cittadini. Siamo adeguati ai compiti che ci aspettano? No. Allora alziamo le mani? No. Dobbiamo far proprie le esigenze delle persone anche quando collidono con le scelte delle nostre amministrazioni e con le scelte del PD. In piena autonomia. Allora avremo il consenso e, quindi, la forza politica per essere adeguati. Siamo disponibili ad assumere questo ruolo?


Lella Massari
La sintesi di quello che è successo è semplice: è stato tradito il popolo delle Primarie. Per quanto riguarda il voto, dissento da parte della analisi di Draghi, analisi molto discutibile, i flussi ci sono stati e quella analisi non convince. Cosa è accaduto tra le Primarie ed il voto? La esclusione dei Cittadini in quella fase è evidente, esclusione anche dalle candidature dopo che invece abbiamo avuto una presenza importante negli organi della Costituente. Per quanto riguarda Veltroni mi pare di dover sottolineare che il risultato ottenuto è comunque positivo, quello possibile nella situazione data. Quindi un giudizio globalmente positivo sulla azione di Veltroni. La Rete. Chi siamo oggi? Innanzitutto la realtà della Rete va ben compresa. Bisogna sapere cosa effettivamente siamo nel territorio. Io sento molti che quando mi incontrano, anche persone inaspettate, mi dicono "non chiudete", siete una realtà diversa, unica, "non chiudete".Siamo conosciuti, perché buttare via una esperienza Certo noi non dobbiamo andare a fare la corrente del PD. Allora ci dobbiamo chiedere cosa? Come e con chi?. L'Ulivo è in realtà ancora da realizzare, è il compito e la misura della nostra azione politica. L'approdo è il Pd. Un passo è stato fatto. Ma di "ulivismo" ce n'è ancora bisogno. Il rinnovamento della politica deve essere compiuto. I circoli devono aprirsi al territorio, non devono essere realtà chiuse.


Pasquali
Siamo di fronte ad un gruppo dirigente di soggetti inamovibili, inamovibile e che utilizzano un indubbio radicamento sociale costruti con i partiti per rendere sé stessi ancora più inamovibili. Il radicamento di questo gruppo dirigente è un radicamento sociale antico e per questo è un radicamento sordo al nuovo. Un gruppo dirigente vecchio che no parla ai gruppi sociali che sempre più numerosi caratterizzano la società italiana, quelli del lavoro autonomo. Allora noi dobbiamo muoverci con due criteri guida 1.Le Primarie. Strumento da utilizzare e imporre per scardinare questo gruppo dirigente anche se so bene che proprio perché utilizzano rapporti vecchi e inerziali possono anche imporsi nelle Primarie 2. Tre\tre\tre. Cioè dobbiamo imporre quell'ingresso di persone che non provengono dai gruppi dirigenti dei vecchi partiti. Quella formula che era comparsa in una fase di costruzione e che ora dobbiamo rilanciare.

Mariella Laudadio
Gruppo dirigente del centrosinistra italiano non è cambiato, il processo democratico della costituente è stato neutralizzato dagli organismi verticisti. Circoli sono il nodo ancora aperto, ancora vivo. Rete. Partiamo dall'esecutivo, è stato costituito per elezione, è stato anche un impegno ma sempre una scelta. Ora chi ritiene esaurito questo progetto politico o questo compito lo deve comunicare, per correttezza, per un appello al buon senso. Poi, chiediamo un passo indietro ai politici dei gruppi dirigenti, allora dobbiamo anche dire a chi è nelgi organismi della Rete da tempo che deve fare un passo indietro, coerenza e buon senso, si invitano altri e via. Futuro della Rete. Mi pare si siano evidenziate due linee, 1. Valentini. Rilanciare la Rete per una funzione di comunicazione tra interno ed esterno al Partito, perché è all'interno ed all'esterno del Partito che crescerà il centrosinistra 2. Quercini. La nuova fase è tutta interna al Partito e quindi è lì che si deve giocare un ruolo. Allora io dico affrontiamo in maniera trasparente questa discussione ma soprattutto andiamo a decidere democraticamente, due mozioni diverse in assemblea , due mozioni che verranno votate. Compito ora affinare e preparare queste mozioni, verificare la forze residue. Infine dobbiamo parlare con chiarezza in questo e con questo Partito, dobbiamo dire chiaramente quello che non va, chiaramente, andiamo al loft, andiamo a dire quello che pensiamo, per il bene del PD e dell'Ulivo.

Buono Italo
Racconto la vicenda dell'incontro "Lucca ricorda Pietro Scoppola" e della reazione del segretario comunale lucchese che chiedeva che questo tipo di attività fossero ormai da fare all'interno del PD. Cosa ci sta dietro questo tipo di reazione, una forma di paura, un sintomo dell'incapacità di tradurre in realtà l'idea di un "partito aperto". C'è una responsabilità grande dell'intero centrosinistra nella sconfitta, una responsabilità dell'intera classe dirigente del centrosinistra. Su questo invito alla lettura del discorso di Prodi alla "assemblea dei Mille", lo scorso 2 maggio. (la trascrizione da radio radicale in www.viverelucca.it) La sconfitta è profonda e investe il rapporto tra il centro sinistra e la società italiana. Siamo davanti ad un compito ben preciso e che non permette ambiguità: lo sviluppo della nostra democrazia, il suo pieno compimento e per fare questo ci vuole un PD forte di una concezione pluralistica e liberale. La linfa per il Pd può venire anche dall'esterno a dare forza e possibilità di sviluppo pluralistico al PD. Per capire cosa dobbiamo fare, che compito svolgere, dobbiamo dirci che ci sono alcuni precisi nodi da affrontare.1. democrazia e legge elettorale, 2. democrazia ed eccesso di semplificazione, retorica della semplificazione, che non è sempre sinonimo di procedure capaci di rispondere alla complessità, 3. democrazia ed architettura costituzionale, 4. democrazia e rappresentanza dei diritti e doveri comuni, delle responsabilità comuni, del recupero del concetto di solidarietà, 5. democrazia e Primarie, guai ad assecondare l'uso inflazionato di questo strumento, la banalizzazione del chiamare i cittadini oltre ogni reale misura e responsabilità, ma le primarie rimangono uno strumento importante per il PD. Dobbiamo avviare una riflessione con umiltà, senza presunzione. Le responsabilità della sconfitta sono evidenti e bisogna dirle. Abbiamo possibilità di ricostruire una prospettiva politica se partiamo dalla consapevolezza di avere una responsabilità istituzionale, una responsabilità verso la democrazia, una responsabilità verso gli italiani. Oggi qui ci sono dodici realtà territoriali, facciamo dodici associazioni. Attenti, è chiaramente poco, ma non è cosa da sottovalutare una presenza territoriale di questo tipo. Bene, per l'appuntamento d'autunno, penso a queste associazioni che pensano, propongono e si convocano per un seminario aperto sulla base di un canovaccio di discussione, che in parte è già quello di oggi. Quanto al convegno su Scoppola ad Ottobre è un impegno che non possiamo derogare.

Giuliani Fabrizio
Le conseguenze della sconfitta sono gravi e chiedono una discussione che coinvolge tutti. E' vero non c'è ricambio di gruppo dirigente e ancora non c'è il PD. La situazione nel partito è difficile, le Primarie premiano i capi-corrente e questo toglie importanti strumenti di rinnovamento. Allora decidiamo e dedichiamoci al Convegno su Scoppola per l'autunno ed andiamo ad una Assemblea quando abbiamo una proposta. Il nostro atteggiamento nei confronti del PD, dei limiti e delle delusioni, non deve essere quello della polemica, dell'essere contro e basta, ma dobbiamo essere alimento positivo per il PD

Lucio Piselli
Questo partito ha forti difficoltà ad assumere una vita democratica all'insegna del pluralismo, quello che è accaduto a Lucca è accaduto in Umbria. Ho partecipato a questo dibattito pensando di fare il "fungo saprofita" e di ascoltare quello che potevate dirmi. Il dibattito è stato molto interessante. Allora io propongo che entro luglio ci si rivolga a tutte le associazione od ai singoli coinvolti nella Rete e gli si chieda se intendono partecipare a questa discussione ed intendono contribuire agli appuntamenti di autunno, il convegno su Scoppola e l'assemblea dei Cittadini. Ricordiamoci che è necessario ricordare che Pietro Scoppola è stata una voce rivolta a tutti, non rivolta ai cattoli ci o a parte di essi, rivolta a tutti.

Lazzari
Sono costituente regionale nelle Marche, una esperienza recente all'interno della Rete dei Cittadini per l'Ulivo. In poco tempo da noi sono sorti dodici circoli dei Cittadini. Io credo che ci sia stato un eccesso di timidezza da parte dei Cittadini, dovevamo osare di più, far sentire più forte la nostra voce, di fronte al deficit di democrazia di cui soffre il PD. Allora che fare? Io credo che ci sia bisogno di una associazione così e quindi alle due ipotesi che parevano delinearsi, valentini - quercini, io aggiungo una terza, i circoli dei cittadini dentro il PD, potremmo essere direttamente una serie di circoli del PD. I risultati elettorali ci dicono che il PD è il partito della sinistra italiana e che ci attendono cinque anni di grande impegno.


Conclusioni di Massimo Cellai
Metodo: 1. un verbale tratto dai miei appunti, integrato in bozza dai presenti ed infine inviato a tutti i Cittadini del Coodinamento nazionale
2. una richiesta a associazioni e singoli di rispondere al dibattito attestato dal verbale e di dichiarare un interessamento a partecipare a questa fase ed a queste decisioni, una specie di "ci sto" confermato dal gesto di versare nel C\C cinquanta euro che permettano di utilizzare questo il sito della Rete o altro strumento in funzione delle necessarie scadenze di settembre-ottobre
3. prospettiva di organizzare un appuntamento su Pietro Scoppola in autunno e di organizzare un appuntamento per la rete in cui assumere decisioni, una seminario aperto o una assemblea straordinaria convocata da coloro che hanno dichiarato il "ci sto".
Le associazioni. Le associazioni che davvero ancora fanno politica nel territorio non entrano in sonno quando la Rete deve assumere decisioni. Esse conducono la loro esperienza autonoma, è il valore aggiunto della Rete e del collegamento in Rete che è in questione.

Due brevi accenni a temi trattati nel dibattito. Il Rinnovamento del gruppo dirigente è prossimo allo zero, nonostante la Costituente, perché scientemente questa è stata annullata appena svolta: le assemblee nazionali e regionali trasformate in luoghi rituali e scontati assolutamente insignificanti, i regolamenti locali hanno subito integrato i costituenti e, se per caso il vecchio gruppo dirigente ha tentennato a mettersi in gioco nella Primaria, hanno subito rimediato.
Contenuti politici e CpU: abbiamo condotto delle battaglie politiche che abbiamo pagato con la marginalità, per esempio ricordo a tutti la posizione assunta dai Cittadini sul Referendum, che ribadisco carico di grandi responsabilità per la caduta del governo Prodi: ne è conseguito un isolamento in tutto il mondo associativo, su una questione su cui è calato un silenzio imbarazzato.

Infine, ci siamo chiesti se saremo in grado (ed io ancora dubito) di svolgere i compiti individuati ma siamo preoccupatissimi anche di chi si sta apprestando a rivolgersi ai Cittadini, di quali soggetti si apprestano ad utilizzare la delusione e il carattere chiuso e "freddo" del percorso del PD: si profilano soggetti lontani dall'Ulivo che si appelleranno alla cittadinanza delusa ma attiva, rivedremo i Grillo, rivedremo soggetti con alle spalle storie associative ed iniziative di cui abbiamo pesato la distanza dalla cultura profonda dell'Ulivo. E questo ci deve fare riflettere.
http://www.cittadiniperlulivo.com/wmview.php?ArtID=2719


agosto 6 2008

Veltroni-Carneade? I neoseparatisti
snobbano anche il segretario: il Pd
è cosa nostra, lo liquidiamo da soli:
anatomia di un suicidio pro-destra

di Giorgio Melis

Più che giorno della verità e del giudizio, potrebbe trasformarsi in giorno del rifiuto e dello sfregio. Esiziale per il Pd sardo, offensiva, quasi delegittimante, per Walter Veni e gli altri leader nazionale del Pd. Respinti con modi barbari da una parte del loro partito mentre si chinano sul capezzale del moriente Pd sardo, che indulge al solito nel feroce, autodistruttivo sport prediletto da molti sardi. Lo sgarrettamento degli avversari. Molto più attraente, sicuro e meno rischioso che combattere gli avversari della destra. Vuoi mettere il piacere di una bella guerra civil-tribale? C'è più gusto. Basta essere spregiudicati al massimo. Determinati come sempre nelle scelte più negative. Avere ben chiaro il messaggio da mandare ai militanti, elettori e all'opinione pubblica. Il Pd sardo è cosa nostra, ce lo ammazziamo da soli e vadano retro Roma e il gentil Veltroni. Stiamo lavorando per voi: ovvero per sparare partito in parti sensibili e regalare la Regione alla destra fra dieci mesi. Dando una mano decisiva ad eleggere l'uomo che Berlusconi indicherà ai sudditi nuragici, così come alle politiche si è preso motu proprio cinque deputati mai visti e passati nell'isola dei Mori imbelli: senza una protesta da destra ma neanche da sinistra.

Questo manda a dire l'annuncio, se verrà confermato in concreto, che Antonello Cabras, Giacomo Spissu, perfino l'aspirante ex-segretario giubilato Giulio Calvisi (di nomina romana, non lo dimentichi) e altri statisti e magni legislatori del fronte anti-Barracciu diserteranno la riunione convocata da Veltroni, Fioroni e altri. Ci saranno Renato Soru e anche Antonello Soru e Tore Ladu, capogruppo alla Camera. Ma non gli oppositori, disinteressati alla ricerca di una sintesi, una mediazione-soluzione per uscire dal cul de sac in cui il partito è stato messo dalla dimissioni di Cabras e successiva elezione contestata di Francesca Barracciu. A questo fronte del rifiuto, rivolto anche al segretario nazionale, interessa solo liquidare la neo-segretaria non ancora convalidata dalla commissione di garanzia del partito, andare a nuove primarie a ottobre e tenerle aperte magari fino alla vigilia delle elezioni regionali in assemblea permanente: micidiale fuoco amico-nemico, per la gioia insperata del centrodestra cui si stende il tappeto rosso per tornare alla Regione dopo il tragico lustro del Polo di malgoverno 1999-2004, quando l'autonomia è scesa davvero agli inferi sotto tutti gli aspetti, inclussi quelli di massa morale-giudiziari. Alleati come questi, sono assolutamente insperabili per gli avversari poltici: al punto di apparire loro soci di fatto.

Il nefasto inizio di tutto: le primarie truccate d'autunno perse-vinte da Cabras.

Poche parole per riassumere questa penosa vicenda. Nell'autunno scorso, alla primarie si presentano Cabras e Soru. La scelta del presidente è contestata per varie ragioni, anche di opportunità, da molti: incluso Soro, Ladu, perfino e con forza dall'oggi vituperata Barracciu, che ha Sorgono - il centro di cui è sindaco - traina per il cardinalskipper Cabras una maggioranza più che bulgara. Nonostante abbia contro le nomenklature quasi al completo dei e Margherita, Soru vince le primarie. Viene dato per perdente perché Cabras ottiene il soccorso bianco-nerazzurro di moltissimi militanti e decine di dirigenti dei partiti del centrodestra. Tutto documentato (solo nel nostri giornale, 15 articoli tutti dettagliati, mai sfiorati da una smentita) con nomi, cognomi, soprannomi, luoghi e circostanze e numerose auto-confessioni. Fra le più eclatanti, quella di Gianni Bigio. Allora presidente della Confindustria sarda, post-fascista dichiarato e convinto (il padre era federale del regime per vent'anni, un più simpatico fratello consigliere regionale di An, lui si dice anche aspirante alla nomination a governatore col Pdl) che ammette sui giornali di essere andato da Cagliari a Sant'Antioco per votare, nel seggio del Pd, per il suo conterraneo Cabras.

Le urne fondanti inquinate da destra e non per caso: Cabras accetta tutto.

In concreto, le primarie Pd sono inquinate dalla destra nel momento fondante: per mobilitazione “spintanea” comunque organizzata. Nei conteggi finali, Cabras prevale numericamente di poco in quella che è una squalificante disfatta di tutto il Pd decisa dagli avversari coinvolti non casualmente. Soru all'inizio contesta, sembra deciso ad andare fino in fondo impugnando le urne truccate, poi - sbagliando e oggi deve pentirsene - non insiste perché si o lo convincono che meglio lasciar perdere per non dividere il già lacerato partito mai nato.

Al contrario di Cabras, che non fa una grinza. Non si butta niente: inclusi i voti da destra, specie perché sono stati decisivi per la sua vittoria immaginaria. Così ottiene l'ultimasegreteria dei suoi 4 partiti 4 (Psi, Federazione democratica, Ds e ora Pd-bianconerazzurro ad personam), essenziale per poter ottenere la deroga e tornare in Parlamento dove è dal 1994, due volte sottosegretario, nella segreteria Ds con Fassino, in precedenza assessore alla programmazione e anche Presidente della Regione. Una non resistibile scalata, ma alla fine arriva il cursus dis-honorum con il ruolo raccattato ricettando i voti dal centrodestra. Si va alle elezioni politiche, che in Sardegna vanno meglio che in campo nazionale. Ma Cabras è strapazzato in casa, a Sant'Antioco e nel suo Sulcis, con uno scarto di venti punti rispetto alla destra. Lo stesso accade a Palo Fadda, già segretario della Margherita, eletto con la mission mirata di abbattere Soru: anche lui viene stracciato al voto perfino nel suo paese (e altri) benché da 30 anni ne sia padre-padrone-padreterno come inamovibile assessore alla sanità per cinque (ha alle spalle appena cinque legislature regionali e ora due parlamentari, benché una chiusa dopo due anni e l'attuale agli inizi). Non fa una grinza neanche stavolta e passa oltre.

Nella prima assemblea post-voto, Cabras annuncia che Renato Soru è il candidato per il bis alla Regione; snobba, quasi scarica i partiti di sinistra, punta sull'Udc del suo amico Oppi, uno dei massimi sponsors conclamati - con molti noti esponenti di primo piano - della sua non vittoria alle primarie.

Tore Ladu in campo contro l'ex nemico Soru, lo scenario sconvolto.

Lo scenario cambia poche settimane dopo. C'è un parte del Pd che vorrebbe disarcionare Soru (per sostituirlo con chi? O chiedono Obama in prestito o qui davvero non c'è un credibile nome spendibile) ma a questo punto il gioco si fa duro e cominciano a giocare i duri. Antonello Soro, che è stato sempre coerente sulla ricandidatura del presidente, anche quando era contro la scelta per la segreteria del Pd e aveva apertamente appoggiato Cabras. E, new entry, Tore Ladu, tosto avversario de “il Nurago” Soru. Per calcolo, convenienza e realismo, anche Ladu si è convinto che senza Soru le elezioni regionali sono di certo pre-perdute. Si dà il caso che i nomenklati che hanno comandato di tutto e di più nei due partiti confluiti nel Pd abbiano lasciato alle spalle un cimitero politico: zero rinnovamento, siamo alle ultimissime file, in campo solo gregari fedeli e impresentabili, soprattutto triste apparato di sottopancia senza qualità.

Barracciu: vacco di coccio contro vasi di ferrovecchio.

La mossa di Ladu in sinergia con Soru spariglia i giochi, Cabras si ritrova senza maggioranza e si dimette. Non presenta un candidato, impedisce a uno dei suoi (Silvio Lai) di presentarsi per la segreteria benché Soru e altri siano pronti a votarlo. Nello stallo, per uscire dal pantano in cui i cabrarissi vogliono tenere gli avversari fino all'estenuazione e magari alla resa, viene fuori la candidatura di Francesca Barracciu.La classica bella anattroccola corvina che dovrà farsi cigno, se ci riuscirà. Non ha grande esperienza ma è determinata benché vaso di coccio in questo scontro con vasi di ferrovecchio. Per non subire il surplace, Soru e i suoi la eleggono con 66 voti (la maggioranza dell'assemblea di 155 componenti ne avrebbe richiesto 78) perché il gruppo Cabras diserta in massa e fa disertare la votazione. Comunque all'assemblea si erano iscritti 121 componenti e i 66 voti della neo-segretaria sono oltre il 51 per cento dei partecipanti registrati. A questo punto scatta una sub-guerra tribale nuorese con tocco di femminismo ostile alla Barracciu: si unisce al gruppo Cabras una quota che l'aveva combattuto, ricambiata, in precedenza. Il grande sparpaglio nel quale risuonano voci esagitate del presidente del Consiglio regionale Spissu e specie di altri ex socialisti come lui. Si parla di legalità violata: terreno scivoloso visto che c'è qualcuno con un pesante rinvio a giudizio (processo alle porte) per presunta truffa di molti miliardi allo Stato quand'era anche vicepresidente del Consiglio e un altro incombente. Di qui la pensata con appello a Veltroni perché azzeri tutto, indica nuove primarie a ottobre.

Nuove primarie con chi ha già barato una volta?

Questa è la pensata davvero più azzardata. Rifare le primarie in autunno, significa tenere tutto per aria fino a fine anno, cioè fino alla vigilia delle elezioni. Quanti cittadini ci andrebbero, dopo che è stato fatto strame delle precedenti, quelle fondanti? E quanti invece sarebbero i simpatizzanti del Pdl che andrebbero a votare contro Soru per levare di torno il candidato ostico ai loro leaders? Insomma, realisticamente, non per cultura del sospetto ma per specifico precedente sul quale Cabras e i suoi non hanno mai speso una parola, che affidamento darebbero primarie sicuramente avvelenate o presumibilmente inquinate dal Pdl? Sono una grande risorsa se sono vere e pulite. Le prime sono state truccate e sporcate: chi potrà fidarsi, qualcuno è in grado dare garanzie che non avremmo un bis ora anzi più verosimile?

Il rischio dell'azzeramento, partito delegittimato e altri rischi.

La dirigennza nazionale potrebbe preferire un azzeramento per ragione statutarie e anche per motivazioni politiche. Un percorso da non escludere. A patto di valutarne le conseguenze. Si sancirebbe una vittoria a tavolino dell'area Cabras che sul campo ha preferito disertare e neanche consentire che venisse eletto un suo esponente condiviso con i voti di Soru e dei suoi. Non si è voluto un accordo perché si perseguiva solo la rottura, perché niente cambiasse e tutto restasse com'è sempre stato in mano agli apparati e alla nomenklatura di comando e di potere da decenni. Impermeabile anche al rinnovamento con giovani che, come scrive Giorgio Macciotta sul nostro giornale non sono meglio o peggio di quelli che le precedenti generazioni avevano messo in pista anche a meno di trent'anni: da allora purtroppo ancora in posizioni dominanti.

Lo sfregio a Veltroni: il separatismo ora alligna nel Pd che l'aveva combattuto in Sardegna per mezzo secolo?

Ma in tutta questa vicenda, l'aspetto sgradevole e preoccupante è in quest'ultima decisione - se non sarà smentita in extremis - di disertare l'incontro con Veltroni di Cabras, Spissu, pare perfino Giulio calvisi. Uno sfregio al segretario nazionale da un ex componente la direzione (Cabras), un presidente di Consilio (Spissu) e salvo smentite, l'ultimo leader regionale dei Ds, Giulio Calvisi, arrivato al ruolo apicale su indicazione romana. Sta nascendo un separatisimo di partito nel Pd nazionale, un “Roma ladrona” lanciato dalla Sardegna nei confronti di Veltroni? Sarebbe come non riconoscergli ruolo e autorità: da parte di dirigenti che hanno avuto responsabilità di primo piano, anche parlamentari e di governo. Una faccenda davvero ignobile se tutto fosse legato al rifiuto della presenza di Francesca Barracciu: appestata perché non riconosciuta, quasi fosse un'avversaria esterna e non una compagna di partito, contro la quale si sono anche minacciate le carte bollate. Quando si avanzano simili pregiudiziali, significa che si persegue solo la rottura e ci sta lo sgarbo grave al segretario nazionale che prova a mediare. Classica anatomia di un suicidio politico. Ma anche e non casuali prove tecniche di intelligenza col nemico, per regalare la Regione alla destra.http://www.altravoce.net/2008/08/05/veltroni.html



luglio 21 2008

Riforme e modello Prodi
Andrea Romano
La Stampa

Con l’intervista a Pier Ferdinando Casini, pubblicata ieri dalla Stampa, è ormai chiaro il panorama di tutto ciò che non rientra nell’orbita politica del centrodestra. Un’opposizione unitaria a Berlusconi non esiste né è ragionevole immaginare che possa miracolosamente costituirsi entro questa legislatura. Troppo distanti le posizioni di ciascun partito, piccolo o grande che sia, sulle principali questioni della vita italiana. E troppo diverse le aspirazioni di ciascun leader sul breve e medio periodo. Colpisce, ad esempio, la nettezza con cui Casini ha liquidato come una «ingenua furberia» il tentativo di D’Alema di ammiccare alla Lega o a Tremonti per mettere in crisi la maggioranza e come una «battuta ottimistica» la profezia di Veltroni sulla fine del berlusconismo.
Ma, soprattutto, non si intravede alcuna figura interna a questi partiti che possa ritenersi capace di ricondurre a unità ciò che è destinato a rimanere politicamente separato. E allora vale la pena domandarsi se presto o tardi il centrosinistra non sarà costretto a replicare quello che fu nel 1996 il «modello Prodi». Ovvero la scelta di una figura esterna che abbia un mandato federativo. Una personalità che faccia perno sulla propria leadership per dare visione e omogeneità a un cartello di entità diverse. Si dirà che in questo modo è destinata a perpetuarsi l’anomalia italiana di partiti incapaci di esprimere per via normale un candidato alla guida del governo. E si lamenterà tra l'altro il fallimento della «vocazione maggioritaria» che avrebbe avvicinato il Pd a quanto viene fatto dai grandi partiti occidentali.

Tutto vero. Ma guardiamo a ciò che di altrettanto vero sta accadendo nel centrosinistra reale, non in quello immaginario. Di Pietro sta benissimo dov’è, impegnato a godere i frutti della rendita di posizione dell’intransigenza antiberlusconiana che Veltroni gli ha regalato con l'alleanza elettorale. Casini, al contrario, ha appena chiarito di voler incalzare Berlusconi su alcune fondamentali riforme mentre è impegnato a dare alla sua Udc una convincente ragione per restare all’opposizione. Vedremo poi se e come Rifondazione si riprenderà dal trauma del voto con la nuova guida di Vendola. Quanto al Pd, siamo al festival dei solisti. O meglio, per riprendere quanto scritto ieri da Goffredo Bettini sull’Unità, a una «fase di sospensione, un presunto contrasto nel gruppo dirigente su punti non secondari della nostra strategia». È una formulazione in pura neolingua orwelliana che non nasconde il vero punto politico: «Da soli non rivinceremo mai». L’autocritica del principale ideologo del veltronismo è piena e totale. La vocazione maggioritaria può essere serenamente archiviata in attesa di tempi migliori. Tutto questo mentre il Pd non sembra avere alcuna intenzione di accennare nemmeno un passo per preparare un candidato leader diverso e più appetibile di Veltroni, neanche di qui a qualche anno, condannandosi di fatto a una nuova subalternità.
È in questo quadro la vera ragione per cui il centrosinistra sarà costretto a cercare all’esterno del proprio perimetro una figura in grado di guidarlo alla prossima sfida per la guida del Paese. Nel 1996 il nome di Prodi nacque da una precisa cultura politica, quella della sinistra democristiana, che con lui ha espresso la sua ultima stagione di vitalità. Oggi si tratterà necessariamente di guardare al paese reale, quello da cui il Pd ha scelto di distanziarsi con il proprio elitarismo, cercando una figura in grado di dare un autentico valore aggiunto a un campo di forze diverse e tutte minoritarie. I volti possibili sono pochi ed è ancora prematuro lanciarsi nella giostra dei nomi. Ma quello che già oggi è possibile fare è lavorare affinché quel candidato non sia ancora una volta un profeta disarmato. E dunque mettere in cantiere una riforma elettorale che dia al capo del governo gli strumenti indispensabili per guidare la propria coalizione, indipendentemente dal numero di soggetti politici che lo sostiene. Sarebbe, questa sì, una riforma che potrebbe essere condivisa dai due poli con effettivi benefici per la futura salute della politica italiana.



luglio 7 2008

Se c'è un deficit di democrazia
di Arturo Parisi, Corriere della Sera -
Caro direttore, Angelo Panebianco scrive sul Corriere di ieri che «la manifestazione di domani avrà Berlusconi come nemico ufficiale e Veltroni come nemico vero». Di certo una cosa esagerata, ma non del tutto infondata. È per questo che abbiamo dissentito dal tono aggressivo di Flores verso Veltroni e, di fronte al rafforzarsi di una prospettiva che lo assumeva a bersaglio, abbiamo sentito la necessità di distinguerci da voci populiste e qualunquiste che non condividiamo. Chi mi segue sa che a partire dalle elezioni vado svolgendo assieme ad alcuni amici una linea di nitida e aperta opposizione alla segreteria e al gruppo dei capicorrente che, con e contro Veltroni, dirige il partito. Qui posso limitarmi a dire che quando abbiamo avuto qualcosa da dire non le abbiamo mandate a dire e continueremo ad attenerci a questa regola. E anche di fronte alla manifestazione dell'8, la freddezza e ostilità della segreteria del Pd non ci ha impedito di dire e ripetere più volte che di essa riconosciamo l'opportunità e la tempestività e soprattutto i suoi obiettivi di fondo. Opporsi al tentativo di tornare all'antica confusione tra l'agenda personale del «principale esponente dello schieramento a noi avverso» e quella del «presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana». E tuttavia non possiamo dimenticare che il Pd è il nostro partito e Veltroni resta il nostro segretario e anzi che conduciamo questa opposizione proprio perché consideriamo il Pd il nostro partito. Per questo motivo la lealtà e la condizione stessa di oppositore mi ha impedito di considerare la possibilità di essere tra i promotori di una manifestazione che vede tra gli organizzatori altri partiti, ed è per di più aperta al rischio che abbia proprio il nostro partito come vero bersaglio. Ma come non chiedersi tuttavia come mai tanti nostri elettori si riconoscano nella manifestazione nonostante il rischio che essa si indirizzi contro il vertice del partito? Due sono a mio parere le risposte: la mancanza di luoghi dove far sentire con efficacia la propria voce; la mancanza di modi per elaborare il proprio disagio di fronte alla contraddittoria girandola di posizioni del partito. Non bastano le istituzioni, dice qualcuno, dove già gridano le persone abilitate a gridare, nei tempi, nei modi previsti dai regolamenti? Ma i «non abilitati», i comuni cittadini? Perché questo è il problema. Come manifestare il rifiuto di una democrazia intermittente che consente ai cittadini di esprimersi solo ogni cinque anni e per di più con una efficacia calante? È per questo, non per offrire la possibilità di assistere a un altro talk show in una festa d'estate, o per partecipare a un dibattito accademico del quale qualcuno farà poi quel che vorrà, che abbiamo dato vita al Partito democratico. Ma per costruire luoghi dove confronti appassionati, attraverso regole democratiche, potessero concludersi in decisioni impegnative. Non è quello che è successo? Dei 12.092.998 cittadini nostri elettori, 3.554.169 sono i cittadini che 9 mesi fa hanno preso sul serio l'offerta di partecipazione delle primarie. Un dato del quale ci vantiamo mentre dovremmo invece vergognarci. L'assemblea nata da quel voto per discutere e decidere quello che ai cittadini non era stato possibile si è trasformata infatti pian piano in una beffa. Senza grande sorpresa, sotto gli occhi di tutti, i 2858 membri dell'assemblea si sono riuniti in assemblea per tre volte solo per acclamare qualcuno o qualcosa, riducendosi piano piano in quella di quindici giorni fa a poco più di 500. Come meravigliarsi che la meravigliosa sirena delle primarie sia finita perciò in una coda di pesce rappresentata da una direzione di 200 persone nominate dai capicorrente? Il riepilogo è d'obbligo per spiegare come le cose siano quindi, semmai, esattamente all'opposto di quel che pensa Panebianco. Veltroni non è infatti il vero bersaglio della manifestazione di domani, ne è il suo principale organizzatore. È infatti il vuoto di democrazia che abbiamo chiamato «partito» che è all'origine del pieno di partecipazione che chiamiamo «piazza». A chi chiede «perché mai manifestare nelle piazze», la risposta è: e allora dove? nelle assemblee di partito? E a chi chiede: «Perché gridare?», la risposta è: e allora come? Aggiungendo una firma ai 5 milioni già preventivati? Ed ora un cenno solo un cenno alla nevrosi, alla sofferenza causata alla base democratica dalla contraddittoria girandola crescente nelle posizioni del vertice. Credo che un nome basti: «Di Pietro». Leggo che Veltroni avrebbe ieri invitato i socialisti a non considerare Di Pietro un nostro «nemico assoluto». Quanta strada in così poco tempo! Non son neppure tre mesi che ci presentammo agli elettori con Di Pietro nelle vesti non di «non nemico assoluto » (manco fosse Hitler!) ma addirittura di «amico assoluto», l'unico scelto a incarnare l'eccezione alla regola dell'andare da soli, l'unico compatibile col «prima i programmi dopo le alleanze», l'unico compagno col quale condividere un cammino guidato dalla determinazione «di metter fine ai 15 anni di odio» verso il «principale esponente etc.». Tutto si può rimproverare a Di Pietro fuor che l'incoerenza. Una follia! È per questo che penso esagerate ma non del tutto infondate le affermazioni di Panebianco di oggi. È per questo che domani non sarò tra i promotori, non esporrò la mia voce al rischio che venga confusa con quella di chi persegue scopi diversi da quelli ufficiali, ma sarò tuttavia tra i cittadini e in particolare tra i democratici per ascoltare la loro voce, parlare con loro, e condividere la loro protesta e il loro disagio.


giugno 23 2008

Parisi e la crisi del Pd: a questo punto va cambiato leader
di Maria Teresa Meli, Corriere della Sera -

Arturo Parisi va avanti nella sua battaglia. Anche dopo il diverbio con Veltroni. Dopo le accuse che gli hanno lanciato, eccezion fatta per Marini che lo ha riconosciuto come un avversario interno autorevole e leale nonchè ruvido. Quindi Parisi non lascia. Anzi raddoppia e chiede le dimissioni del segretario.
Professore, la vicenda dell'altro ieri è chiusa?
«Quel che è avvenuto è gravissimo, ma era esattamente quello che purtroppo mi attendevo, però, per "tranquillizzarli", voglio dire che non mi arrenderò: continuerò la mia battaglia per la legalità nel partito. Il Partito Democratico è stato attraverso l'Ulivo l'obiettivo della mia vita. No. Non facciano conto sulla mia resa ».
Pare di capire che non sia solo un problema di legalità, ma anche politico. Che cosa avrebbe voluto sentire da Veltroni?
«Mi auguravo che, invece di assumere nientimeno che a spartiacque la lettera di Berlusconi a Schifani, confermando la subalternità del Governo ombra al calendario e all'agenda del Governo sole, ci annunciasse che la campagna elettorale era finita e con essa l'inevitabile menzogna che è implicita nella propaganda, e che era iniziata finalmente la stagione della verità, il momento di prendere sul serio la risposta degli elettori.
E invece niente.
«Dicono che seppure dopo due mesi questa volta Veltroni abbia riconosciuto la sconfitta. Quale riconoscimento? Al massimo la sua è stata l'inevitabile presa d'atto della sconfitta elettorale. Nulla ci ha detto invece sulla sconfitta politica, niente su Roma, sulla Sicilia, sulle altre amministrative, che dalla Sardegna alla Val d'Aosta sono state anch'esse un disastro: ci ha detto di più sulla sconfitta delle amministrative del 2007. Mi sembrava di essere nella gag di Totò».
Scusi!?
«Si quella in cui un signore schiaffeggia Totò chiamandolo Pasquale, e più lo schiaffeggia e più Totò ride. Tanto che quello gli chiede: "Ma come, più io ti meno più tu ridi?" E Totò gli risponde: "E che sò Pasquale io? Volevo vedere dove andavi a finire". Veltroni è così: pensa che gli schiaffi che gli han dato gli elettori siano sempre diretti al governo Prodi. E in questo modo siamo arrivati al ridicolo di un Pd che continua a presentarsi come partito a vocazione maggioritaria, mentre in Sicilia prende il 12,5 per cento».
Ma lei, onorevole Parisi, che avrebbe detto se avesse preso la parola all'Assemblea?
«Avrei detto che il problema non è la sconfitta elettorale. Quella era inevitabile. E' stata scelta a tavolino nel momento in cui abbiamo deciso di alleggerirci dall'ossessione della quantità delle risposte. Ma il fatto è che non l'abbiamo sostituita con la qualità della proposta».
Si riferisce alla separazione dal Prc?
«Si, per la quantità, alla separazione consensuale con Bertinotti. Ma senza la qualità Veltroni non ha vinto e non vincerà domani nè dopodomani. E' questo che fa delle elezioni sono state un fallimento totale».
Non le sembra di essere troppo duro, Professore?
«Serio, non duro. Sì. Lo riconosco. Ho difficoltà a riconoscermi nel clima zuccheroso, buonista e sorridente che ha da sempre caratterizzato la leadership veltroniana. Non avevamo bisogno di Tremonti per riconoscere che il tempo presente è dominato dalla paura. Questo Veltroni ieri lo ha riconosciuto. Quello che tarda a capire sono gli elettori che quando ci vedono sorridere non riescono proprio a capire cosa abbiamo da ridere. Ci sono state stagioni nella quali "pensare positivo" era di moda, e bastava copiare alla lettera gli slogan e le forme della propaganda americana. Questa è invece una stagione nella quale c'è bisogno di una guida e di un pensiero che sia almeno serio, se non forte, e comunque nostro».
E quale pensiero serio formulerebbe su questo Pd che stenta a crescere?
«Diciamo che questa è la premessa che mi costringe a riconoscere che purtroppo la formula che finora ho usato non è più sufficiente».
Ossia?
«Mi illudevo di poter distinguere la leadership dal leader e perciò chiedevo a Veltroni di cambiare linea. Sono passati due mesi pieni e di fronte ai ripetuti avvertimenti che ci vengono dagli elettori e dall'interno del partito la linea non è cambiata. E' evidente allora che a questo punto bisogna cambiare leader».
Perchè lo chiede, visto che dicono che sta per andarsene dal Pd e che formerà un nuovo movimento?
«Si illudono: devono provare a cacciarmi. Non sarò io ad andarmene. So che è questo il loro sogno. Troverò il modo di tenerli svegli. E' bene che ricordino che il Partito democratico è stato per me come per molti il mio partito molto prima che per loro».
Quindi, cambiare leader. Non lo chiede nessuno, però.
« La passione per il Pd mi impone come dovere morale di dire in pubblico quello che quasi tutti dicono in privato. Anche a costo di fare la parte del bambino che dice "il re è nudo". Quella che mi scandalizza di più è la slealtà verso Veltroni: preferiscono tutti tirare di fioretto, ferirlo di punta, mettendo nel conto che l'avversario si dissangui a poco a poco. Ma così si dissangua anche il Pd e la democrazia italiana. E' per questo che son stato d'accordo con Veltroni che voleva aprire la fase congressuale. Apriamola, dissi, per capire chi siamo e dove andiamo. Purtoppo, però, il rifiuto è stato corale. In molti preferiscono lavorare a sfiancare il partito e il suo leader senza assumersene la responsabilità. Più tempo passa, più credo nella regola secondo la quale chi perde va via, senza tragedie, per evitare che la crisi di una leadership si trasformi nella crisi del partito».



giugno 18 2008

Il pacato ultimatum

Con un involontario ossimoro, “l’Unità” di oggi definisce “un pacato ultimatum” quello di Veltroni a Berlusconi.

Diciamo la verità, ormai per Uòlter l’unico sentimento possibile è una simpatia che sconfina nella tenerezza.

Aveva puntato tutto sui toni civili, sul confronto costruttivo, sull’opposizione leale e serena di Sua Maestà: e quell’altro nel giro di un mese gli ha spernacchiato in faccia una legge che lo salva dal processo Mills, il ripescaggio del lodo Schifani, l’imbavagliamento delle intercettazioni telefoniche, la galera per gli immigrati, l’esercito per strada e una sequela di Tg Rai-Mediaset che sembrano la tivù birmana.

Di fronte a tutto ciò, Uòlter alza il sopracciglio, rattristato, e lancia un “pacato ultimatum”.

L’immagine che mi viene in mente è quella di Uòlter che, alla guida di un Apecar, viene tamponato da un autotreno. Uòlter scende, sorride e timidamente propone al camionista di compilare una constatazione amichevole. Invece il camionista urla, minaccia, gli tira un cazzotto, gli sputa in faccia.

Ecco: a quel punto Uòlter ci rimane molto male e avvisa il suo interlocutore, con un pacato ultimatum, che il dialogo tra di loro è a rischio.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/



maggio 4 2008

Cinque lezioni
Mario Pianta


Una sconfitta elettorale dopo l'altra, per il centrosinistra, con dinamiche apparentemente imprevedibili. E qualche segnale positivo, come la vittoria a Vicenza del candidato Pd, Achille Variati, contrario alla costruzione della nuova base militare Usa. Proviamo a leggere le cinque lezioni che vengono dal voto. La prima osservazione riguarda le identità dissolte della politica della sinistra.
E' affondato il «corro da solo» del Pd di Veltroni, mentre la rinnovata Unione ha perso quando si è stretta intorno a Rutelli al Comune di Roma e ha vinto con Zingaretti alla Provincia. Ampie alleanze elettorali restano necessarie per vincere in questo sistema di voto, ma non possono più dare per scontato un consenso fondato su identità radicate. E questo vale anche oltre la sinistra, ad esempio per il voto cattolico, che non ha fatto crescere l'Udc e tantomeno il Pd. I partiti non possono più pensare che operazioni di vertice possano trascinarsi dietro i consensi degli elettori.
Se la politica non è più affermazione di identità «alte», la seconda lezione è che non è nemmeno più un orizzonte di promozione sociale, un meccanismo di redistribuzione. Il fallimento del governo Prodi e il disincanto sull'amministrazione Veltroni al Comune di Roma hanno qui le loro radici, nell'incapacità di realizzare cambiamenti coerenti con le aspettative dei cittadini. Il declino dell'economia italiana, l'impoverimento delle classi medie e popolari, le disuguaglianze più forti, sono allo stesso tempo il risultato di una politica che rinuncia a pensare al cambiamento, a praticare valori di giustizia, e fattori che riducono sempre più i margini di costruzione del consenso attraverso politiche redistributive. Di fronte alla percezione del declino, la scelta elettorale diventa «populista», ricerca tutele intorno a nuove identità, e si affida a promesse di cambiamento purchessia, come nel caso della Lega al Nord e di Alemanno a Roma.
La terza dinamica, conseguente alle precedenti, è l'ondata di antipolitica. Un rifiuto che prende molte strade: l'astensionismo, il voto alla Lega, la scelta di punire in modo selettivo il «riciclato» Rutelli. E' evidente che una parte importante dell'elettorato di sinistra non è più disponibile ad accettare leader e candidati troppo identificati con il «palazzo» e la «casta» dei politici, troppo distanti dalle realtà locali, troppo vuoti di contenuti, troppo inefficaci nelle loro realizzazioni. Viceversa - e questa è la quarta lezione - un po' di democrazia partecipativa offre buoni risultati anche alle elezioni. E' paradossale che per il supersconfitto Veltroni l'unica fonte di legittimazione che resti siano i tre milioni di voti del cittadini alle primarie del Pd. Variati a Vicenza è stato votato alle primarie, Rutelli a Roma è calato dall'alto del loft del Pd. Gli esempi possono continuare: Prodi come leader dell'Unione e Vendola come candidato nella Regione Puglia hanno vinto dopo un'importante legittimazione delle primarie; la debolezza di Bertinotti a capo della Sinistra Arcobaleno è stata anche legata a una scelta di vertice di quattro partitini. Una parte importante di cittadini vuole partecipare, anche in forme fittizie e limitate come le primarie. Se ciò non avviene, manca un elemento importante di legittimazione dei candidati e si riduce il coinvolgimento nella sfida elettorale.
La quinta lezione è che rinnovare un'idea e una pratica di politica come partecipazione rappresenta la strada naturale per la ricostruzione della sinistra. Esiste una vastissima riserva di pratiche partecipative nell'azione della società civile, nelle mobilitazioni dei movimenti, nelle reti di organizzazioni che propongono alternative concrete di cambiamento. Dove la politica, fondata su valori e contenuti, incontra queste esperienze - come è successo a Vicenza - le elezioni si possono vincere. E questa è una buona notizia.http://www.ilmanifesto.it/argomenti-settimana/articolo_384d1850ec3aac1b7eee2e84948135af.html


aprile 1 2008

La piccola svolta di Veltroni

di Alfredo D’Attorre | All’inizio di febbraio era difficile trovare qualcuno, sia tra gli osservatori sia tra i militanti del Partito democratico, disposto a credere davvero che la partita elettorale con il centrodestra potesse essere riaperta, soprattutto dinanzi alla scelta di rompere l’alleanza con la sinistra radicale. Il coraggio dimostrato con quella scelta e il grande slancio con cui il Pd ha avviato la campagna elettorale hanno invece determinato una situazione nuova, in cui Berlusconi, per la prima volta dopo quindici anni, ha dovuto inseguire la trasformazione del quadro e del clima politico nel paese, anziché esserne il principale artefice.
Inoltre, com’era prevedibile, la scelta del Pd sulle alleanze “non omogenee” ha prodotto un effetto di sistema sull’intero quadro politico. E’ verosimile, infatti, che dalle urne esca una rappresentanza parlamentare semplificata in quattro grandi aree politico-culturali (Pdl-Lega Nord, Udc, Pd, Sinistra Arcobaleno), realizzando così quella riforma del sistema politico che per anni si è invano cercato di ottenere tramite progetti di riforma elettorale. Questa semplificazione, peraltro, rende più credibile la prospettiva di una legislatura finalmente in grado di portare a termine un progetto coerente di riforma istituzionale ed elettorale.
A poco più di due settimane dal voto, però, resta il fatto che la coalizione di centrodestra conserva, secondo quasi tutte le rilevazioni, un vantaggio significativo. Veltroni sembra adesso essersi convinto che sia irrealistico pensare di proseguire e accelerare la rimonta, in un periodo così breve, senza passare all’attacco. Si può comprendere la scelta di non riprodurre dall’inizio della campagna tutto il tradizionale bagaglio dell’antiberlusconismo. Ora, però, in una situazione in cui Berlusconi rimane il favorito, non avrebbe senso affrontare la fase cruciale della campagna elettorale senza chiedere agli italiani (e, in particolare, alla quota non piccola di elettori tuttora indecisi) di pronunciarsi anzitutto sull’attitudine a governare il paese da parte di chi ha già avuto cinque anni ininterrotti e la più larga maggioranza parlamentare della storia repubblicana per dare prova di sé, con i risultati che conosciamo.
All’intensificarsi della polemica diretta a colpire la credibilità di Berlusconi come uomo di governo deve però accompagnarsi una capacità di proposta più incisiva di quella che il Pd è riuscito a esprimere finora. Il programma è certo infinitamente più breve e credibile di quello del centrosinistra del 2006. Sarà cresciuto il numero di coloro che l’avranno letto, ma nessuno può pensare che ciò basti a spostare più di un milione di voti dal centrodestra al centrosinistra nelle ultime due settimane (in base ai dati dei sondaggi, la rimonta richiederebbe questo). Si aggiunga l’innegabile difficoltà che la vicenda Alitalia sta creando al Pd, specie al Nord.
Negli ultimi giorni Veltroni ha tentato di rilanciare con alcune proposte dal forte impatto mediatico, come la riduzione dello stipendio dei parlamentari e l’aumento delle pensioni minime. Chi potrebbe non essere d’accordo? Nessuno. Al punto che su questi temi non si è riusciti ad aprire alcun vero dibattito. È la conferma che ormai questo genere di misure, in un’opinione pubblica disincantata, possono produrre un effetto quando le si riesca a realizzare, non certo al momento dell’annuncio.
Si può invece fare uno sforzo ulteriore per individuare alcuni temi cruciali, sui quali dimostrare che il Pd rappresenta una svolta anche rispetto alle precedenti esperienze di governo del centrosinistra e ha il coraggio di affrontare di petto i ritardi strutturali dell’Italia. Si pensi, ad esempio, al tema della formazione e della ricerca. Tutte le analisi comparative internazionali degli ultimi anni, per quanto riguarda sia la scuola sia l’università, ci dicono che siamo di fronte a una vera e propria emergenza nazionale. Eppure il tema è quasi assente dalla campagna elettorale. Perché non ammettere gli errori compiuti anche dai governi di centrosinistra e, anziché continuare a parlare di attività complementari, di creatività dei ragazzi da stimolare, di teatro, musica e internet, non riconoscere che ormai c’è un problema drammatico che riguarda anzitutto le materie di base, italiano e matematica, un problema che mette a rischio la capacità di tanti giovani di scrivere correttamente, di leggere un testo comprendendone il senso, di compiere le operazioni logiche fondamentali? Altro che le “tre I” di Berlusconi, qui siamo di fronte alla prospettiva di un arretramento spaventoso del livello culturale di base delle nuove generazioni e, conseguentemente, della qualità della vita civile e del potenziale di sviluppo dell’Italia nei prossimi decenni.
Per non farla lunga, accenno soltanto a un altro tema: il ruolo dello Stato centrale nel contesto della competizione economica globale. Il vantaggio di cui tuttora gode la coalizione di centrodestra corrisponde grosso modo alla forza elettorale della Lega Nord, che si conferma così decisiva per l’eventuale vittoria di Berlusconi. Siamo ancora convinti che, per recuperare consensi al Nord e tra i ceti produttivi del paese, si debba inseguire la Lega sul terreno di un federalismo scriteriato, che moltiplica i costi della politica e infligge in diversi settori (infrastrutture, energia, commercio estero, promozione turistica, per citare solo i principali) un danno grave alla competitività economica del paese? Dopo i disastri della riforma costituzionale del Titolo V votata dal centrosinistra nel 2001, siamo ancora convinti che l’Italia possa essere l’unico grande paese europeo che rinuncia a un ruolo incisivo dello Stato centrale a sostegno dei propri interessi nazionali? Lo ha detto finalmente con chiarezza Massimo D’Alema, in una intervista di qualche giorno fa: “Faccio una riflessione autocritica. Per troppi anni siamo stati subalterni all’idea che bisognava scardinare lo Stato centrale, subalterni al federalismo, alla retorica dell’autogoverno alimentata anche dalla stagione dei sindaci, alla filosofia del glocalismo… Non funziona. […] Serve invece un forte e autorevole Stato centrale, cioè quella struttura già nata debole e che da vent’anni lavoriamo a indebolire”. Lo confesso, musica per le orecchie di chi, come me, negli ultimi anni ha provato una tale allergia di fronte all’infatuazione “glocalista” da essere spinto perfino a riscoprire i classici dello statualismo ottocentesco. Ora, al di là delle preferenze culturali di ciascuno di noi, questo tema può parlare anzitutto ai ceti produttivi del Nord, che si confrontano ogni giorno con concorrenti stranieri che hanno alle spalle uno Stato che li sostiene di più costando di meno. Può parlare più della solita litania federalista, più dei discorsi indeterminati sulla riduzione dei costi della politica e forse anche più della provocazione del capolista del Pd in Veneto, Massimo Calearo, che propone di far fallire l’Alitalia.http://www.leftwing.it/politica/151/la-piccola-svolta-di-veltroni


marzo 23 2008

"Vincere dipende anche da te"

La lettera di Walter Veltroni al popolo delle primarie

Ci siamo. Siamo arrivati al momento decisivo.

Con la sua nascita, il Partito Democratico ha cominciato a cambiare la politica italiana, lo ha fatto grazie alla tua partecipazione, alla tua passione, che insieme a quella di altri milioni di persone, in una bellissima giornata di ottobre, ha permesso di realizzare il progetto, il sogno, che avevamo nel cuore.
Ora abbiamo, fra poche settimane, l’occasione per dare corpo, per tradurre in atti concreti, quella che è la ragione, la missione, il senso stesso del Partito Democratico: cambiare l’Italia, unirla, liberare le sue energie e farla crescere, restituire agli italiani e soprattutto ai giovani, alle nuove generazioni, speranza,
fiducia nel futuro, serenità, sicurezza
.
È stata la tua presenza, quel 14 ottobre, ad avviare il tempo del coraggio e del cambiamento, a darci la forza di candidarci da soli alla guida del Paese, finalmente liberi di presentare le nostre idee, le nostre proposte, il nostro programma di governo. Dopo la nostra scelta tutto si è messo in movimento. È diventato chiaro, evidente, che da una parte c’è il passato, dall’altra c’è il futuro. Da una parte c’è la riproposizione di un film già visto, con gli stessi interpreti, con lo stesso copione, tutto esattamente come prima. Dall’altra la possibilità di uscire dal clima di odio e dalle divisioni di questi ultimi quindici anni, di voltare pagina,di cambiare non semplicemente un governo, ma il Paese.
È per questo che io mi sono candidato. Non per ricoprire una carica, ma per contribuire al cambiamento che serve all’Italia.
Gli italiani si stanno accorgendo di quanto sia netta, e decisiva, la scelta che faranno il 13 e il 14 aprile. Me ne rendo conto sempre di più ogni giorno, in ogni tappa del viaggio appassionante che mi sta portando in tutte le province italiane. C’è un’Italia viva, c’è un’Italia che è in piedi, ci sono italiani che faticano e lavorano, che studiano, che hanno idee e investono su se stessi per realizzarle, che si occupano degli altri, che fanno sacrifici per mantenere con onestà la loro famiglia.
È a tutti loro, è a questa Italia vera, che noi vogliamo parlare. La campagna elettorale è difficile, ma è aperta. Molto più di quanto non si pensasse all’inizio. In poche settimane abbiamo recuperato terreno,e moltissime sono le persone ancora indecise. L’esito non è affatto scritto, e dipenderà da quello che ognuno di noi riuscirà a fare da qui al 13 aprile.
Il tuo impegno è fondamentale. Ti chiedo, per questo, di tornare domenica 30 marzo nel circolo, nell’associazione, nella sede dove hai votato alle primarie di ottobre. Lì troverai materiale, opuscoli, vademecum e “istruzioni per l’uso” che ti aiuteranno a partecipare in modo ancora più attivo alle ultime due settimane di campagna elettorale.
Il risultato dipende anche da te. Da te dipende quello che insieme potremo fare. Quello che insieme faremo per l’Italia.


Roma, 10 marzo 2008.
Walter Veltroni


marzo 19 2008

 

Far vincere Veltroni e il PD

In questi giorni siamo tutti destinatari di aspre critiche su come sono state composte le liste non solo a Roma ma anche in altre parti del paese.
Si denunziano gli accordi esclusivi tra i due partiti, che hanno salvato solo le appartenenze a questo o quell'altro capo clan o i candidati cooptati ( vedi liste civiche ) e non riconosciuti da alcun voto popolare; rifiutando in tal modo qualsiasi rilevanza alle primarie dove nuovi soggetti si affacciavano sulla scena politica del paese. Ora escludere chi ha avuto una legittimazione da una libera consultazione, anche espressione di valenze territoriali, appare come la negazione di principi solennemente affermati. Il PD che si presenta con queste liste è un'altra cosa da quello che è scritto nello statuto, nella carta dei valori e nel manifesto.

Condivido tutte queste critiche, tuttavia, in questo momento, le lascio alle mie spalle per riprenderle dopo i risultati elettorali. Una volta fondato il PD avremo tutte le possibilità per dare alla nostra opposizione a questi metodi una linea politica.
Pertanto desidero rendere pubblico il mio disappunto su qualsivoglia iniziativa inutilmente recriminatoria rispetto a decisioni prese anche se, come a Roma, in maniera difforme dalle regole recentemente approvate sui poteri dei vari organismi dirigenti del partito.

Siamo in piena battaglia elettorale e a noi militanti, che dobbiamo sostenere la prima linea, l'obiettivo unico che ci impegna è far vincere Veltroni e con lui il Partito Democratico.
Tutte le azioni che indeboliscono il fronte della prima linea vanno condannate e respinte con vigore ( scusate questa terminologia guerresca ma i termini forti sottolineano l'importanza dell'evento ).

Buon lavoro e buona campagna elettorale.

Fabrizio Giuliani

http://romanordxilpd.blogspot.com/



marzo 10 2008

Finalmente Berlusconi ha gettato la maschera
Ieri a pranzo ho guardato Studio Aperto. Mi piace, una volta ogni tanto, guardare quel telegiornale; ha una struttura, come la definiscono, per i giovani: apre con la cronaca nera, poi un po' di politica, un po' di cronaca e quindi via di tette, culi e se serve ti sbattono anche un po' di cani da piazzare qua e la.
Se questa è la struttura "per i giovani" vuol proprio dire che ritengono i giovani un branco di deficienti. Ma tant'è.
 Comunque, mentre lo guardavo, hanno fatto un servizio sul PDL ed uno sul PD. Quello sul PDL è durato circa 5 o 6 minuti ed era un vero e proprio spot elettorale; quello dedicato al PD è durato circa 50 secondi e riprendeva Cacciari mentre polemizzava con Veltroni. Lo spazio alle altre formazioni politiche: completamente assente!
Che bella l'informazione di Mediaset, e pensare che Silvio va ancora dicendo in giro che le sue reti sono equilibrate. FANTASTICO! Talmente equilibrate che, 2 anni fa, per vincere le elezioni avevano fatto fuori Mentana, troppo super partes, per metterci Rossella (non Ohara, ma Carlo), che è mooooolto pro partes (non so se si dica così, ma suona bene).
Berlusconi, durante quel comizio, ha gettato la maschera. Non ce la faceva più a far finta di essere una persona seria. Non poteva continuare a fingere, lui che per anni ha fatto del suo essere "la macchietta italiana" un simbolo. Adesso da lui mi aspetto che faccia una bella foto di gruppo con la lingua di fuori, che faccia la pernacchia ai giornalisti che gli pongono domande "non allineate" ai suoi voleri, che si gratti i coglioni durante i comizi e che, per galvanizzare i suoi, alla fine dei suoi discorsi faccia "la mossa".
Grazie Silvio, grazie di essere tornato in te. Non credevo avessi veramente paura del PD, forte dei sondaggi che ti davano a +10, ma questo cambio di direzione della tua campagna dimostra che paura ne hai, e pure tanta.
Vai Walter, continua così, dimostrare che "noi" siamo delle persone serie mentre "loro" sono dei saltimbanchi non può fare altro che giocarci a favore... o almeno spero, in questa Italia dove fare i saltimbanchi paga sempre!
http://democonvinto.ilcannocchiale.it/


marzo 8 2008

Dov’ è finito il buonismo di Veltroni ?

“Cummannari è megghiu che futtiri”, dice un antico intercalare siciliano. Deve essere questo il motivo per il quale, all’atto pratico, anche Topo Gigio Uolter sembra Capitano Nemo. Da quando è diventato segretario del Pd con un piglio che non ti aspetti ha fatto quello che un buono non fa. Poche mediazioni, niente estenuanti giri di parole, tanto che alla fine si può considerare colui che ha dato la spinta alla già consistente slavina che poi Dini e Masstella hanno trasformato in valanga per far defungere l’esperienza del governo Prodi. E’ lui che ha messo la coalizione che lo sorreggeva dinnanzi ai suoi limiti - quelli che oggi va ripetendo in continuazione - legandone subito i destini ma separandone poi il giudizio. Ed è per questo che continuare a sostenere che lui e Prodi sono uguali è un suicidio mediatico.
Poi ha fatto quello che pareva impossibile, un tabù. Si è separato dalla sinistra radicale e il trauma è durato una settimana scarsa. Andando da solo ha obbligato l’opposizione a fare i conti con il suo coraggio, l’ha spaccata in tre pezzi, ha poi messo alla porta De Mita, sta facendo stare insieme Binetti e Bonino, mettendo la parola fine alle pretese elettorali di quest’ultima in una sola giornata. Ha ignorato le urla di Famiglia Cristiana e dell’Avvenire. Ha candidato (secondo me sbagliando) un impresentabile come Calearo ignorando al proposito i mal di pancia di Parisi, ha infilato dei ragazzotti senza storia come capilista in circoscrizioni chiave, infischiandosene (era ora) dei giudizi di Cossiga e di quanti altri. Ha commesso almeno un altro errore: la mancata candidatura di Lumia in Sicilia infatti rischia di essere intesa come un gesto di debolezza. Non ha replicato né alle accuse non velate dell’escluso, né a quelle di Beppe Grillo (a cui Veltroni deve qualcosa). Non reagisce alle provocazioni.
Non replica agli insulti, non gioca la partita dell’avversario, ma solo la sua. Piuttosto non finisce sull’Ansa ma dice solo quello che vuole lui.
Veltroni non è un buono è un secchione che ha imparato così bene la lezione che non capisci mai se c’è o ci fa. E’ al di là di Berlusconi: Veltroni interpreta se stesso, non ha bisogno di sdoppiarsi nel presidente operaio, piuttosto che in quello infermiere o in quello imprenditore. Berlusconi ha (aveva) la risposta sempre pronta, Veltroni non risponde, alza la posta. E fino a quando durerà questo gioco, Veltroni potrà sempre sperare di vincere. Anche se non ha una scala reale servita.

P.S. Su Lumia, Uolter ci ha ripensato. Un errore in meno.http://www.insolitacommedia.it/



marzo 2 2008

Primi manifesti Pd. Da Gasbarra a Veltroni.

Presentata la prima campagna di comunicazione del Pd in vista del voto d’aprile.

A chiusura dei manifesti sempre la stessa frase: Un’Italia moderna. Si può fare.

Tre manifesti (poi declinati in 6 x 3, 4 x 3 e altre pezzature più piccole), con la stessa foto di Walter Veltroni, e tre slogan:

    Non cambiate un governo. Cambiate l’Italia.
    Non pensate a quale partito. Pensate a quale Paese.
    Non rientrate nel caos. Voltate pagina.

Non sono male. L’ispirazione mi sembra quella della campagna affissioni di Enrico Gasbarra alle provinciali del 2003. Un’ottima campagna (e vincente), e un bel case study (che all’epoca studiai, e potrei mettere tutto online in pdf). Una delle più efficaci in assoluto degli ultimi anni; con alcune particolarità (di quella) e alcune differenze (di questa) che noto a prima vista e sulle quali semmai ritorno nelle prossime ore.

 

Campagna manifesti Walter Veltroni
Campagna manifesti Walter Veltroni 2008

 

 

Campagna manifesti Enrico Gasbarra 2003
Campagna manifesti Enrico Gasbarra 2003
http://www.spindoc.it/2008/02/20/primi-manifesti-pd-da-gasbarra-a-veltroni/#comments

Ci vogliono prendere per i fondelli: diamo un'occhiata alle stranezze della campagna elettorale


Enzo Roggi

Stanno succedendo strane cose in questo avvio di campagna elettorale. Vediamole.
Veltroni ha presentato il programma del PD e subito da destra tutti affermano che egli lo ha copiato da quello di Berlusconi. Solo che Berlusconi non ha ancora presentato alcun programma. Come si può copiare qualcosa che non esiste?
Il settimanale della CEI ha duramente attaccato il prof. Veronesi perché si è candidato col Pd accusandolo di "antropologia riduzionistica". Ora è a tutti noto che l'oncologo milanese è una delle maggiori autorità mondiali nella lotta contro il cancro e può vantare di aver salvato, direttamente o indirettamente, milioni di vite umane. Ma la CEI (con Ruini o con Bagnasco) non predica ogni giorno a favore della vita?
L'on. Fini ha affermato che il suo partito non scompare nelle file del PdL ma ne costituisce l'essenza. Come tutti sanno la "essenza" della destra missina e post-missina consiste in un esplicito nazionalismo ferreamente unitario (non a caso finora tale partito si è chiamato "Alleanza Nazionale"). Ma allora come fa Fini a digerire l'alleanza con la "padana" Lega Nord e esalta la promozione di una Lega Sud chiaramente ispirate ad un Paese spezzato in tre? Ecco dunque un partito muscolare che si dona non solo al miliardario e monopolista Berlusconi (alla faccia della "destra sociale") ma addirittura fa combutta con due Leghe anti-nazionali.
C'era in Sicilia un fiero fondatore e gestore di Fi di nome Micciché che assicurò 61 seggi sui 61 disponibili alla destra nel 2001 e che si è candidato rumorosamente alla carica di presidente della Regione al posto del condannato Cuffaro. Ma proprio il padrone del suo partito l'ha bloccato preferendogli il capo di un partitino di recente acquisto, cercando di consolarlo promettendogli un posto di ministro. Com'è che il grande, esclusivo amore per la Sicilia si tramuta in un posto a Roma?
Il cavaliere ha telefonato a un convegno dicendo di avere la certa vittoria già in tasca tanto che "non ci sarebbe neppure bisogno della campagna elettorale". Se l'esito è già incassato perché, allora, sta comprandosi alleanze a destra e a manca insolentendo quotidianamente l'ex alleato Casini? Chi gli ha suggerito un così blasfemo attacco alla coscienza e alla libertà di scelta dei cittadini? Forse il suo amico Putin?
Il più grosso manifesto finora apparso sui muri è quello che dice: "la sinistra ha messo in ginocchio il paese. Italia rialzati!" Segue la firma: Berlusconi. Ma ecco che le due maggiori associazioni di consumatori, Adusbef e Federconsumatori, documentano come tra il 2002 e il 2007 i rincari di mercato sono costati mediamente a ogni famiglia 7.636 euro. Così ben cinque dei sei anni documentati sono stati governati da Berlusconi medesimo, dunque la responsabilità del carovita ricade su di lui per l'83%, almeno finché la matematica non sarà un'opinione.
E' in corso a Genova il processo contro gli agenti che si macchiarono di orribili violenze contro gli studenti nella caserma Bolzaneto in occasione del G8 (quando fu ucciso il giovane Giuliani). Il PM ha documentato scene degne della vergogna di Guantanamo. Domanda: chi governava all'epoca, insomma chi erano il capo del governo e il ministro dell'Interno? Chi ordinò un tale scempio? Non saranno, per caso, coloro stessi che oggi si chiamano "Popolo della libertà"? E non era lì, a Genova, in quei giorni e in quelle ore a sopraintendere agli eventi un certo Gianfranco Fini?
Molto nervose sono state le reazioni a destra per la decisione dei radicali d'inserire proprie candidature nelle liste Pd. C'è chi ha parlato di "guazzabuglio", chi di "vendita della coscienza liberista per un posto in platea". Ma tutti costoro hanno dimenticato di aver reclutato addirittura colui che, allora, era segretario del partito radicale, quel Capezzone che si guadagnò così la carica di presidente di una Commissione parlamentare.
Sembra che Berlusconi abbia convinto a candidarsi nelle sue liste la brava cattolica promotrice del "Family day" con l'evidente scopo di attrarre il voto cattolico integrista. Ma, allora, perché lo stesso cavaliere ha bocciato l'alleanza con l'antico fedele Giuliano Ferrara? Non si è accorto con quanta deferenza l'ateo devoto ha ossequiato con tanto di stretta di mano il Papa stesso? Viperina concorrenza insufflata di incenso.
L'Ordine dei medici è stato letteralmente insultato (fino all'accusa di falso) da certi ambienti clericali per aver detto la verità sulla ragionevolissima Legge 194. A simili accusatori non dice nulla il fatto che, grazie proprio a tale legge, gli aborti in Italia sono diminuiti di oltre il 40%? Evidentemente certi iper-cattolici preferiscono fatti come la vergognosa inquisizione della paziente dell'ospedale di Napoli. Poi ci si lamenta che qualcuno rimpianga Papa Wojtyla.http://www.pontediferro.org/articolo.php?ID=1087



febbraio 22 2008

Veltroni: Emma ci fa crescere
di Fabio Martini, La Stampa -Alle sette della sera in piazza Cavour, uno slargone a pentagono affollato da quattromila persone, Walter Veltroni ha appena esaurito la sua performance oratoria e, a quel punto - secondo la consueta scaletta voluta dal leader - una banda inizia a suonare a tutto volume l’Inno di Mameli.

Veltroni in cima al palco si avvia a sussurrare: «Fra-tel-li d’Ita-lia...». Ed è a questo punto che scatta la sorpresa: dalla piazza almeno un migliaio di persone, soprattutto donne, cantano a tutta gola l’inno nazionale. Nei comizi precedenti la novità era stata accompagnata con una certa pruderie da parte della gente di Pescara, Teramo, L’Aquila, Campobasso, Isernia, Barletta. Tante bocche che si muovevano ma senza cantare. Ora davanti a quella piazza che asseconda, lassù sul palco anche Veltroni alza il volume della sua voce, è visibilmente soddisfatto, sente di avere fatto "centro" anche con questa nota patriottica, con questo "scippo" dell’Inno alla destra.

Da due settimane - come racconta chi ci vive accanto - Walter Veltroni è gasatissimo, è convinto di averle azzeccate tutte e alla fin fine è stato proprio questo stato di grazia del leader a "piegare" i notabili del partito attorno ad una scelta che molti non condividono: quella di inserire i radicali nelle liste del Partito democratico. In queste ore pochissimi escono allo scoperto ma sotto traccia i malumori sono stati seri e trasversali, in via privata dubbi hanno espresso personaggi tra loro diversi come Piero Fassino e Francesco Rutelli, mentre dall’area degli ex popolari sono arrivati alle orecchie del leader anche dei rotondi no. Ma è stato Walter Veltroni che ha fortemente voluto l’accordo. E’ stato Walter Veltroni che due giorni fa ha dato il via libera all’offerta poi avanzata ai radicali, un "pacchetto" politico ed economico al quale era difficile dire di no. Un’offerta allettante perché Veltroni era convinto che fosse giusto farlo l’accordo.

Per tre motivi: «Perché Emma Bonino è una donna apprezzata non soltanto per le battaglie laiche, ma perché è stata un ottimo ministro come sanno tutti gli imprenditori italiani»; «perché dobbiamo essere un partito inclusivo e che non cerca esclusioni pretestuose». Ma alla fin fine - questo Veltroni lo ha spiegato soltanto ai suoi - il motivo più profondo della scelta è che «sul tema della laicità, il Pd deve avere un suo profilo e una sua coerenza», non deve scoprire il fianco (e dunque perdere voti) su questo versante, ma senza cavalcare tigri laiciste, perché nella concezione veltroniana il nuovo partito deve saper accogliere al suo interno sia Emma Bonino che Paola Binetti, proprio come fanno i grandi partiti anglosassoni, capaci di "contenere" confessioni, etnie e pulsioni spesso contrastanti. E a chi gli ha obiettato con forza - i radicali ci faranno perdere voti - Veltroni ha risposto anzitutto con un sondaggio che dimostra il contrario: con la Bonino in lista il Pd ha un valore aggiunto dell’1 per cento, mentre nel caso di un apparentamento o di una corsa solitaria del Pr, per il partito democratico il saldo non sarebbe mai positivo. Anche se alla fin fine il ragionamento - più subliminale che esplicito - da parte di Veltroni, è stato una sorta di "fidatevi di me". Dice il ministro della Pubblica Istruzione Beppe Fioroni, uno dei capofila della corrente cattolica nel Pd: «Il rapporto di forza e di presenza tra i cattolici e i radicali in lista è di uno a dieci, come dimostrerà il convegno che abbiamo organizzato per mercoledì prossimo e che vedrà la presenza di autorevoli personalità del mondo cattolico».

E a vedere le reazioni della folla, Veltroni si deve esser convinto di aver fatto la cosa giusta anche nella esclusione dalle liste di Ciriaco De Mita. Sia a Barletta che a Foggia, i boati più fragorosi sono quelli che hanno "commentato" le parole del leader su questo caso: «Mi preoccupa e fa tristezza - ha detto Veltroni - il gesto di chi sta in un partito soltanto se è candidato», provando a restare ancora in Parlamento «ad occupare una poltrona che si è occupata per troppo tempo!».

Chez Uòlter

 


 
Da quando è iniziata la campagna elettorale, e Uòlter ha detto: Corriamo da soli!, ho una strana sensazione.
Mi sembra di aver mangiato fino a pochi giorni fa in un ristorante di bassa qualità, ma a cui mi ero abituata. Brontolavo per la sciatteria del servizio, per i cibi poco curati, per il prezzo troppo alto, e ogni volta giuravo che era l'ultima volta che ci tornavo. Poi qualcuno mi ha detto che la gestione era cambiata; a me non pareva che fosse tanto diverso, giusto una mano di bianco alle pareti, ma per il resto... tutto come al solito. Ma quel qualcuno ha tanto insistito, che sono entrata. 
Adesso è come se fossi qui, col piatto davanti. L'antipasto non era male, e il servizio sembra più accurato. Ma ad ogni sorso di vino mi chiedo se avrà lo stesso sapore acido del passato; e sono felicemente sorpresa quando invece lo trovo gradevole. Ma ancora assaggio ogni boccone con sospetto, aspettandomi di trovarlo immangiabile; ancora non mi sono rilassata sulla sedia, decisa a fidarmi dello chef.


E allora, non è quello che succede a tutti quelli che non si fanno prendere dai facili entusiasmi? Non stiamo tutti a pesare e soppesare ogni mossa, temendo l'inciampo, la delusione, un piede messo in fallo, una dichiarazione avventata, una reazione sopra le righe? E' troppo fresco il ricordo delle passerelle di leaderini in tv  a beccarsi come i capponi di Renzo , dei ministri ai cortei contro il governo,  degli uomini buoni per tutte le stagioni, dei personaggi imposti ad un elettorato con la molletta al naso, per poter starcene tranquilli. Basta un'esternazione di Di Pietro, per precipitare anche voi nel panico, confessate!

Adesso c'è la questione delle liste. Assieme al programma, che ho trovato una pietanza più gradevole del previsto (treforchette, per intenderci), i candidati saranno l'altro piatto forte del menu. 
Lo chef ci ha già ammannito un paio di bocconi che ho trovato molto appetibili: persone giovani, finalmente, che non possono essere accusati degli errori del passato. "Figli di", ci dicono, storcendo il naso, ma trovo più digeribili i figli dei padri, a prescindere.
Qualche altro boccone ci è stato risparmiato, per fair play o per dispetto. Non ci saranno alcuni grandi vecchi, da Prodi a De Mita (mutatis mutandis). Non ci sarà Visco, e la campagna elettorale sarà più facile, non ci sarà Amato. Non ci sarà Violante. 
Aspetto con trepidazione di vedere cosa uscirà dalla cucina. Ma, soprattutto, cosa "non" ne uscirà. Se non ne usciranno bocconi decisamente impresentabili, che già puzzano di rancido (o è l'odore del pattume che gli si è attaccato addosso?, e non è difficile indovinare a chi penso), o quella schiera di personaggi dalla faccia più che tosta, che porta su di sé un fallimento lungo quasi 20 anni; quelli che hanno attraversato tutte le stagioni, dicendo tutto e il contrario di tutto,  e ancora pensano che gli crediamo. So che qualche boccone, mi piaccia o no, dovrò ingoiarlo: ci saranno i massimidalema, le rosybindi, i fassiniefassine... dovrò berci su abbondanti sorsate di acqua fresca, ma pazienza. Speriamo almeno che i contorni siano freschi.
Insomma, me ne sto qui ad aspettare, facendo palline col pane, e girando insistentemente la testa verso la cucina. Borbotto fra me e me che finora il nuovo chef non ha cucinato male, speriamo che i sottocuochi non gli rovinino le prossime pietanze.
http://selvaticoblog.go.ilcannocchiale.it/

Zapatero punta sull’Argentina, e tu Walter Veltroni?

20080221elpepinac_3

Un’immagine della campagna elettorale del PSOE spagnolo a Buenos Aires per le elezioni del 9 marzo ci dà una notizia e ci ricorda un problema. I 260.000 gallegos (così vengono chiamati tutti gli spagnoli d’Argentina, anche se vengono dall’Andalucia o dal Levante) sono molto coccolati tanto da José Luís Rodríguez Zapatero come da Mariano Rajoy (il candidato del PP) e potrebbero essere decisivi su chi governerà la “madre patria” per i prossimi quattro anni.

Decisivi? Vi ricorda qualcosa?

A due anni dalla vittoria elettorale consegnata al centro sinistra proprio dai voti dei 200.000 tanos (così vengono chiamati gli italiani d’Argentina) e di tutti i nostri connazionali all’estero, l’argomento non è oggetto di campagna. Dimenticati.

La pubblicistica italiana ha sempre irriso alle loro storie, e la sinistra ha storicamente sempre cercato di impedire loro di esercitare il diritto di voto. Battaglia perduta e gli italiani hanno votato e torneranno a votare. Ne scrissi sul Manifesto all’indomani della vittoria elettorale e da allora sembra non essere cambiato niente.

Si è preferito irridere al senatore Pallaro presumendo che fosse peggiore di Dini, Mastella o Turigliatto.

Non lo era. Ma anche se lo fosse stato, la sostanza non sarebbe cambiata. Los tanos, e con loro gli italiani d’Australia, Svizzera, Germania e di tutto il mondo, il 13 aprile torneranno a votare ed eleggeranno parlamentari esercitando il loro diritto democratico in quanto cittadini italiani. Che piaccia o no alla sinistra italiana (che chissà perché aveva il pregiudizio scandaloso che fossero tutti nostalgici fascisti), nel 2006 hanno votato per l’Unione in grande maggioranza. Cosa è stato fatto per loro in questi due anni e cosa verrà fatto in questa campagna elettorale perché confermino il loro voto? E se il 13 aprile voltassero le spalle alle sinistre potremmo biasimarli?http://www.gennarocarotenuto.it/1920-zapatero-punta-sullargentina-e-tu-walter-veltroni#more-1920



febbraio 18 2008

Veltroni, parte il pullman "Pd in grande recupero"
di Alessandra Longo, Repubblica -
PESCARA - La cerca, la vuole, la sente nell´aria, crede di fiutarla «negli occhi e nel calore della gente».Walter Veltroni annuncia «la rimonta del Pd» . Lo fa da Pescara, prima tappa del suo tour nelle 110 province italiane, «città che ho scelto, per scaramanzia, perché ogni volta che ho iniziato da qui abbiamo poi vinto le elezioni». Il pullman elettorale, color verde ecologico, partito ieri da Roma per percorrere 12 mila chilometri di «Italia nuova», è posteggiato ai lati di piazza Salotto, gremita da migliaia di persone, in paziente attesa. Fa un freddo polare, il leader del Pd, scortato da Renzo Lusetti e Ermete Realacci, si dispiace del ritardo accumulato dagli organizzatori, ma ha subito notizie che scaldano il cuore: «Risaliamo di due punti alla settimana, con una velocità impressionante. E a me le rimonte piacciono!». Domenica mattina, lezione di politica: come galvanizzare le truppe sfibrate, come sintonizzarsi sull´umore della platea riformista, come demolire l´avversario mantenendo un sorriso perfidamente buonista. Veltroni sale sul palco d´Abruzzo caricatissimo. Non vede nemmeno le sei bandiere di Forza Italia esposte da un dissidente al quarto piano dell´edificio alle sue spalle. È il primo comizio della nuova era. Attorno a lui, tutti intabarrati, il sindaco Luigi D´Alfonso, il presidente della Regione Ottaviano Del Turco (in seguito fischiato, sia pur modestamente), la diciottenne Giulia Tenaglia, in rappresentanza di quei giovani che il leader vuole a frotte nel partito. Lui, Veltroni, si è messo una maglia di lana sotto la giacca. Par impossibile che non senta la temperatura. La piazza, infatti, lo sgrida: «Mettiti il cappotto!», un po´ come facevano con Fassino - ma erano altri tempi - «mangia, Piero, che sei magro!». Di lato all´oratore, un vessillo tricolore. «Parlerò sempre accanto a questa bandiera», dice Veltroni. La bandiera italiana «portata nel cuore da chi combatteva per la libertà, da chi era al confino», la bandiera sotto la quale si riunì tutto il Paese, dopo il delitto Moro, per combattere il terrorismo. Parola chiave: unità, il Pd «come forza che unisce, altrimenti il Paese va a pezzi». Va da sé: mai più dover scegliere «tra lavoratori e impresa» (sottinteso: lo fa la sinistra di Bertinotti), «tra artigiani e commercianti, tra Nord e Sud». L´Italia veltroniana deve vibrare tutta sulle note dell´inno di Mameli: «Alla fine vi chiederò di cantarlo a squarciagola!», avverte il nuovo avversario di Berlusconi. E, infatti, alla fine, va proprio così: tutti a scandire l´Italia s´è desta, prima che torni Jovanotti, colonna sonora ufficiale. Piazza composita, ti dicono quelli che conoscono Pescara, esattamente come la vuole Veltroni: imprenditori, giovani, famiglie, lavoratori. Tutti attenti a sottolineare i passaggi più graditi, per esempio quello «sull´assurdo costo della politica»: «Mille parlamentari sono troppi». Ecco intercettata l´avversione latente dell´italiano medio per la cosiddetta casta. Senza mai citarlo (al massimo lo definisce «qualcuno»), Veltroni boccia lo slogan di Berlusconi «Italia, rialzati!»: «Non è l´Italia a doversi rialzare, è la politica che si è seduta su questo Paese». Politica onnivora, politica opaca. Da Pescara, il leader del Pd, dà anche un´altra notizia. Sarà il prefetto Luigi De Sena, vice capo vicario della polizia, a fare da capolista in Calabria perché il Pd «vuol essere il partito della legalità, della moralità» e dunque considera «conclusa» l´esperienza dell´attuale consiglio regionale. Il Pd ha deciso di non correre più «con quelli che facevano finta di non stare al governo e poi andavano alle manifestazioni contro Prodi». Tutto il panorama è cambiato, anche dall´altra parte, con un «centrodestra che ha rotto con la sua componente più moderata, legata al Ppe». «Il coraggioso Casini» è fuori, prevale An, l´alleanza con la nipote del Duce. Insomma, la scelta adesso è, vista da Veltroni, tra un centrosinistra riformista e una destra con venature antieuropeiste. In Abruzzo si rischia al Senato: «Fate un po´ voi.» dice Walter il condottiero. Poi se ne va sul pullman, ai semafori clacson e saluti. Nella sede della Provincia lo aspetta Marco, figlio del giudice pescarese Emilio Alessandrini, «trucidato dalla follia ideologica delle Br nel ‘79». Un incontro, un abbraccio, la solidarietà a tutti i parenti delle vittime del terrorismo. L´ultima tappa è un classico: pranzo dalla famiglia Presenza. Bruno e Maria Grazia, insegnanti, le figlie Mariangela e Federica, nonna Anna. C´è anche il sindaco D´Alfonso e il regista Ettore Scola che vuol fare un film sull´avventura veltroniana. Escono tutti un po´ provati dalla generosa ospitalità. Menu: salumi, lasagne fatte a mano, vitello e agnello al forno, trionfo di frutta, dolci ipercalorici.


febbraio 14 2008

Il partito dell'antiprodismo

 

 

Poco importano le identità politiche, poco importano la cultura, le idee e la collocazione internazionale del partito. Tutto svanisce di fronte all'egemonia che Silvio Berlusconi esercita sulla destra italiana. Perché tutto quello che conta è battere la sinistra, tutto il resto è secondario. E allora, non appena le elezioni si profilano all'orizzonte, si dissolve ogni polemica, sparisce ogni ambizione di collocare An dentro una cultura politica internazionale, evapora ogni smania di leadership per Gianfranco Fini e i suoi.
Piero Ignazi è un profondo conoscitore della destra italiana; per anni l'ha studiata, raccontata e descritta in libri che, pubblicati per Il Mulino, hanno titoli come Postfascisti? La trasformazione del Movimento sociale in Alleanza nazionale (1994), Il polo escluso. Profilo storico del Movimento Sociale Italiano (1998), L'estrema destra in Europa (2000). Oggi, guardando ad An, Ignazi guarda all'altalena dei rapporti tra Fini e Berlusconi, dalle ambizioni di guidare il centrodestra, alle esigenze maggioritarie, fino al momento in cui non si è delineata, concreta e reale, la possibilità di nuove elezioni, e allora tutti sono tornati sotto l'ombrello del Cavaliere.
“Nel breve periodo – spiega Ignazi – nessuno si sente in grado di contrastare la leadership di Berlusconi. Non si tratta soltanto dei mezzi di comunicazione, Berlusconi esercita una sorta di egemonia politica per cui gli altri attori del centrodestra sono rimasti spiazzati da queste elezioni anticipate, perché non ha dato loro il tempo per preparare una strategia alternativa alla sua leadership, al suo dominio”.
Se tutti, a destra, volevano tornare a votare, forse i tempi sono stati troppo rapidi, per tutti tranne che per Forza Italia. E così, se Gianfranco Fini avesse mai nutrito il progetto di presentarsi alle elezioni come candidato premier per il centrodestra, il sogno è costretto a rimanere nel cassetto dei progetti futuri, perché la tattica, al momento, impone altre scelte.

Professore, ogni velleità dimostrata da Gianfranco Fini di promuovere un rinnovamento ai vertici del centrodestra sembra, almeno per il momento, accantonata.

Fini non ha fatto altro che oscillare tra l'andare dietro a Berlusconi e cercare di mostrare un suo profilo autonomo. Ancora continua a oscillare tra queste due posizioni. Ora è la volta in cui va dietro al presidente di Forza Italia. Ovviamente non tutti all'interno di An condividono questa strategia, però ognuno si rende conto che di fronte al beneficio che porta il Cavaliere, e cioè un posto al governo, ogni alternativa risulta sminuita, debole, priva di fascino”.

Fini ha dunque abbandonato ogni ambizione per la guida del centrodestra?

Io credo che Fini speri di poter tornare all'ipotesi che negli ultimi tempi ha visto tramontare e che ora potrebbe sembrare più vicina: un partito unico per il centrodestra in cui, un giorno o l'altro potrebbe ambire alla leadership. Però, da un momento all'altro, possono sempre spuntare fuori dal cappello le Brambilla di turno, che nel frattempo è rientrata a ricoprire quel ruolo marginale che compete a una mezza figura. Il gioco di Fini è rischioso, ma l'alternativa era quella di un confronto duro interno al centrodestra per portare Alleanza Nazionale a un probabile massacro elettorale e ad eventuali perdite di dirigenti e politici di vertice; non dimentichiamo, infatti, che Berlusconi ha suoi uomini dentro tutti i partiti della vecchia coalizione, la scelta di Giovanardi, ad esempio, non ha sorpreso nessuno.

Lei ha parlato di correnti che si oppongono all'interno di An. Questa continua dipendenza da Berlusconi può generare qualche frattura nel partito?


Il fatto è che tutto questo avviene in un momento in cui si tende a un obiettivo che non è affatto l'identità del partito, ma è la vittoria elettorale. Se la vittoria elettorale, che in questo caso coincide con il governo, è raggiungibile con un'alleanza con Forza Italia, con il Partito delle Libertà o con una lista unica, è chiaro che tutto il resto diventa poco rilevante. L'incombenza delle elezioni cambia tutto: non credo proprio che in Alleanza Nazionale possano esserci grandi dissensi verso un'alleanza nel nome del Cavaliere.

Fuori invece dalle segreterie dei partiti che succede? Gli elettori di destra cosa pensano di questa sorta di subordinazione?


Bene, benissimo, sono contenti, felici. L'elettore di destra è fortemente ideologico, molto più di quello di sinistra, e il suo obiettivo è solo uno: mettere al tappeto la sinistra.
Niente è paragonabile all'odio che a destra si nutre verso la parte opposta, e in particolare verso Prodi. In confronto all'antiprodismo di militanti ed elettori della CdL, l'antiberlusconismo è una cosa che fa ridere. All'elettorato di destra va bene tutto, pur di ricacciare all'opposizione quelli che fanno pagare le tasse.

Però la Destra di Storace si presenta da sola, ci tiene a mostrare una identità distinta da Alleanza Nazionale.


Ma sono cose marginali, al limite del folkloristico.

Quali sono i riferimenti culturali e intellettuali della destra italiana?


I riferimenti che hanno li devono nascondere, il loro retaggio culturale non può essere sbandierato, anche perché è un'eredità che, all'interno di Alleanza Nazionale, si assottiglia sempre di più. La realtà è che uno specifico culturale del partito non esiste. Il lavoro grosso era quello di sganciarsi dal passato, detto questo si possono rintracciare alcune fascinazioni per il conservatorismo americano, per il neogollismo francese. Però si tratta di attrazioni politico-ideali ricorrenti, che si ripetono in molte destre in giro per il mondo; precisi e saldi riferimenti culturali non esistono. Del resto l'isolamento internazionale di An è una realtà.

Una coalizione è il frutto di identità che si incontrano e si contaminano. Non c'è una cultura politica, una lettura della politica, di cui An si fa portavoce e promotore dentro l'alleanza elettorale?

Il problema è proprio questo: qual è lo specifico della destra? Esiste ancora, in termini di cultura politica, uno specifico di Alleanza Nazionale? Questo è il punto di fondo.
Fino a poco tempo fa la peculiarità che An voleva dimostrare era in un senso dello Stato diverso da Berlusconi, qui risiedeva un punto cruciale di differenza. Ora però è difficile sostenere che questo sia ancora valido, considerando il fatto che An ha sempre accettato e approvato tutto quanto venisse portato dentro la coalizione con il consenso di Forza Italia, ivi compresa la proposta di federalizzazione e il modello di riforma istituzionale che è poi stato bocciato dal referendum. Il contributo della destra all'interno del centrodestra è quindi culturalmente irrilevante, perché il dominio è dato dalla vulgata liberal populista di Berlusconi.http://www.caffeeuropa.it/index.php?id=10,109

Piero Ignazi con Mauro Buonocore



febbraio 11 2008

Buono il primo ciak sotto un cielo vero
Curzio Maltese, la Repubblica,
La bella Italia di Walter comincia da qui, in uno scenario che Obama se lo sogna. Dall´ex convento di San Girolamo, «che sta dopo il cimitero, oltre le querce e gli ulivi», indicano i paesani, senza malizia. Nel cuore del cuore d´Italia, terra umbra, magnifica, umile e coraggiosa, «dove la calma si trova a due passi dalla passione». Il posto ideale insomma per elencare tutto quanto è mancato finora al centrosinistra. Qui parte l´avventura. Se volete, dato il personaggio, il film di una campagna elettorale che può essere comica, tragica, patetica o straordinaria, fallimentare o da Oscar.
Come i film girati fra queste colline - il cinefilo Veltroni conoscerà l´elenco - da "Uccellacci e uccellini" a "L´armata Brancaleone" a "La vita è bella". Comunque, il primo set e il primo ciak erano buoni. Nel mondo di Walter, come in quello di Berlusconi, l´immagine, i simboli valgono quanto le parole e le azioni, se non di più. Il veltronismo è un berlusconismo rovesciato che usa gli stessi moderni strumenti per comunicare significati opposti. Il «discorso per l´Italia» di ieri in fondo riecheggia la famosa discesa in campo del ‘93: «L´Italia è il paese che amo... «. C´è il tricolore in bella mostra, il patriottismo continuamente richiamato, il passato gravido di gloria e dolore e il futuro di speranza della nazione come leit motiv, impastati in un ottimismo al limite dell´incoscienza. C´è un altro cinquantenne solo al comando che si lancia in una missione nuova, rivoluzionaria, impensabile soltanto pochi mesi prima, contro un avversario già sicuro della vittoria.
Le parti sono invertite, e i simboli. Il messaggio non è registrato ma in diretta, con le campane di paese che coprono l´avvio e il vento a scompaginare i fogli. Lo sfondo non è il villone di Arcore ma un paesaggio italiano di cielo, alberi e mura antiche. Un paesaggio vero, non di cartapesta. I ragazzi nelle prime file sono pure autentici, carini nei loro jeans, orecchini, nasi rubizzi di tramontana, lontani dai figuranti truccatissimi e lisci che il Cavaliere di solito arruola negli studi televisivi e scarica nei comizi, precisi a veline e calciatori. Eppure nulla, ora come allora, è lasciato al caso. Il regista governa alla perfezione la scena e il copione.
Non è certo casuale che Veltroni non abbia mai nominato il suo avversario, come del resto già fece nel discorso del Lingotto a Torino. Solo citazioni indirette. La più efficace è la stroncatura dello slogan principale della quinta campagna di Berlusconi: «Italia rialzati!». «L´Italia non ha bisogno di rialzarsi, gli italiani sono in piedi, lavorano, si rimboccano le maniche e guardano al futuro. È la politica che deve rialzarsi». Scatta l´applauso liberatorio. I ragazzi in prima fila gongolano: «E mo´ er Cavaliere se ne deve trovà n´altro». Lui, Walter, un altro slogan l´ha già trovato: «Corriamo liberi, più che soli».
Ma il non citare Berlusconi non significa che la campagna di Veltroni non sarà «contro», per mire d´inciucio o per il «superamento dei personalismi» che va di moda sbandierare. Al contrario, Veltroni punta a una campagna davvero all´americana. Non nel senso più banale. Chi si aspettava un Veltroni "alla Obama" sarà rimasto stupito dell´italianissimo scenario, sfociato nel coro di Mameli finale, come dei toni pacati e quasi mai polemici nei confronti dell´innominato rivale. Ma nella sostanza sarà una campagna americana, quindi iper personalizzata. Sulla base di un ovvio calcolo politico. L´unica possibilità di vincere le elezioni per il Partito Democratico consiste nel trasformare il voto del 13 e 14 aprile in un referendum popolare fra Veltroni e Berlusconi. Sul piano del duello personale il capo dei democratici può contare su qualche vantaggio, anzi quasi tutti: l´età, la (relativa) novità, l´indice di popolarità e di fiducia degli italiani, almeno secondo i sondaggi. Si tratta di un cinquantenne per la prima volta candidato premier contro un settantenne alla quinta replica. Uno che ha sempre vinto le sfide personali, dal duello con D´Alema per la segreteria della Quercia (poi deciso dall´apparato) alla corsa per sindaco di Roma. L´altro che è già stato sconfitto due volte. Se l´Italia sarà chiamata a scegliere chi mandare a Palazzo Chigi fra Walter e Silvio, il miracolo «si può fare». Altrimenti l´abisso di partenza, i 10-12 punti che separano i due schieramenti, rimarrà incolmabile. Veltroni dice «scegliete quale Paese, non quale governo». Ma intende una visione di paese, l´Italia di Veltroni o l´Italia di Berlusconi. Non per caso, Veltroni ripercorre, senza ammetterlo, le tappe della campagna del ‘96, tutta giocata sul duello personale Prodi-Berlusconi, con il giro delle cento città, alla ricerca dello stesso spirito garibaldino di allora.
Nella missione Veltroni ci mette di suo un´allegria inedita per il personaggio. Chi lo circonda racconta di «non aver mai visto Walter così ottimista e in palla». Di sicuro, è il leader di centrosinistra che meglio maneggia l´arma dell´immagine e l´unico ad aver intuito il fascino del berlusconismo fin dalle origini, molto prima della "discesa in campo". Ma ancora non basta. Perché il miracolo accada occorre che l´uno, Veltroni, indovini ogni mossa e l´altro le sbagli tutte. Alla fine, com´è chiaro al di là delle chiacchiere e delle sceneggiate di questi giorni, tutti vorranno salire sul carro del vincitore designato. Mentre il Pd, per quanto «libero», corre pur sempre solo.
Per chiudere con un parallelo calcistico in stile con i due contendenti, la partita è già cominciata, siamo nell´intervallo e la squadra di Veltroni è sotto di tre gol. È vero che una volta, il 25 maggio del 2005 a Istanbul, nella finale di Champions, la squadra di Berlusconi, finiti i brindisi negli spogliatoi per il 3-0, tornò in campo, prese tre gol dal Liverpool e finì per perdere ai rigori.



gennaio 20 2008

s

PD; GLI 'ULIVISTI' ATTACCANO VELTRONI: SE FAI CADERE GOVERNO...

Roma, 19 gen. (Apcom) - E' un affondo diretto, quello che gli 'ulivisti' guidati da Arturo Parisi e Rosy Bindi portano al segretario del Pd Walter Veltroni: una requisitoria dura, senza sconti, sulla gestione 'leaderistica' del partito, sui principi-guida dell'Ulivo traditi, sul maggioritario abbandonato per il proporzionale. Soprattutto, i due ministri più prodiani del governo dicono chiaro e tondo quello che fino ad ora veniva solo sussurrato a bassa voce: Veltroni vuole le elezioni, si muove destabilizzando la coalzione. Ma, è l'avvertimento, sappia che gli ulivisti non ci stanno, si organizzano in un'associazione, i 'Democratici per l'Ulivo' e danno un primo assaggio della loro determinazione annunciando che non seguiranno la disciplina di partito sulla bozza Bianco. Una iniziativa dalla quale rimane fuori il presidente del Consiglio, ovviamente, anzi fonti vicine a Prodi tengono a sottolineare che Bindi e Parisi si muovono autonomamente. Ma alla riunione 'ulivista' c'erano buona parte dei prodiani, a cominciare da Mario Barbi che ha rappresentato Prodi durante la preparazione delle primarie. E poi c'era Marina Magistrelli, Franco Monaco... Insomma, buona parte del 'prodismo' storico. Nessuno, oggi, vuole dire di più, la Bindi assicura che la sua iniziativa non vuole creare "divisioni" nel partito, Barbi spiega che non si devono "trarre conclusioni". Ma il messaggio che arriva dal fronte ulivista sembra in realtà chiaro: il Pd deve muoversi in continuità con l'Ulivo e con i 'valori' che hanno segnato la nascita della formazione voluta da Prodi e Parisi. E dunque, difesa del bipolarismo, scelta del governo agli elettori; soprattutto, la vocazione ad unire le diverse anime del centrosinistra, dalla tradizione popolare alla sinistra radicale. Tutto il contrario, o quasi, di quello che predica Veltroni. In particolare, il timore, dichiarato, è che il segretario del Pd si stia ormai acconciando a chiudere una fase che ritiene troppo logorante per un partito nascente. Parisi lo accenna: "In tanti hanno la tentazione di spegnere il lumicino fumigante per difendersi dalla fine. Ma abbiamo il dovere di governare, anche con un voto in più". La Bindi attribuisce esplicitamente a Veltroni il retropensiero delle elezioni anticipate. Sospetti che gli ulivisti covano da tempo e che oggi, dopo la sortita di Veltroni sul Pd che è pronto a correre da solo, sono diventati certezze ai loro occhi. Barbi spiega: "Dicendo che punta ad un bipolarismo che poggia sulla vocazione maggioritaria dei due partiti principali Veltroni non può che produrre tensioni nel sistema". Il sospetto è che sia la "copertura per andare da solo alle elezioni, perché la tenuta della coalizione e l'esercizio della responsabilità di governo è considerato troppo pesante". Insomma, il segretario del Pd si appresterebbe, nonostante le rassicurazioni, a scaricare il governo, giudicato ormai agli sgoccioli e, comunque, incapace di dare quelle risposte di cui ha bisogno il neonato partito. In molti hanno notato, oggi, le diverse valutazioni offerte da Massimo D'Alema, sul Corriere, e da Goffredo Bettini, su Repubblica, a proposito delle conseguenze che il referendum avrebbe sulla coalizione: per D'Alema non c'è motivo di ritenere che Rifondazione faccia cadere il governo, "Bettini sembrava incitare Prc alla crisi", notano gli ulivisti. Insomma, il rapporto di fiducia sembra essersi definitivamente incrinato, visto che la Bindi accusa il segretario di praticare "giochetti" sulle elezioni anticipate. L'affondo frontale fa capire a Veltroni che una crisi verrebbe imputata direttamente a lui dagli ulivisti, insieme al tradimento dei valori dell'Ulivo e via dicendo. Un messaggio non rassicurante al leader di un partito ancora in fase di costruzione. Un avvertimento che lascia intravedere un forte scossone al Pd da parte degli ulivisti, se le cose dovessero prendere una certa piega. Tanto più che, se le cose dovessero precipitare, sarà interessante vedere se Prodi si terrà ancora fuori dalla mischia, o se seguirà la linea dell'avanguardia ulivista. Del resto, già oggi il premier ha avuto modo di bocciare il proporzionale, ricordando che non può funzionare oggi quello che non ha funzionato nella prima repubblica.



gennaio 7 2008

il Veltroni-pensiero.

 Tutto. E il contrario di tutto.

L'avevo detto che era meglio votare Adinolfi …http://www.blogperlamargherita.com/?p=1005


 

Quel silenzio assordante di Veltroni

Le dichiarazioni del numero due del Partito Democratico, Dario Franceschini, hanno alzato l’ennesimo polverone politico. Non certo dichiarazioni estemporanee e a titolo personale. Dietro c’è certamente la lunga mano di Veltroni che non parla, mellifluo più che mai, apparentemente al di sopra delle parti.

Sistema elettorale alla francese e semi-presidenzialismo: queste sono le proposte, quasi buttate lì, da Franceschini. Il sistema elettorale alla francese è quello utilizzato per votare il sindaco, cioè il sistema uninominale a doppio turno. Garantirebbe di certo un bipolarismo netto ma moderato, in cui avrebbero maggiore spazio i grandi partiti moderati di entrambe le coalizioni, eliminando, una volta per tutte, il rischio di rinascita di un grande centro. Certamente, però, significherebbe un certo allentamento della coesione partitica, riducendo decisamente la presenza di yes-man e di “impresentabili” tra gli eletti.

Un terreno, questo, che darebbe un grossissimo vantaggio al Partito Democratico rispetto ai propri alleati. Magari anche la signora Binetti non riuscirebbe a trovare spazio in questo sistema.

www.panorama.itCerto che Franceschini ha creato un certo turbamento anche all’interno del PD. Questa uscita rischia di compromettere definitivamente un accordo tra le maggiori forze politiche per la riforma della legge elettorale. Ma ancora una volta, arrivare al referendum andrebbe benissimo al PD che attualmente si presenta come il più grande partito italiano. Non so se Veltroni abbia come obiettivo di far fallire l’accordo ed aspettare il referendum. Solo non riesco a capire dove si voglia parare. Solo un modo per tastare il terreno o un progetto politico ben chiaro

 

http://polysblog.splinder.com/



gennaio 4 2008

"Suggerisci una riforma costituzionale a caso", 2

Quest'anno cercherò di scrivere poco di politica e di non pontificare su cose che non conosco.

Spara Dario Spara
Per esempio, sul semipresidenzialismo non mi pronuncio. Non mi faccio mica fregare. Qualche mese fa mi sembrava perfino un sistema interessante, per cui non posso mettermi a criticare Franceschini, che queste cose le avrà studiate meglio di me... e poi si vede che è uno serio, mica il tipo che la butta lì soltanto perché è davanti a una telecamera.

Vorrei soltanto capire: ma il PD funziona così? Cioè, c'è questa sede a Roma, praticamente un appartamentino in Piazza Sant'Anastasia, dove ogni tanto il segretario e il vice vanno a fare un vertice a due, Buon Natale, Buon Anno, senti, hai visto che forza quel Sarkozy? Mi è venuto in mente che nel 2008 potremmo fare anche noi il semipresidenzialismo, cosa ne dici?

"Figata! Però forse prima dovremmo consultare la base".
"Dici?"
"Sai com'è, io ho appena presentato un proporzionale misto alla tedesco-spagnola, se adesso salto fuori col modello francese rischiamo di incrinare questa sensazione di compattezza interna che finora abbiamo cercato di suggerire nel pubb... nell'elettorato"
"Hai ragione, soltanto... come facciamo a consultarla? Non ci sono le strutture intermedie, ci siamo soltanto io e te..."
"E io sono molto impegnato, faccio il sindaco, ho un sacco di ordinanze da firmare..."
"Sai cosa ti dico? Vado direttamente in tv, e la butto lì: Ehi, base, che ne diresti del semipresidenzialismo?"
"Figata! Però qualcuno si lamenterà".
"Eh, si capisce, adesso solo perché uno fa il vicesegretario del PD non può più andare in tv a suggerire la prima riforma istituzionale che gli viene in mente..."
"Sì, ti criticheranno tutti... intanto però inizieranno a discuterne".
"Poi tra qualche settimana si fa un sondaggio... e vualà, abbiamo consultato la base. Senza bisogno di tutte quelle ferraginose strutture intermedie".
"Noi sì che siamo moderni, ahò. Io conosco un'agenzia di sondaggi che non sbaglia quasi mai, mi dice sempre quello che voglio sentire, vedrai che ci fanno un lavoro coi fiocchi".
"Allora vado?"
"Va', va'"
"Sparo la riforma?"
"Spara, spara... No, aspetta, mi è venuta in mente una cosa. Berlusconi".
"E cosa c'entra Berlusconi, adesso".
"Ti sembrerà strano, eppure c'entra. Se facciamo il semipresidenzialismo, siamo sicuri che alla fine gli italiani non eleggano lui? Perché se andasse a finire così non ce lo leveremmo più dai..."
"Ma no, vedrai, eleggeranno te".
"Sul serio?"
"Vai tranquillo! Ti ricordi l'ultimo sondaggio?"
"Ah, già, i sondaggi, dimenticavo".
"Non sbagliano mai, no?"
"Quasi mai".
"E dicono sempre quello che vuoi sentire, no?"
"Con quello che paghiamo, ci mancherebbe".
"Allora vado, eh?"
"Vaivai".
"La sparo?"
"Sparaspara".
"Prodi se la prenderà".
"Pazienza".
"D'Alema s'incazzerà".
"Figata".http://leonardo.blogspot.com/



gennaio 3 2008

Veltroni scongela la crostata di casa Letta
 
 
 
«È inutile sprecare energie per elaborare scenari alternativi. Alla fine, la Consulta darà il via libera ai due quesiti referendari più importanti...». Nella ristrettissima cerchia di Walter Veltroni questa considerazione viene presa per oro colato. Almeno dalla settimana scorsa. Gli autorevoli segnali che sono arrivati al Campidoglio, gli stessi che hanno raggiunto anche il berlusconiano palazzo Grazioli, sembrano andare in un’unica direzione: a meno di colpi di scena che avrebbero del clamoroso, il 16 gennaio i due quesiti chiave del referendum promosso dal comitato Guzzetta-Segni avranno il disco verde dei giudici della Corte costituzionale. Paradossalmente, l’unico quesito “a rischio”, con tutte le virgolette del caso, sembra essere il meno influente, e cioè quello sul divieto di candidature multiple.
Per questo, tenendo conto del sostanziale fallimento del Vassallum e delle fortune a corrente alternata del dibattito sulla bozza Bianco, ma soprattutto per aggirare la blindatura dei piccoli dell’Unione attorno a Prodi, Veltroni ha deciso di cambiare passo. Qualche giorno prima di Natale, il segretario del Pd ha dato mandato ai suoi tecnici di fiducia (Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti su tutti) di elaborare un documento che contenga una gamma di proposte di riforma elettorale. La regola d’ingaggio è stata chiara: «Quando sarà l’ora del vertice di maggioranza - è stato il ragionamento veltroniano - non possiamo presentarci con una sola soluzione. Abbiamo il Vassallum e qualcosa della bozza Bianco che si può salvare. Ma servono altre proposte che favoriscano i partiti a vocazione maggioritaria, che mantengano sostanzialmente l’impianto bipolare, senza però dare ai “piccoli” l’alibi per far saltare il banco».
Da quel punto in poi, Veltroni ha deciso di tenere le carte coperte. E, in osservanza all’aurea regola del “chiedere il massimo per incassare il minimo”, ha scatenato i suoi su un’accelerazione tutta tattica sul sistema transalpino (il costituzionalista Ceccanti ha persino pubblicato sul suo blog un articolato che porterebbe dritto dritto sulla via di Parigi). Del piano faceva (e fa) parte anche l’intervista tutta francese rilasciata ieri da Dario Franceschini a Repubblica. Il numero due del loft ha parlato di «elezione diretta del presidente. Io penso al presidente della Repubblica come in Francia, ma - ha poi aggiunto Franceschini - si può discutere anche di una figura più simile al Sindaco d’Italia». Reazioni? Nel Pd Rosy Bindi ha parlato di «proposta estemporanea che non serve a nulla», un maggioritarista convinto come il prodian-parisiano Franco Monaco ha invocato l’urgenza di «un chiarimento interno» mentre gli ultras del tedesco - dai dalemiani ai rutelliani - hanno preferito tacere. Fuori dal loft, il Prc ha definito quella di Franceschini «una proposta folle», gli altri della sinistra hanno protestato, Lega e Udc polemizzato, Forza Italia temporeggiato. Morale: gli unici a commentare con toni positivi il verbo franceschiniano sono stati An, i radicali e qualche sparuto dipietrista.
Dietro le reazioni ufficiali, si nascondono ben altri scenari. «Non ci credo. Questi del Pd non possono essere così sbarellati», è stata la reazione mattutina di Cesare Salvi dopo la lettura dell’intervista del vicesegretario democratico. E Giovanni Russo Spena, capo dei senatori del Prc, il partito che fino a qualche settimana fa si fidava soprattutto di Veltroni, sussurra: «Mi pare che dietro le parole di Franceschini si nasconda un messaggio chiaro che Veltroni ha voluto inviare ai suoi tanti oppositori interni e ai partiti della maggioranza che si sono stretti attorno al presidente del Consiglio». Non è tutto. Il senatore di Rifondazione aggiunge: «Soprattutto dentro il Pd c’è tutto un mondo convinto che Prodi debba succedere a se stesso, anche nell’ipotesi di un nuovo governo per le riforme. Come spiegare altrimenti l’ultima esternazione del premier sulla solidità della maggioranza alla Camera? Mi sa che se andiamo avanti di questo passo anche Veltroni dovrà acconciarsi all’idea che il garante della coalizione è Prodi».
E qui bisogna fare un passo indietro, alle proposte commissionate da Veltroni ai suoi tecnici prima di Natale, la spina dorsale di un nuovo documento sulle riforme che il segretario del Pd renderà pubblico a breve. È in quelle pagine che si nasconde la prossima carta che sarà giocata dal sindaco di Roma: un sistema che tenga insieme il proporzionale (anche se con effetti maggioritari), il doppio turno della Francia e l’ancoraggio al bipolarismo. In due parole un doppio turno di coalizione mutuato dal sistema che venne ratificato a casa di Gianni Letta ormai dieci anni fa e che era uno dei punti chiave del famoso “patto della crostata”. Pare che il primo a suggerire l’idea a Veltroni sia stato Cesare Salvi, che del consesso dalemian-berlusconiano fu uno dei protagonisti. Una proposta molto simile è stata avanzata da Gianfranco Pasquino sulle colonne dell’Unità (“Riforma elettorale. Ecco una legge per tutti”, 14 dicembre 2007).
Strano ma vero, il modello elettorale servito più di dieci anni fa insieme alla crostata di casa Letta è finito in cima agli appunti di Veltroni, su cui anche gli sherpa berlusconiani sono stati informati. Con una variante sul premio di maggioranza alla lista più votata, che andrebbe nella direzione dei due quesiti principali del referendum promosso da Guzzetta.
Tommaso Labate

www.ilriformista.it

 



gennaio 1 2008

Elogio di Prodi.

Scritto da: Manuela Grasso

Non so cosa ne pensi qui Francesco ma inizio a pensare che Prodi sia veramente bravo. Sta tenendo in piedi un Governo in cui volano gli stracci ogni mattina, riuscendo a portare a casa il massimo possibile in condizioni infernali.

Insidiato in modo subdolo da Veltroni, che comincia a farsela sotto, abbandonato dai 'suoi' di cui tanto si fidava (D'Amico, Bordon etc.), Prodi cambia spavaldamente i suoi alleati temporanei, prima Bertinotti, poi D'Alema, Fioroni, Bersani, ora Rutelli e di nuovo D'Alema. Ma rimane a galla. E così tiene aperta una partita che tutti danno già chiusa da tempo.

Forse va rivalutato? http://www.blogperlamargherita.com/?p=1001



dicembre 28 2007

Tutte le sfide del Professore
Bruno Miserendino
l' Unità
Veltroni lo incoraggia: «Ha fatto moltissimo per il risanamento e i suoi obiettivi per il 2008 sono i nostri». Anche il resto della maggioranza lo sostiene.
Insomma, se l’obiettivo era scacciare il fantasma del governo istituzionale, e isolare Dini, che continua a minacciare defezioni, Prodi sembra aver segnato un punto a favore. Almeno per ora. Alla fin fine quell’accenno un po’ misterioso del premier alla «maggioranza cospicua della Camera», che ieri ha scatenato i cultori del retroscena, vorrebbe solo significare che Prodi continua a considerarsi senza alternative. Una maggioranza c’è, afferma, è quella voluta dagli elettori, e alla Camera è chiarissima, perché occuparsi solo del Senato, dove i numeri permettono il gioco dei ricatti individuali? È una sfida chiara a Dini: sfiduciami, ma non solo al Senato, e sarà chiaro che nessuno nella mia maggioranza vuole la crisi e il governo istituzionale.
È la realtà, probabilmente. Eppure ieri, alla fine della conferenza stampa, è aleggiata anche tra gli alleati un’impressione di debolezza. Come se quel puntello che ha sostenuto Prodi negli ultimi mesi, ossia la mancanza di alternative credibili, da solo non fosse più sufficiente a descrivere un futuro accettabile al governo e alla maggioranza. Indicativa la reazione di Veltroni alle parole di Prodi: pieno sostegno per i progetti economici di rilancio, silenzio sulla parte riguardante le riforme. È ovvio che quella parte del discorso del premier non può aver entusiasmato Veltroni ed è chiaro che qui si nasconde il punto debole. Prodi ha tranquillizzato i «piccoli» partiti, sostenendo che non può essere fatta una legge «che li penalizzi». Ha ricordato nuovamente il «Mattarellum», «legge che funzionava bene e che il centrodestra ha cancellato» per mettere i bastoni tra le ruote a chi governa. Ma poi quando ha risposto sull’eccessivo numero dei ministri e sulle fibrillazioni della maggioranza, il premier ha spiegato che molto dipende proprio dalla legge elettorale e dall’eccessivo numero dei partiti. Insomma, Prodi è il primo a sapere che una riforma elettorale ha senso solo se riduce la frammentazione, costringendo i piccoli ad aggregarsi e impedendo che si ridividano in frammenti dopo le elezioni. Solo che al momento vuole o deve per forza di cose interpretare il ruolo di paladino dei «piccoli» partiti. È questo che gli garantisce una verifica meno burrascosa, è questa la sua polizza per l’immediato futuro. Qualcuno al loft la mette così: «Al momento, se si stesse alle parole di Prodi, non si farebbe nessuna legge elettorale, oppure si tornerebbe al Mattarellum, che però costringe in ogni caso all’ammucchiata, perché solo così si vince...» Il problema è che c’è il referendum e quindi il nodo andrà sciolto. «Ma se l’intenzione è garantire con una riforma elettorale la presenza anche dei piccoli partiti è chiaro che non si fa nemmeno il sistema tedesco annacquato». Al Pd, o almeno a Veltroni, questa prospettiva continua a non piacere.
Naturalmente bisogna aspettare la verifica di gennaio, anche se la parola non piace a Prodi. La scontata riluttanza a parlare di riforme non potrà durare a lungo. E probabilmente non basterà che Prodi dica agli alleati “io mi occupo del rilancio del governo, le riforme le fa il parlamento”. Si sa cosa pensa Veltroni: una prospettiva di riforme nel 2008 aiuta il paese e il governo Prodi, non lo indebolisce. Quanto all’ipotesi di un esecutivo istituzionale per fare la riforma elettorale, il leader del Pd la considera al momento inesistente. Si prenderà in esame se la caduta di Prodi lo imporrà, ma sapendo che a quel punto il voto resta l’ipotesi più probabile. Del resto, osservano nel Pd, questa è materia del capo dello stato. Ma non si può ipotizzare un governo, tecnico-istituzionale per le riforme sostenuto da una maggioranza sbilanciata verso il centrodestra. Si ricorda il precedente proprio del governo Dini, ex ministro del governo Berlusconi e scelto dal presidente Scalfaro dopo la caduta del Cavaliere per mano di Bossi.
Del resto politicamente è stato questo il leit-motiv del discorso di Prodi. Il mandato popolare, dice il premier, è stato dato a me e a questa maggioranza e non si potrà non tenerne conto. Ieri a Palazzo Chigi hanno passato il pomeriggio a smentire le ipotesi più fantasiose sorte intorno all’accenno di Prodi al tema dei governi alternativi che devono avere una larga maggioranza alla Camera. Persino la vecchia e molto teorica ipotesi di scioglimento del Senato è stata rievocata per spiegare quell’accenno, ma a Palazzo Chigi hanno smontato tutto.
Quanto a Dini «uomo che parla e non chiede», Palazzo Chigi continua a non capire «cosa vuole davvero». Ma tanti brutti sospetti albergano. Infatti facevano notare la dichiarazione di Berlusconi: «Non sembra sua, ha qualcosa di diniano...». Prodi di certo non molla e avverte che non sarà certo Dini a ribaltare un mandato popolare: «Dobbiamo prendere sul serio l’impegno preso con l’elettorato. Non lo possiamo cambiare sulla base di sensazioni».



dicembre 19 2007

Walter prepara l’offensiva di gennaio
 
 
 
Romano Prodi che invoca tregue e rinvii. I piccoli dell’Unione che ottengono un vertice e preparano le barricate. I due terzi delle forze politiche in Parlamento che gridano alla «legge-truffa». La commissione Affari costituzionali del Senato che ieri, al termine di una riunione marchiata dall’ostruzionismo, rimanda a dopo le feste il voto sul testo base di riforma. Infine Veltroni che, intervistato dal Foglio, per la prima volta entra nel merito sui possibili benefici del referendum. A metterli insieme, sembrano indizi sufficienti a provare l’imminente fallimento della riforma della legge elettorale per via parlamentare. La realtà è un po’ diversa.
I giochi vanno infatti avanti, insieme alle trattative sul testo. La tensione latente tra Prodi e Veltroni su tempi e modi della riforma è ancora sotto controllo, anche perché il leader del Pd continua a tenersi in contatto quasi quotidiano col premier e ha accettato la moratoria chiesta dal Prof per non destabilizzare l’esecutivo e la maggioranza in una fase di importanti voti parlamentari. Ma il leader del Pd non ha alcuna intenzione di rassegnarsi a soccombere sotto la mole di veti che gli pioveranno addosso a seguito del vertice dell’Unione del 10 gennaio. Al contrario, Veltroni sta preparando per il mese prossimo l’offensiva finale, nella convinzione che il quadro sarà più favorevole. «Aspettiamo, a gennaio le condizioni ci permetteranno di forzare», ha detto il sindaco a più di un interlocutore per spiegare la ritirata strategica di questi giorni. Il calcolo è il seguente: senza finanziaria in corso, i “piccoli” avranno meno potere di interdizione; con un’agenda 2008 per ora vuota e tutta da ricontrattare, il governo farà fatica a spendersi su un secondo tavolo di trattativa, Prodi avrà meno margine per capitanare rivolte interne e dovrà infine prendere atto - sempre via Bertinotti - che il suo governo non sopravviverebbe al fallimento della riforma. Dove non arriverà Bertinotti, ci penserà Berlusconi. Al quale Veltroni rivolge una nuova offerta: la condivisione del piano B nel caso il blitz parlamentare non riuscisse.
Ricorda in sostanza Veltroni al Cavaliere: la legge prodotta dal referendum funziona virtuosamente solo se alle elezioni concorrono i partiti, e non listoni creati ad hoc per fare “più uno” sulla coalizione avversaria. E aggiunge: io giuro di esser pronto a correre da solo, ma attenti, perché Berlusconi potrebbe fare altrettanto. Il guadagno, suggerisce Veltroni, sarebbe reciproco: Pd e Pdl potrebbero giocarsi una partita a due senza essere costretti a blandire alleati riottosi e inseguire maggioranze coatte. Uno scenario che si traduce automaticamente in un monito ai “piccoli” dell’Unione in vista del vertice e che suona più o meno così: non illudetevi di mettervi di traverso in Parlamento con l’idea di utilizzare gli effetti viziosi del referendum, perché proprio il referendum può diventare l’arma-fine-di-mondo dell’asse Veltroni-Berlusconi. Ma il messaggio è rivolto anche a quanti, dentro e fuori il Pd, pensano di poter spuntare in Parlamento una legge più tedesca. A loro il sindaco manda a dire che, piuttosto che il «pateracchio filo-centrista» denunciato dai “tecnici” veltroniani Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti, si andrà dritti e contenti al referendum. Il doppio monito del leader del Pd è riassunto in colpo solo da Enzo Bianco, firmatario della bozza di partenza e bene attento a muoversi in sincrono col leader del suo partito: «Quello che non intendo consentire - dice Bianco in vista della stretta di gennaio - è che la mia proposta di riforma venga snaturata in una legge-trappola che cristallizzi il panorama politico».
Intanto il dialogo Pd-Pdl va avanti. Ieri Gaetano Quagliariello, ambasciatore berlusconiano in commissione Affari costituzionali, ha formalizzato le modifiche che Forza Italia ritiene indispensabili per un accordo: voto unico, sbarramento su base circoscrizionale e riduzione del numero dei collegi. Una robusta correzione “spagnola” al testo base presentato la scorsa settimana da Enzo Bianco. Per Veltroni non ci sono problemi ad accogliere le richieste. Per i nemici del dialogo è invece l’ennesima conferma del «patto della frittata». «La coperta è corta, ma noi andiamo avanti», assicura Walter Vitali, “relatore” veltroniano della riforma.
Stefano Cappellini
http://www.ilriformista.it/news/rif_lay_notizia_01.php?id_cat=4&id_news=3003


dicembre 14 2007

Bindi: “Dialogo col Cavaliere? Soltanto un sogno”
Amedeo La Mattina
La Stampa

Ministro Bindi, i «nanetti» del centrosinistra sono in rivolta e minacciano la crisi di governo. Ora è venuta fuori un’inchiesta della Procura di Napoli su un presunto «mercato» dei senatori del centrosinistra per far cadere il governo. Secondo lei, Berlusconi è un interlocutore credibile per le riforme?
«Se Berlusconi sia interlocutore credibile o meno, lo si sa sempre dopo, mai prima. Con lui il dialogo non si è mai concluso bene. La sua credibilità si valuta sempre dopo, e anche per questo non si può costruire il percorso delle riforme solo con Berlusconi. E’ evidente che non si può prescindere da Fi, ma non si possono prevedere corsie preferenziali. Per quanto riguarda la vicenda emersa a Napoli, così come il contenuto dei dialoghi tra dirigenti Rai e Mediaset, emerge una situazione molto grave. Ho visto che Berlusconi cerca di spostare il problema sul fatto che in questo Paese non c’è più la privacy, siamo al Grande Fratello, ma la gravità è ciò che accade, non che si rende noto. E’ gravissimo solo che si pensi alla compravendita del parlamentari».
Insomma, lei dice no al dialogo con il «diavolo»?
«Qualcuno può sognare di avere come interlocutore una persona diversa da quella che è Berlusconi, con una storia diversa dalla sua. Ma non è possibile. Può provare a immaginarselo e desiderarlo ma la realtà è un’altra, e a me interessa il risultato. Tutti auspichiamo che il 2008 sia l’anno delle riforme ma le condizioni perché questo avvenga sono molte. Prima di tutto il rispetto della coalizione di governo. Poi l’apertura del confronto con tutto il centrodestra perché lì ci sono posizioni diverse che non possono essere ignorate. Infine una vera e seria consultazione dentro il Pd. Il cambiamento delle idee di Veltroni non è avvenuto per le esigenze manifestate al tavolo del dialogo ma si è attivato il dialogo su contenuti che sono in assoluta discontinuità con tutto il percorso fatto in questi anni dal centrosinistra e in maniera particolare dall’Ulivo. Si è aperto il confronto sul proporzionale, ma abbiamo fatto una campagna elettorale non indicando mai questo modello, e nessuno può affermare che è stato votato Veltroni segretario del Pd su questo preciso contenuto di riforma elettorale. Anzi. Poi c’è una quarta condizione...».
Quale?
«Ogni volta che tentiamo di uscire dalle difficoltà del Paese, ci troviamo sempre in mezzo il grande macigno del conflitto di interesse. Non si può pensare, ancora una volta, che questo problema venga archiviato».
Ma allora lei vuole proprio far saltare il tavolo?
«Qualcuno mi spiega perché le ragioni dei piccoli partiti sarebbero di impedimento al dialogo, mentre le ragioni di Berlusconi vengono preventivamente accolte?».
Ora c’è in campo la proposta Bianco: che ne pensa?
«Ci fa tornare indietro rispetto a quelle che abbiamo considerato le grandi e fondamentali conquiste di questi anni. In particolare al bipolarismo, all’alternanza e alla possibilità che siano i cittadini a scegliere chi va in Parlamento, ma anche chi governa e quale coalizione sostiene il governo. Lo scettro non può passare dalle mani dei cittadini alle segreterie dei partiti, anche se sono grandi partiti».
Meglio il ritorno al Mattarellum?
«Il Mattarellum lo considero ancora una base di ripartenza. La bozza Bianco affronta doverosamente il problema della frammentazione ma con una logica che va tutta a vantaggio dei partiti principali».
Lei è del Pd e dovrebbe essere contenta, no?
«No, perché i grandi partiti a vocazione maggioritaria sono anche partiti a vocazione coalizionale, che non sono mossi da una tentazione di cannibalismo e annessione degli alleati. Anzi, si fanno carico degli alleati. Invece con la proposta di Bianco, i due maggiori partiti si ingrossano a spese degli altri».
Cosa deve fare Prodi?
«Prodi è persona di grande prudenza: l’ultima cosa che si può permettere è quella di mettere a rischio il governo del Paese. Non è pensabile che ci possa essere una sorta di strategia parallela tra governo e Pd: il principale partito della coalizione non può non collaborare con il premier che è anche il presidente del Pd. Prima di adottare la proposta Bianco come testo base, è necessario aspettare la riunione di tutto il centrosinistra e aprire le consultazioni nel Pd. E’ inutile che si continui a smentire che ci sia un rapporto privilegiato con Berlusconi, se non si fa la fatica di trovare prima un punto di incontro nel centrosinistra.



dicembre 13 2007

La lunga crisi italiana
di Claudio Croci,
Il 1989 giunse in Italia come termine di una lunga crisi politica del paese durante la quale , si ricordi bene , è maturato il pauroso debito pubblico della Repubblica. L’evento della fine del socialismo reale comportò per tutta l’Europa una profonda ridefinizione di sé stessa. Per l’Italia l’esplosione di una crisi politica , morale e finanziaria .
La scelta ,a sorpresa , nel 1991 , della preferenza unica e il sorprendente esito del referendum del 1993 sull’abolizione del maggioritario nelle elezioni senatoriali , indicarono in modo netto e chiaro una linea di tendenza che anche oggi viene confermata dai cittadini ad ogni elezione.
Tale scelta non significa solo una scelta per il sistema maggioritario , ma una scelta che è a monte di tale sistema e cioè la richiesta di una semplificazione politica basata su alternative concrete e reali .
Per anni la classe politica di fronte a nodi strategici: sostituzione di dirigenti incapaci , riduzione e non estensione della classe dirigente ha preferito scaricarsi le responsabilità aprendo i cordoni della borsa , spesso , bisogna dire , accontentando i cittadini , aumento della tutela pensionistica , difesa della salute ecc. , ma questa massa enorme di denaro aveva prodotto un debito ormai divenuto ingestibile da una classe decisamente corrotta. L’esplosione di tangentopoli fu un modesto campanello di allarme sulla precarietà del sistema Italia. L’adozione di un sistema elettorale semplificato fu un passo innovativo che innescò un primo ricambio direzionale del paese: partiti e classe dirigente fu parzialmente abolita e/o sostituita . Ma il processo doveva essere solo agli inizi , infatti il sistema maggioritario comportava tutta una riforma dei regolamenti parlamentari, delle sovvenzioni ai partiti , delle riforme dei sistemi di garanzia che non furono attuati anzi furono attuati all’incontrario favorendo proprio il proliferare di piccole formazioni autoreferenti ed il mantenimento di un precario statu quo invece di un continuo dinamico confronto e ricambio.
La rivoluzione politica del 1989 significava la scomparsa delle ideologie come fondamento di identità dei singoli partiti e la sostituzione dell’ideologia con programmi e progetti di governo . Quasi tutta l’Europa era pronta a tale cambiamento , anzi l’aveva praticamente già compiuto , l’Italia : no. Oggi 2007 leggiamo qualsiasi giornale o ascoltiamo qualsiasi dichiarazione e scopriremo che moltissimi partiti esistenti si difendono in nome dell’identità , della loro storia , della difesa di una cultura politica rappresentativa che non deve morire. Ascoltiamo alcuni che parlano di assassinio dei partiti attraverso la legge elettorale che vuole sbarrare al 5 % l’accesso al parlamento. Ma quei partiti quale ideologia difendono nel 2007 , retaggi di una cultura ormai morta in tutta Europa che in Italia sembra sopravvivere .
Questa effettiva tragedia politica si traduce in un immobilismo assoluto in una tacita assordante invocazione al passato , al ritorno a quei sistemi basati sul proporzionale che garantivano la permanenza al potere in base alla proporzione dei voti ottenuti , ma che poi si tramutavano in forme di occupazione del potere fuori della portata del voto elettorale . Partiti che passavano dall’opposizione alla maggioranza o viceversa senza alcun obbligo elettorale , governi che cadevano in base alle decisioni interne dei partiti senza alcun riscontro elettorale, una casta che giudicava sé stessa e che generava solo “ spese “, proprio perché fuori da ogni controllo: una variabile indipendente . Il contatto tra eletto ed elettore attraverso le liste diveniva semplicemente impossibile , molti parlamentari venivano eletti senza essere praticamente conosciuti dai più , ma votati , con preferenze , dai pochi addetti ai lavori , voti di preferenza che poi determinavano obblighi e quindi spese. Molti politici ricordano questo mondo , ma sembrano averlo scordato e dietro la frase “ i sistemi elettorali si approvano con la maggioranza di tutti “ cercano impossibili quadrature e addirittura accettano il proporzionale corretto come un male ineludibile , quasi una prescrizione medica e l’iniziativa parte proprio da quel partito, il PD, che con l’Ulivo ha vissuto sempre la stagione dei trionfi grazie al maggioritario , un hara-hiri annunciato , quasi accolto come una liberazione . Il Vassallum o Veltronellum coi sui marchingegni proporzionalistici sbandierato come la chiave della svolta che risolve tutti i mali . Proprio avanzato da quel partito che è nato promettendo agli elettori di unire e non dividere , di essere per una scelta chiara o all’opposizione o al governo , insomma il partito dell’alternativa e poi…. Ma , un domani , se gli elettori ci puniranno qualche ragione potrebbero avercela o no ? http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=10529


L. elettorale: Parisi a Veltroni, rovesciata linea totalmente
ANSA -
(ANSA) - ROMA, - Quello che non capisco - afferma Arturo Parisi - e' come si possa da un lato sostenere che la legge, questa legge elettorale nascerebbe dalla necessita' di accordarsi con Berlusconi, e poi leggo che secondo Veltroni all'origine di questo cambiamento starebbe il riconoscimento del fallimento di tutti i 13 anni della stagione del maggioritario aperta dal referendum del 1994, dal primo governo dell'Ulivo a quello attuale dell'Unione. Io penso esattamente l'opposto'.
'Ma credo tuttavia - prosegue il ministro della Difesa - che un rovesciamento cosi' radicale della linea che ha guidato la stagione dell'Ulivo dovrebbe essere almeno messa al centro di un dibattito collettivo che coinvolga tutto il popolo dell'Ulivo.
Possiamo passare dalla stagione di 'un leader, una maggioranza, un programma di governo votato dai cittadini', a quella di 'un segretario, la maggioranza la decideremo in parlamento, e inevitabilmente anche il programma' senza colpo ferire? Possiamo ripeto sostenere per 13 anni che il processo di transizione doveva essere portato a compimento - conclude Parisi - e poi in poco piu' di un mese sostenere che e' stato tutto un fallimento e bisogna tornare al punto di partenza?'.(ANSA).


dicembre 9 2007

lodes ha detto...

“Quindi che si fa?
Ci si sposta su posizioni extra-parlamentari? Si va in montagna?”
Per fortuna non è necessario andare in montagna e tanto meno diventare extra-parlamentari”. A proposito Vittorio questa allocuzione è un richiamo a una stagione politica molto lontana. 
Secondo me non c’è bisogno di scomodare il 68 o antiche stagioni politiche per spiegare la mia critica, e quella di tanti altri, a come sta crescendo il PD e alla classe politica. Si potrebbe fare questa ricerca se fossimo in una fase politica, sociale ed economica in movimento, dove si alternano luci ed ombre. Invece non è così. Lo andiamo dicendo da tempo che il pese si trova sul piano inclinato del declino. Fuori da questa italietta il mondo gira a mille, si stanno modificando gli equilibri mondiali ed è certo che solo che saprà attrezzarsi riuscirà a mantenere la posizione (sociale ed economica) che oggi occupa. Proprio in questi giorni è uscito il rapporto del CENSIS con una fotografia del paese che conferma in pieno quanto andiamo dicendo. Magra soddisfazione, ma questa è la realtà. Un paese frammentato, incapace di trovare la propria strada, dove le classi dirigenti hanno perso credibilità. Siamo un paese che sta consumando le proprie risorse senza crearne altre a sufficienza. E non sto parlando del debito pubblico. Penso per esempio ad un bene primario quale il sapere. Sempre in questi giorni è uscito il rapporto PISA sulla scuola in 57 paesi: disastro. A cosa è passata quasi inosservata. Di fronte a dati come quelli un paese serio dovrebbe rapidamente mettere in cantiere un piano per modificare la situazione. Pensano di poter vincere le sfide con gli altri paesi con una scuola che non riesce a produrre sapere, capacità? I migliori se ne vanno o, come rileva il rapporto CENSIS, si danno da fare nelle poche aziende italiane che riescono a produrre eccellenza. Però il quadro politico è in movimento. Vero. E’ indubbio che il PD abbia provocato movimento. Però anche qui guardiamo un po’ più da vicino le cose. A parte il caso Binetti che conferma come il non aver affrontato certi temi lasci spazio a spinte, controspinte e manovre tese ad agire sulle contraddizioni del PD, dicevo a parte questo guardiamo cosa sta accadendo in questo percorso del PD. Vedremo che le decantate novità di Veltroni si traducono, mano a mano si va avanti, in strumenti antichi riverniciati. Uno per tutti la forma partito. Ormai l’impianto è stato messo in piedi ed è un impianto molto possente: fatto cioè di strutture pletoriche ad ogni livello. Ciò vuol dire che non c’è nessuna discontinuità culturale. Serve un partito “pesante” che aggrega/rinsalda il ceto politico, ma per fare cosa? Domanda retorica, per dire che tutto rimane come prima. Ed è in questa logica che si spiega la svolta proporzionalista. E’ evidente a tutti che con un sistema maggioritario conta molto “la responsabilità” dell’eletto verso l’elettore e che, quindi, la funzione del partito si ridimensiona a livello di supporter per i candidati. Nel proporzionale invece la parte del leone l’hanno i partiti che devono gestire il rapporto/scontro con gli altri partiti. Cose viste per cinquant’anni. Ammesso che funzionasse l’aggregazione della cosa rossa e di quella bianca resterebbe sempre un numero sufficienti di partiti per la politica dei due forni, per le convergenze parallele, per le verifiche di governo, per i governi di garanzia, per quelli balneari.
Torna però il che fare? E non voglio affatto sottrarmi. Però lo faccio formulando a mia volta una domanda. Cosa hanno fatto e cosa possono fare quelli che sono dentro il percorso costituente? Quelli che hanno dato fiducia a Veltroni? Io credo poco, e non me ne voglia Paola che so molto impegnata qui a Ravenna. Certo il suo impegno come componente dell’assemblea costituente regionale peserà un po’ più dei singoli elettori. Tuttavia non si può non constatare che la “democrazia” e la “partecipazione” contano poco e pesano ancora meno sulle politiche nazionali e locali. Forse che la svolta proporzionalistica è il risultato di un confronto, di un cambio di strategia meditato? Certo ci vuole una certa dose di decisionismo per sottrarre la politica al pantano delle lunghe, estenuanti e inconcludenti mediazioni, però stiamo parlando di una politica che ha l’ambizione di rinnovarsi e di proporsi al paese come adeguata alle grandi sfide. Allora torniamo al discorso della restaurazione: il paese ha bisogno di un nuovo assetto politico ed istituzionale e l’unica cosa che sanno proporre è il ritorno al passato. Non abbiamo già dato sul piano di una politica manovriera e attenta solo agli equilibri interni?
Il che fare dunque si traduce nell’esprimere un pensiero critico, nel rivendicare responsabilità e coerenza, nell’essere cittadini che con senso civico partecipano con le proprie idee per sollecitare, premere, condizionare: ognuno lo fa secondo le proprie convinzioni e le proprie possibilità. Non c’è dunque un che fare nostalgico di nulla, ma un che fare ben consapevole che così il paese non esce dal piano inclinato del declino.

Al solito sono un stato lungo. :_)

https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3630416186723896691&postID=3119237214602948788



dicembre 6 2007

"Siamo indignati, non potevamo tacere". E Prodi dà l´ok alla controffensiva
Claudio Tito
la Repubblica


ROMA - Al terzo piano di Palazzo Chigi, ieri il via vai era più intenso del solito. Due piani sopra l´ufficio di Romano Prodi, infatti, c´è Enrico Micheli. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio più "prodiano" di tutti. Mai come ieri il suo ufficio è diventato il cuore del governo. Perché l´attacco contro Fausto Bertinotti è stato studiato, soppesato e lanciato proprio da quel terzo piano. Una mossa concordata per filo e per segno con il Professore. «Perché loro - spiegano i collaboratori di entrambi - sono sempre sulla stessa lunghezza d´onda. Si capiscono al volo e hanno la stessa attenzione nei confronti delle istituzioni».
Insomma la stoccata contro Bertinotti ha ricevuto l´avallo sostanziale e formale di Prodi. Anzi, ogni parola e anche i tempi sono stati convenuti. Un´uscita non a caso. Perché il presidente del consiglio, ancora «indignato» dopo l´intervista rilasciata dalla terza carica dello Stato a Repubblica, ha atteso 24 ore prima di rispondere ufficialmente. Si aspettava una «correzione» da parte dell´alleato. Una «rettifica». Le diplomazie di Montecitorio e Palazzo Chigi si sono messe in moto proprio per ricucire il rapporto personale tra i due. E nelle telefonate che sono partite dagli "ambasciatori" prodiani spuntava sempre la stessa richiesta: «Fausto deve attenuare» il tono delle sue parole. Ma non c´è stato niente da fare. «Confermo le mie dichiarazioni di ieri», ripeteva il presidente della Camera. Anche quando il ministro per i rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti, ha provato a parlargliene.
Prodi e Micheli si erano già sentiti di buon mattino. Il Professore era in viaggio verso Napoli per il vertice con lo spagnolo Zapatero. Avevano concordato il timing e anche il senso della dichiarazione. Bisognava solo aspettare che si chiudesse il question time alla Camera dove un altro "prodiano", il ministro Santagata, era impegnato a rispondere ad una interrogazione proprio sull´intervista di Bertinotti. Un´occasione considerata «buona» per correggere il tiro. Dopo di che, nel pomeriggio, l´ultima telefonata. Micheli ha chiamato prima Silvio Sircana, il portavoce della presidenza del consiglio, e quindi il premier. Ha letto quelle poche righe e subito è arrivato l´ok: «Per me va bene così». Il Professore, del resto, non ha scelto Micheli a caso. Le uscite pubbliche del sottosegretario in questa legislatura si contano sulle dita di un mano. Ma l´ex direttore generale dell´Iri - quando Prodi ne era il presidente - è stato dal 1996 ad oggi il vero ufficiale di collegamento tra Prodi e Bertinotti. L´uomo della mediazione e della ricomposizione. Nell´ottobre del 1997 - durante il primo governo dell´Ulivo - quando Rifondazione stava per rompere sulle 35 ore, ha invitato l´allora segretario di Prc a casa sua, nella elegante Via Massimi. Dopo due ore di discussione e una dose massiccia di pasticcini umbri, Bertinotti accettò il compromesso. E lo stesso fece qualche mese dopo nell´abitazione che Micheli conserva nella sua città natale, Terni. Pure prima delle ultime elezioni, il sottosegretario si è fatto sentire nel momento della firma sul patto che ha dato vita all´Unione.
Stavolta, dunque, Prodi ha voluto che fosse il "più bertinottiano" dei "prodiani" a mettere i puntini sulle "i". Un modo per manifestare la sua «indignazione istituzionale» e anche per provare a forzare la mano in vista della verifica di gennaio: «Mica penseranno che vado avanti così per un mese. Queste sono cose inaccettabili. Soprattutto dal punto di vista istituzionale». L´obiettivo del premier è anche risvegliare dentro Rifondazione la "sindrome del 1998", quella che scatta nel partito di Giordano ogni volta che l´esecutivo è sul punto di cadere. Come dice il leader del Prc, Franco Giordano, però, questa volta «l´unica spiegazione possibile da dare alla reazione di Micheli è la permalosità di Palazzo Chigi». Eppure nella puntualizzazione del Premier non è mancato un segnale agli alleati. Il silenzio di larga parte del Pd non gli è piaciuto. L´asse privilegiato tra Veltroni e Bertinotti sulla legge elettorale lo infastidisce da tempo. E ancor di più dopo il summit democratico di domenica scorsa. Non solo. L´aut-aut del presidente della Camera non è piaciuto nemmeno al Quirinale. Dove hanno accolto con «sorpresa» un intervento così diretto da parte del presidente della Camera. E anche su questo hanno puntato gli "ambasciatori" del premier per convincere "il compagno Fausto".
Adesso, però, il clima nella maggioranza è diventato ancora più pesante. «Del resto - allarga le braccia Clemente Mastella - il Prc vuole fare come il ´98. Sono più berlusconiani di Berlusconi. Se Bertinotti pensa di ricattare Prodi, sono io il primo a non starci. Se è così, prima si finisce e meglio è».



dicembre 5 2007

Il giro di tavolo del Prof
 
 
 
Dagli ultra-comunisti di Oliviero Diliberto agli ultra-liberisti di Lamberto Dini, passando per gli ultra-garantisti di Clemente Mastella e gli ultra-giustizialisti di Antonio Di Pietro, senza dimenticare i socialisti di Enrico Boselli, gli ambientalisti di Alfonso Pecoraro Scanio e tutta la compagnia di giro unionista. Strano ma vero, al di fuori dei confini del Pd e di Rifondazione, l’Armata Brancaleone è tornata a recitare il «lunga vita a Romano Prodi».
La prova sta nel resoconto della riunione dei capigruppo della Camera di due giorni fa che, in un batter d’occhio, si è trasformata in un referendum su Walter Veltroni. E quando la discussione è scivolata sulla riforma elettorale, Gennaro Migliore - anticipando i temi del colloquio di Fausto Bertinotti con Repubblica - ha esclamato: «In questo momento, noi di Rifondazione ci fidiamo solo di Walter». «Allora noi pretendiamo che intervenga il presidente del Consiglio», è stata la replica dell’udeur Mauro Fabris, seguito a ruota soprattutto dal pdci Pino Sgobio e dal verde Angelo Bonelli. E ora che i “piccoli” sono tornati a radunarsi appassionatamente attorno al suo focolare, Prodi potrebbe riprendere in mano il dossier riforma elettorale. Non c’è solo il vertice di maggioranza promesso. Il Prof, infatti, potrebbe varare una serie di incontri bilaterali con tutte le forze del centrosinistra.
Sul punto, nei corridoi di palazzo Chigi, ci sono due scuole di pensiero. Secondo la prima, «nell’agenda di Prodi questi appuntamenti ancora non figurano». Per la seconda, invece, la convocazione di vertici bilaterali arriverà ai partiti della maggioranza «a stretto giro di posta». Probabilmente prima, dunque, del vertice di maggioranza che fonti governative hanno previsto in una data tra lunedì 10 e mercoledì 12 dicembre. Ai “piccoli” che temono un tranello figlio del Veltroni-Berlusconi, Prodi è sempre disposto a dare massime garanzie. A sentire il mastelliano Fabris, sarebbe già stato predisposto «un mega trappolone». Non c’è, aggiunge il capogruppo del Campanile, «solo questo Vasellinellum. Non dimentichiamo che se passa il testo sulla riduzione del numero di parlamentari, lo sbarramento “reale” arriva al 15 per cento. Ma siamo impazziti?». Di questo - e soprattutto di altro (leggasi Cosa bianca) - Clemente Mastella, che di Veltroni non si fida, ha discusso recentemente sia con Massimo D’Alema che con Francesco Rutelli. Al contrario del guardasigilli, i diniani non vogliono il tedesco. «A Veltroni - rivela Natale D’Amico - l’abbiamo detto chiaramente: o si fa qualcosa di più maggioritario o è meglio il Mattarellum. Se saltano entrambi, allora tutti alle urne. Per adesso, prendiamo atto che, seppur tardivamente, Romano è tornato a sponsorizzare il Mattarellum». Il Pdci, invece, insiste sul proporzionale delle regionali. E Diliberto continua a ripetere che «il premier è il garante». «I Verdi credono che governo e maggioranza vadano rafforzati», ha insistito Pecoraro Scanio, che ieri ha visto il Prof.
Comunisti e liberisti, garantisti e giustizialisti, maggioritaristi e proporzionalisti, referendari e non. «L’amore di tutti noi “piccoli” nei confronti di Romano - per dirla con Bobo Craxi - sta aumentando a vista d’occhio. E non è un amore da ultima spiaggia. Anzi...».
http://www.ilriformista.it/news/rif_lay_notizia_01.php?id_cat=4&id_news=3003


dicembre 3 2007

Riforme, Prodi a Veltroni "Pd garante di tutta l´Unione"
Goffredo De Marchis
la Repubblica


ROMA - Romano Prodi deve scendere in campo, dopo il colloquio tra Veltroni e Berlusconi. Ha osservato i contraccolpi che quell´incontro ha provocato sulla sua maggioranza e punta ad attenuarne gli effetti. «Non vi sono elementi di preoccupazione», garantisce. Lui non ne ha mai avuti, giura. Eppure agli alleati dell´Unione che sostengono il suo governo, sempre in bilico sui numeri risicati al Senato, deve mandare un messaggio chiarissimo: «Io sono il garante della coalizione». In questa veste si è presentato al "caminetto" del Partito democratico riunito ieri sera nel loft di Piazza Sant´Anastasia a Roma. Per esprimere i dubbi che in questi giorni sono stati affidati a battute, a frasi secche ma eloquenti. Anche ieri mattina, subito dopo i nuovi attacchi di Silvio Berlusconi al governo. «Vi sembra un uomo che vuole dialogare?», è il suo gelido commento alle parole del Cavaliere. Ma il segnale vale anche per Veltroni. Che il premier coinvolge nel gioco degli equilibri del centrosinistra. Come dire che Walter non può fare finta di niente. «Non sono solo io il garante - precisa - ma è tutto il Pd che garantisce anche gli altri partiti della coalizione».
Il vertice di ieri sera è il primo vero confronto dal giorno delle primarie, il 14 ottobre, cioè, un mese e mezzo fa. Insieme con Prodi e Veltroni, ci sono il vicesegretario Dario Franceschini, i ministri Rutelli, D´Alema, Parisi, Bindi, Amato, Fioroni, Bersani, Chiti e Gentiloni, il sottosegretario Enrico Letta, Fassino, Bettini, Follini, i capigruppo Soro e Finocchiaro e i due presidenti delle commissioni Affari costituzionali Violante e Bianco. Insomma, è il vero stato maggiore del Pd. Che scavalca di fatto gli organismi nominati nelle ultime settimane, segreteria e direzione. I leader devono parlarsi, anche perché siamo al giro di boa. Ed è il segno evidente che Veltroni ha tutta l´intenzione di andare fino in fondo, di stringere. Anche Prodi saluta con soddisfazione il confronto dentro il Pd, finora mancato. Entrando al vertice spiega: «Stasera teniamo una doverosa, normale riunione politica su temi generali e sulla legge elettorale. Di queste riunioni i partiti dovrebbero farne tante. Si è persa l´abitudine, ma si devono fare».
Per il dopo Veltroni-Berlusconi c´è già una scadenza parlamentare che conta, eccome, per verificare sul campo la possibilità di un accordo. Martedì si riunisce l´ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali del Senato, con l´obiettivo di stabilire il ruolino di marcia della riforma della legge elettorale. La settimana prima della pausa natalizia dovrebbe essere adottato il testo base della riforma. C´è tempo per tradurre l´intesa avviata da Veltroni e Berlusconi in un nuovo disegno di legge? È una delle domande sul piatto del vertice di ieri sera.
Rosy Bindi continua ad attaccare il metodo seguito dal segretario del Partito democratico e chiede il coinvolgimento di altri soggetti. «Il governo non potrà non fare la sua parte, anche per quanto riguarda la legge elettorale», spiega. E ci vuole un confronto più ampio del canale privilegiato con il Cavaliere. «Penso - insiste la Bindi - che accanto a Veltroni ci debbano essere un po´ di persone che hanno a cuore il Paese, anche perchè da soli si fanno poche cose». Vanno coinvolti anche gli altri dirigenti del Pd e gli altri partiti dell´Unione, soprattutto non spaventarli. «Io personalmente credo che il Pd abbia a cuore anche la coalizione e che la legge elettorale dia stabilità al paese e che questa stabilità c´è se c´è un grande partito che non cannibalizza gli alleati». Dubbi, preoccupazioni che il ministro della Famiglia spera di vedere fugati dal "caminetto". Ma insieme con Arturo Parisi la Bindi ha convocato per oggi una riunione dei dirigenti della sua lista e lì farà il punto.



novembre 27 2007

Patti chiari
Antonio Padellaro
l' Unità


Sarebbe bello che dopo l’incontro Veltroni-Fini di ieri la parola dialogo, troppo spesso usata a sproposito come sinonimo di accordo sottobanco o di manovra diversiva, riacquistasse il significato originario. Che tornasse ad essere cioè quel confronto di idee e programmi allo scopo di raggiungere un’intesa che, per esempio, nel dopoguerra consentì a forze diversissime, comunisti e democristiani, azionisti, socialisti e liberali di scrivere il testo mirabile della nostra Costituzione. Il leader del Pd osserva che dopo tempo immemorabile sinistra e destra sono tornate a parlarsi, ed è certo una novità importante. Come lo è che nella stessa destra si sia deciso di mettere da parte il triste linguaggio degli insulti e delle minacce, delle spallate e delle implosioni. Tutte cose buone e giuste che, tuttavia, a ben poco servirebbero se non portassero a compimento un’intesa effettiva sulle cose da fare. Intesa è la parola chiave che sottintende una volontà concreta e determinata per superare difficoltà e intralci pur di fare uscire il Paese dal tunnel dell’ingovernabilità. La domanda allora è se questa intesa la vogliono davvero tutti. Su Veltroni non dovrebbero esserci dubbi, se non altro perché l’iniziativa l’ha presa lui e non si vede perché non debba desiderare di concluderla con un successo. Speriamo che uno spirito analogo animi Fini, a dispetto di chi lo immagina impegnato in una sorta di partita doppia alla fine della quale ci sarebbe il referendum sulla legge elettorale. Speriamo che il presidente di An e Casini e i leghisti, non pensino ad un uso momentaneo e strumentale del dialogo per difendersi dal nuovo partito personale di Berlusconi; e dopodiché grazie e arrivederci. Sarebbe un grave danno alla credibilità già scossa di tutto il sistema politico se una grande occasione venisse buttata al vento come una delle tante piccole manovre di palazzo.



novembre 26 2007

Bindi: "Il Veltronellum sa di Prima repubblica"
Antonella Rampino, La Stampa,
«Ha un bel dire Franceschini che nel Partito democratico la democrazia c’è davvero... Io la bozza di riforma elettorale per ora l’ho vista solo sui giornali, mentre Gianni Letta ce l’ha, il Veltronellum gli è stato consegnato personalmente dal coordinatore del partito Goffredo Bettini, alla sua festa di compleanno. Per carità, Bettini è più amico di Gianni Letta che mio e può invitare alle feste chi gli pare, ma andando avanti così Veltroni riuscirà pure ad avere il via libera di Berlusconi, ma magari io poi quella riforma non gliela voto...». Giornata di riposo a spasso per le amate Dolomiti. Ossigenazione profonda e rigenerazione. Dunque, una Rosy Bindi più grintosa del solito, se possibile.
Ministro Bindi, dica la verità: il punto è che il Veltronellum proprio non le piace. E ancora meno la gestione del Partito democratico.
«Infatti. Non è pensabile che la fase costituente del partito, quella che deve essere di maggiore coinvolgimento e pluralità, sia affidata alle decisioni di Veltroni e dei segretari regionali, e con regole improvvisate che cambiano a ogni riunione. Serve un ufficio politico ristretto, nel quale si condividano le decisioni politiche».
Bindi, ma così le replicheranno che lei vuole un politburo che affianchi Veltroni. Proprio lei chiede spazio per i Rutelli, i Fioroni, i D’Alema, i Fassino?
«Noto che il coordinamento nazionale non si è mai riunito, e che l’esecutivo non è un luogo decisionale, ma un organismo operativo del segretario. L’ufficio politico serve. E poi, scusi, quelle di cui lei parla sono figure istituzionali, vicepremier, capigruppo in Parlamento, segretari di partito, il gestore della fase costituente che è Bettini. E poi ci sono gli altri candidati alle primarie, certo».
E la proposta di riforma elettorale avanzata da Veltroni?
«Non è possibile che la si debba apprendere dai giornali. Io rappresento almeno le 500 mila persone che mi hanno votato, avrò diritto a conoscerla prima che la conosca l’opposizione, o no? La gestione personale del Pd rischia di far tornare proprio il partito delle tessere. Lo farà tornare, il partito delle tessere si riorganizzerà, e annullerà il percorso innovativo iniziato con le primarie. E una mano in questa direzione la darà proprio anche il tipo di riforma elettorale che si propone».
Addirittura?
«E’ una legge elettorale che ci riporta all’antico, perché i cittadini non scelgono le alleanze e i governi, ma lasciano il segretario del maggior partito, cioè il Pd, libero di decidere poi con chi allearsi per governare. Questo è un ritorno alla Prima Repubblica, alla vecchia Dc col proporzionale, ai governi con crisi extra-parlamentari. E, mi creda, di quella stagione non c’è nulla da rimpiangere. Dobbiamo avere la forza di scegliere una legge elettorale che restituisca al Paese un bipolarismo maturo».
Questo è proprio il fine che Veltroni dice di perseguire. Non la convince?
«No, perché la legge che ha proposto non persegue il bipolarismo, persegue una politica delle mani libere, nella quale a decidere non sono gli elettori. E le elezioni potrebbe vincerle Berlusconi, ricordiamocelo: il lancio della proposta di legge elettorale da parte di Veltroni ha coinciso con la fine della Casa delle Libertà, tanto che oggi apprendiamo dallo stesso Berlusconi che per cinque anni gli italiani sono stati governati da un ectoplasma... E’ come se Veltroni e Berlusconi dicessero: facciamo la competizione tra noi, e poi chi di noi vince decide che fare, con chi allearsi, con chi fare il governo. No, per il bipolarismo occorre una cosa sola: il maggioritario. Anche perché il Veltronellum non ferma il referendum. Che si vuol fare? Se il referendum si tiene, il governo cade, questo è chiaro. Si vuol far cadere il governo?».
Possiamo dedurre che lei non apprezza nemmeno la Cosa Bianca di Pezzotta-Tabacci?
«Che non piace nemmeno a D’Alema... Apprendo con piacere che non l’apprezza nemmeno Franceschini. Ma a Dario vorrei dire che se non gli va un Pd che è una evoluzione della socialdemocrazia, allora i cattolici devono fecondare il Pd, e questo può avvenire solo se si fa un partito plurale. Io voglio sapere: se nasce una Cosa Bianca e una Cosa Rossa, il Partito democratico con chi si allea?».
Lei con chi si alleerebbe?
«Io vorrei un Pd davvero di centrosinistra, che renda inconsistente la Cosa Bianca, e che lavori per una Cosa Rossa davvero democratica, con la quale allearsi. Ma soprattutto un Pd con la capacità di interpretare anche il riformismo cattolico, altrimenti saremmo una riedizione in salsa socialdemocratica dei diesse, con qualche satellite annesso».
Lei ha consigliato a Prodi la fiducia sul Welfare. Perché?
«Perché non si può lasciare un protocollo frutto di un accordo tra le parti sociali nel tira-e-molla tra Dini e Rifondazione. Ciò detto, quell’accordo non è l’omega: quello che manca davvero all’accordo di luglio è tutta la politica per le donne e la politica per la famiglia. Congedi parentali, asili nido, incentivi all’occupazione femminile, il part-time... Tutto ciò che serve a un Welfare moderno».




novembre 25 2007

Ceccanti: "Il nostro No
al sistema tedesco"




"Il PD non può, per salvare l’attuale governo, approvare una riforma che renderebbe il prossimo governo ancora più debole, perché derivante da accordi post-elettorali continuamente rinegoziati".




-----------------------------------------


RIFORME: DICO NO AL SISTEMA TEDESCO

di Stefano Ceccanti

Quello delle riforme istituzionali, e soprattutto di quella elettorale, sarà il primo vero test dopo la legge Finanziaria. Qualche giorno dopo che essa sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la sentenza di ammissibilità del referendum elettorale, con tutta probabilità positiva, segnerà le priorità dell’agenda politica. La possibilità di approvare incisive riforme delle istituzioni esiste, ma solo a patto di collegare strettamente l’iniziativa in Parlamento a quella nel Paese con obiettivi chiari e coerenti. Il Partito Democratico dovrà infatti promuovere, come ha preannunciato Walter Veltroni nel convegno dello scorso 6 ottobre al Cinema Capranica, una campagna di sensibilizzazione sulla necessità di ridurre i poteri di veto che affollano il nostro sistema. Le primarie hanno del resto dimostrato che c’è una forte domanda di semplificazione del sistema politico, come avevano già dimostrato le oltre 800.000 firme per il referendum, oltre ai dati delle ricerche di opinione ricordate nel citato seminario del 6 ottobre da Marco Filippeschi, che danno alle liberalizzazioni politiche, compreso il possibile voto al referendum, livelli di consenso pari all’80%. L’impegno sulle regole deve essere coerente e collegato con quello sul piano dei soggetti.

Il Convegno del Capranica, uno degli eventi programmatici qualificanti della campagna di Veltroni, merita di essere richiamato anche per alcuni passaggi fondamentali. Il posizionamento strategico sui nodi della chiusura della transizione istituzionale era già stato chiarito da Veltroni con un decalogo sul “Corriere della Sera” del 24 luglio, enunciando varie riforme costituzionali, legislative, regolamentari. Al centro di quel decalogo stava il vero costo della politica: la sua impotenza, il suo essere oggi abbandonata a una somma di veti che intralciano e bloccano. A sua volta il decalogo di Veltroni, nonché il convegno del Capranica, si sono posti in stretta continuità con la Tesi 1 del programma dell’Ulivo del 1996, il primo atto con cui quel simbolo e quel nome si sono sottoposti al giudizio degli elettori. Un testo che a distanza di anni rivela tutta la sua attualità e che spesso le forze che hanno dato vita al Pd non sono state in grado di potenziare coerentemente, correndo il rischio, negli anni di opposizione, di una deriva prevalentemente conservatrice. Quella tesi anzitutto esordiva parlando di “Un patto da riscrivere insieme” e precisava: “Il mandato che chiediamo agli elettori su questi temi non ha lo stesso significato di quello sugli ulteriori contenuti programmatici in cui è giusto che la maggioranza applichi il suo programma. Sulle regole comuni il mandato è per aprire un confronto aperto e libero, non per conclusioni unilaterali.” Il tema di nuove regole per il Paese è quello su cui lo sforzo di farsi carico delle ragioni altrui deve essere il maggiore, senza strumentalità di collocazione momentanea al Governo o all’opposizione. Non ci si schiera per questa o quella soluzione perché ciò risponde a esigenze elettoralistiche o perché può essere momentaneamente utile a creare divisioni nello schieramento avverso, ma perché essa serve al Paese sul lungo periodo. La Tesi 1 dell’Ulivo del 1996, entrando nel merito, recitava poi in questo modo: “Il nostro Paese ha bisogno di completare la transizione aperta dalla stagione referendaria senza indugiare oltre in una terra di nessuno dove rischiano di cumularsi i difetti del vecchio sistema e quelli del nuovo. Si tratta di rifarsi allo spirito riformatore di quella stagione per realizzare un equilibrio organico tra diritti della maggioranza e contropoteri dell'opposizione, nonché tra centro e periferia all'insegna di un federalismo cooperativo.” Anche se varie innovazioni sono state introdotte da allora, alcune nel segno di quel programma e altre nel segno opposto, si pensi in particolare all’ultima legge elettorale, le indicazioni di linea restano giuste, come pure l’esigenza di un raccordo, nella distinzione di ruoli, col movimento referendario, la cui rinascita negli scorsi mesi, anche per opera di molti che sono impegnati nel Pd, è stato uno dei segni più positivi di impegno civico di questo periodo. Anche sullo specifico terreno elettorale, su cui è rinato il movimento referendario, non lasciando così la scena a sole pulsioni negative, di critica senza sbocco, la Tesi 1 del 1996 diceva: “Ai fini di una maggiore legittimazione democratica per ciò che concerne il sistema elettorale, appare preferibile l'adozione del collegio uninominale maggioritario a doppio turno di tipo francese.” Questa indicazione risponde a due obiettivi di massima: il primo è quello di garantire un rapporto effettivo dell’eletto con i suoi elettori, evitando il rapporti del tutto spersonalizzato dell’ultima legge elettorale senza cadere nel difetto opposto, nell’anomalia italiana del sistema delle preferenze, che nessuna grande democrazia europea ha mai pensato di introdurre e contro le cui degenerazioni nacque il movimento referendario dei primi anni ’90. La competizione nei partiti per la designazione alle candidature, attraverso primarie, deve avvenire in una fase temporale diversa rispetto a quella della competizione tra partiti e coalizioni, altrimenti essa degenera e ogni eletto, avendo come rivale il proprio sodale di lista, finisce per ragionare in chiave individualistica, fuori da una coerenza complessiva, prima e dopo il voto. Il secondo obiettivo, garantito anch’esso dal collegio uninominale, è quello di condurre il più naturalmente possibile l’elettore a concepire la scelta della rappresentanza anche come una scelta in vista del Governo, per progetti in grado di essere tradotti in un indirizzo politico coerente. Come scriveva il filosofo Jacques Maritain nel 1944 “il suffragio universale non ha lo scopo di rappresentare semplicemente opinioni e volontà atomistiche, ma di dar forma ed espressione, secondo la loro importanza rispettiva, alle correnti comuni d’opinione e di volontà che sono in atto nella nazione” e per questo “la linea politica di una democrazia dev’essere francamente e decisamente determinata dalla maggioranza…La maggioranza e la minoranza esprimono la volontà del popolo in due modi opposti, ma complementari e egualmente reali”. Dopo di che, è evidente che trattandosi di materia pattizia è ragionevole ipotizzare anche delle subordinate a questa ipotesi principale, ma non fino al punto in cui le subordinate contraddicano la principale. Sarebbe ben strano, infatti, dopo aver evocato il sistema francese, optare dal punto di vista della scelta dei rappresentanti per gli opposti errori delle liste bloccate lunghe in cui i candidati non possono essere presenti sulla scheda o delle preferenze che scardinano i partiti e la coerenza interna dei gruppi. Sarebbe altrettanto strano, dal punto di vista della scelta dei Governi, superare i gravi limiti del sistema attuale per imboccare quella del ritorno ad alleanze post-elettorali, forse ugualmente eterogenee e per di più prive di un chiaro mandato elettorale, andando così in direzione opposta a quella richiesta dai referendum. Al di là delle scelte tecniche, resta la discriminante individuata da Maurice Duverger: c’è “una contraddizione insuperabile tra l’espressione delle opinioni e quella delle volontà..La prima implica che i seggi attribuiti siano esattamente in proporzione ai voti ricevuti. La seconda ha bisogno dei meccanismi opposti”, ma “un buon sistema elettorale non è una macchina fotografica” la cui “qualità principale sta nella somiglianza delle persone raffigurate”, è invece “un trasformatore che deve convertire in decisioni politiche le opinioni enunciate con le schede”. Possiamo e dobbiamo ragionare sui vari sistemi che funzionano da trasformatore, ma credo dobbiamo chiaramente escludere quelli che si limitano a fotografare e che, così facendo, sottraggono agli elettori la scelta effettiva sul Governo del Paese. A queste condizioni il Parlamento può essere in grado di rispondere in proprio con una nuova legge, unita anche a coerenti interventi sul piano regolamentare e costituzionale, alla sfida referendaria, che migliora già la legge vigente, prima o anche dopo la consultazione.

Detto ciò sui contenuti emersi al Capranica, pochi giorni dopo alla Camera dei Deputati, in Commissione affari Costituzionali, l’opposizione si è astenuta sul progetto di riforma della II Parte della Costituzione. Questa scelta rappresenta un dato ambiguo: per un verso segnala la difficoltà di opporsi a una serie di riforme che godono del favore dell’opinione pubblica (Camere più snelle e differenziate, corsia preferenziale per il governo, potere di revoca dei ministri al Presidente del Consiglio e così via), per altro, col richiamo alla maggioranza a produrre una riforma elettorale unitaria, evidenziano l’intento tattico di dividere l’Unione. Come fare in modo di cogliere la disponibilità evitando la strumentalità? Se si ragiona solo in termine di equilibri dentro il Palazzo la quadratura del cerchio sembra impossibile, soprattutto sulla riforma elettorale. Sembra che ci si debba arrendere a un’alternativa comunque inaccettabile. Da una parte stanno una gamma di sistemi coerenti in positivo col discrimine di Duverger, che possono ridurre la frammentazione e realizzare il bipolarismo molto meglio di quello attuale: il sistema francese, quello spagnolo, il vecchio Mattarellum nella versione Senato, per limitarci ai principali. Hanno modalità che incentivano al bipolarismo, diversi dal premio di maggioranza ma anche più incisivi, o grazie al collegio uninominale o a piccoli collegi plurinominali. Proprio perché questi sistemi riducono i poteri di veto, i depositari di quei poteri minacciano ritorsioni sul Governo e pertanto favoriscono involontariamente la celebrazione del referendum o volontariamente scenari traumatici di elezioni anticipate. Il Pd non può non farsi carico di mantenere l’impegno preso con gli elettori di governare per la legislatura. Dall’altra parte sta però un sistema, quello tedesco, che viene brandito da alcuni alleati e dall’Udc come un ricatto sul Governo e sulla legislatura: se non ci date quel sistema, che in Italia distruggerebbe sicuramente il bipolarismo, si dice, faremo cadere l’esecutivo. Ma il Pd non può neanche propter vivendi vitam perdere causam, cioè per salvare l’attuale Governo approvare una riforma che renderebbe il prossimo Governo ancora più debole, perché derivante da accordi post-elettorali continuamente rinegoziati e magari produrre subito una democrazia di nuovo bloccata al centro, con un’alleanza innaturale fino a Forza Italia. Per questo, in nome della coerenza del principio della scelta diretta dei cittadini sulla maggioranza e sul Governo e della distinzione tra centro-destra e centrosinistra che non può essere appannata, il ricatto è rifiutato chiaramente anche da ministri dell’attuale esecutivo come Arturo Parisi e Rosy Bindi, che schierandosi per il referendum hanno d’altronde optato per una strada opposta a quella del sistema tedesco. Non è neanche pensabile di ricorrere allo strattagemma di prendere quel sistema e di inserirvi un obbligo preventivo di alleanze: se non c’è un preciso incentivo bipolarizzante (o il collegio uninominale o il premio o piccoli collegi plurinominali) un partito come l’Udc indicherebbe semplicemente il proprio leader come candidato Premier e o direbbe di andare da solo aspirando al 50 +1% o, se fosse consentito, esprimerebbe una preferenza per una coalizione Pd-Udc-Fi. Stiamo quindi parlando di una correzione che semplicemente non esiste sul piano tecnico. Se poi vogliamo aggiungervi di nuovo un premio o qualcos’altro allora possiamo continuare a chiamarlo tedesco, ma sarebbe un’altra cosa e rientreremmo tra i sistemi accettabili.

Visto così il quadro sembrerebbe insolubile e tuttavia la campagna di opinione che dovrà promuovere il Pd nel Paese, se ben condotta, potrebbe cambiare i rapporti di forza. Perché da parte del primo partito italiano non obbligare a giustificarsi chi non vuole tornare a candidature vicine alle persone, come quelle garantite dai collegi uninominali o dai piccoli collegi plurinominali e/o chi non vuole realizzare processi di aggregazione solo per andare avanti in tanti isolotti autosufficienti ed egoistici chiamandoli partiti? Perché non debbono aver diritto ad elezioni primarie anche gli elettori del centro-destra? Perché l’opposizione deve ambire solo a riconquistare il potere a breve in un sistema che non funziona? Se queste domande e le relative risposte diventassero subito dopo l’apertura della Costituente un patrimonio diffuso, forse alleati ed avversari potrebbero cambiare attitudine. La nostra, pur con tutte le ovvie attenzioni in una materia per sua natura pattizia, non può che essere coerentemente quella del 14 ottobre, massimo di partecipazione e massimo di decisione.


 

Fonte : Le nuove ragioni del socialismo -


novembre 23 2007

Se tornano i due forni
di Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della Sera -
E così oggi dovremmo convincerci che negli anni '70, tanto per fare un esempio, e cioè ai bei tempi della proporzionale, quando la Dc prendeva intorno al 40 per cento dei voti e il Pci intorno al 30 (percentuali che il nascituro berlusconiano Partito del popolo o il neonato Partito democratico ancora devono dimostrare di riuscire a conquistare), dovremmo convincerci che allora il sistema politico italiano godeva ottima salute e tutto filava liscio come l'olio.

Dal momento che in quel tempo, appunto, c'era la proporzionale, e dunque — dovremmo credere anche questo — i partiti minori non esercitavano alcun potere di veto ed erano docilissimi, nessuno si sognava di demonizzare i propri avversari, e i governi erano liberi dai vincoli delle coalizioni. Ma vogliamo scherzare? Chi ricorda sa benissimo che le cose non stavano affatto così. In realtà non c'è alcun vero o presunto inconveniente dell'attuale pur bastardissimo maggioritario italiano che non ci fosse pure venti o trent'anni fa, con la proporzionale, e che si ripresenterà più o meno identico anche se domani adottassimo nuovamente il sistema elettorale di un tempo.

A cominciare dal problema, chiamiamolo così, del coalizionismo. Escluso, come sembra ragionevole, che in futuro Berlusconi o Veltroni possano con il loro solo partito riuscire ad avere la maggioranza assoluta, non dovranno forse anch'essi allearsi allora con qualche altro partito se vorranno governare? E perché mai, mi chiedo, questo futuro alleato dovrebbe essere meno riottoso o indisciplinato di quanto oggi non siano gli alleati di Prodi o del proprietario della Fininvest? La reintroduzione della proporzionale potrebbe, almeno in teoria, dare luogo a una sola rilevante novità: la creazione di un autonomo spazio politico-elettorale di centro, potenzialmente capace di rappresentare domani l'ago della bilancia tra destra e sinistra.

Si tornerebbe cioè ad una situazione da «due forni» tipica della prima Repubblica, con tutti i giochi rimandati al dopo-elezioni e con l'unica differenza, questa volta, di un centro almeno inizialmente più debole delle ali (a meno che non riesca a Berlusconi la non facile e paradossale impresa di fare lui, con il suo nuovo partito, la parte del partito di centro). E a quel punto sarebbe davvero la Restaurazione. Da tenere sempre a mente è che le leggi elettorali non possono supplire ai deficit di natura politica.

Il maggioritario italiano è fallito perché in quindici anni né Forza Italia né i Diesse- Margherita, nati entrambi in circostanze assai diverse ma egualmente ambigue, e dunque gravati entrambi da problemi di identità, essendo l'una e gli altri incerti su che cosa essere, hanno di fatto rinunciato a lungo a qualunque battaglia ideologico-politica a fondo contro gli altri attori del proprio versante elettorale, non hanno preso nessuna iniziativa forte contro di essi, e così non sono riusciti ad espugnare elettoralmente la stragrande maggioranza di quel versante. Il bipolarismo italiano è fallito perché i due candidati naturali a esercitare la sovranità sui rispettivi poli hanno mancato al proprio compito per propria incapacità. Adesso, per favore, non cerchino finte vie d'uscita.



novembre 21 2007

A che gioco giochiamo?
L’iniziativa di Berlusconi di queste ore, malgrado la apparente sorpresa, non può stupire. In un clima in cui ha preso piede l’idea di aprire uno scenario proporzionalistico, era evidente che prima o poi, il leader del principale partito dell’opposizione “scendesse in campo”.
Aver cambiato lo “schema di gioco” passando dall’orizzonte maggioritario a quello proporzionale, “sdoganato” dall’iniziativa di Veltroni, imponeva anche a Berlusconi una ridefinizione della strategia. E la strategia mi sembra questa. Prepararsi a giocare con un ruolo determinante in qualsiasi scacchiera.

Mi spiego. Con un modello proporzionalistico tutti i concorrenti sono spinti ad occupare il centro della scena, per poter essere determinanti in qualsiasi trattativa per la formazione dei governi. E così Berlusconi manda a dire ai suoi (ex?) alleati ed ai suoi avversari, che il suo partito c’è, che sarà comunque determinante e che potrebbe essere lui a costruire maggioranze intorno a sé, qualora prevalesse una legge elettorale proporzionale che non determina maggioranze elettorali, ma che rinvia alle manovre parlamentari, dopo le elezioni, la formazione dei governi.
In questo schema le posizioni di Veltroni e di Berlusconi sono speculari: ognuno dei due si prepara a diventare determinante nella formazione dei governi dopo le elezioni.
L’esito più probabile di questo scenario, se si affermerà una legge proporzionale, seppure corretta, è dunque che nessuno ottenga una maggioranza e che si debba ricorrere a governi di coalizioni o, addirittura, di larghe intese più o meno instabili, dopo le elezioni.

Il cambiamento di direzione non potrebbe essere più drastico. Fino ad oggi, con il maggioritario, la politica ha funzionato secondo il principio che la competizione fosse per vincere le elezioni. Da domani il rischio più probabile è che le competizioni si svolgano con l’obiettivo dei partiti di minimizzare le sconfitte, per arrivare quanto più forti possibili alle trattative post-elettorali.
Tutto bene. Salvo il fatto che in tutto questo gioco c’è un perdente certo: i cittadini italiani.

L’unica cosa sicura è che, con il ritorno al proporzionale, i cittadini perderebbero irrimediabilmente la principale conquista dei referendum del 1993: il potere di scegliere le maggioranze di governo.
Veltroni e Berlusconi sono pertanto di fronte ad una enorme responsabilità. Il loro dialogo è fondamentale per determinare gli scenari futuri. Se avranno coraggio potranno trovare un accordo per salvare il bipolarismo e semplificare la politica italiana con una legge elettorale che consenta a ciascuno dei grandi partiti di competere per il governo senza il ricatto di coalizioni rissose e inconcludenti.
Se prevarrà la paura di perdere e la paura della competizione vera, sceglieranno una legge elettorale che non faccia vincere nessuno, “ma anche” non lo faccia perdere. Un sistema nel quale l’esito delle elezioni sia un pari e patta, che restituisce ai partiti lo scettro del potere di fare e disfare i governi dopo le elezioni.
http://www.referendumelettorale.ilcannocchiale.it/


novembre 20 2007

Una trappola involontaria
di Antonio Esposito,
Stiamo attenti e vigili qui nel centrosinistra, perché, se il centrodestra sembra andare allo sfascio, noi di certo non brilliamo. Finora lo spauracchio della spallata e il fantasma di un possibile ritorno al governo di Berlusconi ci hanno fatto serrare le fila e abbiamo passato quasi indenni lo scoglio della Finanziaria al Senato, ma ricordiamoci che la nostra coalizione è sempre composta da varie anime e che Dini e Bordon non sono molto amichevoli nelle intenzioni, anche se ora il centrodestra non offre appetibilità programmatica. Tirare un sospiro di sollievo va bene, se invece tiriamo i remi in barca pensando che l'ex Cdl non possa più nuocere, allora il rischio è che l'Unione si sfilacci e Prodi cada. D'altronde non c'è proprio nulla da ridersi per la situazione: lo stato attuale delle cose ha confermato l'effetto pessimo di questa legge elettorale, cioè che coalizioni così ampie non reggono, e indica che ne serve subito una nuova. Qui sta il punto centrale su cui il centrosinistra deve evitare un harakiri: crollata una coalizione e con l'altra debole, c'è la tensione a che i 'volenterosi' dei due poli prendano la palla al balzo, si faccia cadere Prodi e si trovi l'intesa sul modello tedesco, nefasto per il bipolarismo che ora, causa la situazione attuale, finirà condannato come responsabile primo, mentre le critiche legittime devono riguardare solo il bipolarismo di questa legge elettorale che ha voluto tutto il centrodestra, anche l'Udc. Adesso il centrosinistra, se vuole governare ancora, deve sfruttare il patatrac nel centrodestra perseguendo alcune mosse: ossia deve mettersi alla guida del processo delle riforme condivise, cercando di trovare possibilmente una rapida quadra al suo interno, deve essere appetibile puntando a trovare pochi punti programmatici su cui incardinare il resto della legislatura. Per far ciò prima di tutto deve guardare in casa propria, non disinteressandosi di ciò che avviene nel centrodestra ma stando attento a non dare più di un occhio per non cullarsi su finti allori. Su questo ha ragione Romano Prodi, meglio non fidarsi e aspettare. E un ultimo appunto su un difetto che non abbiamo ancora corretto: nel mentre che si persegue una azione di governo riformatrice, si deve comunicare chiaramente ciò che si fa. Comunicare, comunicare, comunicare. http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=10164


novembre 19 2007

Prodi e Veltroni 2.0

Il centrosinistra vince la battaglia parlamentare sulla Finanziaria e avvia nel migliore dei modi la scommessa politica del Partito democratico. Il centrodestra si dilania aspramente dopo aver invano puntato tutto sulla caduta del governo. Il centrosinistra da un anno buono ha avviato un complesso processo politico. Il centrodestra, da un anno buono, non discute, non dibatte, non propone ma fa molta demagogia e pessima campagna acquisti senatoriale con l'intento di riportare un uomo solo, e sempre lo stesso, sulla plancia di comando (a fare cosa di meglio, poi, non è poi dato sapere). I risultati si spiegano facilmente così: il centrosinistra fa politica, il centrodestra no. Se avrò voglia e tempo di tornare per un momento su questo aspetto della vita politica patria, approfondirò questo spunto. Ricordo solo che quando nei mesi scorsi scrissi che il Partito democratico avrebbe avviato un processo che il centrodestra non poteva limitarsi a deridere e che la elezione di Veltroni avrebbe posto anche all'altra parte un problema di leadership e di programmi, bene, quando lo scrissi, ricordo, ricordo bene, che da qualche parte, in fondo a destra, arrivò l'accusa velata di soffrire di complessi d'inferiorità verso l'egemonia della sinistra. Nessun problema, figuriamoci, ci saranno sempre immaginifici sondaggi a scaldare il cuore nei momenti difficili. Nella vita politica reale, invece, il Partito democratico resta l'opzione più interessante di sblocco dello stallo in cui l'Italia è finita in questi ultimi anni. E per il momento, anche l'unica.

Segnalo la differente (e come sempre molto equilibrata) analisi di Stefano Folli dal Sole 24 Ore. Dalla quale dissento su due punti. Il primo: è vero che a sinistra tutte le contraddizioni restano in piedi ma è anche vero che se Prodi e Veltroni trovano una sintonia di azione, il futuro potrebbe essere proficuo per entrambi. L'attuale premier non può che giovarsi dell'appoggio di un leader di partito autorevole e Veltroni ha bisogno di arrivare alla campagna elettorale sulla scia di un centrosinistra che recupera consenso. Il secondo: quello che Folli considera un elemento a favore di Berlusconi, io lo considero un elemento a sfavore del centrodestra. E' vero che l'ex premier mantiene un carisma ineguagliato fra il popolo di centrodestra. Ma a che prezzo? E per farne cosa? Il prezzo è quello di aver ormai assuefatto la sua gente alla demagogia e averla allontanata dalla politica, tanto è vero che molti sono convinti che l'azione politica consista in questa continua produzione di slogan, boutade, tormentoni, barzellette, trasmissioni tv autoreferenziali, giornali autocompiacenti, cortei, vignette e altre amenità del genere. Per farne cosa è poi il discorso principale. Forza Italia difficilmente può sedersi al tavolo di una costruttiva trattativa con il centrosinistra per varare una riforma elettorale perché ha come unico scopo quello di consentire a Silvio Berlusconi di tornare al governo. E l'unico modo che ha di farlo è quello di puntare alla caduta immediata di Prodi. Quel che di buono - o di male, a seconda dei punti di vista - che il berlusconismo ha potuto dare a questo paese (in termini di modernizzazione della comunicazione politica, di sdoganamento del centrodestra come soggetto politico, di consolidamento della tendenza bipolare, di semplificazione del linguaggio politico) appartiene a un ciclo che si è ormai abbondantemente concluso. Il tempo non lavora per Berlusconi. Questo il Cavaliere lo sa: corre controvento e sembra disposto a tutto, pure ad inventarsi un nuovo partito, troppo carico di genitivi per esser serio e troppo carico di riferimenti a repubbliche popolari per non essere comico. Solo che, a mio avviso, il centrodestra non ha bisogno di questo. E l'Italia ancor di meno.http://walkingclass.blogspot.com/



novembre 14 2007

 
MICHELE SALVATI

La partecipazione alle primarie per il Partito democratico è stata superiore ad ogni aspettativa soggettiva – anche a quella delle persone informate e appassionate di politica come chi legge e chi scrive – e soprattutto ad ogni previsione professionale: i sondaggisti cercano giustificazioni, ma i limiti del loro strumento (e dunque le cautele che dobbiamo tener presenti quando lo usiamo) sono apparsi con tutta evidenza. Farò qualche congettura in proposito più sotto, ma ci vorrà tempo e buone analisi di sociologia elettorale per capire le ragioni della partecipazione straordinaria ad un evento che non era una primaria in senso proprio, ma un pezzo di congresso di partito, che ha eletto migliaia di delegati alle assemblee regionali e nazionale, nonché i segretari regionali e il segretario nazionale.
Ed è stata l’elezione di questi ultimi, e soprattutto quella del segretario nazionale, che ha trasmesso quel tanto di tensione competitiva che in una primaria vera ci dev’essere, per distinguerla da una semplice acclamazione.
La gara, la tensione competitiva, sono state sufficienti? Nonostante il successo, fioccano le critiche: no, non sono state sufficienti, i partiti hanno sempre avuto il pieno controllo della situazione, il sistema elettorale a liste bloccate ha impedito l’espressione di preferenze individuali da parte degli elettori, sono stati scoraggiati non soltanto gli outsiders, ma anche insiders la cui presenza in gara avrebbe allargato la scelta e fortemente influito sul risultato finale. Non per giustificare la procedura adottata, ma per spiegare la sua adozione, illustro brevemente i tre principali fattori che hanno condotto all’esito di cui siamo stati attori e testimoni.
Il Partito democratico nasce dalla fusione di due precedenti partiti, che hanno deciso di sciogliersi e confluire in uno nuovo. Partiti rappresentati (con consiglieri, assessori, sindaci, presidenti, ministri…) in migliaia di istituzioni democratiche dell’intero paese: non poteva esserci una soluzione netta di continuità e il grosso di questo personale politico doveva essere “trasportato” nel nuovo partito.
Il metodo di fusione è stato complicato e innovativo. (...) È la straordinaria partecipazione al voto ciò che dovremmo capire, il fenomeno politico più misterioso e interessante. Sinora abbiamo descritto come i partiti abbiano stimolato, organizzato e tenuto sotto controllo l’intero processo di mobilitazione: insomma, come abbiano pilotato e limitato l’offerta politica. È però la domanda, la risposta travolgente a margini di scelta oggettivamente ristretti, ciò che si fa fatica a spiegare. È come se, sotto sotto, esistesse una domanda latente di partecipazione diretta che si manifesta tutte le volte che le si offrono canali di espressione, anche parziali, anche limitati. Possiamo pensare che tre milioni e mezzo di persone si siano recati alle urne, in una bella domenica di autunno, perché pienamente convinti della bontà del progetto del Partito democratico? Mi piacerebbe pensarlo, ma bastavano quattro chiacchere con le persone che, insieme a noi, facevano la fila ai seggi per convincerci che non era così, che il progetto era capito e condiviso solo da una parte, che le critiche e l’insoddisfazione prevalevano sul consenso. Insomma, che a far la fila c’erano non pochi del popolo di Beppe Grillo.
(...) Il che pone due problemi, uno teorico e profondo, l’altro politico e immediato.
Il primo riguarda la democrazia rappresentativa e i correttivi di partecipazione diretta che sono necessari per darle vitalità e senso.
È un problema che riguarda tutti i paesi avanzati, dove la democrazia è in grave crisi, e che tocco nel primo dei due Manifesti qui pubblicati: per chi volesse approfondirlo il riferimento migliore è al recente libro di Pierre Rosanvallon, La contre-democratie, di prossima traduzione presso Il Mulino.
Il secondo problema, quello politico e immediato, riguarda il futuro del Partito democratico. Questo partito è ancora lontano dall’avere un’anima, un soffio vitale, una cultura condivisa e diffusa, come avevano, nei momenti migliori, i due partiti che ad esso danno origine. Che tipo di anima e di cultura è in gran parte da definire, perché il ritorno a partiti di massa ideologici è impossibile: ma anima e cultura sono indispensabili anche in un partito moderno e i Manifesti qui raccolti sono un piccolo contributo in questa direzione.
E poi, non fasciamoci la testa. Il primo passo per la costruzione di un grande partito di sinistra moderna è stato fatto, e come meglio non si poteva. Chi ritiene che Veltroni sia una minaccia per Prodi e per il governo pensi soltanto alle conseguenze di una partecipazione modesta e di una vittoria risicata: le primarie per la Costituente sono di gran lunga l’evento più positivo, quello con il quale il centrodestra deve fare più seriamente i conti, che il centrosinistra sia riuscito a produrre dalle elezioni del 2006 in poi.
dall’introduzione a “Il Partito democratico per la rivoluzione liberale” (Feltrinelli) di Michele Salvati, da domani in libreria    

http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp


novembre 12 2007

I parisiani: “Grazie a Dio c’è il referendum”
Fabio Martini
La Stampa

Con la sapienza comunicativa che gli si conosceva, Veltroni in poche settimane è riuscito a imporre la sua agenda politica e in particolare la sua innovativa ipotesi di riforma elettorale ha costretto tutti a inseguirlo e a posizionarsi. Producendo no granitici (Berlusconi), aperture significative (la Lega e l’Udc), silenzi-assenso (Rifondazione), incoraggiamenti attesi (Ds e Margherita) e inattesi (Mastella che, per costringere Casini a unirsi a lui, chiede uno sbarramento alto), ma anche un violentissimo rigetto tra i referendari e i bipolaristi di «area Parisi». Dice Franco Monaco: «Grazie a Dio c’è il referendum! L’impianto prefigurato da Veltroni propizia una “Cosa rossa” a sinistra del Pd e una “Cosa bianca” alla sua destra. Una pacchia per i centristi che diventerebbero mobili e pendolari tra i due poli. Una scelta che metterebbe a rischio la stessa unità del Partito democratico».
E se Monaco minaccia senza perifrasi una scissione per un partito che formalmente non è nato, la proposta di Veltroni (sistema proporzionale spagnolo-tedesco, niente premi di maggioranza, nessuna dichiarazione preventiva di alleanza) viene bollata in modo pesantissimo anche da un referendario storico come Mario Segni: «Veltroni si sta comportando come un voltagabbana, si sta rimangiando 15 anni di battaglie fatte con noi, la sua proposta ci riporta dritti alla Prima Repubblica, ai governi fatti e distrutti in pochi mesi. Se i cittadini potranno scegliere tra un sì al referendum e una nuova porcata, saranno certamente con noi». Il referendum - visto come grimaldello salvifico di vecchie e nuove «porcate» dai guardiani del sistema maggioritario - potrebbe tenersi nella prossima primavera nel caso in cui il Parlamento non approvasse una nuova legge elettorale.
Ma per Veltroni il fallimento sta in questo sistema bipolare e nelle leggi maggioritarie che lo hanno accompagnato. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, che ha lavorato alla bozza Vassallo fatta propria dal leader del Pd, fa questa analisi: «E’ documentato che il sistema maggioritario ad un turno aumentava la frammentazione e la situazione era peggiorata col Porcellum. Per questo si sta lavorando ad un sistema diverso da quello tedesco, un modello italiano a base proporzionale con correttivi non meno efficaci di un premio, una soluzione che aiuterebbe il Pd e un “partito gemello” che nascesse sul centro-destra, ma che è in grado di soddisfare le esigenze di tutti i partiti. Il sistema, proprio perché non è l’ideale ma una “seconda scelta” per tutti, potrebbe diventare una base interessante di discussione». E infatti il primo impatto della sortita veltroniana - al netto di Berlusconi e dei referendari - è complessivamente positiva. E lo stesso presidente del Comitato referendario, Giovanni Guzzetta, non è apocalittico: «Chiunque avanza delle proposte deve dire chiaramente cosa non è negoziabile per evitare che si entri con una proposta e se ne esca con un’altra». Come dire: del progetto Vassallo-Ceccanti-Bassanini si può forse discutere a patto che non sia edulcorato. Ma il ministro della Difesa Parisi si dice convinto che «gli espedienti tecnici non potranno produrre nulla di diverso da quel che appare - il proporzionale come riferimento comune del centrosinistra - e dunque se non si interrompe il processo regressivo, in breve tempo saremo di nuovo lì da dove siamo partiti: alla Prima Repubblica». Raccontano che anche a Romano Prodi non sia piaciuto il modello-Veltroni, ma dopo la sua battuta ironica di due giorni fa («Oggi di proposte ce ne sono state di tutti i tipi...»), ieri si è limitato ad auspicare una riforma che garantisca «governi stabili e duraturi».



novembre 10 2007

Pure Veltroni è diventato blocheriano?

Giancarlo Dillena

Anche l’Italia è affetta da una «sindrome Blocher», che arriva
addirittura a contagiare non solo il governo, ma addirittura il leader
designato della neo-costituita maggior formazione della sinistra W
Veltroni? Se fosse la «boutade» provocatoria di qualche esponente
dell’ala massimalista della maggioranza, la cosa finirebbe lì. Ma se a
usare questa espressione è una personalità moderata e autorevole come
Sergio Romano (cfr. Corriere della Sera del 2.11), il fatto dà da
pensare.
Non tanto per la reiterazione di uno stereotipo – quello della
«Svizzera xenofoba» – che all’estero trova sempre facili acquirenti,
quanto per l’applicazione di questo cliché al tema generale della
criminalità violenta legata all’immigrazione. Esso costituisce un
problema reale, con cui occorre confrontarsi e che chiede risposte
concrete e convincenti. Altrimenti si corre il rischio non solo di
assistere al ripetersi di tragedie come quella di Roma, ma anche al
diffondersi e rafforzarsi di quelle reazioni primarie di tipo xenofobo
che si vorrebbero scongiurare.

Poiché il meccanismo è proprio questo. E il paradosso è che esso è
largamente alimentato proprio da quanti, di fronte ad ogni atto
criminale che ha per protagonisti degli immigrati, spostano
immediatamente il problema da quest’ultimo al pericolo xenofobo. Quasi
che la priorità non fosse impedire abusi e crimini, assicurando
concretamente il rispetto delle legalità e della sicurezza, bensì
esorcizzare l’allarme e le preoccupazioni dei cittadini. Molti dei
quali finiscono così col pensare che gli unici a prenderli sul serio e
farsi carico delle loro inquietudini siano i fautori delle soluzioni
più estreme e sbrigative. O quanto meno chi solleva apertamente la
questione. In modi magari discutibili, ma ai quali il negazionismo
ostinato o le censure fondate sul fantasma del «razzismo» non
costituiscono un’alternativa efficace. Al contrario.

Anche questo insegnano le recenti esperienze svizzere, al di là dei
facili stereotipi (e delle semplificazioni che – è bene ricordarlo –
non rendono comunque conto di una realtà politica assai più complessa
come quella elvetica).
E il fatto che un governo di sinistra come quello italiano adotti
misure severe – per certi versi effettivamente di sapore «blocheriano»
– dovrebbe semmai far riflettere sull’inaggirabilità del vero problema
e sull’esigenza di affrontarlo.

Da qui a ritenere che i provvedimenti decisi da Roma, così come quelli
avanzati dal ministro della giustizia elvetico, siano la soluzione
giusta, il passo è ancora lungo. In effetti per diverse norme si
possono sollevare molti interrogativi, non solo in termini di
principio ma anche di reale efficacia e di praticabilità. Così come si
può avere qualche riserva, nel caso italiano, sulla reale volontà e
capacità, alla prova dei fatti, di applicarle.
Ma anche per questo occorre più che mai un confronto aperto, che
sappia andare oltre le emozioni primarie ma anche mettere da parte
falsi pudori, ipocrisie ideologiche e strumentalizzazioni di segno
opposto. È una premessa fondamentale. Senza la quale il rischio è
quello di derive ben più drammatiche di una cartellonistica elettorale
discutibile o di uno spostamento del baricentro politico.



_______________________________________________
Gargonza mailing list
Gargonza@perlulivo.it


novembre 4 2007

manicheismo, maanchismo


manicheismo (ma-ni-che-ì-smo) s.m. (Sabatini Colletti)


• Religione che ebbe origine in Persia nel III sec. d.C. a opera di Mani (216-277 d.C.), che sosteneva la contrapposizione assoluta e il dualismo tra i due principi divini del bene e del male
• sec. XVIII



maanchismo(ma-an-chì-smo) s.m. (il Mario)


  • Strategia politica , ma non solo, che ebbe origine in Italia nel XXI secolo ad opera di Veltroni (1955-vivente), che sosteneva la non contrapposizione assoluta e l'inesistenza del dualismo tra i due prìncipi Berlusconi e Prodi

Ma anche.



  • Strategia sentimentale. Ti amo, ma anche ho bisogno della mia libertà
  • Strategia sportiva. Sono juventino, ma anche romanista
  • Strategia culinaria. Mi piace la carne, ma anche il pesce
  • Strategia tecnologica. Mi piace la cucina vegetariana, ma anche gli OGM che aiutano la crescita del terzo mondo
  • Strategia umanista. Bisogna aiutare gli immigrati, ma anche rimandarli in Romania
  • Strategia ambientalista. Sono a favore all'energia nucleare, alla Tav, agli inceneritori, ai rigassificatori, ma anche all'energia eolica ed alla tutela dell'ambiente
  • Strategia economica. Sono per il welfare, ma anche per la ridusione del debito
  • Strategia delle relazioni industriali. Sono con i sindacati, ma anche con Montezemolo

Ma anche voi, amiche/amici commentatori, avete facoltà di parlare.http://francescatoblog.blogspot.com/



novembre 3 2007

Il delitto e la politica
di Sergio Romano, Corriere della Sera
Con la sua improvvisa conferenza stampa in Campidoglio, mentre cominciava a diffondersi la notizia di un efferato delitto in una baraccopoli romana, Walter Veltroni ha segnato parecchi punti. Ha deviato le frecce che avrebbero fatto di lui, sindaco di Roma, uno dei bersagli preferiti dell'indignazione popolare. Ha dimostrato, come leader del Partito democratico, di essere sensibile alla domanda di sicurezza che sale dal Paese. Ha dato un colpo di frusta alla politica nazionale e ha costretto il governo a trasformare in decreto, con effetti pressoché immediati, quello che era in origine soltanto un disegno di legge. Ha preceduto il centrodestra, costretto a rincorrerlo affannosamente. E ha dimostrato alla pubblica opinione che esiste oggi nel Paese un nuovo, singolare «partito di opposizione ». I Democratici sostengono il governo e sono il suo maggiore pilastro. Ma possono richiamarlo all'ordine con qualche brusco ammonimento e produrre migliori risultati di quanti non ne ottenga un centrodestra che la strategia del suo leader condanna a lavorare per un solo obiettivo: le elezioni Tutto bene, dunque, per Walter Veltroni e il centrosinistra? La sua iniziativa comporta almeno due rischi. In primo luogo dimostra che il presidente del Consiglio non aveva torto, dal suo punto di vista, quando sperava che il Partito democratico sarebbe stato retto da un coordinatore anziché da un segretario nella pienezza dei suoi poteri. Veltroni non può limitarsi al ruolo che fu, prima della fusione, quello di Piero Fassino e Francesco Rutelli. Deve irrobustire la sua creatura dimostrando al Paese che i Democratici sono «governativi», ma diversi. E aspirano a trovare nuovi consensi in una Italia moderata che non approva i cedimenti del presidente del Consiglio alla sinistra radicale. Nelle scorse ore l'emozione suscitata dal delitto di Roma ha permesso a Veltroni d'imporre la propria linea. Che cosa accadrà del governo quando le sue proposte si scontreranno con le posizioni dei partiti massimalisti e metteranno Prodi in serio imbarazzo? Il secondo rischio concerne il caso che Veltroni ha scelto per la sua sortita. Spiace ricordarlo, soprattutto in questo momento, ma il delitto di Roma è «soltanto» un delitto, particolarmente efferato ma pur sempre uno dei tanti che affollano le statistiche criminali di qualsiasi Paese europeo. È molto grave anche perché è un sintomo dei problemi creati da una immigrazione diversa che i governi, non soltanto da noi, affrontano con grande difficoltà. Ma non può dettare l'ordine del giorno del Consiglio dei ministri e influire sui termini di un provvedimento generale. L'impotenza, soprattutto in questo momento, avrebbe scatenato la collera del Paese. Ma la denuncia del «pericolo romeno», presente nelle parole di Veltroni, rischia di rafforzare prevenzioni ingiuste e pregiudizi xenofobi. Governo e partiti debbono ricordare che in Italia non esiste soltanto la criminalità dell'immigrazione. Esiste anche una «sindrome Blocher », dal nome del leader svizzero che ha riscosso un considerevole successo nelle ultime elezioni federali con la sua campagna contro gli stranieri. A questa xenofobia, di cui cominciano a intravedersi alcune brutte manifestazioni, non bisogna offrire occasioni e pretesti. Il governo ha il diritto di cacciare gli indesiderabili, ma deve dire chiaramente al Paese (come ha fatto ieri il presidente del Consiglio con un particolare riferimento alla comunità romena) che i «desiderabili », nelle file dell'immigrazione, sono la stragrande maggioranza e meritano di essere accolti come tali.


novembre 1 2007

Pensierini

E' venerdì pomeriggio quando lascio una Manhattan arroventata da un'inconsueta heat wave ottobrina. Un'ora esatta, da casa al Terminal 2 di JFK. La vecchia, cara metropolitana, sbaglia raramente un colpo. Ho anche l'occasione di far passare una famiglia di irlandesi al check-in, reduci da due ore e mezzo di traffico su autostrade urbane da nomi famigerati quali L.I.E. e Van Wick. Penso per un attimo ad Alberto, che è fanatico del taxi... mah.

La solita carretta Delta mi porta a Madrid con più di due ore di ritardo. Delta ha curiose affinità con i politici italiani. Sono mesi che ha iniziato una campagna pubblicitaria il cui motto è "Change". Eppure i loro aerei rimangono i più vecchi, e gli assistenti di volo, pure. La nonnina Delta (cioè la hostess), con il suo vestitone rosso o blu, la messa in piega anni '70, e le sneakers nere ai piedi, e' suo malgrado il simbolo della compagnia. Dato il ritardo, decido di derogare alla mia regola di usare il trasporto pubblico quando possibile, e mi avvicino alla fila dei taxi. Sorpresa: sono in sciopero. All'istante, mi vengono in mente Bersani e le insolenti proteste dei tassisti milanesi. Ma Barajas e' molto lontano da Malpensa, in tutti i sensi. Nessuno blocca il traffico privato, e ben presto scopro che la dimostrazione ha il fine di sollecitare maggior protezione durante la notte, dopo il recentissimo omicidio di un tassista. Comunque lo sciopero e' quasi finito. Ben presto, mi posso fiondare dentro Madrid, ad incontrare gli amici N. e S.

Verso le 2:30, disorientato più dal lunch-lag madrileno che dal jet-lag, convinco gli amici ad avviarci verso il ristorante. La Puerta del Sol mi appare come un immenso cantiere. Stanno costruendo una estacion de cercanias sotto la piazza, una stazione sul nuovo passante ferroviario in allestimento tra le stazioni di Atocha e Chamartin. La mia amica S., catalana DOC, esprime senza remore il suo disprezzo per la signora Aguirre, Presidentessa della Comunidad Autonoma de Madrid. Secondo S., la Presidenta (detta alla spagnola) dovrebbe smetterla di costruire ferrovie e pensare ad altri servizi, come le scuole materne, ad esempio. Taccio, e penso alla Roma senza metro e senza scuole materne governata dal sindaco, nonché neo-lider maximo, Walter Veltroni. Verrebbe da piangere. Ah, se solo gli spagnoli imparassero a fare il caffè... sospetto che non lo facciano per limitare i già ingenti flussi di immigrazione italica.

Il lunedì, alle 6 di mattina, sono di nuovo a Barajas. Il Puente Aereo mi porterà a Barcellona. E' ora di lavorare. Noto che, seppure i voli inizino alle 6:00, i punti di ristoro aprono alle 6:30. Non cosi' a Barcellona, dove i bergamaschi di Spagna, pur non brillando per simpatia, 'i laura' (accento sulla u) come matti.

Martedì mattina, la sveglia è alle 5. Destinazione Napoli. All'aeroporto de El Prat, la dipendente Alitalia mi obbliga, praticamente con la forza, a consegnarle il borsone. La imploro di esimermi da questo sacrificio. Le ricordo l'enorme evidenza empirica sullo scalo di Fiumicino, con quello che comporta per la probabilità di smarrimento del bagaglio. Tutto invano. Ma quanto sono str.... all'Alitalia? Non solo ti perdono sempre la valigia. Ti tolgono pure l'unico strumento per evitare che succeda, cioè non dargliela.

È mezza mattina quando giungo a Capodichino. L'aeroporto, che non avevo mai visto, sembra una bus station sudamericana. Devo chiedermi quale catena di eventi abbia potuto portare a quello che è l'attuale divario tra Barcellona e Napoli, due città che non immagino fossero molto dissimili tre secoli fa. Michele, c'e' un paper a proposito? L'una à industriosa e proiettata al futuro. L'altra, come ben sappiamo, e' martoriata dalla Camorra e da una classe dirigente, come la chiamerebbe D'Alema, formata da ladri della peggior specie (a proposito, visto il resoconto de l'Espresso sullo scempio di denaro pubblico a cura di Bassolino & Co. ?).  Il gentilissimo collega M. mi preleva per portarmi a Fisciano, dove sorge il complesso dell'Università di Salerno e dove ha casa il CSEF, autentica oasi nel deserto, nato e cresciuto grazie alla buona volonta' di uno sparuto gruppo di colleghi e nonostante gli ostacoli che il sistema pone loro quotidianamente.

Mercoledì lo passo alla Federico II, a Napoli, courtesy del gentilissimo collega A. Da riportare, la conversazione telefonica con un operatore Alitalia a proposito del mio borsone che, come previsto, si e' perso a FCO. Il solerte impiegato mi informa di una "ipotesi di ritrovamento," ancora da confermare. Sembra un titolo di Camilleri. Dopo "La Bolla di Componenda" e "La Voce del Violino," perché non "L'Ipotesi di Ritrovamento" ?

Ora sta a Easyjet portarmi a Stanstead (lode alla deregulation del trasporto aereo) e ad un solerte autista portarmi in quel di Colchester. Qui l'anedottica si esaurisce. Il fatto e' che l'efficienza e la serieta' inglesi non danno adito a pensierini, se non ai soliti sul confronto tra l'accademia britannica e quella italiana. Soprassediamo. Voglio pero' sottolineare che anche ad U. of Essex la dispora italiana non scherza: sette su trentasette faculty del dipartimento di economia vengono dal bel paese. Perlopiu' giovani.

All'alba di Venerdì, Ryanair mi porta in quel di Forlì per soli 25 pounds, tutto incluso. Cari comunistoidi e fascistoidi: come sarà successo che i prezzi si siano abbassati tanto? Che si tratti di un sussidio del governo inglese per incentivare i soggiorni dei bimbi di Albione sulla ridente collina romagnola? Penso alla citazione del ministrissimo Mussi, riportata da Alesina e Giavazzi sulla back cover del loro recentissimo pamphlet intitolato "Il liberismo e' di sinistra". Mussi dice che "... il liberismo appare sempre più come un'idelogia primitiva." Se facessimo una decomposition dell'arretramento italiano, quale sarebbe la parte dovuta alla demenza dei signori governanti?

In Romagna, come d'abitudine, si lamentano continuamente. Eppure, il loro tenore di vita rimane tra i più alti che abbia mai sperimentato. E i servizi pubblici, nonostante la cronica insoddisfazione dei cittadini, funzionano. Ah, questa e' la mia Sinistra. La Sinistra che fa, al contrario di quella veltroniana che blatera solamente. Ho il piacere di visitare la scuola materna comunale frequentata dalle mie nipotine: cuoco in-house, che distribuisce i menu alle madri con largo anticipo, giardinetto attrezzato, giocattoli a non finire, due insegnanti per classe, più coadiutrici. Mi sovviene della scuola materna di Carnegie Mellon, a Pittsburgh, che ogni anno chiama come consulenti gli operatori di una scuola materna sperimentale (e pubblica) di Reggio Emilia. Questa e' la mia Sinistra, caro Veltroni. Non quella che pasteggia a champagne con Tom Cruise durante il festival del cinema o viaggia con l'aereo di stato per intervenire a festini della high society Parisienne (vero Bertinotti?).

L'ultimo pensierino e' ancora per il confronto tra l'Italia che vorrei e l'Italia che detesto. Il viaggio di ritorno a New York inizia dal Fellini International Airport di Rimini. Volo Air Alps per Roma. L'operatrice del check-in addirittura precede la mia istanza, suggerendo di portare il borsone con me, "perché sa, a Fiumicino si perdono di tutto." Air Alps e' una compagnia austriaca che, tra l'altro, fa da feeder per Alitalia. In questo caso, piloti e attendente di volo sono italiani. Ma: il loro inglese e' ineccepibile e le comunicazioni tra loro sono sempre e solo in inglese! A Roma, una volta salito sull'aereo Alitalia per JFK, mi devo confrontare con l'Italietta che ci rende lo zimbello di tutto il mondo. Il pilota dice qualcosa al microfono e, causa l'accento spiccatamente ciociaro e l'inadeguatezza del sistema di amplificazione, non si capisce assolutamente nulla. Un americanoide protesta con l'assistente di volo, e questa lo sfotte in romanesco parlando al telefono con il collega situato sul lato opposto. Questa gente ha ragione a preoccuparsi delle sorti dell'Alitalia. Dovesse veramente realizzarsi il miracolo della vendita, che li assumerebbe? Mi sbaglio. A preoccuparsi dovrebbe essere il taxpayer italiano, su cui ricadra' l'onere di migliaia di pre-pensionamenti.

Ultima chicca: al momento di sbarcare, un attendente di volo che con ogni probabilità si diplomo' alla British School di Ladispoli, ci informa che la "disembarkation" (!!!!) avverrà direttamente dentro l'aerostazione, via jetway. Gli americans si guardano perplessi. Quando mai si e' vista una "disembarkation" di un volo intercontinentale via autobus?

New York, arrivo!http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Pensierini#body


Il Veltroni che vogliamo
La 'concordia discors' tra gli ulivisti e Walter
di Franco Monaco,
Mi propongo di rispondere a un interrogativo e di avanzare una tesi audace. L’interrogativo: perché gli ulivisti sono stati e sono così critici con Veltroni che avrebbe potuto essere il loro candidato naturale? La tesi audace: a certe condizioni, gli ulivisti potrebbero diventare i più convinti sostenitori dello stesso Veltroni.

C’è una risposta banale corrente all’interrogativo di cui sopra: Veltroni rappresenta oggettivamente il dopo-Prodi e gli ulivisti sarebbero in realtà semplicemente e ottusamente prodiani, inclini a contrastare pregiudizialmente la nuova stagione che è nelle cose. È risposta priva di fondamento. Che agli ulivisti stia a cuore il progetto dell’Ulivo e non la persona di Prodi è testimoniato dalla circostanza che, da tempo e in più occasioni, ci siamo distinti da Prodi, abbiamo condotto le nostre autonome battaglie sino ad entrare in tensione con lui. Penso all’azione critica che abbiamo condotto dentro Margherita sia contro il partito personale versione Rutelli, sia contro il partito feudale versione Marini, spesso entrambi soggetti a derive centriste. Penso, ancora, al nostro aperto sostegno al referendum elettorale da più parti interpretato come una minaccia per il governo Prodi, ma da noi sostenuto nella convinzione che neppure il bene prezioso della stabilità-continuità del governo ci autorizzi a rinunciare alla più ambiziosa prospettiva della riforma del sistema politico-istituzionale inscritta nel progetto originario dell’Ulivo. Lo stesso nostro deciso sostegno al governo non si spiega in rapporto alla persona che lo presiede, ma al principio – sacro nella “dottrina ulivista” – della fedeltà al mandato degli elettori: quello conferito all’Unione con il voto politico del 2006 e quello assegnato al premier Prodi con le primarie del 2005.

Non è un mistero che gli ulivisti furono i primi a sollecitare la candidatura di Veltroni alle primarie del PD. Ma, questo il punto, in un contesto competitivo, contrassegnato da più candidature politicamente distinte e distinguibili. La candidatura di Veltroni ha radicalmente cambiato segno quando è stata pensata e proposta dai vertici dei due partiti promotori come candidatura unica da investire con rito plebiscitario. Un modulo in palese contrasto con lo spirito delle primarie, che è quello della competizione tra piattaforme politiche, che metta i cittadini nelle condizioni di scegliere. Non una strategia di marketing che si affida alla moltiplicazione delle liste a sostegno di un unico candidato pigliatutto dietro il quale si occultano le differenze politiche. Un modulo che contraddice il profilo di novità del partito nel quale si entra come persone e non in quanto partiti o correnti di partito. Nella fattispecie come DS e Margherita rappresentata da Franceschini in un ticket davvero singolare anomalo. Un modulo, infine, nel quale fanno capolino tre patologie: il leaderismo, il correntismo da vecchia DC, il centralismo democratico di marca PCI ispirato al mito e al dogma dell’unità del partito (la “ditta” secondo la formula di Bersani) che, per definizione, doveva esprimere uno e un solo candidato.

Di alcuni di questi vizi c’è traccia nel concitato epilogo dell’assemblea costituente di sabato scorso: l’approvazione per acclamazione di un dispositivo ignoto all’assemblea con il quale si insediano figure e organi ancora in assenza di statuto e si fissano regole relative alle strutture territoriali che offrono garanzie ai vecchi apparati. Una partenza falsa che tuttavia non ci impedisce di sperare che si possa correggere la rotta, al punto da immaginare future convergenze. Esse potrebbero passare attraverso quattro questioni chiave che provo a isolare.

La forma partito. Nella relazione di Veltroni a Milano figura un’idea che ci piace: l’unità di base del PD è il cittadino elettore attivo e partecipante, non il titolare di una tessera. È la premessa giusta. Anche se tale premessa è stata poi contraddetta nel meccanismo di elezione degli organi provinciali e nella prospettazione di forme di cooptazione. Una norma dettata dall’alto che avvantaggia le oligarchie. Non ci sfugge che un partito dei cittadini deve essere guidato da una leadership forte, anche per resistere ai condizionamenti degli apparati, ma questo a fortiori esige rispetto di regole e procedure. Traduco: siamo pronti a sostenere un leader autonomo e forte, ma dobbiamo poterlo decidere insieme dentro la costituente attraverso lo statuto.

Il governo. Ci è parso convinto e sincero il sostegno al governo Prodi. Conveniamo che il PD debba pensare se stesso dentro un orizzonte lungo che trascende la sorte dei governi. Così pure concordiamo sull’idea che le alleanze non siano un tabù, che se ne può discutere. Solo giudichiamo intempestivo e autolesionistico aprire oggi la discussione e smarcarsi apertamente dal governo come fa il “manifesto” di Rutelli, quasi sottintendendo “con la sinistra radicale mai più”. Alla fine della legislatura – quando sarà – tracceremo un bilancio. Anticiparlo ora, quasi mettendo a verbale il fallimento di maggioranza e governo, ha il solo effetto di accrescere le fibrillazioni.

Partito a vocazione maggioritaria. È espressione che va chiarita. Un conto è non escludere l’ipotesi che si possa andare soli ad elezioni. Altro conto è coltivare il mito dell’autosufficienza. Mi spiego: sì al primato del progetto e del programma, sì a una discussione “laica” sulle alleanze utili e coerenti; no all’ipocrisia e all’illusione che da soli si possa agevolmente vincere. Perché un partito a vocazione di governo deve provare a vincere. Certo, senza perdere l’anima. Per noi, partito a vocazione maggioritaria, non è sinonimo di autosufficienza. Questo può essere solo l’epilogo cui si è costretti. Piuttosto significa partito più responsabile nel mirare alla sintesi di governo. Potremmo dire partito “fratello maggiore” che, pur avendo una sua autonomia di proposta, si dispone a farsi carico anche dell’unità della più vasta coalizione cui partecipa.

Legge elettorale. È decisiva per definire il profilo e la missione del PD. Su di essa non si può essere agnostici. A nostro avviso, soluzioni proporzionalistiche non solo acuirebbero frammentazione, instabilità, trasformismo, ma assimilerebbero il PD a un partito di mera rappresentanza tra gli altri. Vi era un cenno nella relazione di Veltroni, ma di qui a poco, a fronte della reiterata inerzia del Parlamento, il PD dovrebbe sposare la causa del referendum. Il cui esito – Veltroni lo ha riconosciuto – sarebbe comunque meglio della legge vigente. Su questo fronte sì ci attendiamo un di più di autonomo esercizio della leadership nel patrocinare una legge nitidamente maggioritaria.

Su queste basi – partito dei cittadini, con leadership forte, con vocazione di governo, dentro una democrazia maggioritaria – gli ulivisti potrebbero diventare i più convinti sostenitori di Veltroni e forse lui potrebbe essere più compiutamente il Veltroni che abbiamo conosciuto. Naturalmente, la condizione delle condizioni è che egli scelga, che non coltivi la pretesa di accontentare tutti, che metta nel conto una vera battaglia dentro il partito. Perché, lo sappiamo, lungo questo sentiero, molti di coloro che lo hanno sostenuto gli sarebbero contro. Specie se avrà il coraggio di sfidare davvero i vecchi apparati e i signori delle tessere. È su questo arduo terreno che si misurerà la sua leadership. Ed è su questo terreno che ci piacerebbe poter concludere che questa volta per davvero stiamo coronando il sogno e il progetto che da quindici anni inseguiamo testardamente: quello di un partito autenticamente nuovo che rappresenti l’effettiva realizzazione e il concreto compimento dell’Ulivo.

Il Riformista


ottobre 29 2007


Progetti
"Una partenza non democratica Walter cambi o potrei lasciare"
di Claudio Tito, la Repubblica -
ROMA - «Un´occasione sciupata, se non addirittura sprecata». Arturo Parisi sospira. Quasi non vuole credere a quello che è successo sabato all´Assemblea del Pd. «Con tre colpi di sciabola», è stato definito l´intero organigramma. Una procedura cui mettere riparo, altrimenti «non potrei non interrogarmi sulla possibilità di aderire». «E dire - premette il ministro della Difesa - che nella mattinata la consonanza profonda tra la relazione di Veltroni e quella di Prodi, mi avevano indotto a riconoscere nel Pd di Veltroni una nuova stagione dell´Ulivo. Una stagione guidata dalla stessa speranza che ci ha guidato negli ultimi 15 anni».
E poi cosa è successo?
«La gelata del pomeriggio non ci voleva».
Si è discusso poco?
«No, non si è discusso per niente. Se ci si fosse fatti carico di continuare sotto il segno dell´unità il cammino che stavamo aprendo, si sarebbe potuto anche accettare la riduzione di quello che era il primo passo del partito ad un momento di festa. Ma l´unico rischio che un Partito Democratico non può correre è quello di minare la base della qualifica di "democratico"».
Cioè?
«In tre minuti l´assemblea si è vista paracadutare dall´alto un partito preconfezionato. L´inesorabile finale del disegno iniziale. La conferma definitiva del peccato d´origine che ci aveva portati a pensare come primo atto del partito la consacrazione plebiscitaria del segretario designato dai vertici dei partiti passati, anziché il riconoscimento delle ragioni ideali del partito. E poi la sanzione di un vicesegretario prima ancora di definire nello statuto la presenza e i poteri di una figura di questo tipo».
Insomma si è perseverati nell´errore?
«È così. Questa era un´assemblea costituente e non una festa costituente. I partiti sono chiamati ad anticipare al loro interno la visione della democrazia che propongono ai cittadini come regola della Repubblica. Qui si è fatto tutto con tre colpi di sciabola. Chi avrebbe il coraggio, chi potrebbe mai essere orgoglioso di essere cittadino di una Repubblica governata con questo metodo?».
E la responsabilità è di Veltroni?
«Dal punto di vista formale mi sembra fuori discussione. Mi rendo anche conto che le condizioni in cui si è svolta l´Assemblea possono essere considerate delle attenuanti. Quello che mi preoccupa è l´indebolimento della cultura della legalità nei partiti. Sembra non interessare più a nessuno».
Anche Prodi in qualità di presidente del partito ha delle colpe?
«È evidente che se noi disponiamo di uno statuto che configura delle responsabilità, tutti quelli che fanno parte di quel processo ne sono coinvolti. A cominciare dalle mie responsabilità, dalle azioni ed omissioni che sento di dover imputare a me stesso come membro del comitato dei 45. Ma Romano ha una collocazione diversa, un ruolo distinto».
Quali sono le conseguenze?
«Dobbiamo mettere riparo a quel che è accaduto. Ma bisogna prima verificare se esista o meno una condivisione di giudizio».
E se non riscontrasse questa «condivisione di giudizio»?
«Ognuno deciderà ciò che la coscienza gli suggerisce. Abbiamo detto che partecipare al processo costituente non corrispondeva ad una adesione al partito, ma alla condivisione di una speranza, alla accettazione di una scommessa. È una scelta che farò da cittadino e da eletto all´Assemblea caricato almeno del dovere di dare conto dell´aggettivo "democratico" che abbiamo scelto per il partito».
È il primo effetto del partito "liquido", senza tessere?
«Quello che mi preoccupa è il partito delle tessere non quello dei tesserati. Io sono per il partito dei partecipanti, che si affida nelle grandi scelte alla partecipazione dei cittadini, e alla partecipazione degli aderenti per le scelte quotidiane. Noi corriamo invece da una parte il rischio di un partito inesistente e personale, e dall´altra parte di un partito anche troppo esistente come sempre nelle mani delle oligarchie costituite. Vorrei evitare il rischio peggiore. Sommare cioè i due rischi, dando luogo ad un partito oligarchico a livello locale e liquido a livello nazionale».
Da Veltroni si attendeva una linea diversa anche sulla riforma elettorale?
«È stato prudente. C´è stata una certa incompiutezza ma era doveroso accettare le sue spiegazioni per consentire al confronto la massima apertura. Mi sembra, comunque, che sia stata confermata la sua contrarietà - o il minor favore - nei confronti del sistema tedesco o pseudo-tedesco. In presenza delle diverse posizioni, svolte con chiarezza da D´Alema e Rutelli, nella prudenza di Veltroni ho visto il segno di una svolta. Forse è solo la mia speranza. Ma a questa mi aggrappo».
Un passaggio decisivo riguarda la possibilità per il Pd di presentarsi alle prossime elezioni senza la sinistra radicale. È un rischio per il governo Prodi?
«Vocazione maggioritaria significa sentirsi chiamati a governare da soli, ma con la consapevolezza dei propri limiti. Nel partito c´è chi crede che il nuovo soggetto nasca per dare compimento al progetto dell´Ulivo. Ci sono altri, che con coraggio, - lo dico senza ironia - ritengono che esso sia invece lo strumento per poter uscire dalla stagione dell´Ulivo. Non vorrei che qualcuno pensasse ancora al Pd come ad una gamba di un sistema duale: prima c´erano il Ppi e i Ds, poi la sinistra e il centro, ora il Pd e la sinistra radicale. Sempre uniti e divisi dal trattino, da quel maledetto trattino».
In conclusione che consiglio darebbe a Veltroni?
«Più che un consiglio, un memento sulle sue responsabilità. Svolga la guida di un processo unitario, guidato da uno spirito di unità all´interno di regole condivise. Insomma, faccia il segretario. Se, come mi auguro, saprà essere il segretario democratico di tutti i democratici, tutti i democratici saranno con lui».



Elefanti in transito

elefantino 

In questi ultimi tempi mi chiedevo continuamente perché, nonostante non ci sia praticamente nulla nelle idee finora esposte da Veltroni che urti profondamente con quanto credo, io non riesca, non riesca proprio ad entusiasmarmi per il PD. Non capivo.

Stamattina, aprendo la Repubblica ho scoperto che Giuliano Ferrara ha dichiarato di essere attirato dalla “follia” del PD, e di non poter escludere - così, in linea di principio – che dentro al PD stesso possa trovare asilo, un domani, un piccola lobby del Foglio.

Ecco, adesso ho capito.http://ilmondodigalatea.ilcannocchiale.it/


Blitz sulle poltrone e scoppia la rissa
di Fabio Martini, La Stampa -
Dopo cinque ore di apprezzata «ninna nanna», Walter Veltroni li aveva tranquillizzati tutti. Romano Prodi, seduto lassù al tavolo della presidenza, era tutto contento per la ritrovata popolarità tra il popolo ulivista, che lo sta riscoprendo come tenace capo della «resistenza» ai voltagabbana e al ritorno di Berlusconi.

Massimo D’Alema, seduto in prima fila, sorrideva e non lasciava trasparire emozioni. Franco Marini, col cartellino «Invitato» sul taschino della giacca, scherzava su quella condizione per lui inusuale: «Che eresia!». Piero Fassino, gratificato da applausi e complimenti, si era andato a sedere nella terza fila delle poltroncine, come un delegato qualunque. Nessuno se lo aspettava, ma proprio in coda, durante la replica finale, Walter Veltroni ha strappato la tela nella quale, bene o male, si stavano ritrovando quasi tutti i notabili e quasi tutti i duemilaottocento costituenti.

E’ stato quando, senza preavvisi, il nuovo leader del Pd ha chiesto all’assemblea di «votare» un decalogo nel quale venivano avanzate proposte molto impegnative e mai discusse fino a quel momento: la nomina a vicesegretario di Dario Franceschini, a tesoriere di Mauro Agostini, l’istituzione di tre commissioni fitte fitte di nomi, quelli che saranno poi i veri costituenti, addetti a scrivere le bozze di Statuto e di Manifesto del nuovo partito; la decisione di far eleggere i segretari provinciali del Pd direttamente dai delegati eletti in ciascuna provincia per la Costituente, una formula originale, inedita e di cui non c’era traccia nel dibattito delle cinque ore precedenti.

Finito di leggere il decalogo, Veltroni si è appellato al cuore dei delegati («Fare questo partito è stato il sogno mio e di Romano») e subito dopo, anziché passare ai voti, la «regia» ha fatto partire l’Inno di Mameli. Come dire: la seduta è tolta. Notabili e delegati si sono alzati per cantare l’inno nazionale. Ma finita la musica - con tutti i delegati in piedi - si è «scoperto» che bisognava ancora votare. Si sono alzati mugugni e urla di dissenso, soprattutto quando sono stati letti i nomi di alcuni dei membri (come Ciriaco De Mita) chiamati a far parte delle Commissioni. Si è passati subito dopo al voto, col metodo de «prendere o lasciare», anche perché nessuno - dalla platea ma neppure dalla presidenza - ha proposto una votazione punto per punto. Formalmente una procedura ineccepibile, ma condotta secondo una regia tutta tesa a dissipare il dissenso. Ma prima che si voti per alzata di mano, senza dare nell’occhio, se ne va il ministro della Difesa Arturo Parisi, uno dei padri del Pd, e sussurra a Franco Monaco: «Un golpe, questo è un golpe!». Commento per gli amici, irriferibile in pubblico.

E gli altri big del partito? Basta avvicinarsi a Massimo D’Alema e chiedergli cosa ne pensa del decalogo e lui: «Quale decalogo? Sono le decisioni dell’Assemblea, è stato votato dal popolo...». Una risposta velata di sottilissima ironia, ma un professionista dell’esperienza di D’Alema non è tipo da mettersi a guastare il primo compleanno del Pd. Ma se, a caldo, si chiede al vicepresidente dei senatori dell’Ulivo Nicola Latorre, se lui e gli altri notabili sapessero qualcosa del «pacchetto Veltroni», lui sorride e sostiene: «No, l’ho appreso poco fa, assieme agli altri delegati». E Rosy Bindi: «Sono preoccupata e delusa ma confido e spero di non trovarci davanti al caso di Hyde e Jackyll...».

Certo, il Veltroni della relazione di apertura aveva invocato la «centralità del cittadino-elettore», la nuova figura attorno alla quale far ruotare un nuovo modello di partito, incardinato sul sistema delle primarie continue, dei forum, consultazioni a tema via Internet. Un modello che aveva entusiasmato un personaggio come Parisi, aveva fatto storcere il naso a qualche notabile abituato alle logiche di apparato e dunque nulla lasciava presagire lo strappo del pomeriggio. Sopraggiunto nella giornata in cui Romano Prodi e Walter Veltroni sono tornati a scambiarsi attestati di stima, frutto anche di contatti personali che si sono intensificati negli ultimi giorni. E il leader del Pd - che non vuole una riforma elettorale alla tedesca che scardinerebbe il progetto del Pd - ha lasciato intendere che lui preferirebbe «il referendum» alla permanenza dell’attuale legge elettorale. Proprio come Romano Prodi.


ottobre 28 2007

Primarie PD

Master in Comunicazione e Consulenza Politica | Associazione MODEM
in collaborazione con SpinDoc

MILLE DOMANDE A VELTRONI
Indagine conoscitiva tra i partecipanti alle elezioni per il PD del 14 ottobre 2007

a cura di
Pino Nazio (coordinatore), Gerardo De Rosa (elaborazione dati), Cynthia Canti, Lorella Cedroni, Roberto De Rosa

Nota bene: Di seguito i dati più significativi, con un primo commento tra parentesi. Per ulteriori approfondimenti, si rimanda alla categoria del blog apposito: ricerca pd.

genere %

maschio: 51,1
femmina: 46,8
non risponde: 2,1
Totale: 100,0

(Una valutazione riguarda un possibile trascinamento sul voto femminile che avrebbe dovuto avere la “rivoluzionaria” proposta nella politica italiana, e non solo, di attribuire il 50% di cariche nell’Assemblea nazionale e in quelle regionali alle donne. Le donne non si sono sentite particolarmente spronate da questa opportunità e sono state – anche in questo caso - superate dagli uomini.)

titolo di studio %

elementari: 1,6
medie: 16,0
diploma: 35,2
laurea: 38,7
non risponde: 8,4
Totale: 100,0

(E’ straordinario il dato sul grado d’istruzione dei votanti, dove – aldilà dei numeri della popolazione italiana - la presenza maggiore è quella dei laureati. Questo dato assume una ancor più alta rilevanza se si tiene conto che al voto sono andati coloro che per età non possono materialmente aver conseguito la laurea.)

età (%)

da 16 a 20: 5,8
da 20 a 30: 15,8
da 30 a 40 anni: 11,2
da 40 a 50 anni: 15,9
da 50 a 60 anni: 21,7
da 60 a 70 anni: 15,4
oltre 70 anni: 6,9
non risponde: 7,3
Totale: 100


(Il dato sull’età dei partecipanti è stato accorpato per classi di dieci anni, salvo il primo gruppo, 16/20, in cui confluiscono tutti quelli che hanno votato per la prima volta.)

1. Hai già votato alle primarie? %

no: 24,3
sì: 72,3
non risponde: 3,3
Totale: 100,0

1a. primarie Prodi %

no: 31,4
sì: 65,1
non risponde: 3,5
Totale: 100,0

1b. primarie locali %

no: 87,8
sì: 7,6
non risponde: 4,6
Totale: 100,0

(Il dato da noi rilevato appare diverso da altre rilevazioni che indicavano che la metà degli elettori non aveva partecipato alle primarie per Prodi di due anni fa. Nella nostra ricerca questo dato è superiore a un terzo dei votanti, che arriva fino a circa tre elettori su quattro se si indicano anche altre primarie.)

3. E’ iscritto ad un partito? %

no: 73,3
sì: 22,7
non risponde: 4,0
Totale: 100,0

(Poco meno di un elettore su quattro dichiara la propria iscrizione a un partito, generalmente Ds e Margherita, assolutamente in linea con il dato di affluenza generale.)

5. Per chi ha votato alle ultime elezioni? %

non ha votato: 0,9
Ds: 57,2
Margherita: 13,4
Rifondazione: 4,3
Comunisti Italiani: 3,5
Verdi: 1,7
Rosa nel Pugno: 3,6
Udeur: 0,9
Italia dei Valori: 2,5
Udc: 1,5
Forza Italia: 2,4
An: 0,7
Lega: 0,1
Bianca o nulla: 0,5
Altro: 0,7
non risponde: 6,1
Totale: 100,0

(La maggior parte di coloro che hanno preso parte alla consultazione per il Pd hanno votato in passato per i Ds. Ridotta la quota dei votanti Margherita (13,4), mentre per il 16.5% provengono da coloro che votano per altri partiti del centrosinistra, che potrebbe far dire che la seconda formazione che concorre – a livello di base elettorale - alla nascita del Pd non sono i Dl ma gli “altri di centrosinistra”. Significativa è la presenza del 4,7% di votanti che dichiarano di votare per i partiti di centrodestra.)

7. Cosa le è piaciuto di più del PD? (una sola risposta, %)

niente: 0,7
la fusione di due partiti (semplificazione sistema): 26,6
l’elezione diretta del Segretario: 18,5
l’elezione diretta dei Segretari Regionali: 2,4
l’obbligo del 50% di quote femminili: 20,7
possibilità per i sedicenni di votare e essere votati: 6,1
possibilità per gli immigrati di votare e di essere votati: 4,2
la partecipazione della gente: 17,9
tutto: 0,4
non risponde: 2,6
Totale: 100,0

8. Cosa le è piaciuto di meno del PD? (una sola risposta, %)

niente: 0,4
le polemiche tra dirigenti Ds e Margherita: 55,6
il meccanismo delle liste bloccate: 24,3
l’elezione diretta dei Segretari Regionali: 1,9
l’obbligo del 50% di quote femminili: 2,2
possibilità per i sedicenni di votare e essere votati: 4,3
possibilità per gli immigrati di votare e di essere votati: 3,2
l’esclusione della gente: 4,1
tutto: 0,5
non risponde: 3,5
Totale: 100,0

10. E’ d’accordo su come il PD ha gestito la comunicazione sulla sua nascita? %

non sa: 2,6
per niente: 8,2
poco: 35,2
abbastanza: 41,6
molto: 6,5
non risponde: 6,0
Totale: 100,0

11. Pensa che queste primarie possano avere influenza sul governo Prodi? %
no: 14,8
sì: 63,2
non sa: 8,8
non risponde: 13,3
Totale: 100,0

12. E’ soddisfatto del governo Prodi? %

non sa: 0,6
per niente: 11,8
poco: 37,7
abbastanza: 40,2
molto: 6,2
non risponde: 3,5
Totale: 100,0

(Poco meno di due elettori su tre affermano che il voto del 14 ottobre avrà influenza sul governo, ma la metà dei votanti non è soddisfatto del suo operato. I delusi (poco/per niente) 49,5 sono in maggioranza rispetto ai sostenitori (moto/abbastanza) 46,4, segno che il Pd viene avvertito come un’occasione di cambiamento anche tra coloro che in maggioranza alle ultime elezioni politiche hanno sostenuto Romano Prodi.)

14. Le testate l’Unità ed Europa devono continuare a restare separate? %

no: 21,3
sì: 35,4
non sa: 32,8
non risponde: 10,5
Totale: 100,0

15. Le Feste dell’Unità e della Margherita devono restare separate? %

no: 40,2
sì: 27,3
non sa: 21,6
non risponde: 10,9
Totale: 100,0

(Capire cosa pensano gli elettori delle testate e delle feste di due simboli riconducibili a Ds e Dl è in qualche modo scoprire se esiste una profonda convinzione circa la fusione delle due entità. Le risposte fornite fanno capire che molta strada è stata fatta per far passare a livello di base il concetto di unità. Questo dato è ancor più rilevante leggendo la prevalenza della volontà di fusione delle feste rispetto alle testate. E’ notorio che gli appuntamenti estivi dei due partiti vengono percepiti quanto di più identitario rispetto a una testata giornalistica come L’Unità (da tempo non più organo ufficiale di partito).

17. Ritiene che L’Unione sia l’unica alleanza possibile per il PD? %
no: 28,7
sì: 44,3
non sa: 20,0
non risponde: 7,1
Totale: 100,0

18. Pensa che su grandi temi il PD debba aprire un dialogo col centro destra? %

no: 23,9
sì: 58,7
non sa: 7,7
non risponde: 9,7
Totale: 100,0

(Più della metà degli elettori ritiene che si debba superare l’Unione come alleanza di governo o quantomeno non è convinto che si debba restare all’interno dell’attuale maggioranza. Solo meno della metà ritiene che il Pd debba restare ancorato all’Unione anche in futuro.)

19. Condivide l’azione di Beppe Grillo? %

non sa: 1,5
per niente: 31,4
poco: 27,0
abbastanza: 21,6
molto: 14,0
non risponde: 4,5
Totale: 100,0

(Più di un terzo degli elettori si dice d’accordo con Grillo, ma ben il 58,4 non è dalla sua parte.)

20. Con quale dei leader dell’Unione non andrebbe mai a cena? %

Non risponde: 37,8
Mastella: 23,4
Rutelli: 7,6
Prodi: 6,5
Diliberto: 5,2
Bindi: 2,6
Pecoraro Scanio: 2,1
Fassino: 1,9
D’Alema: 1,7
Giordano: 1,6
Di Pietro: 1,2
Letta: 1,1
Veltroni: 0,9
Berlusconi: 0,6
Fini: 0,6
Rizzo: 0,6
Rosy Bindi: 0,6
Bertinotti: 0,4
Mussi: 0,4
Parisi: 0,4
Visco: 0,4
Caruso: 0,2
Fioroni: 0,2
Gawronski: 0,2
Adinolfi: 0,1
Bersani: 0,1
Boato: 0,1
Capezzone: 0,1
Cicchitto: 0,1
Del Turco: 0,1
Dini: 0,1
Ferrero: 0,1
Grillo: 0,1
Luxuria: 0,1
Marini: 0,1
Pannella: 0,1
TOTALE: 100,0

21. Chi tra coloro che non hanno aderito al PD vorrebbe al suo fianco? (3 nomi)

Mussi: 6,079404
Di Pietro: 4,404467
Bertinotti: 3,846154
Angius: 3,411911
Pecoraro: 2,543424
Casini: 2,171216
Boselli: 1,985112
Capezzone: 1,799007
Diliberto: 1,488834
Bonino: 1,116625

Sondaggio Master Comunicazione Politica – Associazione MODEM. Campione rappresentativo della popolazione italiana di età compresa tra i 16 e gli 86 anni. Numero totale soggetti coinvolti: 1612. Metodo di rilevazione con questionario semistrutturato autosomministrato. Rilevazione effettuatali 14 ottobre 2007. Elaborazione SPSS. Documentazione disponibile c/o segreteria MODEM

La presente ricerca è licenziata con una creative commons. Ovvero è possibile segnalare la ricerca, senza alterazioni o fini commerciali, e a patto di indicarne la fonte e questa pagina. Per ulteriori informazioni: info@spindoc.it



ottobre 26 2007

Spunti per una discussione politica
Documento dell’Assemblea degli aderenti al Comitato “Cremona per l’Ulivo” e all’Associazione per il Partito democratico di Cremona

L’Assemblea degli aderenti al Comitato “Cremona per l’Ulivo” e all’Associazione per il Partito Democratico di Cremona ha discusso, integrato ed infine approvato il documento allegato, sulla scorta di una relazione introduttiva proposta dall’amico Deo Fogliazza.

La forma volutamente schematica concentra l’attenzione sulla problematica attinente i temi del partito, del suo insediamento e delle modalità del suo funzionamento.


***

Spunti per una discussione politica
Documento dell’Assemblea degli aderenti al Comitato “Cremona per l’Ulivo” e all’Associazione per il Partito democratico di Cremona

L’Italia ha bisogno di essere governata. Il Paese ha bisogno di certezze. Gli italiani meritano di avere un Governo che sia in grado di governare, all’interno di istituzioni efficaci ed efficienti. In un clima ed all’interno di regole che prevedano, per la maggioranza, l’agibilità politica atta a permettergli di esprimere al massimo la propria azione di Governo e, per l’opposizione, la massima possibilità di svolgere fino in fondo una vasta azione di controllo, di proposta e di protesta.

Il contesto istituzionale.

1) Occorre ribaltare in maniera netta e chiaramente percepibile il rapporto tra eletti ed elettori. A questo fine occorre riportare l'elezione dei parlamentari in Collegi ristretti, nei quali l'eletto abbia un rapporto ravvicinato con i suoi elettori, che consenta all'eletto di informare delle propria attività i propri elettori e, nel contempo, consenta agli elettori un'azione di verifica attraverso la quale sia possibile chieder conto al proprio eletto delle sue attività.

2) E' coerente con questo obiettivo un sistema maggioritario a doppio turno, con collegi uninominali o anche una legge elettorale di tipo proporzionale (come quella spagnola) con collegi piccoli e con liste pur bloccate ma brevi.

3) In ogni caso i candidati devono sempre essere scelti attraverso il ricorso ad elezioni primarie di collegio e deve essere formalizzato il fatto che alle elezioni primarie possono votare tutti gli elettori del Collegio, così come tutti gli elettori del Collegio hanno la possibilità di candidarsi alle primarie medesime.

4) Lo Statuto deve stabilire in maniera esplicita che il Partito Democratico selezionerà le proprie candidature a tutte le cariche istituzionali (Parlamento europeo e nazionale, Presidenza e consiglio regionale, Sindaco e consigliere Comunale, Presidente e Consigliere provinciale ecc) sempre attraverso l'utilizzo delle elezioni primarie.

5) Dovrà essere definito un regolamento attuativo dei vari tipi di Primaria, che sia incardinato con nettezza al principio invalicabile che prevede la parità di condizioni, di agibilità politica e di accesso alla comunicazione da parte dei diversi contendenti.

La governabilità

1) Gli elettori devono aver chiaro per quale maggioranza di governo votano, perché agli elettori spetta di scegliere a quale coalizione affidare la responsabilità del Governo del Paese. Le alleanze vanno dunque dichiarate prima del voto e non possono essere modificate, pena lo scioglimento delle Camere ed il ricorso ad elezioni anticipate.

2) Un parlamentare deve far parte del Gruppo parlamentare per il quale é stato eletto e, se ne ravvede la necessità, può passare dal Gruppo parlamentare originario al Gruppo misto. Tranne nel caso del Gruppo Misto, non deve essere ammessa la formazione di Gruppi parlamentari composti da un numero inferiore ai 20 parlamentari.

La forma Partito

Il partito al quale vogliamo dare vita intende partecipare alle elezioni per candidarsi a governare: dal piccolo comune fino al Governo nazionale. Sarà un partito che, attraverso la propria attività, tende a selezionare la classe dirigente diffusa del Paese. Un partito che, in quanto tale, avrà una propria struttura, una propria vita democratica interna, valori condivisi, progetto politico, programmi politico-amministrativi, una complessiva lettura di come vanno le cose del mondo.

Un partito che - pur non disdegnando l’uso della tecnica dei sondaggi per conoscere meglio la situazione del Paese - saprà dotarsi di nuovi strumenti di analisi e nuove categorie di pensiero e di conoscenza, per individuare efficacemente i bisogni e le tendenze della società, le dinamiche della sua rappresentanza. Un partito che, radicandosi nel territorio ed perseguendo il metodo del confronto positivo con le diverse categorie sociali ed economiche, si pone nelle condizioni di affrontare i nodi e le strategie più coerenti per la loro soluzione.

Un partito Accogliente:
Un partito per aderire al quale il cittadino debba operare un’azione volontaria: quella di iscriversi.e di poter partecipare. Un partito accogliente apre le proprie porte al massimo della possibilità, fissa una cifra minima di adesione anche simbolica, agevola l’ingresso di tutti quei cittadini interessati anche ad un’adesione limitata sia temporalmente che tematicamente.
Un Partito nel quale tutte le cariche interne vengono decise con voto segreto di tutti gli iscritti. Un partito che si dota di regole di vita interne largamente democratiche ed improntate alla massima apertura, che riconosce cittadinanza ed agibilità politica a sensibilità politico-culturali diverse e che – nel contempo - inserisce nel proprio Statuto modalità tali che evitino la formazione di correnti di potere, incrostazioni burocratiche, cordate di potentati

Un partito Partecipato
Un partito partecipato non da tessere o da numeri, ma da persone (massima trasparenza interna dell’albo degli iscritti) . Di volta in volta nel Partito democratico – a tutti i livelli – decide chi c’è, opera, si impegna, lavora. Un partito che riserva, dunque, agli iscritti le decisioni di fondo (elezione degli organismi, scelta su diverse opzioni politico-programmatiche ecc), in occasione dei Congressi che dovranno prevedere la possibilità di iscrizione larga ed aperta.
Un partito, in buona sostanza, che vuole corrispondere pienamente allo spirito ed alla lettera dell’art. 49 della Costituzione Italiana.

Un partito Interattivo
Un partito che vive il proprio tempo e che assume modalità di decisione non soltanto valutando ovviamente il merito delle questioni, ma ponendo la massima attenzione anche ai tempi del dibattito e della decisione. Per questo le modalità tradizionali di vita interna saranno affiancate fortemente dall’utilizzo delle nuove tecnologie: mail, MMS, SMS, Blog ecc. Su opzioni precise, su tematiche locali o nazionali, sarà utilizzato lo strumento del referendum decisionale svolto anche per via telematica. A questo fine ogni iscritto sarà dotato di password unica e personale volta a facilitarne l’utilizzo.

Un partito che sa decidere
Nel quale la fase del dibattito e del confronto deve essere aperta e condivisa e la fase delle decisioni sia limpida, trasparente ed altrettanto condivisa. Ma che poi – una volta presa la decisione - sa praticarla, in un clima che prevede, da parte delle minoranze, il rispetto delle decisioni assunte.

Un partito Federale
L’esistenza di Assemblee Costituenti regionali sostiene la necessità di una struttura federale del PD. Ogni regione potrà assumere regole organizzative anche molto diverse l’una dall’altra. Momento unificante nazionale sarà il rispetto dello Statuto nazionale, del Decalogo Etico che indicherà regole di comportamento trasparenti e del Manifesto politico e valoriale.

Un partito Trasparente
Un partito che rende pubblicamente conto delle proprie posizioni, delle proprie azioni, delle proprie proprietà con modalità assolutamente trasparenti ed in tempo reale, anche attraverso un uso adeguato del web. Dal punto di vista finanziario e della gestione economica la trasparenza dovrà essere assoluta, attraverso la tenuta dei propri conti a disposizione di tutti e la pubblicazione on line.

Un partito Contendibile
Nel quale gli aspetti che riguardano l’“ambizione personale” non siano ipocritamente vissuti come un peccato del quale dolersi. Ma che, al contrario, rendendoli palesi e riconoscendo loro cittadinanza, stimola i propri aderenti a mettersi in gioco – con le proprie idee, con la propria storia, il proprio volto, la propria intelligenza – al fine di rendere aperto il confronto, far divenire prassi quotidiana la battaglia delle idee e la volontà di metterle in pratica.
Ci muove la convinzione che, anche nel confronto politico e delle idee, la libera concorrenza – governata ed organizzata con intelligenza, trasparenza e raziocinio – non può che fare del bene al Partito democratico e, di conseguenza, all’intero Paese.

Un partito dei Diritti e dei Doveri
Un partito che – sia nella vita interna che nell’azione esterna – sia organizzazione politica che si batte per il rispetto dei diritti di ciascuno, in un’azione che pretende, da parte di tutti, il rispetto dei propri doveri, a partire dalla indiscussa integrità penale dei propri candidati e rappresentanti.

Un partito dei Preventivi e dei Consuntivi
Un partito che volta pagina rispetto alla prassi del mero “Preventivo”: alla fase nella quale si determinano programmi, progetti, ipotesi di lavoro, assunzione di impegni deve sempre corrispondere uguale azione volta alla verifica di quanto progettato, al rendiconto delle azioni realizzate ed a quelle non realizzate.
In un sano e positivo equilibrio tra “fase preventiva” e “fase consuntiva” risiede la concreta possibilità di assumere decisioni corrette , positive , credibili e vincolanti per tutti gli aderenti, sia in ordine alla scelta delle linee di azione sia in relazione alla scelta degli uomini e delle donne incaricati di metterle in pratica.

Per concludere

Nella fase attuale è attorno a questi temi che attendiamo decisioni chiare da parte delle Assemblee Costituenti nazionale e regionali.

L’elezione dei Segretari provinciali del PD non può che avvenire – in questa fase costituente ed entro il prossimo mese di dicembre – che attraverso modalità uguali a quelle con le quali abbiamo eletto in ottobre il segretario nazionale e quelli regionali. In subordine, e nel caso la situazione lo richiedesse, è ipotizzabile che detta elezione venga effettuata dai componenti eletti delle Assemblee Costituenti. In questo caso verrebbe ad aprirsi con ciò una fase temporanea e transitoria che conduca al Congresso nella prossima primavera, chiamato ad eleggere in forma aperta e democratica gli organismi dirigenti provinciali del partito.

Il lavoro delle Assemblee costituenti non potrà che rispettare tempi adeguati, comunque non biblici.

Incalza, infatti, una situazione politica a dir poco fluida e portatrice di opzioni anche molto diverse tra loro in cui il P.D. dovrà mostrarsi - nelle sue regole, nei processi decisionali, nella formazione dei quadri e nell’apertura alla partecipazione dei cittadini – come la principale novità distintiva offerta agli elettori.

Occorre dunque mettere in campo il massimo sforzo affinché venga al più presto data vita alla fase congressuale (la prima fase congressuale) del nuovo PD. Fase alla quale sia demandata la decisiva funzione della scelta delle opzioni politiche e programmatiche e della selezione dei gruppi dirigenti locali, regionali e nazionali.

Documento dell’Assemblea degli aderenti al Comitato “Cremona per l’Ulivo” e all’Associazione per il Partito democratico di Cremona
http://www.welfarecremona.it/wmview.php?ArtID=7932



ottobre 20 2007

UCCISO GIORNALISTA E AUTORE DI SATIRA



Carlos Salgado, giornalista e comico dell’Honduras è stato ucciso a Tegucigalpa, mentre si recava al lavoro: secondo la stampa locale, uomini armati non meglio identificati gli avrebbero sparato nei pressi della sua redazione, in un quartiere a nord della capitale, colpendolo con sette proiettili. “Il nostro collega è stato vigliaccamente assassinato – ha commentato il direttore di Radio Cadena Voces, Dagoberto Rodriguez – e esigiamo che le autorità arrestino i suoi assassini e li puniscano secondo la legge”. Gli aggressori, secondo testimoni oculari, sarebbero fuggiti subito dopo a bordo di una vettura. Salgado è solo l’ultima vittima di una lunga serie di assassini, oltre 100 negli ultimi cinque anni, la maggior parte dei quali rimasto impunito, ai danni di giornalisti, avvocati, politici, attivisti per i diritti umani e ambientalisti. Nessuna ipotesi è stata ancora formulata sul movente dell’omicidio, su cui la polizia ha aperto un’indagine. Salgao era diventato famoso in Honduras grazie ai suoi programmi di satira, molto critici nei confronti del governo, come “Frijol il terribile” e “Callisto il telefonista”.
http://www.misna.org/

Feed XML offerto da BlogItalia.it Technorati Profile berlusconi
bush
default italia
germania
mondo
nano
obama
primarie
prodi
soru
ulivo
velletri
veltroni
zapatero